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Diavolo che scrive al pc

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Tic tic tic tic tic tic

martedì 12 luglio 2016

Sotto il sole di Sicilia noi combattemmo




"Su Monte Castelluccio ho innalzato un monumento ai miei morti. Ai piedi di esso ho posto una lampada votiva sempre accesa che io solo vedo, come io solo vedo il monumento.  Questa lampada è il mio cuore: io non potrò mai spegnerla finché sarò in vita perché io soltanto so quanto grande e glorioso sia stato il loro sacrificio"(Tenente colonnello Dante Ugo Leonardi, comandante del III°/34° fanteria Livorno)
PROLOGO
Era notte a Gela. 
Scendeva una fitta pioggia.
Taormina era stata attaccata dagli Spitfire inglesi di Malta nella mattina e a metà pomeriggio, con obiettivi il comando tedesco del San Domenico e il ripetitore radio di Castelmola, ma nel tardo pomeriggio B-25 Mitchell ed i B-26 Marauder americani avevano bombardato proprio la piana alle spalle della città, le vicine Butera, Niscemi, Mazzarino (brutalizzata quest'ultima già da una terribile incursione dei cacciabombardieri a due code Lightning alle 10,40), Caltagirone, Acate e anche Caltanissetta.
Nel capoluogo 54 bombardieri avevano battuto a tappeto in due ondate di 27 alle 17,30 e alle 23,00 la Cattedrale, la caserma dei carabinieri, la posta centrale, la corte d'appello, numerosi edifici pubblici e privati: una terza incursione sempre di 27 aerei avrebbe colpito alle 08,00 dell'indomani, e nell'insieme ci sarebbero state addirittura 350 vittime e migliaia tra feriti e sfollati!
Le campane della Chiesa Madre erano suonate a distesa, il segnale dello "stato d'allerta", e la gente era fuggita verso le campagne.
Mentre in quel preciso momento Licata poco più a ovest era bombardata dal mare, come dall'altra parte dell'isola era capitato alle 20,00 di sera Siracusa Catania, tre finanzieri in bicicletta percorrevano il litorale tra il vecchio pontile ed il caricatore.
Da tempo si succedevano voci su presunti sbarchi di infiltrati, su sabotaggi, su misteriosi incontri clandestini tra personaggi altolocati della nobiltà baronale siciliana e "stranieri" non ben definiti, e forte era il timore che una grande armata di navi fosse pronta a fiondarsi davanti alle coste siciliane dall'Africa: il comando della VI° Armata temeva molto il periodo senza luna iniziato il 26 giugno, per cui dal comando legione di Palermo raccomandavano una stretta sorveglianza delle spiagge, nelle ore di maggior buio.
Per fortuna, si dicevano tutti, il periodo illune andava a finire proprio quella notte...

Sacramentando sotto gli scrosci di pioggia alimentati da un tesissimo vento da ovest i tre militari, al comando del brigadiere Santo Arena, pedalavano sulla strada sterrata che costeggiava la spiaggia quando, all'improvviso, a uno di loro era sembrato di vedere delle ombre in movimento sulle acque agitate dalla tempesta: insospettito, l'uomo aveva chiamato il superiore e insieme, buttate le bici a terra, si erano acquattati tra i canneti sferzati dal vento ed infradiciati dalla pioggia, puntando le torce verso il mare.
Una corrente molto forte increspava visibilmente la superficie delle acque formando altissimi e rumorosi cavalloni, ma una pesante foschia gelatinosa ovattava la vista dell'orizzonte, senza che le torce potessero aiutare granché.
"Vitale, vedi qualcosa lì? Buttaci un po' più di luce..."
La voce apparentemente fredda del brigadiere trasudava tensione: qualcosa si intravedeva lontano, quando qualche lampo rompeva il buio della notte, ma non si capiva cosa... 
"Torna al comando e riferisci che buttino un occhio nel settore del vecchio pontile", disse rivolto al terzo finanziere, attardato da un bisogno fisiologico.
Mentre l'altro si allontanava, Arena estrasse la sua piccola Beretta 34 d'ordinanza dalla fondina, tolse la sicura e inginocchiandosi tra le canne sferzate dal vento e dalla pioggia disse, guardando in quella direzione: "Vitale, punta il 91 verso il mare e spara!"
L'appuntato Mario Vitale, un po' intimorito, imbracciò affannosamente il fucile, mirò ad un punto immaginario davanti a sé e al segno del superiore fece fuoco insieme con lui.

All'improvviso, come obbedendo al medesimo ordine, si accesero le potentissime luci di alcuni proiettori alle loro spalle, illuminando a giorno per un breve, lunghissimo attimo, tutto il nero che fino a quell'attimo incombeva davanti a loro: decine di imbarcazioni avanzavano silenziosamente tra le onde verso la spiaggia!
Subito dopo le batterie costiere italiane aprirono anch'esse il fuoco ma quasi contemporaneamente, dal mare, decine, forse centinaia di lampi rossi si accesero lungo la linea sconfinata dell'orizzonte, seguiti da una serie di sibili.
"Via da qui, porca puttana!!!", urlò Arena.
Dopo pochi secondi decine di proietti di grosso calibro, in rapida successione, uno più preciso dell'altro, uno più mortale dell'altro, cominciarono a cadere proprio lì, di fronte agli stupiti finanzieri.
Era successo che pochi secondi prima il comandante del CDXXIX° battaglione costiero, il maggiore Arnaldo Rabellino, aveva segnalato al comando brigata i primi mezzi da sbarco in direzione di Senia Ferrata: le artiglierie costiere avevano aperto il fuoco, rivelando la loro posizione alla forza navale diretta su Gela, la Task Force 81 ai comandi del Contrammiraglio John Leslie Hall Jr., presente sulla nave comando Amphibious Personnel Attack APA-26 Samuel Chase
Che aveva immediatamente risposto.

I due militari, inforcate in fretta e furia le biciclette, si fiondarono verso il comando, ma una granata esplosa poco lontano li fece cadere a terra: Vitale si rialzò, spaventato ma illeso, ma una scheggia aveva gravemente ferito Arena, che si lamentava penosamente.
Il giovane appuntato lo sollevò con cautela e lo strinse a sé, cominciando a correre verso la città, con Arena che pure cercava di spingere sui piedi per non gravare troppo col suo peso.

Con l'affanno che mozzava il respiro, sporchi di pioggia, sangue e sabbia, i due finanzieri cercavano di ripararsi dietro le dune e i fitti canneti, con la spiaggia sempre più incenerita dagli scoppi, mentre alle loro spalle li inseguivano centinaia di proiettili, creando vistosi sbuffi di sabbia sulla spiaggia resa compatta dalla pioggia battente: erano le mitragliatrici pesanti da 12,7 mm dei mezzi anfibi, gli LCVP (Landing Craft Vehicle and Personnel), usciti dalle prime navi da sbarco per la fanteria ed i carri, le più grosse LSI (Landing Ship Infantry)LST (Landing Ship Tanks) e le più piccole LCI (Landing Craft Infantry) LCT (Landing Craft Tanks).

Una fotoelettrica della contraerea italiana distrutta e abbandonata sul lungomare di Gela
Sotto i colpi del cacciatorpediniere Shubrick si spensero uno dietro l'altro due proiettori delle difese costiere a Casa Marletta, a poche centinaia di metri dalla 49° batteria di Capo Soprano, e subito dopo saltò in aria la polveriera di Ospizio Marino.
Lo spostamento d'aria scagliò lontano i due finanzieri.
Arena restò incosciente a terra, coperto di sangue: Vitale lo prese sulle spalle e cominciò a risalire la spiaggia, con le esplosioni che sembravano prenderli accuratamente di mira ad ogni passo, ed a portarlo presso un conoscente, ormai in gravi condizioni, per farlo sdraiare su un letto morbido.
Santo Arena sarebbe morto dopo sei giorni d'agonia senza più riprendere conoscenza, in una nave ospedale americana: come tradizione quando si muore in mare, le sue spoglie riposano ora da qualche parte in fondo al Mediterraneo.
Vitale sarebbe tornato a fare il suo dovere di soldato: avrebbe combattuto come un matto assieme ai suoi compagni quello stesso giorno a Gela, nel caposaldo dei giardini pubblici, e come loro sarebbe stato sconfitto, per poi scomparire dalla Storia come accadde a quasi tutti i 650 finanzieri nell'isola che, suddivisi in unità di poche decine di uomini pomposamente chiamate brigate litoranee, si trovarono improvvisamente chiamati a combattere in prima linea nei Posti di Osservazione Costiera (P.O.C.)*, nei Posti di Osservazione e Allarme (P.O.A.)** e nei Posti di Blocco Costiero (P.B.C.)***.

Tutti dislocati sulla costa, fissi e numerati, con compiti di vigilanza, scoperta e allarme contro convogli e natanti nemici e tentativi di sbarco (costituiti di norma da 5 o 6 uomini, in genere armati di MAB e comandati da un graduato, con pistola Very di segnalazione luminosa, linea telefonica collegata coi reparti retrostanti e strumentazione per determinare l'Azimut degli obiettivi marini).
** Nuclei fissi in genere formati da reparti confinari (G. a F. e, appunto, Regia Guardia di Finanza) in zone adatte per l'osservazione e la segnalazione dell'eventuale presenza e attività del nemico.
*** Anche improvvisati, spesso però fissi, con compiti di sbarramento delle rotabili, muniti di armi automatiche e spesso pezzi controcarro, nonché di racchette illuminanti e piccoli fari.

Mentre le fotoelettriche inondavano il mare ribollente di pioggia e di urla belluine, e l'aria, satura dei suoni e degli odori della battaglia, era solcata dai traccianti dell'una e dell'altra parte, i piccoli L.C.A. (Landing Craft Assault) lunghi 13 metri, ognuno con 36 uomini armati di tutto punto più 4 d'equipaggio, si avvicinavano a riva protetti dalla nebbia artificiale, tra gli sbuffi dei proietti scagliati dalle batterie campali italiane da 75/27 del XXI° gruppo CK (Cannoni Krupp) della Guardia alla Frontiera del tenente colonnello Salvatore Lauritano.

Gli orologi segnavano le 03,10 di notte di sabato 10 luglio 1943.
Era cominciata l'Operazione "Husky"sarebbe passata alla Storia come lo Sbarco di Sicilia.
Gela era proprio al centro dell'area attaccata.

Un lavoro del pittore Mitchell Jamieson, tenente della Marina U.S.A.,
che mostra un'immagine panoramica (dalla prospetiva del timoniere)
dei soldati ammassati in un mezzo da sbarco davanti a Gela (tratto da



PRIMO ATTO
LA FINE DEL SOGNO IMPERIALE

Bernard Cyril Freyberg accetta la resa di Giovanni Messe (a sinistra)

L'11 maggio 1943 nel settore di Enfidaville in Tunisia la 5. PanzerArmèe (V° armata corazzata) tedesca del Generaloberst* Hans Jurgen von Arnim si era arresa agli anglo-americani e ai francesi, seguita solo alle 12,30 del 13 maggio dalla I° Armata italiana del Generale d'Armata Giovanni Messe, un famoso e pluridecorato generale 60enne dei bersaglieri, brindisino di Mesagne, ritenuto unanimemente il migliore italiano, già comandante del Corpo di Spedizione Italiano in Russia (C.S.I.R.), ma notissimo soprattutto per aver strappato durante la Grande Guerra agli Austro-Ungarici il 15 giugno 1918 sul Monte Grappa alla testa degli arditi del suo IX° Reparto d'Assalto il Col Moschin.

* Colonnello Generale, grado equivalente a quello italiano di Generale d'Armata.

Come si era giunti fino a questo punto?
Ripercorriamo insieme in breve ciò che era successo nei 35 mesi precedenti, a partire dall'inizio: la velleitaria offensiva della X° armata italiana di Rodolfo Graziani della prima metà di settembre del 1940.

PRIMO QUADRO
PRIMI SCHIAFFONI IN NORD AFRICA
 


Il sogno imperiale di Mussolini era quello indicato nella cartina sopra (tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Libia_italiana): riunire la fascia costiera libica, la Tunisia, i territori alpini e rivieraschi francesi, l'Istria, la Dalmazia e l'Albania (territori entro la fascia arancione) direttamente al territorio metropolitano della Madre Patria e annettere il resto della Libia -comprendente le parti interne della Tripolitania e della Cirenaica, il deserto della Marmarica e il Fezzan- più il Sudan, l'Egitto, la Somalia inglese e francese insieme all'Africa Orientale Italiana (circoscritti entro la fascia verde) al nuovo Impero Italiano.
Il problema a questo punto era solo uno: come farlo?

    1. UN'APPARENTE SITUAZIONE FAVOREVOLE  IN NORD AFRICA

Quando Benito Mussolini era entrato in guerra, il 10 giugno 1940, lo aveva fatto quasi a forza, sorpreso dalla rapidità delle avanzate tedesche in tutt'Europa, dal crollo della Polonia, il cui esercito era molto considerato, da quelli più scontati di Olanda, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Norvegia, e soprattutto da quello assolutamente inaspettato della Francia, il cui esercito era ritenuto da quasi tutti gli analisti all'inizio del conflitto il più forte del mondo.
Ritenendo a quel punto, per non fare la figura del fanfarone o, peggio, del vigliacco, o per il prestigio dell'Italia, o magari più sottilmente per paura del suo stesso alleato,  di non poter più restare in disparte, immerso in quell'ambigua situazione di "non belligeranza", la classica soluzione di compromesso, mezza e mezza tra la guerra e la pace, che il solito genio italico aveva partorito pur di non sbilanciarsi in un senso o nell'altro, ponendosi così idealmente a favore dell'uno, ma nel concreto non volendo nemmeno apparire nemico dell'altro (con cui non trascurava nemmeno di fare affari, nel frattempo), il Duce si era finalmente deciso a compiere il Grande Passo, ma senza avere le idee realmente chiare sul COME farlo.
Premesso che c'era in linea di principio la volontà di impadronirsi o quanto meno di acquisire una forte sfera d'influenza nei Balcani, ritenuti il cortile di casa dell'Italia, e soprattutto di prendersi tutte le colonie francesi e britanniche del Continente Nero (da incorporare direttamente all'Impero Coloniale nato con la conquista dell'Etiopia nel 1936 o da trasformare in autentici protettorati sotto il controllo di Roma), le direttive generali stabilite dal Duce il 31 marzo 1940 in vista dell'imminente entrata nel conflitto prevedevano un atteggiamento assai cauto e difensivo nei confronti direttamente dei nostri nemici più forti, Francia e Inghilterra, mentre decisamente più ambiziosa sarebbe dovuta essere l'azione da compiersi nei territori balcanici.

I piani predisposti dai nostri Stati Maggiori risentivano pesantemente di questa differenza d'impostazione e non apparivano in verità così all'altezza delle ambizioni proclamate a piena voce dal Duce in tutte le piazze d'Italia: quelli stabiliti ad esempio per la nostra forte flotta nelle acque domestiche del Mediterraneo (che doveva contrapporsi a quella francese e alla Mediterranean Fleet britannica), o ideati per contrapporsi nel settore delle Alpi occidentali alla Francia (che il Duce temeva ancora nonostante fosse ormai moribonda) risultavano infatti abbastanza timidi, ai limiti dell'inazione, mentre al contrario sin troppo boriosi, confusi, contraddittori, superficiali (tanto da essere ripetutamente cambiati ogni mese), apparivano quelli previsti per il fronte balcanico (un giorno Mussolini voleva occupare la Jugoslavia, un altro la Grecia, poi di nuovo la prima, poi la seconda, una volta con un certo numero di divisioni, poi con la metà, poi un po' di più, poi un po' di meno...) 
Sappiamo a cosa avrebbe portato tutto questo, cioè alle modestissime conquiste territoriali sulle Alpi francesi (i Col di Briga, Tenda, la cittadina di Mentone, qualche lieve correzione di confine ai valichi, non molto di più, a un prezzo largamente superiore al risultato, comunque ben più di quanto patito dai francesi) e soprattutto all'assurda invasione della Grecia dell'ottobre 1940 (che meriterà di sicuro un lavoro a parte), ma anche ciò che sarebbe accaduto in Africa non sarebbe stato da meno.

L'ESERCITO DELL'A.S.I. ALLA VIGILIA DELLA GUERRA

Italo Balbo neogovernatore all'arrivo in Libia nel gennaio 1934
Al momento dell'entrata in guerra, dopo il recente arrivo dalla Madre Patria di un grosso contingente di circa 80.000 uomini, il prestigiosissimo Maresciallo dell'Aria Italo Balbo, un quadrumviro della prima ora, dal 1934 
Governatore della Libia e Comandante Superiore della Forze Armate dell'Africa Settentrionale Italiana (A.S.I.), l'unico per popolarità in grado di eguagliare il Duce Benito Mussolini (di cui era amico e leale collaboratore da anni), aveva qui ben due armate disponibili, che potevano contare sul supporto dall'aria dei circa 300 velivoli della V° squadra aerea del Generale Felice Porro (solo 151 però di prima linea):

Italo Gariboldi
1) la V° armata di Tripolitania, agli ordini del Generale d'Armata Italo Gariboldi, era schierata con 8 divisioni di fanteria, di cui due di camicie nere, a difesa del confine libico-tunisino e della fascia costiera nord-occidentale della Libia, con 122.901 soldati nazionali e 5.808 libici, in complesso quindi 128.709 uomini, distribuiti su tre corpi d'armata: il X° del Generale di Corpo d'Armata Alberto Barbieri (25° Bologna, 55° Savona e 60° Sabratha); il XX° di Ferdinando Cona (17° Pavia, 27° Brescia 61° Sirte); il XXIII° di Annibale "Barba elettrica" Bergonzoli, l'unico motorizzato (1° CC.NN. 23 marzo 2° CC.NN. 28 ottobre);

Mario Berti
2) la X° armata di Cirenaica, sotto i comandi del Generale d'Armata Mario Berti, era posta a presidio del confine con l'Egitto e disponeva di 7 divisioni di fanteria (di cui una di camicie nere e due libiche), più un raggruppamento motorizzato, con 70.871 italiani e 28.495 libici per un totale di 99.366 uomini, anche qui su tre corpi d'armata: il XXI° del Generale di Corpo d'Armata Lorenzo Dalmazzo (62° Marmarica e 63° Cirene); il XXII° di Enrico Pitassi Mannella (64° Catanzaro e 4° CC.NN. 3 gennaio); il neonato Gruppo Divisioni Libiche di Sebastiano Gallina (1° libica, 2° libica e raggruppamento sahariano, ottenuto riunendo insieme il raggruppamento battaglioni libici, due compagnie sahariane e una di Meharisti, i soldati indigeni che montavano sui dromedari).

Già così erano 228.075 uomini, ma con le truppe di supporto e quelle di riserva si arrivava a  un totale di ben 250.000 uomini e più, con 1.811 pezzi d'artiglieria e 339 carri armati, virtualmente l'esercito più forte e numeroso d'Africa, ben superiore nell'insieme a quelli riuniti delle colonie circonvicine di Francia e Gran Bretagna, anche se le forze nemiche venivano largamente sovradimensionate.

GLI ITALIANI SOVRASTIMANO I NUMERI DEL NEMICO
Charles Auguste Paul Nogués
Il Servizio Informazioni Militare (S.I.M.) del Regio Esercito stimava infatti la presenza di 8 divisioni francesi al comando del 64enne Generale Charles A.P. Nogués, ritenendole però tutte schierate tra Biserta e la linea fortificata del Mareth, quindi alle porte della Libia, mentre in realtà esse coprivano tutta la fascia costiera che andava dal confine con la Libia italiana fino a quello col Marocco spagnolo, e per di più erano 8 solo in teoria, perché solo 5 erano in concreto operative (81° e 180° di fanteria alla frontiera tunisina e sulla linea del Mareth, insieme con la 4° brigata di cavalleria, un battaglione corazzato e unità di truppe indigene irregolari Goumiers; 88° di fanteria sulla costa tra Biserta e Sfax; 83° di fanteria con un altro battaglione corazzato a Sfax; 6° di cavalleria leggera di riserva a Gafsa; un ultimo battaglione corazzato a ovest di Tunisi).

Archibald Wavell Percival
Quanto alle forze britanniche, invece, si riteneva che a disposizione del 57enne Feldmaresciallo Sir Archibald Wavell Percival, Commander in Chief of the Middle East Command (comandante in capo del Comando del Medio Oriente) vi fosse in Egitto una forza di 5 divisioni, con circa 100/105.000 uomini in totale, e questo nonostante l'Egitto fosse uno Stato formalmente sovrano dal 1922 sotto la guida di Re Farouch e avesse proclamato ufficialmente la sua neutralità, cosa che però non nascondeva affatto la realtà, quella di una Monarchia molto debole costretta ad appoggiarsi alle Armi britanniche per stare in piedi, con un popolo molto orgoglioso che in larga parte, apertamente sobillato sia dalla Germania che dall'Italia, tifava invece per l'Asse.

Come quello relativo ai francesi, anche per i britannici il dato era profondamente inesatto nei numeri, sia perché vi erano ricompresi 40.000 uomini dell'esercito egiziano (anche se effettivamente erano stati stretti accordi di stretta collaborazione con le forze di Londra presenti in loco), sia perché comunque i soldati britannici non erano affatto poco più di 60.000 (si valutavano circa 40.000 inglesi, 15.000 indiani, 7.000 neozelandesi, 1.500 rhodesiani), ma solo 36.000, appartenenti fondamentalmente a due sole divisioni, nemmeno complete (anche se, per parola dello stesso Wavell,  con tutti i loro elementi costitutivi), cioè  la 
7° corazzata britannica e la 4° di fanteria indiana, più una terza, la 2° neozelandese, stavolta largamente sotto organico (con tre battaglioni di fanteria, uno mitraglieri, un reggimento di cavalleria ed uno di artiglieria da campagna), cui si aggiungevano  altri 14 battaglioni inglesi di fanteria e due reggimenti di artiglieria, uno pesante e uno da campagna.

Henry Maitland
"Jumbo" Wilson
Richard Nugent O' Connor
Erano truppe tutte appartenenti alla 
West Desert Force del Tenente Generale Sir Richard Nugent O'Connor, a sua volta formalmente alle dipendenze dell'Armata del Nilo del General Officer Commanding in Chief (G.O.C.-in-C)* Henry Maitland "Jumbo" Wilson (destinata a diventare un anno dopo l'VIII° armata britannica): un nome altisonante, scelto apposta per impressionare gli italiani, dietro cui si nascondeva però semplicemente un comando strategico a chiamata, che come consistenza operativa aveva appunto in quel momento solo quella fornita dalle truppe di O'Connor, pari più o meno, mettendo insieme tutto, a 4 divisioni.
Tutto sommato nemmeno lontanissima da quella stimata dal S.I.M., ma di sicuro nel complesso poco più di un terzo rispetto a  ciò che in realtà si pensasse.

* Ufficiale Generale Comandante in Capo: grado presente negli eserciti britannico, irlandese e del Commonwealth (compreso quello indiano), e con termini diversi anche nelle forze armate U.S.A., che indica un alto ufficiale responsabile a livello apicale di un determinato comando, di specialità, arma o territoriale.

Maxime Weygand
Eppure, nonostante una simile sopravvalutazione delle difese nemiche, o forse proprio per questo (in una riunione presso lo Stato Maggiore Generale tenutasi il 6 maggio 1940, quando le forze italiane in Libia ammontavano a solo 140.000 uomini, si era giunti addirittura a parlare, oltre che di 100.000 britannici, di 314.000 francesi a ovest cui erano da aggiungerne altri 200.000 dell'armata del Generale Maxime Weygand in Siria, paventando quindi un'inferiorità numerica italiana complessiva in un rapporto di 1:6!), anche qui le direttive generali del Duce prevedevano un generale atteggiamento difensivo.

Pietro Badoglio
Nonostante lo stesso Capo di Stato Maggiore Generale, il Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, dicesse bontà sua a una nuova riunione dell'11 maggio successivo di ritenere "poco probabile" che tutte le forze anglo-francesi si rivolgessero "contemporaneamente contro di noi anche per ragioni d'acqua specie al confine egiziano", la strategia italiana si poteva riassumere così in una sola sua frase:
"Tenere ben chiuse le porte di casa".
(Prendo tutti questi dati, numerici e non, da Eddy Bauer, "Storia controversa della seconda guerra mondiale", Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1970, Vol. 2 -1940, pagg. 273 ss., da Emanuele Cattarossi, "Delusione nel deserto- Dall'entrata in guerra (10-6-1940) alla vigilia del contrattacco inglese (9-12-1940)", che trovate QUI; da Luciano Pezzolo, "L'offensiva italiana in Africa Settentrionale nel secondo semestre del 1940: la conquista di Sidi El Barrani. Errore tattico e strategico?", tesi di laurea discussa presso l'Università Ca' Foscari di Venezia al termine dell'anno 2012/13, che trovate QUI; e  da Lucio Ceva, "Balbo e la preparazione della guerra in Africa settentrionale", breve saggio monografico sul n. 243 di Italia contemporanea, giugno 2006, che trovate  QUI).

LA RESA DELLA FRANCIA CAMBIA TUTTO
Non c'era in realtà molto da stupirsene, però: poiché la nostra colonia di Libia era stretta tra la Tunisia francese a ovest e l'Egitto inglese a est era logico presupporre che sarebbe stato assai difficoltoso a guerra iniziata assicurare l'arrivo dei nostri trasporti di rinforzi dalla Madre Patria, quindi era assolutamente prioritario rendere innanzi tutto sicura la base aeronavale di Tobruch e il piccolo centro costiero di Bardia Littoria, sistemato a deposito e centro idrico avanzato, e in un secondo momento garantire una zona di manovra poco a sud (20 Km) di Tobruch, nei pressi di El Adem, e sistemare le poche ridotte al confine libico-egiziano, un confine che dal tempo dell'ultima guerra coloniale vinta da Badoglio e Graziani contro le mehalle libiche ribelli era percorso per tutta la sua lunghezza (270 Km) dalla costa fino al marabutto di Giarabub, centro motore della guerriglia dell'Emiro senussita, da una fitta siepe di filo spinato allo scopo di prevenire infiltrazioni ed esfiltrazioni indebite da e per Egitto.

Tutto però era cambiato il 24 giugno dopo la firma dell'Armistizio di Villa Incisa con l'Italia da parte della Francia.
Nonostante la forte delusione per la mancata cessione al Regno d'Italia della Tunisia, da sempre bramata dalle classi dirigenti italiane sin dai primi tempi dell'Italia unita, sulla quale (e con tutte le sue buone ragioni) la Francia non aveva voluto cedere di un passo, i negoziatori italiani avevano quantomeno ottenuto la demilitarizzazione della linea del Mareth costruita in funzione anti italiana.
In tal modo il XXIII° C.A. della V° armata di Gariboldi schierata al confine con la Tunisia francese poté essere assegnato alla X° di Berti, rendendo decisamente possibile agli occhi di Mussolini, ma non solo suoi, il Grande Sogno di un attacco diretto in forze all'Egitto.
La data prevista per il giorno J era quella del 15 luglio 1940.

2. GLI INGLESI OCCUPANO I CAPISALDI ITALIANI DI CONFINE 

A dare ulteriore linfa a certi propositi bellicosi aveva dato un bel contributo in verità proprio il nemico, che ben consapevole del reale stato dell'arte delle truppe che si trovava di fronte un po' per allentare la pressione italiana sempre più forte davanti al confine, un po' per rafforzare le errate convinzioni degli Alti Comandi di Tripoli sulla effettiva consistenza e capacità combattiva delle forze che si trovavano di fronte in Egitto, si era reso autore il 14 giugno, a pochissime ore dall'inizio della guerra, di un clamoroso doppio colpo di mano ai danni degli italiani, quando le autoblindo (tutte Rolls-Royce 1924 Pattern e Morris CS9/LAC) dell'11° Ussari del Principe Alberto (11th Hussars Prince Albert's Own) comandato dal tenente colonnello John F.B. Combeuno dei tre reggimenti di cavalleria della 4° brigata corazzata agli ordini del Brigadier Generale John Alan Lyde "Blood" Caunter (un fegataccio divenuto famoso in Patria quand'era capitano dopo esser riuscito a fuggire nel luglio 1917 da un campo di concentramento tedesco dopo tre anni di prigionia), si erano beffardamente impadronite di due forti della Guardia alla Frontiera tenuti da alcuni plotoni di mitraglieri libici guidati da ufficiali italiani  posti entrambi a ridosso del confine.

John Frederick Boyce Combe
Gli italiani non si attendevano problemi in quel settore, perché risultava che dall'altra parte del confine vi fossero le sole unità della pur efficiente Egyptian Mobile Force, la forza mobile egiziana di confine (l'ex brigata di cavalleria del Cairo, composta da cinque squadroni a bordo di veicoli "Pick up" della Ford, tre dislocati nell'area di Sollum e due presso l'oasi di Siwa), mentre decisamente più arretrati erano i pochi reparti di vera eccellenza presenti sul terreno nelle file britanniche, quelli della 4° brigata corazzata: tra SollumSidi El Barrani e Bir Esc Scegga erano schierati i tre reggimenti di ussari, il citato 11°, il 7° Ussari della Regina (7th Queen's Own Hussars) e l'8° Ussari irlandesi del Re (8th Kings's Royal Irish Hussars), più il 7° gruppo di supporto, formato da  due batterie dell'artiglieria reale a cavallo (Royal Horse Artillery), cioè la M del 3° reggimento anticarro e la C del 4° campale, più il 1° battaglione del reggimento fucilieri del Re (King's Royal Rifle Corps), e il 2° della brigata fucilieri del Principe Consorte (Rifle Brigade The Prince Consort's Own), mentre il 6° carri (6th Royal Tank Regiment) era ancora più lontano a El Maktila, 10 chilometri a est di Sidi El Barrani.
Michael O'Moore Creagh
Addirittura più distanti poi, dislocate presso Marsa Matruh, erano le truppe della 7° brigata corazzata, l'altra brigata che insieme alla 4° componeva la neonata 7° divisione corazzata agli ordini del Maggior Generale Sir Michael O'Moore "Dickie" Creagh.
Ecco perché quando l'attacco era scattato, nella notte tra il 10 e l'11 giugno, aveva colto completamente di sorpresa l'intero dispositivo difensivo italiano.

PRIME MOSSE INGLESI (10-13 GIUGNO 1940)
Una Rolls-Royce 1924 Pattern dell'11° Ussari 
a Bardia Littoria nel 1940
Tutti e tre gli squadroni dell'11° Ussari, montati a bordo di 34 autoblindo Rolls-Royce 1924 Pattern (costruite sul telaio della Silver Ghost, lo stesso tipo di auto su cui viaggiava l'Arciduca Francesco Ferdinando ucciso a Sarajevo nel 1914, ma più pesanti, veloci e corazzate di quelle della stessa casa della prima guerra mondiale) e di 30 Morris CS9 (costruite sul telaio allungato del diffusissimo autocarro militare leggero britannico CS8 4x2 da 15 CWT, cioè 750 Kg di portata), entrambe pesanti 4,5 tonnellate, munite di torretta biposto a cielo aperto e armate con un fucilone anticarro Boys 0.55 Mk. I da 13,97 mm, un mitragliatore Bren antiaereo in calibro 0.303 (7,62 mm) e un lanciagranate fumogene al posto della sola mitragliatrice Vickers da 7,7 mm delle loro progenitrici, partiti nella notte insieme col 7° gruppo meccanizzato di supporto (eccettuata la batteria anticarro) dal loro punto di raccolta situato a circa 80 chilometri dal confine, dopo esser riusciti a penetrare all'interno della Libia praticando silenziosamente dei grossi varchi nella recinzione di filo spinato (per loro fortuna non elettrificata e assicurata con dei semplici pali di legno al terreno), avevano provveduto a tagliare i pochi collegamenti radio-telefonici tra Bardia, Tobruch e i vari comandi di settore e divisionali e successivamente organizzato imboscate e posti di blocco lungo le rare camionabili presenti, inviandovi in avanscoperta dei grossi pattuglioni.

Una Morris CS9/LAC dello Squadrone C 
del 12° Lancieri Reale del Principe di Galles 
(12th Royal Lancers Prince of Wales' Own
a Villiers St. Simon in Francia nel 1939
Questo aveva loro consentito di intercettare e catturare piccole unità nemiche in perlustrazione e poi di 
neutralizzare quasi senza sparare un colpo i vari piccoli capisaldi minori presenti tra la piazzaforte di Bardia sulla costa e l'oasi fortificata di Giarabub più all'interno, quasi 300 chilometri più a sud: a nord Bir GhirbaSidi Omar e Bir Esc Sceferzen, appartenenti al sottosettore costiero XXXI/a della G.aF., a sud Uescechet El Eira, El GarnEl Greil ed Esc Scegga, del sottosettore XXXI/b della G.aF.
La perdita di quei capisaldi, tutti occupati, dati alle fiamme o lasciati abbandonati dai pochi e spauriti difensori costretti a ritirarsi (una settantina di essi tra nazionali e libici vennero fatti prigionieri già all'alba del 12, probabilmente i primi soldati italiani della guerra, e diversi di loro nemmeno erano a conoscenza dell'inizio delle ostilità!), sarebbe stata fatale, perché introduceva un formidabile cuneo offensivo all'interno delle difese italiane, con la possibilità di muovere risolutamente sia a nord che a sud dell'intera linea di confine.

CADONO LE RIDOTTE MADDALENA E CAPUZZO (14 GIUGNO)
Ormai rimaste pressoché isolate, infatti, la mattina del 14 erano così cadute quasi senza reazione prima più a sud, sotto l'attacco dello squadrone A, nonostante un fallito bombardamento aereo compiuto alle 09,17 dai Bristol Blenheim della R.A.F. (finito completamente fuori bersaglio), la Ridotta Maddalena, primo caposaldo del sottosettore XXXI/b, difeso da soli 13 libici e 5 italiani armati di fucili e qualche mitragliatrice, poi più a nord verso mezzogiorno per opera dello squadrone B anche la ben più solida Ridotta Capuzzodopo Bardia il principale caposaldo italiano del sottosettore XXXI/a, situata a soli 5 chilometri dal confine egiziano, poco a sud di Amseat.
Detta anche Trigh Capuzzo Amseat (trigh o tarigh in arabo significa "via, cammino, strada" e Amseat è il nome di quella regione di confine), quella fortezza, che portava il nome del maggiore pilota Ferruccio Capuzzo, trucidato con tutto il suo equipaggio da predoni arabi il 25 febbraio 1925, all'epoca della cosiddetta "riconquista della Libia", dopo essere atterrato col suo aereo per errore al di là del confine egiziano, costituiva uno strategico punto di passaggio obbligato per gli automezzi in transito dalla Libia per l'Egitto e viceversa ed era pertanto presidiata da qualche giorno da una guarnigione rafforzata di ben 200 uomini della G.aF., per la maggior parte libici: anch'essa bombardata inutilmente a inizio mattina dalla R.A.F., dopo aver tenuto botta per un po' ai primi attacchi della autoblindo dell'11° e alle cannonate degli obici-cannoni campali da 87,6 mm del 4° artiglieria si era però definitivamente arresa alla comparsa dei primi carri leggeri  degli altri due reggimenti di ussari!

La Ridotta Capuzzo dopo l'attacco

Un carro leggero Vickers Mk. VI B
Quella rapidissima e letale azione era servita infatti ad aprire la strada ai reparti corazzati veri e propri della 4° brigata, quelli leggeri del 7° e dell'8° Ussari e quelli medi del 6° carri reale.
Proprio i 59 carri leggeri del 7° e dell'8°  Ussari, tutti obsoleti Vickers Mk. VI B da 5 tonnellate, armati con solo due mitragliatrici pesanti Vickers da 0.50* e 0.303**, erano stati i primi ad esondare su tutto l'arco di fronte e a occupare l'intera linea che andava da Capuzzo a Scegga, con l'eccezione delle due piazzeforti poste ai suoi due rispettivi estremi, quelle di Bardia e Giarabub, sedi dei rispettivi comandi di settore e pertanto presidiate da forze ben più consistenti (pari per entrambe a una compagnia di fanteria libica distribuita su più pattuglie a bordo di camionette leggere armate), senza però andare oltre a causa della minacciosa presenza a tergo dell'intera linea del confine di tutte e tre le divisioni del XXI° C.A. del Generale Lorenzo Dalmazzo (subentrato il 10 giugno al posto di Francesco Guidi), la Marmarica di Ruggero Tracchia tra Bardia e la Ridotta Capuzzo, a sbarramento della rotabile Sollum-Tobruch, la 1° libica di Luigi Sibille tra Sidi Azeiz e Gabr Saleh, a sbarramento della direttrice Bir Esc Sceferzen-Bir El Gobi e la Cirene di Carlo Spatocco in seconda schiera nella zona di El Adem.

* Traggo da Wikipedia: mitragliatrice pesante che usa una munizione derivata dalla cal. 0.303 ma più potente perché dimensionata per l'impiego di cartucce calibro .5 pollici (12,7 x 81 mm rimless, da cui deriva l'italiana 12,7 x 81 mm SR), dello stesso calibro ma meno potente della statunitense .50 BMG (12,7 x 99 mm NATO).
** Traggo anche qui da Wikipedia: mitragliatrice media di fabbricazione inglese originariamente chiamata Vickers-Maxim che usa una cartuccia con collarino flangiato progettata nel 1888 in Gran Bretagna, inizialmente per essere caricata a polvere nera, poi a cordite e infine a polvere infume, che nasce con pallottola Round-Nose da 215 grani, cambiata nel 1910, col modello Mk VII, con un proiettile "spitzer" da 174 grani, divenuta munizione d'ordinanza anche nei fucili Lee-Medford e Lee-Enfield oltre che nelle mitragliatrici Vickers e Lewis e poi sostituita nel 1950 dalla 7,62 x 51 mm NATO. Nella biografia italiana la cartuccia 0.303 British è chiamata 7,7 x 56 mm R.

LO SCONTRO DI SIDI AZEIZ
Se ne erano accorti a loro spese proprio alcuni carri leggeri del 7° Ussari impegnati a supportare l'azione contro Sidi Azeiz, una località posta circa 10 chilometri a nord- ovest di Capuzzo.
Qui lo squadrone C dell'11° Ussari, a differenza degli altri, era stato duramente respinto la stessa mattina del 14, mentre tentava una ricognizione sulla rotabile Bardia-Tobruch, dal Gruppo Garelli (dal nome del suo comandante).
Quella forte unità di formazione, composta dai tre battaglioni libici (III°, IV° e XIX°) del I° raggruppamento di fanteria della 1° divisione libica rinforzati dal VI° gruppo di artiglieria della G.aF. su 4 batterie campali da posizione da 77/28 e due compagnie di 12 carri leggeri L 3/35 del IX° battaglione carri L, gli aveva infatti teso una trappola assai astuta: la fanteria si era appostata in cima al crinale che dominava la rotabile che portava alla ridotta, protetta da un piccolo campo minato davanti a sé, mentre le batterie d'artiglieria erano rimaste dietro a quella cresta insieme con i carri L 3.
Quando erano state avvistate le autoblindo nemiche in avvicinamento i vecchi cannoni-obici  da 77/28, tutti di preda bellica austro-ungarica del 1918, avevano così aperto il fuoco su di loro da 5.000 metri nascosti da quel costone, insieme ai fanti dalla cima, inducendole a dividersi in due distaccamenti per avvolgere le artiglierie su entrambi i lati, con l'incarico dato ai sopravvenienti carri Vickers del 7° di caricare loro gli Ascari libici: questi ultimi, però, all'arrivo dei piccoli corazzati britannici si erano improvvisamente ritirati indietro per farsi inseguire e così facendo li avevano attirati all'interno del campo minato! 

La trappola era riuscita in pieno, perché ben tre Vickers erano saltati in aria costringendo gli altri a fermarsi nel bel mezzo del campo minato e a diventare così bersagli perfetti  per il preciso fuoco di soppressione dei pezzi italiani, che ne aveva eliminati diversi altri prima che quelli superstiti riuscissero a ripiegare alle posizioni di partenza.
Il successo era stato però solo parziale: le autoblindo, dopo aver cercato inutilmente di attirare su di loro il fuoco dei pezzi italo-libici per dare modo a quelli del 4° artiglieria di iniziare il fuoco di controbatteria, avevano ricevuto a loro volta alle 16,30 dal tenente colonnello Combe, una volta avuta notizia della presa di Capuzzo, l'ordine di riprendere la ricognizione verso Bardia.
A proteggere il loro ripiegamento era stato inviato lì proprio il vittorioso squadrone B dell'11° e in queste circostanze si era verificato l'ultimo atto dello scontro: a quel punto i 24 carri leggeri italiani si erano infatti lanciati baldanzosamente all'attacco contro le autoblindo provenienti da Capuzzo, ma era bastato un singolo colpo a segno di un fucilone anticarro Boys sparato da una di esse per colpire e penetrare facilmente la fragilissima corazzatura di uno degli L 3, tanto da indurre gli altri a ritirarsi indietro, con somma sorpresa degli stessi inglesi!

L'azione difensiva italiana era stata senz'altro un successo, a parte l'ultimo scontro tra gli L 3 e le autoblindo britanniche, ma alla fine si sarebbe rivelata inutile: il gruppo Garelli, ormai stremato dopo tante ore di battaglia, dopo aver subito anche diverse incursioni aeree, pure da parte della Regia Aeronautica che non aveva conoscenza esatta della sua posizione, decise infatti di ritirarsi a sua volta entro la cinta fortificata della piazzaforte di Bardia.
Tra le perdite subite dagli italiani si sarebbe segnalata quella del 22enne soldato semplice Ferruccio Rossi, del X° gruppo mitraglieri, morto sotto il fuoco dell'artiglieria nemica e decorato per questo con la medaglia d'argento alla memoria (v. https://segretidellastoria.wordpress.com/2020/12/07/il-presidio-di-sid-aziz-e-la-morte-del-soldato-ferruccio-rossi/).

LA CATTURA DEL PRIMO GENERALE ITALIANO (15 GIUGNO)
Alle prime luci del 15 giugno una colonna della divisione Marmarica uscita da Bardia con alcuni pezzi d'artiglieria a rimorchio si era addentrata di nuovo sin lì senza trovare alcuna opposizione armata: trovando abbandonate sia Sidi Azeiz che Capuzzo aveva provveduto a installarvi due nuovi piccoli presidi armati muniti di alcuni cannoni prima di rientrare alla base, ma la situazione permaneva di tutta evidenza assolutamente instabile, se esattamente ventiquattro ore dopo le solite autoblindo di Combe, diventate un vero incubo, stavolta cinque dello squadrone C, dispostesi a sbarramento della cosiddetta Via Balbia sul tratto Tobruch-Bardia dopo aver aggirato da ovest Sidi Azeiz, avevano intercettato intorno alle 07,00 del giorno 16 all'altezza di Marsa Lucch due autovetture non scortate con a bordo degli ufficiali italiani.

Romolo Lastrucci
Tra essi figurava un autentico pezzo grosso
, un sanguigno senese 51enne pluridecorato di Spagna, dove aveva comandato con successo il genio del Corpo Truppe Volontarie (C.T.V.): era il  Generale di Brigata Romolo Lastrucci, comandante del genio del XXI° C.A., destinato a diventarne quello dell'intera X° armata.
Da soli due giorni arrivato in Africa, era alla sua prima (e ultima) ispezione sul confine effettuata insieme coi suoi ufficiali e pochi soldati di scorta a bordo di una delle due auto.
Una di esse sarebbe riuscita a sfuggire alla cattura, ma l'altra, quella con lui dentro, inchiodata sul posto da un guasto tecnico, sarebbe stata presa dopo un breve conflitto a fuoco costato la vita al capitano Francesco Valvo.
Lastrucci, che per sovrappiù recava con sé anche alcune dettagliate mappe della cinta difensiva di Bardia, sarebbe stato il primo generale italiano fatto prigioniero dagli inglesi: dopo due mesi trascorsi in un campo egiziano in allestimento a Geneifa, presso il Grande Lago Amaro, nei dintorni di Suez, avrebbe trascorso il resto della cattività in India, prima a Bombay poi, una volta separato dagli altri prigionieri,  presso un'apposita struttura "per generali" a Dehra Dun, prima di essere definitivamente rimpatriato nel 1944 in quanto "ammalato".
Nel dopoguerra sarebbe stato dal 23 gennaio 1958 al 18 ottobre 1959 vicepresidente nazionale dell'Associazione Nazionale Genieri e Trasmettitori d'Italia (A.N.GE.T.), ma la cosa veramente fuori dal comune fu che il 21 dicembre 1961 gli fu revocata la concessione dell'ultima delle tante onorificenze ricevute, quella di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana concessagli solo due anni e mezzo prima, il 2 giugno 1959!
Sarebbe morto a Roma il 29 settembre 1976.

GLI L 3/35 ITALIANI MASSACRATI A BIR GHIRBA (16 GIUGNO)
A parte la forte irritazione del Duce per questo smacco, sembrava che comunque l'importanza di queste incursioni fosse più simbolica che reale, praticamente un modesto scontro di confine e nulla più, per cui apparentemente nulla sembrava pregiudicato per le Armi italiane.

In realtà però c'era molto da preoccuparsi, perché le due vittoriose ultime campagne militari italiane, quella etiopica e quella spagnola, oltre a prosciugare quasi completamente le casse dello Stato avevano anche letteralmente spolpato le energie delle nostre forze armate, dando loro per sovrappiù alcune false certezze sulla loro reale capacità operativa in confronto alle altre Potenze, sugli sviluppi della guerra moderna, sulla dottrina d'impiego dei carri armati, sulla composizione e l'addestramento delle nostre grandi unità e sul futuro dell'arma aerea: un insieme di fattori negativi che, uniti alla tradizionale pigrizia mentale dei nostri Alti Comandi, all'inadeguatezza del nostro sistema industriale e alla necessità di soddisfare tutte le ditte più o meno grandi interessate alla produzione bellica, si sarebbero tradotti nella realizzazione di uno strumento militare assolutamente impreparato al cimento che lo attendeva da lì a poco.

Non ci sarebbe voluto molto per capirlo.
Un primo campanello d'allarme, forse il secondo in realtà se andiamo indietro solo di due giorni al limitato scontro di Sidi Azeiz dei nostri carri leggeri contro le autoblindo dell'11° Ussari, si sarebbe già avuto quello stesso 16 giugno, quando i carri armati della 4° brigata corazzata inglese (ai piccoli carri leggeri Vickers del 7° e 8° Ussari si erano infatti aggiunti nel frattempo anche i 65 più nuovi e prestanti carri incrociatori Cruiser A 9 Mk. I da 12 e A 10 Mk. II da 14 tonnellate del 6° carri, gli unici carri medi in possesso degli inglesi in quel momento in Egitto, i primi per la cavalleria e i secondi per la fanteria, tutti armati con un cannone da 40 mm e 3 mitragliatrici Vickers da 0.303) avrebbero letteralmente spazzato via a Bir Ghirba un'intera colonna di 18 nostri "carri" leggeri L 3/35, appartenenti a due compagnie  agli ordini del capitano Rizzi del IX° battaglione ma sotto la responsabilità del colonnello Lorenzo D'Avanzo, comandante del 4° reggimento di fanteria carrista, sconsideratamente inviati al contrattacco da Gabr Saleh (sede di gran parte della 1° divisione libica) insieme con l'XI° battaglione libico del maggiore Andolfato (meno il plotone cannoni d'accompagnamento da 65/17 e un plotone di fucilieri, per un totale di 378 uomini) e una batteria autoportata del VI° gruppo G.aF. con 4 pezzi da 77/28 agli ordini del capitano Amodio, con 2 motociclisti e 55 autocarri, con la teorica copertura dall'aria di un totale di 150 apparecchi (v. https://digilander.libero.it/lacorsainfinita/guerra2/40/africa.htm).

Dovevano essere una forza totale di circa 800 uomini, non di più, a cui peraltro vanno detratti sin da subito i 2 motociclisti e una trentina di carri con dentro circa 70 soldati muniti di 8 fucili mitragliatori, che, staccatisi dal grosso, non sarebbero mai riusciti a raggiungere l'intera colonna: sul terreno quindi erano presenti, malcontati circa 700 uomini scarsi, forse meno.
Eppure, l'ordine dato dal Generale di Divisione Luigi Sibille, comandante della 1° libica, era perentorio:
"Distruggere tutti gli elementi nemici penetrati dalla frontiera e mostrare agli inglesi la nostra decisione, la nostra abilità e la nostra volontà di resistere".
In verità l'ordine d'attacco proveniva direttamente dal comando della X° armata, quindi dal Generale d'Armata Mario Berti, che si era autointestato l'esecuzione dell'intera operazione, tanto che lo stesso comandante del XXI° C.A., il Generale di Corpo d'Armata Renzo Dalmazzo, ne sarebbe stato reso edotto solo a cose fatte, ma di chiunque fosse quell'ordine di sicuro si può dire che pretendesse troppo dai nostri poveri carri leggeri, se aveva l'ardire di mandarli avanti come se fossero autentici carri da battaglia e non, com'era nella realtà, semplici cingolette biposto a torretta fissa pesanti circa 3 tonnellate, lunghe poco più di 3 metri, alte circa 1,30, larghe poco meno di 1,50, armate per di più solo con due Breda da 8 mm e provviste di una corazzatura di appena 15 mm che a stento proteggeva dai colpi di fucile!

Il carrista di una tankette L 3/35 e un carabiniere discutono amabilmente tra loro a Tobruch, nel 1942
(foto ricolorata da ROCOlor, tratta dal suo profilo Facebook)
Sin dall'inizio gli L 3 si erano trovati a mal partito nei pressi di Bir Ghirba con elementi dello squadrone C dell'11° Ussari (probabilmente le solite 5 autoblindo che avevano catturato Lastrucci e ucciso Valvo), tanto che ben 5 di essi erano stati messi fuori combattimento dai soliti tremendi fuciloni Boys visti già in azione a Sidi Azeiz: a salvare gli altri era stato il preciso fuoco di uno dei pezzi da 77/28, l'unico automontato, fino a quel momento tenuto nascosto all'interno della colonna italiana, la cui azione aveva costretto le Pattern al riparo di una cresta rocciosa, da dove però potevano tenere sotto controllo i movimenti degli italiani.
A quel punto lo stesso John Combe aveva richiamato sul posto tutte le sue altre autoblindo tranne quelle dello squadrone A impegnato in una ricognizione tra Maddalena e Giarabub e chiesto a Caunter l'intervento del resto della sua brigata: questi aveva risposto inviando sul posto la batteria C del 3° controcarri, armata con pezzi da 2 libbre (40 mm) e soprattutto uno squadrone misto di carri del 7° Ussari, con 4 Vickers e 10 Cruiser, due dei quali però fermatisi per avarie varie nel corso del tragitto fino a lì.

All'apparire di tutta quella roba il povero colonnello D'Avanzo aveva perfettamente capito l'insostenibilità della sua posizione, essendo tutti allo scoperto su un terreno piatto e alla totale mercé di un nemico così più potente che li dominava dall'alto, tanto da richiedere l'immediato soccorso a Berti.
Il comandante della X° armata aveva però passato la richiesta a Dalmazzo, trasmettendogli altresì la responsabilità del comando sull'azione,  ma quello del XXI° C.A.  a sua volta non aveva proprio nulla da poter mandare per tempo in soccorso.
L'unica speranza era l'intervento dell'aviazione, ma c'era da interpellare il competente Comando Superiore e non c'era purtroppo più nemmeno il tempo.
Così, quando alle 11,00 del mattino l'intera massa blindo-corazzata del nemico accese i motori e cominciò a discendere tutta insieme l'altura caricando ad alta velocità contro di loro, D'Avanzo ordinò l'unica mossa possibile: di formare un quadrato difensivo, con i quattro pezzi nascosti agli angoli, l'unico autoportato al centro e gli L 3 a protezione della fanterie, con 7 di essi davanti alla prima linea di difesa.
Sarebbe stato, inevitabilmente, un massacro.

Un carro incrociatore Cruiser A 10 Mk. II

Lorenzo D'Avanzo
I Cruiser erano certamente di per sé carri abbastanza modesti, con numerosi difetti tecnici accentuati dalla loro giovinezza di progetto (sarebbero ben presto subentrate nuove e relativamente più valide versioni), in più come tutti quelli della loro categoria sacrificavano la corazzatura in favore della velocità, ma avevano un pezzo d'artiglieria notevole per quei tempi e proprio per la loro estrema mobilità si adattavano piuttosto bene alla guerra nel deserto, senza contare che comunque erano autentici giganti, anche nella corazzatura, di fronte ai minuscoli L 3, che non potevano avere alcuno scampo in un duello in campo aperto contro di loro: le loro pur ottime Breda nulla potevano se non forse a brevissima distanza, con tutto il rischio che questo poteva comportare, ma era evenienza quasi impossibile comunque da verificarsi perché al contrario i Cruiser potevano tranquillamente centrarli con comodo a distanza.

In quel sanguinoso scontro, passato alla storia come il primo in Africa tra carri armati, l'intera colonna italiana sarebbe stata così annientata e i primi a perire sarebbero stati proprio i carristi dei 7 piccoli L 3, sacrificatisi tutti  davanti alle prime linee della fanteria, che vennero fatti fuori in pochi minuti con solo 7 colpi sparati dai Cruiser, come se si fosse davanti a un tirassegno di paese, un tiro un centro!
Nella sarabanda che ne seguì, mentre anche i fanti libici aprivano il fuoco in un disperato tentativo di autodifesa di fronte a quella marea montante di acciaio e di fuoco, ad esporsi direttamente furono stavolta i pezzi da 77/28, rimasti sino a quel momento silenti e al coperto agli angoli del perimetro difensivo italiano, che cominciarono all'improvviso a sparare contro i carri e le autoblindo inglesi per porre termine a quella che si stava profilando come una vera e propria mattanza per i poveri carri leggeri italiani, consentendo così a quelli superstiti di ripiegare sia pure in disordine, ma attirando consapevolmente su di sé l'intero fuoco nemico.

Ben consapevoli che un solo colpo dei potenti pezzi da 77 italiani poteva agevolmente perforarne la tenera corazzatura (quella delle autoblindo andava al massimo da 9 a 12 mm, quella dei Vickers andava da 4 a 14, e quanto ai Cruiser quella frontale andava da 22,1 a 30, la laterale era di 22,1 mm, la posteriore di 12 e le due inferiore e superiore solo di 7!), le autoblindo e i carri nemici puntarono a questo punto risolutamente le loro posizioni e in particolare l'autocannone, che sin dall'inizio stava dando loro parecchio fastidio, lasciando andare via gli L 3/35 che evidentemente non costituivano per loro un concreto rischio: in un gigantesco mulinello polveroso ravvivato dalle esplosioni delle granate, dalle urla di chi combatteva e dal clangore metallico dei mezzi corazzati in movimento, quel furente scontro si spezzettò così in una serie di duelli singoli tra i pezzi italiani e torme assatanate di Vickers, CruiserPattern e Morris che a torme di quattro o cinque giravano intorno a ognuno di loro sparando all'impazzata soprattutto con le mitragliatrici contro le fanterie e gli artiglieri per tenerli impegnati e poter così serrare sempre più sotto per impedire ai cannoni di fare fuoco a distanza utile.

Nonostante i serventi italiani si opponessero all'inevitabile sparando anche ad alzo zero fino all'esaurimento delle munizioni, tutti i cannoni furono però inesorabilmente neutralizzati uno a uno, costringendo i sopravvissuti a disporsi praticamente all'estrema difesa con gli artiglieri, i carristi  e i fanti superstiti e a formare dei centri di fuoco al riparo delle buche delle esplosioni o delle carcasse fumanti dei carri, degli autoveicoli e dei pezzi distrutti, le uniche sporgenze utili allo scopo nell'uniforme piattume del deserto, usando le sole armi individuali e di reparto rimaste.
Ormai però tutto si era compiuto e quando anche l'ultima resistenza cessò furono le sole autoblindo dell'11° Ussari ad incaricarsi di rastrellare e fare prigionieri con le buone o con le cattive tutti coloro che vagavano inebetiti per il campo di battaglia in cerca magari di un autocarro funzionante sul quale tentare di ritornare dietro le proprie linee.

Immagine pittorica del sacrificio di Raffaele Bonanno
Il pesantissimo bilancio finale di quella tristissima giornata per gli italiani sarebbe stato di 200 caduti, 4 pezzi d'artiglieria distrutti, 12 carri L 3 su 18 e 30 autocarri andati perduti, più altri 12 camion catturati dal nemico, che li avrebbe usati per portare via i 100 fatti prigionieri.
Tra le tante perdite accertate vi sarebbero state quelle, dolorosissime, del povero comandante del 4° reggimento, il valoroso e pluridecorato colonnello Lorenzo D'Avanzo, un ufficiale 50enne pugliese di Roseto Valfortore (FG), pioniere in Italia della guerra coi carri armati, caduto alla testa dei suoi coraggiosissimi carristi in quell'attacco suicida a difesa delle fanterie, e del sottotenente d'artiglieria di complemento Raffaele Bonanno, un giovane ufficiale richiamato in servizio proprio dal 10 giugno: figlio della "nuova Libia" (nato a Derna nel 1915 da genitori che vi si erano appena trasferiti in risposta all'appello del Regno d'Italia perché si contribuisse al ripopolamento e alla civilizzazione della nuova colonia), nella vita civile geometra presso una ditta edile di Bengasi, rimase ucciso anche lui nelle ultime fasi dello scontro mentre sparava impavidamente con la sua semplice pistola d'ordinanza contro quel nemico straripante davanti alla sua batteria ormai circondata, coi suoi uomini costretti a combattere con i moschetti e le mitragliatrici dopo aver esaurito tutte le granate disponibili.
Entrambi gli sfortunati ufficiali sarebbero stati onorati con la medaglia d'oro alla memoria, i primi della guerra.


SECONDO QUADRO

L'A.O.I.: UN GIGANTE DAI PIEDI D'ARGILLA

Il territorio dell'A.O.I. alla vigilia della guerra

Se la situazione dell'esercito coloniale dell'A.S.I. non era eccezionale, peggio trattato ancora era forse quello fratello, ancor più negletto, dell'Africa Orientale Italiana (A.O.I.), un'area immensa che comprendeva l'Etiopia, l'Eritrea e la Somalia Italiana, suddivisa amministrativamente in sei Governatorati, quelli di  ScioàAmharaGalla-SidamaHarar, Eritrea, Somalia.

Amedeo di Savoia-Aosta

3. UN ESERCITO DEGLI ANNI '30

L'esercito dell'A.O.I. era affidato al Viceré d'Etiopia e Duca di Addis Abeba, S.A.R. Amedeo Duca di Savoia-Aosta, ramo cadetto dei Savoia-Carignano che regnavano con Vittorio Emanuele III° sull'Italia. 

UN GENTILUOMO AL COMANDO 
All'anagrafe Amedeo Umberto Lorenzo Marco Paolo Isabella Luigi Filippo Maria Giuseppe Giovanni Adriano Francesco Manuel di Savoia-Aosta, nato il 21 ottobre 1898 a Torino e insignito dalla nascita del titolo di Duca delle Puglie, Amedeo aveva illustrissimi natali: era infatti figlio del Duca Emanuele Filiberto, il comandante della "Invitta", la III° armata italiana mai battuta nella Grande Guerra, e di Hélène Louise Françoise Henriette di Borbone-Orléans, figlia di Louis Philippe Albert d'Orléans, Conte di Parigi ed erede al trono di Francia tra il 1842 e il 1848, e della cugina di questi, Maria Isabel d'Orléans, Infanta di Spagna.

Fratello maggiore di Aimone, ammiraglio nonché nel 1941 Re designato di Croazia (ma mai asceso al trono) col nome di Tomislav II°, e nipote dell'ex Re di Spagna, Amedeo Ferdinando Maria di Savoia, figlio di Vittorio Emanuele II° e primo Duca d'Aosta, Amedeo era soprattutto cugino di secondo grado dell'attuale Re d'Italia, da cui lo dividevano un mondo di differenze, a partire dall'aspetto fisico (un pezzo d'uomo appena sotto i due metri l'atletico e bello Amedeo, molto basso e dal viso assai più spigoloso Vittorio Emanuele, alto appena 1.53, per questo soprannominato maliziosamente "Re Sciaboletta"tanto da costringere a ridefinire i criteri minimi di altezza per l'ammissione del Regio Esercito di cui doveva essere formalmente il comandante) e da quello caratteriale (tanto era fuori dagli schemi, allergico ai formalismi, cameratesco ed alla mano con tutti i suoi amici e conoscenti, e soprattutto coi sottoposti e i compagni di corso nelle varie accademie frequentate il primo, quanto era rigido, severo, freddo e distaccato con tutti il secondo, a partire dai figli, esclusa l'amatissima moglie).

Il colto e poliglotta Amedeo (alla conoscenza del francese per tradizione di famiglia aggiungeva quella dello spagnolo grazie a un'infanzia condotta tra Italia e Spagna e dell'inglese grazie all'educazione scolastica ricevuta a partire dall'età di 9 anni al Collegio Saint Andrews di Londra), formatosi militarmente sin dai 15 anni nel Reale Collegio della Nunziatella di Napoli, si era arruolato volontario 17enne come soldato semplice il 2 giugno 1915 con l'autorizzazione del padre: affidato al Generale Petitti di Roreto con richiesta espressa di assoluta parità con gli altri era stato assegnato ad agosto come caporale servente al pezzo nel reggimento artiglieria a cavallo Voloire (volante, in dialetto piemontese) e inviato sul Carso, dov'era stato decorato con una medaglia di bronzo (che doveva essere d'argento) sul Monte Sei Busi.
Da lì in poi la carriera era stata rapida: aspirante ufficiale a ottobre, a dicembre era stato promosso sottotenente in servizio permanente effettivo "per merito di guerra" e nel 1916 era già capitano nel 34° reggimento artiglieria da campagna sul fronte dell'altopiano di Asiago.
Dopo la rotta di Caporetto era stato trasferito in un settore più tranquillo delle retrovie, presso la sede del comando artiglieria del XXVII° C.A. già di Badoglio, e lì era rimasto fino alla sua smobilitazione, avvenuta ben oltre la fine della guerra, tra gli ultimissimi, il 6 settembre 1919, con un'altra medaglia, stavolta d'argento, nel curriculum.
A quel punto la sua voglia d'avventura e di conoscenze l'aveva spinto a diventare esploratore in Africa, sull'esempio dello zio, Luigi Amedeo, Duca degli Abruzzi, che autorizzato dal fratello l'aveva portato con sé in Somalia sul fiume Uèbi Scebèli dov'era sua intenzione quella di costruire, in una fertile vallata a 50 chilometri a nord di Mogadiscio, una fattoria per la coltivazione di cotone, canna da zucchero e semi oleosi, quella che sarebbe diventata anni dopo il famoso villaggio coloniale che da lui avrebbe preso il nome di Villaggio Duca degli Abruzzi (ora inglobato nella cittadina di Giohar), servito da telefono, telegrafo, ufficio postale, scuola, spacci vari, cinema, stazione dei carabinieri, dogana, chiesa cattolica e moschea, oltre che da una linea ferroviaria (ora dismessa) che lo collegava alla Capitale.

Tornato in Italia nell'ottobre del 1920 e presa la maturità liceale a Palermo nel 1921, Amedeo, terminato un seminario di sei mesi di studi militari presso la Reale Accademia Militare di Torino, approfittando dell'occasione per coltivare un'altra delle sue grandi passioni, l'alpinismo (avrebbe scalato in questo periodo il Cervino e la Becca di Grain), era subito ripartito per il Congo Belga, dove si era fatto addirittura assumere sotto la falsa identità di Amedeo della Cisterna (dal cognome della nonna paterna) come operaio semplice in una fabbrica di sapone di proprietà di un inglese conoscente della madre a Stanleyville (oggi Kisangani)!
Ritornato dopo quasi due anni in Italia nel 1923 e ripresa la carriera militare col grado di maggiore in fanteria, si era successivamente laureato sempre a Palermo in giurisprudenza il 4 dicembre 1924 con una tesi in diritto coloniale su "I concetti informatori dei rapporti giuridici fra gli Stati moderni e le popolazioni indigene delle colonie", dichiarandosi per "la negazione dell'asservimento degli indigeni e dello sfruttamento egoistico del loro territorio": bisognava creare, a suo parere, "una solidarietà di vita e di opere, un intensificarsi di cooperazione e di mutualità fra gli elementi sociali", per il quale la colonizzazione doveva operare come "un organo di progresso, educando gli indigeni a bisogni sempre più elevati".

Alla passione per l'Africa, per la modernità, per la vita militare, per la scherma, il tennis, l'equitazione, il nuoto e l'alpinismo univa anche quella per il volo, consolidatasi il 24 luglio 1926 da tenente colonnello con l'ottenimento della licenza di pilota, cui avrebbero fatto seguito tra il '28 e il '31 quelle di specializzazione su tutti i principali velivoli militari in dotazione alla Regia Aeronautica: non contento, terminati nel marzo 1929 gli studi alla Scuola di Guerra di Torino, avrebbe frequentato anche i corsi della Scuola di Guerra Marittima di Livorno (1929) e dell'Istituto di Cultura Superiore Aeronautica (1932), ennesima riprova della sua sconfinata fame di conoscenze e del suo multiforme ingegno.

Sposatosi il 5 novembre 1927 a Napoli con Anna d'Orléans, che gli avrebbe dato le due figlie Margherita (1930) e Maria Cristina (1933), e promosso nel frattempo colonnello, per qualche anno avrebbe alternato ai seminari semestrali teorici a Torino e ai corsi a Livorno, necessari per andare avanti in carriera, l'esperienza bellica sul campo in Cirenaica al comando di reparti di Meharisti (truppe indigene montate sui dromedari) durante la campagna di riconquista della Libia, culminata nel gennaio del 1931 con l'occupazione dell'Oasi di Cufra, ceduta dagli inglesi quale ricompensa per la vittoria nella Grande Guerra, guadagnandosi in tal modo il soprannome di "Principe sahariano".

Ritratto ufficiale di Amedeo di Savoia-Aosta,
Viceré d'Etiopia e Governatore Generale dell'A.O.I.
Al ritorno dall'Africa fu assegnato il 12 febbraio al comando del 23° reggimento di artiglieria da campagna con sede a Trieste, nel Castello di Miramare, ma pochi mesi dopo la morte del padre, avvenuta il 4 luglio (col passaggio a lui  del titolo di Duca d'Aosta), trasferitosi col medesimo grado alla Regia Aeronautica, ebbe quello prima del 21° stormo da ricognizione terrestre e poi del prestigiosissimo 4° stormo caccia, che lasciò nel marzo del 1934, una volta promosso a Generale di Brigata Aerea, quando gli fu anche attribuita la presidenza onoraria della squadra di calcio della Triestina.
Non gli fu concesso nel 1935 dal Re Vittorio Emanuele di andare volontario in Etiopia, essendo secondo dopo il figlio Umberto, nato nel 1904,  nella linea di successione al trono, così, promosso un anno dopo Generale di Divisione Aerea, gli fu affidata fino al 12 dicembre 1937 la 1° divisione aerea Aquila, che lasciò col grado di Generale di Squadra Aerea ottenuto il 16 novembre precedente.

Insediatosi come Governatore Generale dell'A.O.I. e Viceré d'Etiopia il 21 dicembre al posto di Rodolfo Graziani, 19 mesi dopo la Proclamazione dell'Impero, subito Amedeo e i suoi pochi fidati si erano scontrati con la dura realtà della politica romana, che andava in forte contrasto con i suoi ideali paternalistici e forse un po' ingenui di pacificazione e civilizzazione delle popolazioni indigene, tanto in contrasto sia con l'approccio "muscolare" di Graziani e prima ancora del suo predecessore Badoglio alla soluzione dei problemi di convivenza coi locali, sia con i forti interessi affaristici dell'allora Ministro dell'Africa Italiana, il Tenente Generale Attilio Teruzzi, un autentico "mammasantissima" del Fascismo, già Governatore della Cirenaica, poi Capo di Stato Maggiore Generale della Milizia e Sottosegretario al Ministero delle Colonie.

Attilio Teruzzi
Forse proprio per questo Roma l'aveva messo lì, pensando di potersi approfittare del suo nome, della sua reputazione e della sua fama di gentiluomo per continuare i suoi traffici.
Fu così che, per quanto Amedeo ottenesse sin da subito il definitivo congedo di Graziani, che sarebbe invece voluto restare come comandante militare, e l'ingente afflusso di generosi finanziamenti dall'Italia gli fosse obiettivamente d'aiuto nel dare avvio ai suoi progetti di innovazione civile, agricola e strutturale dell'A.O.I., l'impossibilità per volere del Partito di sostituire i tanti federali e funzionari da lui ritenuti, incapaci, inadeguati o corrotti e soprattutto le continue intromissioni nella sua opera di governo del Generale d'Armata Ugo Cavallero, chiamato a sostituire proprio Graziani come responsabile militare della colonia, l'avevano messo a forte disagio, tanto da giungere a minacciare le dimissioni di fronte a Teruzzi se non fossero cessati gli appalti per i lavori stradali che fruttavano al ministro e al sodale Cavallero sostanziali commissioni del tutto ingiustificate!

Le sue perplessità si erano infine moltiplicate a seguito della prona disponibilità di Mussolini alle politiche razziste del nuovo alleato tedesco, che l'avevano costretto per esempio a restringere i rapporti di coniugio e "fraternizzazione" tra italiani e locali, e addirittura a valutare insieme col colonnello degli alpini Giuseppe Adami (responsabile dell'Ufficio Topografico dell'Impero) l'individuazione di un territorio dove trasferire coattivamente 1.400 famiglie ebraiche, un'autentica riserva indiana che nelle intenzioni doveva essere il nucleo iniziale di una colonia ebraica in Etiopia...
Con questo stato d'animo, tre anni dopo, l'entrata in guerra dell'Italia a fianco della Germania rendeva reale ciò che aveva sempre temuto: promosso quello stesso giorno, il 10 giugno 1940, Generale d'Armata Aerea e Comandante Superiore delle Forze Armate in A.O.I., con questo grado e questi incarichi il figlio del Duca Invitto si trovava ora ad affrontare la prova più grande della sua vita.


LA COMPOSIZIONE DELLE FORZE ARMATE DELL'A.O.I.
Al termine della mobilitazione decretata all'inizio della guerra l'esercito dell'A.O.I. poteva contare su due divisioni di fanteria alle dirette dipendenze del Duca, la 65° Granatieri di Savoia del Generale di Brigata Ettore Scala (10° e 11° reggimento Granatieri d'Africa) e (in posizione quadro, attivata solo il 27 luglio 1940) la 40° Cacciatori d'Africa del parigrado Giovanbattista Varda (210° Bisagno e 211° Pescara), oltre a 25 battaglioni CC.NN. (per complessivi 26.000 uomini), 35 brigate del Regio Corpo Truppe Coloniali (distribuite sulla carta su 12 divisioni coloniali tutte da organizzare nel concreto), di cui 23 in Etiopia (6 nello Scioà, 6 nell'Amhara, 7 nel Galla-Sidama, 4 nell'Harar), 10 in Eritrea e 2 in Somalia, vari gruppi di artiglieria autonoma sia nazionale che coloniale con 824 pezzi in tutto, più 24 nuovi carri medi M 11/39 tratti dal I° battaglione Ariete di Verona e arrivati in A.O.I.  il 20 aprile 1940, 39 carri leggeri CV 33 e 35 (ri-denominati di lì a poco L 3/33 e 3/35) inquadrati nel I° battaglione carri veloci e 126 autoblindo (di cui 92 autocarri protetti di costruzione artigianale, 24 Lancia 1ZM e 10 FIAT 611), montate su 7 squadriglie autonome.

Il totale, secondo i dati raccolti da Giorgio Rochat (in "Le guerre italiane 1935-1943", Einaudi) raggiungeva il ragguardevole numero di 291.176 uomini, perché ai 47.413 nazionali del Regio Esercito (compresi 5.131 ufficiali), ai 181.895 Ascari indigeni del R.C.T.C. e alle 26.642 camicie nere della Milizia  (858 ufficiali) se ne aggiungevano 35.226  di altri corpi (9.000 Carabinieri, 1.500 della Guardia di Finanza, 10.200 della Regia Marina, 7.700 della Regia Aeronautica e 6.400 della Polizia dell'Africa Italiana), tra cui 17.148 nazionali (1.062 ufficiali) e 18.078 tra Ascari, Dubat e Zaptiè indigeni*.

* Traggo dalla voce Regi Corpi Truppe Coloniali su Wikipedia (v. QUI): gli Ascari (dalla parola araba Ascar, soldato) erano i soldati regolari indigeni del R.C.T.C., di qualunque etnia fossero: per estensione erano tali anche gli appartenenti al personale indigeno di tutti gli altri corpi armati regolari delle FF.AA. italiane; i  Dubat (turbanti bianchi, dal tipico copricapo che indossavano) erano truppe irregolari somale inizialmente solo di fanteria ma in seguito anche di cavalleria cammellata; i Zaptiè (nome di origine turca che indicava una speciale polizia a cavallo ottomana tipica dell'isola di Cipro), costituiti per la prima volta in Eritrea nel 1888, erano il personale indigeno dei carabinieri, di qualunque etnia fossero.

Tuttavia questo apparato imponente di truppe era costretto a distribuirsi in vari scacchieri lontani e spesso poco e male collegati tra loro su quel territorio enorme, completamente circondato da colonie o protettorati britannici (sul lato africano Somalia britannica, Sudan, Uganda, Kenya, su quello mediorientale Arabia Saudita, Yemen e Aden)

Luigi Frusci
1) lo Scacchiere Nord
, che fronteggiava il Sudan settentrionale, basato ad Asmara agli ordini del Generale di Corpo d'Armata Luigi Frusci, Luogotenente Generale e Governatore dell'Eritrea (meno la Dancalia) e dell'Amhara, comprendente il Comando truppe dell'Eritrea del Generale Vincenzo Tessitore (V°, VIII° e XII° brigata coloniale, sezione autoblindo Eritrea) e quello dell'Amhara di Agostino Martini (III°, IV°, XIX°, XXI° e XXII° brigata coloniale, sez. autoblindo Amhara), per un totale di 102.000 effettivi; 
Guglielmo Ciro Nasi 

2) lo Scacchiere Est 
basato ad Addis Abeba, al comando del Generale di Corpo d'Armata Guglielmo Ciro Nasi, Governatore dell'Harar e fino al 2 giugno 1940 dello Scioà (incarico passato da quella data al Generale di Brigata Giuseppe Daodice), competente anche sui territori della Dancalia, di Dessiè, di Ourra Ilù, Ogaden, Mudugh, Nohal e Migiurtinia, col Comando truppe dello Scioà (XX°, XXIII° brigata coloniale, gruppo battaglioni CC.NN. d'Africa, sez. autoblindo Scioà) e quello dell'Harar (XIII°, XIV°, XV° e XVII° brigata coloniale, 1° squadriglia autoblindo, sez. autoblindo Harar), con 123.000 effettivi; 

Pietro Gazzera
3) lo Scacchiere Sud (Comando truppe del Galla-Sidama) dell'anziano Generale designato d'Armata*  Pietro Gazzera, Governatore del Galla-Sidama, basato a Gimma (I°, IX°, X°, XVIII° e XXV° brigata coloniale, sez. autoblindo Galla-Sidama), 
fronteggiante il Sudan meridionale e il Kenya settentrionale, comprendente oltre al Galla-Sidama anche aliquote della Somalia fino a Dolo, con 37.000 effettivi; 

* Il Generale designato d'Armata era allora, dopo quello di Maresciallo d'Italia, il grado più alto del Regio Esercito in tempo di pace, destinato a trasformarsi in Generale d'Armata in caso di guerra.

Gustavo Pesenti
4) Settore autonomo Giuba del Generale di Corpo d'Armata Gustavo Pesenti, Governatore della Somalia, basato a Mogadiscio (XCI° e XCII° brigata coloniale, sez. autoblindo Giuba), fronteggiante il Kenya, comprendente il resto del territorio della Somalia italiana, con solo 18.000 effettivi.

Claudio Trezzani
Di riserva generale, affidata al giovanissimo (appena 58 anni!) Generale di Corpo d'Armata Claudio Trezzani, Capo di Stato Maggiore delle FF.AA. dell'A.O.I., basato ovviamente a Addis Abeba, erano poste le due divisioni nazionali di fanteria, la 40° Cacciatori d'Africa e la 65° Granatieri di Savoia, le restanti 7 brigate coloniali (II°, VI°, VII°, XI°, XVI°, XLI° e LXXXV°), le due compagnie "speciali" di 12 carri M 11/39 (ognuna su 3 plotoni da 4), la 321° destinata all'Eritrea (Scacchiere Nord) e la 322° ad Addis Abeba (Scacchiere Sud), e la 1° e la 2° di carri leggeri, montate entrambe sugli immarcescibili L 3, in entrambe le versioni, sia la 33 che la 35, quasi indistinguibili tra loro se non per la corazzatura (saldata nel primo caso, rivettata nel secondo) e per l'armamento (due mitragliatrici Revelli da 6,5 mm la 33, due Revelli Mod. 14/35 da 8 mm la 35).

Non dissimile, anzi si potrebbe dire anche peggiore, era la situazione per quanto riguardava le forze presenti in A.O.I. dell'Aeronautica e della Marina.

4. L'AERONAUTICA DELL'A.O.I. FERMA ALLA GUERRA D'ETIOPIA

Pietro Pinna Parpaglia 
Anche il Comando Aeronautica Africa Orientale Italiana (C.A.A.O.I.) di 
Addis Abeba, affidato al Generale di Squadra Aerea Pietro Pinna Parpaglia, aveva alle sue dipendenze tre Comandi Settore Aeronautici: 

1) quello Nord di Asmara (Eritrea), al comando del Generale Pietro Piacentini, con cinque gruppi da bombardamento (26°*, 27°*, 28°*, 29°* e gruppo Gasbarrini), con un totale di 11 squadriglie, più 3 squadriglie autonome da caccia terrestre; 

2) quello Ovest di Addis Abeba (Etiopia), con tre gruppi da bombardamento (4°*, 44°* e 49°), con 6 squadriglie in totale, più 3 altre squadriglie autonome da bombardamento, 1 da ricognizione e 2 autonome da caccia terrestre; 

3) infine quello Sud di Mogadiscio (Somalia), col 25°* gruppo da bombardamento su due squadriglie, più un'altra autonoma.

* Tutti i gruppi contrassegnati da * avevano il suffisso bis, perché doppioni di altri già esistenti in Patria.

In totale, considerando a parte il Nucleo Trasporti Aerei basato a Addis Adeba, una modesta flotta a breve-medio raggio atta a mantenere i collegamenti e trasportare poche cose o persone tra i vari settori composta da 25 velivoli  (9 S.M. 73, 9 Ca. 133, 6 Ca. 148 e un Fokker F. VII), si contavano 325 aerei da combattimento, di cui però solo 183 immediatamente disponibili.
Di essi 138 erano bombardieri, tutti trimotori, distribuiti su 23 squadriglie da 6 aerei ognuna: 
- 84 erano antiquati bombardieri leggeri ad ala alta Caproni Ca. 133 su 14 squadriglie: 6 del Comando Nord, l'11° e la 12° (basata a Bahar Dar) del 26° gruppo di Gondar, la 18° e la 52° del 27° (Assab) e la 41° e quella Stato Maggiore Nord del gruppo Gasbarrini (Agordat); 5 di quello Ovest, la 61° e la 64° del 49° gruppo (Gimma), la squadriglia aut. S.M. Centro (Addis Abeba), la 65° aut. di Neghelli, la 66° aut. di Javello; 3 al Sud, l'8° e la 9° (Lugh Ferrandi, ora Lugh Ganane) del 25° gruppo di Gabuen e la squadriglia aut. S.M. "Sud" (Mogadiscio);
- 42 erano superati bombardieri medi Savoia Marchetti S.M. 81 Pipistrello su 7 squadriglie, di cui 3 a Nord, cioè la 118° del 27° gruppo (Assab), la 10° e la 19° del 28° (Zula) e la 62° e la 63° del 29° ad Assab, e 2 a Ovest, la 14° e 15° del 4° gruppo (Dire Daua);
- solo 12 erano i più nuovi ed efficaci S.M. 79 Sparviero, suddivisi su 2 squadriglie, entrambe a Ovest, la 6° e la 7° del 44° di Dire Daua.

Oltre ai citati bombardieri, c'erano vetusti biplani IMAM Ro. 37 da ricognizione e attacco leggero, montati sulla 110° squadriglia autonoma di Dire Daua in Etiopia, e appena 36 caccia (anche se formalmente nella linea di volo ne risultavano 42)tutti biplani prodotti dalla FIAT e pilotati da espertissimi "manici" veterani della guerra di Spagna: 18 C.R. 32 e 18 più nuovi C.R. 42 Falcodistribuiti su 5 squadriglie autonome, 2 (ognuna con 9 C.R. 32) basate in Etiopia (la 410° di Dire Daua e la 411° di Addis Adeba) e 3 di C.R. 42 di stanza in Eritrea (la 412° di Massaua,  la 413° di Assab e la 414° di Gura-Decamerè, l'unica con 6 velivoli invece dei soliti 9).
Gli altri 142 velivoli che risultavano in organico (83 Ca. 133, 17 S.M. 81, 6 S.M. 79, 4 Ro. 37, 17 C.R. 32 e 16 C.R. 42) erano tutti di riserva, ma di essi solo 59 erano efficienti: poiché le scorte disponibili (10.700 tonnellate di carburante avio, 5.300 di bombe e 8.620.000 munizioni) potevano bastare per il 75% della forza di prima linea e mancavano le parti di ricambio la sorte dei restanti 81 velivoli, come quella di tutti gli altri che via via sarebbero stati dichiarati non operativi, sarebbe stata inevitabile.
Quella di essere cannibalizzati per consentire agli altri di volare.

SE SPARTA PIANGE, ATENE (PER IL MOMENTO) NON RIDE
Come si può intuire, c'erano due evidenti criticità: da un lato spiccava la vecchiezza strutturale e tecnologica degli apparecchi presenti, dall'altro l'organizzazione era rimasta la stessa della guerra d'Etiopia, una guerra di tipo coloniale che richiedeva molti più bombardieri e ricognitori che caccia (concentrandoli per altro soprattutto nella zona specifica di interesse strategico, quindi trascurando la Somalia), data l'inesistenza di un'aviazione avversaria.
A ormai tre anni e passa dalla conquista dell'Impero nessuno, però, aveva avuto il tempo, la volontà, la competenza o semplicemente l'intelligenza di capire che la prossima volta ci si sarebbe trovati di fronte a un nemico assolutamente attrezzato anche per la guerra aerea e munito per di più di materiale di prim'ordine (anche se certamente inferiore a quello che utilizzava sui suoi cieli domestici contro la Luftwaffe tedesca).

In vista del più grande cimento che attendeva la Regia Aeronautica contro le aeronautiche britannica (e anche francese) non solo essa si doveva quindi dotare di aerei più moderni, ma il rapporto tra le sue varie componenti andava assolutamente riequilibrato, dando un peso decisamente superiore alla caccia rispetto a prima, anche se va detto, per onestà, che dall'altra parte, almeno all'inizio, c'era poco o nulla in grado di contrapporsi alla nostra forza aerea, e di questo forse si era tenuto fino a quel momento conto.
Si sottovalutavano enormemente però le capacità praticamente infinite offerte ai franco-britannici dai rispettivi imperi coloniali, più grandi e globali del nostro, di cui subito in particolare i britannici avrebbero dato sfoggio, inviando entro la primavera del 1940 in quel teatro tre squadroni bombardieri della R.A.F. montati sui Bristol Blenheim, il 45° dall'Egitto in Sudan, il 39° e l'11° dall'India alla base di Aden, dov'era già operativo l'8°, e quattro squadroni dell'aeronautica sudafricana (South African Air Force,  S.A.A.F.): in Sudan il 1° da caccia, prima montato sui superati biplani Gloster Gladiator II e poi sugli Hawker Hurricane, e in Kenya il 12° da bombardamento equipaggiato coi bimotori tedeschi Junkers Ju-86, che avevano dato buona prova in Spagna, il 2° cacciabombardieri ancora sui Gloster Gladiator e il 40° da cooperazione aeroterrestre sugli antiquati biplani da ricognizione e attacco al suolo Hawker Hartbees (variante sudafricana degli inglesi Hart).

SI CORRE AI RIPARI TROPPO TARDI
Al 10 giugno 1940, purtroppo, ciò che era stato era stato e non c'era probabilmente nemmeno più il tempo materiale per cambiare le cose, così in A.O.I. avremmo cominciato la guerra con una flotta da bombardamento composta al 61% da velivoli coloniali buoni per gli anni '30 (i Ca. 133), per il 30% da aerei comunque concettualmente datati (gli S.M. 81) e solo per un 9% scarso da materiale all'altezza (gli S.M. 79), ma soprattutto con pochi e superatissimi biplani da caccia, in numero assolutamente insufficiente a proteggere lo spazio aereo di un territorio così vasto.

Si sarebbe cercato comunque di rafforzare in extremis in qualche modo il dispositivo aeronautico del Generale Pinna.
Fino al 14 novembre 1940 ben 37 S.M. 79 partiti dalla Libia, i bombardieri migliori di cui disponeva l'Italia in quel momento, assolutamente all'altezza per l'epoca, sarebbero riusciti ad arrivare da soli fino alle nostre basi etiopiche ed eritree, sfruttando la loro grande autonomia: un flusso di rinforzi che nelle intenzioni dei nostri Alti Comandi  sarebbe dovuto continuare a lungo, ma che purtroppo l'improvvisa controffensiva britannica in Africa Settentrionale iniziata nella prima decade di dicembre avrebbe brutalmente impedito di proseguire a causa della perdita delle fondamentali basi cirenaiche.
Ma a solcare i cieli dalla Libia fino alle nostre colonie in Africa Orientale sarebbero stati però anche altri trimotori italiani, se possibile ancor più grossi dei già grossi Sparvierii nostri meravigliosi tuttofare Savoia Marchetti S.M. 82 del 149° gruppo trasporti aerei di Napoli Capodichino, inquadrato nel Comando Servizi Aerei Speciali di Roma agli ordini del Generale di Squadra Aerea Aurelio Liotta.

Due S.M. 82 Marsupiale in volo

A partire dal 23 agosto 1940, infatti, quando decollò da Bengasi in direzione di  Gura-Decamerè il primo di essi, il velivolo n. 608-7 (il n. 7 della 608° squadriglia) pilotato dal maresciallo pilota Paolo Bonsignore, gli S.M. 82 avrebbero fatto ripetutamente almeno 280 volte senza scalo il tragitto dalla Libia all'A.O.I. per trasportare, oltre a un totale di circa 220 tonnellate di materiale urgente (carburante, lubrificanti, acqua, viveri, munizioni, materiali ed equipaggiamenti vari), altri 51 C.R. 42 coi rispettivi motori di ricambio: 31 caccia fino al 14 novembre 1940, poi, passata la pausa dovuta all'operazione Compass, gli ultimi  20 dal febbraio fino al 28 marzo 1941!
I C.R. 42 vennero trasportati a uno a uno tutti smontati, dopo aver asportato il pavimento del ponte superiore degli S.M. 82 per aggiungere spazio, sistemandoli con le fusoliere posizionate longitudinalmente al loro interno dopo averle fatte passare attraverso il vasto portello di carico ventrale, e con l'elica, gli impennaggi di coda e le ali ai due lati, lungo le pareti della stiva: un sistema ingegnoso anche se piuttosto impegnativo per il personale che è probabilmente all'origine del soprannome non ufficiale con cui questi bestioni sarebbero passati alla storia, quello di Marsupiali o, meno usato, di Canguri.

Un Falco smontato dentro un Marsupiale

Grande sarebbe stato il prezzo pagato in uomini e aerei, un numero probabilmente superiore a quello ufficiale di 8 Marsupiali perduti: il 608-2 del tenente pilota Pietro Caggiano, costretto ad un atterraggio d'emergenza rovinoso a Tessenei (Eritrea) il 3 agosto 1940 (l'aereo, ritenuto non riparabile, sarebbe stato comunque utilizzato come fonte di ricambi per gli altri); il 607-6 del parigrado Loris Pivetti, andato completamente perduto al termine di un atterraggio d'emergenza il 22 agosto a Zula (Eritrea); il 609-8 di Luigi Micheli, ammarato in emergenza per un guasto a tutti e tre i motori nella acque del Mar Rosso antistanti Massaua l'8 novembre; i due velivoli rispettivamente del sergente maggiore Emilio Orlandini e del tenente Enzo Frattini distrutti al suolo dopo due raid della R.A.F. sull'aeroporto di Zula il 13 e il 26 febbraio 1941; il 607-9 del tenente Armando Ulivi, andato perduto dopo un atterraggio di fortuna sulla solita pista di Zula a causa di una "piantata" dei motori il 22 febbraio; infine, il velivolo del capitano Bruno Satti (futuro papà del cantante Roberto Satti, che tutti conoscono con lo pseudonimo di Bobby Solo), andato distrutto nel rogo causato dall'ennesimo attacco aereo britannico sulla pista di Sabarguma (Eritrea) avvenuto il 17 marzo, e quello del tenente Francesco Betteloni, costretto tre giorni dopo ad atterrare in territorio nemico per un'avaria ai motori e catturato con tutto l'equipaggio.

Il Marsupiale 607-2 sulla pista di Addis Abeba, dopo aver appena consegnato un C.R. 42



A quella data ormai anche quel generoso tentativo per consegnare i C.R. 42 stava comunque giungendo alla fine.
Gli ultimi tre voli per l'Eritrea, costretti a decollare ora dalla Tripolitania, e precisamente dalla base di Tametsulla costa sirtica, sarebbero avvenuti il 24, il 25 e il 28 marzo: nel primo caso il velivolo 609-1 del tenente Ildebrando Marchiori, con a bordo il nuovo comandante del 149°, il colonnello Giovanni Buonamico, avrebbe volato per 3.700 Km senza scalo fino ad Addis Abeba (ben 13 ore e 36 minuti!) per consegnare il suo caccia, poi sarebbe stata la volta il giorno dopo  ancora del 607-10 di Bonsignore, con destinazione Gura, ed infine del "nuovo" 607-9 del tenente Armando Ulivi, che avrebbe trasportato ancora a Gura un C.R. 42 AS "Bombe alari" (BA), una speciale versione "tropicalizzata" (fornita di filtro antisabbia sulla presa d'aria del carburatore, radiatore esteso, ogiva dell'elica più grande) munita di due agganci tipo Angeloni in corrispondenza dei punti di forza per i montanti alari, ognuno per una bomba da 100 chili.
Il segno più evidente che ormai la situazione sul campo di battaglia stava degenerando e che più che di caccia c'era bisogno di cacciabombardieri da lanciare contro le trincee nemiche ormai a un passo dalle nostre.

(Traggo le informazioni sui Marsupiali in A.O.I. dall'articolo di Vincenzo Meleca, "Un "Marsupiale" per 51 "Falchi", scritto il 17-12-2019 sul sito ilcornodafrica.it, v. QUI).

Due FIAT C.R. 42 Falco pronti per il decollo (foto tratta dal sito ilcornodafrica.it)

L'ERRORE DI PUNTARE ANCORA SUI BIPLANI DA CACCIA
Per quanto tardivo, lo sforzo della Regia Aeronautica per migliorare il suo dispositivo in Africa Orientale là dove era più carente, la vetustà della linea da bombardamento medio e la mancanza della caccia, c'era stato, è indubitabile, ma qui si apre un altro tema di discussione scottante, che riguarda proprio i nostri reparti da caccia.
Non si può non rimarcare infatti come i C.R. 32 e in misura maggiore i più moderni C.R. 42 (costruiti addirittura fino al 1944!) costituissero ancora la spina dorsale assolutamente maggioritaria dei nostri reparti da caccia terrestre, sebbene in quel momento già fossero disponibili nella Regia Aeronautica un certo numero di intercettori monoplani, i primi  italiani, i Macchi M.C. 200 Saetta e i FIAT G 50 Freccia, e stessero per entrarne in linea anche altri, i Reggiane Re. 2001 Ariete, che, pur diversi per caratteristiche gli uni dagli altri, erano comunque loro nettamente superiori in potenza, velocità, tangenza operativa, corazzatura e capacità d'incassare i colpi (non nell'armamento, che era sempre lo stesso), risultando più o meno alla pari nelle prestazioni con i Dawoitine francesi, gli Hurricane inglesi e i P-40 Tomahawk americani!

Questa situazione assurda sarebbe rimasta immutata almeno fino alla metà del 1941, in quanto i biplani  incontravano per le loro innegabili virtù acrobatiche il largo favore dei nostri stessi piloti, che ne vedevano assecondata l'indole un po' anarchica ed estemporanea trasmessa loro sin dalle prime ore d'addestramento in accademia, tipica se vogliamo della mentalità italica tutta genio individuale e sregolatezza e perfettamente a suo agio probabilmente nei cavallereschi duelli a 150 all'ora della prima guerra mondiale, condotti tra tossicchianti biplani  in legno e tela di nemmeno 900 chili a quote relativamente basse, a breve distanza, con una o due mitragliatrici imprecise, uno contro uno, e dominati dal senso dell'onore dovuto alla provenienza di molti dei primi piloti dalla cavalleria e da famiglie della più variegata nobiltà europea.

Un'illusione figlia di scarsa preveggenza e di una certa pigrizia mentale, non disgiunta probabilmente anche dalla volontà di accontentare le nostre industrie maggiori, ben contente di andare sul sicuro e non rischiare con progetti più impegnativi e ovviamente costosi, che avrebbe però continuato ad abbagliare sin troppo a lungo i vertici dell'Arma Azzurra e non sarebbe stata scossa nemmeno dopo la guerra di Spagna, quando già i primi confronti con i caccia più avanzati dei Repubblicani spagnoli, i Polikarpov I-16 di costruzione sovietica, i primi monoplani con carrello retrattile al mondo, non facevano presagire nulla di buono.
Soprattutto, un'illusione sicuramente fuori  posto nella guerra aerea moderna come stava già prefigurandosi allora, in cui potentissimi bestioni corazzati fatti d'acciaio e pesanti oltre 3 o 4 tonnellate, addestrati a volare in formazioni di varia grandezza strettamente coordinate tra di loro e a seguire precisi schemi d'attacco e copertura, si sparavano addosso a 600 all'ora da lunga distanza e alta quota autentiche piccole granate d'artiglieria con cannoncini veri e propri, da quattro a otto, spesso senza nemmeno guardarsi in faccia e senza rispettare alcun canone di ordinaria lealtà militare, sino al punto da mitragliare e uccidere talvolta persino il pilota inerme che si lanciava incolume col paracadute dal suo apparecchio in fiamme, come capitato al povero tenente Bruno Caldonazzi, pilota di un C.R. 42 della 410° squadriglia abbattuto da un Hurricane sudafricano, avrebbe raccontato il suo ex comandante Corrado Ricci a "Storia Illustrata" dell'aprile 1978.

Nell'impossibilità pratica di essere rimpiazzati, tutti gli aerei del C.A.A.O.I. avrebbero continuato a combattere fino al loro inevitabile esaurimento fisico, che si accelerò all'entrata in linea da parte britannica di velivoli decisamente più moderni, armati e prestazionali di quelli che fino a quel momento avevano contrastato gli aerei italiani, a partire quindi dal novembre-dicembre  1940. 
Tra essi emergevano proprio i famosi Hawker Hurricane, eroi della Battaglia d'Inghilterra, robusti e insieme leggeri monoplani a tettuccio chiuso, con vetro blindato e abitacolo pressurizzato, tutti muniti di radio e  armati nella versione  MK II A con 8 mitragliatrici alari Browning M 1919 da 0.303 di calibro (7,7 mm), che erano capaci di operare grazie al loro potente motore in linea Merlin Mod. XX da 1185 CV a quote e velocità (rispettivamente 10.970 metri e 551 Km/h) decisamente superiori a quelle dei C.R. 42, che essendo biplani ad abitacolo aperto e carrello fisso muniti di un motore radiale FIAT A. 74 RC. 38 Ciclone da 840 CV potevano arrivare al massimo fino a 10.200 metri di tangenza (ma non ci arrivavano, sennò i piloti ghiacciavano!) e toccare i 342 Km/h di velocità (che saliva a circa 430 sui 6-7.000 m), e a maggior ragione dei più piccoli e aggraziati C.R. 32, che usavano un motore in linea FIAT A. 30 RA bis con appena 600 CV di potenza che tutt'al più gli consentiva di raggiungere 375 Km/h a 3.000 metri, con una tangenza massima di poco più di 8.000 metri!
 
Se ciò non bastasse, va infine considerato che, per quanto strutturalmente assai più manovrieri e guidati da piloti molto più esperti di quelli della R.A.F. e della S.A.A.F.dopo mesi di battaglie aeree i nostri caccia si tenevano letteralmente in piedi con lo sputo, mentre i loro avversari venivano continuamente revisionati e nel caso sostituiti ogni volta al minimo problema.
Tutto questo senza contare che, a parte la maggior robustezza dei nuovi venuti rispetto ai soliti caccia biplani Gloster Gladiator incontrati fino a lì, dalle prestazioni più o meno equiparabili a quelle dei nostri, pur disponendo i C.R. 32 e i 42 di due mitragliatrici Breda-SAFAT da 12,7 mm, entrambe sincronizzate e sparanti attraverso il disco dell'elica e molto più potenti di quelle dell'Hurricaneesse erano pur sempre 2 contro 8, avevano una cadenza di tiro di 400 colpi al minuto contro 800 e per di più disponevano di una riserva con molti meno colpi da sparare!
Una situazione di svantaggio che poi si sarebbe a breve trasformata in imbarazzante inferiorità quando, con l'arrivo anche in Africa delle successive versioni dell'Hurricanepur lievemente meno veloci della A (rispettivamente di 4 e di 10 Km/h), la Mk. II B, che disponeva non più di 8 ma di di 12 Browning, e la C, quella più potentemente armata, con addirittura 4 potentissimi cannoncini Hispano-Suiza HS. 404 da 20 mm (con 394 colpi ), non ci sarebbe davvero stata più partita!

CI SI BATTE, SAPENDO DI PERDERE
Anche se già nel solo primo mese di guerra i 6 CR. 42 della 414° squadriglia sarebbero andati tutti perduti a seguito di  due incursioni aeree sulla base di Assab, la prima condotta il 2 luglio da alcuni bombardieri Bristol Blenheim Mk. I del No. 45 Squadron e del No. 39 Squadron scortati da tre Gladiator, che ne distrusse 2, la seconda effettuata il 10 luglio da un Blenheim del No. 8 Squadronscortato anche qui da 3 Gladiator, che distrusse gli altri 4, nei primi tempi in realtà i nostri caccia si sarebbero battuti alla grande.

Un Vickers Wellesley Mk.I 
(con due tettucci separati invece di quello unico del Mk. II)
I C.R. 42 ebbero il loro battesimo del fuoco addirittura il 12 giugno 1940, quando quelli della 41
2° squadriglia agli ordini del capitano Antonio Raffi  intercettarono sui cieli di Asmara 9 bombardieri leggeri monoplani biposto Vickers Wellesley del No. 47 Squadron R.A.F. (riconoscibili dalla tipica e inconfondibile struttura geodetica che il suo progettista, l'ingegnere Sir Barney Wills, aveva utilizzato per un dirigibile di sua creazione), costringendone uno a un rovinoso atterraggio di fortuna per opera del tenente Carlo Canella, destinato a diventare uno dei nostri assi su quel fronte (con 7 abbattimenti confermati), anche se non mancano altre fonti secondo le quali in realtà ci si confonde col Wellesley K 7730 del No. 46 Squadron del Pilot Officer (sottotenente) B.K.L. Fuge e del sergente osservatore-mitragliere S.A. Elsy, abbattuto il giorno prima sui cieli di Cheren per opera della contraerea, con la cattura di entrambi i membri dell'equipaggio.
Non ci sono dubbi però sul fatto che due giorni dopo il C.R. 42 del tenente Mario Visintini intercettò due altri Wellesley diretti a bombardare Massaua, stavolta del No. 14 Squadron R.A.F., abbattendo quello del Pilot Officer Reginald Patrick Blenner Plunkett  (K 7743).

Sarebbe stata  soltanto la prima di tante altre sue vittorie, perché ad essa ne avrebbero fatto seguito subito in rapida successione delle altre, quasi tutte almeno all'inizio ai danni dei poveri Wellesley: ne avrebbe abbattuto il 3 luglio sui cieli di Decamerè un altro del 14°, quello (matricola L 2652) pilotato dal 26enne Flight Officer (sottotenente di squadriglia) Samuel Gustav Soderholm, rimasto ucciso; il 12 sul cielo di Massaua uno del 47° (L 2669) pilotato dal Sergeant Frederick "Freddy" Nelson (R.A.F. No. 516778), rimasto ucciso anche lui (ma non il suo osservatore-mitragliere); e poi l'1 settembre ancora uno del 14° pilotato dal parigrado Norris, intercettato in missione di ricognizione sull'isola di Harmil e costretto a un disastroso atterraggio di fortuna, con tutto l'equipaggio catturato; il 30 settembre invece sarebbe stata la volta del Blenheim L 6665 del 45° squadrone della R.A.F. pilotato dallo Squadron Leader (capo squadriglia, maggiore) George Justin Bush (R.A.F. No. 37061), intercettato con altri due sui cieli di Gura e abbattuto, con la perdita di tutto l'equipaggio.
Le vittorie sarebbero state anche di più, prima e dopo, spesso non riconosciute, oppure ottenute in collaborazione col suo gregario, il sergente Luigi Baron (un altro asso con 12 vittorie omologate e 2 in collaborazione) o ritenute solo "probabili", ma intanto col Blenheim abbattuto il 30 settembre Visintini poteva già fregiarsi del titolo non ufficiale di "Asso" (che si consegue con 5 vittorie riconosciute), tanto da ricevere il 29 luglio la prima di diverse decorazioni, una medaglia d'argento al Valore.

Almeno agli inizi della guerra anche  i C.R. 32 della 410° squadriglia del capitano Corrado Ricci e della 411° del capitano Vincenzo Lucertini abbatterono comunque molti apparecchi nemici, sia bombardieri che caccia: un primo confronto sarebbe avvenuto già il 17 giugno, quando quelli del tenente Aldo Meoli e del maresciallo Bossi della 411° intercettarono una formazione di 5 velivoli della S.A.A.F. in missione contro la base di Javello, abbattendo uno dei tre bombardieri Junkers Ju-86 di costruzione tedesca del No. 12  Squadron e uno dei due Hurricane del No. 1 Squadron di scorta, quello del 2nd Lieutenant (sottotenente) B.L. Griffith, rimasto ucciso nello schianto.

Un altro scontro avvenne il 24 dello stesso mese, quando il C.R. 32 in volo di pattugliamento di copertura del sergente Antonio Giardinà della 410° squadriglia (futuro asso con 5 velivoli abbattuti da solo, 3 in collaborazione e 2 danneggiati) attaccò in picchiata dall'alto col sole alle spalle la prima di due sezioni da 3 aerei di una formazione di 6 Blenheim, 4 del 39° squadrone e 2 dell'11°, che intendevano attaccare per la quinta volta in pochi giorni la base di Dire Daua in Etiopia, colpendoli tutti e tre e costringendoli ad allontanarsi, uno lasciandosi dietro una striscia di fumo bianco e un altro perdendo carburante: ne avrebbe fatte le spese il velivolo L 4920 del Pilot Officer D. Hunter del 39°, rimasto attardato sugli altri a causa della rottura di un motore, che dopo esser riuscito a sfuggire prima a Giardinà, impossibilitato ad attaccarlo a causa dell'inceppamento delle sue mitragliatrici, e poi a due C.R. 42 alzatisi in volo dopo la notizia dell'attacco, dopo aver progressivamente perso quota sarebbe stato costretto ad un atterraggio forzato all'interno del Somaliland britannico, dove le truppe di terra somale ritrovarono e salvarono Hunter e il suo osservatore, il sergente Ellis, entrambi feriti, ma non il mitragliere-operatore radio, il  Leading AirCraftman (LAC, caporale) Reginald Olley (Matr. 520817), che venne ritrovato solo cinque giorni dopo, ma sarebbe morto a seguito delle ferite riportate.

L'11 luglio in sodalizio con un altro nostro futuro asso, il sottotenente Alberto Veronese (6 abbattimenti da solo, 3 condivisi, 3 aerei danneggiati in collaborazione), Giardinà avrebbe reclamato una probabile vittoria anche ai danni del Blenheim L 8505 dell'8° squadrone pilotato dal Flying Officer P.A. Nicholas proveniente da Aden, intercettato durante una missione di ricognizione sui cieli di Giggiga, anche se in realtà il bombardiere, pur gravemente danneggiato, sarebbe riuscito ad atterrare fortunosamente a Gibuti, in territorio francese, e sarebbe stato comunque recuperato in seguito: Nicholas e il suo osservatore, il Pilot Officer James, entrambi feriti a differenza dell'operatore radio-mitragliere, il sergente Hannan, sarebbero stati costretti al ricovero in ospedale.

La cosa si sarebbe ripetuta anche il 23 febbraio 1941, quando il C.R. 32 di Veronese attaccò stavolta un Hurricane, quello del Major Laurie Wilmot impegnato in un'azione di mitragliamento sull'aeroporto di Macallè, danneggiandolo gravemente tanto da costringerlo ad un atterraggio forzato, terminato con la cattura del maggiore e la sua riduzione in prigionia, anche se poco dopo lo stesso Veronese sarebbe stato abbattuto e costretto a lanciarsi col paracadute dall'Hurricane del Captain Andrew Duncan.
La 410° squadriglia avrebbe abbattuto ben 14 aerei nemici, prima di essere costretta a fermarsi, semplicemente perché rimasta senza aerei a causa dell'impossibilità di rimpiazzare quelli andati perduti o fermi per avaria...

Col progredire delle operazioni militari e l'avanzata sempre più implacabile del nemico in A.O.I., infatti, i nostri aerei avrebbero cominciato a cadere letteralmente come mosche, combattendo a difesa delle nostre basi aeree sottoposte ai continui attacchi dei bombardieri nemici scortati dai caccia o attaccando le colonne nemiche in movimento, nonostante fino a quel momento conservassero una netta superiorità sul nemico, come dimostra l'azione condotta sulla base sudanese di Al Qadarif (Gadarefil 18 ottobre del 1940 tra le 06,55 e le 07,20 di mattina da 8 C.R. 42 della 412° squadriglia decollati alle 06,00 dalla base eritrea di Barentù, quelli del capitano Antonio Raffi, dei tenenti Mario Visintini, Carlo Canella e Raimondo Di Pauli, dei sottotenenti Fiorindo Rosmino e Giovanni Levi, del sergente maggiore Luigi Baron e del sergente Pietro Morlotti, anche se alcuni sostengono la partecipazione anche del sergente Carlo Scarselli, rimasto invece con tutta probabilità a Barentù, a protezione di quella base.
Giunti sul posto pressoché indisturbati guidati da un S.M. 79 Sparviero assegnato alla 41° squadriglia di Agordat pilotato personalmente dal Generale Pietro Piacentini, comandante del settore Nord (che per primo da alta quota lanciò il suo carico di bombe, senza particolari esiti), gli 8 caccia sarebbero riusciti a mitragliare e distruggere al suolo ben 11 aerei nemici, tutti gli 8 Wallesley lì presenti del 47° squadrone R.A.F. (K 7742, K 7762, K 7779, K 7781, L 2650, L 2675, L 2677, L 2688) e 3 biplani Vickers Vincent dell'aggregata 430° squadriglia S.A.A.F. (scambiati per Gloster Gladiator), oltre a depositi di carburante, munizioni ed automezzi (tra cui vari camion e un'automobile Packard, a quanto pare centrata dal solo Canella), senza essere attaccati al ritorno dai caccia del 1° S.A.A.F. distaccati nella vicina base di Azaza (circa 20 Km a nord-est) a causa dell'interruzione del collegamento telefonico con Gadaref!
Come organizzatore dell'attacco oltre che per aver abbattuto due Vincent che si accingevano a decollare (K 4657 e K 4731) Raffi sarebbe stato decorato con la medaglia d'argento, tutti gli altri con quella di bronzo.

Solo pochi giorni dopo le cose sarebbero cominciate a cambiare, anche se proprio nel primo giorno della controffensiva britannica, il 6 novembre 1940, durante l'azione avviata dal Sudan contro i forti di Gallabat Metemma, al confine con l'Etiopia, si verificò forse il maggior successo dei nostri C.R. 42, quando in due distinti scontri ancora quelli della 412° squadriglia agli ordini di Raffinonostante Rosmino venisse comunque colpito, ritornando indietro col paracadute crivellato di pallottole, riuscirono ad abbattere ben 6 Gloster Gladiator del 1° squadrone S.A.A.F.
Quel giorno in un primo scontro sarebbero caduti 5 caccia nemiciquelli del 24enne Flight Lieutenant (tenente di squadriglia) Kenneth Howard Savage, del Pilot Officer Kirk, del parigrado J. Hamlyn (costretto ad un atterraggio di emergenza), del Major Schalk van Schalkwyk (costretto a lanciarsi col paracadute dal suo velivolo in fiamme ma non sopravvissuto a ferite e ustioni) e quello del Captain Brian Boyle, decollato in suo aiuto ma subito colpito e rimasto ferito, tanto da essere costretto ad un rovinoso atterraggio, ma in seguito, intorno a mezzogiorno, in un duello tra i C.R. 42 di scorta a 5 Ca. 133 e una sezione di caccia nemici l'ormai pluridecorato capitano Mario Visentini avrebbe abbattuto anche quello del 21enne Flight Officer Jack Maurice Hayward (R.A.F. 40111), precipitato in fiamme.
Col passare del tempo la posta si sarebbe alzata sempre di più, ma ancora si era in grado di tenere botta, come dimostra un altro scontro avvenuto il 29 dicembre, in cui due C.R. 42 della 413° squadriglia del capitano Corrado Santoro, quelli di Franco De Michelis e Osvaldo Bartolozzi, avrebbero abbattuto al termine di uno scontro di una decina di minuti sopra Bardery due Hurricane del 2° S.A.A.F.
A quel punto si era ormai però nel pieno della bufera. 

Alla data del 10 gennaio 1941, a sei mesi esatti dall'inizio delle ostilità, risultavano efficienti 158 aerei su 278, con le maggiori perdite concentrate (ovviamente, ça va sans dire) tra i Ca. 133 e gli S.M. 81, ma già dal 17 al 31 gennaio, solo 13 giorni, ne andavano perduti altri 44, così che all'1 febbraio risultavano in condizioni di efficienza, secondo un rapporto ufficiale del Viceré Amedeo di Savoia-Aosta, solo 7 S.M. 79, 6 S.M. 81, 37 Ca. 133, 14 C.R. 32, 15 C.R. 42, 2 Ro. 37 e un S.M. 82 giunto di rinforzo nel frattempo: un totale di 82 velivoli che già il giorno dopo sarebbero però scesi a 71 con la perdita di 8 Ca. 133 e 3 C.R. 42!
La terribile battaglia di Cheren, protrattasi per 56 giorni dal 3 febbraio al 31 marzo 1941, sarebbe stata la pietra tombale della nostra aeronautica in Africa Orientale, che vi avrebbe perso circa il 75% dei propri velivoli in grado di volare, passando da una settantina circa a meno di una ventina, di cui 12 C.R. 42 e un paio di C.R. 32, particolarmente sfortunati anche perché ormai decisamente inferiori ai loro competitori, passati da 11 il 10 febbraio a solo 8 il 5 marzo.

Mario Visintini
All'inizio di quella battaglia, all'alba del 9 febbraio, 5 C.R. 42 della 412° capitanati da Mario Visintini, replicando l'analoga azione effettuata su Gadaref, danneggiavano o distruggevano durante un'incursione a volo radente sul campo ex italiano di Agordat 16 velivoli, tra cui un Westland Lysander, 2 Gladiator, 2 Hurricane e 2 Wallesley, facendo meritare al sergente maggiore Aroldo Soffritti, già autore dell'abbattimento di un ricognitore Lysander sette giorni prima, la prima delle sue due medaglie d'argento.
Solo due giorni dopo, però, proprio il povero Visentini, appena ritornato da una missione proprio su Cheren in cui avrebbe rivendicato l'abbattimento di un Hurricane del 1° S.A.A.F., quello probabilmente del Lieutenant S. de K. Viljoen (costretto ad un atterraggio di fortuna dietro le linee britanniche e poi incidentatosi il giorno dopo nel tentativo di ridecollare), si sarebbe schiantato sul monte Bizén, presso Nefasit, dopo esser subito ripartito, giusto il tempo di rifornirsi, in cerca di due suoi compagni (uno era il fidatissimo Baron) atterrati in emergenza a causa del cattivo tempo nel settore di Sabarguma: gli sarebbe stata riconosciuta la medaglia d'oro alla memoria.
Alla sua morte aveva conseguito ben 16 vittorie, che lo rendevano il più grande e famoso asso in Africa Orientale: i suoi più forti avversari sarebbero stati il sudafricano Ken Driver, con 9, e il britannico Jack Frost, con 8, che volavano entrambi solo sugli Hawker Hurricane.

LA FINE DI TUTTO
Ormai tutto, però, precipitava.
Nonostante il grido di aiuto lanciato a Roma dal Duca d'Aosta col telegramma dell'1 febbraio, infatti, gli ultimi 20 Falchi nuovi portati a scaglioni dai Marsupiali non sarebbero riusciti a compensare le perdite, tanto che al 10 febbraio c'erano solo 13 C.R. 42 efficienti, saliti a 15 a metà marzo e subito ricrollati a 5 al 15 aprile, quando in totale restavano solo 12 apparecchi efficienti di tutti i tipi: insieme coi  5 C.R. 42 c'erano infatti  un C.R. 32, 2 S.M. 79 e 4 Ca. 133!

Il 2 luglio i due unici caccia rimasti, due C.R. 42  pilotati dal sergente maggiore Antonio Giardinà della 410° e dal maresciallo Giuseppe Mottet della 411° (un altro asso con 6 vittorie confermate da solo e 6 condivise), abbattevano insieme il Vickers Wellesley L 2713 del 47° squadrone pilotato dal 28enne sergente Alexander George Brown (RAF No. 564096), che precipitava in fiamme con tutto il suo equipaggio a bordo.
Sette giorni dopo, il 9 luglio, ancora Mottet (che nel frattempo era stato costretto a sostituire una delle sue due Breda-SAFAT da 12,7 mm con una da 7,7 per la mancanza di munizioni adatte) reclamava l'abbattimento di un altro Wellesley del 47°, intercettato con altri quattro mentre andava a bombardare per l'ennesima volta Gondar, ma in realtà l'aereo nemico veniva soltanto lievemente danneggiato.
Da Gondar ormai circondata il 23 luglio Giardinà scriveva così al suo capitano Ricci, rimpatriato in Italia a maggio per un improvviso attacco di appendicite e poi posto al comando della 300° squadriglia Caccia Notturna di stanza nell'aeroporto romano di Ciampino:
 "(...) Qui siamo rimasti in tre piloti con due apparecchi C.R. 42: sottotenente Malavolta, maresciallo Mottet e io. da Alomatà fui trasferito a Sciasciamanna e poi a Gimma. In quest'ultima località da solo ho abbattuto uno Junkers e un Hurricane. Ho avuto la medaglia di bronzo sul campo per alcune ricognizioni importanti e scorte, e una medaglia d'argento che mi sarà concessa a giorni. Qui a Gondar ho abbattuto un Wellesley in collaborazione col maresciallo Mottet e in una mattina, durante due allarmi durati complessivamente circa un'ora ho abbattuto, sempre da solo, nel primo un Blenheim e nel secondo un Wellesley e colpito altri due. Così, alle altre vittorie della 410a vanno aggiunte anche queste cinque. Per l'azione su Giggiga siamo stati proposti da SAR il duca d'Aosta per una medaglia d'argento che ci verrà concessa a fine guerra. Io sono tranquillissimo e non credo affatto d'andare prigioniero; però a volte mi domando se non è un'illusione la mia, quando penso di vedere presto arrivare una potente squadriglia da caccia, naturalmente comandata da voi, e poter far fare all'amico Hurricane gli stessi fugoni che ha fatto fare a noi e che ci sta facendo fare in questi giorni.  Vorrei rimanere ancora qui in Africa pur di veder compiuto questo mio sogno. Nonostante tutto lo spero e non mi darò per vinto anche se dovessero occupare Gondar. La base è comandata dal colonnello Busoni, bravissimo comandante, da noi tutti benvoluto. Tutta l'aviazione dell'impero è qui presente con i nostri due caccia e un Ca. 133 duramente colpito in questi giorni, ma già quasi efficiente... La fine dei gloriosi C.R. 32 è avvenuta a Gimma; per i nostri spero che non avvenga mai, oppure molto tardi, quando non ne avremo più bisogno (...)"
Nell'ultimo duello aereo avvenuto in Africa Orientale, proprio il sottotenente Ildebrando Malavolta, decollato il 24 ottobre 1941 col suo ormai malandatissimo C.R. 42 (M.M. 7117), secondo alcuni per ordine diretto fatto pervenire al colonnello Dario Busoni dal Generale Nasi in persona, intenzionato a sapere se il ponte di Culquaber fosse ancora fuori uso o no, secondo altri sua sponte per mitragliare gli aeroporti nemici di Dabat Adi Arcai nel nord dell'Etiopia, sarebbe stato attaccato da tre Gloster Gladiator sudafricani del No. 3 Squadron decollati proprio da Dabat: dopo averne abbattuto uno e aver costretto un altro a un atterraggio di fortuna sarebbe però stato colpito a morte da quello pilotato dal tenente Lancelot Charle Henry "Paddy" Hope (No. 47484V), nonostante le ripetute manovre evasive effettuate.
L'aereo di Malavolta sarebbe stato rinvenuto proprio dai sudafricani il giorno successivo, con lo sfortunato ufficiale morto ancora seduto al posto di pilotaggio.
"Paddy" Hope avrebbe lanciato un messaggio sulle linee italiane di Ambazzò con scritto: "Tribute to the pilot of the Fiat. He was a brave man. South African Air Force" ("Onore al pilota del Fiat. Era un coraggioso. Forza Aerea Sudafricana").

Malavolta sarebbe stato decorato con la medaglia d'oro alla memoria: la sua ultima, sfortunata battaglia sarebbe stata raccontata a fumetti nel 1972 dal Corriere dei Ragazzi, con una storia sceneggiata da Mino Milani e illustrata da Nevio Zeccara con lo pseudonimo di Barin-71.

Giuseppe Mottet
L'ultima azione di fuoco di un caccia italiano in A.O.I. sarebbe stata però quella del 22 novembre 1941, quando proprio Mottet, a bordo dell'ultimo C.R. 42 rimasto (M.M. 4033), attaccò le postazioni dell'artiglieria britannica a Culquaber, uccidendone con la sua unica raffica di mitragliatrice proprio il comandante, il tenente colonnello Ormsby.
All'atterraggio distrusse l'aereo e si unì alle truppe italiane, combattendo fino alla resa cinque giorni dopo, quando fu preso prigioniero con Giardinà e gli altri sopravvissuti.

Al ritorno in Patria nel 1945 Mottet sarebbe rientrato a richiesta nella nuova Aeronautica Militare, col grado di tenente, presso la Scuola Volo di Lecce, per poi passare a un incarico più operativo nel 1948, promosso capitano, al 5° Stormo di Vicenza.
Il 30 marzo 1950 sarebbe però deceduto a seguito delle gravissime ferite riportate dopo un disastroso atterraggio di fortuna nella pista della base causato dal blocco del motore del suo Spitfire Mk. IX, dopo aver evitato con enormi sforzi che l'aereo gravemente danneggiato precipitasse proprio sulla città veneta.

Corrado Ricci
Quanto all'ex capitano Corrado Ricci, anch'egli avrebbe continuato nel dopoguerra la sua carriera nell'Aeronautica Militare fino ai più alti livelli, anche nella N.A.T.O., arrivando nel 1969 fino al grado di Generale di Divisione Aerea, col quale sarebbe andato in pensione il 12 gennaio 1972.
Da tempo terziario francescano, a seguito della morte della moglie e dell'ulteriore perdita di un figlio in un incidente d'auto chiese di diventare sacerdote ed essere mandato missionario in Africa: qui la morte lo colse 83enne nel 1995, in Gabon.

(Sull'aeronautica in A.O.I. v. QUI la relativa voce Aeronautica dell'Africa Orientale su Wikipedia, ma anche https://cronachemilitari.wordpress.com/2013/03/24/la-regia-aeronautica-in-a-o-i/, https://www.ilcornodafrica.it/st-volandomeleca.pdf).

5. LA FLOTTA DEL MAR ROSSO: AMBIZIONE E POCA SOSTANZA

La Flotta del Mar Rosso, pedina operativa del Comando Navale Africa Orientale Italiana della Regia Marina agli ordini del Contrammiraglio Carlo Balsamo, Marchese di Specchia Normandia, era di stanza nel cosiddetto Corno d'Africa ed aveva la sua base principale a Massaua in Eritrea, pur essendovene altre tre minori: una ad Assab, sempre in Eritrea, quasi all'imbocco del Golfo di Aden, e due davanti all'Oceano Indiano, in Somalia, una a Mogadiscio e l'altra 520 chilometri più a sud-ovest, a Chisimaio, quasi alla foce del fiume Giuba.

Pur avendo vagheggiato la Regia Marina, in alcuni nebulosissimi progetti alquanto bizzarri e sicuramente velleitari fatti circolare tra il '36 e il '39 a mo' di ipotesi di studio per gli anni '44-'45, di farne uno strumento militare formidabile, la cosiddetta "Flotta d'evasione"*, capace di rivaleggiare in potenza negli Oceani Indiano e Atlantico Meridionale con la stessa flotta britannica delle Indie Orientali basata a Singapore, e composta da un minimo di qualche incrociatore leggero di nuova concezione, una dozzina di sottomarini oceanici  e una trentina di unità tra moderni esploratori e cacciatorpediniere a un massimo, nelle ipotesi più ambiziose, comprensivo addirittura di un paio di corazzate, navi appoggio e persino una o due portaerei (!), con la sottesa necessità di ampliare e riattrezzare i porti di Mogadiscio e, soprattutto, di Chisimaio (destinato sotto questo profilo a diventare quello più importante), le ovvie esigenze di un bilancio sempre più magro, l'enorme complessità di un simile programma (in un momento poi in cui erano in ritardo tutti gli altri "ordinari" progetti di modernizzazione e potenziamento della nostra flotta) e, da ultimo ma non certo meno importante, lo scoppio della guerra in Europa avevano indotto i nostri Stati Maggiori navali a un salutare bagno nella realtà.

Ne accennano insigni autori come Giorgio Giorgerini e Augusto De Toro, v. di quest'ultimo "Dalle "Littorio" alle "Impero" -Navi da battaglia, studi e programmi navali in Italia nella seconda metà degli anni Trenta", pagg. 31 ss.

Di fatto al momento dell'entrata in guerra dell'Italia la Flotta del Mar Rosso disponeva così solo di una modestissima forza di superficie a basso tonnellaggio e di una non enorme, ma apparentemente più credibile forza subacquea, che avevano il ben più limitato compito di presidiare le acque delle nostre colonie ed eventualmente disturbare il traffico marittimo inglese nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, da cui si accedeva allo strategico Canale di Suez.
Della prima facevano parte 7 caccia antiquati distribuiti su due divisioni, la 5° con tre unità classe Leone (Pantera, Leone e Tigre), e la 3° con quattro classe Sauro (Cesare Battisti, Francesco Nullo, Daniele Manin e Nazario Sauro), quest'ultime particolarmente inaffidabili dal punto di vista meccanico, insieme con due navi bananiere veloci trasformate in incrociatori ausiliari armati, denominate RAMB I e RAMB II*, le due cannoniere di scorta Porto Corsini e Biglieri, due  vecchie torpediniere ex caccia della prima guerra mondiale (Vincenzo Giordano Orsini e Giovanni Acerbi) e infine 5 M.A.S. coevi assegnati alla XXI° squadriglia (nn. 204, 206, 210, 213, 216): poiché due di essi erano gravemente danneggiati allo scafo e già messi in secca e gli altri erano tre piuttosto malandati e in corso di radiazione per aver superato la durata utile dei motori (non superavano i 10 nodi di velocità), dopo averli più o meno rimessi in sesto vi sarebbero stati aggiunti per carità di Patria anche 4 motoscafi veloci d'addestramento e 3 per il supporto idrovolanti concessi dalla Regia Aeronautica, tutti opportunamente modificati per il lancio di siluri e bombe di profondità, oltre a una sezione di sambuchi armati con personale misto nazionale e di Ascari di Marinaoltre a una sezione di sambuchi armati serviti da personale misto nazionale e di Ascari di Marina.

*RAMB non era altro che l'acronimo di Regia Azienda Monopolio Banane.

Migliore sembrava invece la situazione per quanto riguardava la flotta subacquea: inquadrati nell'8° flottiglia sottomarina vi erano infatti un totale di 8 moderni sottomarini, 4 oceanici classe Archimede veterani della Guerra di Spagna (Galileo GalileiGalileo FerrarisEvangelista Torricelli e Archimede), 2 classe Benedetto Brin, miglioramento dei precedenti (Luigi Galvani Alberto Guglielmotti) e 2 costieri (Perla dell'omonima classe e Macallè della classe Adua), distribuiti su due squadriglie, l'LXXXI° (GuglielmottiGalvaniFerraris e Galilei) e l'LXXXII° (TorricelliArchimedePerla e Macallè).
Purtroppo però anche in questo caso il diavolo ci aveva messo la coda.

QUATTRO SOMMERGIBILI PERSI IN DUE SETTIMANE (14-24 GIUGNO 1940)
I nostri sommergibili (eravamo gli unici a chiamarli ancora così) non solo sarebbero stati infatti sempre afflitti da gravi problemi tecnici, sia agli impianti elettrici, inadatti ad affrontare il pesante clima umido di quelle zone, sia soprattutto a quello di condizionamento, che spesso rilasciava all'interno dello scafo un gas velenosissimo, il cloruro di metile o clorometano, che causava all'equipaggio estesi fenomeni di allucinazioni, delirio, impazzimento, fino alla morte, costringendoli spesso a rientrare in anticipo dalle missioni, ma addirittura già nelle prime due settimane di guerra quattro di essi, il Macallè il 14 giugno, il Galilei il 18, il Torricelli il 23 e il Galvani il 24, mandati in agguato tra il golfo di Aden e il Mar Arabico davanti alle coste dell'Oman, sarebbero andati perduti: il primo addirittura dopo essersi incagliato davanti all'isolotto nemico di Bar Mousa Kedir al largo di Port Sudan per una serie di errori di rotta dovuti al primo caso riconosciuto di intossicazione da clorometano; il secondo catturato dal cacciatorpediniere HMS Kandahar nel golfo di Aden dopo aver affondato la nave cisterna norvegese James Stove da 8.215 tonnellate; il terzo autoaffondatosi per evitare la cattura al termine di un durissimo scontro al largo di Bal El Mandeb contro due cannoniere e tre cacciatorpediniere nemici, dopo aver però venduta cara la pelle danneggiando seriamente la cannoniera HMS Shoreham e il caccia HMS Karthoum (poi affondato nel rientro); il quarto affondato al largo di Oman dal caccia HMS Kimberley.

LA RESA
Alla resa di Massaua e comunque entro fine maggio del 1941 tutte le unità di superficie e subacquee della Flotta del Mar Rosso, di ogni tipo, comprese quelle di supporto, sarebbero andate perse perché affondate in combattimento o a seguito di attacchi aerei, o catturate oppure autoaffondate, tranne i sottomarini Guglielmotti, Ferraris, Perla e Archimede, riusciti a fuggire nella base italiana di  Bordeaux in Atlantico, la petroliera Niobe, tre navi cisterna acqua, Sile, Sebeto e Bacchiglione, e un rimorchiatore d'altura, l'Ausonia.

6. PRIME, LIMITATE OFFENSIVE ITALIANE IN SUDAN E KENYA

FARE QUELLO CHE SI RIESCE CON QUELLO CHE SI TROVA
Impossibilitato a ricevere rifornimenti diretti via mare e via terra dalla Madre Patria, a differenza della Libia, l'esercito dell'A.O.I. per come era strutturato era probabilmente già condannato in partenza alla sconfitta, avendo nella migliore delle ipotesi non più di 6-8 mesi di autonomia.
Forse proprio per questo era stato lasciato più o meno consapevolmente abbandonato a sé stesso, come se fosse l'autentica ultima ruota del carro.

Sul piano degli armamenti disponibili, infatti, al di là della modestia in qualità e quantità delle forze corazzate presenti (ma dall'altra parte non è che fossero messi molto meglio all'inizio), l'artiglieria era sì abbastanza numerosa, per quanto quasi tutta di vecchio tipo (anche se rinforzata tra aprile e maggio del 1940, in vista della prevista occupazione di Gibuti,  dall'arrivo di 3 gruppi da 105/28, per un totale di 32 pezzi col relativo personale, e 2 da 75/46 con 16 cannoni e relativo personale), e con  munizioni disponibili per almeno un anno, ma mancavano di contro totalmente armi antiaeree e controcarro (nel medesimo lasso di tempo sarebbero arrivate 4 batterie da 20 con 24 pezzi e aliquote di personale, ma col solo munizionamento c.a. e senza congegni di puntamento, e 4 compagnie di mortai da 81, ma col solo materiale), e anche l'apparente abbondanza di armi individuali e portatili in genere (670.000 fucili, 5.300 fucili mitragliatori, 3.300 mitragliatrici pesanti) non poteva far dimenticare che per loro c'erano munizioni solo per 6/7 mesi al massimo.
Soprattutto, però, ad essere grave era in particolare la carenza di mobilità: la motorizzazione era a livello veramente basico (solo 5.300 autocarri in tutta l'A.O.I.!), le parti di ricambio quasi inesistenti (le gomme per esempio avevano scorte bastevoli per soli due mesi) e il carburante limitato (solo 6/7 mesi di autonomia come per le munizioni, al netto di eventuali distruzioni da parte del nemico), il che diventava un deficit assai grave in relazione allo stato penoso delle poche strade utilizzabili e alla necessità di assicurare il più possibile spostamenti rapidi e sicuri alle truppe all'interno dei vari scacchieri esistenti e tra di loro.

Dalla Madrepatria d'altronde a partire dal maggio 1940, quando si completò l'arrivo di un'ultima tranche prevista di 300 ufficiali e di una modesta aliquota di personale specializzato, tutto quello che fu inviato in Africa sarebbe stato destinato alla sola Libia: in Africa Orientale sostanzialmente non sarebbe arrivato più nulla (il comando servizi aerei speciali avrebbe trasportato nel corso delle operazioni da e per l'A.O.I. un totale di soli 1.739 passeggeri e 346 tonnellate di materiale, bagaglio e posta) e si sarebbe cominciato a dire apertamente al Duca Amedeo di fare quello che poteva con quello che si trovava in casa.
Forse per difendersi in quell'ambiente ostile sotto ogni punto di vista ciò che c'era poteva anche essere sufficiente, ma il problema è che a lui si chiedeva di attaccare Gibuti e il Somaliland britannico per cercare di staccare l'A.O.I. dal suo isolamento e assicurarsi almeno uno sbocco sicuro sul mare nel golfo di Aden dal quale far affluire rifornimenti e al contempo minacciare quelli del nemico, anche per assicurare un retroterra il più possibile pacificato all'A.S.I. di Balbo.

L'ESTREMA DEBOLEZZA INIZIALE DELLE DIFESE BRITANNICHE
Era un compito improbo, quasi impossibile, ma nonostante tutto all'inizio della guerra (l'unico momento in cui d'altronde si sarebbe potuto fare, perché le risorse disponibili col tempo si sarebbero solo potute consumare, senza possibilità di rimpinguarle in alcun modo) il Viceré ci avrebbe provato, approfittando dell'estrema debolezza iniziale delle forze nemiche, composte da raffazzonate truppe britanniche, dei dominions, delle colonie e del Commonwealth, pari a poco meno di 22.000 uomini: 3 battaglioni britannici (il 2° West Yorkshire Regiment, il 1° Worcestershire Regiment e il 1° Essex Regiment), la Sudan Defense Force (21 compagnie, di cui 5 divenute poi 6 di mitraglieri motorizzati) ed elementi vari lungo il confine sudanese (circa 9.000 uomini); 2 brigate dell'Africa orientale in Kenya (8.500 uomini, in parte sudafricani in parti coloni); 2 battaglioni fucilieri e 5 compagnie di truppe cammellate in Somalia britannica (il Somaliland), per circa 2.500 uomini in totale; 2 battaglioni indiani a Aden (poco meno di 2.000 uomini).

(Traggo i dati sulle forze britanniche presenti in Africa Orientale da Alberto Rovighi, "Le operazioni in Africa Orientale Giugno 1940-Novembre 1941", Vol. I Narrazione - Parte Prima, pag. 90, Stato Maggiore Esercito-Ufficio Storico, Roma, 1995, che potete leggere QUI).

UN ANTICO ERRORE DA RIMEDIARE
Amedeo d'Aosta, ben consapevole del fatto che il tempo gli giocava contro e che prima riusciva a liberarsi dalla morsa dei possedimenti coloniali nemici attorno a lui e meglio era, per evitare di trovarsi intrappolato da lì a pochi mesi senza possibilità di uscirne, aveva sempre avuto in animo di attaccare per primo, tanto da vagheggiare inizialmente l'idea di arrivare al Mediterraneo costeggiando il Nilo con le sue truppe, rinunciandovi solo una volta posto di fronte all'evidenza del fatto che un'impresa del genere sarebbe stata pressoché impossibile, trattandosi di percorrere a piedi 2.500 chilometri senza nemmeno l'ombra di una strada percorribile.
Tuttavia l'idea di un'offensiva contro i britannici continuava a stuzzicarlo, a maggior ragione dopo l'uscita dal conflitto della Francia, così, tanto per cominciare, decise di dare fuoco alle polveri ordinando di attaccare poco oltre la frontiera sudanese la cittadina di Càssala, circa 20 Km oltre il confine con l'Eritrea.

Francesco Carchidio Malavolti
Si trattava di 
uno strategico snodo ferroviario, commerciale e stradale, storico incrocio delle principali vie carovaniere di quei territori di confine, utilizzabile dagli inglesi in vista di un'eventuale invasione dell'Eritrea e dell'Etiopia, ma la sua conquista aveva anche ragioni di prestigio: il 17 luglio 1894 infatti le cavallerie italiane avevano sconfitto proprio lì i dervisci del Mahdi del Sudan, che solo poco tempo prima erano stati capaci di umiliare in battaglia e scacciare dalla loro terra gli inglesi, al termine di uno scontro durissimo nel corso del quale aveva trovato la morte un eroico capitano del 21° reggimento Cavalleggeri di Padova, Francesco Carchidio dei Malavolti, medaglia d'oro alla memoria, caduto trafitto da ben 11 colpi di lancia mentre in groppa al suo cavallo cercava di difendersi a sciabolate dal nemico che l'aveva ormai circondato.

L'eroico sacrificio del 33enne ufficiale faentino, assurto alle cronache del tempo anche per essere stato il primo italiano a riconoscere ufficialmente un figlio illegittimo concepito con una donna eritrea durante il servizio militare, facendone un cittadino italiano, il primo italo-eritreo (si trattava di Michele Carchidio Malavolti, nato nel 1891, riconosciuto erede per testamento due anni dopo e futuro tenente colonnello nel Regio Esercito), non sarebbe però purtroppo servito a nulla: solo poco più di tre anni dopo, il 25 dicembre del 1897, Càssala sarebbe stata comunque ceduta agli inglesi, ritornati di nuovo padroni del Sudan,  perché i costi del mantenimento di una guarnigione permanente non giustificavano i pochi benefici che se ne ricavavano.
Riprenderla significava quindi per le Armi italiane in qualche modo rimediare simbolicamente a quell'errore:
"L'ombra di Carchidio dei Malavolti vi attende a Càssala!"
era stata l'esortazione radiofonica urlata dal Duce alle truppe impegnate in quell'azione.

L'ATTACCO A CASSALA (4 LUGLIO 1940)
L'attacco, autorizzato dal Comando Supremo l'1 luglio e preparato da Luigi Frusci, Governatore dell'Eritrea e dell'Amhara e comandante in capo dello Scacchiere Nord dell'A.O.I., insieme col Generale di Brigata Vincenzo Tessitore, responsabile del Comando Truppe Eritrea, prevedeva l'impiego di due brigate coloniali (4.800 uomini) appoggiate dal fuoco di 2 gruppi di artiglieria someggiata, che dovevano avanzare precedute all'avanguardia dalle cavallerie indigene (1.500 uomini), formate da quattro gruppi squadroni del R.C.T.C. (Regio Corpo Truppe Coloniali), le cosiddette "Penne di falco" (così chiamati per la vistosa penna inserita sotto la fascia policroma coi colori del reparto che cingeva i tarbusc rossi, i loro tradizionali turbanti)e da bande a cavallo della P.A.I. (Polizia dell'Africa Italiana), con l'appoggio di due compagnie corazzate, la 321° carri M (con 12 M 11/39) e una di carri L (con 12 L 3/35).


Suddivise in tre colonne denominate Gulsa EstGulsa Ovest (l'unica autocarrata) e Centrale, provenienti da direttrici diverse distanti variamente da 31 a 36 chilometri dall'obiettivo, le truppe italiane varcarono così il confine alle 03,00 di notte di giovedì 4 luglio puntando risolutamente verso la cittadina, protetta solo da un velo difensivo di non più di 350 uomini muniti di pezzi anticarro e mitragliatrici e supportati anche da una trentina tra autocarri, autoblindo e carri leggeri: una precisa scelta del Maggior Generale William Platt, cui spettava il titolo tradizionale arabo di Kady del Sudan (che identifica il comandante dell'esercito, in questo caso della Sudan Defence Force), che disponendo di solo 25.000 uomini in totale e di appena 3 battaglioni al confine con le colonie italiane, lungo ben 2.000 Km, preferiva saggiare la forza del nemico, piuttosto che impegnare da subito tutte le sue truppe.


Alle 09,00 di mattina le tre colonne giunsero senza incontrare alcuna resistenza sull'allineamento Monte Càssala-Catrnia-Monte Mocràm, ma poiché la colonna centrale era ancora indietro, attardata dalle maggiori difficoltà del terreno, l'assalto decisivo fu condotto dalle due laterali: quella di destra in direzione della stretta di Mocràm, con le truppe appiedate all'avanguardia, quella di sinistra direttamente contro il Monte Càssala.
Data la lentezza della marcia e la possibilità di imboscate da parte del nemico, la colonna di destra ad un certo punto forzò il passaggio della stretta lanciando al galoppo tre dei quattro gruppi squadroni di cavalleria, il V° dell'Amhara e il IX° e il XV° dell'Eritrea, e inviando il quarto gruppo presente, il III° dell'Amhara, a tentare l'aggiramento da nord.
Fu proprio in queste circostanze che i primi tre gruppi di cavalleria, ai quali si erano unite diverse bande a cavallo della P.A.I., si imbatterono in prossimità del fiume Gasc in alcune autoblindo nemiche uscite dalla città per intercettarli: ne scaturì un breve ma cruento scontro, nel corso del quale in tanti da entrambe le parti persero la vita, tra cui il povero tenente napoletano Francesco Santasilia dei Marchesi di Torpino, a capo dello squadrone di testa.


Probabilmente favorita da ciò che stava accadendo sull'altro lato, la colonna di sinistra poté attraversare indisturbata il monte di Càssala e, dopo aver costeggiato la linea ferroviaria, fu in grado di puntare direttamente contro la cittadina, ma alle 13,00 di quello stesso 4 luglio fu una formidabile carica delle "Penne di falco" provenienti da nord, i cavalleggeri del III° gruppo squadroni dell'Amhara* agli ordini del capitano Adriano Combi, a sfondare di forza il cordone difensivo apprestato attorno al centro abitato e a fare irruzione sull'obiettivo, costringendo il nemico a ritirarsi in tutta fretta verso l'interno in direzione del ponte di El Butana sul Gasc, nonostante uultimo, disperato tentativo di contrattacco condotto da una ventina di carri armati britannici, prima respinti dai nostri corazzati e poi definitivamente dispersi dagli aerei della Regia Aeronautica.

* Ne era madrina la Contessa Edda Ciano Mussolini, figlia del Duce e moglie del Conte Costanzo Ciano, suo Ministro degli Esteri, che in tal veste aveva donato al reparto lo stendardo.

Artiglieria italiana a Càssala

Secondo il Diario Storico del Comando Supremo (Vol. I Tomo I, pag. 131) le perdite totali da parte italiana quel giorno furono 57 (43 caduti, tra cui 2 ufficiali e 41 indigeni, e 14 feriti, tra cui 2 ufficiali, un nazionale e 11 indigeni) mentre tra il nemico si ebbero molti morti, 14 prigionieri e una mitragliatrice catturata.
Ben dieci medaglie di bronzo al valore, oltre a svariate croci di guerra, furono conferite agli Ascari indigeni delle nostre cavallerie coloniali per il comportamento tenuto in battaglia, e mi piace qui ricordare i loro nomi: Alì Mussaascari della 3° banda P.A.I. (n. 2017); Arragao Muièascari del IX° gruppo squadroni (n. 32111); Asfau Igsauascari e alfiere di squadrone del V° gruppo (n. 017218-A); Bahatà Garzà, bulucbasci (sergente) del V° gruppo (n. 011892-A); Hassen Roblèascari della 5° banda P.A.I. (n. 2014); Petros Gheremedinbulucbasci del III° gruppo (n. 032108-H); Sciferrà Uolièascari della 3° banda P.A.I. (n. 2018); Sciucrù Rettaascari della 3° banda P.A.I. (n. 2016); Tzegai Andùmuntaz (caporale) del XV° gruppo   (n. 7/046); Ussien Idrisascari della 3° banda P.A.I. (n. 2015).

Per l'intera giornata del 4 luglio le truppe italiane vittoriose avrebbero consolidato il possesso della cittadina, costituendo una testa di ponte sul fiume El Guasc, con Càssala al centro, il monte omonimo sulla sinistra e il Mocràm a destra, in vista della prevista espansione dell'occupazione nell'entroterra, ma il sopravvenire delle piogge avrebbe di fatto decretato la fine delle operazioni su quel settore, rendendo pressoché impraticabili le strade.
Proprio un giorno prima, però, gli inglesi avevano a loro volta tentato di conquistare con il loro primo spunto offensivo in Africa Orientale il nostro presidio di confine di Metemma Yohannes, la collina di Re Giovanni, circa 320 chilometri a sud di Càssala, nella regione etiopica dell'Amhara: il velleitario blitz britannico era stato respinto, ma non poteva restare impunito, così il Generale Pietro Gazzera, Governatore del Galla-Sidama e comandante dello Scacchiere Sud, organizzò una spedizione punitiva in forze contro il fortino britannico di Gallabat, difeso da una piccola guarnigione comandata dal maggiore Wilfred Thesiger, famoso esploratore prima e dopo la guerra, che dall'altro lato del confine si fronteggiava proprio contro il nostro presidio appena attaccato.
Ad attaccare con l'appoggio della nostra aviazione furono le truppe del XXVII° battaglione coloniale e del I° gruppo bande dell'Amhara: nonostante la vivace resistenza opposta dagli anglo-sudanesi, gli italiani riuscirono in poche ore al prezzo di 3 morti e 16 feriti a espugnare il presidio nemico, costringendo Thesiger, dopo aver subito solo lievi perdite, a ordinare il ripiegamento al passo di Khor El Otrub, ed assicurandosi in tal modo quell'importante nodo stradale, dove andavano a convergere le piste che da Ghedaref Om Ager consentivano ai ribelli, i famosi Arbergnuoc (Patrioti) di infiltrarsi comodamente nella turbolenta regione del Goggiam, cuore della resistenza etiopica all'invasore italiano. 
A quel punto, dopo una breve pausa per rinforzare le sue truppe, Frusci avviò il 7 luglio una nuova incursione stavolta in direzione del Nilo Azzurro, che avrebbe portato alla conquista in successione prima di Kurmuk, presa il 12 dal IV° gruppo bande armate di frontiera, ed infine di Ghezzan e Dumbode, raggiunte il 14 da altri gruppi di bande.



POI TOCCA AL KENYA
Ma non era solo il Sudan sotto tiro, perché subito dopo toccò anche al Kenya.
Per eliminare il pericoloso saliente di Dolo il 15 luglio vennero conquistati ancora dalle truppe di Gazzera prima Fort Hurrington e poi il vicino villaggio di Moyale, nonostante una resistenza piuttosto accanita.
Il nemico venne inseguito a lungo fino a Debel e poi a Buna, che caddero anch'esse nelle nostre mani, mentre più a oriente gli italiani presero i centri di TercaliTabagaDanisa e Cocaia, col risultato strategicamente rilevantissimo di eliminare anche il saliente britannico di Mandera e quindi di accorciare il fronte di ben 300 km.
Il 31 luglio il 6° battaglione King's African Rifles (Tanganyka Territory)* e unità del Niger Regiment avrebbero contrattaccato nel settore di Debel ma sarebbero state respinte lasciando nelle mani dei nostri coloniali il gagliardetto del 6° battaglione, anche se un nuovo assalto condotto cinque giorni dopo sarebbe stato invece coronato da successo, per la decisione dei nostri comandi di disimpegnarsi senza combattere da quella località per evitare di tenere impegnate truppe a difesa di centri di poca o nulla rilevanza strategica, in osservanza alle direttive che prevedevano un generale atteggiamento difensivo sul confine col Sudan e il Kenya.
Per lo stesso motivo nostre puntate esplorative in direzione di Ajau e Batalo sarebbero restate semplici iniziative estemporanee senza seguito, cosicché proprio Buna, situata oltre 100 chilometri all'interno del Kenya, sarebbe stata la nostra massima punta di penetrazione all'interno di quel vastissimo territorio.

* Traggo da Wikipedia che il Tanganica, già possedimento coloniale tedesco dal 1885 col nome di Africa Orientale Tedesca (Deutsch-OstAfrika), venne occupato dagli inglesi nella prima guerra mondiale e al termine fu assegnato all'Impero Britannico come Territorio del Tanganica su mandato della Società delle Nazioni  dal 1922 al 1946 e poi nel secondo dopoguerra a titolo di Amministrazione Fiduciaria delle Nazioni Unite dal 1946 al 9 dicembre 1961, quando divenne indipendente come Reame del Commonwealth. Divenuto una repubblica l'anno dopo, con il famosissimo Julius Nyerere, leader del Tanganyika National African Union, eletto primo presidente, si unì due anni dopo, il 26 aprile 1964, con l'isola di Zanzibar, anch'essa resasi da poco indipendente, nella quale era stato però appena deposto da un colpo di Stato il Sultano regnante, Jamshid Bin Abdullah, formando con essa il neo Stato della Repubblica Unita di Tanzania.
 
7. LA GRANDE OFFENSIVA NEL SOMALILAND (3-19 AGOSTO 1940)

Il crollo della Francia aveva ormai del tutto mutato gli equilibri nel continente europeo, ma non in Africa.
Paul Victor Louis Marie
Legentilhomme
Il Duca d'Aosta preparò pertanto un dettagliato piano d'attacco 
contro il Somaliland britannico, che lui stesso definiva "una spina nel fianco", allo scopo di anticipare un eventuale attacco nemico sull'Harar italiano, accorciare l'ampiezza del fronte da controllare da 1.150 Km di frontiera terrestre a soli 720 di frontiera marittima e soprattutto isolarlo dalla Somalia francese (Gibuti): quella colonia rappresentava infatti in quel momento ancora un punto interrogativo, visto che nonostante gli ordini perentori provenienti da Parigi di proclamare la propria neutralità il comandante militare locale, il Generale di Brigata Paul Legentilhomme, a capo di una ragguardevole e addestrata guarnigione di ben 12.000 uomini (che gli italiani sottostimavano addirittura a 10.000), col suo Ordine Generale n. 4 del 18 giugno 1940 si era pubblicamente dichiarato contrario a riconoscere l'armistizio con la Germania e anzi favorevole a continuare le ostilità a fianco dell'Impero Britannico.
Bisognava pertanto agire in fretta, era a quel punto il pensiero del Duca d'Aosta, per evitare che in quella terribile incertezza la situazione potesse divenire esplosiva e i francesi potessero accorrere armi e bagagli in soccorso degli inglesi o, forse peggio ancora, aprire addirittura l'eccellente porto di Gibuti alle navi di questi ultimi, piene magari di rinforzi aggiuntivi, come d'altronde era previsto nei piani anteguerra concordati tra Parigi e Londra in caso d'intervento italiano nel conflitto!

Venne così predisposto a tal uopo un imponente corpo di spedizione di quasi 35.000 uomini (4.800 nazionali e 30.000 Ascari), affidato a Guglielmo Nasi, Governatore dell'Harar e dello Scioà e comandante in capo dello Scacchiere Est, formato da 5 brigate, ognuna assistita da un gruppo d'artiglieria coloniale da 65/17, pari a un totale di 26 battaglioni (23 indigeni e 3 nazionali), 5 bande di truppe irregolari a cavallo della P.A.I. (la Polizia dell'Africa Italiana) al comando di ufficiali italiani, 21 batterie di vario calibro (10 nazionali e 11 coloniali), una compagnia di 12 carri medi, uno squadrone di 39 carri leggeri e 3 squadroni di autoblindo con un totale di 126 mezzi.

LA SOMALILAND  DEFENSIVE FORCE
Arthur Reginald
Chater
Di fronte a questo spiegamento di forze c'erano solo gli 11.000 uomini della Somaliland Defensive Force agli ordini del Brigadier Generale (facente funzioni, in realtà era un colonnello) dei Royal Marines Arthur Reginald Chater: l'equivalente di appena 6 battaglioni!

In origine le uniche forze armate deputate alla difesa della colonia erano infatti quelle del suo Corpo Cammellato Somalo (Somaliland Camel Corps), passato ora al tenente colonnello R.R. Mitchell (proveniente dal Duke of Cornwall's Light Infantry), un'unità mobile anche eccellente ma che disponeva soltanto di un totale di poco più di 560 uomini (14 ufficiali e un sottufficiale britannici e il resto soldati e graduati somali), distribuiti su appena 5 compagnie (una cammellata e 4 di fanteria), disposte in varie località strategiche: la compagnia comando e il quartier generale a Laferug, la compagnia A cammellata a Hargeisa, la B e la D a Tug Argan (tranne due plotoni di quest'ultima basati a Sheikh) e la C a  Burao.

Quando Wavell era venuto in visita alla colonia nel gennaio del 1940 aveva individuato proprio in Tug Argan (Torrente Argan), un sito che prendeva il nome dal letto secco di un fiumiciattolo che attraversava in quel punto una estesa depressione naturale, contraddistinto da una distesa di nervose alture che si estendeva davanti alla capitale Berbera per circa 4 miglia (poco meno di 8 chilometri), la chiave della strutturazione difensiva del Somaliland, con la necessità però di predisporre almeno tre centri di fuoco a distanza di un miglio circa l'uno dall'altro, ma era rimasto letteralmente sconvolto da una simile povertà difensiva, tanto da predisporre subito l'arruolamento di bande di irregolari locali, mobilitare le forze di polizia e inviare due battaglioni coloniali, dal Sudan il 2° (Nyasaland)* King's African Rifles del tenente colonnello L.T. Payne-Galloway del 7° Ussari e dal Kenya il 1° The Northern Rhodesia Regiment del parigrado B.G. Lynn-Allen del Welsh Regiment, cui si aggiunsero di seguito provenienti da Aden due compagnie di due battaglioni appartenenti a due reggimenti indiani del Punjabil 3°/15°  del tenente colonnello A.H. Pollock e il 1°/2° del parigrado B.H. Chappel.

* Il Nyasaland è un territorio corrispondente all'odierno Malawi.

Due mesi dopo, un giovane ufficiale d'artiglieria inviato dallo stesso Wavell a valutare al meglio la situazione sul posto, dopo aver stimato in circa 8.000 iarde (poco meno di 7.500 metri) la lunghezza di quella linea, aveva ritenuto che in effetti essa si prestasse molto bene alla bisogna, ma fosse necessario per avere un minimo di credibilità difensiva che essa fosse integrata almeno da un altro intero battaglione di fanteria con uno di riserva, appoggiati a loro volta da due gruppi di artiglieria con un totale di almeno 8 cannoni da 25 libbre, vitali grazie alla loro gittata di 13.000 iarde (quasi 12.000 metri), da posizionarsi preferibilmente ai piedi di Castle Hill, un'altura un po' più arretrata dalla caratteristica cima piatta che consentiva una magnifica visione d'insieme della situazione sul campo di battaglia.

A seguito del rapporto dell'ufficiale, Wavell aveva disposto così l'immediato invio anche del resto dei due battaglioni indiani e, buon ultimo, quasi nell'imminenza dell'offensiva italiana, anche di uno scozzese, il 2° The Black Watch (Royal Regiment of Scotland) del tenente colonnello A.K. Hamilton, oltre a dei rinforzi anche di artiglieria, da unirsi all'unica batteria già presente, inviata sin dall'inizio, la 1° batteria leggera dell'Africa Orientale, in inglese 1st (East African) Light Battery, agli ordini del maggiore W.W. Mackinlay, che disponeva però solo di 4 obici da montagna QF (Quick Firing, a tiro rapido) da 3,7 pollici (93,98 mm) risalenti al 1917 e serviti da personale kenyano: si trattava precisamente di un distaccamento della batteria P della 1° unità indipendente anticarro (1st Indipendent Anti-Tank Troop) servita da personale nigeriano e tratta dal 3° reggimento dell'artiglieria reale a cavallo, con 2 cannoni anticarro Bofors da 37 mm, una sezione della 23° batteria di Hong-Kong e Singapore dell'artiglieria reale, schierata a Berbera con 2 cannoni antiaerei da 3 pollici (76,2 mm), e persino un cannone navale australiano da 3 libbre (47 mm di calibro) servito da tre marinai dell'incrociatore leggero HMAS Hobart.

Rispetto ai meno di 600 uomini, quasi tutti somali, originariamente presenti a inizio anno, a presidio dell'intero territorio ora c'erano 4.507 soldati britannici e del Commonwealth.
Anche se il 75% almeno dei difensori era costituito in totale da fanti africani e irregolari somali e nell'insieme si trattava di meno dell'1% delle forze disponibili nell'intero Impero e Commonwealth britannico si era comunque di fronte a un numero ben otto volte superiore a quello di partenza: un rinforzo indubbiamente considerevole, tuttavia non certo sufficiente, tanto da costringere a fare delle scelte di priorità su cosa difendere esattamente al meglio e come.
L'intero territorio, secondo il Comando italiano, era stato così giocoforza suddiviso in cinque diversi settori affidati ad altrettanti nuclei difensivi:

Nucleo a), nel Settore costiero di Zeila: una banda Hilalos (irregolari indigeni) ed elementi di polizia (550 uomini);

Nucleo b), Settore settentrionale di Dobo: un comando (Northcol); una compagnia del corpo cammellato; una banda Hilalos; una compagnia di polizia (900 uomini);

Nucleo c), Settore centrale (BuraoBerbera): il comando truppe del Somaliland; un comando settore (Norwun: comando 1° battaglione del reggimento della Rhodesia del Nord); 3 compagnie del corpo cammellato; 3 compagnie Hilalos; il battaglione rhodesiano; un battaglione del reggimento indiano Punjab di Aden; una compagnia cannonieri somala; un reparto d'istruzione somalo di artiglieria; una compagnia di polizia; fuoriusciti etiopici; genio, autotrasporti e servizi vari (7.200 uomini);

Nucleo d), Settore meridionale di Hargheisa: un comando (Southcol); 3 compagnie del corpo cammellato; una banda Hilalos; una compagnia di polizia (1.600 uomini);

Nucleo e), Settore orientale (Erigavo e confine sud-orientale): una banda Hilalos e una compagnia di polizia (900 uomini).

I nuclei a) e b) erano stati ritenuti dagli italiani troppo lontani dal grosso delle forze nemiche ed impossibilitati a soccorrerlo per la mancanza di vie di comunicazione praticabili, mentre il nucleo e) aveva un'importanza assai relativa e francamente trascurabile.
Ben altro rilievo avevano invece i nuclei c) e d): in particolare il primo vedeva schierate le forze più consistenti e forti, tutte ovviamente concentrate a difesa di Berbera, raggiungibile dalla Somalia italiana attraverso un'unica camionabile, la autostrada 1, che dal confine arrivava sino ad Hargheisa e poi da lì si dipartiva in direzione della capitale in due tronchi, uno a sinistra verso Adlaleh e l'altro a destra verso Sheikh, località ambedue protette da opere semipermanenti di difesa che si era cominciato ad impiantare sin dal 1936.

Vincent Goncalves 
Glenday

Nonostante tutto questo grande impegno, tuttavia, la mancanza di tempo, di uomini e di soldi avrebbe impedito di rafforzare di più e al meglio le difese da approntarsi, tanto più che si erano verificati profondi scollamenti sulle misure da prendere tra l'autorità civile e quella militare: per dirne una, solo a luglio inoltrato il Governatore civile del SomalilandSir Vincent Goncalves Glenday, avrebbe autorizzato a fortificare lo strategico passo di Sheikh, messo di fronte all'evidenza dei preparativi italiani, dopo esservisi sempre opposto per non spaventare la popolazione locale!
Al di là della classica supponenza degli inglesi, tutti convinti, dagli alti vertici politici ai giornali fino alla gente comune per le strade, dell'impossibilità di un'offensiva vittoriosa degli italiani, c'era quindi la piena consapevolezza da parte degli Alti Comandi britannici sul posto che sul Tug Argan al massimo si sarebbe potuto rallentare, ma non fermare, le forze del Duca d'Aosta, tanto più che c'era carenza di artiglierie, in particolare armi anticarro e antiaeree, un vulnus che i mortai fatti in casa dalle officine ferroviarie di Nairobi, privi di efficaci consegni di puntamento e quindi estremamente imprecisi, non avrebbero contribuito certo a colmare, senza contare che la natura impervia del terreno avrebbe impedito di alimentare con costanza le truppe difendenti coi necessari rifornimenti di munizioni, equipaggiamenti, viveri e acqua, laddove gli italiani disponevano invece allo scopo di decine di muli.
Il rapporto consegnato dall'ufficiale d'artiglieria a Wavell, al riguardo, sarebbe stato assolutamente inequivocabile: 
"Qualunque sia il numero e il tipo di cannoni, esso sarà comunque sempre inadeguato rispetto a ciò che gli chiederemo di fare".

IL PIANO D'ATTACCO ITALIANO
Pronto a grandi linee sin dal 18 giugno, il piano finale predisposto dal Duca d'Aosta, approvato da Badoglio il 28 luglio, prevedeva la partenza dell'offensiva per la notte del 3 agosto 1940.
A muovere dovevano essere tre forti colonne, presenti sin da fine luglio alle posizioni di partenza, i cui reparti provenivano quasi tutti da località distanti anche 1.000 chilometri da lì, che avevano attraversato anche con molta difficoltà visto che era la stagione delle piogge, le strade risultavano fangose e spesso inagibili e comunque l'umidità e l'afa erano assolutamente asfissianti, tanto più che la regione disponeva di pochissima acqua:

la colonna di sinistra comandata dal Generale di Corpo d'Armata Sisto Bertoldi, vicecomandante di Nasi, con la XVII° brigata coloniale del colonnello Ettore Focanti, su 8 battaglioni complessivi (i 5 coloniali più 2 di CC.NN. d'Africa della 11° Legione CC.NN. d'Assalto, il XII° e il XIV°, e uno di mitraglieri, tutti e tre tratti dalla divisione Granatieri di Savoia) appoggiati da 4 batterie, con i 3 battaglioni della LXX° brigata coloniale del Generale di Brigata Giuseppe Muller in seconda schiera, era posizionata ad Agijn, tra Gialelo -al confine con la Costa francese dei Somali (Gibuti)- Aisha e Aroueina, e aveva l'obiettivo tattico di catturare Zeila, sulla costa, ma soprattutto quello strategico di interporsi tra il piccolo possedimento coloniale francese, da cui ancora non si sapeva cosa aspettarsi, e il Somaliland britannico, bloccando l'unica strada che potesse metterli in contatto diretto tra loro, quella costiera, così da impedire eventuali uscite delle forze di Legentilhomme in soccorso dei britannici;

Un carro M 11/39 della 322° compagnia speciale
- la colonna centrale motorizzata del Generale di Divisione Carlo De Simone, formata dalla divisione speciale Harar (XIII°, XIV° e XV° brigata coloniale), un totale di 11 battaglioni di fanteria motorizzati appoggiati dalla 322° compagnia speciale carri M (con 12 M 11/39), da una compagnia carri L (12 L 3/35), da uno squadrone autoblindo montato su FIAT 611 e da 14 batterie, di cui una di obici da 149/13, e dal Gruppo Bande della P.A.I., era schierata tra GiggigaAubarre e Garbahedri e doveva puntare al bersaglio grosso, la capitale Berbera, passando per l'occupazione di Hergeisa e Adadleh;

- la colonna di destra del Generale di Brigata Arturo Bertello, col I° battaglione arabo-somalo, il V° e il VI° gruppo Dubat e una batteria d'artiglieria cammellata da 77/28, posizionata tra Dagabur, Ual-Ual e Galladi, doveva invece occupare Oadueina, da cui la strada esistente si biforcava, dirigendosi a sinistra verso Adadleh e a destra verso Burao.

Il piano era quello di spingere avanti le due colonne ai lati per fissare le assai deboli ali nemiche e poi lanciare al centro la colonna più forte, quella di De Simone, per impegnare il grosso dei difensori e avvolgerlo completamente, seguendo tre fasi distinte: una preliminare, l'attacco alla linea fortificata ed infine lo sfruttamento del successo.
Affinché tutto andasse per il meglio, come riserva del comando scacchiere era posta anche la II° brigata coloniale del colonnello Orlando Lorenzini, su 4 battaglioni (IV°, V°, IX° e X°) e 2 batterie del II° gruppo di artiglieria coloniale da 75/13, mentre la Regia Aeronautica assicurava l'appoggio di un totale di 27 bombardieri, 23 caccia e 7 ricognitori, posti agli ordini del Generale di Brigata Aerea Renato Collalti.

LA PRIMA FASE DELL'OFFENSIVA (3-6 AGOSTO)
La fase preliminare dell'offensiva, svoltasi tra il 3 e il 6 agosto, avvenne senza particolari problemi, anche se la sparuta aviazione nemica aveva comunque avvistato dall'alto sin dalle prime ore del 3 agosto una prima formazione di circa 400 uomini superare il confine di Biyad e la mattina di domenica 4 l'intera colonna di De Simone in movimento verso Hargheisa.
Precedute dai nostri velivoli, che avevano in quel momento il totale dominio dell'aria e non si limitavano a segnalare, mitragliare e spezzonare le linee dei difensori, ma riconoscevano le piste, collegavano le nostre colonne in avanzamento e bombardavano il naviglio nemico nei porti di ZeilaBerbera e Aden, presumibilmente pieno di rinforzi per Chater, le tre formazioni italiane conseguirono rapidamente i loro obiettivi.

Bertoldi, dopo aver preso proprio il giorno 3 con il grosso Dabat e con un distaccamento più piccolo Madda, aveva inviato 
una colonna fiancheggiante costiera autocarrata, affidata al console (colonnello) Giovanni Passerone e formata col III° battaglione CC.NN. Italo Balbo ed il XVIII° battaglione misto genio d'Africa tratti dalla divisione Cacciatori d'Africa e provenienti dal ridotto di Dessiè, più  il LXVI° battaglione della XVII° brigata coloniale e la 1° sezione da 77/28 del I° gruppo artiglieria motorizzata d'Africa, ad occupare anche il villaggio di Girreh: da lì in poi l'avanzata era proceduta spedita fino al 5 agosto, quando la colonna principale aveva conquistato Zeila e quella costiera anche il piccolo villaggio di Dobo, il cui possesso era fondamentale per impedire rischiosi buchi nello schieramento, visto che era posto a metà strada con Hargheisa, dove nel frattempo intorno alle 10,00 di quello stesso giorno era arrivato anche De Simone.

Davanti a quella cittadina gli italiani, avanzati fino a quel momento senza problemi, avevano dovuto però affrontare per la prima volta il fuoco nemico, quello delle mitragliatrici pesanti del corpo cammellato: De Simone era stato costretto ad usare i mortai e l'artiglieria leggera per cercare di sloggiare i difensori dalle loro posizioni, ma non riuscendovi  circa tre ore dopo aveva lanciato in campo aperto sulla rotabile n. 1 le sue due compagnie di carri, sia quelli  medi M 11/39 che quelli leggeri L 3/35, che, pur inducendo il nemico apparentemente a ripiegare, erano finiti a loro volta vittime di un'autentica imboscata, quando una compagnia dell'agguerrito battaglione rhodesiano, ben posizionata all'interno del centro abitato, coi soliti fuciloni anticarro Boy in dotazione ne aveva neutralizzati ben tre!
De Simone per vincere quella tenace e inaspettata resistenza era stato così costretto a richiedere personalmente il soccorso dall'alto della Regia Aeronautica, il cui intervento fu decisivo per vincere la partita sia lì che a Oadueina, dove anche Bertello, giuntovi più o meno nelle stesse ore in cui il primo era arrivato ad Hargheisa, aveva conosciuto le medesime traversie.
Nonostante questi "contrattempi", tuttavia, già alla sera del 6 agosto Zeila, Hargheisa e Oadueina erano comunque saldamente in mano italiana: le uniche forme di opposizione armata degli inglesi provenivano solo dall'aria, per opera dei pochi aerei disponibili sul territorio, una sezione di tre Blenheim del 39° squadrone e poche decine  di Gloster Gladiator, ma erano facilmente contrastate dai nostri caccia, in quel momento probabilmente al massimo della loro capacità, tanto da abbattere sin dalle prime ore dell'invasione uno dei tre bombardieri e costringere ben presto gli altri aerei a ripiegare in tutta fretta dalle piste improvvisate e troppo esposte di Berbera fino alla piccola base yemenita di Aden, a 200 miglia dall'area interessata ai combattimenti!

Arrivati ai primi obiettivi previsti, i comandanti delle tre colonne italiane avevano preferito consolidare le rispettive conquiste e far riposare le loro stanche truppe piuttosto che continuare l'avanzata: 

- Bertoldi, oltre a sistemarsi al meglio a Zeila e Dobo, avrebbe ordinato a parte delle truppe in esubero di ritornare alle basi di partenza, avendo praticamente completato la sua missione, non senza però mandare un'altra colonna agli ordini del colonnello Tito Agosti a occupare Loyl Ada Hadù, al confine con Gibuti, così da completarne quello che aveva tutta l'aria di essere un vero e proprio accerchiamento: lui in quel momento non lo poteva sapere, ma proprio alla vigilia dell'offensiva italiana, il 2 agosto, Paul Legentilhomme si era imbarcato per Aden, da dove era poi stato trasferito in aereo a Londra*. 

* Traggo dalla relativa voce inglese di Wikipedia (v. QUI) e da http://signaturesofwar.com/id67.html, sempre in lingua inglese: privato della cittadinanza francese il 31 ottobre 1940 dal governo di Vichy, Legentilhomme sin da subito avrebbe continuato a combattere gli italiani agli ordini di De Gaulle in Africa Orientale, divenendo col grado di Maggior Generale il responsabile delle truppe della Francia Libera in Sudan ed Eritrea, inquadrate nella Briggs Force del Brigadiere Sir Harold Rawdon Briggs. Ideatore della 1° divisione leggera francese libera ("1ére Division Lègére Française Libre" o "1ére DLFL"), partecipò con questa attivamente alla campagna in Siria e Libano contro le truppe alleate di Vichy e tedesche alla testa della cosiddetta Gentforce (formata insieme con la 5° brigata indiana, la 6° divisione britannica e la 7° australiana), nel corso della quale venne ferito in combattimento, figurando tra i protagonisti della caduta di Damasco in mano alleata il 21 giugno 1941 insieme col Generale Georges Catroux, già governatore prima in Algeria e poi in Indocina (uno dei primi governatori coloniali francesi a ribellarsi al governo collaborazionista), tanto da essere  condannato a morte in contumacia per tradimento come quest'ultimo dai tribunali di Pétain nel novembre del 1941. Promosso comandante in capo delle forze francesi libere in Madagascar, sarebbe stato decorato da De Gaulle in persona il 9 settembre 1942 con la croce della Campagnon de la Libération, seguendone poi la parabola vittoriosa in Patria. Nel dopoguerra, andato in pensione nel 1947 da Governatore Militare di Parigi e comandante della 1° regione militare col grado di Generale d'Armata, sarebbe entrato in politica in una formazione moderata di centrosinistra, l'U.D.S.R. (Union Démocratique et Socialiste de la Résistance), prima di morire, 91enne, il 23 maggio 1975 a Villefranche-sur-Mer.

- De Simone, rimasto sorpreso dall'imprevista reazione nemica davanti ad Hargheisa, probabilmente sopravvalutandone la reale consistenza avrebbe invece preferito organizzare al meglio le difese nella piccola cittadina, temendo eventuali contrattacchi in forze dei rhodesiani: un compito reso difficilissimo dalle eccezionali tempeste d'acqua che furoreggiavano in tutta la regione dell'Harar, tali da rendere pressoché impraticabile la pista che collegava Giggiga ad Hargheisa, e che si sarebbe rivelato col senno del poi un grave errore, sapientemente alimentato anche dalle ripetute sortite mordi e fuggi del corpo cammellato, perché avrebbe dato tre giorni in più a Chater per consentirgli di aspettare anche l'arrivo dell'ultimo battaglione inviatogli da Wavell, il Black Watch, col quale organizzare al meglio la linea difensiva sulle alture davanti a Berbera.
 
- Bertello, infine, messa in sicurezza Oaudeina, occupata dai suoi fedelissimi Dubat, finalmente sarebbe stato raggiunto dai rifornimenti dopo otto giorni di marcia condotta in quella terra aridissima sotto il sole implacabile di agosto, con temperature che di giorno sfioravano i 50° all'ombra, senza aver mai visto una sola goccia d'acqua che non fosse quella che si erano portata con loro!

Alle prime luci del 7 agosto, comunque, le truppe italiane erano ormai disposte a semicerchio attorno a Berbera, pronte ad affondare il colpo: la colonna di destra di Bertello doveva attaccare verso Adlaleh per iniziare la manovra d'avvolgimento su Sheikh attraverso il passo Jerato e Mandera, quella costiera di Passerone, punta di lancia di Bertoldi,  aveva come obiettivo il villaggio costiero di Bulhar, a pochi chilometri dalla capitale, ma soprattutto era quella di De Simone ad avere il compito più impegnativo, quello di attaccare il grosso delle difese britanniche. 

LO SFONDAMENTO DI TUG ARGAN (7-15 AGOSTO)
Dopo le prime, infruttuose prese di contatto coi difensori avvenute sin dal 7 agosto, fu dall'8 che la battaglia entrò nel vivo, quando ancora una volta i carri armati medi M 11/39 e leggeri L 3/35 di De Simone andarono per primi furiosamente all'attacco senza però riuscire a sfondare, così la parola passò direttamente alle fanterie.
Precedute dalle 08,00 di mattina dal fuoco di preparazione delle artiglierie la XIV° brigata coloniale del Generale Tosti e la XV° del colonnello Antonio Graziosi si mossero per prime in avanti con la XIII° del Generale Cesare Nam in seconda schiera, ma ben presto le avanguardie, una volta superati i valichi dei due passi Karrim e Gorialeh, appurarono che la linea difensiva nemica correva per circa una ventina di chilometri a partire sulla destra del fronte da Adadleh alla piccola vetta del monte Dameir, alta non più di 600 metri, raggiunta già alle 12,30 dai primi elementi della XV°, proseguendo al centro fino alla depressione naturale dell'Argan, quasi intransitabile a veicoli e uomini, proprio davanti alle colline di Assa, e da lì alla sella su cui scorreva il nastro stradale della pista Hargheisa-Berbera, a cavallo della quale sorgeva su ambo i lati un sistema di impervie colline mediamente di circa 1.000 metri di altitudine pesantemente fortificate, per poi andarsi a chiudere sull'estrema sinistra, in corrispondenza della sponda destra del Tug Argan, in una sorta di sperone roccioso che precipitava letteralmente nel letto asciutto del fiume, a occidente della camionabile.
Si trattava evidentemente di una situazione orografica orribile, aggravata anche dal fatto che l'intera fascia di terreno che andava dal passo di Godayere fino al Tug Argan, solcata da una serie di scoscesi impluvi che scorrevano tutti quasi perpendicolarmente a quel miserevole corso d'acqua, era per di più totalmente brulla e allo scoperto, poiché l'unica forma di vita vegetale presente erano rade acace ombrellifere nane che crescevano ai margini di quegli impluvi e degli avvallamenti tra le varie alture ivi presenti, un po' più diffusamente solo sulla riva destra del torrente.

Tutto questo comportava per gli italiani un doppio ordine di problemi: non solo erano obbligati a percorrere certe strade, poche e solo quelle, in condizioni peraltro estremamente penose a causa delle continue piogge, ma per di più trovavano il nemico saldamente posizionato in postazioni difensive preparate da tempo su quelle alture, tutte poco o nulla aggirabili, protette com'erano da un doppio ordine di reticolati e pali di cemento, e comprensive di fortini che si coprivano vicendevolmente con incroci di fuoco e di numerosi appostamenti in caverna spesso quasi invisibili, come avrebbe amaramente scoperto la XIV° brigata coloniale, giunta nei pressi dell'aridissima piana dii Daharboruc, sulla riva sinistra del Tug Argan, dove per la prima volta trovò un'intensissima resistenza organizzata da parte del nemico, tanto da dover ripiegare in tutta fretta su posizioni più riparate sotto un precisissimo fuoco d'artiglieria!


Le formidabili difese del Tug Argan erano distribuite su cinque colline, di cui quattro,  chiamate in codice Black, Knobbly, Mill Observation, erano presidiate dalle varie compagnie rhodesiane e da una di mitragliatrici del Camel Corps, mentre la quinta, la famosa Castle Hill, era stata prescelta per installarvi il quartier generale di Chater.
Non c'erano però solo loro: le truppe indiane e quelle africane presidiavano infatti le vie d'accesso costiere e i passi di montagna che conducevano a Berbera, e in particolare la compagnia B del 1°/2° Punjab venne schierata al passo di Sheikh, che conduceva direttamente verso l'entroterra, la C del capitano C.J. Veevers a protezione della gola depressionaria dello Shell, distesa tra la costa a ovest del porto e la depressione di Bihendi a est, mentre l'intero 3°/15° Punjab, a parte una compagnia, venne dislocato sul fianco destro del Tug Argan, occupando la piccola catena di basse colline che scorreva da lì verso est, con la sua compagnia D agli ordini del secondo tenente A.J. Block distaccata invece a sinistra di Castle Hillsull'importante ed estesa cresta denominata in codice il Punjabi Ridge (il costone del Punjab), a fare da cerniera tra le posizioni tenute dai rhodesiani sul Tug Argan e quelle del 2° King's African Rifles sulle colline di Assa, schierato con metà delle compagnie sul passo di Mirgo all'altezza della cosiddetta Block Hill e con l'altra metà su quello di Jerato, a sbarramento delle provenienze da Adadleh

Observation Hill
Alla luce di queste notizie, De Simone dovette quindi cambiare al volo i piani, che prevedevano inizialmente una manovra d'aggiramento sulla direttrice Hargeisa-Karrim-Adlaleh-Sheikh-Laferug-Berbera, seguendo una pista che però era evidentemente impercorribile dai veicoli, e rassegnarsi a continuare a seguire la camionabile n. 1 che portava in direzione di Laferug e quindi all'inevitabile scontro frontale contro di esse proprio sul Tug Argan, di fatto l'unico e ultimo baluardo britannico che sbarrava la strada per Berbera.
Fu per questo motivo che dal 7 su ordine diretto di Nasi entrarono in prima linea a sua disposizione anche la LXX° brigata coloniale di Muller e il suo gruppo d'artiglieria, distaccati dalla colonna di sinistra di Bertoldi ed avviati ad Aubarre, in appoggio all'attacco della divisione speciale Harar, e la II° coloniale del colonnello Lorenzini, tenuta fino a quel momento di riserva, che ebbe il compito di effettuare una manovra aggirante ad ampio raggio che, oltrepassando la piana di Daharboruc dov'era tuttora impegnata in combattimento la XIV° e puntando per El Anod, la portasse di fronte alle più lontane difese di Laferug, dov'era stato mandato in posizione di riserva l'ultimo arrivato, il 2° battaglione scozzese Black Watch.
Un totale di sei brigate e varie truppe di rinforzo, pari più o meno a 25.000 uomini, stavano così per scagliarsi contro i soli 5.000 difensori di Tug Argan, comprensivi anche dei reparti irregolari!

Preceduto e poi accompagnato per tutto il corso del suo svolgimento dall'azione a ondate successive dell'aviazione, l'attacco si sarebbe sviluppato lungo tutto l'arco difensivo britannico, col costante supporto di un intenso fuoco di artiglierie.
Già alle 07,30 del mattino del 10 agosto un primo vigoroso bombardamento aereo da bassa quota e una serie di mitragliamenti da parte dei cacciabombardieri italiani sulle posizioni tenute proprio dai neo arrivati scozzesi annunciarono l'inizio dell'attacco.
Nonostante uno dei velivoli attaccanti andasse perduto sotto il fuoco di una mitragliatrice Bren contraerea del Black Watch, questo non rallentò certo l'azione distruttiva della Regia Aeronautica, visto che subito dopo un'ancor più pesante incursione da parte di alcuni S.M. 81 si abbatté sulle linee stavolta dei due battaglioni indiani, spaventando non poco i poveri sepoys (così erano comunemente chiamati i soldati di quel paese), alla loro prima esperienza di quel tipo in assoluto, che tuttavia tennero bravamente le posizioni, rassicurati dalla solidità delle trincee in cui erano ammassati.
Dopo che alle 08,40 furono duramente colpite anche le trincee situate in cima alle colline Mill e Knobbly, stavolta dal fuoco dell'artiglieria terrestre di De Simone, finalmente per primi cinque battaglioni coloniali si lanciarono all'assalto contro il centro dello schieramento nemico, quello che andava dalle colline Black, Knobbly, Mill e Observation tenute dai nord-rhodesiani a sinistra fino al Punjabi Ridge a destra, dov'era la compagnia D del 3°/15° Punjabi indiano, attaccando praticamente allo stesso modo di come avvenivano gli assalti sul Carso: le truppe della XIV° brigata di Tosti a partire dal crinale a occidente del  passo di Godayere (sulla sinistra), quelle della XV° di Graziosi partendo da sud rispetto al Tug Argan (sulla destra).

Pur sopportando le prime, forti perdite di quella campagna sotto i colpi delle mitragliatrici nemiche e soprattutto degli obici della batteria dell'Africa Orientale posizionati su Knobbly Hill e serviti dagli artiglieri kenyani (per tutta quella giornata avrebbero sparato una media di ben 160 colpi ognuno), lo sforzo massimo degli italiani, concentratosi proprio sul Punjabi Ridgeconsentì loro di sfondare con le truppe della XV° sulla destra, dove due plotoni indiani, rimasti senza munizioni, furono costretti ad abbandonare le loro posizioni lasciando un varco aperto che permise alle fanterie coloniali italiane di esondare nel bel mezzo dello schieramento nemico e di mettere così in grave pericolo la tenuta dell'intera linea di difesa, nonostante anche qui non mancassero gli atti di valore, come quelli per i quali il comandante della compagnia D, il secondo tenente A.J. Block, ricevette una Military Cross, una delle poche assegnate in questa specifica campagna.
Alfred Reade Godwin-Austen
Nonostante elementi del 2° King's African Rifles riuscissero nella notte a rifornire di munizioni la compagnia indiana, la situazione per i difensori si era fatta estremamente grave, tanto da indurre immediatamente Wavell a richiamare appositamente alle 06,00 di quella mattina dalla Palestina il Maggior Generale Sir Alfred Reade Godwin-Austen, ritenuto più esperto del predecessore.
Già alle 20,00 di quella stessa sera il nuovo arrivato si sarebbe presentato al quartier generale di Castle Hill per sostituire insieme come massima autorità militare il disperato Chater (che avrebbe tuttavia continuato a servire la Somali Force come suo vice) e come massima autorità anche civile il governatore Glenday.

Il momento sul campo però era drammatico di suo e nemmeno questo cambio di comandanti poteva migliorarlo, come dimostrò il fallimento di un immediato contrattacco ordinato da Godwin-Austen per l'indomani mattina, in cui 4 compagnie agli ordini del comandante dei King's Rifles, il tenente colonnello Payne-Galloway, cioè le sue due compagnie A e C, la D del 1°/2° Punjab e la D del 3°/15° Punjab, con l'appoggio di 3 sezioni di mitragliatrici Vickers (6 armi) dei plotoni mitraglieri Sikh Dogra del 1°/2° Punjab, andate avanti in modo frammentario e poco convinto, vennero duramente respinte nel settore di Daharboruc dall'intervento dei nostri carri M 11/39, costringendo il nemico ad arretrare e provocando l'immediata sostituzione dello sfortunato Payne-Galloway col maggiore G.A. Rusk dei Black Watch!
A seguito di quel successo il 12 agosto non solo gli italiani conseguivano il possesso della forte posizione di Mill, ma in poco tempo s'impadronivano anche dei primi contrafforti delle alture di Assa, perno strategico della strutturazione difensiva britannica, con la cattura anche di due obici nemici, peraltro rimasti con solo 7 colpi a disposizione e tutti e due privati degli otturatori dai loro serventi,  così da impedirne il riutilizzo da parte degli artiglieri italiani.

La notte del 13 la XIV° coloniale si radunò tutta sulla sinistra della pista per Berbera, pronta per un assalto in massa, ma l'imprevista reazione nemica iniziata alle 06,00 di mattina con un poderoso fuoco di artiglieria e mitragliatrici sulle sue posizioni ne frustrò ogni velleità offensiva, costringendola a rinunciare a quell'azione e inducendo Nasi a sostituirla per l'indomani con la XIII° di Nam, che invece sulla sua sinistra era stata capace di avanzare nel settore di Mirgo tenuto dal 2° King's African Rifles, respingendone anche quella stessa sera un contrattacco a sorpresa condotto da reparti autocarrati.
Così, nonostante la II° brigata coloniale di Lorenzini sull'estrema sinistra dello schieramento italiano avanzasse piuttosto lentamente nel suo percorso di avvicinamento a Lafarug, la contraerea dell'incrociatore leggero britannico HMS Carlisle riuscisse ad abbattere un bombardiere italiano sui cieli di Berbera e il cacciatorpediniere HMS Kimberley e lo sloop* HMS Auckland bombardassero dal largo le strutture portuali di El Sheikha, appena catturata dagli italiani, Godwin-Austen era tuttavia costretto a questo punto, per evitare l'accerchiamento, a ordinare il ripiegamento di tutte le truppe alla sua ala destra sul passo di Mirgo, mentre anche il tenente colonnello Hamilton, comandante del Black Watch ripetutamente bersagliato dall'aria dagli S.M. 81 e dai Ca. 133, veniva sostituito dal suo vice, il maggiore A. Gilroy, dopo essere stato colpito da stress fisico e mentale.

* Una sorta di corvetta costiera , utilizzata di solito per le scorte a breve raggio.

Nei due giorni successivi il 2° King's African Rifles sembrò tenere ancora bene le sue posizioni, dando così ancor più vigor pugnandi anche alle non lontane compagnie indiane Punjabis, la D del 1°/2° e la D del 3°/15°, ma tutti i singoli capisaldi dei rhodesiani sul Tug Argan vennero colpiti sistematicamente uno a uno sia dalle artiglierie che dall'aviazione, rendendo la situazione per loro sempre più insostenibile, anche per la perdita degli ultimi due obici della batteria est-africana e del pezzo navale australiano.
Ormai la pressione degli italiani su entrambe le ali era massiccia e rischiava di strangolare in una morsa mortale le sventurate truppe al centro, che andavano letteralmente raggomitolandosi attorno ai centri di fuoco predisposti a cavallo della rotabile, tra cui i più agguerriti erano il fortino n. 1 (un'altura conica rocciosa di circa 300 metri o poco meno di altezza che gli italiani chiamavano Sandalol) e quello n. 2 allineato al precedente (chiamato Bipartito o Castello perché formato da due alture anch'esse coniche che scorrevano in direzione approssimativa sud-ovest/nord-est sulla linea dell'orizzonte, indicando l'andamento della vicina pista).

Attaccati per tutto il giorno 14, il Sandalol e il Castello, quest'ultimo ferocemente bombardato alle 14,30 da due ondate di Ca. 133, reggevano ancora, non così però due altri fortini a occidente di questi due che invece venivano travolti e occupati entrambi, fino a quando l'intero sistema difensivo nemico collassò il 15 agosto, non appena  il Generale Nasi ordinò alla nostra aviazione di bombardare a fondo il passo di Mirgo per tutto il giorno.
Preceduta da un vigoroso fuoco di preparazione dell'artiglieria, alle 15,00 la XIV° brigata coloniale si scagliò in massa contro i due fortini che ancora resistevano: il primo a cadere fu il Sandalol, che si arrese alle 17,00 issando la bandiera bianca dopo aver lasciato sul terreno oltre 200 morti, con la cattura anche di 13 ufficiali e altri militari britannici, e poco dopo fu la volta anche del Castello.
Contemporaneamente anche la II° brigata di Lorenzini, finalmente travolti gli ultimi centri di fuoco del nemico davanti a sé, ne avvolgeva completamente la sua ala destra dirigendosi risolutamente su Dalaad.
Gli italiani avevano vinto, pur avendo sopportato un prezzo molto alto, pari a 1.445 perdite complessive tra morti, feriti e dispersi.
La via per Berbera era a quel punto ormai spianata.  

Quella stessa sera Godwin-Austen, dopo aver fatto presente al Generale Maitland "Jumbo" Wilson, che sostituiva in quel momento Wavell volato a Londra, che le sue forze erano disposte a combattere "se il loro sacrificio totale fosse ritenuto degno", ma che in questa fase credeva che l'evacuazione avrebbe consentito di salvare circa il 70% dei suoi uomini, ne otteneva l'autorizzazione a ordinare il ripiegamento  generale da El Anod.
Così faceva, pronunciando la parola in codice "Snipe"disponendo però che i Punjabis dell'intero 3°/15° e della compagnia D del 1°/2° si distribuissero sulle tre Black Hills con l'ordine di resistere "fino all'ultimo uomo e all'ultima cartuccia" per proteggere le truppe in arretramento.

La prima pagina del Corriere della Sera del 17 agosto 1940
L'ATTACCO FINALE CONTRO BERBERA (16-19 AGOSTO)
La sera del 16 la situazione era la seguente: la II° brigata, raccolta davanti a Dalaad, si preparava ad investire Berbera puntando per Gorka Malgoi e Siyane; la XIII° puntava a marciare nella notte su Dalaad dalle posizioni del fortino Bipartitola XIV° si stava raccogliendo nel settore di Daharboruc per riordinarsi; la XV° era in marcia su Mandera a est della camionabile e sull'alto; la LXX° era in marcia verso la zona del Tug antistante il Bipartito, circa 5 o 6 Km più a nord di quest'ultimo; la colonna di destra di Bertello, nella zona di Sik, si preparava ad investire le posizioni nemiche sul passo Jerato per occuparlo e poi puntare anch'essa su Mandera;  più a nord, invece, la colonna costiera di Passerone, bombardata a più riprese dal cielo e dal mare (per opera dell'incrociatore leggero inglese HMS Ceres), stava proseguendo la sua marcia senza praticamente incontrare resistenza verso Bulhar, anche se piuttosto lentamente, ostacolata com'era dalla carenza di piste percorribili e dalla mancanza di acqua.
Tutta l'intera formazione italiana stava di fatto convergendo, da sinistra, dal centro e da destra,  compattamente verso il piccolo villaggio di Laferug, a sud di Berbera, dov'era andato ad asserragliarsi il battaglione Black Watch.
Ben consapevole che quel modesto paesino costituiva una tappa obbligata in direzione della capitale, il battaglione scozzese avrebbe combattuto coraggiosamente per circa 24 ore per coprire la ritirata degli altri reparti ed impedire all'intero suo schieramento di essere definitivamente chiuso in una mortifera sacca, fino a quando l'esperto Nasi avrebbe dato ordine alle nostre truppe mobili (tutti i carri medi, quelli leggeri e le autoblindo disponibili), per risolvere una volta per tutte l'impasse,  di aggregarsi alla LXX° brigata coloniale e scagliarsi sugli scozzesi, e alla II° brigata di Lorenzini di occupare le alture prospicienti il villaggio sotto tiro.

Il giorno dopo, il 17 agosto, quando la LXX° coloniale, divisa in due scaglioni,  entrava in contatto diretto col nemico, tutto giungeva a compimento.
Mentre finalmente la colonna Passerone raggiungeva finalmente Bulhar, a soli 64 chilometri da Berbera, tagliando di fatto ogni possibile via di fuga verso Gibuti delle forze britanniche, le nostre forze blindo-corazzate attaccavano per prime, duramente contrastate però dalle artiglierie campali e dai pezzi controcarro britannici.
La battaglia continuava assai aspra: due altri aerei italiani cadevano sotto i colpi della caccia nemica e gli scozzesi riuscivano ancora a respingere una improvvisa sortita in forze delle nostre fanterie del 1° scaglione precedute da elementi del Gruppo Bande della P.A.I. a tergo delle loro posizioni di Laferug, prima da più lontano coi mitragliatori Bren poi, con l'esaurirsi delle forze e delle munizioni, più da vicino con le bombe a mano e infine, finite anche quelle, contrattaccando con una furiosa carica alla baionetta, ma alla fine anch'essi erano costretti a ripiegare alla vista dell'arrivo improvviso quella stessa sera sulle colline vicine anche dell'intera II° brigata coloniale, per evitare di essere completamente aggirati e tagliati fuori, come sarebbe però capitato a due plotoni indiani, rimasti bloccati a difesa della loro posizione sulle Black Hills, ormai praticamente circondata.

Insieme alla compagnia D del 1°/2° Punjab del secondo tenente F.W. Mason i rocciosissimi scozzesi sarebbero stati gli ultimi a ritirarsi definitivamente verso la capitale, insieme a elementi del 2° King's African Rifles rimasti di retroguardia nella non lontana Barakasan Hill.
Poco prima di abbandonare le loro posizioni, però, poco dopo il tramonto i sorpresissimi scozzesi si sarebbero visti raggiungere incredibilmente dai due plotoni indiani dati ormai per perduti, che a riprova del loro valore avrebbero mostrato al comandante sul posto le loro scatole di munizioni, rimaste completamente vuote: come loro ordinato avevano combattuto veramente fino all'ultima cartuccia!
Non era certo una sorpresa, però: nella loro, prima vera esperienza di combattimento nella guerra, gli indiani avevano dimostrato tutti di essere eccellenti combattenti, come attestano i riconoscimenti ricevuti, tra cui tre Distinguished Service Orders indiane.

L'indomani l'intero contingente britannico, pari a 7.000 uomini, protetto dai cannoni navali degli incrociatori leggeri inglesi HMS Ceres e Liverpool e di quello australiano HMAS Hobart,  sarebbe stato completamente evacuato via mare a bordo dei trasporti truppe Chakdina, Chantala, Laomedon  e Akbar e della nave ospedale Vita in direzione di Aden, a eccezione delle truppe indigene dell'ormai disciolto  Camel Corps, che avrebbero preferito restare lì, autorizzate dagli Alti Comandi persino a tenere le loro armi per sè.
Il 19 le prime avanguardie italiane, composte da truppe motorizzate della P.A.I., entravano in Berbera, rimasta totalmente deserta e messa a fuoco nelle prime ore del giorno dall'incrociatore australiano, che per ben due ore avrebbe infierito su tutti gli edifici governativi, le caserme e i magazzini britannici, radendo praticamente al suolo la sua parte europea.
Berbera sarebbe divenuta una base dei sommergibili italiani.

UNA ILLUSIONE DI BREVE RESPIRO
Con le rapide vittorie ottenute in Kenya e Somaliland Mussolini si sarebbe vantato davanti  a un gruppo di somali arrivati a Roma di aver esaudito il loro grande sogno di una "Grande Somalia".

La Grande Somalia (settembre 1940)

In quel momento, dopo la vittoria un po' così ottenuta sulle Alpi contro la Francia e prima della drammatica campagna di Grecia, la trionfale conquista di quella terra così lontana, col nemico costretto persino all'umiliazione di imbarcarsi via mare per Aden sotto i nostri bombardamenti aerei e terrestri, avrebbe fatto venire in mente agli italiani, certo più in piccolo, la semplicissima equazione Berbera=Dunkerque.
Nessun italiano avrebbe mai nemmeno lontanamente sospettato che quella che abbiamo appena descritto sarebbe stata in realtà l'unica vittoria interamente italiana nel conflitto senza l'aiuto dell'alleato tedesco.
Per un altro motivo merita comunque attenzione questa vittoria: quello del Somaliland sarebbe stato infatti, e di questo in qualche modo dobbiamo andarne orgogliosi, dopo quasi ottant'anni di denigrazioni gratuite ai danni del nostro esercito, anche l'unico territorio ufficialmente britannico in tutta la guerra a passare in mano nemica, a parte le isolette del Canale prese dai tedeschi (l'Egitto era formalmente una nazione indipendente).

Quella batosta avrebbe sorpreso e traumatizzato non poco l'opinione pubblica britannica, convinta dall'apparente tranquillità delle autorità britanniche locali fino a dieci giorni prima che le posizioni di Tug Argan fossero assolutamente insormontabili dagli italiani,  dando il la a infinite polemiche che avrebbero coinvolto anche gli alti vertici delle forze armate (l'Ammiraglio Sir Andrew Cunningham, comandante della Mediterranean Fleet, avrebbe detto: "I nostri soldati sono  stati catturati coi pantaloni abbassati").
Anche per questo, pur perfettamente consapevole di quanto poco strategica fosse quella colonia per le sorti dell'Impero, la sconfitta avrebbe grandemente irritato Churchill, profondamente indignato per le spacconerie di Mussolini (una l'abbiamo descritta sopra), tanto da giungere a minacciare Godwin-Austen di deferirlo innanzi a una commissione d'inchiesta per la sconfitta subita a Tug Argan e da urlare rabbiosamente a Wavell che lo stesso basso numero di vittime britanniche era indice della loro arrendevolezza, per non dire codardia, una frase gravissima alla quale lo scosso ma esperto comandante britannico avrebbe lucidamente risposto: "Non necessariamente un conto da macellaio significa aver messo in atto buone tattiche!"

Due soldati italiani con una bandiera britannica
catturata nel Somaliland

La vittoria italiana era stata conseguita al prezzo ufficiale di 465 caduti, 1.539 feriti e 34 dispersi tra le truppe regolari (161 italiani e 1.868 Ascarie circa 1.000 perdite tra gli irregolari, più 4 aerei abbattuti, contro dall'altra parte 50 morti (8 ufficiali, 8 graduati e soldati britannici, 22 graduati e soldati indiani e africani), 102 feriti (rispettivamente 4, 18 e 80) e 120 dispersi (rispettivamente 4, 17 e 99), più altre 2.000 perdite tra le forze irregolari, con 7 aerei abbattuti, 10 danneggiati, un rimorchiatore affondato, 2 navi leggermente danneggiate, 5 cannoni e 3 carri armati distrutti e 128 automezzi abbandonati, oltre a 5.400 fucili e 100 mitragliatrici e tanto altro materiale bellico. 
Nei giorni seguenti gli italiani non avrebbero fatto altro che occupare completamente l'intero territorio ex britannico, seppur ostacolati dalle piogge e dalla basica e cattivissima rete stradale, il che avrebbe comportato grossi ritardi logistici negli spostamenti e negli approvvigionamenti, impedendo loro probabilmente di sfruttare appieno strategicamente quella prestigiosa vittoria.

(Per la descrizione della vittoriosa campagna del Somaliland ho tratto informazioni dalle seguenti fonti:
http://www.regioesercito.it/reparti/mvsn/mvsnaoi40.htm, anche con un riferimento alla successiva controffensiva britannica;

8. LA VITTORIOSA RISCOSSA BRITANNICA 

L'ATTACCO A GALLABAT E METEMMA (6-9 NOVEMBRE 1940)
Sarebbe stato l'ultimo momento vero di euforia per le Armi italiane.
Già il 6 novembre del 1940 la 10° brigata indiana del Brigadiere William Slim ("Uncle Bill") avrebbe provato a riprendersi sul confine etiopico-sudanese Gallabat e Metemma, ma senza esito.
L'attacco, iniziato alle 07,00 del mattino, preannunciato da un intenso bombardamento aereo, all'inizio assolutamente travolgente (per la prima volta ad accompagnare l'azione delle fanterie c'erano 12 dei nuovi carri pesanti Matilda Mk. II, assolutamente sconosciuti a quelle latitudini), pur portando in un battibaleno alla riconquista di Gallabat, si sarebbe andato infatti a infrangere successivamente contro la sorprendente reazione delle truppe coloniali italiane agli ordini del valentissimo colonnello Alessandro Castagnola, comandante del Settore Confinario di Metemma, assolutamente non prevista dagli attaccanti.

Nel furibondo scontro contro i carri il XXVII° battaglione coloniale era stato praticamente annientato, così come una compagnia del LXXVII° immolatasi completamente in un disperato e inutile contrattacco a piedi contro quei mostri d'acciaio, ma il resto di quest'ultimo battaglione e l'intero XXV°, favoriti dal fatto di essere in quel momento al di fuori della direttrice d'attacco dei corazzati nemici, avevano potuto attestarsi a difesa, impedendo al nemico di avanzare ulteriormente.
Per tre giorni i due battaglioni coloniali avevano resistito all'assedio delle forze anglo-sudanesi, ma il feroce intervento dell'aviazione italiana, capace di bombardare con estrema efficacia il ciglione di Gallabat e di abbattere ben 7 caccia nemici contro 5 dei propri, "assicurandosi per la seconda e ultima volta la superiorità aerea locale nei cieli dell'Africa Orientale" (come ammesso dalla stessa relazione del War Office), unito all'inopinata perdita di 7 carri, esplosi nei nostri campi minati, fatti predisporre solo da una ventina di giorni a seguito di una provvidenziale soffiata avuta dal S.I.M. sull'imminente azione inglese, aveva tolto inerzia alla spinta offensiva del nemico, consentendo così loro non solo di ricacciarlo oltre la frontiera, ma di passare a loro volta alla controffensiva, insieme col I° gruppo bande di confine (che pure all'inizio era stato costretto a rifugiarsi al riparo della boscaglia sotto l'incalzare dei poderosi carri nemici), fino al punto addirittura di riconquistare Gallabat, anche se al pesantissimo prezzo finale di ben 175 caduti e 275 tra feriti e prigionieri!


I RINFORZI VERI BRITANNICI
Quella sarebbe stata però solo una fastidiosa (e costosissima, intendiamoci) puntura di spillo, perché purtroppo il brutto doveva ancora avvenire, soprattutto a partire dagli inizi del 1941, a causa dell''impossibilità per gli italiani di consolidare le difese con nuovi rinforzi provenienti dalla Madre Patria, al contrario di quanto accadeva dall'altra parte, continuamente irrorata di nuove truppe, sempre migliori, più addestrate e armate, tutte provenienti dalle vicine colonie del Medio Oriente o da quelle frontaliere africane.
Nei pochi mesi intercorsi dalla vittoria italiana in Somaliland di agosto al gennaio successivo oltre ai notevoli rinforzi provenienti dal Sudan, dall'Egitto, dalla Palestina e dalle altre parti dell'Impero (pari a un totale di ben 4 divisioni, la 4° e la 5° indiana, la 2° neozelandese e la 1° sudafricana, più due reggimenti di artiglieria campale e una brigata antiaerea), si sarebbero progressivamente aggiunte alle sparute forze britanniche iniziali presenti in Africa Orientale anche truppe congolesi, belghe, della Francia Libera di De Gaulle, più qualche migliaio di guerriglieri Arbegnuoc, che col tempo per alcune fonti sarebbero diventati addirittura 200.000!

Si trattava per lo più di ex soldati etiopi rimasti fedeli al 49enne Hailè Selassiè ("Potere della Trinità"), nato Lij Tafari Mekonnenil Negus Neghesti (Re dei Re, letteralmente) dell'Etiopia sconfitto e deposto nel '36 dagli italiani, per tradizione risalente all'antico testo sacro etiope del Kebra Nagast diretto discendente della stirpe nata dall'unione della Regina di Saba con Re Salomone, da cui l'attribuzione divina di Leone di Giuda, la stessa di Cristo, nonché Suo rappresentante in terra e capo della Chiesta Copta d'Etiopia, forse la più antica confessione cristiana al mondo: quattro battaglioni della sua fidatissima Guardia Imperiale già dal 7 luglio, giorno nel quale l'ex Imperatore d'Etiopia era ritornato in aereo  via Malta a Khartoum da Londra, dove aveva trascorso l'esilio, si stavano preparando alla riscossa, coordinati da un generale britannico, all'epoca suo consigliere militare personale, il Brigadiere Daniel Arthur Sandford, posto da Wavell a capo della "Mission 101", una speciale unità per la guerra non convenzionale formata da personale britannico, sudanese ed etiope creata dall'efficientissimo S.O.E., lo Special Operations Executive (Esecutivo per le Operazioni Speciali), per scatenare una rivolta generalizzata contro gli italiani delle popolazioni autoctone così da favorire l'attacco successivo delle truppe britanniche.

Solo col controllo della turbolenta provincia nord-occidentale del Goggiam (il cui capoluogo, Debra Markos, era forse il santuario più importante della cristianità copta etiopica), un territorio montuosissimo con un'altitudine media di 2.400 metri, da sempre animato da fieri propositi indipendetisti rispetto al Potere centrale, regno fino allora incontrastato del carismatico Ras Hailù Tecle Haimanot*, un nemico giurato del Negusl'Imperatore sarebbe potuto rientrare in Patria e guidare la riscossa generale contro gli italiani: sin dall'inizio l'idea, per la quale era stato messo a disposizione un fondo di un milione di sterline, era stata così quella di infiltrare degli uomini all'interno di quel vasto territorioper corrompere le autorità locali, acquistare le migliaia di quadrupedi necessari alla guerriglia (muli, cavalli, cammelli), sobillare la popolazione locale fedele al Negus con l'appoggio della potente Chiesa Copta e favorire così imboscate e azioni di sabotaggio contro gli italiani.
L'azione su Gallabat e Metemma, per quanto fallita, era stata proprio motivata tra le altre cose proprio da questo scopo: dimostrare alla guerriglia arbegnuoc che il comune nemico italiano era comunque battibile, se lo si fosse combattuto insieme. 
Un messaggio che sarebbe stato lestamente recepito.

Ras era il massimo titolo nobiliare tradizionale abissino al di sotto di quello di Negus, corrispondente più o meno a quello europeo di Duca: in lingua amarica indicava normalmente un feudatario maggiore della Corte Imperiale etiopica, partecipe di una ristretta cerchia di super dignitari a stretto contatto col Negus, quelli titolari delle province più grandi, ricche e prestigiose.

I RINFORZI FINTI ITALIANI
Alle spropositate forze messe in campo dall'Impero Britannico il Duca d'Aosta poteva opporre molto poco: è vero che sin dal giugno precedente erano state costituite con la maggior parte del 20.458 soldati somali disponibili due nuove divisioni coloniali da 7.000 uomini ciascuna, la 101° e la 102°, poste agli ordini rispettivamente del Generale di Brigata Italo Carnevali e del Generale di Divisione Ruggero Santini (ex Governatore della Somalia)*, ma questo aveva obbligato ad arruolare parecchie reclute indigene, visto che altrimenti sarebbe stato impossibile con gli Ascari già presenti completare l'organico previsto, e purtroppo il loro addestramento, condotto da sottufficiali italiani, si era interrotto di botto nelle fasi iniziali del conflitto perché tutti i novellini erano stati dirottati alla costruzione della ferrovia Decauville a binario unico che doveva collegare il Villaggio Agricolo Duca degli Abruzzi presso Mogadiscio all'Etiopia.
Al momento della controffensiva britannica la loro preparazione al combattimento era così sommaria che di fatto solo poco più di metà di quegli uomini sarebbero stati pienamente idonei al combattimento, cosicché di fatto le due divisioni esistevano entrambe solo sulla carta, riducendosi in pratica operativamente alla sola 101°, su due brigate (la XX° e la XCII°), dove vennero concentrate tutte le forze migliori e più esperte, con la 102° ridotta alla sola XCI° brigata già presente agli ordini del colonnello Pietro Bivona.

* Le fonti che ho consultato parlano solo di un Generale Santini: ho ritenuto trattarsi di Ruggero Santini, l'unico a mio parere, in base al suo curriculum, il cui profilo si attagliasse a quello del soggetto in questione. Ovviamente sono pronto a correggermi se fossi incorso in un errore.

Sul campo di battaglia le conseguenze si sarebbero avvertite eccome.
A leggere i rapporti ufficiali delle autorità militari italiane del tempo, i somali erano guerrieri indomiti, coraggiosi e sprezzanti del pericolo, ma tendenzialmente anarchici anche se al contempo fedelissimi ai loro comandanti, e proprio per questo il loro rendimento dipendeva molto dal carisma degli ufficiali, dal loro valore e dal loro modo di far valere la disciplina: se il comandante era valido, efficiente, combattivo potevano buttarsi nel fuoco per lui, ma se era il primo ad avere esitazioni, a mostrare paura o peggio ancora moriva in combattimento la loro istintività guerresca, in mancanza di una tradizione militare di stampo europeo che potesse in qualche modo soccorrerli in certe circostanze, li poteva portare o a lanciarsi sconsideratamente all'attacco in campo aperto, facendosi letteralmente fare a pezzi dal nemico, o al contrario a sbandare e a disarticolarsi, facendosene travolgere.
Si trattava di un problema che ovviamente era ancor più grave per i nuovi arruolati, del tutto a digiuno di esperienze belliche, e che sarebbe diventato assolutamente dirompente quando tutti quei poveretti si sarebbero trovati sotto il fuoco concentrato delle mitragliatrici, dei cannoni, dei carri armati e degli aerei usati in gran quantità dal nemico.
Una pecca che avremmo pagato molto salato, a maggior ragione considerando i sospetti e le maldicenze che avrebbero accompagnato il comportamento di alcuni generali corresponsabili della nostra disfatta nell'Oltregiuba.

IL PIANO BRITANNICO (OPERAZIONE CANVAS)
Il piano britannico progettato da Wavell, denominato in codice "Operazione Canvas" (lett. canovaccio, quindi tela, per estensione quadro) era relativamente semplice, favorito com'era anche dalla sproporzione di forze esistente nel Corno d'Africa, e prevedeva un attacco pressoché contemporaneo da nord e da sud poco prima che fosse il tempo della stagione delle piogge:
1) dal Sudan,  più a nord, da parte di una forza composita basata essenzialmente sulla Sudan Defence Force e sulla 4° e 5° divisione indiana, alla testa del Tenente Generale William Platt, che aveva il compito di attaccare l'Eritrea;
2) dal Kenya, l'11° e la 12° divisione africana e la 1° sudafricana sotto il comando del parigrado Allan Gordon Cunningham, fratello minore dell'ammiraglio Andrew Cunningham, comandante della Mediterranean Fleet, dovevano riversarsi sulla Somalia italiana;
3) contestualmente, un piccolo corpo di spedizione anfibio proveniente da Aden agli ordini del Vice Maresciallo dell'Aria Sir George Ranald MacFarlane Reid (comandante britannico più alto in grado di quel settore), formato da due battaglioni indiani di fanteria vogliosi di rivincita dopo la sconfitta di settembre, il 1°/2° e il 3°/15° Punjab, da un distaccamento somalo e da un gruppo ausiliario composito formato da due compagnie del genio pionieri (1401 e 1402) e da 150 mototrasporti sarebbe sbarcato a Berbera col compito di riconquistare il Somaliland britannico (Operazione Appearance, cioè apparenza, aspetto).
Ottenuti e consolidati i loro obiettivi, tutte e tre le forze d'attacco britanniche avrebbero dovuto convergere su un solo punto: Addis Abeba, la storica Capitale dell'Etiopia!

Per ingannare il S.I.M. (Servizio Informazioni Militare) sulla natura del trasferimento delle truppe britanniche in Sudan sarebbe stata fatta trasparire falsamente, anche con una lettera autografa a scopo diversivo dello stesso Wavell inviata appositamente ai suoi comandanti locali perché finisse in qualche modo in mano ai servizi italiani, l'imminenza di una fantomatica operazione Camilla che, a differenza di Canvas, prevedeva un'invasione in massa del Somaliland a febbraio con obiettivo finale Harar a partire proprio dal Sudan, laddove invece il centro gravitazionale dell'attacco era proprio il Kenya.
L'inganno sarebbe evidentemente riuscito.

LE DUE ALTERNATIVE DIFENSIVE PER GLI ITALIANI
Le continue punzecchiature britanniche in direzione di GallabatMetemmaCàssala e le evidenti mire sulla fertile piana di Tessenei, trasformata negli ultimi anni in un autentico gioiellino dal lavoro dei coloni italiani, avevano infatti messo sul chi va là i nostri servizi sull'intenzione del nemico di attaccare in massa  in direzione del Bassopiano etiopico, che a partire dal confine col Sudan attraversava la regione sud-occidentale del Galla-Sidamo fino a salire improvvisamente in corrispondenza dell'Acrocoro etiopico, un esteso altopiano dominato dalle caratteristiche Ambe, le aspre montagne a tronco conico che punteggiavano con la loro maestosa fierezza l'intera zona centro-settentrionale dell'Abissinia.

Il problema  era stato sollevato il 10 gennaio dallo stesso Amedeo D'Aosta in una riunione ufficiale tenutasi ad Addis Abeba, nel corso della quale si era decisa una volta per tutte la strategia con la quale affrontare l'imminente offensiva britannica: l'alternativa secca sul piano militare correva tra l'opzione "muscolare" di difendere ogni singolo palmo di terreno già nel bassopiano, concentrando nella zona dei laghi del Sidama tutte le truppe e le scorte di materiali, con buone possibilità di riuscire a tenere duro anche per lungo tempo all'ondata nemica, ma con l'inevitabile conseguenza di perdere tutto il resto dell'Impero a partire dalla sua Capitale, o quella più conservativa di lasciare campo libero ai britannici su quel settore e ripiegare all'interno, sulle montagne, dove invece approntare una serie di linee fortificate difensive, in parte peraltro già presenti,  dalle quali condurre la lotta all'invasore.
Tutti i militari, a partire da Luigi Frusci, responsabile dello Scacchiere Nord e Governatore dell'Eritrea e dell'Amhara, si erano dichiarati favorevoli al ripiegamento, laddove le autorità civili-politiche, in parte appoggiate dallo stesso Duca D'Aosta (che come Viceré non poteva non tener conto di questo), apparivano invece più favorevoli alla prima soluzione, più che per motivi strategici per esigenze di propaganda e di prestigio, proprio perché appariva inappropriato lasciare al nemico una vasta porzione di territorio dove il lavoro e i sacrifici italiani stavano proprio in quei momenti cogliendo i loro primi, veri frutti.

LO SCONTRO TRA AMEDEO D'AOSTA E IL GENERALE PESENTI
Si trattava di un tema assai lacerante, che peraltro veniva discusso in un contesto di grande diffidenza quando non di reciproca ostilità tra alcuni dei generali presenti, soprattutto alla luce di quanto accaduto solo pochi giorni prima, nella seconda decade di dicembre, quando nel corso di una cena alla mensa ufficiali del Comando di Mogadiscio il Duca D'Aosta in persona aveva avuto un duro scambio di opinioni col Generale degli Alpini Gustavo Pesenti, responsabile di settore dello Giuba e Governatore della Somalia, a proposito dell'inopinata caduta il 16 dicembre del presidio confinario di El Uach, alla frontiera col Kenya, appresa solamente da Radio Nairobi, quando truppe della neocostituita 101° divisione coloniale (il CIII° gruppo di Dubat, il CXCI° battaglione coloniale e una banda confinaria rafforzati da una batteria cammellata e altre due da 70/15) erano state letteralmente travolte e costrette a rifugiarsi con molte perdite nella boscaglia davanti a Lugh Ferrandi da una colonna motorizzata pari a due brigate di fanteria (la 1° sudafricana e la 24° della Costa d'Oro, l'odierno Ghana), che precedute dalle autoblindo avevano attaccato all'improvviso con inusitata violenza il posto di confine con l'appoggio dall'aria dell'aviazione sudafricana dopo esser giunte fino a lì indisturbate al termine di una marcia a rotta di collo di 180 chilometri senza che né la ricognizione aerea né quella terrestre le avessero mai avvistate!
 
Il coltissimo Pesenti era un generale famoso nell'ambiente per tre cose: per avere due autentiche passioni smodate anche se tutto sommato innocue, per quanto piuttosto eccentriche, quella per l'astronomia (nelle notti stellate di quelle latitudini amava interrogare i suoi ufficiali -immaginate con quanto loro entusiasmo- sui nomi degli astri che si vedevano sulla volta celeste) e quella, ancor più spinta, per la musica classica (aveva il sogno di mettere in musica la Divina Commedia), ma soprattutto per essere una sorta di raccomandato, messo in quel posto quando già era a riposo da un paio d'anni per volontà di Badoglio, di cui era un fedelissimo.
Non è pertanto difficile immaginare quale potesse essere il giudizio personale che di lui aveva il Duca d'Aosta nè a maggior ragione quale potesse essere il suo stato d'animo quando, nel chiedergli conto di quella figuraccia, si era sentito rispondere seccamente dal suo interlocutore: 
"Così quelli di Roma imparano a fare la guerra all'Inghilterra!"
Quell'isolata azione nemica non aveva avuto altre conseguenze, per fortuna, perché i britannici avevano preferito non andare oltre ed anzi erano poi ritornati all'interno del loro confine, ma lo smacco rimaneva, perché da un lato aveva dimostrato il raggiungimento da parte loro di un perfetto coordinamento tra l'azione aerea e quella delle forze motocorazzate sul terreno, e dall'altro l'estrema labilità delle difese coloniali italiane nel settore dello Giuba tenuto proprio da Pesenti.

Già così la risposta di quest'ultimo era stata nella migliore delle ipotesi decisamente inopportuna, ai limiti dell'oltraggio, anche se Amedeo l'aveva lasciata comunque cadere nel nulla, ma quando poi nel corso del convivio ancora Pesenti, che come tutti i presenti era a conoscenza delle offerte inglesi fatte riservatamente arrivare al Duca affinché avviasse una pace separata per salvare l'Impero disconoscendo la "guerra fascista", si era esposto ad alta voce con gli altri commensali sulla necessità di uscire dalla guerra, il Viceré, non potendone proprio più,  l'avrebbe bruscamente interrotto:
"Un'altra parola, Generale, e la faccio fucilare!"
Nulla di strano, a quel punto, che con la scusa ufficiale di El Uach il 28 dicembre Pesenti venisse elegantemente esonerato da quel comando e rimandato indietro a Roma, dove sarebbe stato di lì a poco posto in riserva.
Al posto suo sarebbe subentrato immediatamente il parigrado Carlo De Simone, ma ormai il guaio era fatto e il clima tra i vari generali definitivamente guastato: una diffidenza che il cedimento francamente troppo facile delle truppe della Somalia e dell'Etiopia Meridionale, a maggior ragione confrontandolo con l'inaspettata resistenza opposta da quelle dell'Etiopia Settentrionale, unito al comportamento sospetto tenuto immediatamente dopo la caduta dell'Impero (e mai smentito) dai generali Trezzani e Frusci, volati in America (allora neutrale) e ospitati addirittura alla Casa Bianca da Roosevelt senza alcuna apparente giustificazione, avrebbe in qualche modo confermato e alimentato.


INIZIA L'OFFENSIVA CONTRO LA SOMALIA (11 FEBBRAIO 1941)
Non si sa per quale preciso motivo, o forse lo sappiamo bene alla luce di quanto detto sopra, ma alla fine del 1940 proprio alla 101° divisione coloniale di Carnevali, come si è visto, era stato affidato il compito di presidiare il tratto della Somalia occidentale attraversato dal fiume Giuba, lungo il settore Dugiuma-Dolo, a difesa da un possibile attacco proveniente dal Kenya: a tale scopo i tre battaglioni della XX° brigata coloniale (LXXIII°, LXXIV° e LXXVI°) erano stati inviati attorno a Bardera, mentre il CXCI° e il CXCII° battaglione della XCII° brigata coloniale di Carlo Garino erano stati assegnati rispettivamente Lugh Ferrandi e proprio a Dolo.
E fu proprio sul fiume Giuba, in quel momento per larghi tratti in secca e quindi facilmente superabile, che l'11 di febbraio, il giorno dopo che un pesantissimo bombardamento aereo si era abbattuto su Afmadù, provocando la fuga in disordine della locale guarnigione, si scatenò l'offensiva britannica di Allan Cunningham, condotta da due mobilissime divisioni, l'11° e la 12° africana provenienti da Mombasa, agli ordini rispettivamente del Maggior Generale Sir Harry Edward de Robillard Wetherall e del parigrado Godwin-Austen che già conosciamo, che oltrepassarono il confine somalo in sette punti distinti.

Formate da truppe bianche (sudafricane, britanniche, rhodesiane), e nere (nigeriane e della Costa d'Oro) distribuite su 4 gruppi tattici di brigate (22° e 25° dell'Africa Orientale, 23° nigeriana e 24° della Costa d'Oro), pari a un totale di appena 20.000 uomini, le due grosse unità potevano però avvalersi di ben 10.000 automezzi per avanzare, col supporto di fuoco offerto sia da terra, da oltre 300 pezzi di artiglieria, carri armati, autoblindo, che dal cielo, dove agivano pressoché impuniti interi stormi di Hurricane e Blenheim delle versioni più recenti e persino di nuovi bombardieri bimotori Wellington della S.A.A.F., contro i quali potevano operare non più di una decina di caccia italiani.

CADE CHISIMAIO (23 FEBBRAIO)
Dopo la presa senza combattere di Afmadù, trovata libera da italiani, il mattino del 14 i sudafricani conquistarono anche Gobuin, 130 chilometri a sud-est da lì, ma soprattutto appena 15 a nord del capoluogo Chisimaio, disteso proprio sul Giuba, dove Godwin-Austen temeva una forte resistenza che se protratta a lungo avrebbe ben presto compromesso l'azione delle sue truppe, che non avevano abbastanza rifornimenti per continuarla ove non fossero state in grado di superare il fiume.
Nonostante l'intervento dei tre battaglioni della XCI° brigata del colonnello Bivona (LXXV°, CXCIV° e CXCVI°), unica unità in grado di combattere della 102° divisione coloniale, nominalmente deputata a difendere la parte più a sud del settore del Giuba,  la 101° sin dall'inizio cominciò però a sbandare paurosamente sotto i ripetuti attacchi nemici: tra il 17 e il 20 febbraio le sparute, male armate e poco addestrate riserve italiane inviate di rinforzo a difesa del Giuba, attaccate alle spalle e ai fianchi da entrambe le divisioni nemiche, furono letteralmente spazzate via una a una tra Gelib Giumbo costringendo Carlo De Simone, dopo averne sostituito in corsa il comandante Carnevali, rimasto gravemente ferito, col parigrado Alfredo Baccari (comandante dalla 4° divisione indigena), a ordinare il 20 febbraioin accordo col Duca d'Aosta, arrivato in tutta fretta a Mogadiscio, il ripiegamento di ciò che restava della 101° e della 102° divisione in territorio etiopico.
Lo stesso Duca d'Aosta aveva già ordinato a quel punto l'evacuazione di Chisimaio, la distruzione di tutti i magazzini ivi presenti e anche del ponte sul fiume Giuba, in quel momento in piena, tuttavia la 23° brigata nigeriana al comando del Brigadiere Gerald Russell Smallwood riuscì a guadarlo lo stesso con dei battelli appositi circa 11 chilometri più a monte, così che il 23 era ormai padrona di entrambe le sue sponde per un'ampiezza di 8 miglia.
Quando il 22 febbraio era caduta Gelib le due divisioni nemiche avevano deciso di dividersi i compiti: l'11° di Weterhall (22° e 25° brigata dell'Africa Orientale e 23° nigeriana) doveva lanciarsi all'inseguimento delle truppe che si stavano dirigendo a nord, mentre la 12° di Godwin-Austen, con la sola 24° brigata della Costa d'Oro, doveva occuparsi di finire la 101° divisione coloniale e i residui reparti italiani di confine sciolti e della 102° rimasti intrappolati sullo Giuba.

CADE MOGADISCIO (25 FEBBRAIO)
Presa Chisimaio, ormai Wavell, sorpreso dalla ridotta opposizione italiana, aveva deciso di battere il ferro finché era caldo e puntare al bersaglio grosso: il porto di Mogadiscio, la Capitale della Somalia italiana!
In soli tre giorni i nigeriani riuscirono a percorrere i quasi 400 chilometri che separavano Chisimaio da Mogadiscio, sfruttando pienamente la rete stradale (composta da una serie di rotabili non asfaltate che andavano da 5 a 8 metri di larghezza!) che gli italiani negli anni, similmente alle altre colonie in loro possesso, avevano costruito in quelle lande (a differenza di quanto facessero gli inglesi nelle loro!), così da arrivare pressoché indisturbati con i loro reparti esploranti alle porte della città: quando il 25 febbraio ricevettero la resa dal Podestà, Salvatore Giuliana, che aveva nelle ore precedenti dichiarato Mogadiscio "Città aperta", non solo i nigeriani la trovarono completamente sgombra da truppe nemiche, cui De Simone aveva ordinato di ritirarsi nella regione di confine dell'Harar, in direzione di Giggiga, ma scoprirono che il porto era assolutamente intatto e con tutte le attrezzature e i servizi a posto e catturarono ingentissime quantità di benzina, carburante avio e provviste!

IL CROLLO DELLE DIFESE ITALIANE DEL GIUBA (5 MARZO)
Nel frattempo si consumava inesorabile il Destino militare e soprattutto umano della 101° divisione coloniale.
Costantemente bombardata dal cielo e per metà ormai praticamente annientata, dopo essersi diretta in un primo momento sullo Uebi ScebeliCallafo, a sud di Gabregarre, la 101° era stata dirottata dal Comando Superiore su Neghelli ma già al suo arrivo a Dolo non contava praticamente più alcun somalo tra le sue file, perché la maggior parte era fuggita, sconvolta dalla tempesta di bombe che per tutto quel tempo infinito non avevano fatto altro che cadergli addosso dall'aria, tutto questo senza aver praticamente sparato un colpo!
Quando il 5 marzo la 12° divisione africana arrivò a Dolo si limitò pertanto né più né meno a raccoglierne ciò che ne restava, senza di fatto trovare alcuna opposizione.
Sia la 101° che la 102° divisione sarebbero state formalmente sciolte il 7 marzo, anche se alcuni ufficiali nazionali avrebbero poi combattuto a Gondar.
Nell'insieme le truppe a difesa della linea del Giuba avrebbero perso un totale di circa 30.000 uomini, tra morti, feriti, dispersi (per lo più sbandati) e prigionieri.

ANCHE BERBERA TORNA IN MANO INGLESE (16 MARZO)
Mentre tutto questo accadeva la situazione precipitava anche nel Somaliland, presidiato dalla sola LXX° brigata coloniale agli ordini di Arturo Bertello dopo che la XVII° di Ettore Focanti era stata nel frattempo inviata da Amedeo d'Aosta a difesa di Dire Daua.
Dopo un lungo e assai tormentato viaggio di 140 miglia nautiche (160 terrestri, pari a 260 chilometri) attraverso il golfo di Aden compiuto sotto la protezione della Force D della Flotta delle Indie Orientali agli ordini del capitano Harold Hickling (con gli incrociatori  leggeri HMS Glasgow Caledon ed i cacciatorpediniere HMS Kandahar Kipling della Royal Navy e gli incrociatori ausiliari Chakdina e Chantala della Royal Indian Navy, usati questi ultimi come trasporto truppe) alle 09,20 di mattina del 16 marzo era infatti sbarcato con successo Berbera il primo dei due scaglioni dell'Aden Striking Force (la Forza d'Attacco di Aden) di Ranald Reid, partiti due giorni prima a bordo dei pescherecci indiani Parvati e Netravati, delle navi da carico SS Beaconsfield e Tuna, del trasporto truppe ML 109 e di sei chiatte trainate da tre rimorchiatori.

Il piccolo contingente sbarcato per primo, formato dai due battaglioni indiani e dalle unità pionieri a supporto, peraltro disarmate, non aveva trovato praticamente opposizione, se non qualche isolata scarica di fucileria, costata solo due perdite (un caduto somalo e un ufficiale inglese ferito).
In poche ore la LXX° brigata coloniale si era praticamente sciolta come neve al sole, con parte dei suoi ascari sbandati e parte fuggiti a bordo di autocarri verso Hargheisa, così già alle 18,00 la bandiera britannica sventolava sul tetto del palazzo del governatore del Somaliland, prima ancora che il secondo scaglione d'invasione, il cui tragitto verso l'obiettivo stabilito era stato contraddistinto da una serie incredibile di contrattempi che ne avevano ritardato notevolmente la marcia, toccasse il porto: tra i 100 catturati e fatti prigionieri quel giorno dalle truppe sbarcate sarebbe figurato anche il comandante italiano, il Generale Bertello, catturato sulla via per Dire Daua.

Mappa attuale della regione dell'Ogaden
 (tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Ogaden#/media/File:Mappa_Ogaden.svg)

CADONO GIGGIGAHARAR E DIRE DAUA (17-29 MARZO)
Se la facile vittoria nel Somaliland aveva galvanizzato le truppe anglo-indiane, aprendo le porte da est anche della Somalia italiana, l'insperato regalo della rapida evacuazione di Mogadiscio aveva letteralmente spalancato quelle per la conquista dell'Etiopia meridionale, visto che era assai più semplice e veloce raggiungere la montuosa Giggiga proprio da Mogadiscio attraversando l'enorme, inospitale, aridissima e pietrosa regione desertica dell'Ogaden, al confine con l'Abissinia, piuttosto che, come previsto inizialmente, dal confine sud-ovest somalo-etiopico di Chisimaionel primo caso si trattava infatti di percorrere una strada (la Strada Statale 15) che scorreva per circa 640 chilometri in pianura prima di cominciare a inerpicarsi sulle montagne, 320 chilometri oltre il confine etiopico, e raggiungere Giggiga, posta a 1.609 metri, e poi di superare un'altra fascia montuosa composta da cime anche di oltre 3.000 metri attraverso i passi di Marda Babile, per arrivare ad Harrar e poi a Dire Daua, mentre nel secondo l'intera marcia si sarebbe dovuta svolgere tutta tra le montagne, attraversando l'unica rotabile percorribile che portava a nord, la S.S. 11 che da Mega arrivava ad Addis Abeba.

Per questo motivo, contrariamente alle previsioni di Amedeo d'Aosta, che riteneva che il grosso delle truppe nemiche avrebbe optato per la seconda soluzione e proprio per questo aveva ordinato a De Simone di distaccare una sua divisione circa 720 chilometri a sud di Neghelli per arginarne l'avanzata sulla S.S. 11, accadde proprio l'esatto contrario: al termine di una marcia a tappe forzate di circa 100 chilometri al giorno, in capo a dieci giorni  l'11° divisione africana arrivava a Dagabur, a 700 chilometri da Mogadiscio, e solo pochi giorni dopo, subito dopo la caduta di Berbera, una grossa colonna motorizzata agli ordini di Smallwood si presentava a sorpresa il 17 marzo alle porte di Giggiga, occupandola.

Da quel momento in poi sarebbe stato il caos, perché tutte le truppe coloniali italiane, prese dal terrore per l'improvvisa comparsa assolutamente inaspettata alle loro porte di casa di quel nemico così potente e velocissimo, cominciarono a sbandare ed a ritirarsi in disordine, finendo facile preda del nemico e degli insorgenti locali sobillati dalla Mission 101: prima la guarnigione del capoluogo Harar, situato ancora più in alto di Giggiga, a 1.885 metri, e poi 80 chilometri più a nord-ovest quella di Dire Dauasituata più in basso, a 1.276 metri, sulla ferrovia che collegava Addis Abeba a Gibuti, in spregio agli ordini ricevuti preferirono abbandonare le loro posizioni e dirigersi a piedi attraverso quelle tortuose vie di montagna verso sud-ovest, in direzione del fiume Auasc, a metà strada da Addis Abeba, dove De Simone su ordine del Viceré sin dal 18 marzo aveva inviato i due battaglioni del 210° fanteria Bisagno e l'unico gruppo d'artiglieria da 65/17 della divisione Cacciatori d'Africa su posizioni difensive già preparate per tentare un'ultima resistenza contro eventuali provenienze da sud-est e est, mettendoli dal 23 alle dipendenze operative della Granatieri di Savoia, ma vennero addirittura precedute dagli uomini della 22° brigata dell'Africa Orientale, che li fecero tutti prigionieri!
Più o meno nelle stesse ore, il 29 marzo, veniva completata l'occupazione di Harar Dire Dauaormai entrambe completamente sgombre da truppe italiane.

LA RESA MOVIMENTATA DI DIRE DAUA
Assai movimentata sarebbe stata la presa di Dire Daua, un'autentica cittadina gioiello, radicalmente trasformata dal genio architettonico italiano, sede di una fiorente comunità nazionale: a causa dell'anarchia succeduta al ritiro delle truppe, centinaia di predoni, per lo più disertori etiopi armati del R.C.T.C., stavano mettendo a ferro e fuoco Magalo, la Città Nera, uno dei due quartieri cittadini (distesa sulla riva destra deLaga Daciatù, un torrente che la teneva separata dalla Città Bianca), saccheggiando, rubando, stuprando le donne e mutilando i loro connazionali, per cui sarebbe stato addirittura il maresciallo Renato Donsanto, comandante della locale stazione della P.A.I., i cui uomini facevano sempre più fatica a mantenere l'ordine, a sobbarcarsi insieme a un capitano e una guardia ausiliaria una pericolosissima marcia a piedi di quasi venti chilometri in terreno ostile per sollecitare direttamente al Generale Wetherall l'arrivo in città al più presto possibile delle sue truppe, che già da due giorni stazionavano immobili davanti al centro abitato proprio mentre sulle rive del Laga Arrà, a est di quello, infuriava un'autentica battaglia tra non più di una cinquantina tra agenti nazionali della P.A.I., Ascari di polizia, vigili urbani somali  e civili nazionali nominati guardie ausiliarie contro almeno trecento banditi, con morti e feriti da entrambe le parti!
L'intervento di alcuni plotoni autocarrati e di due autoblindo armate di mitragliatrici avrebbe ben presto rimesso a posto le cose, appena in tempo prima che quelle orde assetate di sangue, fermate davanti a Magalo, rivolgessero le loro attenzioni alla Città Bianca.

PLATT ATTACCA L'ERITREA (11 GENNAIO 1941)
Nel frattempo, già a partire dall'11 gennaio  del 1941 il Generale William Platt aveva attaccato dal Sudan l'Eritrea avanzando sul fronte di Càssala con una forza pari a circa 28.000 uomini.
Di essa facevano parte due divisioni indiane appena arrivate, la 4° del parigrado Sir Noel Monson de la Poer Beresford-Peirse reduce dai combattimenti in Marmarica (con due brigate, la 5° del Brigadiere Wilfrid Lewis Lloyd e l'11 del parigrado Reginald Savory) e la 5° del Maggior Generale Sir Lewis Macclesfield Heath, arrivata a fine ottobre proveniente dalla Siria (9° brigata di Mosley Mayne e 10° di William Slim), precedute all'avanguardia da un autentico reparto d'élite della sua Sudan Defence Forcela Gazelle Force del colonnello Franck W. Messervy, una speciale e agilissima unità mobile di formazione della forza di una brigata formata con reparti blindo-corazzati della S.D.F. e artiglierie e fanterie motorizzate distaccate dalla 5° divisione indiana, con pertanto un'enorme potenza di fuoco garantita da decine tra carri armadi medi e leggeri, autoblindo e pezzi campali.

Mappa britannica della campagna eritrea

IL RIPIEGAMENTO DAL BASSOPIANO ETIOPICO (16-20 GENNAIO)
In ossequio all'orientamento emerso nell'incontro del giorno prima, Frusci, che disponeva su quel limitato settore di circa 35.000 uomini, aveva disposto tristemente sin dal 15 gennaio il ripiegamento verso nord-est nell'interno montuoso dell'Eritrea di tutte le sue truppe dalla zona del bassopiano, che sarebbe così rimasto interamente in mano del nemico, compresa la preziosa piana di Tessenei.
Quella decisione così sofferta, intimamente lacerante per chiunque avesse particolarmente a cuore il sogno imperiale italiano, sarebbe stata così commentata dal bollettino di guerra n. 228 del 21 gennaio:
"Necessità di carattere strategico hanno imposto al comando l'evacuazione di Càssala"
Il Comando Scacchiere Nord aveva previsto la costituzione di due masse di manovra, una in zona Cherù e l'altra in zona Aicotà, tra il monte Elit e il Gasc, di una riserva in zona Biscia e di una forte componente retrostante nei capisaldi di Agordat e Barentù: a tal fine, mentre le fanterie appiedate si sarebbero dovute distribuire in alcuni strategici caposaldi (la 1° divisione indigena del Generale di Brigata barese Nicolangelo Carnimeo, con la V° e XLIV° brigata coloniale, una compagnia cammellata, una banda P.A.I. in zona Karora-Chelamet, la 4° ancora agli ordini di Alfredo Baccari in zona Cherù e  la 2° di Angelo Bergonzi in zona Aicotà-Gogni),  per proteggerne e coprire il più possibile l'intero movimento di ripiegamento sulla linea del fiume Barca-Cherù-Monte Adal-Aicotà-fiume Gasc si sarebbero previste solo limitate azioni di disturbo da parte delle truppe più mobili presenti in loco, quindi le cavallerie indigene e le poche forze blindo-corazzate disponibili, favorite dal terreno piano che ne facilitava il dispiegamento.

L'operazione, iniziata nella notte tra il 16 e il 17, avrebbe avuto successo, perché solo due giorni dopo il nemico, rimasto inerte fino a quel momento, probabilmente non accortosi della manovra, avrebbe inviato la mobilissima Gazelle Force a riprendere contatto con le truppe coloniali italiane: così solo il 18 si sarebbero verificati nei pressi di Uaccai, tra Cherù e Sabderat, i primi scontri con nostri reparti mobili provenienti da Càssala, e in pratica solo il giorno seguente si ebbe uno scontro più significativo, quando le truppe anglo-indiane entrarono in contatto con la XII° brigata coloniale del colonnello Federico Rocco, venendone efficacemente rallentate e consentendo così al grosso delle nostre truppe, le due divisioni di Baccari e Bergonzi, di schierarsi in Eritrea sulla linea Cherù-Aicotà, a fare da frangiflutti contro quella montante marea nemica, che era andata concentrandosi proprio su quel delicato settore (al riguardo v. Alberto Rovighi, cit., pag. 194).

Qui gli italiani, che sulla quella linea di difesa contavano una forza complessiva di 17.000 uomini, erano stati capaci di respingere per tre giorni gli assalti delle due divisioni anglo-indiane su entrambe le direttrici d'attacco, sia su Cherù, dov'era schierata la 4° divisione coloniale, ora passata ai comandi del colonnello Orlando Lorenzini  (con l'XI° brigata del colonnello Francesco Prina, su 3 battaglioni, la  XLI° del parigrado Ugo Fongoli, con 4, il gruppo bande a cavallo dell'Amhara e il raggruppamento corazzato P.A.I.), che su Aicotà, dov'era la 2° divisione coloniale del Generale di Brigata Angelo Bergonzi (su due brigate anch'essa, la XVI° del colonnello Manlio Manetti, con 4 battaglioni, e l'VIII° del parigrado Antonio Rizzo, con 2 soli battaglioni), ma a quel punto Frusci avrebbe compiuto un grave errore strategico, ordinando comunque il 20 gennaio  un nuovo arretramento più all'interno sulla parallela linea Agordat-Barentù, circa un centinaio di chilometri più a est, nonostante quelle posizioni garantissero una forte difesa, probabilmente bastevole a respingere a lungo il nemico.
Questo avrebbe consentito alle potenti forze motocorazzate britanniche di attaccare separatamente ed isolare tra loro le due colonne italiane in movimento, quella di  Cherù diretta ad Agordat con la 4° divisione indiana di Beresford-Peirse, e quella di Aicotà in direzione più a sud dell'isolato presidio di Barentù con la 5° di Heath.

ENTRA IN CAMPO ANCHE IL NEGUS (20 GENNAIO)
Mentre tutto questo accadeva interveniva anche un fatto nuovo: il 20 gennaio Heilè Selassiè, riconosciuto ufficialmente già a luglio quale Imperatore dell'Etiopia dal Regno Unito, rientrava in Patria dal Sudan per la prima volta dopo anni, presentandosi il giorno dopo a Belayauna località situata a circa 70 miglia (110 chilometri) oltre il confine e a 100 chilometri a ovest del Lago Tana, che era stata appena occupata dal Frontier Battalion della S.D.F., formato da tre compagnie di mitraglieri, alcune batterie di obici, reparti del genio e unità mobili dotate di autoblindo fatte in casa, in collaborazione coi guerriglieri Arbegnuoc addestrati dalla Mission 101 del Brigadiere Sandford.
Con sé il Negus Neghesti si portava appresso il 2° battaglione etiopico, uno dei due quasi pronti della sua ricostituita Guardia Imperiale (formato insieme col 2° eritreo con volontari filoimperiali espatriati in Kenya): da lì a pochi giorni quel battaglione sarebbe stato aggregato al Frontier Battalion, alle forze insorgenti del posto a lui fedeli e ai due centri operativi già esistenti in un'unità d'élite di nuovo conio, formalmente attribuita ai suoi ordini ma in realtà affidata al comando operativo del maggiore, poi tenente colonnello, Orde Charles Wingate, la Gideon Force (la Forza di Gedeone).

Hailè Selassiè con il Brigadiere Daniel Arthur Sandford,  comandante della Mission 101 
(a sinistra), e il colonnello Orde Charles Wingate, comandante della Gideon Force (a destra), dopo la cattura di Forte Dembeccià, il 15/4/1941

Il nome attribuito a questa formazione costituiva un evidente e potentissimo richiamo alla figura biblica di Gedeone, l'uomo del popolo che ispirato da Dio in persona aveva condotto gli Israeliti a ribellarsi al dominio dei due popoli pagani dei Madianiti e degli Amaleciti adoratori del dio fenicio Baal, Signore della tempesta, della fertilità e della fecondità (assimilato alla figura del Diavolo), fino a cacciarli via da Israele e a ristabilire la religione nel Dio unico degli Ebrei.
Era chiaro come Heilè Selassiè si proponesse agli occhi dei suoi vecchi sudditi, più che nella veste formale di Imperatore, come Liberatore dell'intero suo popolo, nel nome della Riconciliazione nazionale (da qui l'uso senza aggettivi del termine onnicomprensivo di Arbegnuoc, valido per tutti gli insorti, senza distinzione di tribù, religione o etnia) e Restauratore dell'antica Religione dei Padri contro la protervia ereticale dell'invasore italiano, tutto questo nel nome di Dio Misericordioso, tanto da emettere sin da quello stesso 20 gennaio quello che sarebbe passato alla Storia come il decreto di San Michele, nel quale non solo proclamava l'amnistia per tutti gli etiopi che avessero collaborato o stessero tuttora collaborando col nemico, ma invitava persino al contempo anche a rispettare cavallerescamente gli italiani fatti prigionieri, le loro persone, le loro case, i loro animali ed averi in genere, nonostante i tanti lutti provocati al popolo etiopico in quegli anni (un modo anche per preservare intelligentemente quella che di fatto era l'unica classe dirigente moderna della sua nazione, in vista del suo futuro ritorno, dato che si fidava comunque fino a un certo punto degli inglesi!)

Una suggestione fortemente evocativa, quella che lo stesso Brigadiere Sandford aveva inteso costruire intorno alla sua augusta figura, accuratamente coltivata anche col ripetuto lancio dall'aria di volantini di propaganda contro gli italiani e inneggianti al ritorno del Negus, che non poteva non avere frutti: lo dimostrano il pressoché immediato passaggio tra le file del Negus di autorevoli capi etiopi fino a quel momento filo italiani quali i Ras Sejum MangasciàChebbedè MangasciàGhettaciù Abate e il Degiac* Ajaleu Burrù, così come l'occupazione effettuata in suo nome ai primi di febbraio da parte degli Arbegnuoc a nord del Lago Tana, già autori sin dai primi di gennaio sulla tratta Metemma-Gondar di una serie di incursioni e imboscate ai danni degli italiani, del presidio nemico di Uolcait, nella montuosa regione del Tigrè, composto da un battaglione CC.NN. e tre coloniali, costretti a ritirarsi in direzione del settore di Az Daro-Tolè in ossequio alla generale manovra di disimpegno disposta da Luigi Frusci.

Degiac, abbreviativo di Degiasmacc, era il grado nobiliare immediatamente inferiore a quello di Ras, corrispondente più o meno al titolo europeo di Conte: aveva un'accezione più propriamente militare, indicante il comandante generale delle truppe di un determinato potente, Ras Negus che fosse, e spesso era governatore di provincia.

GLI ITALIANI COSTITUISCONO LO SCACCHIERE OVEST
Con la maggior parte dei soldati impelagati nel duro confronto più a est, a nord e a sud dell'A.O.I., che assorbiva le maggiori energie del dispositivo militare italiano, Amedeo d'Aosta e il Generale Trezzani da Addis Abeba avevano preso la decisione di riorganizzare le truppe presenti nel Goggiam, parte del più vasto governatorato dell'Amhara rientrante nell'ambito dello Scacchiere Nord di Frusci, un totale di circa 10.000 uomini appartenenti a tre brigate coloniali (la III°, la XIX° e la XXX°), a due battaglioni di CC.NN., alla 5° e 37° batteria di artiglieria someggiata e alle cavallerie del  IV° gruppo squadroni coloniale, più alcune autoblindo e diverse bande di irregolari etiopi, in un comando di nuova istituzione, lo Scacchiere Ovest, che avevano affidato a Nasi: al Generale di Brigata Ettore Scala, comandante della Granatieri di Savoia e responsabile militare di Addis Abeba, era stato invece dato il comando delle truppe dello Scioà, mentre al colonnello Leopoldo Natale era spettato l'ingrato compito di guidare le truppe del Goggiam Meridionale.

LA GIDEON FORCE CONTRO LE TRE BRIGATE DI NATALE
Ma il povero Natale, pur facendo il massimo per cercare di fermare quella marea montante che gli stava salendo al collo, non aveva la bacchetta magica.
Proprio a partire da febbraio la Gideon Force, sotto la salda guida morale del Negus, organizzativa e diplomatica di Sandford e operativa di Wingate, avrebbe cominciato a impossessarsi di sempre più larghe fasce di territorio comprese tra le province prima del Goggiam e poi dello Uollo, più a nord, quasi ai confini col Tigrè, e tutto questo nonostante la sua relativa consistenza numerica (circa 800 uomini l'uno contavano i due battaglioni, quello di frontiera, considerato di fatto come un altro battaglione della Guardia Imperiale del Negus, e il 2° etiopico, quest'ultimo solo relativamente addestrato, mentre il resto non superava i 600 effettivi in totale nella migliore delle ipotesi): traviati dalla propaganda nemica, amplificata dalle voci incontrollate delle boscaglie, gli italiani per almeno un mese ne avrebbero infatti enormemente sovrastimato la forza, ingannati probabilmente, oltre che dalla presenza di numerosi quadrupedi (almeno 15.000 tra muli, cavalli e cammelli!) e dalle famiglie al seguito degli Arbegnuoc, anche dalle sempre più ampie complicità tra la popolazione civile.
Capace di sfruttare con grande astuzia anche lo scoramento e il generale disarmo morale che stava ormai prendendo il nemico, la Gideon Force si sarebbe così resa autrice di un crescendo continuo di azioni, diurne e notturne, tra infiltrazioni, agguati, sabotaggi, imboscate, che, per quanto in taluni casi duramente contrastate dagli italiani, avrebbero portato alla progressiva, inarrestabile disarticolazione delle guarnigioni nemiche minori presenti sulla strada principale che da Bahir Dar Giorgis, la capitale del Goggiam Occidentale sulle rive del Nilo Azzurro, affluente meridionale del Lago Tana, conduceva verso sud, attraverso DangilaBurièDebra Markos, fino ad Addis Abeba.

Il primo squillo avvenne il 14 febbraio, quando la Gideon Force giunse a Matakal, grazie al decisivo contributo dei cammelli, gli unici quadrupedi in grado di consentirle di percorrere l'ispida carovaniera che portava a quella località, e qui la Mission 101 riuscì ad arruolare  tra gli Arbegnuoc molti residenti, avvisando con gli altoparlanti della presenza dell'Imperatore e convincendo così molti notabili locali e persino tanti ascari etiopi del Regio Esercito a disertare.
Pochi giorni dopo fu la volta di Dangila, già bombardata numerose volte dagli aerei sudafricani e britannici a partire già dal 20 novembre precedente, che venne abbandonata dalla locale guarnigione, cui era stato ordinato di ripiegare più a nord a Bahir Dar, ma il vero tracollo cominciò a profilarsi tra il 27 febbraio e il 3 marzo, quando tutte i presidi italiani da lì a Buriè vennero sistematicamente attaccati in ogni modo possibile, costringendo il colonnello Natale, su ordine diretto proveniente da Addis Abeba, a ripiegare il giorno dopo in direzione del ridotto di Debra Markos (un tempo Moncorer, luogo freddo!), un baluardo montuoso quasi inespugnabile, a 2.515 metri d'altezza, circondato per tre quarti dal letto del Nilo Azzurro in quei tratti assai profondo, in attesa di ordini che sarebbero stati dati in relazione all'evolversi della situazione.

Niente poteva più fermare quello tsunami: il 6 marzo la colonna di Natale in ritirata fu costretta a ripiegare in tutta fretta prima a Dembeccià e poi a Dess dopo un duro scontro col 2° battaglione etiopico, a Cererà, a ovest di Dembeccià, nel quale ebbe ben 400 caduti e circa 2.000 uomini fatti prigionieri, oltre a 4 cannoni e diverso materiale bellico andato perso, anche se da parte sua il nemico ne uscì letteralmente a pezzi, con almeno 100 caduti, molti feriti e fatti prigionieri e soprattutto quasi tutti gli animali da soma uccisi, riducendosi di fatto alla consistenza di una semplice compagnia!

Ras Hailù con la figlia Sabela

Ormai pienamente consapevole di trovarsi di fronte a forze di modesta entità, Nasi mandò a chiamare presso la sua sontuosissima residenza di Addis Abeba, un Ghebbì* circondato dagli eucalipti sulla Via della Consolata (dal nome della vicina missione cattolica), proprio Ras Hailùil Signore del Goggiam, uno che verso gli italiani aveva ben più di qualche debito di riconoscenza, dovendo solo a loro se era negli anni diventato quello che era diventato, affinché si mettesse a disposizione insieme con la sua numerosissima banda (circa 10.000 armati!) per andare  in soccorso proprio di Debra Markos.

*  Traggo dall'Enciclopedia Treccani che il Ghebbì o Ghebì costituisce "in Etiopia, lo spazio interno di un recinto  a cui si accede da un ingresso (equivalente di corte); in senso più specifico, l'insieme delle costruzioni, circondate da uno o più recinti, o cinte, costituenti la residenza di un notabile, di un'autorità, e spec. del re".

Qualche giorno dopo, il 14 marzo, lo sfortunato colonnello Natale venne sollevato dal suo incarico e sostituito dal suo vice, il parigrado Saverio Michele Maraventano, un ufficiale 48enne veterano pluridecorato, siciliano di Cattolica Eraclea (AG), fino a quel momento comandante della III° brigata coloniale.
Quello stesso 14 marzo, essendo ormai liberato dagli italiani il Goggiam Meridionale, Heilè Selassiè entrava anche a Buriè alla testa del battaglione sudanese e dei resti di quello etiopico.

MARAVENTANO ATTACCA, MA ALLA FINE DEVE RITIRARSI 
Nasi e Scala avevano dato a Maraventano l'ordine  di avviare un contrattacco in profondità per cercare di riprendere Buriè con l'aiuto della banda di Ras Hailù, mentre contemporaneamente più a nord un analogo tentativo sarebbe stato fatto  verso Bahir Dar dal parigrado Adriano Torelli, anche lui un veterano pluridecorato, al comando dei  cinque battaglioni della sua XXII° brigata coloniale (III°, LXVII°, LXVIII°, LXIX° e LXXXI°) appoggiati dalle loro artiglierie someggiate.

Saverio Michele Maraventano
Nonostante il valore del combattivo colonnello, capace di riconquistare  al prezzo di 6 uomini e 22 feriti tra il 16 e il 19 marzo con due battaglioni della III° brigata coloniale agli ordini ora del tenente colonnello Domenico Nuovo, appoggiati da una sezione della 5° batteria someggiata, dalla banda a cavallo Buriè e da una stazione radio R3, sia Fort Emmanuel che Baremmà, strappandoli dalle mani del battaglione sudanese, degli irregolari di Hailè Jesus e dei 5.000 uomini della banda del Degiac Negasi stanziati nel settore di Dembeccià, il Destino per le sue truppe era comunque segnato: oltre ai citati, tra la stessa Dembeccià e Buriè c'erano infatti altri 10.000 uomini, avanguardia delle truppe di Mangascià, che per di più ne aveva altri 15.000 in quest'ultima località!
Non sembravano avere al momento intenzione di attaccare, ma quei circa 30.000 e più armati, tra regolari sudanesi, etiopici e irregolari Arbegnuoc, stavano progressivamente stringendo in una morsa gli italiani: le ricognizioni avviate verso il fiume Temcià e nell'Erbab avevano verificato che il grosso delle forze nemiche era situato a nord-ovest, tra Baremmà e Debra Markos, ma essendo più lontano e più diviso tra le gelosie e le ripicche dei capi e capetti locali era comunque meno pericoloso del nucleo nemico minore, ma comunque consistente, che minacciava le comunicazioni col Nilo e lo Scioà.

Quando però il 23 marzo fu notato che truppe sudanesi rafforzate da ribelli si spostavano in autocarro da Dembeccià fino a circa 5 chilometri da Dessa oriente della camionabile Dess-BaremmàMaraventano capì che l'attacco era imminente e sarebbe stato diretto su quest'ultimo obiettivo piuttosto che direttamente su Debra Markos, come ritenuto da altre fonti informative, e reagì prontamente inviando sul posto da Baremmà la XIX° brigata coloniale (meno un battaglione).
Appena in tempo, perché l'attacco a Dess scattò alle 03,00 di notte del 25 marzo, quando, dopo una prima fase preparatoria iniziata con semplici scambi di fucileria e colpi di mitragliatrice e mortaio, parte delle forze nemiche si scagliarono frontalmente a colpi di bombe a mano contro il centro dello schieramento italiano, tenuto dal XXX° battaglione coloniale e da una sezione mortai da 81, mentre successivamente truppe regolari sudanesi attaccavano l'altura orientale di Dess.
Quel primo attacco fu respinto dopo due ore al prezzo di 8 coloniali caduti e 34 feriti, ma con ancor più gravi perdite per il nemico, grazie anche al generoso contributo dell'artiglieria, ma fu solo il primo di una lunga serie.
Gli assalti si susseguirono per giorni, appoggiati anche dall'aria: concentrati per lo più su Dess, finirono per coinvolgere pesantemente anche Baremmà e Debra Markos, e costarono un totale di un militare nazionale ferito e 5 morti e 34 feriti tra i coloniali e probabilmente diverse decine di perdite tra i civili.

Nonostante l'aumento delle diserzioni tra gli etiopi, il progressivo abbandono delle bande irregolari locali e il costante depauperamento delle munizioni, dei generi di prima necessità e persino del potere d'acquisto degli stipendi (un problema questo dovuto al rapido deprezzamento della lira e che incideva moltissimo sul morale soprattutto degli ascari etiopi), le truppe italiane avrebbero comunque retto egregiamente sulle loro posizioni fino a quando, dopo un drammatico colloquio avuto il 30 marzo ad Addis Abeba prima col Generale Trezzani e poi col Duca d'Aosta in persona, lo stesso Maraventano, ricevuta dai suoi superiori la notizia del fallito contrattacco del colonnello Torelli a Bahir Dar e da loro stessi convinto della sostanziale inutilità di continuare la lotta nel Goggiam, ebbe ordine di evacuare DessFort EmmanuelBaremmà e Debra Markos e dirigersi non già verso Addis Abeba, come si aspettava, ma più a nord, verso la lontana Dessiè, nella provincia dello Uolloa parte il X° e l'XI° battaglione CC.NN. di Debra Markos che dovevano essere inviati verso la Capitale!

Il ripiegamento iniziò già dal 31 marzo, secondo le direttive emanate dal Generale Scala, quando il battaglione coloniale agli ordini del tenente colonnello Giovanni Scavone sgomberò il presidio di Baremmà, poi fu la volta all'alba dell'1 aprile di Dess, la cui evacuazione colse di sorpresa il nemico che non se l'aspettava.
Giunte a Debra Markos intorno alle 12,00, le truppe rilevarono il X° battaglione CC.NN., che per primo venne trasportato a Usciater in autocarro, da dove altri mezzi inviati dal Comando Superiore lo trasferirono ad Addis Abeba; tornati indietro, gli stessi autocarri alle 13,00 caricarono anche l'XI° CC.NN. e lo trasportarono ancora a Usciater, da dove col medesimo sistema il battaglione avrebbe proseguito per la Capitale.

Ripartiti all'alba del 3, i camion, con a bordo anche una cinquantina di indigeni armati saliti a Usciater e seguaci di Ras Hailù, scortati sia direttamente con due plotoni di CC.NN. e due autoblindo inviati dal Comando che indirettamente dal IV° gruppo squadroni coloniale e da gruppi armati di irregolari, sulla via del ritorno a 35 chilometri da Debra Markos vennero stavolta attaccati da forze regolari sudanesi e irregolari etiopiche, ormai da ore sul chi va là.
Nello  scontro sarebbero andate perse le due autoblindo e quasi tutti gli autocarri, distrutti dalle mitragliatrici e dai fuciloni Boy del nemico, ma le CC.NN. avrebbero opposto una fortissima resistenza, durata fino all'esaurimento delle munizioni, con la perdita complessiva di 7 nazionali caduti, uno disperso, 5 civili armati indigeni morti e 12 feriti.

Quando i superstiti tornarono a Debra Markos sui soli 5 autocarri rimasti, Maraventano capì che, con pochi autocarri, poca artiglieria, tutta vecchia e di piccola gittata, limitate scorte di  armi e munizioni, poca o nulla copertura aerea, scorte razionate di viveri, acqua e medicine, senza autoblindo e con tanti civili al seguito, molti a piedi o a bordo di carri trainati da animali, tra cui le famiglie degli ascari, con alcune donne pure incinte, la loro ritirata sarebbe stata un'autentica scommessa col Destino, tanto più che anche Ras Hailù, capito l'andazzo, dopo aver ricevuto per via riservata attraverso le solite vie misteriose presenti solo in Africa delle proposte di appeasement dal Negus aveva deciso a quel punto di fermarsi lì e passare armi e bagagli al nemico, pur assicurando al colonnello, per riconoscenza verso gli italiani che tanto l'avevano aiutato nel passato, che avrebbe fatto in modo di consentir loro di passare senza problemi il Nilo!

LA COLONNA MARAVENTANO SI AVVIA (4 APRILE)
Il piano approntato da Maraventano nel pomeriggio del 3 aprile prevedeva che l'intera colonna si muovesse a partire dalla mattina seguente, con la banda regolare Debra Markos, che già aveva protetto il ripiegamento da Dess, in retroguardia, e che le guarnigioni di UsciaterNilo e Quoziem Marian abbandonassero le loro posizioni aggiungendosi alla colonna in marcia man mano che venivano raggiunte, mentre il XIII° battaglione sarebbe rimasto fermo ad aspettarla sulla sinistra del Nilo, a cavallo della camionabile Quoziem Mariam-Safartaksia il ponte di barche sul Nilo che le interruzioni stradali già approntate sarebbero stati fatti brillare solo su ordine diretto del colonnello.
In città sarebbero rimasti solo il commissario politico, il residente e il capitano medico del locale ospedaletto da campo, per permettergli di continuare ad assistere i civili indigeni: la locale compagnia presidiaria e il centro di reclutamento della III° brigata coloniale sarebbero stati sciolti e assegnati direttamente alla brigata e stessa sorte avrebbe avuto la compagnia cannonieri dell'Amhara, i cui uomini sarebbero passati alle dipendenze della 5° e della 37° batteria.
La scarsità di uomini avrebbe comunque indotto a passare da quattro a tre compagnie i battaglioni presenti.

Alle 08,00 di mattina del 4, dopo che i militari italiani ebbero respinto alle porte della città a suon di bombe a mano un improvviso tentativo di alcuni armati sin troppo zelanti di Ras Hailù di disarmarli, la bandiera col tricolore sabaudo veniva ammainata da Forte Dux con tutti gli Onori Militari, nella commozione generale soprattutto dei nazionali.
Un'ora dopo la colonna si mise in marcia, con un battaglione della III° brigata coloniale all'avanguardia, gli altri due, la compagnia presidiaria, la banda regolare di Debra Markos e le impedimenta* di seguito, la XIX° brigata in retroguardia e distaccamenti delle due brigate di copertura ai rispettivi fianchi.
Poche ore dopo la malinconica partenza da Debra Markos di quella dolente marea umana Ras Hailù faceva innalzare in cima al forte la bandiera coi colori nazionali etiopici, il segno che ormai la città era sgombra...

* Impedimenta è termine preso direttamente dalla terminologia romana, che indicava sin dall'epoca repubblicana i bagagli (intesi come convoglio) al seguito delle legioni in marcia, posti nella parte centrale della colonna, protetti dalle retroguardie e dalle alae di fanteria e soprattutto cavalleria ausiliaria ai fianchi: da essi derivava il ritmo impresso al cammino, che non poteva evidentemente che esserne rallentato, intralciato, impacciato. In questo caso, quindi, il riferimento è al personale militare non combattente e alle salmerie al seguito, le circa 4.000 famiglie degli ascari, i 500 civili indigeni filo-italiani, un centinaio di borghesi nazionali, oltre a tantissimi commercianti greci e indiani con le loro masserizie (con donne, bambini, vecchi, feriti e malati), trasportati per quanto possibile a bordo dei pochi automezzi disponibili per loro e dei carri trainati dagli animali.

IL NEGUS A DEBRA MARKOS (6 APRILE)
Poco dopo, come da accordi, arrivava in città un ufficiale di grado superiore, il maggiore Hugh Boustardin, inviato di Wingate, per proporre al Ras Hailù, che lo attendeva in uniforme italiana, un "atto" non ben definito di pacificazione, non si sa se di pura e semplice resa o addirittura di sottomissione all'Imperatore: il Signore del Goggiam si limitò a rispondere che era lui a comandare sulla sua terra, che anche Debra Markos era della sua famiglia da generazioni, e che solo da lui dipendeva se quella provincia sarebbe restata pacifica o al contrario si sarebbe trasformata per i suoi nuovi occupanti in un'autentica mortale polveriera, catalizzatrice di una nuova guerra civile contro il Negus.
Scornato, per quanto ammirato dall'estrema compostezza e regale dignità dell'interlocutore, che appariva sinceramente addolorato per la sorte degli italiani, l'ufficiale britannico se ne ritornò indietro al suo comando, usando una macchina requisita (o magari donata, chissà) al parco macchine dello stesso Hailù.

Così, quando due giorni dopo, il 6 aprile, Heilè Selassiè entrò trionfalmente a Debra Markos, acclamato dalla popolazione locale e dai maggiorenti copti in festa, alla testa di un esercito personale che ormai contava probabilmente circa 40.000 uomini, fu solo per "accettarne la resa".
Ras Hailù lo fece attendere nel suo palazzo per oltre mezz'ora prima di andare a riceverlo, dopo di che, una volta giunto di fronte a lui, si limitò a un formale inchino, il massimo che poteva concedergli.
Subito dopo si sarebbe ritirato nuovamente nelle sue stanze, "con un fiero cipiglio scolpito nel viso", avrebbe scritto il famoso corrispondente sudafricano George Lowther Steer, già redattore del Times e del Daily Telegraph, in quel momento capitano addetto all'ufficio propaganda della Mission 101, presente ai fatti.


L'OCCUPAZIONE DI ADDIS ABEBA (6 APRILE)
Non capitolava solo il Goggiam, ma anche lo Scioà.
Mentre tutto era in disfacimento anche nei territori etiopici del Galla-Sidama, dove tutti i presidi italiani dello Scacchiere Sud al comando di Pietro Gazzera stavano cedendo uno dopo l'altro soprattutto a causa del progressivo esaurirsi delle munizioni e dei ricambi, e particolarmente amareggiato dal crollo dell'intero fronte somalo, dove tutte le sue disposizioni impartite alle truppe di resistere volta per volta sullo Giuba, a Giggiga, sui due passi montani davanti ad Harrar, a Dire Daua e infine anche sulle rive fortificate del fiume Auasc erano state mal eseguite, quando non addirittura completamente disattese, Amedeo d'Aosta si convinse che a quel punto l'unico modo per continuare la lotta fosse quello di trincerarsi in alcuni punti strategici all'interno dell'altopiano etiopico-eritreo e conseguentemente di abbandonare al nemico i luoghi meno difendibili e più esposti, il primo dei quali era a suo parere proprio Addis Abeba, non foss'altro per garantire la protezione inglese dalla rabbia delle popolazioni locali alla numerosa comunità italiana ivi presente ed evitare ciò che era accaduto a Dire Daua.
 
Disposto pertanto di tenere sgombre da truppe le strade di accesso alla Capitale e di lasciare sul posto scorte di viveri e un congruo numero di funzionari civili che potesse garantire ancora l'ordinario funzionamento dei servizi essenziali, il Viceré in persona, lasciata una lettera sulla sua scrivania per il comandante nemico dove affidava alla sua protezione la sorte degli italiani e degli indigeni fedeli alla Corona Sabauda, il 3 aprile, dopo aver ordinato di restare in città e firmare la resa (trattative erano state già intavolate sin dal 30 marzo), al riluttantissimo 65enne Generale di Divisione Agenore Frangipani, un gentiluomo beneventano di nobile famiglia (all'anagrafe Agenore Francesco Saverio Ferdinando Ubaldo Frangipani dei Marchesi di Mileta), nominato quello stesso 3 aprile Governatore dello Scioà al posto di suo cognato, il parigrado Giuseppe Daodice, lasciò Addis Abeba con il suo governo e gli Alti Comandi Militari.
Aveva un solo desiderio: raggiungere alla testa dei 3.800 soldati che gli restavano in città (il battaglione mitraglieri meno una compagnia e il II° e III° gruppo del 60° reggimento d'artiglieria, con una quarantina di pezzi da 65/17, della 65° divisione Granatieri di Savoia, e tre battaglioni CC.NN., i citati X° e XI° di Debra Markos e il XV° inquadrato nella 40° Cacciatori d'Africa, chiamata anche divisione d'Africa) i 3.438 metri dell'Amba Alagi, il cui presidio quello stesso giorno aveva segnalato di essere ormai finito sotto attacco diretto del nemico: un'autentica fortezza naturale, parte di un unitario complesso montuoso di ben nove vette nella regione del Tigrè, nei cui pressi era la strada che da Dessiè portava a nord attraverso il Passo Alagi.

Mentre a nord-ovest le truppe del Generale Nasi, con base a Gondar, e a sud e sud-ovest quelle di Gazzera erano ormai state lasciate libere di combattere fino a quanto possibile, indipendentemente le une dalle altre, proprio qui, dove poco più di 45 anni prima, il 7 dicembre 1895, il presidio del maggiore Pietro Toselli, formato da 2.300 uomini tra italiani e indigeni, era stato pressoché totalmente annientato in poco meno di sette ore da 30.000 guerriglieri etiopici guidati dai Ras Mekonnen, Alula Engida, Oliè, Mikael e Mangascià e dal Fitaurari* Gabeiehù, con 19 ufficiali caduti (tra cui il maggiore Toselli, i capitani Canovetti, Persico e Angherà e il tenente Bruzzi Alieti), oltre a 20 tra graduati e soldati nazionali e circa 2.000 tra Ascari e irregolari etiopi ed eritrei, al costo di circa 3.000 perdite nelle file avversarie (v. https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_dell%27Amba_Alagi), intendeva opporre la sua ultima, personalissima resistenza al nemico, nonostante il contrario parere di Mussolini.

* Immediatamente inferiore al titolo di Degiac, quello di  Fitaurari era il titolo nobilitare tradizionale etiopico che indicava il capo delle avanguardie di un Signore di grado superiore, assimilabile a quello occidentale di Barone.

I sudafricani, fermi da giorni sul fiume Auasc a causa della mancanza di carburante ed accortisi in ritardo che gli italiani non si stavano concentrando a difesa di Addis Abeba, come si aspettavano, non poterono impedire che anche per la Capitale dell'A.O.I. si ripetesse nelle ultime ore, sia pure con minor gravità, il medesimo copione di quanto accaduto a Dire Daua: per evitarlo fu la stessa comunità italiana (ben 35.000 persone!), preoccupatissima per il rapido degrado dell'ordine pubblico, ad inviare all'accampamento nemico una colonna di autocisterne per favorirne l'ingresso in città, dove nel frattempo il 5 aprile si era completato lo sgombero delle truppe.
Il giorno dopo, il 6 aprile, lo stesso in cui Hailè Selassiè entrava a Debra Markos, le prime avanguardie delle tre vittoriose brigate inseguitrici, dopo una marcia di 8 settimane lunga 2.700 chilometri e costata tutto sommato un esiguo numero di perdite complessive, appena 501 in totale, sarebbero entrate ad Addis Abeba.

In quelle stesse ore il pluridecorato Agenore Frangipani, orgogliosissimo veterano di tutte le guerre italiane del secolo, si toglieva la vita col veleno per il disonore di non aver potuto difendere con le armi la Capitale dell'ormai morente Impero: sarebbe stato così un Comitato composto dal Maggior  Generale Renzo Mambrini, comandante della P.A.I., dal diplomatico Renato Piacentini (già Ambasciatore italiano in Etiopia), dal capitano di fregata Mario Zambon, Comandante superiore navale in A.O.I.,  dal Questore Paolo Romeo e dal Podestà Giuseppe Tavazza ad offrire la resa della città al Generale Wetherall.
Tutto si sarebbe svolto nell'ordine, anche se uno spiacevole episodio avrebbe guastato per un attimo l'andamento della triste cerimonia: il colonnello Dallas, capo del Political Office, una volta ammainata la bandiera italiana dal Palazzo del Vicerè, in spregio agli ordini di Wetherall l'avrebbe calpestata con la sua stampella, scatenando la furibonda reazione di Zambon e Romeo.
Sarebbero seguiti diversi minuti ad altissima tensione, poi tutto si sarebbe risolto con l'issare di nuovo sul pennone la bandiera per poi ri-ammainarla con i dovuti onori!

L'entrata del Negus Neghesti ad Addis Abeba, il 5 maggio 1941
(Foto tratta dal sito alfasport.net)
Ventinove giorni dopo, il 5 maggio 1941, a cinque anni esatti dall'inizio dell'occupazione italiana, Heilè Selassiè avrebbe finalmente fatto ritorno nell'antica Capitale, sfilando alla testa dei suoi due battaglioni imperiali per le strade di Addis Abeba a bordo di una Ford Deluxe Convertible Sedan del 1938 scoperta*, pare quella stessa con cui il maggiore Boustardin si era allontanato il 6 aprile da Debra Markos, con subito dietro il tenente colonnello Wingate saldamente in groppa a un cavallo bianco.
Sul pennone dell'ex residenza di Amedeo d'Aosta sarebbe da quel momento tornata a sventolare di nuovo la bandiera nazionale etiopica, il tricolore a righe orizzontali verde gialla e rossa col simbolo del Leone di Giuda.

* Secondo la maggior parte delle fonti si trattava in realtà di un'Alfa Romeo scoperta, per alcuni appartenente a Oden Wingate, per altri addirittura a Ras Heilù, ma l'esperto "alfista" Marco Rigoni, autore dell'ottimo blog Club Alfa Sport, ha identificato l'auto come appunto una Ford De Luxe Convertible Sedan del 1938: l'identificazione di quel mezzo come un'Alfa Romeo non sarebbe altro che probabilmente l'ennesima invenzione propagandistica inglese per dare uno "schiaffo" metaforico all'Italia fascista, utilizzando uno dei marchi italiani più riconoscibili, e in quel momento il più prestigioso nel campo automobilistico.




Il Gruppo Bande dell'Amhara
LA CARICA DI CHERU' (21 GENNAIO)
Nel frattempo era continuata la disperata resistenza degli italiani in Eritrea, dove lo stesso 21 gennaio in cui Heilè Selassiè era entrato a Belaya, dando inizio alla riconquista dell'Etiopia, si era verificato uno degli episodi più gloriosi e insieme più assurdi del conflitto, passato alla Storia come l'ultima carica a cavallo avvenuta in Africa.

Posto di retroguardia a protezione delle truppe italiane in ritirata da Cherù
il Gruppo Bande dell'Amharaun reparto irregolare di cavalleria formato da 1.700 uomini per lo più etiopi, eritrei e yemeniti agli ordini del 31enne tenente Amedeo Guillet, armati solo di sciabole, scimitarre, moschetti, pistole, poche mitragliatrici e bombe a mano, ebbe ordine dal colonnello Ugo Fongoli di tenere la linea almeno per un giorno per proteggere il ripiegamento della sua XLI° brigata, l'ultima a sganciarsi dal villaggio, ormai finito sotto l'attacco diretto della Gazelle Force di Messervy, composta da forze autocarrate indiane appartenenti al 4°/11° Sikh Regiment ed al 6° Rajputana Rifles protette dai carri armati della S.D.F. e dalla cavalleria blindata del reggimento indiano Skinner's Horse (1st Duke of York's Own Cavalry) e appoggiate anche dal fuoco dei pezzi da 18 libbre del 25° reggimento campale dell'artiglieria reale e da 25 della 390° batteria del maggiore Eric Carden Robert Mansergh del neo arrivato 144° reggimento campale Surrey and Sussex Yeomanry.
Era un incarico ai limiti dell'umano, ma in ossequio agli ordini ricevuti Guillet e i suoi due ufficiali, i tenenti Renato Togni e Landolfo Colonna, non si tirarono indietro, concordando una tattica insieme geniale e da pazzi, ma che forse era anche l'unica possibile: fingere di essere l'avanguardia di una più grossa formazione italiana che si apprestasse a sua volta a invadere il Sudan e attaccare il nemico alle spalle, dopo aver effettuato una silenziosissima manovra d'aggiramento delle posizioni di Messervy, sfruttando il buio della notte e la copertura offerta dalle particolari condizioni orografiche del terreno!

La carica di Cherù
Fu così che all'alba del 21 gennaio Guillet lanciò all'attacco i suoi, prima la 1°, poi la 2° banda, cogliendo completamente di sorpresa nel sonno l'imponente unità nemica e scompaginandone le fila: tra le urla dei cavalleggeri, lo scalpitio dei cavalli e gli scoppi delle bombe a mano una massa umana di circa 800 uomini a cavallo fiancheggiata dalle fanterie yemenite armate solo di fucili 91 e qualche mitragliatrice si abbatté come uno tsunami sul nemico, travolgendolo completamente.
Dopo una prima carica conclusa praticamente senza perdite, al contrario del nemico (tra le cui file non erano mancate le scene di panico, con numerosi episodi di fughe e persino di fuoco amico), la seconda fu più sanguinosa per gli uomini di Guillet, perché gli uomini di Messervy, dopo essersi rianimati dalla sorpresa ed aver riassestato il loro schieramento, poterono reagire con ben maggiore vigore, usando anche le artiglierie, i cui pezzi, rimasti sino a quel momento silenti, poterono cominciare a sparare, anche ad alzo zero (in precedenza gli artiglieri erano stati costretti a usare i loro fucili per difendere i pezzi). 
Tuttavia, quando quell'orda a cavallo si ritirò indietro come un'onda di risacca l'intera colonna nemica era comunque totalmente sbandata e in pieno stato confusionale, tanto da indurre Messervy a sospendere l'avanzata, come gli italiani volevano, ed a fermarsi per qualche ora nella piana tra Agordat e Barentù, timoroso dell'arrivo di forze nemiche più forti!

Renato Togni
All'interno di un episodio già così rimarchevole, a rifulgere ancor più di luce propria sarebbe stato in particolare il comportamento di un plotone al comando del tenente Renato Togni, giovane e brillantissimo ufficiale di Frascati (RM), molto attraente, con fama di tombeur de femmes come il suo superiore Guillet, che proprio quel giorno compiva 28 anni.
Dopo la prima delle due cariche, accortosi dalla sua posizione all'estrema destra dello schieramento che a meno di un chilometro di distanza tre carri Matilda nemici, sbucati da un varco tra le colline circostanti, all'avanguardia di un gruppo più distante di autoblindo, stavano accingendosi ad attraversare uno uadi da dove avrebbero potuto irrompere non visti alle spalle proprio dello squadrone di Guillet, travolgerne le file e scoprire il movimento di ritirata dell'intera colonna italiana, decise di attaccare con un'azione a sorpresa i corazzati per dare modo alle due bande di ricompattarsi e reggere l'assalto nemico.
Dopo aver rimandato indietro il grosso delle sue truppe, comprese le fanterie yemenite aggregate al reparto, ed aver avvertito il comandante (di cui era vice e intimo amico) con un biglietto autografo inviato tramite il soldato veterinario dell'approssimarsi dei carri  armati nemici e della sua intenzione di attaccarli, guidò personalmente alla carica contro di essi 30 suoi cavalleggeri scelti, tutti volontari ("Andrò alla carica con i miei trenta Marescialli di Francia", avrebbe ironicamente scritto nel messaggio): nonostante avesse concesso a chi non se la sentisse di tirarsi indietro, nessuno lo fece.

In quell'attacco suicida, condotto frontalmente allo scoperto a sciabole sguainate e con le bombe a mano, sarebbero morti tutti, uomini e cavalli, sotto le raffiche di mitragliatrice e le esplosioni delle granate sparate ad alzo zero dai pezzi di quei mostri, ma i trenta fegatacci avrebbero salvato il resto degli squadroni a cavallo, impedendone l'aggiramento e consentendogli di ritornare all'attacco tutti insieme, respingendo una volta per tutte quella minaccia mortale.
L'ultimo del plotone a cadere sarebbe stato proprio Togni, che andò a morire sul cofano dell'ultimo dei carri nemici, abbattuto dalle sue mitragliatrici: solo il suo attendente si sarebbe salvato, potendo così tornare indietro a riferire a Guillet sulla tragica sorte di quegli uomini coraggiosi e sul valore della loro carica vittoriosa.
A Togni sarebbe stata concessa la medaglia d'oro alla memoria.

A mezzogiorno tutto era finito: con i suoi uomini immediatamente dietro di lui, il valoroso Guillet, a cavallo del suo fido destriero Sandordall'alto di una piccola collina davanti al campo di battaglia avrebbe palesemente sfidato il nemico, schierato più in basso proprio di fronte a lui su una linea di non più di 700 metri con le autoblindo dello Skinner's Horse a destra, gli indiani dell'11° Sikh al centro e i corazzati della S.D.F. a sinistra, chiamando accanto a sé l'alfiere del reggimento con lo stendardo ben in vista, ma Messervy non si fidava ad inseguirlo, perchè questo significava avanzare oltre la gittata dei propri pezzi, col rischio di mandare i propri uomini ad infilarsi senza alcuna copertura di fuoco in uno o più dei tanti uadi dei dintorni e finire senza scampo nelle imboscate di quei terribili guerrieri a cavallo.
Volendo, il comandante italiano avrebbe potuto anche lui attaccare con grandi probabilità di successo le fanterie nemiche al centro, sicuro che né le autoblindo a destra né i carri armati a sinistra sarebbero potuti essere loro di valido aiuto, non potendo intervenire per il rischio di colpire i loro stessi commilitoni, ma solo quella carica gli era costata ben 436 uomini (176 morti e 260 feriti) e 100 cavalli, oltre alla morte dell'amico e compagno d'arme Togni, senza considerare le numerose perdite tra le fanterie fiancheggianti, quindi decise a sua volta di fermarsi, accontentandosi di veder interrotta l'avanzata della Gazelle Force, che era poi l'unica cosa che gli fosse stata chiesta.

Gli inglesi avrebbero definito quella carica nella loro storia ufficiale della campagna d'Etiopia "the most gallant affair untill now in this war" (il gesto più coraggioso fino ad ora della guerra), anche se il bollettino di guerra n. 230 del 23 gennaio si sarebbe limitato a comunicare laconicamente:
"Attacchi nemici nella zona di Cherù sono stati respinti dai nostri contrattacchi, che hanno inflitto notevoli perdite all'avversario".

LORENZINI SCONFITTO AD AGORDAT (26-31 GENNAIO)
Nonostante la XLI° brigata coloniale avesse perso a Cherù circa 900 uomini complessivamente, tra i cavalleggeri dell'Amhara e i fanti nazionali e Ascari (compreso il comandante Fongoli, fatto prigioniero), la colonna di Lorenzini, pur ridotta assai a mal partito dai continui attacchi del nemico, sarebbe riuscita comunque a raggiungere Agordat il 26 gennaio, appena in tempo per sistemarsi in qualche modo a difesa sulle impervie cime che sorgevano davanti a quella piana prima che fosse raggiunta dalla poderosa 4° divisione indiana (5° e 11° brigata, appoggiate dalla Gazelle Force, uno squadrone misto di carri armati pesanti e leggeri e tre gruppi di artiglieria campale, per un totale di circa 12.000 uomini).
Le superstiti truppe italiane, giunte fino a lì stremate da 200 chilometri di marcia a piedi, da 10 giorni di continui combattimenti e dagli attacchi aerei, ammontavano a circa 7.000 uomini in totale (anche se gli inglesi ne sovrastimavano il numero ad almeno 12.000), distribuiti su una linea di 22 chilometri presidiata fino a quel momento dai quattro battaglioni della XLII° brigata coloniale del colonnello Gino Luziani che andava dal monte Taninai per i monti CaianaicItaberrèLaquiatat fino al Cochen: ne facevano parte un totale di 10 battaglioni coloniali a ranghi piuttosto incompleti, uno di CC.NN., ciò che restava del Gruppo Bande dell'Amhara (un totale di circa 400 uomini, tutti ormai solo appiedati), più reparti motorizzati della P.A.I. e perfino un'improvvisata unità di 110 volontari tedeschi, la cosiddetta Deutsche Motorisierte Kompanie (v. https://italiacoloniale.com/2021/04/07/deutsche-motorisierte-kompanie-i-tedeschi-del-regio-esercito-che-combatterono-in-aoi).

Una rara immagine della compagnia autocarrata tedesca 

Inquadrata all'interno del raggruppamento della P.A.I., la compagnia autocarrata tedesca era formata dai marinai di una nave tedesca rimasta bloccata nel porto di Massaua all'inizio della guerra insieme con qualche decina di coloni degli ex possedimenti tedeschi in Africa Orientale acquisiti dagli inglesi dopo la prima guerra mondiale (BurundiRuanda, parte del Kenya e Tanganyka), tutti contadini di lingua ed etnia tedesche  del tutto digiuni di guerra fuggiti da lì poco prima delle ostilità, che molto probabilmente non solo non erano nati e mai erano stati in Germania, ma avevano persino per logica la cittadinanza britannica (col rischio che, se catturati, potessero essere anche fucilati per alto tradimento).
Addestrati ad Asmara, quegli uomini erano stati stanziati a Càssala e da lì avevano seguito nella ritirata gli italiani fino a Cherù e da lì ad Agordat.

Sottoposti sin dall'alba del 26 gennaio ai pesanti bombardamenti da terra delle artiglierie di Beresford-Peirse e dal cielo degli aerei dell'aviazione sudafricana, ormai strabordante dopo aver distrutto al suolo la maggior parte dei velivoli nemici presenti nelle basi di Asmara Gura, gli italiani, dopo aver bravamente respinto una serie di attacchi di assaggio alle posizioni dei monti Itabarrè e Caianaic, il 29 sotto la spinta dell'11° brigata, in particolare dei due battaglioni 3°/14° Punjab Regiment e 1°/6° Rajputana Rifles, avrebbero perso il controllo della vetta del monte Cochen, ritenuto inviolabile.
Dopo che un furioso contrattacco di cinque battaglioni coloniali appoggiati dai cannoni da montagna da 65/17 ebbe il giorno dopo ricacciato indietro per breve tempo gli attaccanti dal Cochen, assorbendo però quasi completamente le attenzioni di Lorenzini su quel lato,  nella notte tra il 30 e il 31 fu la volta di attaccare dei due battaglioni indiani della 5° brigata, il 3°/1° Punjab Regiment e il 4°/6° Rajputana Rifles, che si lanciarono a sorpresa alla conquista del prospiciente monte Laquiatat.

La contestuale ripresa del controllo del Cochen da parte dell'11° brigata e la conquista della vetta del Laquiatat da parte della 5° consentì alle fanterie motorizzate nemiche appoggiate dal fuoco di 4 Matilda e di una decina di Cruiser britannici di esondare la mattina del 31 tra le 11,00 e le 14,00 attraverso la piccola insellatura tra quelle due cime nella piana di Agordat, nonostante un vano tentativo di resistenza opposto dalle difese guidate da Luziani, composte da un battaglione coloniale e due compagnie di CC.NN.
Nulla avrebbero potuto contro quella poderosa massa d'acciaio lanciata in campo aperto i nostri pezzi da 77/28, incapaci di sfondare la corazzatura da 65 mm dei Matilda, e tanto meno i modestissimi carri leggeri a disposizione, gli L 3 della 1° compagnia e gli M 11 della 321° miracolosamente sopravvissuti fino a lì: ben 11 di essi furono messi fuori combattimento nel vano tentativo di fermarli, in quello che sarebbe stato lo scontro più grosso tra carri armati in A.O.I.

Apertesi ormai la via per l'aeroporto e la strada che da lì portava a Cheren, le forze blindo-corazzate anglo-indiane poterono così avanzare rapidamente, costringendo gli italiani a ripiegare ordinatamente verso est, in direzione di quell'aridissimo altopiano situato al centro dell'Eritrea dove stavano convergendo tutte le truppe italiane dello Scacchiere Nord in ripiegamento, alla testa del Generale Carnimeo, comandante della 1° divisione indigena, e dove erano già arrivate alcune tra le nostre forze migliori, i tre battaglioni dell'XI° brigata coloniale di Prina (LI°, LII° e LVI°) e quattro battaglioni dei due reggimenti 10° e 11° della 65° divisione Granatieri di Savoia.

BERGONZI SCONFITTO A BARENTU' (2 FEBBRAIO)
La caduta di Agordat avrebbe conseguentemente portato al cedimento anche del caposaldo di Barentù, dove sin dal 27 gennaio mattina con l'appoggio di un intensissimo fuoco d'artiglieria le tre brigate della 5° divisione indiana avevano ripetutamente attaccato fino a sera inoltrata le posizioni italiane a nord della piazza a cavallo della rotabile per Agordat, senza però riuscire a schiodarle da lì neppure per un momento.
Attacchi e contrattacchi si erano ripetuti fino a tutto l'1 febbraio, portando a temporanee conquiste territoriali locali delle truppe anglo-indiane, tutte immediatamente ricacciate indietro alle posizioni di partenza: il 28 gennaio un primo doppio attacco sarebbe stato frustrato sia in direzione della piana di Suzena, a nord della vecchia pista per Agordat, che anche sul fronte ovest, dove sia pure solo per poche ore sarebbe caduta una importante altura; il 29 sarebbe stata la volta delle colline Aliscià e Basali,  anch'esse riprese in breve tempo; il 31 addirittura per un momento sarebbe stato in bilico anche lo stesso settore nord, poi comunque ripreso anche se al costo di gravi perdite.
All'imbrunire dell'1 febbraio, tuttavia, nonostante la linea difensiva italiana fosse tutto sommato ancora intatta, la caduta del presidio fratello più settentrionale di Agordat avrebbe indotto gli Alti Comandi italiani a disporre anche qui il ripiegamento verso Cheren: nella notte tra l'1 e il 2 le truppe italiane, composte da un raggruppamento squadroni autocarrato, un battaglione coloniale, uno di CC.NN., due compagnie del genio, due batterie e una sezione di artiglieria del presidio locale più i resti delle due brigate coloniali della 2° divisione indigena di Bergonzi ripiegate da Aicotà, la XVI° e l'VIII°, dopo sei giorni di resistenza accanita sarebbero così ripiegate anch'esse in buon ordine in direzione del ciglione di Arresa, sotto la copertura offerta da elementi di retroguardia sulla stretta di Tolè, senza addirittura che gli anglo-indiani di Heath se ne accorgessero.
Qui giunta, però, a causa del restringimento della strada, trasformatasi in una strettissima mulattiera, la colonna sarebbe stata costretta ad abbandonare tutti gli autocarri, i cannoni e i carri armati di cui disponeva per proseguire il ripiegamento verso Cherentra Cheren Asmara i reparti superstiti sarebbero stati ricostituiti, con la formazione in quest'ultima località coi nazionali residenti di altri tre battaglioni CC.NN., che però a fine febbraio sarebbero stati a loro volta sciolti per restituire alla vita civile maestranze indispensabili alle officine e alle industrie d guerra.

Tra Agordat e Barentù le perdite per gli italiani furono ingenti: 1.260 soldati nazionali e 14.000 Ascari (con un totale di 9.000 caduti e 6.000 prigionieri), 141 automezzi, 96 cannoni, 24 carri armati e 40 aerei.


LA BATTAGLIA DI CHEREN (31 GENNAIO-27 MARZO)
Platt aveva avuto ordine da Wavell di lanciare le sue truppe proprio su Cheren ed Asmara, località quest'ultima che si trovava 170 chilometri più in là rispetto alle posizioni appena conquistate dai britannici, nella convinzione che prendendole avrebbe causato il crollo dell'intero dispositivo difensivo italiano da lì fino al mare.

Nicolangelo Carnimeo
(immagine di Alberto Parducci)
Il vero ostacolo sulla strada dei britannici era proprio il presidio fortificato di Cheren, di cui avevano assunto il comando 
due dei nostri migliori generali, il barese Nicolangelo  Carnimeo, comandante della 1° divisione coloniale eritrea convenuta fin lì con la sola V° brigata e il V° gruppo d'artiglieria da 65/17, ed il suo vice Orlando Lorenzini, pisano di Guardistallo, comandante interinale della 4° coloniale.
La piazzaforte, posta circa a metà strada da lì fino ad Asmara, all'interno di quell'estesissimo crinale montuoso con un'altezza media di circa 1.700 metri che solo al termine di 240 chilometri accidentatissimi degradava alla fine a nord verso il mare, era ritenuta quasi inespugnabile perché Cheren, capitale della provincia del Senait, era presidiata da una corona di cime arditissime alla quale si accedeva solo ed esclusivamente attraverso una gola formata dal fiume Dongolass, nella quale insistevano l'unica rotabile e l'unica ferrovia dirette ad Asmara da Agordat, e da nord attraverso la strettoia dell'Anseba, ov'era la pista di Cub Cub.

La gola del Dongolass era una formidabile trappola naturale per le truppe di Platt, in particolare nei suoi ultimi 4 chilometri, che costituivano un autentico imbuto prima dello sbocco al di là delle montagne, fiancheggiato su entrambi i lati da pareti rocciose ripidissime sovrastate da ben 11 cime alte tutte circa 600 metri sopra il livello della strada: alla destra, verso l'abitato, erano le posizioni di Quota 1.437, del Dolgorodoc, di Quota 1.501 e del Pan di Zucchero, su cui vigilavano quelle del più lontano e alto Monte Falestoh (Quota 1.760), mentre a sinistra la strada era presidiata da quelle di Quota 1.616, a loro volta coperte da più in alto da quelle del Sanchil (Quota 1.786), un gigante di roccia posto subito dietro, e del Monte Forcuto immediatamente alla sua destra.
Infine, appena passata la gola, la strada entrava direttamente dentro Cheren attraversando l'imponente mole del Monte Zeban (Quota 1.717) che dominava la strategica cittadina.

Gli italiani erano ben consapevoli di questa situazione, tanto da aver riempito tutte quelle cime di uomini, armi, munizioni, equipaggiamenti, scorte di viveri, acqua e medicine, tutto ciò di cui potevano disporre insomma per condurre una resistenza prolungata, dopo aver completamente distrutto o ostruito la rotabile: la demolizione da parte delle retroguardie della 4° divisione coloniale in ritirata da Agordat del Ponte Mussolini, un viadotto che consentiva il superamento del fiume Barca, in particolare, aveva temporaneamente bloccato l'avanzata di Platt dando a Carnimeo una preziosissima finestra temporale di 8 ore di cui aveva immediatamente approfittato per inviare indisturbatamente degli uomini in fretta e furia a presidiare le cime, fino a quel momento assolutamente indifese, e dare al Genio l'ordine di far saltare e precipitare in basso nella stretta di Dongolass un enorme tratto di roccia, così da ostruire completamente il passaggio da parte delle truppe nemiche della sottostante strada.
Con quelle mosse gli italiani si erano così assicurati il pieno dominio dall'alto di tutto ciò che passava attraverso la gola, con la possibilità quindi di sbarrare completamente tutte le vie di penetrazione alla conca di Cheren: a Sus, a cavallo della gola del Dongolass, lungo la rotabile stradale e la via ferrata, e a nord, a difesa della stretta di Cubug, dove passa la pista Nafca-Cub Cub-Cheren.
Tuttavia, di fronte a loro c'erano la 4° e la 5° divisione anglo-indiana, una brigata senegalese su tre battaglioni, sei battaglioni tra inglesi, sudanesi, yemeniti, indiani ed egiziani, con artiglieria e corazzati in gran quantità, più altre unità di vario tipo, per un totale di ben 51.000 uomini!

Contro di essi, a presidiare quelle cime erano stati chiamati almeno all'inizio uomini della 65° Granatieri di Savoiadal 31 gennaio era presente l'11° reggimento del colonnello Corso Corsi, inizialmente destinato al settore dello Giuba in Somalia ed arrivato fin lì appena in tempo dopo un avventuroso viaggio in due tappe, in autocarro da Addis Abeba fino ad Asmara ed in treno da lì fino a Cheren (I° e II° battaglione granatieri, immediatamente inviati rispettivamente nello Scinnara, a difesa dei passi di Aful e Dobac, e sulle alture che chiudono la gola di Dongolass, più il III° bersaglieri d'Africa e una compagnia mortai posizionati nella stretta di Cubug); dal 7 febbraio il III° Uork Ambal'unico battaglione alpino schierato in A.O.I., inquadrato nel 10° reggimento del colonnello Alberto Borghesi e formato tutto da veterani e richiamati delle classi 1900-17 provenienti dalle zone di reclutamento tradizionali, disposti tra Cima Forcuta e la strategica gola del Dologodoroc, con l'appoggio del I° e IV° gruppo da 65/17 del 60° artiglieria; dal 12 febbraio l'11° legione CC.NN. (meno il III° battaglione).
Completavano le difese le forze coloniali: la II°, V° e XI° brigata, il V° gruppo di artiglieria da 65/17, il III° ed il IV° gruppo squadroni di cavalleria, una compagnia del genio e il CIV° gruppo autotrasportato di artiglieria con pezzi da 77/28.
Poiché i battaglioni coloniali constavano di non più di 400 uomini ognuno e quelli nazionali superavano solo di poco quel numero, il totale complessivo dei difensori ammontava a solo 12.000 uomini.
Nonostante quella nettissima inferiorità numerica, di armi, munizioni e mezzi lo spirito combattivo e la forza morale della truppa erano ancora perfettamente integri e non sarebbero mai venuti meno fino alla fine, cosicché la grande battaglia, sviluppatasi per ben 56 giorni tra il 31 gennaio e il 27 marzo 1941 attraverso tre fasi ben distinte, col coinvolgimento da parte italiana di un totale di almeno 40.000 uomini, anche se mai più di 12/13.000 contemporaneamente presenti sul terreno, sarebbe risultata alla fine  la più dura e combattuta dell'intero fronte in A.O.I., più ancora di quella, unanimemente più celebrata, dell'Amba Alagi, ponendosi per eroismo e capacità combattiva e morale almeno sullo stesso piano di quella più famosa di tutte in Africa, quella di El Alamein.

Fino al 13 febbraio il nemico proveniente da Agordat avrebbe attaccato in profondità e a lungo, confidando nella presunta demoralizzazione e poca voglia di combattere degli italiani, con la speranza di provocarne un rapido crollo come capitato in altre similari occasioni, senza però conseguire particolari risultati, anche se già il 3 febbraio il 2° battaglione Cameron Highlanders sarebbe riuscito a strappare dopo un'ora di combattimento Cima 1.616 ad una compagnia di granatieri, bombardata sin dalla prima mattina dall'artiglieria britannica e costretta a ripiegare sul prospiciente Sanchil, salvo poi riperderla sotto il vigoroso contrattacco degli italiani già all'alba del giorno dopo: un'azione talmente efficace da rischiare di debordare oltre le linee nemiche, se non fossero intervenuti ancora una volta i cannoni britannici ad interromperla sul più bello!
Nella notte, un nuovo assalto stavolta dei battaglioni Punjabi della 5° brigata indiana aveva consentito loro di conquistare Cima Forcuta scacciandone il LVI° battaglione coloniale tanto da minacciare ancora una volta da vicino il Sanchil, a sua volta finito dall'altro lato sotto l'attacco diretto della 2° brigata indiana col 1°/6° Rajiputana Rifles, avanzato lungo le sue pendici occidentali: lo scontro sarebbe durato accesissimo per tutto il giorno, con i Punjabi contrastati dal LVI° coloniale e i Rajiputana da una compagnia di granatieri e due di bersaglieri, terminando alla fine tra alterne vicende con ancora Quota 1.616 in mano agli indiani e il Sanchil saldamente italiano.
Per i successivi cinque giorni la situazione su quel terreno sarebbe rimasta precariamente stabile, anche perché lo scontro si sarebbe spostato più verso Cheren, a partire dalla mezzanotte e mezza dell'8 febbraio, quando il I° battaglione dell'11° granatieri dovette intervenire da Scinnara per mettere una pezza all'avanzata improvvisa ancora della 5° brigata ricacciandola in Val Begù dopo che essa aveva strappato il Falestoh al IX° coloniale ed era penetrata in profondità nella selletta Falestoh-Zeban presidiata da pochi plotoni di granatieri, mettendo a serissimo rischio di caduta proprio Cheren che era ormai lì a pochi passi!

Orlando Lorenzini
Mentre nel frattempo si aggiungevano di rinforzo ai difensori la XLIV° brigata, anch'essa inquadrata nella 1° divisione coloniale di Carnimeo, i resti della 4° provenienti a spizzichi e bocconi da Agordat e il III° battaglione alpino Uork Amba del 10° Granatieri di Savoia, inviato immediatamente dal generale sul Monte Agher Bacac, anche su quel fronte la situazione si acquietava per un paio di giorni, a parte gli scambi di artiglieria tra le due parti, per riprendere improvvisamente il 10 con un nuovo soprassalto offensivo britannico sulle alture del Dongolass, in particolare ancora contro il Roccione Forcuto (sempre lo stesso, nonostante le numerose denominazioni) e il Sanchil, difesi strenuamente dagli ascari del XCVII° coloniale e dai bersaglieri, sotto il comando del neopromosso Generale di Brigata Orlando Lorenzini, divenuto in quei giorni la vera anima spirituale della resistenza degli italiani, tanto da essere unanimemente soprannominato dai suoi uomini il "Leone di Cheren": un confronto che terminava solo nella notte tra l'11 e il 12 febbraio, quando finalmente furono proprio gli alpini, al culmine di un furioso assalto condotto a colpi di bombe a mano, a ricacciare indietro gli indiani e a riprendersi interamente Cima 1.616.
Ma non era ancora finita: all'alba un nuovo intensissimo fuoco di preparazione dell'artiglieria nemica annunciava l'ennesimo assalto, stavolta sul colle tra Zelalè e il Falestoh difeso dalla 1° compagnia mortai dei granatieri e  da altri tre battaglioni coloniali, il IV° Toselli, il X° e il CLI°: stavolta fu il fuoco di controbatteria dei pezzi italiani a respingere indietro con numerose perdite gli indiani, i tenutissimi battaglioni Maharatta Sikh, costretti nel pomeriggio ad una rovinosa fuga costata loro tra le altre cose la perdita di armi, materiali e alcuni depositi di munizioni contenenti complessivamente circa 40.000 colpi, fatti tutti puntualmente saltare dagli inseguitori italiani!
Per la loro vigorosa reazione ai numerosi attacchi nemici, sia gli alpini che i granatieri sarebbero stati citati dal bollettino n. 257 del 19 febbraio.

Alla prima, combattutissima prima fase della battaglia, conclusasi  con un nulla di fatto, ne sarebbe seguita una seconda lunga ben un mese, dal 14 febbraio al 14 marzo, e contraddistinta per lo più da scambi di artiglierie, azioni di pattuglie e piccoli scontri, in genere limitati al piano locale, focalizzati soprattutto a nord, nel settore di Karora, sulla stretta di Cub Cub, e che avrebbero portato sostanzialmente al ripiegamento delle truppe italiane sul passo di Mescelit, a circa 20 chilometri a nord-est di Cheren.
Entrambi i contendenti a quel punto, molto stanchi, avrebbero approfittato della relativa minor recrudescenza dei combattimenti per ricevere nuovi rinforzi e riorganizzarsi al meglio in vista di quella che sarebbe stata la terza fase, quella decisiva: gli italiani, nonostante i ripetuti bombardamenti subiti sia da terra che dall'aria, erano comunque ritornati circa al numero originario di 12.000 uomini, grazie all'arrivo (che sarebbe peraltro continuato a spizzichi e bocconi per tutto il corso della battaglia) di nuovi reparti soprattutto coloniali e di camicie nere, tra cui il II° gruppo squadroni di cavalleria coloniale, portando il totale presente sul posto in quel momento a 21 battaglioni coloniali, sia sciolti che appartenenti a diverse brigate (si erano aggiunte a quelle già presenti la XLI°, la LXI° e la XVI°), 8 nazionali (ai cinque già presenti della Granatieri di Savoia, compreso il battaglione mitraglieri meno una compagnia, andavano infatti ad aggiungesi il XLIV°, il CL° e il CLXX° di CC.NN.), oltre a una compagnia di carabinieri reali,  tre gruppi di cavalleria coloniale, elementi del genio e vari gruppi nazionali e coloniali di artiglieria, con circa 120 pezzi disponibili di vario calibro e tipologia, da quelli campali da 105/28 e 77/28 a quelli d'accompagnamento e da montagna da 65/18 fino agli anticarro da 47/32, mentre a dare ulteriore forza al nemico erano intervenute anche truppe francesi provenienti dal Ciad schieratesi per la Francia Libera.

Ma ormai il cerchio su Cheren si stava stringendo: il redde rationem era vicino.
La terza e ultima fase della battaglia si annunciò così all'alba del 15 marzo con un pesantissimo bombardamento d'artiglieria, cui fece seguito alle 08,00 l'attacco sulla sinistra della 4° divisione anglo-indiana al completo in direzione nuovamente di Quota 1.677, di Cima Forcuta e della selletta del Sanchil, tenute dai granatieri del I°/11° e dai bersaglieri del III/11°.
L'attacco venne inizialmente respinto ma fu ripetuto verso le 10,00 di mattina contemporaneamente a quello  dell'altra divisione sorella, avanzata a sua volta sul lato opposto direttamente contro il Dologorodoc, con obiettivi successivi il Falestoh e Zeban, per poi ancora riprendere verso mezzogiorno, secondo un ciclo di assalti a ondate continue che andavano arricchendosi di nuovi reparti ogni volta, sempre freschi al contrario dei difensori, e che finirono per coinvolgere l'intero settore di nord-ovest.
Fu così che a furia di assalti intorno al crepuscolo la 5° divisione indiana sarebbe riuscita ad impadronirsi di due posizioni italiane sul costone orientale della stretta di Dongolass, nonostante in loro soccorso intervenisse il II°/11° granatieri: per far questo, però, il battaglione aveva dovuto lasciare sguarnita la cima di sua pertinenza, Quota 1.501, così nonostante la coraggiosa difesa delle batterie d'artiglieria rimaste di presidio su quella vetta fu facile a quel punto per il battaglione West Yorks impadronirsene nelle prime ore del mattino del 16.
La situazione cominciava lentamente a peggiorare per gli italiani: a partire dalle 06,00 di mattina di quel giorno ripetuti attacchi ancora sul Roccione Forcuto e sul Sanchil venivano comunque respinti dai granatieri e dai bersaglieri, ma un tentativo di contrattacco, a scopo più che altro di alleggerimento, condotto da due battaglioni coloniali, il CV° e il CXII°, da unità dell'XI° brigata e dai cavalieri appiedati del XV° gruppo squadroni coloniale venne respinto brutalmente sul nascere.
Era il primo, vero segnale di cedimento delle truppe di Carmineo e Lorenzini, una sortita dettata evidentemente dalla disperazione, così lo sforzo offensivo del nemico trovò nuove motivazioni per proseguire senza tregua, trasformandosi in una vera  e propria lotta d'attrito finalizzata a trovare la breccia attraverso la quale sfondare le linee difensive italiane e irrompere nel campo avverso.

Stavolta l'obiettivo era il bersaglio grosso, il Monte Zeban, la cui conquista avrebbe consentito di aggirare l'intero dispositivo italiano.
L'azione, introdotta ancora una volta dall'ennesimo fuoco di preparazione delle artiglierie e dei mortai nemici iniziato alle 04,00 di mattina del 17 marzo, partì alle 06,00 per opera degli inglesi del Worchester e degli indiani del Punjab, che in poco più di tre ore riuscirono da un lato a sfondare le posizioni tenute dagli ascari del L° e del LVII° battaglione coloniale, spingendosi  anche oltre quelle tenute dall'XI° brigata coloniale eritrea sulle sue pendici sud-occidentali, e dall'altro a superare quelle sulla selletta del Falestoh presidiate dalle stanchissime e malmesse truppe del II°/11° granatieri, ormai ridotte a pallide ombre di ciò che erano poco più di un mese prima.
Alle 09,30 anche il Monte Zeban cadeva in mano anglo-indiana.

Alla testa dei suoi fedelissimi ascari del CV° battaglione coloniale Lorenzini in persona condusse un vigoroso e coraggiosissimo contrattacco che riuscì per breve tempo a respingere indietro il nemico, stanchissimo e rimasto a corto di rifornimenti tranne quel poco che poteva essere precariamente aviolanciato sulle sue linee, ma l'intervento da terra delle artiglierie e dal cielo della R.A.F. avrebbe ben presto rimesso a posto le cose, nulla potendo ormai la Regia Aeronautica, ridotta in quel settore a solo tre Sparvieri e ad un pugno di caccia, per poter impedire tutto questo.
Proprio nel corso di questi drammatici scontri alle 15,00 del pomeriggio avveniva però un gravissimo avvenimento: la morte dell'impavido, pluridecorato generale, rimasto quasi decapitato da una scheggia di granata mentre era in prima linea a incitare alla lotta i suoi uomini!
Sarebbe stato decorato con la medaglia d'oro alla memoria.


La perdita dell'amatissimo "Leone di Cheren" sarebbe stata un durissimo colpo al morale per gli italiani, in particolare per gli ascari che da sempre ne avevano riconosciuto le indubbie doti di combattente e di uomo, sul piano tattico, del carisma e del coraggio personale, tuttavia la sera del 17 marzo la situazione era ancora apparentemente incerta: per quanto gli indiani fossero ormai in possesso del Dolgorodoc, gli italiani, capaci nel frattempo di respingere anche una forte sortita franco-britannica sul Monte Engiabat, erano ancora saldamente trincerati dietro una linea che si stendeva dal Falestoh attraverso Quota 1.552 e Quota 1.447 fino al Sanchil e per di più erano anche in fiduciosa attesa dell'annunciato arrivo di una nuova brigata coloniale, la XLI°.
In verità, e di questo Carnimeo era assolutamente consapevole, la situazione non era affatto così rosea, perché l'unica sua speranza a quel punto era quella di riprendere con quello che aveva in quel momento a disposizione il costone orientale ed il Dolgorodoc per impedire al nemico di riaprire la rotabile ed esondare oltre le montagne senza più alcuna possibilità per gli italiani di reagire.
Dell'azione furono incaricate tre colonne, appoggiate dai tre carri armati superstiti, uno solo per ognuna (questo passava il convento in quel momento): a destra quella formata dal L° battaglione coloniale, a sinistra il CXXXI° e al centro gli alpini del III°/10° Uork Amba.

Furono proprio questi ultimi, partiti per primi all'attacco verso mezzanotte, a giungere più vicini all'obiettivo, dopo aver scalato il crinale che circondava il fortino nemico, arrivando a soli 80 metri dal comando della brigata indiana, ma una volta arrampicatisi fin lassù il poderoso fuoco d'artiglieria nemico diretto sulle due pendici orientali e occidentali del monte fini con l'isolarli completamente dalle altre due colonne attaccanti, col risultato che l'intero battaglione, ormai tagliato fuori e rimasto completamente allo scoperto, venne letteralmente spazzato via ed annientato, terminando il 18 marzo 1941 la sua esistenza.

Quella terribile lotta per la sopravvivenza non si sarebbe comunque conclusa qui, perché le altre due colonne coloniali proseguirono il loro disperato assalto per altri otto, lunghissimi giorni, nel corso dei quali si susseguirono furiosissimi attacchi e contrattacchi da ambo le parti.
La superiorità delle artiglierie britanniche su quelle italiane e soprattutto l'assoluto dominio dell'aria da parte della R.A.F. sulla Regia Aeronautica resero evidente sin da subito però quale sarebbe stato l'esito finale di quella battaglia finale, nonostante l'eroismo dei difensori, tra i quali si distinse il tenente di complemento Gioacchino Di Marzio, 28enne abruzzese di Spoltore (PE), già in forza prima della guerra al 2° reggimento Granatieri di Sardegna ma una volta richiamato assegnato al IV° battaglione coloniale Toselli,  caduto il 21 marzo e decorato anch'egli con la medaglia d'oro alla memoria.

La situazione al 24 marzo, quando il Comando Scacchiere Eritreo ordinò di cessare l'azione offensiva e di stabilizzarsi sulle posizioni di partenza, era ormai disperata: i battaglioni coloniali avevano infatti una consistenza che andava da 180 a 250 uomini validi e quelli nazionali stavano solo poco meglio, con le compagnie ridotte a poco più di plotoni e i plotoni ridotti a poco più di squadre.
Nella notte tra il 24 e il 25 la R.A.F., che volava ormai indisturbatamente, bombardò e spezzonò pesantemente ciò che restava delle posizioni italiane illuminate dai bengala: era il preavviso dell'ultimo attacco, quello definitivo, che iniziò puntualissimo alle 04,30 col solito intensissimo fuoco di preparazione delle artiglierie britanniche, diretto soprattutto su Quota 1.407, sulle posizioni dov'erano le batterie anticarro e sulla cima del Sanchil.
Quando l'opera di distruzione delle artiglierie britanniche finì la 9° e la 10° brigata indiana scattarono insieme all'assalto, la prima in direzione di Quota 1.407 e Quota 1.425, che riuscì a prendere alle 08,30 di mattina superando la vana resistenza opposta dai pochi alpini e ascari superstiti, la seconda sulle pendici del Sanchil: in poche ore le due brigate riuscirono a sboccare nella piana di Cheren, consentendo finalmente ai genieri di sgombrare dalle macerie la stretta di Dongolass ed aprirvi la tanto sospirata breccia, nonostante il disperato fuoco d'interdizione delle artiglierie italiane rimaste cercasse in ogni modo di fermarli, senza riuscirvi.

Un ultimo contrattacco contro il fortino anglo-indiano di Quota 1.501 fu effettuato il 26 dal CLXX°  battaglione CC.NN. e da due battaglioni coloniali, il XXII° e il XXXIII°, ma venne ferocemente stroncato ancora una volta dalle artiglierie britanniche, costringendoli purtroppo a ripiegare.
Non c'era proprio più nulla da fare, così dall'Asmara Frusci ordinò a quel punto la ritirata generale in direzione di Ad Teclesan.
Il mattino del 27 marzo, dopo tre ore di un nuovo e ormai inutile bombardamento di artiglieria, una cinquantina di cingolette armate Bren carriers e uno squadrone di carri del 40th Royal Tank Regiment irrompevano dalla famigerata breccia nella gola di Dongolass e da lì, alle 08,00 di mattina, all'interno dell'ormai deserta Cheren, ponendo ufficialmente termine alla durissima contesa.

Anche se la battaglia in sé era finita, non lo era ancora però l'agonia degli eroici difensori in ritirata, perché i francesi discesi da nord sulla strada che conduceva ad Asmara riuscirono ad intercettare e costringere alla resa le retroguardie in fuga di Carnimeo, circa un migliaio di uomini tra cui i 200 superstiti dell'11° Granatieri di Savoia del colonnello Corsi, "qui retraitaient en bon ordre".
Alberto Borghesi
Ultime riserve rimaste, i due battaglioni rimasti del 10° Granatieri di Savoia del colonnello Alberto Borghesi, con la compagnia mortai da 81 e una compagnia del battaglione mitraglieri divisionale, tutti mai impiegati finallora in battaglia, vennero fatti affluire in fretta e furia da Addis Abeba sin dal 24 marzo proprio nel settore di Ad Teclesan, sulle posizioni del Monte Addigares, dove arrivarono
 il 28 marzo per essere immediatamente schierati a copertura delle truppe in ritirata, inseguite da presso dal nemico e ripetutamente attaccate giorno e notte dall'aviazione britannica.
Sin da subito il primo dei due battaglioni ad arrivare, il I°/10°, formato da 19 ufficiali e 460 uomini, dovette intervenire nel vicino Monte Scindoà finito anch'esso sotto attacco di numerosi carri e blindati e difeso solo da pochi plotoni raccogliticci: aggirato sul suo fianco destro, il battaglione si sarebbe difeso con le unghie e coi denti fino all'esaurimento delle munizioni, nonostante la morte dello stesso comandante Borghesi, falciato da una raffica di mitragliatrice mentre conduceva un disperato assalto frontale in campo aperto dei suoi dopo aver distrutto a colpi di bombe a mano due blindati nemici ed averne indotti altri a ritirarsi.
Alla sua memoria sarebbe stata conferita la medaglia d'argento.

Ridotto a non più di 430 uomini complessivi e costretto a ripiegare sull'Addigares, dove a fargli da supporto trovò un plotone di mortai da 45 anch'esso dei Granatieri di Savoia, nella notte il I° battaglione venne raggiunto anche dal II°, che prese posizione non lontano da lì, a Debra Harmaz.
Il loro Destino era però segnato e si sarebbe compiuto in breve tempo: attaccati sin dalla mattina del 29 da forze soverchianti blindo-meccanizzate, entrambi i battaglioni sarebbero stati impegnati fino al 31 marzo in una eroica lotta senza speranza, perdendo e riconquistando posizioni più e più volte, ma il definitivo crollo sotto il violento impatto della 9° brigata di Mayne del settore dell'Addigares, con la resa conseguente del I°/10° e l'aggiramento delle altre posizioni difensive italiane, avrebbe indotto anche il II°/10° ad abbandonare le sue posizioni di Debra Harmaz ed a ritirarsi, coi pochi reparti superstiti, in direzione di Asmara e Massaua, dove sarebbero arrivati il 2 aprile sera.

La battaglia era costata agli inglesi 536 morti e 3.229 feriti, agli indiani almeno 4/5.000 morti e agli italiani 12.347, per la maggior parte ascari dei battaglioni coloniali, oltre a 21.700 feriti tra nazionali e coloniali e a svariate migliaia di prigionieri.
A seguito di quella sconfitta ormai l'intera Eritrea era perduta: Asmara sarebbe caduta già l'1 aprile, mentre Massaua ne avrebbe seguito il triste Destino solo sette giorni dopo, l'8 aprile, quando tre intere brigate l'avrebbero attaccata simultanemente sfondando in diversi punti le mura delle città, costringendo così nel pomeriggio il Contrammiraglio Mario Bonetti, succeduto al parigrado Carlo Balsamo alla testa della Flotta del Mar Rosso, a chiedere la resa dell'intera piazzaforte con tutti i 9.600 uomini al suo comando e ben 127 cannoni.


IL DUCA D'AOSTA SCONFITTO SULL'AMBA  ALAGI (17 APRILE-17 MAGGIO)
Il Duca Amedeo, ormai pienamente consapevole dell'imminente ed inevitabile sconfitta, sarebbe giunto il 17 aprile sulla vetta dell'arido e impervio massiccio dell'Amba Alagi alla guida degli ultimi 7.000 uomini al suo diretto comando: i reparti di fanteria e i battaglioni CC.NN. che l'avevano seguito da Addis Abebale superstiti forze coloniali di Frusci sconfitte in Eritrea e provenienti a spizzichi e bocconi da nord e i due battaglioni del 211° fanteria Pescara della Cacciatori d'Africa che De Simone aveva inviato sin dal 31 marzo sulla ridotta centrale del massiccio, ma che già il giorno dopo erano stati spostati, in aggiunta alle preesistenti unità coloniali già lì di presidio, a difesa del lato sud dalle eventuali provenienze nemiche da Dessiè, dove era stato mandato nel frattempo anche l'XI° battaglione CC.NN. di Debra Markos, aggregato alla divisione d'Africa. 

L'intero ridotto fortificato dell'Amba Alagi era ormai limitato ad una centuriazione difensiva circoscritta alla parte più elevata del massiccio, al fianco orientale del Passo Toselli, al Monte Corarsi  ed ai passi di Tologà, ad occidente, e Fagarà, ad oriente, pertanto il Viceré aveva schierato i suoi uomini a difesa di tutte queste posizioni, a coprire gli accessi a ovest, a est e a sud dell'altopiano, lato a protezione del quale c'era anche la ridotta di Dessiè, che ne costituiva di fatto un avamposto meridionale, a difesa delle provenienze nemiche da sud, cioè da Addis Abeba, ma anche da est, dalla Dancalia.
Qui erano presenti anch'essi dal 31 marzo l'intero Comando Divisione della Cacciatori d'Africa, insieme coi dipendenti III°, XI° e XII°  battaglione CC.NN. e XVIII° battaglione misto genio d'Africa, più il XXXII° battaglione coloniale della Dancalia, il XL° e il LXX° coloniali del Goggiam, l'XI° gruppo squadroni appiedato, il battaglione presidiario di Assab, uno della Regia Marina, due batterie da 105/28, tre da 77/28, tre da 76/40, due da 75/13 e due da 75/46, anch'essi tutti posti ovviamente alle dipendenze del comando divisione. 

L'attacco all'intero settore di Dessiè-Amba Alagi, appoggiato da un imponente fuoco da terra e dall'aria, iniziò proprio il 17 aprile, ma si intensificò a partire da due giorni dopo.
Il primo a finire sotto tiro fu ovviamente il ridotto di Dessiè, organizzato fondamentalmente su più linee di difesa poste avanti a due capisaldi: il primo tra la cittadina di Combolcià, a sud-ovest di Dessiè, e il campo d'aviazione omonimo, il secondo davanti proprio a Dessiè, in particolare a presidio delle due rotabili che la collegavano a sud ad Addis Abeba e a est a Batiè, verso la Dancalia.
Fino al 21 ripetuti attacchi condotti con le fanterie e forze blindo-corazzate tesi ad attaccare separatamente ed isolare tra loro i singoli presidi difensivi vennero tenacemente rintuzzati dagli italiani, ma già a partire dal 22 l'ingresso in campo di forze ancora superiori e soprattutto di maggiori concentramenti di artiglieria consentivano alle truppe nemiche di sfondare la prima linea difensiva a oriente dell'intero schieramento.
A quel punto la sorte dell'intero settore era praticamente già segnata: per altri tre giorni lo scontro proseguiva asperrimo fino a quando il 25 cedeva anche l'ala occidentale delle difese italiane, costringendo i difensori ad abbandonare Combolcià ed a ripiegare su Dessiè, con l'ala orientale con il comando divisione obbligata a sua volta a ripiegare prima verso Batiè e poi a Tendahò in Dancalia, per organizzare in loco a partire dal 6 maggio l'estrema resistenza in quella provincia, insieme coi pochi reparti sopravvissuti e quelli preesistenti sul posto (quattro bande cammellate, il II° battaglione coloniale costiero, un battaglione autocarrato della Regia Aeronautica, una compagnia fucilieri della Regia Marina, una batteria d'artiglieria e una forza di irregolari agli ordini del Sultano d'Aussa).

Il 26 cadeva anche Dessiè, per opera delle truppe sudafricane: una perdita dolorosissima, che al costo di soli 9 caduti e 30 feriti avrebbe permesso loro di catturare e fare prigionieri 8.000 uomini,  oltre a ingenti quantità di armi, mezzi di trasporto e altro materiale bellico, di fatto chiudendo ogni possibilità di salvezza ad Amedeo, visto che da lì stava avanzando anche la Gideon Force, ormai composta in maniera maggioritaria dagli Arbegnuoc, oltre che dalle forze regolari sudanesi ed etiopiche, mentre più a nord erano ormai prossime le vittoriose truppe indiane e sudafricane al comando di Cunningham provenienti  dall'Eritrea.

Ma il bersaglio grosso, l'Amba Alagi, era ancora inespugnato.
Qui gli italiani continuavano a combattere come leoni: si narra che la sera del 21 aprile, giorno del Natale di Roma, a interrompere il rombo dei cannoni, il saettare dei razzi multicolori, lo scoppio delle bombe e il crepitio delle mitragliatrici si levasse potentissimo dalla cima dell'Amba il coro dell'Inno a Roma ispirato al Carmen Saeculare di Orazio, cantato da tutti i soldati nazionali guidati dal bersagliere Nino Tramonti.
Composto tra aprile e maggio del 1918 da Fausto Salvatori in onore delle truppe italiane impegnate nella Grande Guerra e musicato in soli quattro giorni da Giacomo Puccini il 28 maggio dello stesso anno, la sua suggestiva e ieratica bellezza avrebbe rapito britannici, indiani e abissini, inducendo  per un lungo momento tutte le armi al silenzio... 
(V. Nino Tramonti, "I bersaglieri dal Mincio al Don", Edizione per il 53° Raduno nazionale dei bersaglieri di Firenze, pag. 503, citato in un post del gruppo "Le Forze Armate del Regno D'Italia" su Facebook, dal titolo "La Notte che tuonò l'Inno a Roma", che trovate QUI).

Amedeo d'Aosta, al centro coi suoi ufficiali, si concede un frugale pasto in condizioni di fortuna al riparo di una caverna sull'Amba Alagi

Quando la prima fase dell'attacco si era conclusa, il 26 aprile, con  le comunicazioni col settore di Dessiè definitivamente interrotte, non solo l'intero Amba Alagi era ormai totalmente isolato, ma il Viceré si trovava praticamente circondato da tutte le parti da una forza numericamente sei volte superiore, composta dalle tre brigate (9°, 10° e 29°) della 5° divisione indiana, passata a inizio mese da Lewis Heat (destinato col grado di Tenente Generale al comando del III° C.A. indiano in Malesia) al neo promosso Maggior Generale Sir Mosley "Mo" Maine, già alla testa della 9° brigata, ora affidata al neopromosso Brigadiere (facente funzioni) Frank Messervy (l'ormai famoso comandante della Gazelle Force), rafforzate da un gruppo di brigate sudafricane, vari reparti regolari indigeni e un folto gruppo di guerriglieri irregolari etiopici: un totale di ben 41.000 uomini, di cui 25.000 anglo-indiani e 16.000 abissini!
La seconda fase dell'attacco cominciò l'1 maggio quando un primo assalto, verso il passo di Falagà, difeso dai due battaglioni del 211° fanteria Pescara, venne respinto. Il 4 il nemico attaccò a ovest il passo di Tologà: dopo un primo tentativo respinto il massiccio intervento dell'artiglieria premiò stavolta lo sforzo dei britannici, che riuscirono a sfondare nel settore difeso da un reparto coloniale, conquistando l'intera posizione.
Ripetuti assalti da parte degli indiani vennero effettuati contro Falagà nei giorni 5, 6, 7 e 8, costringendo progressivamente gli italiani ad arretrare e a restringere il loro perimetro difensivo.
Continuando gli italiani a respingere ogni offerta di resa, l'offensiva continuava implacabile, col fattivo contributo di tutte le artiglierie e l'aviazione da bombardamento disponibili: caddero in successione il Monte Corarsi difeso dai superstiti del 211°, costretti ad arrendersi, e infine il lato orientale di Passo Toselli, cosicché la guarnigione italiana fu costretta letteralmente a comprimersi tutta sulla vetta dell'Amba Alagi.

Dopo un mese di strenua resistenza,  il giorno 16, ormai con tutte le sue truppe stremate, senza più munizioni, viveri, acqua, medicinali, dopo aver sacrificato tutti i quadrupedi disponibili a scopo alimentare, il Duca d'Aosta, nei giorni precedenti rimasto anche leggermente ferito all'avambraccio da una scheggia, decise di inviare il fidatissimo Generale di Divisione Giovanni Battista Volpini, da sedici anni suo Aiutante di Campo, da tre Capo di Gabinetto del suo governo coloniale, a trattare con gli inglesi.
Nell'avvicinamento con la bandiera bianca al campo nemico, durante la discesa dalla montagna Volpini e gli uomini della sua scorta si imbatterono però in un gruppo di abissini della banda del Ras Sejum Mangascià, i cui 30.000 uomini avevano ormai il pieno controllo di quel territorio.
Ne nacque una breve e animata discussione, ma quando tutto sembrava ormai risolto per il meglio e gli italiani dopo averne ottenuto l'autorizzazione cominciarono ad avviarsi nella direzione prevista gli Arbegnuoc gli spararono alle spalle, uccidendoli tutti!

Furono così i britannici, il giorno dopo, a recarsi al campo italiano a chiedere la resa: moralmente distrutto dalla tragica morte del suo antico sodale Volpini, come testimoniano le addoloratissime parole scritte sul suo diario, a mezzogiorno di quel 17 maggio Amedeo inviò i Generali Trezzani e Cordero di Montezemolo incontro al colonnello inglese Dudley Russell, non senza aver precedentemente autorizzato gli ufficiali a lasciar tornare nei villaggi d'origine i soldati indigeni che volessero farlo.
Secondo i bollettini ufficiali del S.I.M. non più di una quindicina di Ascari lo fecero.
I britannici avrebbero concesso alle truppe sconfitte l'Onore delle Armi, non solo in omaggio alla leggendaria figura di comandante e gentiluomo che era il Duca d'Aosta, ma anche e soprattutto per la fermezza e il valore dimostrati dai suoi uomini  durante tutto il corso del durissimo scontro, lasciando anche agli ufficiali il privilegio di continuare a portare con sé la pistola d'ordinanza.

Lunedì 19 maggio Amedeo d'Aosta, appena uscito per ultimo dalla sua caverna comando di Forte Toselli, dopo aver dato l'estremo saluto al Generale Volpini, la cui salma era stata recuperata dal maggiore Graham e seppellita nei pressi di quel forte, ed aver distribuito coi superstiti le poche cose e il denaro che gli restavano, accolto da Mayne e dal Brigadier Generale Sir John Charles Oakes Marriott, comandante della 29° brigata indiana, si avviò colmo di mestizia verso la prigionia con più dietro alla sua sinistra Mayne, scortato da un soldato sudafricano, seguito dai soldati di quel presidio, tutti carichi di armi leggere, zaini, valigie di cartone tenute in piedi con lo spago, chitarre e fagotti, rendendo il saluto al picchetto d'onore che presentava le armi a loro e alla bandiera italiana che veniva nel frattempo ammainata.
Portato in automobile in una piccola casa di Adi Ugri, dove rimase per 15 giorni in attesa che venisse presa una decisione sul suo conto, qui avrebbe appreso via radio dalla viva voce del Re della medaglia d'oro al Valor militare concessagli, "desiderando premiare in te anche coloro che, combattendo ai tuoi ordini, hanno bene meritato dalla Patria".

LA MORTE IN PRIGIONIA DI AMEDEO (3 MARZO 1942)
Amedeo di Savoia-Aosta, prigioniero di guerra n. 11.590, stavolta non sarebbe più tornato in Italia: trasferito in Kenya in aereo (che gli fu addirittura concesso per un breve tratto di guidare, in onore dei suoi trascorsi di ottimo aviatore), gli sarebbe stato assegnato come abitazione un villino di caccia appartenente a Lady McMillan, a 70 chilometri circa da Nairobi.
Apparentemente un luogo di riguardo, se non fosse che, abbandonato da anni, era in condizioni pietose, infestato da zecche, pulci e topi, tanto da costringere lui e gli uomini del suo entourage a provvedere personalmente alla disinfestazione, lavorando per un'intera settimana.

Nonostante la propaganda britannica facesse trapelare come la sua fosse una dorata prigionia, la realtà era ben diversa: contrariamente a quanto si diceva, nessuno dei suoi cavalli gli era stato portato, non godeva di alcuna libertà di movimento e nessun'auto era a sua disposizione, né gli era stata concessa la facoltà di tornare in Patria a salutare la sua famiglia con l'impegno d'Onore a tornare indietro (un inaccettabile privilegio che mai avrebbe chiesto)!
La verità è che non poteva muoversi oltre 380 metri dal villino ed era sotto stretta sorveglianza di un numeroso e armatissimo corpo di guardia, l'unico ad usare una semplice carrozza che in effetti era in teoria (ma non in pratica) destinata a lui, tanto da ridurla in breve tempo in pessimo stato.

Punto da una zecca, in pochi giorni il Duca d'Aosta cominciò ad accusare fortissime febbri di tipo tifoideo, ma sul posto mancavano  i medicinali utili per curarlo, né le richieste di analisi più approfondite e di ricovero avanzate dal suo medico curante, il dottor Edoardo Borra, venivano accettate dai sospettosissimi britannici.
Mentre le sue condizioni psico-fisiche peggioravano, aggravate anche dalle notizie provenienti dai vari campi di battaglia, a dicembre gli venne impedito dal comando del campo da cui dipendeva anche di incontrare di persona i prigionieri italiani,  nonostante gli fosse stato concesso in via eccezionale di andar lì per essere rassicurato che donne e bambini italiani internati fossero rimpatriati per primi, con precedenza su tutti.
Costretto a restare al di qua del filo spinato che lo divideva dai suoi soldati, fu sorpreso e profondamente commosso, fino alle lacrime, dalla devozione che questi gli dimostravano, accalcandosi per quanto possibile in massa verso di lui man mano che passava loro vicino: "Talvolta piangere è una felicità", avrebbe ammesso con chi gli stava vicino in quei frangenti.

Nel suo corpo, fiaccato dalla tensione di quei mesi terribili di guerra, dalle privazioni sopportate sull'Amba Alagi, dagli attacchi febbrili causati dall'insalubrità di quei luoghi, covava già il germe della malaria.
Fu il maggiore Ray Wittit, che conosceva Amedeo da prima della guerra e ne era sincero amico, andatolo a trovare nel villino da caccia, dopo averlo visto semi incosciente e quasi ridotto a una larva dalla febbre sul suo letto in ferro, appena sufficiente per i suoi due metri di altezza, ad impuntarsi coi suoi superiori ed a ottenerne il ricovero, a spese dello stesso Duca, presso una casa di cura di Nairobi, la Maja Cumbery Nursing Home, dove il 26 gennaio 1942 gli vennero riscontrate malaria e tubercolosi insieme.
Era però ormai troppo tardi: niente poteva fare il medico solo allora messo a disposizione dalle Autorità inglesi, e addirittura controproducente fu l'arrivo al suo capezzale di Rennel Road, figlio dell'allora ambasciatore britannico a Roma e compagno di giochi in giovinezza di Amedeo, che quest'ultimo quasi cacciò via, amareggiato com'era stato dall'ostentata freddezza (si direbbe ora un "atto dovuto") con la quale l'ex amichetto di tanti anni prima, inviato dal padre per confortare l'illustre prigioniero, l'aveva salutato mesi prima al suo arrivo in aeroporto, quando il Duca gli si era fatto invece incontro pieno di gioia.

L'1 marzo le condizioni dell'illustre prigioniero erano ormai disperate, così fu consentito ai suoi amici di andarlo a trovare.
Al dottor Borra avrebbe detto: "Quante volte, caro dottore, ho pensato che sarebbe stato meglio morire sull'Amba Alagi. Colà la morte non mi ha voluto, ma ora, di fronte a Dio, penso che sarebbe stata vanità: bisogna saper morire anche in mano al nemico, anche in un povero ospedale" (V. Edoardo Borra, "Amedeo di Savoia, terzo duca d'Aosta e Viceré d'Etiopia", Mursia, Torino, 1985, cit. in https://dasandere.it/amedeo-di-savoia-duca-daosta-luomo-il-soldato-il-mito/?).
La sera del 2 marzo Padre Boratto gli somministrò i Sacramenti: "Com'è bello morire in pace con Dio, con gli uomini, con sé stesso. Questo solo è quello che veramente conta", gli avrebbe detto.
A raccogliere i suoi ultimi respiri fu probabilmente il tenente pilota Biagio Guarnaccio: poco dopo, alle 03,56 del 3 marzo 1942, Amedeo avrebbe chiuso gli occhi per sempre.
Al suo funerale anche gli alti ufficiali britannici misero il lutto al braccio.
Volle essere sepolto insieme a 676 dei suoi soldati al Sacrario Militare italiano di Nyeri, sempre in Kenya.
Alla sua memoria è intitolato il 4° stormo dell'Aeronautica Militare.
In mancanza di figli maschi il suo titolo passò al fratello Aimone.


L'Onore delle Armi ad Amedeo d'Aosta dopo la sconfitta sull'Amba Alagi 

LA DRAMMATICA RESA DI MARAVENTANO (22 MAGGIO)
Nel frattempo, non ce ne siamo dimenticati, era continuato il penoso ripiegamento della colonna agli ordini del colonnello  Saverio Maraventano, un interminabile sfilamento di circa 12/13.000 persone per lo più appiedate, tra cui 1.000 soldati nazionali, 8.000 indigeni e ben 4.000 donne, oltre a centinaia di civili italiani delle località evacuate, costretti tra pianti e scene di disperazione a lasciare lì tutti i frutti di una vita intera di lavoro.
Ne abbiamo un resoconto assai dettagliato nel pregevole e documentato articolo che trovate al link http://salvofuca.blogspot.com/2012/04/la-colonna-maraventano.html, che cita interi passi del diario del colonnello, e a cui rimando per chi volesse saperne di più.

La provincia del Goggiam, teatro della ritirata della colonna Maraventano
(foto tratta da "Con l'Esercito italiano in Africa Orientale")
Come promesso da Ras Hailù la marcia di Maraventanorallegrata anche dalla nascita di un maschietto, partorito all'ex Cantiere Gibuti, dopo 28 chilometri di percorso, dalla moglie di uno sciumbasci (maresciallo), che avrebbe da quel momento proseguito in automobile,  sarebbe andata avanti abbastanza spedita e senza difficoltà fino al 7 aprile, quando raggiunse le rive del Nilo, che la lunga formazione italiana poté attraversare grazie a una sorta di benevolo salvacondotto contrattato da Ras Hailù col capo degli Arbegnuoc locali, tale Lij Belay Zelekenonostante il contrario parere del redivivo bumbasci (maggiore) William Thesiger (proprio quello del fortino di Gallabat!) e del capitano Foley, che comandavano un reparto etiopico che era all'inseguimento (v. https://en.wikipedia.org/wiki/Gideon_Force)!

Subito dopo sarebbero però cominciati i problemi, a partire da un primo scambio di fucileria avvenuto con alcuni soldati nemici che tentavano di guadarlo, forse proprio quelli di Thesiger e Foley, respinti dopo che il ponte venne fatto saltare in aria.
Era solo l'inizio, perché quella stessa sera Maraventano scoprì che Ficcè, dove la sua colonna doveva fare tappa, era stata nel frattempo occupata, il che l'aveva costretto così a deviare in direzione di Cuiù, dove il giorno 10 dovette liberare dal nemico il fortino della locale guarnigione, sotto assedio da una settimana.
In pensiero per l'incombenza del pericolo potenziale rappresentato da Ficcè occupata, gli italiani si sarebbero a quel punto inerpicati a nord-ovest da lì, sull'ispida altura dell'Amba Sciungurti, che consentiva una ampia veduta di tutto l'orizzonte intorno, fermandosi per qualche giorno per rifiatare: una scelta giusta, visto che in effetti per tutto il giorno 23 Maraventano sarebbe stato costretto a fronteggiare con successo una serie di attacchi condotti da truppe regolari nigeriane e sudanesi e da irregolari etiopici provenienti proprio da Ficcè, tanto da essere costretto l'indomani mattina a una nuova marcia a rotta di collo di 45 chilometri verso Adenacciò, conclusasi a sera inoltrata.

Dopo aver sostenuto vittoriosamente alcuni scontri anche qui gli italiani avrebbero proseguito la marcia verso Dessiè, ma proprio mentre erano intenti nell'attraversamento del Derrà, tra il 26 e il 28 aprile, gli giunse la ferale notizia della caduta anche di questa località, il che li rendeva ormai del tutto privi di prospettive e senza alcuna possibilità di rifornirsi di armi e munizioni.
Costretti per un paio di settimane a rifugiarsi nel villaggio fortificato di Addis Derrà, circa 145 chilometri a est di Debra Markos, a un'altezza di oltre 3.000 metri, Maraventano venne raggiunto dalla comunicazione ufficiale del passaggio della sua colonna alle dipendenze del settore ovest di Dessiè, con l'ordine di raggiungere il Borenà e Amara Saint: mentre nel frattempo tutti i presidi italiani della zona cadevano a uno a uno, loro andavano ancora avanti impavidamente, ma nella notte del 18 maggio all'altezza del pianoro di Ciacatà quei poveracci dovettero sostenere un nuovo, duro scontro vittorioso con regolari sudanesi ed irregolari etiopi, cui ne fece seguito un altro, ancor più sanguinoso, due giorni dopo.

Fu a questo punto, il 20 maggio, che il colonnello Oden Wingate, che da pochi giorni aveva raggiunto quella zona d'operazioni per porre una volta per tutte fine a quella che stava ormai diventando una nuova leggenda africana, quella della colonna italiana invincibile, mandò avanti un parlamentare con una sua lettera autografa contenente un ultimatum di 24 ore, nella quale riferiva al colonnello italiano della caduta di Addis Abeba, della sconfitta dell'Amba Alagi, della cattura del Duca d'Aosta, dell'imminente fine dell'Impero e dell'inutilità di continuare quella fuga, tanto più, aggiungeva alla fine, che ormai stava per scatenarsi su di loro tutta l'aviazione ora liberata dall'impegno dell'Amba Alagi e che a breve tutti gli ufficiali e la maggior parte dei soldati britannici, salvo quelli addetti alle stazioni radiotelegrafiche, avrebbero abbandonato il campo per lasciarlo tutto alle truppe del Principe Ereditario e del Ras Cassa, con le tragiche conseguenze che si potevano immaginare...
Si trattava (l'avrebbe ammesso lo stesso Wingate a fine guerra) di un clamoroso bluff, perché in realtà sul posto il comandante britannico disponeva di forze assai limitate e in cui i britannici erano già così in netta minoranza, e lo stesso Maraventano lo sospettava, così la sua risposta immediata fu che avrebbe resistito fino all'ultima cartuccia.
Tuttavia la situazione del carico di umanità sotto la sua responsabilità era ormai drammatica, come avrebbe fatto presente in un rapporto mandato immediatamente al Generale Nasi (Saverio Maraventano, Diario della colonna Maraventano. AOI 1941, pagg. 129-130): 
"Non domato l'ardore e lo spirito combattivo delle truppe, ma fiaccato il fisico da oltre 40 giorni di continui movimenti e di nutrizione assolutamente insufficiente; quasi esaurito il munizionamento; pochi proiettili per pezzo e meno di mezza giornata di fuoco per armi portatili; viveri disponibili dalle risorse in posto pari a 4 giornate di soli cereali a razione ridotta; esauriti totalmente e da tempo medicinali e materiali di medicazione. Angosciosa la situazione di 500 tra malati e feriti gravi da barellare, tra nazionali ed indigeni; situazione politico-militare senza speranza.  Tutta la regione ribelle, paesani armati ed armati regolari del Borenà combattenti contro di noi. Forze avversarie in continuo aumento, esasperate per le dure perdite subite"
Occorrevano soprattutto munizioni, medicine, vettovaglie e acqua, ma Nasi non era purtroppo in grado di inviargli nulla (S. Maraventano, cit., pag. 130):
"124253 (O.P.) 21 maggio/./ AT 650/ ./ Ammirato valore et spirito sacrificio vostra colonna/ ./ Tenuto conto condizioni morali et materiali colonna, decidete secondo coscienza et tradizione, come meglio credete".
Non c'era evidentemente più nulla da fare, così Maraventano, tenuti a rapporto sulla situazione tutti gli ufficiali superiori e i comandanti di battaglione e del gruppo squadroni, convenne con loro che non c'era più alcuna possibilità di resistere e incaricò il tenente colonnello Domenico Nuovo e il capitano interprete Benvenuto Daverio di incontrarsi il giorno dopo con l'emissario britannico, il maggiore Donald Harley Nott di Mission 101, capo di stato maggiore di Wingate, per trattare la resa.
"Fu questo il momento più tragico della mia vita di soldato. Mentre da un canto troppo amaro mi era dovermi arrendere ad un nemico che avevo costantemente battuto, dall'altro sapevo bene che ogni resistenza sarebbe stata impossibile e la mia coscienza mi imponeva di evitare il sicuro quanto sterile sterminio di valorosi soldati e delle loro famiglie, sterminio col quale indubbiamente i ribelli ci avrebbero ripagato dei duri scacchi subiti, coronando così la loro vittoria quando fosse venuto a mancare il controllo inglese" (S. Maraventano, cit., pagg. 131-132).
Il triste viaggio della colonna Maraventano si concludeva così il 22 maggio, ben 44 giorni dopo la partenza da Debra Markos, dopo aver percorso 500 chilometri per sentieri aspri e dirupati, accompagnati costantemente da fame, sete e arsura, aver sostenuto vittoriosamente in totale ben tredici duri scontri armati, catturato centinaia di prigionieri tra cui tre ufficiali inglesi, subito due bombardamenti aerei, abbattuto tre aerei nemici, al prezzo di 1.800 perdite, tra cui 2 ufficiali morti e 12 feriti e 8 nazionali morti e 27 feriti.

L'ultimo messaggio per Nasi del colonnello Maraventano veniva spedito alle 18,00 di quello stesso giorno (S. Maraventano, cit., pag. 133):
"6663/ O.P./ 22 maggio ore 18/ Comando nemico riconoscimento alto valore dimostrato nostre truppe, concede onori militari facendo presentare le armi dalle truppe regolari inglesi/ Nazionali e coloniali trattamento favore/ Congedo tutti quelli che lo chiedono/ Consegna avverrà domani 23 at ore 12 circa/  Restituisco at inglesi equipaggio aereo abbattuto Cuiù 10 aprile ed ufficiale catturato 20 maggio/ Eccellenza siate certo che abbiamo compiuto tutto il nostro dovere sino all'estremo e che soltanto per evitare sicuro massacro a breve distanza di tempo ho dovuto cedere/ Auguro a Voi ed alle Vostre truppe Migliore Fortuna/ Devotamente".
Saverio Maraventano così avrebbe scritto nel suo diario, a pag. 134: 
"Le nostre truppe di rappresentanza, ufficiali del comando colonna, Battaglione Nazionale e un battaglione coloniale formato con elementi di tutti i reparti indigeni, procedevano in testa, seguiti dagli altri reparti coloniali. Marciavano in silenzio e inquadrati: i nazionali e tre battaglioni coloniali erano armati di fucile ed avevano conservato dieci cartucce ciascuno, gli ufficiali avevano la pistola con relative munizioni. In tutti i volti una profonda tristezza! Al fondo della pianura gli inglesi attendevano schierati per rendere gli onori delle armi come era stato convenuto. Ufficiali britannici erano sparpagliati qua e là, all'ombra dei rari eucalipti e nelle pieghe del terreno. Il colonnello Charles Wingate con accanto Ras Cassa, stava immobile a fianco del reparto sudanese. Cavalcava un muletto abissino e indossava una logora divisa coloniale. il suo volto era quasi completamente nascosto dalla barba lunga e dall'ombra di un grande casco di sughero: nessun ribelle era presente nella zona. Quando il gruppo degli ufficiali giunse all'altezza del reparto, i sudanesi presentarono le armi ed il colonnello Wingate portò la mano alla visiera del baschetto. Poi mosse incontro al gruppo e, porgendomi la mano, disse di non essersi mai imbattuto in truppe coloniali più agguerrite. Dall'ombra degli eucaliptus gli ufficiali inglesi osservavano con stupore incredulo la colonna di donne e bambini, di feriti barellati, di uomini laceri e smunti che sfilavano sotto i loro occhi".
Sarebbe tornato dalla prigionia il 21 aprile 1946: inviato per 60 giorni in licenza e contemporaneamente richiamato in servizio effettivo, a disposizione del comando militare territoriale di Firenze, sarebbe stato nominato Generale di Brigata il 15 aprile 1949, assumendone il comando.
Collocato in riserva l'1 gennaio 1951 ma trattenuto in servizio fino all'1 marzo successivo, sarebbe diventato Generale di Divisione l'1 luglio  1952 prima di essere posto in congedo assoluto il 14 febbraio 1966, per poi essere promosso a titolo onorifico a Generale di Corpo d'Armata il 20 ottobre 1969.
Sarebbe morto a Siena il 31 gennaio 1974.
Per come condusse la ritirata della sua colonna attraverso il Goggiam sarebbe stato decorato nel dopoguerra con la Croce di Cavaliere dell'Ordine Militare d'Italia.

CADE IL PRESIDIO DI CULQUABER (21 NOVEMBRE)
Orbato della guida calma, carismatica, autorevole e sicura del Duca d'Aosta, l'esercito dell'A.O.I., ormai ridotto a un totale di 40.000 uomini su 13 battaglioni nazionali, 15 coloniali e pochi squadroni di cavalleria indigena e passato ora alla guida di Guglielmo Nasi, nuovo Viceré d'Etiopia, sarebbe stato così costretto a ritirarsi nella vicina regione occidentale montuosa dell'Amhara, l'unica ancora non invasa, e ad apprestare un sistema di vari capisaldi fortificati a difesa dei principali valichi d'ingresso alla capitale Gondar, posizionati sulle principali direttrici d'attacco delle truppe britanniche: contro le provenienze da nord e dal Sudan quello di Uolchefit, da occidente e dal Kenya quelli di Celca Blagir e Tucul Denghià, da sud, da Addis Abeba e dalla Somalia quelli di Debrà TaborUalagCulquaber.
La caduta in successione tra fine maggio e fine settembre dei presidi di Celca BlagirTucul  DenghiàDebrà TaborUalag e Uolchefit avrebbe consentito ai britannici di completare l'accerchiamento di Gondar, rendendo cruciale la difesa dell'ultimo presidio rimasto, quello di Culquaberposto ai comandi del tenente colonnello Augusto Ugolini, comandante del I° battaglione carabinieri, coadiuvato dai tenenti Dagoberto Azzari e Sante Mantarro.
In realtà si trattava di due capisaldi distinti: quello di Culquaber propriamente detto era posto sull'omonima sella montuosa attraverso la quale passava la rotabile a tornanti che collegava Debrà Tabor al capoluogo, l'unica via di transito utilizzabile dal nemico per raggiungere Gondar con le artiglierie e i mezzi corazzati,  mentre il secondo, quello di Fercaber, era posto a 1.870 metri di altezza a sbarramento del passo dallo stesso nome, circa dieci chilometri più a sud-est, sulla strada per Addis Abeba, non lontano dal lago Tana.
Entrambi i capisaldi erano strategicamente fondamentali, perché garantivano il controllo della riva nord-orientale del lago e della piana di Ouramba, l'unica via attraverso la quale Gondar potesse essere rifornita.

Culquaber era tenuto sin dal 6 agosto dai veterani del I° gruppo mobilitato carabinieri del maggiore Alfredo Serranti, reduce dai combattimenti sulle alture di Blagir e di Incet Amba e composto da due compagnie di carabinieri nazionali, la 1° e 2°, con 230 uomini, più una di 180 zaptiè eritrei, insieme coi 675 militi su 5 compagnie del CCXL° battaglione CC.NN. Salerno del seniore (maggiore) Alberto Cassòli e i 620 Ascari su 4 compagnie del LXVII° battaglione coloniale del maggiore Carlo Garbieri, ed aveva l'appoggio di due batterie d'artiglieria (la 43° servita da 40 nazionali con 3 pezzi da 77/28 e la 44° con 2 vetusti obici da montagna da 70/15 del 1904 serviti da 34 eritrei) e di un plotone del genio composto da 65 nazionali e 23 coloniali (più un ospedaletto da campo con due medici e un cappellano militare): con i sopraggiunti superstiti reduci da Uolchefit il totale dei combattenti presenti toccava le 2.100 unità.
Il caposaldo di Fercaber, invece, era presidiato dalle 5 compagnie del XIV° battaglione CC.NN. del seniore Lasagni (circa 600 uomini), con l'appoggio della 1° batteria obici da 70/15 servita da una trentina di artiglieri nazionali, dalla 6° compagnia mitraglieri coloniale con 130 Ascari, da un plotone del genio, più un medico e un cappellano militari, per un totale di circa 800 uomini.

"Gli eroi di Culquaber", tavola di Achille Beltrame per la Domenica del Corriere (1941)
Non è questa la sede per descrivere nel dettaglio le vicende del presidio di Culquaber-Fercaber.
Vi basti solo sapere che dopo aver valorosamente respinto per circa tre mesi e mezzo gli attacchi in serie compiuti da quelle forze enormemente superiori di numero (si parla di un totale di poco inferiore a 30.000 uomini, con una proporzione tra attaccanti e difensori che praticamente era di 10 a 1!), reagendo con prontezza soprattutto negli ultimi giorni anche a incessanti bombardamenti aerei e terrestri (i carabinieri furono capaci della sola giornata del  18 novembre di abbattere ben 9 aerei nemici!)il presidio dovette alla fine capitolare il 21 novembre per l'impossibilità degli italiani di reggere all'ennesimo assalto in massa delle fanterie nemiche, andate all'attacco appoggiate da numerosi carri armati e autoblindo sfruttando una vecchia pista dimenticata costruita dai portoghesi e riadattata dai genieri inglesi, che consentì loro di aggirare le posizioni italiane e di coglierle di sorpresa alle spalle, dopo che un vigorosissimo fuoco di preparazione delle artiglierie aveva impazzato su di esse all'immediata vigilia dell'azione.

Tutti e tre i battaglioni impegnati in prima linea, ormai rimasti privi di munizioni, si sarebbero lanciati contro il nemico utilizzando le poche bombe a mano rimaste e ingaggiando ferocissimi  scontri all'arma bianca, finendo con l'immolarsi completamente insieme coi loro rispettivi comandanti, tutti e tre caduti nell'ultimo giorno di battaglia: alle 12,30 Carlo Garbieri, comandante del battaglione coloniale, colpito al cuore; alle 15,00 Alfredo Serranti, comandante del gruppo mobilitato carabinieri, trafitto all'addome da un fendente di baionetta; alle 15,30 Alberto Cassòli, comandante del battaglione camicie nere, colpito in fronte da una pallottola.
Costretto ad arrendersi, il tenente colonnello Ugolini, secondo il diario storico del LXVII° battaglione coloniale, fece prima però bruciare la bandiera di combattimento del suo battaglione perché non cadesse nelle mani del nemico.

La lotta era  costata nel campo italiano 2.800 perdite tra nazionali e coloniali (di cui 1.000 caduti e 800 feriti), più altre 100 tra i familiari presenti sul posto (per la maggior parte mogli di Ascari), ma per quanto ufficialmente sconosciuto ben più alto era stato il numero delle perdite subite dall'altra parte (principalmente tra i soldati sudanesi, abissini e indiani): tuttavia al contrario di quanto accaduto a Uolchefit, dove il 4° battaglione ugandese dei King's African Rifles* rese effettivamente l'Onore delle Armi ai difensori superstiti, in questo caso lo stesso diario storico del LXVII° non fa alcuna menzione di niente del genere a favore delle truppe di Ugolini,  nonostante alcune fonti ne parlino.

* A partire dall'immediato dopoguerra vi avrebbe fatto parte, a salire dalla qualifica iniziale di soldato semplice addetto ai servizi di lavanderia e cucina fino al grado massimo possibile di sottotenente, raggiunto due anni prima dell'indipendenza del suo paese dalla Corona britannica,  il futuro dittatore ugandese Idi Amin "Dada".

Il Generale Nasi nell'immediato dopoguerra avrebbe proposto la medaglia d'oro per il sopravvissuto tenente colonnello Ugolini e quella alla memoria per i tre comandanti di battaglione caduti sul campo, Garbieri, Serranti e Cassòli, ma la sua domanda sarebbe stata accolta solo per i primi tre e non per Cassòli, colpevole di guidare un'unità di camicie nere: la sua pratica sarebbe stata  tenuta per diverso tempo "in sospeso", per poi risolversi con la concessione di una "pelosissima" medaglia d'argento!
Per i fatti di Culquaber la Bandiera dell'Arma dei Carabinieri sarebbe stata a sua volta onorata con la sua seconda medaglia d'oro.
Il 21 novembre, ricorrenza di quel ferocissimo scontro, è stato scelto come Festa dell'Arma, in Onore della sua Santa Protettrice, la "Virgo Fidelis".

FINISCE TUTTO A GONDAR (28 NOVEMBRE)
Al termine di quella battaglia, la sorte per gli ultimi 30.000 difensori di Gondar era ormai segnata: solo sette giorni dopo, il 28 novembre 1941, anche l'indomabile Guglielmo Nasi si sarebbe arreso, impossibilitato a proseguire oltre la lotta dalla mancanza di munizioni, di viveri ed acqua dopo che tutti i canali di rifornimento erano stati ormai totalmente bloccati dal nemico.
La sua ultima, disperata resistenza, dovuta più che alla volontà di salvarsi (impossibile, ormai!) a quella semmai di tenere impegnate quante più forze possibili del nemico per impedir loro di andare a rafforzare il fronte dell'Africa Settentrionale, sarebbe costata la perdita complessiva di altri 3.000 uomini (2.700 coloniali e 300 nazionali).
Avrebbe fruttato l'ennesimo Onore delle Armi reso ai nostri soldati  dalle forze attaccanti, ma questo leale riconoscimento del Valore dei nostri combattenti non avrebbe certo mitigato l'amarezza della perdita definitiva dell'Africa Orientale Italiana.

9. AMEDEO GUILLET, IL LAWRENCE D'ARABIA ITALIANO

Amedeo Guillet nel 1935
Ma ci sarebbe stato tra gli ufficiali italiani un altro indomabile, se possibile ancora più indomabile di Nasi, un vero eroe che già abbiamo conosciuto nell'episodio della carica di Cherù, un personaggio leggendario che figura nella lista ufficiale dei migliori 150 uomini di Stato più grandi della Storia d'Italia.
Pur rendendomi perfettamente conto che si rischia di andare fuori tema, non posso qui non accennarne, trattandosi di un personaggio da leggenda, veramente straordinario, un autentico Lawrence d'Arabia italiano senza però i tanti soldi con cui la Corona britannica finanziava il suo predecessore inglese 25 anni prima.
Nonostante la resa formale dell'esercito di Amedeo di Savoia-Aosta in tutto il territorio dell'A.O.I.  fino al giugno 1943 sarebbe stata infatti molto attiva la guerriglia fai da te del pluridecorato capitano di cavalleria Amedeo Guillet, alias il Commundàr es Sciaitan (il Comandante Diavolo), di nobile famiglia savoiarda e capuana, ex ufficiale del Reggimento Cavalleggeri Guide (19°), condotta al comando del suo Gruppo Squadroni a cavallo indigeno Amhara col nome falso di Ahmed Abdallah Al Redai, dopo essersi opportunamente travisato da sceicco arabo, padrone assoluto com'era dell'amarico e dell'arabo, con tanto di barba lunga e nerofumo sul viso.

Una volta scappato di nascosto in Italia da buon monarchico 
avrebbe primo aderito al Regno del Sud servendolo come agente segreto al Nord, poi, dopo essersi sposato nel '44 con l'unica donna della sua vita, Beatrice Gandolfo (che gli avrebbe dato due figli), avrebbe lasciato l'esercito nel 1947 col grado di tenente colonnello per rispettare il Giuramento prestato al Re, e dopo aver vinto un regolare concorso pubblico (!) sarebbe successivamente entrato in diplomazia, diventando prima segretario di legazione in Egitto, poi incaricato d'affari in Yemen, infine Ambasciatore in sedi importanti come la Giordania, il Marocco e l'India, per poi andare definitivamente in pensione nel 1975 e trasferirsi in Irlanda a fare l'allevatore di cavalli, cavalcandoli regolarmente fino alla morte, avvenuta all'Ospedale Militare del Celio a Roma il 16 giugno 2010, alla venerabile età di 101 anni, quasi dieci anni dopo aver ricevuto l'ultima decorazione, la massima onorificenza militare italiana, la Gran Croce dell'Ordine Militare d'Italia concessagli dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi il 2 novembre 2000.
I Solenni Funerali si sarebbero svolti nel Duomo di Capua, celebrati dall'Arcivescovo Bruno Schettino, alla presenza di un Picchetto d'Onore del suo reggimento, il Cavalleggeri Guide (19°) di Salerno, dieci giorni dopo: le sue spoglie mortali riposano ora nella cittadina campana, presso la tomba di famiglia, insieme con quelle della moglie e dei suoi avi, trasferitisi a Capua al momento della cessione della Savoia alla Francia.

TERZO QUADRO
DISASTRO IN NORD AFRICA

Come quello dell'A.O.I. anche quello di Libia era un esercito presidiario, fondato sui numeri, statico, con moltissimi soldati indigeni del Regio Corpo Truppe Coloniali e la maggior parte degli ufficiali formatisi nella lotta contro le tribù ribelli o nelle lontane battaglie sul Carso, sulle Dolomiti o sul Piave, tutti ormai abituati a un certo tran tran, senza prospettive particolari di carriera, rassegnati a un destino di mediocrità: insomma un esercito che poteva andar bene per gestire una colonia, sia pure ampia come quella, ma non certo un conflitto aperto con le truppe di due potenze europee come la Francia e l'Inghilterra!

10. LA MORTE DI ITALO BALBO 

Lo sapeva bene Italo Balbo, che di fronte alle pretese di Mussolini e Badoglio (proprio quest'ultimo gli avrebbe scritto il 26 giugno che si doveva attaccare perché "perché non vogliamo restare alla conclusione della pace a mani vuote")* non faceva altro che inondare Roma di richieste di rinforzi, di materiali, di carri armati, autocarri, aerei, cercando sempre da un lato di ottenere il massimo e dall'altro di procrastinare il più possibile la data d'inizio di quella che appariva l'ormai inevitabile offensiva verso l'Egitto.

*Rodolfo Graziani, "Africa Settentrionale 1940-1941", Danesi Ed., Roma, 1948, pag. 266, cit. in nota 12) da Luciano Pezzolo, cit.

Italo Balbo col caschetto da pilota
L'avrebbe potuto fare solo per poco tempo, però, perché 
alle 17,30 del 28 giugno 1940, solo 18 giorni dopo la nostra entrata in guerra, di ritorno da una missione aerea di ricognizione finalizzata alla cattura di alcune autoblindo avvistate sulle piste polverose intorno al confine (già ne aveva presa una allo stesso modo il 21 giugno)il bombardiere trimotore Savoia Marchetti S.M. 79 Sparviero che pilotava personalmente, decollato da Derna insieme con quello del Generale di Squadra Aerea Felice Porro, il comandante della V° squadra aerea, scambiato probabilmente per un bombardiere inglese Bristol Blenheim come quelli del No. 55 Bomber Squadron che avevano fino a quel momento attaccato in più incursioni successive la base italiana, sarebbe stato abbattuto dalla nostra stessa contraerea ad una quota di circa 200 metri o poco più in circostanze mai completamente chiarite mentre, non segnalato e in silenzio radio, si accingeva ad atterrare sul campo T. 2 di Tobruch.
Un destino di morte cui sarebbe per sua fortuna sfuggito il suo compagno di viaggio, favorito dal non aver ancora impostato la manovra di atterraggio fatale a Balbo, che potè così  effettuare per tempo un'improvvisa virata diversiva in direzione del mare che gli consentì di atterrare incolume ad Ain El Gazala.

I resti incendiati dell'aereo di Italo Balbo

Il povero Balbo, 44enne da appena ventidue giorni, morì insieme con tutto l'equipaggio, composto dal maggiore Ottavio Fraulich, secondo pilota, dal capitano motorista Gino Cappannini e dal maresciallo marconista Giuseppe Berti, tutti e tre "atlantici" (avevano volato con Balbo nella cosiddetta Crociera del Decennale dell'Aeronautica Militare), e con alcuni ospiti che aveva invitato con sé, tutti ferraresi come lui:  il maggiore di fanteria di complemento Claudio Brunelli (direttore generale dell'Ente Turistico e Alberghiero di Libia), i tenenti di complemento Cino Florio dell'aeronautica e Lino Balbo degli alpini (rispettivamente cognato e nipote del quadrumviro, il secondo segretario federale del P.N.F. di Ferrara), il Console Generale della Milizia* Enrico Caretti (segretario federale del P.N.F. di Tripoli) e il capitano d'artiglieria di complemento Nello Quilici, un giornalista, direttore del "Corriere Padano" (un foglio spesso pungente col regime fascista e non di rado censurato, fondato proprio dal quadrumviro), nonché padre del famoso documentarista Folco, il quale avrebbe tanti anni dopo scritto un libro sulla tragedia ("Tobruk 1940- La vera storia della fine di Italo Balbo",  Ed. Le Scie Mondadori, 2004).

* Grado equivalente a quello di Generale di Brigata nel Regio Esercito.

LA MORTE DEL QUADRUMVIRO VOLUTA DA MUSSOLINI?
Italo Balbo con la moglie Emanuela e i figli
Giuliana, Valeria e Paolo
La presenza di quegli ospiti a bordo del suo aereo, in particolare di un soggetto così poco allineato al partito come Quilici, non avrebbe fatto che alimentare le voci (che ci sarebbero state comunque, intendiamoci) di una morte pilotata dall'alto, 
come paventavano molti oppositori del Duce ma anche alcuni personaggi a lui vicini, tra cui la stessa vedova, la contessina Emanuela Florio, che sarebbe sbottata così con Temistocle Testa, prefetto di Ferrara, come da quest'ultimo puntualmente riportato al potentissimo Arturo Bocchini, capo della polizia:
"Lui mi manderà al confino, ma io dico tutto. Italo non voleva la guerra, si era sempre opposto. Diceva che non eravamo preparati!"
Per quanto fedelissimo di Mussolini da oltre vent'anni, Balbo ci teneva a conservare la propria autonomia di pensiero nei confronti del Duce, cui era uno dei pochi se non l'unico a dare del tu ed a parlare con estrema franchezza di tutto ciò che non gli andava giù: a parte le sue continue richieste di rinforzi sul fronte libico, si era infatti sempre dichiarato contrario all'alleanza con la Germania ("Finiremo col fare da lustrascarpe ai tedeschi!") e alle leggi razziali (nella sua Ferrara c'era una comunità ebraica assai influente e lui ne conosceva e proteggeva apertamente parecchi esponenti), continuava a intrattenere apertamente  rapporti cordialissimi con intellettuali e giornalisti non allineati al pensiero unico quando non ostili chiaramente al regime e addirittura col tempo si era trasformato in monarchico dall'acceso repubblican-mazziniano che era da giovane, alimentando persino una grande amicizia con la Principessa Maria Josè su cui si sarebbe molto malignato.

Tutto questo, unito al suo carisma personale, alla sua grande capacità di lavoro e all'enorme popolarità datagli in tutto il mondo dalle grandi Trasvolate Atlantiche, come testimonia la copertina che gli dedicò il prestigioso settimanale americano Time, ne faceva il candidato ideale a succedere al Duce, magari con lo stesso appoggio della Monarchia, trasformandolo di conseguenza in un suo rivale per il Potere.
Ma la verità vera è che l'uomo era troppo legato a Mussolini e persino sin troppo schietto nei suoi modi di fare, più uomo d'azione che di pensiero, per tramare alle sue spalle improbabili ribaltoni, almeno in quel momento, e Mussolini d'altronde lo conosceva pure lui molto bene per temere simili voltafaccia improvvisi da parte sua, sempre almeno in quel momento, e comunque se anche subodorasse qualcosa non fu lui a dare l'ordine di abbattere il suo aereo, quel pomeriggio.

Egisto Perino
Lo prova anche la relazione riservata richiesta da Mussolini in persona al Generale di Brigata Aerea Egisto Perino, presente a bordo dell'aereo di Porro, redatta l'1 luglio (solo due giorni dopo la tragedia), mai resa pubblica (forse per evitare salaci battute sul fatto che i nostri artiglieri erano capaci solo di abbattere i nostri aerei, non quelli del nemico) ma ritrovata tra le carte dell'archivio di Mussolini dopo la sua morte.
"Il 28 giugno 1940, dopo aver compiuto un volo di missione assieme ad un altro trimotore, Balbo era giunto nei pressi di Tobruk, mentre sull'aeroporto stavano cadendo delle bombe sganciate da bombardieri inglesi in volo ad alta quota. Quasi sulla verticale dell'aeroporto fummo investiti da una centratissima salva d'artiglieria: sparavano le batterie costiere e quelle dell'incrociatore San Giorgio incagliato nella baia. Mentre l'artiglieria italiana sul campo all'apparire dei nostri velivoli li scambiò per aerei nemici e aprì il fuoco. Noi del primo aereo riuscimmo a deviare verso il mare, mentre quello di Balbo verso terra. Lo vedemmo scivolare su un'ala e quindi precipitare al suolo dove, dopo l'urto, si incendiava. Sul posto fu constatato più tardi che l'apparecchio era stato centrato da un proiettile d'artiglieria"
L'ultima foto dello Sparviero di Balbo in volo nel pomeriggio del 28 giugno 1940
Pare provato che la Marina abbia sparato 280 colpi di cannone quel pomeriggio, e molti furono anche quelli sparati dai sommergibili in rada, aggiunge la relazione di Perino, ma la verità è che a tutt'oggi non si sa esattamente ancora chi abbia materialmente colpito l'aereo di Balbo facendolo precipitare in fiamme, se le batterie del vecchio incrociatore antiaereo San Giorgio ancorato in rada (il principale sospettato da sempre) o le mitragliere di terra del 202° artiglieria (in un'intervista al Resto del Carlino del 26 agosto 1997 concessa a Mario Fornasari il capopezzo di una batteria trinata di Breda da 20/65 del 202°, Claudio Marzola, ferrarese anche lui come Balbo, morto ultra90enne due anni dopo, avrebbe rivendicato alla sua postazione l'abbattimento per errore del trimotore).

Claudio Marzola in una foto inviata da lui stesso
dalla Spagna ov'era residente
(tratta da https://www.storiologia.it/aviazione/balbo.htm)
Di sicuro però n
el suo libro lo stesso figlio di Nello, Folco Quilici, avrebbe da un lato negato responsabilità di Mussolini nell'accaduto (accodandosi in questo al parere di stimati autori come Franco Pagliano, Giorgio Rochat, Indro Montanelli, Mario Cervi, Arrigo Petacco, Gregory Alegi)non foss'altro sia perché missioni come quella di Balbo erano del tutto estemporanee e pertanto decise al momento, sia per il gran numero di armi che spararono in quei tragici minuti, azionate da qualche centinaio di serventi, il che avrebbe reso impossibile mantenere un simile segreto così a lungo, ma soprattutto avrebbe dall'altro attribuito la responsabilità dell'abbattimento alle mitragliere antiaeree del fin allora mai menzionato regio sommergibile posamine Marcantonio Bragadin, come riferitogli dall'allora guardiamarina Aldo Massa, quel giorno di servizio nell'unico edificio in cemento armato del porto di Tobruch, un bunker provvisto di ampia feritoia, da cui fu testimone diretto dell'operato del sottomarino, appena arrivato da Napoli e ripartito quella sera stessa, proprio per questo mai presente in rada in quei drammatici momenti secondo i rapporti ufficiali.

Alla memoria di Italo Balbo, innovatore della nostra aeronautica, ideatore delle due grandi crociere atlantiche e illuminato governatore della Libia, sarebbe stata dedicata una medaglia d'oro.
Il 30 giugno un velivolo britannico avrebbe paracadutato sul campo italiano una corona d'alloro con un biglietto di cordoglio di Sir Arthur Murray Longmore, Air Officer Commanding in the Middle East*:
"Le forze aeree britanniche esprimono il loro sincero compianto per la morte del Maresciallo Balbo, un grande condottiero e un valoroso aviatore che la sorte pose in campo avverso".
Il Generale Felice Porro avrebbe risposto con un messaggio di ringraziamento fatto recapitare al nemico  allo stesso modo.

* Comandante dell'Aeronautica nel Medio Oriente.


I Solenni Funerali a Tripoli dei caduti del 28 giugno 1940

GRAZIANI SOSTITUISCE BALBO E HA GLI STESSI DUBBI

Rodolfo Graziani 
Il posto di Italo Balbo sarebbe stato preso già il 29 giugno dal
l'allora famosissimo e pluridecorato Marchese di Neghelli, il Maresciallo d'Italia Rodolfo Graziani, da meno di un anno Capo di Stato Maggiore dell'Esercito al posto del dimissionario Alberto Pariani (autore di una discussa riforma dell'ordinamento militare), colui che dopo aver vinto la guerra di riconquista della Libia, sconfiggendo e mettendo a morte Omar Al Mukhtar, era stato anche l'indiscusso trionfatore con Badoglio e De Bono della guerra d'Etiopia, territorio di cui era stato Viceré fino al 21 dicembre 1937, quando gli era succeduto il Duca di Savoia-Aosta.

Non erano passati nemmeno tre giorni e già Mussolini e Badoglio, con le truppe inglesi in fuga precipitosa dalla Francia e schiacciate sulla costa tra Calais e Dunkerque dalle straripanti truppe corazzate tedesche, tornavano a insistere per attaccare a tutti i costi l'Egitto: il successo veramente inglorioso contro la Francia non poteva certo bastare, tutt'altro, a compensare la clamorosa vittoria tedesca che si stava prefigurando nel continente e che sembrava potersi agevolmente ripetere entro poche settimane nei dintorni di Londra!
Il generale frusinate, tuttavia, che pure fino a quando Balbo era vivo non faceva che spingere anche lui nella stessa direzione, una volta andato al suo posto, forse rendendosi conto dell'effettivo stato delle forze armate al suo diretto comando, forse spaventato dal carico di responsabilità che all'improvviso gli erano arrivate addosso, forse per entrambe le cose, nicchiava, e sin dal primo giorno d'insediamento non avrebbe fatto altro che richiedere anche lui a Roma non tanto uomini, quanto autocarri (dei 1.000 richiesti a suo tempo da Balbo ne sarebbero giunti nei successivi cinque mesi solo 400, quando ben 25.000 dei 42.000 requisiti sarebbero stati accantonati per la futura azione contro la Jugoslavia!), autobotti, carri armati medi, cannoni e aerei moderni (i caccia della V° squadra aerea di Libia erano ancora, come quelli in A.O.I., soltanto i biplani C.R. 32 e C.R. 42, ma il Generale di Divisione Aerea Francesco Pricolo, Capo di Stato Maggiore della Regia Aeronautica, riteneva "esagerate" le richieste di Porro), subordinando solo al loro arrivo l'avvio della tanto attesa offensiva.

Già il 3 luglio Badoglio, in risposta a tre telegrammi in successione inviati il giorno prima da Graziani raffiguranti lo stato in quel momento delle forze armate di Libia e le conseguenti richieste di rinforzi, gli ribadiva che:
"1067. 3 luglio. Ore 09,15. Per Maresciallo Graziani– Duce mi ordina comunicarvi che è interesse vitale per l'Italia che voi siate pronto sferrare offensiva per giorno 15 (quindici) per essere sincroni con azione – tedesca. Dovendo contare essenzialmente su materiali esistenti in colonia. Telegrafate per materiali assolutamente indispensabili che spediremo in convoglio assieme carri armati medi. Voi sapete nostre disponibilità et nostre difficoltà. Voi avete superato felicemente Somalia difficoltà grandissime – le supererete ora – Datemi assicurazioni. Badoglio".
Il Maresciallo Graziani replicava a stretto giro che 
"Riferimento vostro 1067. 3 corrente et seguito mio 21. Comunico giorno 15 inizierò movimento oltre frontiera con occupazione Sollum-Halfaia. Mezzi attualmente at disposizione non mi consentono ulteriore immediato sbraccio. Mio intendimento est quello compiere primo distacco per entrare in territorio avversario et allontanare pressione nemica da nostra frontiera. Successivamente misurerò ulteriori possibilità. Prego confermami data inizio tenendo presente che carri armati giungeranno solo domani sera a Tobruk et dopo domani 14 a piè d'opera. Graziani".
Badoglio avrebbe risposto così, con altri due telegrammi in rapida successione, uno (il n. 1274 del 13 luglio) che recitava:
"Data inizio operazioni era stata da me indicata in linea di massima. Voi inizierete operazioni quando riterrete opportuno. In conclusione voi avete completa libertà d'azione. Badoglio",

l'altro (il n. 1299, di poche ore successivo):

"1299. Duce vi autorizza ritardare nota operazione fino a quando non avete tutti i mezzi che vi permetteranno di effettuare una manovra a vasto raggio et in profondità in modo da conseguire risultati di notevole importanza. Conquistare Sollum e poi fermarsi non è manovra redditizia e perciò da non effettuarsi. Vi segnalerò con precisione quando potrete ricevere i materiali concordati tra vostro intendente et Comando Superiore Esercito. Segnatemi ricevuta– Badoglio".

La data inderogabile fissata per l'offensiva era già diventata un'indicazione "in linea di massima", praticamente, per usare un comune modo di dire, "a babbo morto"...
Ma come si può organizzare un attacco in forze così???

Graziani avrebbe tuttavia continuato a tirare molto a lungo le cose e anzi, a fine luglio, richiamato a Roma per incontrare personalmente a Palazzo Venezia Mussolini e Badoglio, avrebbe portato con sé una memoria nella quale, oltre al resto, avrebbe addirittura rincarato la dose facendo osservare da esperto generale coloniale un nuovo elemento di perplessità che rendeva sconsigliabile un'offensiva in quel momento dell'anno (v. Luciano Pezzolo, cit., pag. 40): 
"(...) Ci si trova nel periodo del massimo calore in zona desertica e priva di ogni risorsa nonché assai scarsa di risorse idriche. E' stato sempre considerato cardine fondamentale della guerra che un generale non debba muovere il suo esercito quando esistano condizioni climatiche più che avverse. Maggiormente questo aforisma è esatto nella guerra coloniale in zona torrida dove il problema logistico e specie quello idrico assurgono ad importanza che supera ogni altro termine del problema (...)"
IN ITALIA SI MOBILITA, SI SMOBILITA E SI RIMOBILITA A PIACERE
Sopravvennero nei giorni successivi mille ulteriori esitazioni dovute a repentini cambi di piani, ai mutamenti d'umore del Duce, a ritardi negli invii e arrivi dei rinforzi, alla necessità di coordinarsi con la contestuale offensiva italiana in Somalia britannica, a indecisioni varie, ma la verità è che, volendo, c'era tutto il tempo per aderire alle richieste di Graziani, se non fosse che sin dai primi di luglio il pensiero di Mussolini era tutto rivolto alla Jugoslavia (un'artificiale creatura "versagliesca", la definiva), tanto da aver disposto ben tre armate, due di prima linea e una di seconda schiera, tra il golfo di Fiume e il passo di Tarvisio: erano almeno 37 divisioni (tra cui le nuove punte di diamante del Regio Esercito, le due corazzate Ariete e Littorio e le due meccanizzate Trento e Trieste, che in Africa avrebbero indubbiamente ricoperto un ruolo decisivo in quel momento, armate com'erano con i nuovi carri M 13/40 e i migliori reparti di bersaglieri e fanteria meccanizzata di cui disponeva l'Italia), un totale di 600.000 uomini tutti messi al servizio solo di quell'obiettivo!

Il 17 agosto però Joachim von Ribbentrop, Ministro degli Esteri di Hitler, tramite l'Ambasciatore italiano a Berlino Dino Alfieri avrebbe trasmesso al suo omologo italiano, il Conte Galeazzo Ciano, la più totale contrarietà a un intervento contro la Jugoslavia o la Grecia, da cui provenivano diverse materie prime utili alla Germania e che appartenevano a un'area, quella balcanica, che era suo preciso interesse mantenere in quel momento estranea al conflitto, e Mussolini aveva dovuto giocoforza abbandonare (momentaneamente) i suoi sogni di gloria.
Ma i 600.000 mobilitati per i Balcani non sarebbero stati mandati in tutto o in parte in Africa, ma al contrario sarebbero stati smobilitati tutti entro fine settembre per precisi motivi di economia: era il periodo della mietitura e della vendemmia, e la maggior parte dei nostri giovani soldati erano contadini le cui braccia erano fondamentali per procedere a tali operazioni!
Poi sarebbero stati rimobilitati tutti solo pochissime settimane dopo, ma ormai tutto sarebbe stato compromesso...
(Traggo tutto questo da Eddy Bauer, cit., pag. 277 e 278).

PUNTO DI NON RITORNO
Il punto di non ritorno avvenne così il 18 agosto, proprio il giorno dopo il "Nein!" del Fuhrer, quando il Maresciallo, passando oltre il suo superiore gerarchico Badoglio, inviò addirittura direttamente a Mussolini un nuovo telegramma fiume in cui, dando conto di un consiglio di guerra tenuto il giorno 11 a Cirene coi suoi generali superiori (Berti, comandante della X° armata, Gariboldi, della V°, Porro, della V° squadra aerea, Giordano, dell'intendenza), nel manifestare le perplessità di tutti loro alla grande offensiva, allegando il relativo verbale controfirmato da tutti i presenti, sarebbe giunto addirittura a minacciare le sue dimissioni: 
"Data la situazione che emerge e di fronte alla mia personale impotenza a ripianare la deficienza dei mezzi, mentre tante aspettative si nutrono dalle superiore gerarchie e nella Madrepatria, per una azione risolutiva a breve scadenza su questo fronte, mi si impone il doloroso compito: 1) o di ricevere delle direttive di azione adeguate allo stato di fatto descritto, che tolgano me e tutti gli altri comandanti da una incertezza assai penosa per soldati che in tutta la loro vita hanno dato una estrema usura ogni audacia quando questa potesse apparire foriera in Vittoria; 2) O un sopralluogo superiore che giudichi direttamente nel merito in quanto nel verbale è sancito. E' infine ovvio e doveroso per me, in una tale contingenza, mettere la mia persona a completa disposizione delle Superiori Autorità, qualora questo possa essere ritenuto utile"
(V. Mario Montanari, Le operazioni in Africa Settentrionale Vol. I – Sidi el Barrani, Roma, 2000, pag. 521, cit. in nota 18) da Luciano Pezzolo, cit., pag. 45)
 
A differenza di Badoglio, che solo quattro giorni prima aveva detto a un suo collaboratore diretto presso il Comando Supremo, il Generale di Brigata Quirino Armellini, di non voler abbandonare, perché "per quanto poco, forse posso ottenere da lui [Mussolini, nota mia] più di un altro. Occorre prevenire, salvando il salvabile, cercando quindi di evitare i colpi di testa che potrebbero portarci alle più gravi conseguenze" (v. Eddy Bauer, cit. pag. 272), Graziani quel punto l'aveva dunque valicato, ma stavolta la risposta del Duce, assai spazientito e probabilmente ancora stizzito per quanto dettogli da Hitler, inviatagli col telegramma n. 1990-91-92 Op. 12,30 il giorno dopo, 19 agosto, fu inequivocabile.
Ed era l'ordine perentorio di attaccare (v. Luciano Pezzolo, cit., pagg. 45-47): 
"L'invasione dell'Inghilterra è decisa, est in corso di ultimazione preparativi et avverrà. Circa l'epoca può essere fra una settimana aut fra un mese. Ebbene, il giorno in cui il primo plotone di soldati germanici toccherà il suolo inglese, voi simultaneamente attaccate. Ancora una volta vi ripeto che non vi fisso limiti di provincia territoriali: non si tratta di puntare su Alessandria et nemmeno su Sollum. Mi assumo incondizionatamente piena responsabilità personale di questa mia decisione. Voi avevate in animo di attaccare il 15 luglio appena giunti carri armati. Est stato allora molto saggio – anche dal punto di vista clima – di rinviare at miglior tempo. Nell'intervallo compiendo uno sforzo che nessuno meglio di voi est in grado di valutare, vi abbiamo mandato quanto ci è stato possibile. Voi avete una indubbia superiorità di effettivi e di mezzi et di morale. Cinque navi di linea sono pronte. Possiamo fare un ulteriore concentramento di aeroplani a sazietà. Dopo 12 mesi di attesa et di preparazione est tempo di attaccare le forze che difendono l'Egitto. Non ho dubbi sull'esito definitivo della battaglia. Battuto il nemico, l'ampiezza maggiore aut minore della sua disfatta ci darà la norma per l'ulteriore azione. Maresciallo Graziani, come già vi dissi nel nostro ultimo colloquio, il tempo lavora contro di noi. La perdita dell'Egitto sarà il colpo di grazia per la Gran Bretagna, mentre questo ricco paese– necessario con le nostre comunicazioni con l'Etiopia – est il grande premio che l'Italia attende et che – sono sicuro– voi le darete. Rispondetemi per telegrafo, confermando aut meno. Mussolini."
A quel punto Graziani non poteva che obbedire, tanto più che era il Duce stesso ad assumersi ora la "piena responsabilità personale" dell'offensiva: 
"Ordini contenuti in telegramma 1990– 91–92 saranno eseguiti".
"La vostra è la risposta che attendevo", sarebbe stata l'immediata replica finale del Duce.
Ciò non avrebbe comunque impedito a Graziani di riuscire ad allungare ancora i tempi fino al 13 settembre, quando finalmente l'azione, chiamata in codice "Operazione E" (con molta fantasia, devo dire),  ebbe inizio.

(Circa le perplessità e le richieste di Graziani e le repliche di Badoglio e Mussolini si rimanda a Luciano Pezzolo, cit., pagg. 29-55).

11. LA X° ARMATA ITALIANA  ARRIVA A SIDI EL BARRANI 
(13-16 SETTEMBRE 1940)

All'inizio della velleitaria offensiva di settembre la pletorica X° armata della Cirenaica, completamente rimodulata e ridefinita a seguito dell'arrivo del XXIII° C.A. proveniente dalla V° di Tripolitania, era composta da un totale di 9 divisioni di fanteria appiedate e un raggruppamento motorizzato, redistribuiti però in maniera diversa su tre corpi, anche a seguito dell'afflusso di nuovi contingenti e carri armati:

- il XXI° C.A. del Generale di Corpo d'Armata Renzo Dalmazzo, con le due divisioni 62° Marmarica e 63° Cirene

- il XXII° del Generale di Divisione Enrico Pitassi Mannella, con la 61° Sirte rimasta in posizione di riserva a Tobruch, la 64° Catanzaro e la 4° CC.NN. 3 gennaio

- il XXIII° del Generale di Corpo d'Armata Annibale "Barba elettrica" Bergonzoli, con la 1° CC.NN. 23 marzo, la 2° CC.NN. 28 ottobre e aggregate due delle tre formazioni del Gruppo Divisioni Libiche del Generale di Corpo d'Armata Sebastiano Gallina, la 2° divisione libica e il Raggruppamento libico (sahariano) del Generale di Divisione Pietro Maletti (d'ora in poi raggruppamento Maletti).

Il raggruppamento Maletti costituiva la pedina decisamente più forte dell'intera armata di Berti, trattandosi di  una forte unità motorizzata fondata su due reggimenti libici autocarrati (il 1° e il 5°), per un totale di 7 battaglioni di fanteria (I°, III°, IV°, V°, XVII°, XVIII°, XIX°) più il I° battaglione sahariano (su 4 compagnie auto-avio sahariane, denominate Hun, Gialo, Murzuch e Cufra), frutto della trasformazione voluta espressamente da Balbo di una corrispondente unità di truppe cammellate mehariste in una formazione motorizzata a bordo di speciali camionette blindate a cielo aperto FIAT-SPA AS 37 (dove AS sta per Autocarro Sahariano), armate con una o più mitragliere Breda 20/65, o in alternativa con un pezzo da 47/32 mod. 1935 o un fucilone anticarro Solothurn da 20 mm.

In primo piano una camionetta desertica AS 37 armata con un pezzo da 47/32, in secondo una camionetta sahariana AS 42 armata forse con due Breda da 20/65, sullo sfondo un'altra
Gli Ascari del cielo, con la fascia
 distintiva a righe bianche e azzurre
Con le truppe della riserva d'armata, la 1° divisione libica (terza unità del Gruppo Divisioni Libiche) e il nuovissimo Gruppo Battaglioni Paracadutisti del tenente colonnello Goffredo Tonini, voluto anch'esso fortemente da Balbo (prima unità italiana di questo tipo, su 2 battaglioni operativi, il battaglione paracadutisti libico Diavoli neri con 250 uomini, i cosiddetti Ascari del cielo, e il battaglione paracadutisti nazionali di Libia con 300), destinato a diventare di lì a poco il 1° reggimento paracadutisti Fanti dell'aria, con 850 effettivi armati di 8 cannoni controcarro da 47/32 Mod. 35, 8 mitragliatrici pesanti FIAT-Revelli 14/35 da 8 mm, 30 fucili mitragliatori Breda 30 e 12 mitragliere contraeree Breda da 20/65, la X° armata raggiungeva un totale di circa 130.000 uomini.

Di fronte all'apparenza di un cotanto numero di uomini, però, spiccavano già a un primo sguardo di attenzione da un lato la grave carenza di autocarri per il trasporto delle truppe sul campo di battaglia, di cui disponeva in parte praticamente il solo XXIII° C.A. di Bergonzoli (nell'intera colonia all'inizio delle ostilità erano presenti solo 8.039 automezzi, sia civili che militari), e ancor di più dall'altro l'inadeguatezza dei nostri mezzi corazzati (a parte le considerazioni che seguono sui nostri carri armati, c'erano solo 8 autocarri armati e 7 vecchissime autoblindo Libia).

L'INADEGUATEZZA DEI MEZZI CORAZZATI ITALIANI*
In partenza a disposizione dell'armata di Berti c'erano infatti, distribuiti su sei battaglioni carri leggeri e tre di carri medi, un totale di 396 carri: di essi però ben 324 erano i cosiddetti carri veloci CV 33, denominati poi carri leggeri L 3/35, quelli spazzati via a Bir Ghirbacopie fedeli di un mezzo britannico, il Vickers Carden Lloyd Mk. VI, costruito per la ricognizione a largo raggio, mentre 72 erano i nuovi eppur modestissimi carri medi M 11/39 da 11 tonnellate, con un pezzo da 37 mm in casamatta e una mitragliatrice Breda Mod. 38 da 8 mm in torretta girevole.

Nelle intenzioni degli Stati Maggiori italiani, però, gli L 3/35, analogamente a quanto fatto in Spagna e soprattutto in Etiopia (in ambienti e contro avversari certo ben più permissivi), si dovevano utilizzare addirittura  come "carri di rottura", da assegnare alle singole divisioni volta per volta impegnate in prima linea (come indicavano i numeri ordinali dei loro battaglioni, in genere corrispondenti a quelli delle relative divisioni di riferimento): al di là della palese inadeguatezza del mezzo a tal fine, come l'amara esperienza di Bir Ghirba aveva attestato (e di fronte si trovavano mezzi non eccezionali come i Cruiser), un loro utilizzo così frazionato operativamente, discontinuo nel tempo e disperso nello spazio avrebbe finito per creare ben presto anche enormi discrasie nel grado di efficienza e utilizzabilità tra i reparti e i singoli carri.
Per quanto riguarda invece gli M 11/39 (che Badoglio, annunciandone il 25 giugno a Balbo l'imminente arrivo in Libia,  definiva nientepopodimeno che "magnifici"), va detto che essi facevano parte di un contingente di 96 carri originariamente assegnati in sostituzione degli anziani e superati Fiat 3000 al I° e II° battaglione del 32° reggimento della costituenda divisione corazzata Ariete (ex 2° brigata corazzata), tutti però già rigettati dai nostri Alti Comandi a causa dei loro tanti difetti strutturali: meccanici, di corazzatura, di potenza del motore e soprattutto di utilizzo del cannone, che non solo era inadeguato a causa del suo piccolo calibro, ma a differenza della mitragliatrice essendo fisso in casamatta obbligava a girare il mezzo in direzione dell'obiettivo per poterlo colpire.

Immagine ricolorata di un carro M 11/39 del II° battaglione (con altri due sullo sfondo)

Ecco perché, dopo i primi  24 M 11/39 tratti dal I° battaglione Ariete di Verona trasferiti in A.O.I. il 20 aprile 1940, cui abbiamo già fatto cenno in precedenza, i carri restanti (una parte ancora appartenenti al I° battaglione di Verona e gli altri al II° di Vicenza) sarebbero stati tutti trasferiti l'8 luglio 1940 in Libia ai primi due battaglioni del 4° reggimento fanteria carrista, il I° del maggiore Vittorio Ceva e il II° del parigrado Eugenio Campanile: una forza complessiva che comprendeva, oltre ai 72 carri, 56 veicoli, 37 motociclette e 76 rimorchi, con un organico totale di 600 uomini.
Avrebbero avuto il battesimo del fuoco già il 5 agosto in uno scontro di frontiera, guarda caso sempre lì, a Sidi El Azeiz

Un carro M 13/40 impegnato in Africa settentrionale
(immagine tratta da https://italianiinguerra.com/2018/10/10/la-brigata-corazzata-babini/)

Al posto loro l'Ariete avrebbe ricevuto in Italia a partire dall'ottobre 1940 i più prestanti M 13/40 da 13 tonnellate, uno sviluppo decisamente migliore dei precedenti, gli unici che potevano tenere il confronto coi carri più avanzati dell'epoca, disponendo finalmente in torretta girevole di un pezzo da 47/32 con una buona capacità di penetrazione (almeno per le corazze dei carri utilizzati nei primi due anni di guerra), forse in quel momento e per un breve periodo la migliore bocca da fuoco disponibile su un carro armato nel mondo, oltre a due Breda binate da 8 in casamatta, una coassiale al cannone più eventualmente una quarta opzionale antiaerea. 

Valentino Babini
In mancanza della tanto agognata divisione corazzata tante volte richiesta e mai arrivata (le appena nate Ariete e Littorio stazionavano tra Veneto e Friuli, pronte per essere impiegate per l'azione contro la Jugoslavia, così come le meccanizzate Trento e Trieste), 
Graziani avrebbe così costituito il 29 agosto, nell'imminenza ormai dell'offensiva, con tutti i carri disponibili in quel momento, tratti per lo più dalle scorte già presenti in locoil Comando Carri della Libia, posto al comando del pluridecorato Generale di Divisione Valentino Babini, un 51enne di Novi (MO),  e organizzato a sua volta su tre raggruppamenti: 

1) il I° Raggruppamento, agli ordini del colonnello Pietro Aresca, (neo comandante del 4° reggimento), col I° battaglione carri medi e tre di carri leggeri, il XXI°, il LXII° (tratto dalla divisione Marmarica) e il LXIII° (tratto dalla Cirene); 

2) il II° Raggruppamento, al comando del parigrado Antonio Trivioli, poi caduto il 5 febbraio 1941 e sostituito dal tenente colonnello Autori), col II° battaglione carri medi meno una compagnia e tre di carri leggeri, il IX° (tratto dalla 1° divisione libica), il XX° e il LXI° (tratto dalla Sirte); 

3) il Battaglione misto carri armati, con la restante compagnia del II° carri medi, il LX° carri leggeri (tratto dalla Sabratha) e successivamente il V° carri leggeri tratto dal 3° reggimento carri di Vercelli,  destinato a essere aggregato da lì a poco al raggruppamento celere sahariano agli ordini del Generale Pietro Maletti.

Solo dopo le prime evidenze dell'inadeguatezza dei carri M 11/39, apparse chiare sin dal primo scontro da loro sostenuto contro gli inglesi a Sidi Azeiz, il 5 agosto 1940, sarebbero infine sbarcati in seguito a Bengasi due contingenti di M 13/40, prima uno di 37 carri, i primi in assoluto arrivati ai reparti operativi (erano stati assegnati al nuovo III° battaglione Ariete), inviati a fine settembre al nuovo III° battaglione autonomo carri medi ai comandi del tenente colonnello Carlo Ghioldi, e poi un secondo di 46 (9 di più per far fronte alle già numerose perdite avute a causa di avarie o per problemi riscontrati in addestramento), tutti assegnati al V° battaglione autonomo carri medi del parigrado Emilio Iezzi, giunto il 12 dicembre in sostituzione dell'originariamente previsto IV° battaglione del maggiore Achille Giani, spostato all'ultimo il 15 novembre in Albania per essere utilizzato nella campagna di Grecia, inquadrato nel 31° carri assegnato alla divisione Legnano, e che avrebbe terminato la sua esistenza in Africa alle dipendenze del 133° reggimento carri della divisione corazzata Littorio, annientata a El Alamein tra l'ottobre e il novembre 1942.

Al di là dell'effettivo grande balzo qualitativo rispetto ai fratelli minori M 11/39, come quelli anche questi carri erano tuttavia dotati di un motore sottopotenziato (anche se più potente di quello dei carri M 11), che li rendeva poco veloci (30 Km/h su strada, solo 15 su terreno vario) e reattivi, anche se per la prima volta erano previste le marce ridotte, così da renderne più agevole il percorso sui tratti più accidentati e sconnessi (largamente i più diffusi nel deserto), e soprattutto a differenza di quelli tedeschi e del nemico le loro corazzature, già di per sè di qualità (lievemente) inferiore alle altre, erano costituite da piastre non saldate in pressofusione ma imbullonate, il che le rendeva insieme meno solide e più pericolose per i relativi equipaggi (i bulloni, quando il mezzo veniva colpito, si trasformavano in automatico in letali proiettili che schizzavano da tutte le parti all'interno dello scafo, con gli esiti che si possono immaginare).
Al di là di questi problemi, diciamo così, strutturali, quasi tutti i carri nuovi arrivati erano more solito privi di apparati radio (pare che solo 3 dei 37 carri del III° battaglione ne disponessero), costringendo i relativi equipaggi a comunicare tra loro con delle bandierine, ovviamente utili solo per dare gli ordini essenziali (alt, avanti, indietro, a destra, a sinistra, accelerare, rallentare), ed in più essendo i primi prodotti in serie risentivano enormemente dei classici problemi di "dentizione" tecnica, che il clima e la sabbia del deserto non potevano che aggravare (in particolare al treno di rotolamento dei cingoli soggetto a rapida usura, ai filtri protettivi del motore, all'inizio addirittura non previsti, alle parti meccaniche in genere), a maggior ragione considerando che venivano spediti in Africa a spizzichi e bocconi e immediatamente utilizzati senza risparmio, visto che tutti gli equipaggi dei carri M erano anch'essi nuovi ed avevano bisogno di effettuare sin da subito un'intensissima attività addestrativa (che pure al momento dello scontro con quelli avversari erano ben lontani dall'avere completata per intero).
Messa la questione in questi termini, ora possiamo capire meglio l'entità dello sforzo che si richiedeva loro nell'affrontare un nemico che al contrario era non solo forte e determinato, ma perfettamente addestrato e veterano di quel fronte.

* In linea generale i corazzati italiani si distinguevano in leggeri (L), medi (M) e pesanti (P) e venivano definiti quindi con una sigla così concepita: la lettera che designava il tipo, un numero col tonnellaggio e un altro numero con l'entrata in produzione o servizio. I semoventi, costruiti sugli scafi dei carri, conservavano pertanto lettera e numero di quelli, cui aggiungevano il calibro del pezzo, ovviamente diverso a seconda dei tipi.

ANCHE L'AERONAUTICA CONTRIBUISCE  ALL'OFFENSIVA
La V° squadra aerea del Generale Felice Porro, nata per trasformazione del preesistente Comando Superiore Aeronautica dell'A.S.I., disponeva al momento dell'offensiva italiana di poco più di 300 velivoli, un numero più o meno pari  a quelli del nemico.
Suddivisa in due grandi comandi territoriali, il Comando Settore Aeronautico "Ovest" di Tripoli (Generale Raul Da Barberino) e il Comando Settore Aeronautico "Est" di Bengasi (Fernando Silvestri), aveva all'inizio della guerra un totale di 157 bombardieri pesanti S.M 79 Sparviero e S.M. 81 Pipistrello, distribuiti tra cinque stormi da Bombardamento Terrestre (B.T.), tre del settore "Ovest", il 9° di Castel Benito, presso Tripoli, tutto su S.M. 79 (colonnello Mario Aramu), il 15° di Tahruna, con entrambi i tipi (colonnello Silvio Napoli), e il 33° di Bir El Bhera, anch'esso tutto su S.M. 79 (colonnello Giuseppe Leonardi) e due del settore "Est", il 10° di Benina, tutto su S.M. 79 (colonnello Giovanni Benedetti), e  il 14° di El Adem (Campo T. 3, a sud di Tobruch), con entrambi i tipi (colonnello Giovanni Coppi).

Ai bombardieri succitati andavano assimilati anche 34 caccia assaltatori, i modesti monoplani ad ala bassa Breda Ba. 65 Nibbio del 50° stormo d'assalto (colonnello Pietro Molino) basato a Sorman, a ovest (tranne la 139° squadriglia basata nel Campo T. 2 di Tobruch a est), venuti a sostituire tutti i superati Caproni Ca. 410 e gli impresentabili Breda Ba. 88 Lince presenti al momento dell'entrata in guerra, cui si aggiungevano circa un centinaio di caccia intercettori appartenenti a tre gruppi da Caccia Terrestre (C.T.): a ovest i due del 2° stormo del colonnello Angelo Federici, il 13° di Castel Benito (tenente colonnello Secondo Revetria), con 35 C.R. 42, e l'8° del Campo T. 2 di Tobruch (maggiore Francesco La Carrubba), con 45 C.R. 32; a est il 10° gruppo del tenente colonnello Armando Pieragino del 4° stormo (colonnello Cesare Caccianotti), con 27 velivoli, basato Barce, cui si sarebbe aggiunto a partire dal 13 luglio il 9° gruppo del maggiore Ernesto Botto "Gamba di ferro", appartenente al medesimo stormo, proveniente da Comiso con un totale di 14 velivoli e basato, dopo un primo momento passato a Barce, in quella di El Adem.

A questo totale di circa 291 velivoli, che costituivano la spina dorsale offensiva dell'aviazione della Libia,  si aggiungevano 14 aerei da osservazione aerea IMAM Ro. 37 Lince su quattro squadriglie (122° e 136° del 64° gruppo basate a Mellaha, a ovest, e 127° e 137° del 73° gruppo tra il Campo T. 2 e El Adem, a est), 12 idrovolanti su due squadriglie (i 6 Cant. Z 506 Airone della 614° squadriglia autonoma da soccorso aereo nel Golfo di Bomba e i 6 Cant. Z 501 Gabbiano della 143° da ricognizione marittima nell'idroscalo di Menelao), 33 velivoli multiruolo da ricognizione e trasporto leggero Caproni Ca. 309 Ghibli inquadrati su due gruppi da presidio coloniale (il 1° a Mellaha a ovest e il 2° a est, distribuito su più basi) e 8 velivoli da trasporto S.M. 75.

Cacciabombardieri italiani Breda Ba. 65 Nibbio
Valgono per questa eterogenea panoplia di velivoli gran parte, se non tutte, delle osservazioni fatte per l'aviazione dell'A.O.I., confermate dal fatto che già entro fine luglio, in nemmeno due mesi di guerra, le perdite sarebbero assommate al 20% dell'intera forza disponibile, per cui consentitemi solo un breve inciso sui nostri aerei d'assalto, i Ba. 65.

Nati come aerei multiruolo, in Spagna a causa della struttura pesante, dell'eccessivo carico alare* e dell'inadeguatezza del suo motore radiale (ne coesistevano due versioni, quelle iniziali, col meno potente Isotta-Fraschini K. 14 da 725 CV, versione su licenza del francese Gnome-Rhone 14K  Mistral Major, e il più potente ma meno affidabile FIAT A. 80 RC. 41 18R Nembo da 1000 CV) pur discretamente veloci per l'epoca (430 Km/h, che diventavano però 410 nella versione biposto) e potentemente armati, con 4 mitragliatrici alari Breda-SAFAT, due da 12,7 mm e due da 7.7 (cui se ne aggiungeva una quinta dorsale brandeggiabile da 12,7 mm  utilizzabile dall'osservatore-mitragliere nella versione biposto da ricognitore) si erano rivelati insufficienti sia come caccia, perché difficili da pilotare, poco maneggevoli e troppo lenti in arrampicata, oltre che a carburare a terra prima del decollo (il che ne impediva di fatto la partenza in emergenza), difetti che ovviamente si accentuavano nell'ancor più pesante versione da ricognizione biposto, in cui emergevano anche problemi di visibilità di bordo, sia come bombardieri puri (300 chili effettivi di carico bellico rispetto ai 1.000 teorici nel vano interno), ruolo in cui erano risultati troppo imprecisi e poco efficaci, mentre avevano dato buona prova come assaltatori in picchiata, armati di 200 chili di bombe in apposite rastrelliere subalari (è opera loro la distruzione dello strategico ponte di Flix sul fiume Ebro, in Catalogna), perché formidabili incassatori e più veloci dei contemporanei Stuka tedeschi.

* Si definisce carico alare, espresso in N/mq o in kg/mq, il rapporto tra il peso del velivolo e la superficie alare. Costituisce uno dei principali fattori da tenere presenti nella progettazione di un aereo, in quanto in aerodinamica più è minore più consente di aumentare la portanza rispetto alla resistenza opposta dal peso.

Un Breda Ba. 88 Lince in volo 
Nel 1940 i Nibbi erano irrimediabilmente superati, non foss'altro perché anche privi di freni aerodinamici di picchiata (il che ne limitava in maniera decisiva le prestazioni nel loro ruolo dedicato di bombardieri d'assalto), ma nonostante questo erano stati chiamati a sostituire in Africa in tutta fretta a tarda primavera i loro successori, gli elegantissimi ma 
pachidermici bimotori biposto monoplani ad ala alta Breda Ba. 88 Lince, 32 dei quali componevano il 7° gruppo autonomo di stanza a Benina, rimandati per la disperazione in Italia dopo pochi mesi dal loro arrivo una volta constatate le loro enormi criticità, emerse impietosamente sin dai primi confronti coi Gloster Gladiator nemici, che ne facevano facilmente polpette (senza contare che ad abbatterne uno fu anche la nostra contraerea, che non lo riconobbe a causa dell'inconsueta fisionomia, diversa da quella solita dei nostri velivoli!)

Per quanto anch'essi robusti e potentemente armati (3 mitragliatrici Breda-SAFAT da 12,7 mm sul muso, una da 7,7 dorsale e 250 chili di bombe), simili sotto molti versi ai pari classe Messerschmitt Bf 110, i Ba. 88 contrariamente alle attese (versioni civili disarmate prototipali avevano conquistato nella seconda metà del '37 importanti record mondiali di velocità in circuito chiuso!) si erano ben presto rivelati militarmente un autentico flop per tre ordini di motivi: 1) a causa del peso e del carico alare eccessivi, problema comune ai predecessori come abbiamo visto; 2) per i problemi di scarsa aerodinamicità e instabilità dovuti sia al vano portabombe, carenato per esigenze costruttive alla fusoliera, che all'impennaggio a  bideriva (necessario per consentire al mitragliere dorsale di sparare anche linearmente verso la coda); 3) per la facilità a surriscaldarsi e la poca potenza e reattività dei due motori radiali Piaggio P. XI RC. 40 (un'altra versione su licenza del Mistral Major), le cui prestazioni già di per sè non eccezionali diminuivano pure drasticamente dopo l'introduzione necessitata del filtro anti-sabbia.
In tal modo i Ba. 88 non solo risultavano già all'origine poco aerodinamici, meno veloci del previsto (490 Km/h invece di 530) e scarsamente  maneggevoli, ma addirittura trasferiti in Africa faticavano persino ad alzarsi in volo nelle basi desertiche, a tenere una velocità adeguata (al massimo si poteva andare a 250 Km/h in volo orizzontale!) ed a maggior ragione a salire in quota (solo 2 m/sec!) e virare alla velocità richiesta, tanto che per guadagnare peso ci si era visti costretti a eliminare la postazione dorsale e quindi il mitragliere e a ridurre oltre l'indecente il carico di carburante, munizioni e bombe, rendendoli praticamente inutili!

Inadatti per essere usati come caccia e ancor meno come assaltatori, si sarebbero così ridotti a fare prima ricognizioni armate e infine addirittura a figurare come bersagli civetta negli aeroporti per i cacciabombardieri nemici, fino ad essere destinati tutti quelli superstiti, una volta incamerati dalla Luftwaffe nel '43, alla demolizione per recuperare materiale strategico.
Una rara dimostrazione di inettitudine progettuale, tecnica e militare, persino per i nostri canoni allora piuttosto laschi, che finisce per accreditare la tesi secondo la quale, a parte i motivi di prestigio determinati dai record mondiali di velocità di cui sopra, l'unica ragione per cui certi aerei furono prodotti consiste nel fatto che altrimenti le linee produttive della Breda e della sua consociata napoletana IMAM (Industrie Meccaniche Aeronautiche Meridionali) sarebbero rimaste desolatamente ferme sin da metà del 1939...

Nonostante le loro innegabili manchevolezze, i Nibbi del 50° si sarebbero comunque comportati assai bene nel loro ruolo di assaltatori contro le fanterie e le forze meccanizzate e corazzate britanniche, sicuramente meglio dei C.R. 32 e degli stessi Sparvieri, cui certo quel ruolo non si addiceva, anche se già a dicembre, alla vigilia della controffensiva britannica, ne restavano solo 25, ridottisi due mesi dopo a un unico esemplare operativo!

(Sul Ba. 88 Lince ho tratto spunti, oltre che dalla specifica voce su Wikipedia, come per il Ba. 65 Nibbio, anche  da https://volarenelcuoredotcom.wordpress.com/2014/11/20/ala-straccia-ba-88-una-lince-da-gara-e-mosca-da-guerra/).

FINALMENTE SI PARTE ALL'ATTACCO (13 SETTEMBRE 1940)
Ad ogni modo il piano d'azione, pur rimaneggiato fino alla fine da Graziani (l'ultima volta, la terza, solo sei giorni prima del giorno stabilito) fu finalmente pronto.
Esso prevedeva una serie di bombardamenti preventivi della Regia Aeronautica sulle posizioni britanniche, effettuati sia dai bombardieri che dagli assaltatori, scortati dai nostri caccia, al cui termine si dovevano muovere contemporaneamente verso l'Egitto, con la copertura aerea assicurata ancora dai nostri caccia e assaltatori, due colonne apparentemente formidabili: quella settentrionale, composta da tutte le truppe appiedate, doveva avanzare sulla costa lungo la Via Balbia, attraversare il confine, superare il passo dell'Halfaya posto alla sommità del cosiddetto ciglione libico, che domina l'ampia baia di Sollum dividendo la fascia costiera dal deserto, e occupare prima la stessa Sollum e poi Sidi El Barrani; la seconda, quella meridionale, composta da quelle più mobili, doveva invece spingersi lungo la pista nel deserto che andava da Dayr Al Hamra a Bir Ar Rabiyah e Bir Enba a sud del ciglione dell'Hagiag El Aqasa, aggirando sul suo fianco meridionale l'entroterra britannico.

Poiché nel frattempo il XXIII° C.A. di Annibale Bergonzoli aveva ricevuto abbastanza camion da motorizzare completamente una divisione e parzialmente altre due si era deciso però a questo punto di aggregarvi all'ultimo la 1° divisione libica di Sibille, mentre la 2° CC.NN. 28 ottobre del Console Generale Francesco Argentino ne avrebbe preso il posto in posizione di riserva d'armata.
In tal modo la 1° e la 2° divisione libica, le uniche rimaste completamente appiedate, sarebbero avanzate lungo la strada litoranea, precedute da uno schermo di alcune decine di L 3/35 del IX° battaglione carri leggeri tratto dal II° raggruppamento Trivioli e seguite in retroguardia dal  raggruppamento Maletti, composto dal II° battaglione carri medi su M 11/39 e due battaglioni di fanteria libica autocarrati, mentre l'altra colonna sarebbe stata formata dalla 1° divisione CC.NN. 23 marzo, interamente motorizzata, e dalle due che lo erano solo parzialmente, la Marmarica e la Cirene, appoggiate rispettivamente dal LXII° e LXIII° battaglione carri leggeri entrambi su L 3/35, tolti al I° raggruppamento Aresca.
Tutti gli altri mezzi restavano a disposizione del Comando Carri in posizione di riserva, quelli del colonnello Aresca a Tobruch, gli altri di Trivioli a Bardia.

Fanteria appiedata italiana in avanzamento verso Sidi El Barrani

Di fronte all'avanzata degli italiani, però, il nemico non faceva che ritirarsi, accettando raramente il combattimento: in genere quando accadeva erano solo scontri di piccola entità contro piccole unità di autoblindo o carri leggeri, pattuglie isolate o retroguardie in ripiegamento, per cui l'unica vera opposizione organizzata era quella proveniente dall'aria, per opera della  Desert Air Force della R.A.F., che poteva schierare un totale di 162 aerei, 116 dei quali bombardieri montati su 7 squadroni (3 di Bristol Blenheim, 3 di Vickers Wellington e uno di Bristol Bombay) e 46 caccia tutti montati su 3 squadroni (2 dei nuovi e potenti monoplani Hawker Hurricane, uno di antiquati biplani Gloster Gladiator).

Avanzando per questi motivi senza particolari difficoltà, la 1° divisione CC.NN. 23 marzo della colonna meridionale, partita da Gabr El Ahmar agli ordini del Console Generale Francesco Antonelli, aveva così subito raggiunto e superato il confine a Gabr Asceran, ma non altrettanto efficiente si era rivelata purtroppo l'azione della colonna settentrionale, perché il raggruppamento Maletti si era letteralmente perso per strada sin dall'inizio, non disponendo né di mappe né di idonee attrezzature per orientarsi nel deserto, prima ancora di arrivare al punto di raccolta e partenza di Sidi Omar, costringendo Bergonzoli a richiedere addirittura l'intervento dell'aeronautica per guidare l'unità in posizione.

Cattura di un'autoblindo britannica

Alle 20,00 del giorno 13, con la 23 marzo ormai in vista del piccolo caposaldo di Musaid, tra Capuzzo e Sollum,  la 1° libica del Generale Luigi Sibille aveva raggiunto e occupato proprio Sollum, la 2° libica di Armando Pescatori aveva superato il passo dell'Halfaya con alle spalle le truppe della Cirene di Carlo Spatocco, la Marmarica di Ruggero Tracchia da Bir Hafid era entrata in Egitto raggiungendo Gabr Bu Amudmentre il raggruppamento Maletti, in grave ritardo, era arrivato solo a Neghuet Ghirba, a nord-ovest di Sidi Omar. 
Alle 20,00 del giorno dopo le due divisioni libiche, pur appiedate, erano andate avanti ancora di 20 chilometri nella piana tra il mare e il costone, ben oltre Sollum, la Cirene era sul costone a sud dell'Halfaya, la 23 marzo, superato ormai del tutto il confine, era saldamente in possesso di Musaid, ma il raggruppamento di Maletti arrancava ancora a ovest di Sidi Omar.

Il ritardo delle truppe di Maletti aveva finito a questo punto per coinvolgere a cascata tutto il movimento della colonna settentrionale, così sia la 1° che la 2° divisione libiche, raggiunte dai carri leggeri del raggruppamento Aresca all'altezza di Bir Thidan El Khadim, erano arrivate troppo tardi davanti alle posizioni ex italiane della Ridotta Capuzzo, senza riuscire a intercettare per tempo ad Alam El Dab il 3° battaglione Coldstream Guards, prima che oltrepassasse il passo dell'Halfaya.
A quel punto Graziani, ormai fallito l'obiettivo di aggirare da sud il nemico, aveva ordinato a entrambe le colonne avanzanti di convergere e riunirsi sulla Balbia per poi avanzare insieme, così da giungere a Sidi El Barrani attraverso la località di Buq Buq, con la colonna motorizzata formata dalla 1° CC.NN. 23 marzo, dal raggruppamento Maletti e da aliquote di truppe del C.A. di Bergonzoli che doveva posizionarsi davanti alle due divisioni libiche, mentre la Marmarica e la Cirene dovevano accodarsi a queste ultime.

Autocarri sahariani AS37 del Raggruppamento Maletti in moto verso Sidi El Barrani

La complessa manovra di scavalcamento delle formazioni libiche richiedeva molto tempo, coinvolgendo su quelle strade malmesse ben 450 autocarri, tutti quelli del raggruppamento, e veniva condotta sotto il tiro delle artiglierie nemiche e col costante disturbo delle autoblindo e delle motocingolette armate degli ussari, i Bren Carrier (letteralmente "porta Bren"), assai simili sotto molti aspetti agli L 3/35 italiani  in virtù del comune progenitore, il già citato Carden-Lloyd (ma i britannici li sapevano usare al meglio, per i compiti cui erano effettivamente preposti), tuttavia finalmente si completava alle 11,30 del 15 settembre, consentendo alle truppe di riprendere l'avanzata nonostante i continui intoppi lasciati in regalo dagli inglesi, tra strade minate, pozzi salati e una strada costiera letteralmente devastata con gli esplosivi dai genieri di Sua Maestà.
Le truppe mobili di Bergonzoli, tuttavia, presa risolutamente la testa dell'intera formazione, avevano finalmente spinto forte in avanti la punta di penetrazione della X° armata, con la 23 marzo in testa suddivisa in due distaccamenti, a destra la 233° Legione Lupi del Matese di Campobasso del console Niccolò Nicchiarelli col raggruppamento dei carri leggeri e a sinistra la 219° Nicola Ricciotti di Frosinone al diretto comando di Antonelli con l'artiglieria divisionale, tanto che alla sera tutte le truppe erano ormai a est di Buq Buq, con  le CC.NN. a solo 25 Km dall'obiettivo.

L'indomani, 16 settembre, ci si mosse per il balzo finale, ma stavolta la reazione nemica fu più decisa: ad essere presa particolarmente di mira fu sulla sinistra la 219° Legione, finita sotto il tiro rapido e particolarmente preciso dell'artiglieria britannica, che costrinse più volte quegli uomini a fermarsi, scendere dagli autocarri e proseguire appiedati, col CXIV° battaglione G. Veroli di Tivoli sulla sinistra e il CXVIII° Volsca di Velletri sulla destra, accostando lievemente per precauzione verso il mare.
Nonostante questo impiccio la subitanea risposta del fuoco di controbatteria dell'artiglieria consentì ai due battaglioni di Antonelli di riprendere rapidamente l'avanzata e anzi di accelerare il passo, suscitando il plauso ammirato del Generale Bergonzoli, tanto che con tutti i rallentamenti dovuti al terreno sabbioso e ad una forzata deviazione verso sud per evitare i colpi dell'artiglieria nemica alle 13,00 già la colonna di destra era ormai prossima al centro abitato, il che costringeva il nemico a ritirare da lì in tutta fretta le artiglierie, dando modo pertanto anche alla colonna di sinistra di dirigersi a tutta velocità verso l'obiettivo.
Finalmente, alle 14,15 la colonna di destra, coi suoi carri leggeri già entrati a contatto con le retroguardie meccanizzate nemiche, raggiungeva la litoranea a 4-5 Km a est di Sidi El Barrani, esattamente nello stesso momento in cui il Console Generale Antonelli faceva ingresso nell'agognata cittadina alla testa della sua 219°. 
L'avanzata si sarebbe spinta addirittura 16 chilometri più in là, fino a Maktila, ma qui per ordine perentorio di Graziani si sarebbe fermata definitivamente a causa della mancanza di acqua, carburante e rifornimenti!

Alla sera del 16 settembre la dislocazione delle nostre truppe vedeva la 1° CC.NN. 23 marzo a 10 Km a est di Sidi El Barrani, dal mare a Samet-Omm-Himeisa; il raggruppamento Maletti 5 Km a est dell'abitato; la 1° libica 15 Km a ovest di Sidi El Barrani, a cavallo della litoranea; La 2° libica sulla pista sud, a Sawani El Khur; la Cirene a Bir Siuyat (sud-est di Halfaya); la Marmarica a Gat Bu Fares (sud di Capuzzo).
Era stata una vittoria perentoria e incontestabile, almeno così veniva presentata dai cinegiornali dell'Istituto LUCE*, i principali organi di propaganda del Regime, controllati dal Ministero della Cultura Popolare (in quel momento retto da uno dei più conosciuti ed intelligenti gerarchi del Fascismo, Alessandro Pavolini), conseguita al prezzo di "solo" 424 perdite complessive, tra cui 120 caduti (dal 13 al 18 settembre i dati ufficiali parlano di 187 perdite per la 23 marzo, 12 per la Marmarica, 140 per le truppe di C.A., 69 per il raggruppamento Maletti e 12 per la Cirene) contro una cinquantina britanniche, anche se preoccupante era il dato sui carri armati leggeri: dei 52 usati durante l'avanzata, alla fine dell'operazione gli efficienti erano solo 17!
Tutto però stava per cambiare in poco tempo.

* Acronimo di L'Unione Cinematografica Educativa.

Da quel momento in poi Graziani aveva infatti imposto lo stop assoluto alla continuazione dell'attacco, nonostante il progetto iniziale prevedesse di attaccare il poderoso campo trincerato nemico di Marsa Matruh, dov'era concentrato il grosso delle truppe britanniche, motivandolo con la doppia necessità di costruire un acquedotto e di prolungare la strada litoranea da Bardia fino a Sidi El Barrani (sarebbe stata chiamata Via della Vittoria, più esattamente Via della Vittoria in Africa Settentrionale Italiana, per distinguerla dall'analoga Via della Vittoria costruita in Etiopia nel 1939), per consentire l'afflusso rapido di rinforzi meccanizzati dalla Libia.
In attesa che tutto questo fosse pronto Graziani si sarebbe limitato a predisporre a difesa tutt'intorno nel raggio di alcune decine di chilometri una serie di capisaldi trincerati e grossi accampamenti di tende (un classico delle guerre coloniali), che però, pur dotati di una discreta artiglieria, avevano il grosso difetto di essere non solo privi di reali forze di riserva corazzate, ma soprattutto isolati e senza collegamenti tra loro, quindi senza possibilità di sostenersi a vicenda in caso di attacco e anzi piuttosto vulnerabili ad eventuali infiltrazioni meccanizzate nemiche provenienti dall'esterno.
Una strategia che purtroppo vedremo non esclusiva della campagna nordafricana e, lì come altrove, egualmente fallimentare...


Il nemico si era limitato ad "accompagnare" l'avanzata italiana, ben consapevole della sua netta inferiorità numerica, pensando solo a rafforzarsi al sicuro proprio del ridotto fortificato di Marsa Matruh, ben contento che Graziani non gli rompesse le scatole, tuttavia non aveva affatto rinunciato a "punzecchiare" le sue truppe.
Deputato a questo compito specifico però era solo il Long Range Desert Groupun'addestratissima unità speciale di ricognizione a lungo raggio nel deserto posta alle dirette dipendenze del Feldmaresciallo Wavell.
Posto agli ordini del maggiore Ralph Alger Bagnold, un fegataccio che di mestiere faceva il geologo ed era un famoso esploratore del deserto, un ambiente e un clima che conosceva perfettamente come le sue tasche, il L.R.D.G. era l'unico reparto autorizzato a mandare le supatrols (pattuglie), tutte formate da circa 30 uomini più 2 ufficiali a bordo di 5 o 6 camionette (per lo più bravacci rhodesiani, sudafricani, inglesi, neozelandesi e indiani, tutti con spiccate attitudini alla guerra "sporca" nel deserto, scelti personalmente da Bagnold, a compiere brevi e letali blitz improvvisi, spesso col supporto di mezzi corazzati e dei velivoli della Royal Air Force, nelle retrovie nemiche, contro le colonne della sussistenza, avamposti isolati, depositi di materiale e carburanti, così da tenere gli italiani in costante allarme e mettergli sempre i bastoni fra le ruote, ogni tanto scontrandosi con i loro omologhi dell'altra parte, gli uomini del I° battaglione  sahariano a bordo delle loro camionette armate AS 37.

Le espressioni minacciose di alcuni membri del L.R.D.G.

12. PARTE L'OPERAZIONE "COMPASS" (9 DICEMBRE 1940)

Quando avvenne, l'attacco non giunse del tutto imprevisto, come avrebbe confermato lo stesso Graziani il 21 dicembre in un lungo telegramma inviato al Duce:
"(...) Fin dai primi di ottobre in tanto le ricognizioni aeree rilevavano un continuo addensamento di forze e di mezzi nella regione di oriente di Marsa Matruh, addensamento che poteva essere attribuito alla intenzione di porsi in forze alla nostra prevista spinta offensiva. Il sette dicembre da un prigioniero catturato durante un tentativo notturno contro la divisione Cirene ad Alam Rabia si ebbe notizia che un attacco contro di noi sarebbe stato sferrato entro una decina di giorni; per quanto la notizia potesse sembrare tendenziosa tuttavia non fu trascurata che anzi immediatamente ne diedi conoscenza all'armata che a sua volta mise tutte le truppe in allarme. Nella giornata dell'otto da vari sintomi (aumento delle ricognizioni aeree sulle nostre retrovie, ripetute segnalazioni di forti nuclei meccanizzati nemici fra Bir Enba et Bir Mella) ebbi la sensazione della imminenza dell'attacco nemico et rinnovai ai comandi l'avviso et l'incitamento a tenersi pronti a sostenere qualora si fosse pronunciato. Anche l'aviazione fu orientata ad intervenire a massa. Come vedete non vi est stata sorpresa"*.

* V. Mario Montanari, Cit., pag. 620, cit. in nota 48) da Luciano Pezzolo, cit. (pagg. 108-113)

Com'è, come non è, tuttavia, la realtà dei fatti è che all'alba del 9 dicembre Wavell era improvvisamente passato alla controffensiva, cogliendo totalmente impreparati sia Graziani che Berti, che si trovava addirittura in Italia dal 27 novembre in licenza per malattia! 

Da tempo l'idea frullava in testa a O'Connor, che avendo perfettamente compreso i punti deboli operativi, tattici e dinamici del nemico che aveva di fronte aveva ipotizzato con i suoi superiori un attacco preventivo alle truppe italiane di Sidi El Barrani senza attenderne a pie' fermo il prevedibile attacco a Marsa MatruhWavell ne aveva parlato il 15 ottobre direttamente al Ministro della Difesa Anthony Eden in visita al Cairo, che al suo ritorno in Patria ne aveva immediatamente riferito a Winston Churchill.
Entusiasta di un simile progetto, Churchill, in cerca finalmente di un successo di rilievo dopo tante batoste subite dai tedeschi nel continente europeo, sin da subito diede il suo benestare, dando l'autorizzazione a inviare via mare a fine ottobre un poderoso convoglio di rinforzi di truppe e materiali attraverso la rotta del Capo di Buona speranza che avrebbe consentito di trasformare la West Desert Force in una formazione poderosa e interamente mobile, munita di carri armati moderni, tanta artiglieria e sorretta da una forza aerea molto più numerosa e potente.
In particolare, ad uscirne particolarmente rafforzata sarebbe stata la 7° divisione corazzata, cui sarebbero stati assegnati coi 154 carri arrivati tre nuovi battaglioni corazzati, uno di carri pesanti per la fanteria Matilda Mk. II, armati col solito pezzo da 40 mm ma pesanti ben 27 tonnellate e con una spessa corazzatura, due di carri incrociatori medi Cruiser, comprensivi di versioni anche più moderne (A 13 Mk. III e IV da 15 tonnellate e più potenti A 15 Mk. VI Crusader da 20 tonnellate, con cannone da 57 mm), oltre a 48 cannoni anticarro da 2 libbre (40 mm), 45 campali da 25 libbre (87,6 mm) e 20 cannoni antiaerei Bofors da 37 mm, così da completarne finalmente l'organico.

Nonostante il sopravvenuto attacco improvviso dell'Italia alla Grecia del 28 ottobre mettesse per un momento in dubbio l'invio di tali rinforzi in Nord Africa, avendo Churchill espresso la volontà di dirottarli in tutto o in parte verso la penisola ellenica in soccorso delle truppe del Generale Metaxas, il progetto andò avanti spedito e venne messo a punto da O'Connor in poche settimane.
Il 28 novembre Wavell avrebbe scritto a Wilson:
"Non è che nutra chissà quali stravaganti illusioni in quest'operazione, ma voglio essere certo che se si presenta una grande occasione noi siamo moralmente, mentalmente e amministrativamente pronti a sfruttarla al meglio".*

Pur avendo infatti quell'azione inizialmente un semplice carattere dimostrativo, con lo scopo basico di ricacciare gli italiani fuori dall'Egitto, come dimostra sia la durata prevista, di soli cinque giorni, sia sia il suo stesso nome, "Compass", in italiano "Bussola" ma anche "Accerchiamento"(come a dire, con tipico humour britannico, "Andiamo avanti senza un obiettivo preciso, fino a che si può, seguendo l'orientamento per non perderci nel deserto, e prendiamoli tutti"), sia soprattutto il fatto che a condurla erano state chiamate due sole divisioni della West Desert Force di O'Connor, cioè la 7° corazzata e la 4° di fanteria indiana (altre due, la 6° australiana e la 2° neozelandese, erano ancora in approntamento sul delta del Nilo), per un totale di soli 31.000 uomini (ma tutti motorizzati, a differenza degli italiani), con 120 cannoni,  275 carri armati (50 Matilda, 80 Cruiser, 145 Vickers) e 60 autoblindo, il risultato finale per i britannici sarebbe stato clamoroso!

* "I do not entertain extravagant hopes of this operation, but I do wish to make certain that if a big opportunity occurs we are prepared morally, mentally and administratively to use it to the fullest", cit. dal Maggior Generale  Ian Stanley Ord Playfair, in "The Mediterranean and Middle East: the Early Successes Against Italy (to May 1941)", 1957, pag. 265, History of the Second World War, United Kingdom Military Series, Vol. I, nota 14) alla voce inglese sull'operazione "Compass" in Wikipedia, che trovate QUI.



Nei piani originari la 7° divisione corazzata del Generale O'Moore Creagh, coi corazzati del 2° e del 6° carri reale della 4° brigata pesante del Brigadier Generale J.A.L. Caunter (tutti non eccezionali carri incrociatori Cruiser A 13 Mk. III e IV di 15 tonnellate, più veloci e corazzati delle precedenti versioni, ma col solito pezzo da 2 libbre, 40 mm) preceduti dalla Combe Force guidata dal solito tenente colonnello Combe, una mobilissima unità meccanizzata anticarro formata da tre squadroni di autoblindo, uno dell'11° Ussari, il secondo del 1° reggimento Dragoni Guardie del Re (1th King's Dragoon Guards), il terzo della R.A.F., più il 2° battaglione della brigata fucilieri, la batteria C del 4° artiglieria reale a cavallo con 6 cannoni da 25 libbre (87,6 mm) e una batteria del 106° Ussari del Lancashire (106th Lancashire Hussars Regiment, Royal Horse Artillerycon 9 cannoni antiaerei Bofors da 37 mm autocarrati (un totale di circa 2.000 uomini), aveva il compito di dirigersi su Bir Enba e lì sorprendere la divisione Cirene (XXI° C.A.), ora passata al Generale di Brigata Alessandro De Guidi.
Schierata di presidio nei due piccoli centri non lontani di Alam Rabia e Sofati (sede del Quartier Generale di Lorenzo Dalmazzo), essa costituiva l'unico serio ostacolo che potesse impedire alla 7° corazzata di scagliarsi in direzione nord per tagliare la principale via di rifornimento italiana, la rotabile costiera Buq Buq-Sidi El Barrani presidiata dalla 64° divisione Catanzaro del Generale di Brigata Giuseppe Amico (XXII° C.A.), stanziata in posizione di riserva presso le saline di Buq Buq, nel settore di Alan Salamus.

R.M. Jerram
Contemporaneamente contro le truppe del XXIII° C.A. di Annibale Bergonzoli, basato in quel momento a Sollum, doveva svolgersi l'azione di due altre agguerrite formazioni: sulla strada litoranea la Selby Force, un'unità a livello di brigata posta agli ordini del Brigadier Generale temporaneo Arthur Roland Selby, comandante della guarnigione di Marsa Matruh, e formata dal 3° battaglione Coldstream Guards, da una compagnia dei Royal Northumberland Fusiliers, una del 1° battaglione del South Staffordshire, una del 1° battaglione Cheshire più un plotone del 1° battaglione di fanteria leggera Durham Light Infantry, con l'appoggio di uno squadrone di autoblindo del 7° Ussari e di due sezioni di artiglieria 
munite di vecchi pezzi da 18 libbre (75 mm) e tratte da due reggimenti diversi, l'8° campale reale (8th Field Regiment Royal Artillery) e il 107° Ussari del South Nottinghamshire (South Nottinghamshire Hussars Regiment, Royal Horse Artillery), doveva attaccare a El Maktila la 1° divisione libica affidata ora al Generale di Divisione Giovanni Cerio (1° e 2° raggruppamento libico di fanteria, rispettivamente coi battaglioni III°, IV° e XIX° il primo, VIII°, XVII° e XVIII° il secondo,  col supporto del 1° raggruppamento di artiglieria libica, col I° e II° gruppo da 77/28 e la 1° batteria contraerea da 20/65), mentre dal deserto la 4° divisione indiana di Beresford Peirse doveva irrompere con un'azione a sorpresa sul fianco delle prime linee nemiche e attaccare frontalmente uno a uno tutti i capisaldi italiani tenuti dalle altre unità di Bergonzoli, sotto la spinta dell'avanguardia divisionale composta da 47 carri pesanti per fanteria Matilda Mk. II da 27 tonnellate, tutti del 7° reggimento reale carri agli ordini del tenente colonnello R.M. Jerram, posto alle dipendenze dirette della W.D.F. di O'Connor e aggregato per l'occasione.


MALETTI TRAVOLTO AD ALAM  NIBEIWA (9 DICEMBRE 1940)
La prima a muoversi in assoluto fu la 4° divisione indiana, tratta come la  gemella 5° (con la quale si sarebbe scambiata spesso vicendevolmente i reparti) dal British Indian Army (Esercito britannico dell'India) e costruita su tre brigate (5°, 11° e 16°), tutte su 3 battaglioni (uno di soldati inglesi e due indiani comandati però da ufficiali inglesi, anche se potevano essercene di indiani fino al grado di capitano).

Ralph Alger Bagnold
Il primo a essere travolto fu proprio il Raggruppamento Maletti, composto da sette battaglioni autocarrati di fanti libici, dal II° battaglione carri medi del maggiore Eugenio Campanile del 4° reggimento con una compagnia carri medi con 23 M 11/39 e una di tanquettes L3/35 più alcune batterie di artiglieria, per un totale di circa 5.000 uomini, che venne colto completamente di sorpresa nel suo campo fortificato sulle colline di Nibeiwa, 20 Km a sud-est di Sidi el Barrani, un ampio rettangolo di terra di un chilometro per due circondato da muri, un fossato anticarro e un campo minato, che però aveva un varco all'angolo nord-ovest del caposaldo, un tratto lasciato volutamente aperto per farvi passare gli autocarri coi rifornimenti.
Ma che gli uomini del L.R.D.G. di Bagnold avevano individuato.

Alle 05,00 di mattina, dopo un giorno di marcia, la 4° indiana circondò nel silenzio il trinceramento di Maletti immerso ancora nel sonno per poi aprire improvvisamente il fuoco alle 07,15 con la sua artiglieria sparando da est, per confondere gli italiani sulla reale direzione dell'attacco, e lanciare infine in avanti mezz'ora dopo, coperte dai Matilda, le fanterie dell'11° brigata del Brigadier Generale Reginald Arthur Savory (il 1st Battalion, 6th Rajputana Rifles, il 4th Battalion, 7th Rajput Regiment, indiani, e il 2nd Battalion Queen's Own Cameron Highlanders, inglese) proprio contro l'angolo nord-ovest scoperto dell'accampamento italiano, dov'erano parcheggiati i piccoli carri medi italiani, appena fuori dal muro perimetrale.
I poveri carristi vennero sorpresi dai fanti indiani e uccisi tutti a baionettate proprio mentre stavano tardivamente riscaldando i motori dei loro mezzi per avviarsi al contrattacco: non vi fu quindi alcuno scontro tra i corazzati italiani e quelli nemici, secondo i resoconti inglesi, ma, molto semplicemente, quando i lenti Matilda del 7° carri reale arrivarono sul posto si divertirono a colpire i carri italiani ormai inermi!
In pochi minuti ben 15 M 11/39 erano così in fiamme, senza aver potuto sparare in realtà un solo colpo verso i Matilda: non avrebbero comunque mai potuto avere scampo contro di loro, men che meno in quella caotica situazione e allo scoperto com'erano,  essendo i carri nemici ben più pesanti (27 tonnellate contro 11!) ed armati con un pezzo da 2 libbre (40 mm), superiore a quello loro da 37 che comunque  nulla avrebbe potuto fare contro la pesante corazzatura frontale dei Matilda (65 mm).

Pietro Maletti
Mentre gli M 11 superstiti venivano catturati pressoché integri, i carri e le fanterie anglo-indiani, ormai penetrati in massa nel campo fortificato preceduti dal fuoco dei Bren Carriers, le piccole e agili cingolette armate di mitragliatrice in dotazione ai plotoni esploranti delle avanguardie, si trovarono a quel punto di fronte le sole fanterie italo-libiche: per un'ora e mezzo esse avrebbero opposto una valorosa ma disperata resistenza, distruggendo col lancio di bombe a mano e il concorso delle artiglierie anche 7 Matilda, ma alle 08,30, dopo solo 3 ore e mezza di combattimento, caduto lo stesso Maletti mentre uscito dalla sua tenda sparava personalmente ancora in pigiama contro il nemico con una mitragliatrice, l'intero presidio si sarebbe arreso, con un bilancio complessivo di 818 morti, 1.338 feriti e 2.000 prigionieri tra le file italo-libiche e solo 56 perdite tra morti e feriti tra quelle anglo-indiane.
Maletti avrebbe ricevuto la medaglia d'oro alla memoria.

LA 2° LIBICA ANNIENTATA A EL TUMMAR (9 DICEMBRE 1940)
Sarebbe stato solo l'inizio.
Aperta quella enorme breccia nell'intero schieramento difensivo italiano, da lì sin dalle 13,50 del 9 dicembre la 5° brigata indiana del 44enne Brigadier Generale Wilfrid Lewis Lloyd (1st Battalion Royal Fusiliers, 4th Battalion Rajiputana Rifles, 3rd Battalion, 1st Punjab Regiment) si era scagliata più a nord-est ad Alam El Tummar contro i capisaldi della 2° divisione libica del Generale Armando Pescatori, organizzata su due raggruppamenti libici di fanteria, il 3° e il 4° (su sei battaglioni, rispettivamente il VI°, VII° e XIV° e il II°, XV° e XVI°) ed il 2° raggruppamento d'artiglieria libica (III° e IV° gruppo da 77/28 più la 2° batteria contraerea da 20/65) preventivamente "ammorbiditi" per tutta l'ora precedente da un duro bombardamento d'artiglieria.
Dopo essersi riforniti di carburante e munizioni erano stati nuovamente i Matilda ad andare all'attacco per primi sfondando il perimetro difensivo italo-libico sul suo lato occidentale, seguiti dopo circa una ventina di minuti dalle fanterie: lo scontro era stato anche qui durissimo, ma in capo a poco più di due ore gli attaccanti avevano occupato il settore ovest del caposaldo nemico, tranne la parte nord-orientale, per poi dedicarsi immediatamente verso le 16,00 a quello  est.
Dopo aver respinto verso le 18,00 un vigoroso contrattacco da parte dei battaglioni libici e dei carri L anche il settore est del caposaldo veniva definitivamente debellato e occupato al calar della sera, quando però già la 4° brigata corazzata aveva nel frattempo occupato anche il presidio di Azzizya, dove l'intera guarnigione di 400 uomini si era arresa.
Al termine di quella sera anche la 2° divisione libica, uscita  da quel terribile scontro durato circa sette ore con un totale di circa 3.000 perdite, tra cui 1.353 caduti (26 ufficiali), 836 feriti (32 ufficiali) e il resto prigionieri, era ai limiti dell'annientamento, tuttavia combatteva ancora: 2.000 soldati appartenenti a due dei tre battaglioni del 4° raggruppamento, il II° e il XVI°, continuavano infatti indomitamente a combattere poco più a sud-est al cosiddetto Punto 90, noto agli italiani come Ras El Dai, sotto attacco delle truppe provenienti da Marsa Matruh.

SI ARRENDE SIDI EL BARRANI  (11 DICEMBRE 1941)

Colonna di carri leggeri britannici Vickers Mk. VI B in perlustrazione nel deserto
(3 agosto 1940)
Col resto dell'intera 7° brigata corazzata posto in riserva, pronto a fronteggiare un eventuale contrattacco italiano coi carri, i Vickers del 7° Ussari a quel punto avevano la via spianata per spingersi in avanti e tagliare la strada da Sidi El Barrani a Buq Buq, nel settore della divisione  Catanzaro, mentre le autoblindo dell'11° Ussari si spostavano verso sinistra in direzione di Alam Rabia, per verificare che le unità della Cirene non stessero accorrendo a loro volta in soccorso della divisione libica sotto attacco.
La 5° brigata indiana poteva così muoversi direttamente da sud contro Sidi El Barranisede del Quartier Generale del Gruppo Divisioni Libiche del Generale di Corpo d'Armata Sebastiano Gallina e presidiata, oltre che da modeste forze della Guardia alla Frontiera, anche dalle due legioni della  4° divisione CC.NN. 3 gennaio del Console Generale Fabio Merzari, la 250° Giuseppe Carli di Barletta e la 270° Agrigentum di Agrigento, pronte a sostenerne l'urto col supporto di fuoco dei tre gruppi del 204° artiglieria del colonnello Achille Marini (due da 75/27 e uno da 100/17).

Un po' tutto il fronte era in movimento, perché quello stesso pomeriggio anche la Selby Force si era mossa con estrema determinazione in direzione di El Maktila, dov'era stanziata la 1° divisione libica ora passata ai comandi del Generale di Divisione Giovanni Cerio: stavolta però i reparti italo-libici, messi già sul chi va là dai fatti di Nibeiwa, erano potuti ripiegare rapidamente proprio in direzione di Sidi El Barrani, 24 chilometri più a ovest, senza che gli inglesi potessero raggiungerli, svantaggiati com'erano sia dall'impossibilità di muovere troppo velocemente su quelle strade malmesse sia dall'incombente oscurità, tanto più che si stava alzando una grossa tempesta di sabbia che impediva di vedere molto più in là di qualche decina di metri.
A quel punto i due comandanti britannici, O'Connor e Beresford Peirse, avevano dato ordine anche alla 16° brigata di fanteria del Brigadier Generale Cyril Ernest Napier Lomax, un'unità in realtà interamente inglese, ex 8° divisione, appena giunta dalla Palestina e aggregata in fretta e furia alla 4° divisione indiana, formata dal 2nd Battalion Royal Leicestershire Regiment, dal 1st Battalion Argyll and Sutherland Highlanders Regiment (Princess Louise's) e dal 2nd Battalion Queen's Royal Regiment (West Surrey)rimasta fino a quel momento in posizione di riserva, di muoversi anch'essa con rapidità in direzione di Sidi El Barrani allo scopo di tagliarne le strade di accesso, concedendogli l'appoggio di due reggimenti di artiglieria campale e dei soliti Matilda del 7° carri*.

* La 16° brigata  sarebbe rimasta sul fronte africano fino all'ottobre 1941, per poi essere riassegnata alla 6° divisione (poi ridesignata 70°) e trasferita a combattere i giapponesi in India e poi a Burma, dove sarebbe stata trasformata in un'unità di Chindits, le truppe speciali anglo-indiane specializzate nella guerriglia nella giungla, chiamate anche Long Range Penetration Groups.

Lungo tutto il perimetro cittadino erano disposti 8 forti capisaldi, ognuno presidiato da forze equivalenti almeno a un battaglione, cui davano man forte anche le unità della G.aF., ma in effetti l'intera cinta difensiva era troppo estesa per consentire una opposizione efficace per tutta la sua lunghezza e tra caposaldo e caposaldo c'erano dei vuoti poco difesi sui quali gli attaccanti potevano fare affidamento.
Quando tuttavia partì il primo attacco alla piazzaforte, alle 06,00 di mattina del 10 dicembre, faceva un freddo pungente e se possibile la tempesta di sabbia era pure peggiorata, consentendo una visibilità di solo una cinquantina di metri scarsi che non poteva che rallentare la marcia delle truppe di Lomax: costretta ad attaccare da sola senza l'appoggio delle artiglierie e dei carri, tutti in grave ritardo sui tempi previsti, la 16° brigata fu così respinta con gravi perdite dal fuoco delle artiglierie di Marini e costretta a ritentare l'assalto dopo tre ore, quando finalmente arrivarono sia i due gruppi di artiglieria che lo squadrone di Matilda previsti, appoggiata per sovrappiù anche dal fuoco dal mare della Royal Navy e dal cielo della R.A.F.

Nonostante quell'attacco concentrico condotto da tutte le direzioni con enorme spreco di mezzi, da ovest dalla 16° brigata con l'appoggio delle artiglierie campali e dei Matilda del 7°, da sud dalla 5° brigata, da est dalla Selby Force, pur sotto il costante bombardamento dal mare e dall'aria delle navi e degli aerei britannici il grosso della 3 gennaio resisteva senza cedere di un passo, come attestano alcuni numerosi radiogrammi intercettati dal Comando Divisione, che recitano: "Nostro attacco respinto. Ovunque forte resistenza. Riprenderemo ore 14", o più tardi "Resistenza sempre molto seria".
Alle 13,30 cominciarono tuttavia a verificarsi i primi cedimenti tra i difensori, quando due capisaldi sul lato occidentale decisero all'improvviso di arrendersi, di fatto aprendo la strada al nemico su quel settore e consentendogli di tagliare le strade da sud e da ovest che portavano a Sidi El Barrani: a questo punto Beresford Peirse, dopo aver ricevuto nuovi rinforzi sul fianco sinistro dall'11° brigata con i Cruiser e i Vickers del 2° carri, gli ultimi Matilda disponibili e un ulteriore battaglione di fanteria autocarrato, ordinò una nuova spallata in forze prima del buio, perché la tempesta di sabbia, che paradossalmente favoriva l'azione degli attaccanti nascondendone i movimenti, cominciava piano piano a diradarsi, rendendoli stavolta leggibili.

La nuova azione partì alle 16,00 sostenuta dall'intera artiglieria divisionale, ma proprio in quel momento la tempesta di sabbia si placò definitivamente rendendo visibilissimi gli attaccanti quando erano ancora a 6 chilometri (3,5 miglia) dalla cinta difensiva della cittadina.
I pezzi italiani a loro volta aprirono nuovamente il fuoco, costringendo le fanterie a smontare dagli autocarri e ad avanzare protette dagli ultimi 10 Matilda, che cominciarono ad avanzare a sud della strada principale sul lato sinistro, in direzione della parte occidentale di Sidi El Barrani.
Mentre nel frattempo due battaglioni della 1° libica riusciti a sganciarsi dalla presa della Selby Force venivano a rilevarne due di camicie nere, inviati in altri settori rimasti più esposti, le colonne dei carri armati si facevano prossime al centro abitato, costringendo le artiglierie italiane a dirigere il fuoco sui singoli corazzati giunti a 1.000 metri di distanza, ma con scarso esito: le granate italiane nessun effetto avevano infatti sui Matilda, così ben presto questi raggiungevano e addirittura superavano i pezzi, anche se i serventi non desistevano dalla lotta, unendosi ai fanti nel predisporre apprestamenti difensivi con le mitragliatrici, armati anche di moschetti, bottiglie di benzina  e bombe a mano.

All'interno del centro abitato si scatenava così tra le fanterie dell'una e dell'altra parte una incredibile mischia che durava per tutta la notte, mantenendosi abbastanza incerta fino alle 10,00 di mattina, quando le 2.000 camicie nere di una delle due legioni, ormai pressoché circondate, decidevano di arrendersi:  in capo a due ore erano così in mano britannica sia il lato ovest del porto che parte del lato sud e tutte le artiglierie italiane, consentendo così anche ai vittoriosi carri incrociatori e leggeri del 2° carri provenienti da El Tummar di entrare da ovest in città, attraversare il porto e chiudere in una morsa i difensori rimasti intrappolati nell'abitato, con 277 perdite complessive.

Alle 18,00 del pomeriggio solo una ristretta striscia di terra posta a circa 2 miglia (4 Km) a est del porto non era ancora conquistata, quella tenuta ancora da una legione di camicie nere e da ciò che restava della 1° e della 2° libiche sotto attacco da ore della Selby Force, ma ben presto anche quell'ultimo ridotto difensivo crollava sotto l'improvviso attacco dei carri Cruiser e Vickers del 6° carri venuti ad appoggiare l'azione di Selby e sbucati praticamente dal nulla dalle dune e dagli avvallamenti nel deserto presenti a nord della strada costiera, coperti fino all'ultimo dall'ennesima tempesta di sabbia di quelle giornate.
I pochi superstiti delle tre divisioni italiane sfuggiti all'immediato rastrellamento finale della Selby Force e dei carri del 6°, ormai costretti spalle al muro tra il mare e le mura esterne orientali della cittadina in un autentico collo di bottiglia lungo 16 chilometri e profondo 6 sarebbero stati catturati e presi prigionieri l'indomani mattina all'alba, anche se gli ultimi a cedere in assoluto sarebbero stati al Punto 90 i due eroici battaglioni libici del 4° raggruppamento, arresisi nel primo pomeriggio dell'11 dicembre.
Fino a quel momento già 38.300 erano i prigionieri italiani (tra essi i generali Gallina, Pescatori, Merzari, Cerio), cui si aggiungeva la perdita di  237 cannoni, 73 carri armati, 1.000 autoveicoli, 2.194 caduti (47 ufficiali) e 2.886 feriti (78 ufficiali), al costo di 624 perdite britanniche.

Il bollettino n. 187 dell'11 dicembre avrebbe così riconosciuto il valore delle camicie nere della 3 gennaio e della 1° divisione libica:
"All'alba del giorno 9, divisioni corazzate inglesi hanno attaccato il nostro schieramento a sud-est di Sidi El Barrani, tenuto da formazioni di truppe libiche. Queste truppe hanno valorosamente resistito in un primo tempo, ma dopo alcune ore sono state sopraffatte e si sono ritirate su Sidi El Barrani. Nella giornata del 9 e nella giornata di ieri, combattimenti di una violenza eccezionale si sono svolti tra le truppe nemiche e le nostre. La divisione Camicie Nere 3 gennaio e la 1° divisione libica hanno tenuto testa all'attacco infliggendo al nemico perdite oltremodo gravi. Nella zona continuano accaniti combattimenti. In uno di essi è caduto, alla testa dei suoi battaglioni libici, il generale Maletti. La nostra aviazione ha volato in ogni istante sul cielo della battaglia, mitragliando e bombardando le formazioni corazzate nemiche".
GRAZIANI ORDINA DI RIPIEGARE SULL'HALFAYA (10 DICEMBRE 1940)
La sorprendente resistenza delle due divisioni immolatesi a Sidi El Barrani aveva consentito a un sempre più inebetito e rassegnato Graziani di ordinare comunque nel pomeriggio del 10 alla Cirene e alla Catanzaro di sottrarsi alla stretta dell'11° brigata indiana e di ritirarsi sulla linea Halfaya-Mare-Sollum-Capuzzo dove si stava allestendo una difesa con le divisioni arretrate.
Mentre il ripiegamento della Cirene, pur affannoso, avveniva con un certo ordine, consentendole di arrivare all'Halfaya più o meno nei tempi previsti, sia pura assai stanca e col nemico alle calcagna, quello della Catanzaro si svolgeva abbastanza ordinatamente solo fino all'altezza di Bir Tishdida, quando alla ripresa della marcia le autoblindo e i carri leggeri del nemico la circondavano, attaccandola ripetutamente e scompaginandone grandemente le file, giunte anch'esse ai limiti dell'annientamento.

Ermenegildo Farfaneti
Solo l'eroico comportamento del 203° reggimento artiglieria (ex 3° divisione CC.NN. 21 aprile), sacrificatosi completamente in favore del resto della divisione, ne avrebbe reso fattibile il  ripiegamento verso le linee italiane di Sollum, raggiunte il 12 dicembre: a colonnello Ermenegildo Farfaneti, comandante del reggimento, 52enne forlivese di Bagno di Romagna, caduto sul pezzo mentre sparava da solo contro i corazzati nemici, essendo tutti i serventi morti o feriti, sarebbe stata attribuita la medaglia d'oro alla memoria.

BERGONZOLI ASSUME IL COMANDO DELLE OPERAZIONI

Annibale "Barba elettrica" Bergonzoli
Precipitando la situazione, il Comando Superiore Africa Settentrionale in rapida successione diede ordine alle 11.00 del 12 dicembre di far ripiegare le due divisioni CC.NN. a Bardia, alle 16.00 di passarle a disposizione del XXIII° C.A. e alle 19,00 di mettere tutte e cinque le divisioni sopravvissute agli ordini del prestigiosissimo Annibale Bergonzoli, l'unico ritenuto in quel momento in grado di trarle d'impaccio.

In quel momento 56enne (era nato l'1 novembre 1884 a Canobbio, nell'odierna provincia del Verbano-Cusio-Ossola), il generale piemontese si era distinto in tutte le guerre italiane del '900, da tenente in quella di Libia finita da capitano, alla prima guerra mondiale finita da tenente colonnello, in cui oltre a ricevere due medaglie d'argento, una di bronzo e una croce di guerra al merito era stato onorato persino con una Military Cross inglese, e poi ancora in quella di Etiopia, da Generale di Brigata comandante della 2° brigata celere Emanuele Filiberto Testa di Ferro, in cui ebbe per la prima volta dai suoi soldati l'immaginifico appellativo di "Barba elettrica", dovuto certo alla sua fluente barba sale e pepe ma anche e soprattutto al suo dinamismo e al coraggio dimostrato in battaglia, e dopo essere stato gravemente ferito era stato decorato come Ufficiale dell'Ordine Militare di Savoia, per finire alla Spagna, dove si batté a Guadalajara, in Aragona e Catalogna e fu il riconosciuto vincitore della battaglia di Santander alla testa della 4° divisione d'assalto Volontari del Littorio, che gli fruttò la promozione a Generale di Divisione, la medaglia d'oro e la croce di Commendatore dell'Ordine Militare di Savoia, oltre che la medaglia spagnola della campagna 1936-39.

LE TRUPPE ITALIANE SI RITIRANO A BARDIA (16 DICEMBRE 1940)
Per circa 72 ore le truppe italiane ai suoi ordini avrebbero combattuto accanitamente contro le straripanti forze blindo-meccanizzate nemiche all'interno del quadrilatero Halfaya-Sidi Omar-Capuzzo-Sollum, respingendo con vigorosi contrattacchi nuove infiltrazioni nemiche, pur ripetutamente battute dai cannoni navali della Royal Navy, puntati contro le nostre colonne in marcia sulla litoranea e sui porti di Bardia, Tobruch e Sollum,  e dalle incursioni aeree della R.A.F., focalizzate sui nostri capisaldi, le basi logistiche e le retrovie, poco e male contrastate dalla nostra aeronautica a causa delle impetuose tempeste di sabbia e delle ripetute piogge che rendevano spesso impraticabili i nostri campi, rallentando l'azione della nostra caccia.

Quando tuttavia i corazzati nemici cominciarono il 14 dicembre ad impegnare con sempre maggior forza i capisaldi della 28 ottobre sulla linea dell'Halfaya e il 15 attaccarono con estrema violenza le posizioni della 23 marzo a Bir ci Tafua, nei pressi di Bardia, affacciandosi anche sempre più a sud, a Gasr El GreinGabr Bu Fares e a Sidi Omar, fino addirittura a spingersi su Sidi Azeiz, con l'evidente intenzione di effettuare una manovra a largo raggio tesa ad avvolgere il fianco destro del nostro schieramento, a irrompere su Sollum e Halfaya e a tagliare le comunicazioni tra Bardia e Tobruch, quella stessa sera un inebetito Graziani, ormai rassegnato al peggio, dopo aver affidato ufficialmente il comando ad interim della X° armata ad Italo Gariboldi, in mancanza del comandante titolare Berti non ancora ritornato in Africa, autorizzò Bergonzoli a ordinare il ripiegamento di ciò che restava delle nostre truppe all'interno della cinta fortificata di Porto Bardia.

Nella piccola cittadina portuale, sottoposta da qualche giorno ai continui bombardamenti da parte della Royal Navy e quasi isolata ormai da Tobruch, essendo i relativi collegamenti del tutto precari e di fatto quasi inesistenti, affluivano così il 16 dicembre 45.000 uomini, con circa 460 cannonila 2° divisione CC.NN. 28 ottobre del Console Generale Francesco Argentino, ridotta a poco più della metà degli effettivi, la 1° CC.NN. 23 marzo del parigrado Francesco Antonelli, ridotta a un quarto, e poi la 62° Marmarica del Generale di Divisione Ruggero Tracchia, in piena efficienza e pressoché intatta come la 63° Cirene del Generale di Brigata Alessandro De Guidi, giunta però molto provata e priva di mezzi anticarro, mentre la 64° Catanzaro del Generale di Brigata Giuseppe Amico, l'ultima ad arrivare proveniente da Sollum, era ridotta anch'essa di un terzo, priva com'era di tutta l'artiglieria divisionale.
Forse proprio a causa delle penose condizioni in cui le nostre truppe ripiegarono a Bardia, però, va detto che i servizi d'intelligence britannici ne avrebbero sottovalutato enormemente la consistenza, sia sotto il profilo numerico (erano stimati non più di 20-23.000 uomini, praticamente meno della metà!), sia dei pezzi d'artiglieria (si valutava la presenza di un centinaio di bocche da fuoco, un quarto di quelle presenti!), sia dei carri armati (si pensava a solo 6 carri medi e 70 leggeri, praticamente come vedremo meno della metà dei primi e poco più di due terzi dei secondi!): c'è da chiedersi veramente cosa guardassero, al momento di fare certe valutazioni...

Proprio in quegli stessi giorni a Bergonzoli veniva conferita l'ennesima onorificenza, stavolta la croce di Grande Ufficiale dell'Ordine della Corona d'Italia, istituita nel 1868 da Vittorio Emanuele II°, la prima in assoluto del neonato Regno d'Italia, dopo aver ricevuto negli anni precedenti quelle via via più importanti di Cavaliere prima, Ufficiale dopo e Commendatore poi.
Mussolini, nell'affidargli il comando, gli avrebbe scritto: 
"Vi ho dato un compito difficile ma perseguibile dal Vostro coraggio e dalla Vostra esperienza da vecchio e intrepido soldato - il compito di difendere la fortezza di Bardia fino all'ultimo. Sono certo che la "Barba elettrica" e i suoi impavidi soldati resisteranno a ogni costo, leali fino all'ultimo".
Bergonzoli gli avrebbe risposto: 
"Sono consapevole di questo onore e ho riportato oggi alle mie truppe il Vostro messaggio - semplice ed inequivocabile. A Bardia siamo e ci resteremo".
Al di là dei grandi paroloni spesi, tuttavia, Bergonzoli aveva in realtà un'unica speranza e lo sapeva: ritardare il più possibile l'azione delle forze attaccanti così tanto da indurle infine a rinunciare per l'esaurimento delle loro energie, causato dall'impossibilità per le loro strutture logistiche di alimentare oltre l'offensiva a causa dell'eccessivo allungamento delle loro linee di rifornimento, ormai lontane dalle basi di partenza.
Per far questo, però, sarebbe stato costretto sin da subito a razionare con estrema severità il cibo e l'acqua, non sapendo esattamente fin quando avrebbe dovuto resistere, allo scopo di evitare di essere preso per fame e per sete da O'Connor.
Questo avrebbe finito purtroppo con l'avere riflessi negativi sullo stato psico-fisico dei suoi uomini, già minati nel morale dalle ripetute sconfitte dei giorni precedenti, oltre che sulle loro condizioni di salute, aggravate dai pidocchi e dalla dissenteria, endemica in certi luoghi.

GRAZIANI AI LIMITI DEL CROLLO NERVOSO
Nel suo diario proprio alla data del 15 dicembre il Conte Galeazzo Ciano, Ministro degli Esteri, riferisce (traggo da Luciano Pezzolo, cit., pag. 106): 
"Trovo il Duce calmo e indignato con Graziani per un telegramma che questi gli ha diretto. Lungo telegramma recriminatorio nel quale parla “da uomo a uomo” e rimprovera il Duce di essersi lasciato ingannare dai collaboratori militari romani, di non averlo mai ascoltato e di averlo spinto in un'avventura che ormai supera le possibilità umane per entrare nei campi del destino. Mussolini me ne da lettura e dice: “Ecco un altro uomo con quale non posso arrabbiarmi perché lo disprezzo.” Il Duce crede ancora che la corsa inglese possa essere fermata sul ciglione di Derna". 
Il 20 dicembre ancora Graziani, in risposta ad un messaggio di saluti e di auguri per una pronta vittoria sul nemico inviatogli dal Maresciallo Badoglio (dal 5 dicembre non più Capo di Stato Maggiore Generale, esonerato dopo il fallimentare attacco alla Grecia e immediatamente sostituito dal parigrado Ugo Cavallero), così gli rispondeva (Rodolfo Graziani, cit., pag. 149, cit. da Luciano Pezzolo, cit., nota 47) a pag. 108):
"Troppo tardi! La Vostra solidarietà Maresciallo Badoglio dovevate darmela prima, quando nulla avete fatto per appoggiare i miei sforzi per far comprendere la impossibilità della impresa egiziana con i mezzi con cui si disponeva".
Ma non era finita qui, il giorno dopo, 21 dicembre, in un nuovo, lunghissimo telegramma inviato a Mussolini, quello citato in precedenza in cui ammetteva di essere stato insospettito dai movimenti del nemico della sua imminente offensiva, Graziani, nel riepilogare tutto il suo operato dal giorno del conferimento dell'incarico in Libia fino a quel momento, tutte le richieste avanzate a Roma e i rinforzi ricevuti come inadeguata risposta alle stesse, tutte le poche cose positive e quelle tante negative messe in rilievo dalla vittoriosa offensiva di settembre, tutto il lavoro enorme fatto per portare l'acqua sino a Sidi El Barrani e per costruire la grande strada della Vittoria fino a lì, nel descrivere l'ammirevole resistenza opposta dalle nostre truppe alle forze blindo-corazzate nemiche avrebbe finalmente ammesso che 
"Nella superiorità schiacciante del mezzo corazzato impiegato a massa deve ricercarsi la ragione essenziale del fulmineo successo iniziale riportato dal nemico" e poi ancora che "(...) La dura esperienza di queste giornate amarissime ci porta infatti a concludere che, in questo scacchiere, una divisione corazzata è più potente di un'intera armata"
tanto da richiedere per la prima volta, il 22 dicembre, al termine di un altro lungo rapporto inviato al Duce, l'aiuto dei tedeschi (v. Luciano Pezzolo, cit., pag. 110, 114-116):
"Il momento è grave e, per quanto possa riuscirci amaro, penso che si debba passare sopra a giuste fierezze di altri momenti, ricorrendo all'aiuto della Germania. Se noi potessimo avere una o due divisioni corazzate, faremmo sicuramente ripassare al nemico il ciglione di Sollum. Ove, però, si entrasse in quest'ordine di idee una cosa soprattutto è necessaria: la tempestività. Nel progetto di invio della brigata corazzata, auspice il Von Thoma, era previsto per l'afflusso un tempo inverosimile. Bisognerebbe che ci si mettesse su una strada diversa, anche spezzando il tradizionale rispetto dell'organico. A me, quaggiù occorrono: autoblindo, carri armati, armi anticarro e automezzi. Se possono affluire raggruppati organicamente in divisioni corazzate tanto meglio, purché giungano in tempo. Altrimenti vengano pure a blocchi e si costituiscano dopo le divisioni, quaggiù, se ne avremo tempo (...) Duce, mandateci presto i mezzi corazzati ed i soldati d'Italia salveranno la Libia".
LE DIFESE DI PORTO BARDIA 
Mentre si combatteva tuttora a Sidi El Barrani e sull'Halfaya, la R.A.F., ormai padrona del cielo, non faceva che attaccare dall'alto Bardia, puntando all'inizio soprattutto l'abitato e i magazzini (vennero distrutte tra le altre 70.000 scatolette di carne), per poi accanirsi sulle opere di difesa e sui lavoratori, ma non da meno erano le unità della Royal Navy, che bombardarono il porto cittadino dal largo, praticamente senza alcuna opposizione se non delle nostre batterie costiere, troppo lontane però per impensierirle, almeno cinque volte, il 17, il 18, il 19, il 31 dicembre  e infine l'1 gennaio.
Sin dal 20 dicembre, però, l'accerchiamento da parte del nemico era ormai completato: da quella data sempre più frequenti sarebbero diventate le puntate di ricognizione dei suoi mobilissimi reparti di cavalleria corazzata verso le difese italiane e i tentativi di assaggiarne la consistenza con rapidi attacchi "mordi e fuggi".
Quando negli ultimi giorni di dicembre la 6° divisione australiana di fanteria proveniente dalla Siria agli ordini del Maggior Generale Sir Iven Giffard Mackay (subentrata dall'11 dicembre alla 4° indiana mandata a combattere le truppe italiane in A.O.I.) fu alle viste di Bardia, la piazzaforte era comunque ormai (più o meno) pronta a sostenerne l'urto.

Il settore settentrionale della cittadina (Genfrah) era difeso dalla 1° CC.NN. 23 marzo, quello centrale (Ponticelli) dalla 62° Marmarica, quello meridionale (Mrega) dalla 63° Cirene, mentre  la 2° CC.NN. 23 marzo era in seconda schiera, fungendo da riserva mobile generale: a dar man forte ai singoli settori difensivi nei vari capisaldi erano però anche i poveri resti della 64° Catanzaro, talmente malconcia da essere sciolta d'imperio in quegli stessi giorni, oltre che i 6.000 uomini presenti della Guardia alla Frontiera, tre compagnie di bersaglieri, parte del reggimento di cavalleria Lancieri di Vittorio Emanuele II° e una compagnia della 60° Sabratha.
Una riserva mobile corazzata di 13 carri M 13/40 e di 115 L 3/35 completava le difese della fortezza: a parte i problemi più volte menzionati in precedenza sulla reale consistenza dei carri L, nessuno dei 128 mezzi però era provvisto di radio, il che rendeva estremamente difficile coordinare un loro attacco contemporaneo in forze contro il nemico.

A tutto questo aggiungiamo che le pur numerose artiglierie a disposizione (41 cannoncini contraerei Breda da 20/65 Mod. 35, 26 fuciloni anticarro Solothurn S 18/1000 da 20 mm, 85 pezzi controcarro da 47/32, 41 da accompagnamento fanteria da 65/17 Mod. 1908, 147 campali da 75/32 Mod. 37, i più moderni disponibili, 76 tra obici austriaci Skoda da 100/17 Mod. 14 e cannoni francesi Schneider da 105 Mod. 13, 20 pezzi costieri da 120 e infine obici Skoda 149/13 Mod. 14), così come le relative munizioni, oltre a essere per lo più antiquati o di fabbricazione comunque lontana nel tempo, con la conseguenza di una riduzione della loro efficienza (probabilmente almeno i due terzi erano muniti di spolette usurate, che avrebbero portato a molti colpi inesplosi!), erano di vario calibro e tipologia, il che comportava gravi problemi di rifornimento,  e che analoghi problemi poneva anche la presenza di almeno quattro tipi diversi di mitragliatrici (da quelle pesanti Breda 37 a quelle di squadra Breda 30 alle FIAT-Revelli mod. 1914 a quelle Mod. 14/35) con ben sette tipi diversi di munizioni!

La piazzaforte italiana era circondata da una cinta fortificata di circa 30 chilometri di sviluppo ma, come ammetteva lo stesso Graziani nel suo rapporto a Mussolini, era poco robusta per la mancanza di ostacoli e armi anticarro.
In realtà essa appariva a prima vista assai resistente, disponendo di un fossato anticarro, una recinzione di filo spinato e una doppia linea di postazioni chiave, esterne ed interne (numerate in sequenza da sud a nord rispettivamente con numeri pari e dispari), poste a 750 metri l'una dall'altra, a loro volta ognuna con un proprio fossato anticarro coperto da pannelli sottili (tranne quelle interne), tenute da forze di consistenza variabile da un plotone a un'intera compagnia, e nel settore più meridionale v'era una terza linea di postazioni difensive, quella che gli australiani chiamavano la Switch Line, protetta da sei campi minati grandi e da altri, più piccoli, davanti a qualche singola posizione.
Per ogni postazione c'erano uno o due pezzi anticarro da 47 e da due a quattro mitragliatrici, che sparavano da apposite rientranze di cemento scavate nel terreno collegate a trincee che confluivano in un apposito bunker anch'esso in cemento che proteggeva i difensori dalle offese dell'artiglieria: tuttavia dalle medesime trincee era impossibile sparare e d'altronde le postazioni non avevano copertura dall'alto, quindi potevano essere attaccate facilmente sia dall'aria che dalle artiglierie navali e terrestri.
C'erano però almeno altri due punti deboli nella strutturazione difensiva degli italiani.
Il primo consisteva nel fatto che gli australiani erano perfettamente a conoscenza sia della consistenza che della dislocazione e numerazione delle postazioni, disponendo delle mappe trovate addosso al Generale Lastrucci a Marsa Lucch il 16 giugno e di altre catturate a Sidi El Barrani, ma il secondo era il peggiore di tutti e derivava dalla semplice constatazione della distanza che separava postazione da postazione: una volta penetrati all'interno del perimetro difensivo, gli australiani si sarebbero subito resi conto che a quel punto sarebbe stato estremamente facile attaccare uno a uno i singoli centri di fuoco semplicemente muovendo sui due lati in cui non c'erano le trincee!

BARDIA CADE SOTTO L'IMPETO DEI MATILDA (2-5 GENNAIO 1941)
La 6° divisione australiana, erede dell'omonima grande unità nata nel 1917, inquadrata allora nella 1° Forza Imperiale Australiana (1st Australian Imperial Force), e ricostituita nel 1939 dopo lo scioglimento successivo alla fine della Grande Guerra come parte della Forza di Spedizione australiana, inquadrata stavolta nella 2° Forza Imperiale Australiana (2nd A.I.F.), era formata per legge, come tutti i contingenti australiani destinati all'estero, da personale volontario distinto per i vari territori di provenienza, ed i suoi reparti, doppioni di altri omonimi rimasti in patria, erano numerati per questo motivo con davanti un 2 (letto come second, 2nd).
Si trattava di una grande unità assai inesperta e armata ed equipaggiata con materiali per lo più obsoleti risalenti alla prima guerra mondiale, soprattutto per quanto concerneva le artiglierie, ma aveva la grande fortuna di avere dei comandanti esperti e in gamba, tutti veterani della Grande Guerra decorati sin da allora con uno dei più prestigiosi riconoscimenti militari britannici, il Distinguished Service Order (DSO) riservato agli ufficiali in tempo di guerra, e che formavano uno stato maggiore coeso, competente e molto efficiente, perfettamente armonizzato con gli Alti Comandi inglesi.
Una contingenza fortunata, dovuta al fatto che al momento della sua istituzione il Premier australiano Robert Menzies aveva affidato con sottile perfidia i comandi della divisione a ufficiali riservisti e non a quelli in servizio permanente effettivo, per mere questioni di ripicca politica (l'esercito aveva più volte contestato la scelta governativa di privilegiare nei programmi di finanziamento la  Royal Australian Navy piuttosto che le altre armi), e che in parte mitigava le numerose lacune degli australiani: essi infatti abbisognavano di quasi tutto dagli inglesi, mancando totalmente di carri armati, di aerei (il 3° squadrone australiano della R.A.A.F. era senza aerei e attrezzature, totalmente supportato a proprie spese dalla R.A.F.) oltre che di artiglierie moderne, anche se per fortuna erano più o meno autonomi per gli armamenti leggeri, peraltro gli stessi dell'esercito inglese (ad esempio gli stagionati fucili Lee-Enfield e le mitragliatrici Vickers, ma anche i più moderni fucili mitragliatori Bren), gli unici prodotti con una certa regolarità dalle poche fabbriche belliche locali.
  
Lo stato maggiore della 6° divisione: da sinistra a destra, in basso il 
Brigadiere Arthur Allen, comandante della 16° brigata, il Maggior 
Generale Iven Mackay, comandante della divisione,  il Brigadiere 
Horace Robertson, comandante della 19° brigata; in alto, il colonnello 
Frank Berryman, GSO 1 (capo di stato maggiore), il Brigadiere 
Stanley Savige, comandante della 17° brigata, il colonnello 
Alan Vesey, AA e QMG (aiutante generale e quartiermastro generale)

Al momento del trasferimento in Egitto dalla Palestina, dove aveva sostenuto per mesi un durissimo addestramento, anche molto realistico ma comunque gravemente condizionato dalla mancanza di equipaggiamenti, la 6° australiana era ancora a ranghi largamente incompleti: l'artiglieria divisionale del Brigadier Generale Edmund "Ned" Herrings disponeva di solo due reggimenti di artiglieria su tre, e di essi solo il 2/1° campale della Royal Australian Artillery (R.A.A.) New South Wales disponeva dei nuovi pezzi a tiro rapido da 25 libbre (87,6 mm), mentre il 2/2° R.A.A. di Victoria aveva ancora 12 superati cannoni da campagna a tiro rapido da 18 libbre (83,7 mm) risalenti a poco dopo la seconda guerra boera e 12 obici medi da 4,5 pollici (114 mm) della Grande Guerra; era disponibile il solo Squadrone A del 2/6° cavalleria  agli ordini del tenente colonnello Maurice Ferguson, gli altri due essendo destinati alle oasi di Giarabub e di Suwa; poiché anche il 2/1° battaglione mitraglieri del tenente colonnello Claude Esdaile Prior era ancora in addestramento in Inghilterra a sostituirlo ne era stato chiamato uno inglese, il 1° dei Fucilieri del Northumberland (Royal Northumberland Fusiliers) del tenente colonnello John Harold Hogshaw, tratto direttamente dalla 4° divisione indiana; per quanto concerneva infine il 2/1° anticarro del tenente colonnello Frances St. John (frutto della recente conversione del precedente 2/5° campale R.A.A. di Queensland e Tasmania) era stato spezzettato in tre compagnie, ognuna posta a disposizione di una delle tre brigate, ma per la mancanza di munizioni solo 11 dei 27 pezzi da 2  libbre (40 mm) erano utilizzabili, senza contare che alle unità di fanteria mancavano mortai pesanti da 81 e fuciloni controcarro Boys da 13,97 mm.

Il tenente colonnello George Alan Vesey, AA e QMG* della divisione, dovette tenere conto di tutto questo per pianificare l'attacco, organizzato sin nei minimi dettagli da Iven Mackay e dal suo GSO 1**, il tenente colonnello Frank Berryman.
In mancanza di carri si sarebbe provveduto a richiedere l'intervento ancora una volta dei pesanti Matilda del 7° carri reale di R.M. Jerram, in mancanza di aerei il No. 3 Fighter Squadron della Royal Australian Air Force si sarebbe dovuto accontentare di qualche decina di vecchi biplani Gloster Gladiator cedutigli dalla R.A.F., mentre per quanto concerneva invece le artiglierie Herrings avrebbe risolto l'impasse rivolgendosi direttamente al Brigadier Generale Allan Francis "John" Harding, comandante dell'artiglieria del neo costituito XIII° C.A. (nato sulle ceneri della W.D.F.), che gli avrebbe dato un sacco di roba: il 104° reggimento Essex Yeomanry dell'artiglieria reale a cavallo (R.H.A.), con 16 pezzi da 25 libbre; la batteria F della R.H.A., con 12; il 51° campale dell'artiglieria reale con 24; il 7° reggimento medio dell'artiglieria reale con 2 cannoni Ordnance BL da 60 libbre (127 mm), 8 obici 26 CWT BL e 8 cannoni BL da 6 pollici (152 mm), cui si sarebbero infine aggiunti due reggimenti controcarro, il 3° e il 106° della R.H.A., muniti di pezzi da 2 libbre e di cannoni Bofors da 37, che di fatto avrebbero preso il posto del 2/1° australiano, rimasto per breve tempo a Ikingi Maryut in Egitto e poi ritornato ad Al Amirya in Siria, da dove sarebbe stato poi inviato in Grecia.

* Assistant Adjutant and Quatermaster General è l'ufficiale logistico, normalmente un tenente colonnello o un colonnello, collaboratore diretto del comandante in capo e responsabile dell'approvigionamento, del trasporto, dell'alloggio e della gestione del personale (traggo da https://aif.adfa.edu.au/aif/OrderOfBattle/Generals/division_headquarters.html).

** General Staff Officer di grado 1 (il più alto, affidato a un colonnello o a un tenente colonnello; 2 è l'incarico analogo affidato a un maggiore; 3 a un capitano). Traggo anche qui da  https://aif.adfa.edu.au/aif/OrderOfBattle/Generals/division_headquarters.html.

A questo punto tutto era pronto.
L'attacco, il primo della guerra condotto per intero da una grande unità australiana, comandata da un generale australiano e pianificata da uno staff interamente australiano, scattò all'alba del 2 gennaio. 

Arthur S. "Tubby" Allen
Supportata dal fuoco aeronavale e da quello dell'intera artiglieria divisionale di Herrings, la 16° brigata di Arthur Samuel "Tubby" Allen (battaglioni 2/1°, 2/2° e 2/3°) irruppe sul lato ovest della piazzaforte, ritenuto il meno difeso, esattamente nel punto di congiunzione tra i settori Gerfah di responsabilità della 1° CC.NN. 23 marzo e  Ponticelli affidato alla 62° Marmarica,  penetrando attraverso i varchi aperti 
con i tubi Bangalorenelle recinzioni di filo spinato dai guastatori del genio divisionale agli ordini del tenente colonnello Leonard Cuthbert Lucas.

* Cito da Wikipedia: il siluro Bangalore è un congegno esplosivo di forma cilindrica montata all'estremità di un tubo allungabile, utile per provocare un'esplosione a distanza, specie in caso di attacco sotto il tiro del nemico, ideato nel 1912 dal capitano McClintock dell'esercito britannico d'India, che lo impiegò nel Madras Engineer Group impegnato nella città indiana di Bangalore. Chiamato anche mina Bangalore, o Bangers o semplicemente Bangalore, è usato per aprire varchi lunghi fino a 15 metri e larghi 1 nei campi minati o nel filo spinato.

Penetrati all'interno delle aperture, i genieri riuscirono a rendere agibili i fossati anticarro smantellandone le sponde a furia di picconi e badili, consentendo così alle fanterie e soprattutto a 23 carri Matilda del 7° battaglione del 7° carri del solito tenente colonnello Jerram, divenuti ormai un autentico spauracchio per i fanti italiani (probabilmente anche ben oltre i loro effettivi meriti), di riversarsi protetti dai nebbiogeni dentro la fortezza forzando il passaggio tra i capisaldi Bu Rim e Garridia, sboccando sulla seconda posizione per poi dividersi in due masse, una in direzione di Gerfah e l'altra, più forte, verso Ponticelli, col risultato di eliminare successivamente il caposaldo di saldatura della divisione Marmarica e prendere sul rovescio la seconda linea dei suoi due reggimenti, il 115° e il 116° Treviso, fino ad arrivare alle postazioni delle sue batterie, così spaccando praticamente in due lo schieramento italiano.

Avuta notizia del cedimento dei due capisaldi di destra di Ponticelli difesi dal I°/116°, Bergonzoli ordinava immediatamente al colonnello Galliano Nardinocchi, comandante del reggimento, di contrattaccare, inviandogli in appoggio diretto una compagnia di M 13, alcuni pezzi controcarro da 47/32 e mitragliere da 20/65, e contemporaneamente al Console Generale Argentino, comandante della 28 ottobre, di mandare in quel settore a disposizione del C.A. il CXXXV° battaglione CC.NN. Gran Sasso di Teramo (231° Legione G. Paolini di Sulmona), due batterie da 75/27 del 202° reggimento motorizzato d'artiglieria e il LX° battaglione carri L, con 12 L 3/35, da dislocarsi tutti a sbarramento del vallone e della rotabile sullo Uadi di El Garridia.
Purtroppo per Bergonzoli la situazione andava però precipitando dall'altro lato sul fronte sotto attacco della 23 marzo, dove al termine di un accanita e sanguinosa resistenza cedevano il caposaldo tenuto dal CXVIII° battaglione CC.NN. Volsca di Velletri (318° Legione G. Ricciotti di Frosinone) e le posizioni di artiglieria di Bu Rim, a non più di poche centinaia di metri dal Comando Divisione, che veniva spostato più indietro al caposaldo Atiga.

Lo scontro si faceva nel frattempo sempre più aspro: sul fronte della 28 ottobre mentre un battaglione della 231° Legione, il CXXXI° G. Paolini di Sulmona, e due della 238° R. Padovani di Napoli, il CXL° L'Aquila di Salerno e il CXLV° C. Pisacane di Castellamare di Stabia, venivano impiegati contro unità nemiche che si dirigevano verso il mare puntando magazzini e depositi, alle 12,00 l'intero 116° Treviso della Marmarica cedeva di schianto, portando al progressivo crollo dell'intero settore di Ponticelli che si consumava a sera, quando veniva occupato quasi interamente dal nemico, proprio mentre in quello di Gerfah tenuto dalla 23 marzo andavano definitivamente perduti anche il caposaldo e le artiglierie di Bu Rim e sconvolto dal fuoco nemico anche il caposaldo Scegheila.
La sera del 3 la 28 ottobre era ora tutta schierata in una posizione decisamente più arretrata, sullo Uadi El Hereiga, col CXXXV° Gran Sasso ancora tenacemente impegnato in un'orgogliosa resistenza tra lo Uadi El Garridia e il cimitero di Bardia.
In quel momento il nemico aveva in mano ben 8.000 prigionieri.

Il mattino del 4 gennaio mentre il II° e il III° battaglione del 115° Treviso della Marmarica resistevano ancora bravamente nel settore Ponticelli fece ingresso in battaglia anche la 17° brigata di Stanley "Stan" Savige (battaglioni 2/5°, 2/6°, 2/7°): penetrata in massa attraverso la breccia iniziale aperta dai guastatori all'alba del giorno precedente con l'appoggio ancora una volta decisivo dei Matilda, essa riuscì a sfondare il perimetro del settore sud di Mrega tenuto dalla Cirene e dopo una strenua lotta riuscì a occupare i capisaldi difesi fino all'ultimo dal I°/157° e dal III°/158° Liguria, costringendo i superstiti a schierarsi sulla Switch Line a difesa dello uadi di Quota 145, ov'era già presente il CXIV° CC.NN. G. Veroli di Tivoli della 219° Legione, ultimo battaglione ancora efficiente della 1° divisione CC.NN. 23 marzo, che qui si sarebbe battuto per tutta la giornata fino al suo completo annientamento.
Un diluvio di fuoco d'artiglieria si riversava su tutte le posizioni italiane sotto attacco, seguito subito dopo da un perentorio attacco di tutti i corazzati a disposizione degli australiani, che veniva però respinto, ma questo ben lungi dal fermare l'azione nemica induceva semmai Stan Savige e "Tubby" Allen (così soprannominato per il suo fisico non proprio atletico) a ordinare alle loro due brigate di dirigere l'attacco direttamente su Bardia, dove la coraggiosissima resistenza del CXXXV° CC.NN. Gran Sasso sulle posizioni di El Garridia e del cimitero era stata finalmente debellata una volta per tutte, determinando il totale collasso dell'intero settore di Ponticelli.
Qui le ultime resistenze della 2° CC.NN. 28 ottobre sarebbero state sconfitte intorno alle 16,15 del pomeriggio, più o meno in contemporanea a ciò che accadeva nel settore di Gerfah ai due battaglioni superstiti della 23 marzo, il CXXIX° Adriatica di Pescara e il CXXXIII° Lupi del Matese di Campobasso della 233° Legione del Console Nicchiarelli, sconfitti al termine di una lotta accanita ma sin dall'inizio decisamente impari contro un nemico tanto più forte.
La sera del 4 dicembre praticamente l'intero centro abitato di Bardia alla fine del secondo giorno di combattimenti era in mano alle due brigate australiane, che avevano catturato anche migliaia di prigionieri, tranne l'estremità nord e la parte sud della cittadina, il settore di Mrega, quello tenuto dalla 62° divisione Cirene
 
Il 2/2° battaglione della 16° brigata australiana all'attacco
Il giorno successivo, pur avvicinandosi sempre di più evidentemente il redde rationem finale,  la lotta si fece paradossalmente ancora più aspra:
da una parte gli italiani non volevano assolutamente mollare, dall'altra gli australiani non avevano dal canto loro alcuna intenzione di fallire la loro prima battaglia in territorio europeo.
Terribile fu il duello fra le artiglierie della Cirene e i carri inglesi, lanciatisi in massa all'assalto di Mrega, l'unico settore ancora saldamente in mano italiana.
Fu in particolare il I° gruppo del 45° artiglieria al comando del capitano Giovanni d'Avossa, appostato nel caposaldo di Bir Ras a sud dello Uadi Mrega, a impegnare severamente per buona parte del giorno 5 coi suoi potenti obici Skoda da 100/17 i finora infermabili carri pesanti britannici.
L'esito dello scontro sembrava decisamente pendere ormai dalla parte degli artiglieri di d'Avossa, visto che ben 17 Matilda erano rimasti distrutti sul terreno, ma a risolvere la contesa a favore degli australiani fu la freschissima 19° brigata (battaglioni 2/4°, 2/8°, 2/11°) di Sir Horace Clement Hugh Robertson ("Red Robbie"), che nel piano originario non doveva essere affatto utilizzata nell'attacco a Bardia ma semmai per quello a Tobruch, e che proprio per questo fino a quel momento era rimasta in posizione di riserva.

Chiamata improvvisamente a salvare l'esito di una battaglia che incredibilmente sembrava fosse sul punto di essere persa, la 19° non deluse le aspettative di Mackay e Berryman e dopo essersi riversata in massa all'interno del perimetro difensivo della fortezza riuscì col decisivo appoggio degli ultimi 6 Matilda rimasti a sfondare definitivamente a sud seguita ancora della 17° e a occupare finalmente l'intero settore di Mrega, subito dopo che alle 15,00 il capitano d'Avossa, rimasto ormai privo di munizioni, fu costretto a sventolare la bandiera bianca.
A questo punto era solo questione di tempo anche per ciò che restava della 1° CC.NN. 23 marzo, tenacemente raccolta a difesa dell'ultimo brandello del settore di Genfrah ancora in mano italiana, il caposaldo Atiga: dopo aver stoicamente resistito per ore e ore ai ripetuti assalti delle fanterie della 16° brigata, ormai circondato da ogni parte, quell'ultimo centro di fuoco fu costretto a cedere le armi solo quando ad attaccarlo furono numerosissimi corazzati tra carri leggeri, autoblindo e Bren Carriers del sopravvenuto 7° gruppo di supporto della 7° divisione corazzata, non senza aver conteso il terreno palmo a palmo sotto il violentissimo fuoco del nemico anche agli ultimi venuti.

La battaglia di Bardia, dopo oltre 80 ore di accesissimo scontro, era così finita: di tutte e cinque le divisioni presenti si sarebbe salvato soltanto un battaglione della 2° CC.NN. 28 ottobre, il CXL° L'Aquila di Salerno della 238° Legione R. Padovani di Napoli, sfuggito per tempo all'accerchiamento e ripiegato a tutta velocità a bordo di pochi autocarri verso Tobruch, dove sarebbe stato aggregato alla 61° divisione Sirte del Generale Della Mura.
Mentre tra le forze australiane il bilancio finale sarebbe stato di 130 morti e 326 feriti, per gli italiani sarebbe stato anche stavolta di proporzioni catastrofiche: oltre ai tanti equipaggiamenti ed armamenti pesanti andati perduti e mai più rimpiazzati (26 cannoni costieri, 7 medi, 216 campali, 146 anticarro, 12 carri M, 115 L e 708 veicoli), si sarebbero contati un totale di 1.703 caduti (di cui 44 ufficiali), 3.740 feriti (138 ufficiali) e ben 36.000 uomini catturati e presi prigionieri, tra cui quattro generali: i Consoli Generali Francesco Antonelli e Francesco Argentino, comandanti delle due divisioni di camicie nere, la  23 marzo e la 28 ottobre, il Generale di Divisione Ruggero Tracchia, comandante della Marmarica,  e il Generale di Brigata Alessandro De Guidi, quello della Cirene.

Giuseppe Amico
Sarebbero invece sfuggiti alla cattura il Generale di Brigata Giuseppe Amico, comandante della Catanzaroi due vicecomandanti della 23 marzo, Console Generale Nicchiarelli, e della 28 ottobre, il parigrado Cirillo, e soprattutto quell'indomabile fegataccio di Annibale Bergonzoli, che dava così una volta di più conferma del perché avesse quell'astruso soprannome di "Barba elettrica".
Insieme con pochi ufficiali dei loro staff e 21 soldati sarebbero infatti tutti riusciti non si sa come a sfuggire sotto il naso del nemico muovendosi a piedi per 120 chilometri, viaggiando per 4 giorni solo di notte e nascondendosi negli anfratti seminascosti della costa di giorno, sino alle prime linee italiane di Tobruch!

GLI ALTI COMANDI ITALIANI LITIGANO TRA DI LORO
Mentre l'avanzata anglo-australiana continuava implacabile, nonostante le modeste pretese iniziali, sotto gli occhi quasi increduli di Churchill, che finalmente vedeva le sue truppe vincere per una volta dall'inizio della guerra, ormai il crollo morale e militare degli italiani era qualcosa di inarrestabile, al di là di ogni previsione, con la conseguenza di far litigare gli stessi Alti Comandi fra loro.

Giuseppe Tellera
Il fattore scatenante della violentissima polemica era stata la decisione di Rodolfo Graziani di estromettere definitivamente dal comando della X° armata Mario Berti lo stesso giorno del suo rientro in Africa dall'Italia, il 23 dicembre, 
dandogli apertamente del vigliacco (e sentendosi dire a sua volta in risposta dall'altro che lui era un incompetente), e di mettere al suo posto il Capo di Stato Maggiore della X° armata, il 58enne bolognese Giuseppe Tellera, un valoroso Generale di Corpo d'Armata ("soldato di grande mente e di grande cuore, perfettamente orientato sulla situazione ed all'unisono con me", avrebbe detto nel suo memoriale difensivo Graziani), scelto anni prima per quell'incarico dall'allora Governatore Italo Balbo in persona, di cui era un protetto.

Molti a Roma non avevano gradito affatto quella promozione (in primis l'ex Capo di Stato Maggiore Generale Pietro Badoglio e il Generale di Corpo d'Armata Ubaldo Soddu, Sottocapo di Stato Maggiore e Sottosegretario alla guerra, che più volte avevano cercato di silurarlo nei mesi precedenti), perché Tellera rappresentava in qualche modo la loro cattiva coscienza, avendo messo in evidenza sin da ben prima della guerra le numerosissime e gravi pecche del nostro strumento militare in Libia tanto da farsi promotore con l'amico e superiore Balbo di numerose richieste di rinforzi presso Ministeri e Stati Maggiori, regolarmente andate inevase, come attesta anche una disperata lettera-testamento indirizzata alla moglie il 31 dicembre 1940, sfuggita miracolosamente alla censura e ritrovata e pubblicata da Angelo Del Boca nel 2006 (v. https://italianiinguerra.wordpress.com/2019/02/06/leroica-morte-del-generale-tellera/):
"Come sai, per avertene parlato, noi siamo entrati in guerra (10 giugno) con una integrale e totale impreparazione. Fu detto, scritto, ripetuto -fu strepitato- lettere scottanti, telegrammi offensivi, tanto che Badoglio ebbe ad assicurare che non saremmo entrati in guerra prima del '42 o '43 (lo disse a me personalmente). Mancavano totalmente o quasi mezzi corazzati, anticarro, contraerei -scarsi gli aeroplani, artiglierie vecchie etc. etc."
Tellera non si faceva comunque illusioni, tanto da confidare a un collega poche ore dopo la nomina: 
"So di andare a morire, ma avrei almeno gradito di guidare un'armata da me addestrata".
Non era un pessimismo ingiustificato il suo, purtroppo.
Già, perché ormai Wavell e O'Connor, capita l'antifona, si erano ingolositi e intendevano battere il ferro finché fosse caldo, puntando al bersaglio grosso: l'intera Cirenaica.
All'inizio della seconda decade di gennaio le straripanti forze di O'Connor irrompevano sulla Via Balbia con i 145 carri rimasti tra Matilda e Cruiser, presentandosi proprio davanti a Tobruch. 

LE GRAVI CARENZE DIFENSIVE DI TOBRUCH 
Circondata da un'apparentemente solida cinta fortificata lunga ben 54 Km e profonda 30, intervallata da 16 casematte parzialmente interrate munite di fossati anticarro larghi tre metri ma profondi appena uno e mezzo che coprivano però solo 12 chilometri, coi restanti 32 protetti da recinzioni di filo spinato profonde 8 metri completate solo nel mese di ottobre, la città era anche circondata da campi di mine (non tantissime, in verità, 23.000 in totale, di cui 16.000 anticarro con scoppio a pressione e 7.000 antiuomo a strappo), ma solo dove non erano presenti i fossati e con gli ordigni posti a intervalli di alcuni metri l'uno dall'altro, per far fronte alla loro carenza e allargare i campi minati.
Divisa in due settori difensivi, uno orientale a sbarramento delle provenienze da Bardia affidato al Generale di Brigata Umberto Barberis, comandante della Guardia alla Frontiera, uno occidentale a sbarramento di quelle da Derna, di competenza del Generale di Divisione Vincenzo Della Mura, comandante della 61° divisione autotrasportabile SirteTobruch sembrava quindi assai difficile da conquistare.

Sembrava, appunto, perché se le casematte avevano una copertura in cemento armato dello spessore di quasi un metro e alcuni capisaldi di concezione più moderna comunicavano tra loro attraverso camminamenti mascherati e protetti da nidi di mitragliatrici, vi erano però poche postazioni di mortaio e pochissimi pezzi anticarro, ma soprattutto era il dispositivo difensivo in sé a essere altamente vulnerabile.
Infatti, similmente a Bardia i capisaldi erano sistemati su due linee, una più esterna e una più interna che si appoggiava a sua volta  a cinque forti decisamente più grossi, denominati rispettivamente MarcucciSolaroArientePerrone e Pilastrino (il più imponente di tutti perché sede da sempre dei vari comandi di piazza, al cui interno erano i tre principali aeroporti cittadini, T. 2, T. 3 e T. 5), ma stavolta gli intervalli tra loro erano addirittura di 3 Km (!): una distanza enorme che li rendeva troppo isolati l'uno dall'altro e che soprattutto comportava la logica conseguenza che, ove ne fosse caduto anche solo uno, si sarebbe creato un varco smisurato di ben 6 Km coi due prospicienti, bastevole a far passare interi reparti tutti insieme al di là delle difese italiane, come puntualmente sarebbe successo!
A completamento delle opere difensive, va notato come la cinta fortificata si appoggiasse a due difese naturali, a ovest lo uadi di Sidi El Sahel e a est quello di Zeitun, e come sulla costa fossero presenti molti anfratti e caverne nascoste adibite a depositi di munizioni, carburanti e viveri e spesso sede di alcune postazioni costiere di artiglieria deputate a respingere eventuali sbarchi dal mare.

(Traggo tutte queste informazioni sullo stato delle difese di Tobruch e parte di quelle successive dal sito http://www.ernandes.net/savasta/terzo.htm).

LE TRUPPE ITALIANE PRESENTI
A difesa della piazzaforte, affidata al Contrammiraglio Massimiliano Vietina, erano schierati, oltre ai due reggimenti 69° e 70° Ancona della citata 61° Sirte, due battaglioni di carri, il I° del 4° carri del maggiore Vittorio Ceva, con 39 M 11/39, di cui però solo 7 disponibili, e il LXIII° carri Loriginariamente assegnato alla divisione Catanzaro e sfuggito alla presa di Buq Buq, con un totale di 32 L 3/35, tutti però inutilizzabili perché in avaria o senza benzina e quindi disposti insieme con gli altri 32 M 11 inefficienti del maggiore Ceva su tre linee ad arco davanti alla cinta fortificata per essere usati come fortini improvvisati.
Ad integrare tali forze c'erano poi i 2.500 uomini della G.aF di Barberis, in gran parte richiamati, oltre a 5.000 marinai agli ordini diretti di Vietina, tra quelli adibiti alle difese costiere e quelli a bordo dell'incrociatore San Giorgio, cui si aggiungevano il XXXI° battaglione costiero libico e due battaglioni CC.NN., il CXL° L'Aquila proveniente dalla 2° divisione CC.NN. 28 ottobre distrutta a Bardia, cui venne affidata la difesa del caposaldo di Quota 144 a est del Pilastrino, e quello Volontari della Libia, costituito su quattro compagnie fornite ognuna dai volontari delle quattro legioni della Milizia della Libia, con un totale di poco più di 650 uomini (di cui 21 ufficiali e 37 sottufficiali) posti al comando del console Giovanni Rocca, lasciato a disposizione del settore occidentale della piazzaforte in posizione di prima resistenza accanto a due battaglioni del 70° fanteria Ancona.
A completare le difese c'erano infine le artiglierie di due reggimenti campali, il 43° Sirte del colonnello Gildo Bonfanti e il 55° Brescia  del parigrado Giuseppe Tramontin, tutti e due su tre gruppi (due da 75/27 e uno di obici da 100/17) per un totale di circa 340 pezzi, distribuite però su tre raggruppamenti, il 10° e il 22° a protezione del settore occidentale e il 25° (integrato dal CXXX° gruppo obici da 149/13, appena arrivato dalla Sardegna), più una sola batteria antiaerea da 20/65, integrate però dalle batterie galleggianti dell'armatissimo incrociatore antiaereo San Giorgio ancorato in rada (proprio quello accusato di aver abbattuto per errore l'aereo di Balbo), che disponeva di 4 pezzi da 254/45, 8 da 190/45, 10 da 100/47 Mod. 28 su 5 impianti binati, 12 mitragliere Breda da 20/65 (6 binate) e 10 da 13,2 Mod. 31 (5 binate).

Il Matilda Mk.II "Glenor" verso Tobruch il 24 gennaio con una bandiera italiana catturata
CADE ANCHE TOBRUCH (23 GENNAIO 1941)
Investita giù dal 7 gennaio da furiosi e ripetuti attacchi aerei (il San Giorgio avrebbe abbattuto o danneggiato ben 47 velivoli nemici nel corso di tutta la battaglia!), la città a partire dal giorno 8 fino al 17 fu sottoposta a un martellante, incessante ed efficacissimo bombardamento da parte delle potenti artiglierie nemiche (che col sopraggiunto terzo reggimento della 6° divisione australiana, il 2/3° R.A.A.  del New South Wales, Northern Territory, South Australia and Western Australia, raggiungevano un totale di 30 gruppi), contro il quale poco o nulla poteva il nostro fuoco di controbatteria, gravemente condizionato dalla poca gittata dei nostri pezzi, risalenti tutti agli anni della Grande Guerra.
Dopo qualche giorno di relativa pausa nella notte del 20 un tentativo del nemico di avvicinarsi alle nostre posizioni di Dahar El Azazì venne duramente contrastato e respinto con perdite dai soldati della Sirte, ma era il segno di come l'offensiva fosse ormai imminente.

Puntualmente, essa scattò alla mezzanotte del 20, quando dalle acque al largo di Tobruch si abbattè implacabile contro le strutture portuali della città sotto assedio il fuoco demolitore di quattro anziane unità della Royal Navy apparse all'improvviso nella notte all'orizzonte: quello dei due poderosi pezzi da 381 del monitore classe Erebus HMS* Terror da 7.500 tonnellate e di sei pezzi da 152 appartenenti due per parte a tre cannoniere classe Insect da 635 tonnellate, le HMS Aphis, Ladybird e Gnat**, già entrate in azione nelle giornate precedenti contro Bardia e la strada litoranea libica.
Mentre i cannoni navali infierivano sulla città da circa 10.000 metri, ben al di là della portata dei tiri di controbatteria dei nostri pezzi costieri (che al massimo sparavano fino a 6-7.000) e alcuni cacciatorpediniere si ponevano non lontano dall'imboccatura del porto per impedire al nostro incrociatore San Giorgio di uscire in mare aperto ad affrontare la piccola flotta britannica, in lontananza si udivano già anche le prime salve dei 25 libbre inglesi dirette contro la cinta fortificata e i capisaldi italiani.
Quando alle 02,00 del 21 gennaio le quattro navi inglesi si ritirarono verso Alessandria, lasciando dietro di loro tre mercantili affondati in rada e uno scalo devastato dagli incendi e dagli scoppi dei depositi pieni di benzina e altro materiale infiammabile, fu la volta degli squadroni di bombardieri Blenheim della R.A.F., che a più riprese successive si sarebbero scagliati per ore senza soluzione di continuità sulla cittadina praticamente inerme lanciando da alta quota molte tonnellate di bombe fino alla mattina, senza che la nostra contraerea potesse farci nulla.

* Acronimo di Her Majesty Ship, Nave di Sua Maestà: trova il corrispondente italiano dell'epoca nell'appellativo Regia Nave (o Regio Sommergibile) premesso al nome delle unità italiane, e quello americano nella sigla USS (United States Ship).
* In italiano rispettivamente Afide, Coccinella e Zanzara.


Fu proprio al termine di quel secondo, violentissimo bombardamento aereo e terrestre, alle 07,15 del mattino, che si scatenò il primo attacco da parte dei carri armati della 7° divisione corazzata in direzione del settore occidentale, contro il caposaldo di Ras Medauar: venne ancora una volta nettamente respinto, come quelli dei giorni precedenti, ma era evidentemente solo un'azione diversiva visto che al termine ad essa fece immediatamente seguito 15 minuti dopo un nuovo assalto, stavolta indirizzato contro il settore orientale della piazzaforte, condotto ora dalle fanterie della 19° e della 16° brigata australiane, con la protezione dei nebbiogeni e il poderoso sostegno di fuoco dei carri, alla confluenza dei due capisaldi di Dahar El Azazì e Bir Junes.

Creatosi un varco tra essi, le due brigate penetrarono in massa all'interno e, dopo essersi dispiegate a raggiera a sinistra, al centro e alla destra delle linea delle nostre artiglierie, consentirono l'ingresso anche di altre unità blindo-meccanizzate della 6° divisione di Mackay, che poterono piombare così pressoché indisturbate allo strategico bivio di El Adem, sede di un'altra importante base aerea, l'obiettivo vero dell'offensiva, tesa a spaccare in due lo schieramento italiano e a isolarne l'uno dall'altro i due settori difensivi.

Resti di aerei italiani distrutti nella base di El Adem appena conquistata dagli anglo-australiani

Poiché contro di loro nulla potevano le nostre poche e inadeguate armi anticarro, i difensori, pesantemente attaccati anche dal cielo, furono letteralmente travolti dai carri armati e dalle autoblindo del nemico e costretti a ritirarsi fino all'altezza della zona di confluenza tra i capisaldi Piave e Q. 144 tenuti dal 69° Ancona e dal CXL° battaglione CC.NN.
Qui un improvviso e disperato contrattacco dei soli 7 carri M 11 ancora efficienti spezzò intorno alle 13,00 la fino allora inarrestabile azione delle unità australiane costringendole a ripiegare, ma solo per breve tempo: già alle 13,30 infatti gli australiani ritornavano all'attacco coi Cruiser e le autoblindo.
Il bivio di El Adem cadeva definitivamente in mano del nemico intorno alle 17,30, dopo cinque ore di durissimo combattimento in cui andarono a sacrificarsi il 50% dei quadri e il 70% dei carristi italiani.

Con la perdita in successione prima del caposaldo Piave e dopo un po' anche di quello di Q. 144 tenuto dal CXL° battaglione CC.NN. quasi l'intero settore orientale di Tobruch era ormai in mano australiana, così quando nel tardo pomeriggio i carri della 4° brigata corazzata fecero irruzione anche davanti al settore occidentale si capì che ormai mancava poco alla caduta dell'intera piazzaforte, nonostante la forte resistenza di tutti i centri di fuoco rimasti attivi, compresi i cannoni del San Giorgio, che, nonostante i bombardieri nei giorni precedenti avessero asportato uno dei pezzi antiaerei da 100, continuavano a sparare con molta efficacia su di loro, tanto da riuscire a fermarli praticamente da solo per ben 11 ore!

Enrico Pitassi Mennella
Dopo la cattura alle 19,00 del comando piazzaforte di Enrico Pitassi Mennella, comandante del XXII° C.A., da cui l'esperto 66enne generale d'artiglieria nativo di Cerignola (FG) stava dirigendo direttamente la lotta delle sue batterie contro i carri nemici dopo aver affidato il comando generale a Umberto Barberis, ormai i tre quarti almeno del centro abitato erano in mano al nemico.
La lotta sarebbe però continuata ancora per circa 18 ore, durante le quali tutti i capisaldi superstiti, le batterie isolate di Esercito e Marina, persino singoli plotoni, pur attaccati di fronte a da tergo da quelle straripanti forze motocorazzate, diedero coraggiosamente battaglia nonostante la palese inferiorità di armamento e di numero, tanto che capitò persino che le nostre batterie, una volta sopraffatte, chiedessero a quelle limitrofe di eseguire il fuoco di repressione sulla loro stessa zona di schieramento, pur di impedire al nemico di avanzare: "L'Opera 51, su 23 uomini di presidio ebbe 15 morti e 3 feriti - L'Opera 62 subì 6 morti e 7 feriti" (dalla relazione del Generale di Brigata Carlo Rostagno, capo di Stato Maggiore del XXII° C.A., cit. in http://www.regioesercito.it/reparti/mvsn/mvsnas40-43.htm).

Tutto crollava il 22 gennaio intorno alle 13,00, quando cadevano uno dopo l'altro gli ultimi tre capisaldi occidentali che ancora resistevano, quelli di Quota 71, tenuto dal XXXI° battaglione costiero libico, e il PilastrinoMedauar e Faras, dove si immolavano completamente i battaglioni superstiti della Cirene e il battaglione CC.NN. Volontari di Libia, l'ultimo sopravvissuto fino a quel momento.
L'ultimo atto avveniva nelle primissime ore del 23, quando l'eroico San Giorgio, rimasto isolato di fatto da terra sin dalle 11,00 di quella mattina dopo che una bomba d'aereo aveva tranciato il suo cavo di collegamento radiotelefonico con la base e colpito gravemente da un'altra allo scafo intorno alle 17,30 del pomeriggio, dopo aver praticamente esaurito tutti i colpi a disposizione si autoaffondava in rada per evitare un'umiliante resa al nemico.

Il San Giorgio in fiamme a Tobruch

L'AUTOAFFONDAMENTO DELL'INCROCIATORE SAN GIORGIO (23 GENNAIO 1941)
L'esplosione sarebbe dovuta avvenire all'una di notte all'interno dei depositi munizioni dei pezzi da 254, dopo aver proceduto a sgombrare completamente la nave mezz'ora prima, ma la
 mancanza di bombe mine temporizzate aveva costretto il comandante della nave, il capitano di fregata Stefano Pugliese, a utilizzare delle micce applicate a bombe normali.
Queste però si erano spente prima dell'ora prevista, costringendolo a ritornare sulla nave insieme con pochi altri a inondare di benzina quei locali per innescare gli scoppi, ma proprio quando Pugliese e gli altri stavano di nuovo per scendere la santabarbara centrale saltò in aria, innescando altre esplosioni nei locali prospicienti che ben presto portarono la nave ad adagiarsi sul basso fondale della rada.
Gravemente ferito, Pugliese venne ritrovato, salvato e curato in ospedale dagli inglesi prima di essere deportato in prigionia a Yol, in India, da dove sarebbe ritornato in Italia solo alla fine della guerra, mentre altri due suoi compagni di sventura, il capo silurista di prima classe Alessandro Montagna e il sottotenente del Corpo Regi Equipaggi Marittimi (C.R.E.M. ) Giuseppe Buciuni, morirono entrambi nell'esplosione: i loro corpi non sarebbero stati più ritrovati.
Tutti e tre sarebbero stati decorati nel 1947 con la medaglia d'oro al valore, Montagna e Buciuni alla memoria, e analogo riconoscimento avrebbe ricevuto già nel 1943 lo stesso incrociatore San Giorgio.
Una volta ritornato in Italia, dove tutti lo credevano morto (e la formula della motivazione data alla medaglia d'oro lo fa intuire), Pugliese avrebbe scoperto di essere stato anche promosso per merito di guerra a capitano di vascello.

La bandiera di guerra della nave sarebbe stata salvata e riportata in Italia a bordo del peschereccio Risveglio II dagli unici sei ufficiali e tre membri dell'equipaggio miracolosamente sfuggiti alla cattura.
A seguito di un accordo tra Italia e Libia stipulato un anno prima, nel 1952 si tentò di recuperarne il relitto, adagiato su un metro di fondale: la nave fu agganciata al rimorchiatore Ursus per essere riportata in Italia, ma durante il percorso il cavo di traino si spezzò e il glorioso San Giorgio andò definitivamente a fondo a 100 miglia da Tobruch.
Nel corso dell'operazione furono scoperti imbragati tra le reti antisommergibile che ne circondavano la chiglia ben 39 siluri!


La lunga fila dei prigionieri italiani dopo la caduta di Tobruch



Dopo quasi 60 ore di dura battaglia, costata 400 perdite complessive alle forze di O'Connor e 3.048 tra gli italiani (768 morti, tra cui 18 ufficiali, e 2.280 feriti, tra cui 30 ufficiali), oltre a 238 cannoni e ben 23.000 prigionieri, alle prime luci del 23 gennaio Tobruch era ormai in mano australiana.
Tra i prigionieri figuravano il comandante della piazzaforte, il Contrammiraglio Massimiliano Vietina, e ben cinque generali: Enrico Pitassi Mennella, comandante del XXII° C.A., Vincenzo Della Mura, comandante della 61° Sirte e responsabile del settore difensivo ovest della città,  Umberto Barberis, comandante della Guardia alla Frontiera e responsabile del settore est, Adolfo De Leone e Carlo Rostagno, capo di Stato Maggiore del XXII°.
Ma l'inafferrabile Barba elettrica, Annibale Bergonzoli, che pure a Tobruch si era rifugiato, era ancora una volta sfuggito alla cattura!

Il bollettino n. 232 del 25 gennaio 1941 avrebbe riportato quanto segue:
"Gli ultimi reparti che nel settore occidentale di Tobruk opponevano una disperata resistenza all'attacco nemico, sono stati sopraffatti nella giornata di ieri. Le forze che si trovavano nella piazzaforte di Tobruk si componevano di una divisione di fanteria, la Sirte, di un battaglione di guardie alla frontiera, di un battaglione di Camicie Nere, di reparti di marinai e artiglieri: un totale di 20mila uomini circa. Queste forze hanno resistito per 19 giorni al triplice incessante bombardamento dalla terra, dal mare e dall'aria e hanno tenuto testa per quattro giorni all'assalto finale. Le nostre artiglierie hanno sparato sino all'ultimo proiettile e hanno prodotto larghi vuoti nei reparti australiani. Anche le nostre perdite in uomini  e in materiali sono state forti. Secondo una radio-comunicazione del nemico sono stati sgombrati da Tobruk oltre duemila feriti italiani. Nella battaglia di Tobruk che è stata durissima, secondo la stessa confessione nemica, le forze armate d'Italia hanno eroicamente combattuto. Dopo Tobruk la battaglia si è spostata ad ovest, dove puntate di mezzi corazzati nemici sono state respinte  dal nostro fuoco, al quale si è aggiunto il bombardamento e il mitragliamento effettuato dalla nostra aviazione; un aereo nemico tipo Blenheim è stato abbattuto dalla nostra caccia  (...)"
SCONTRO TRA CARRI  A EL MECHILI (24-25 GENNAIO 1941)
La tragedia per gli italiani non era infatti ancora finita, come fa intuire la stessa lettura del bollettino.
Ora a finire sotto tiro era Derna, l'antica Darnis greca, una città di circa 10.000 abitanti, la seconda della Cirenaica dopo Bengasi, l'unica della Libia insieme con la stessa Bengasi e con Tripoli aggregata al territorio metropolitano del Regno d'Italia, tanto da costituirne ufficialmente dal 1939 una provincia, nonostante vi vivessero meno di 4.000 italiani in totale.

Le ultime riserve corazzate italiane rimaste, riunificate tutte sin dal 25 novembre da Graziani a Marsa Lucch sotto un unico comando, la cosiddetta Brigata speciale corazzata agli ordini del solito Valentino Babini, vennero poste a sbarramento della strada costiera per Derna a sud del quadrivio per il piccolo villaggio di El Mechilipresso la località di El Ghezze Scebib, circa una settantina di chilometri a sud-ovest della città, per impedire l'aggiramento delle nostre forze in ripiegamento sulla litoranea attraverso un taglio da parte delle forze nemiche in direzione dell'altopiano cirenaico.
Senza averne il nome, si trattava di fatto di una divisione corazzata: di essa facevano parte inizialmente, destinate a incrementarsi nei mesi successivi, due battaglioni di carri M 13/40, uno di M 11/39, due di L 3/35 (per un totale che sfiorava i 160 corazzati), uno squadrone di 6 vecchie autoblindo Fiat-Terni Libia più il 12° reggimento di fanteria Sila tratto dalla divisione Savona e due compagnie di pezzi controcarro, una del genio e unità di rifornimento, tutte tratte anch'esse dalla V° armata di Gariboldi, cui si sarebbe aggiunto nella seconda metà di dicembre il 10° bersaglieri (formato da tre battaglioni autocarrati, XVI°, XXXIV°, XXXV°, cui sarebbe stato aggregato il LX° battaglione bersaglieri motociclisti della Sabratha articolato su 3 compagnie preesistenti e una compagnia comando), arrivato da Palermo a Tripoli alle 15,00 del 15 dicembre dopo due giorni di navigazione a bordo del piroscafo Marco Polo ed immediatamente mandato in prima linea.

Perché probabilmente la verità è che sin dall'inizio Graziani, pienamente consapevole delle gravi carenze delle difese delle due città, aveva dato per perdute sia Bardia che Tobruch e da sempre pensava di poter avere qualche piccola chance solo giocandosi l'all in con le sue forze migliori, i corazzati di Babini, che aveva tenuto preservati sino a quel momento, che dovevano impegnare quelli nemici proprio a El Mechili, e le nostre truppe fresche schierate sul ciglione di Derna, ritenuto quasi inespugnabile, un autentico bastione naturale.

Carri italiani col fortino di El Mechili sullo sfondo

Il 24 gennaio, proveniente da Tobruch, il nemico era alle viste di Derna.
Il centro abitato era presidiato in quel momento direttamente dalla 60° divisione Sabratha del Generale di Divisione Guido Della Bona, schierata coi suoi due reggimenti di fanteria, l'85° e l'86° Verona, lungo lo uadi che attraversa la città dividendola in due parti, quella più vecchia di Bu Mansur sulla destra e quella più nuova e protesa verso il mare di El Bilad a sinistra, unite solo da un ponte costruito dagli italiani nel 1916, ma le difese erano completate più in profondità dal gruppo mobile Tonini responsabile della difesa della base aerea di El Fteiah, a est di Derna (formato dal 1° reggimento paracadutisti Fanti dell'aria con 3 carri armati, 3 autoblindo, una compagnia del LX° battaglione bersaglieri motociclisti e un gruppo d'artiglieria da 75/27 aggregato alla Sabratha), e da elementi del 10° bersaglieri del gruppo Babini equivalenti più o meno a due battaglioni schierati in parte presso il  villaggio agricolo Giovanni Berta, non lontano dalla città costiera di Gubba, più a ovest, e in parte a Chaulan, a sud-ovest da lì, circa a metà strada tra il villaggio Berta e Slonta, una quarantina di chilometri a nord di El Mechili, per difendere il fianco e le retrovie della divisione.
Proprio contro queste forze si dirigeva senza indugio proveniente da Martuba e preceduta dai Matilda del 7° carri la 19° brigata australiana di Red Robbie Robertson, il vincitore di Bardia, mentre gli M 13 e gli L 3 di Babini venivano affrontati direttamente nel settore di El Mechili dai carri della 4° brigata corazzata inglese, avanguardia della sopravveniente 7° divisione corazzata.

Si trattava di 88 carri, di cui 57 leggeri Vickers Mk. VI e 31 medi Cruiser di varia tipologia (A 9, A 10, A 13), in forza a tre reggimenti, due della 4° corazzata (7° Ussari e 2° carri reale) e uno aggregato dalla 7° (il 3° Ussari del Re, 3rd King's Own Hussars): i Vickers costituivano ovviamente la larga maggioranza nei due reggimenti di cavalleria (il 3° Ussari aveva 25 carri leggeri e 9 incrociatori, il 7° addirittura 26 dei primi e uno solo dei secondi), mentre il contrario avveniva per il 2° carri, che disponeva di ben 21 Cruiser e solo 6 Vickers.
Contro di loro il raggruppamento corazzato agli ordini di Babini disponeva in prima linea di 82 carri (57 dei nuovissimi M 13/40 del III° e V° battaglione carri M, al loro battesimo del fuoco, e 25 dei soliti L 3/35) e dell'ultimo battaglione del 10° bersaglieri, col supporto di fuoco assicurato da 6 autoblindo, 16 pezzi campali (8 obici da 100/17 e 8 cannoni da 75/27), 8 pezzi controcarro da 47/32, 12 cannoncini antiaerei Breda da 20/65, 12 mitragliatrici pesanti FIAT-Revelli Mod. 14/35, 4 da 12,7 mm, 7 fuciloni anticarro Solothurn da 20 mm, 6 mortai e 30 lanciafiamme, per una forza complessiva di 2.338 uomini, di cui 138 ufficiali, trasportati da 90 autocarri leggeri e 160 pesanti e 180 motociclette.

Bersaglieri motociclisti nel 1941
Mario Bignami
Non era l'unica unità italiana spendibile per la difesa del quadrivio di El Mechili, però, perché in posizione di riserva a Mechili erano pronti sia il raggruppamento meccanizzato d'artiglieria del colonnello Giuseppe Piana, comandante del 42° reggimento d'artiglieria Sabratha (una formazione composta da 2.362 uomini, di cui 121 ufficiali, con 115 autocarri leggeri, 83 pesanti e 120 motociclette, con  un gruppo di 12 cannoni da 105/28, due su 24 pezzi da 75/27, uno su 12 cannoni da montagna da 65/17, 20 Breda antiaeree da 20/65, più 62 FIAT-Revelli, 18 mortai da 45 e 10 lanciafiamme), sia la colonna moto-corazzata del Generale di Brigata Mario Bignami, vicecomandante della divisione Marmarica (con due battaglioni mitraglieri, il XXV° Bologna e il XXVII° Brescia, un gruppo di 12 pezzi da 75/27 distaccati dal 10° artiglieria Bologna e il VI° e il XXI° battaglione carri M con 37 M 13/40 ciascuno).

Nonostante insieme tutti e tre questi raggruppamenti facessero un totale di 129 carri M 13, 25 L 3/35 e 6 autoblindo, cui si aggiungevano 85 cannoni di vario calibro (compresi 8 controcarro), 36 cannoncini antiaerei e circa 5.000 uomini di fanteria motorizzati e ben equipaggiati, e fossero quindi assolutamente in grado di sconfiggere in campo aperto l'intera 7° divisione corazzata britannica (che in quel momento disponeva solo di 50 Cruiser e 95 Vickers complessivamente, essendo i Matilda impegnati nell'attacco diretto a Derna), per ordine di Graziani solo il raggruppamento Babini ne avrebbe di fatto sostenuto l'urto a El Ghezze Scebib,  mentre gli altri due  sarebbero rimasti del tutto inoperosi fino all'ordine del ripiegamento conclusosi poi con la resa a Beda Fomm, perdendo così definitivamente la possibilità di sconfiggere le due brigate corazzate britanniche e bloccare lì l'avanzata del nemico, ancora ben dentro la Marmarica e vicini ai confini con l'Egitto.
Probabilmente commesso in buona fede, immagino per tenere buoni ancora dei carri armati in vista delle battaglie future piuttosto che correre il rischio di perderli tutti o quasi in un più grosso e definitivo scontro campale, magari in attesa (ingenua?) dell'arrivo da un momento all'altro dell'aiuto tedesco, ma di sicuro questo sarebbe stato l'errore forse più grave in assoluto commesso da Graziani in quella tragica campagna.

Su come andarono esattamente le cose durante lo scontro, che fu violentissimo e durò due giorni, le fonti divergono, ma tutte sono d'accordo su un punto: che in un primo momento a prevalere nettamente furono proprio i carri italiani M 13, capaci di sorprendere col loro pezzo da 47/32, sconosciuto ai carristi nemici e armato di munizionamento esplosivo e perforante, un intero squadrone del 7° Ussari andato troppo imprudentemente all'arrembaggio coi suoi piccoli Vickers contro una ventina di essi, mettendone fuori combattimento ben 5 e costringendo il nemico a ritirarsi in tutta fretta.

Costretto a riorganizzare le proprie file, scompaginate da quell'imprevista spazzolata da parte di quei nuovi corazzati che per la prima volta sembravano poter impegnare i suoi da pari a pari, Caunter ordinò ai Vickers di retrocedere e di far avanzare piuttosto in avanscoperta i propri reparti anticarro muniti di pezzi autocarrati da 2 libbre e le artiglierie campali da 25 libbre a tiro rapido: l'idea era quella di tendere agli M 13 italiani un'imboscata con gli anticarro nei pressi di un declivio, che i primi avrebbero dovuto affrontare in condizioni ovviamente di scarsa visibilità, per poi finirli definitivamente all'arrivo dei carri incrociatori più pesanti del 1° reggimento carri reale dell'ormai vicinissima 7° brigata corazzata del Brigadier Generale Hugh Edward Russell, che dovevano formare con quelli già presenti della 4° una massa di circa una cinquantina di mezzi da scagliare tutti insieme contro gli italiani per aggirarli sui fianchi, da un lato quelli della 7° puntando tra Mechili e Slonta e dall'altro  quelli della 4° tagliandogli le vie di comunicazione a ovest e nord-ovest, con lo scopo ultimo di chiuderli in una sacca mortale.

I cannoni autoportati da 2 libbre inglesi (2 pdr portèe) impegnati in un'esercitazione a fuoco
nel deserto il 3 maggio 1942
Per quanto stavolta fossero gli italiani ad avere la peggio, con 8 o 9 carri persi (di cui almeno uno o due catturati dal nemico) al costo di un altro Vickers e di un Cruiser A 10 (ma diverse fonti italiane parlano di almeno altri 20-25 danneggiati), pare quasi tutti ad opera dei cannoni anticarro autoportati, la sorpresa sarebbe riuscita solo in parte, consentendo ai carri  di Babini  di sganciarsi per tempo e ripiegare in buon ordine presso il non lontano crocevia, anche perché nel frattempo avevano perso il contatto radio con la base.

Proprio qui in un primo momento Tellera intendeva formare un centro di resistenza sul fianco meridionale del nemico per consentire un ordinato deflusso verso Bengasi delle truppe in ripiegamento sulla litoranea e di quelle assediate a Derna, che stavano nel frattempo bravamente tenendo testa agli australiani, sia la Sabratha sullo uadi che il gruppo mobile Tonini presso la vicina base aerea di El Fteiah, dove si segnalavano in particolare per valore e ardore combattivo  i bersaglieri e i paracadutisti libici, tanto da riuscire a fermare a lungo il 2/11° battaglione della 19° brigata.
Ripetutamente attaccato dai caccia e dai bombardieri italiani, solo a prezzo di grosse perdite il battaglione australiano sarebbe infatti giunto nei dintorni dell'aeroporto, a 3 chilometri dalla città, presso la località di Siret El Chreiba, dove però le mitragliatrici e le artiglierie della Sabratha, dei bersaglieri e degli Ascari del cielo, seguendo le tattiche della difesa manovrata, l'avrebbero fermato.
Il 26 notte, facendosi tuttavia ormai intollerabile la pressione della 7° divisione corazzata sulle posizioni tenute dai carri di Babini, Graziani in persona, nell'impossibilità di inviarne altri in supporto come richiestogli da Tellera, ordinò a Babini di ripiegare in fretta verso nord in direzione di Slonta, temendo un crollo dell'intero settore, per poi dirigersi da lì a ovest verso Bengasi attraverso il Gebel El Achdar, la Montagna verde, il boscoso e umidissimo altopiano intervallato da valli e uadi, largo tra i 20 e i 30 chilometri e alto in media poco meno di 900 metri, che scorre parallelamente alla costa per circa 180 chilometri da nord di Derna fino a est di Bengasi: un territorio perfetto per nascondigli e imboscate, tanto da essere da sempre il terreno preferito delle tribù senussite in permanente lotta contro i turchi prima, gli italiani poi...
CADONO DERNA (30 GENNAIO 1941) E BENGASI (1 FEBBRAIO 1941)
Mentre i carri di Babini percorrevano a rotta di collo, tormentati dagli attacchi aerei del nemico e sotto le tempeste di sabbia create dal ghiblii 220 chilometri della carovaniera che da sud di Slonta portava a Bir Melez e Antelat, sfuggendo per un pelo all'inseguimento della 4° brigata corazzata britannica (costretta a fermarsi dopo 48 ore per l'esaurimento del carburante, la stanchezza degli uomini e la forte usura dei mezzi dovuta allo strato di fango formatosi sulla pista a seguito delle piogge, frequenti in quella stagione), tra il 27 e il  28 gennaio Cruiser della 7° brigata corazzata entravano a El Mechili abbandonata dagli italiani e la 19° brigata australiana riusciva a sua volta a circondare quasi completamente anche Derna, ormai sottoposta agli attacchi da tutti i lati dei suoi tre battaglioni, il 2/4° del tenente colonnello Ivan Dougherty, il 2/8° del parigrado John Mitchell e il 2/11° di Thomas Louch, che straripavano a ventaglio rispettivamente il primo nel settore di Gubba, a ovest della città, il secondo più a sud all'altezza di Siret Medeanat sullo uadi cittadino, che riusciva ad attraversare nonostante ancora la fortissima opposizione soprattutto dei paracadutisti libici del gruppo mobile Tonini,  il terzo a sud-est, dove però era severamente impegnato dai bersaglieri saldamente appostati sul cosiddetto ciglione di Derna, quello che spiccava sull'altopiano di Sidi El Garbàa immediatamente a sud della città: proprio i bersaglieri in un feroce contrattacco partito proprio dalla cresta settentrionale dello uadi di Derna riuscivano addirittura a respingere temporaneamente gli australiani, al prezzo di 40 caduti e 56 catturati e fatti prigionieri, col concorso decisivo delle artiglierie, cui quelle australiane facevano fatica a rispondere con efficacia per l'obbligo di razionare l'uso delle granate a sole 10 al giorno per pezzo a causa del progressivo esaurirsi del relativo munizionamento.

Un Bren Carrier del 2/6° cavalleria australiana il 7 gennaio 1941

Nonostante però una colonna di Bren Carriers del 2/6° cavalleria uscita in ricognizione alla ricerca di carri italiani avvistati a sud di Derna venisse annientata in un'imboscata dai pezzi anticarro e dalle mitragliatrici ancora una volta dei bersaglieri, con la morte di 4 australiani e la cattura di 3, quando l'intera rotabile che da El Mechili andava a Derna veniva occupata dal 2/4° battaglione di fanteria e più o meno contemporaneamente l'11° Ussari al comando di John Combe, dopo aver perso a sua volta 8 autoblindo in un nuovo scontro a Bir Semander, riusciva a trovare un varco all'altezza di Chaulan, a sud dello uadi di Derna, mettendo così a rischio di aggiramento sia il gruppo Tonini che le stesse difese cittadine, ormai la sorte di Derna era segnata.
Bergonzoli si vedeva costretto a ordinare nella notte tra il 28 e il 29 gennaio la ritirata generale, lasciando la città in mano nemica: a questo punto, non più coperta dai carri di Babini,  rimaneva del tutto aperta per le potenti e agilissime colonne moto-corazzate britanniche la via del deserto in direzione del golfo della Sirte.
Tellera era così costretto l'1 febbraio a ordinare a tutte le poche truppe superstiti convenute a Bengasi, non più di 25.000 uomini, il ripiegamento anche da lì sulla strada costiera verso Agedabia, alle porte della Tripolitania.


INFINE CADE ANCHE  BEDA FOMM (7 FEBBRAIO 1941)
Tra il 6 e il 7 febbraio avveniva lo scontro finale, purtroppo già segnato in partenza, tra gli italiani e gli anglo-australiani.
All'avanguardia della 7° divisione corazzata all'inseguimento degli italiani era come al solito la Combe Force, che dopo un'autentica volata di 270 chilometri percorsi in sole 36 ore nel deserto arrivava per prima sulla litoranea già intorno alle 12,00 del 5 febbraio, anticipando di mezz'ora le avanguardie degli italiani in ripiegamento all'altezza del grande campo trincerato di Beda Fomm, a circa 30 miglia (48 Km) a sud-ovest di Antelat e 20 miglia (32 Km) a nord di Agedabia, nei pressi di  Sidi Saleh, dove Combe istituiva dei posti di blocco.

All'arrivo degli italiani proprio qui scoppiava l'ultima battaglia, nella quale si sacrificavano quasi interamente proprio i carri di Babini nel ripetuto tentativo di forzare le linee nemiche per sfuggire all'accerchiamento e consentire alle truppe superstiti di passare oltre lo sbarramento, ma senza riuscirci.
Il Raggruppamento Babini veniva completamente annientato, con la perdita di almeno una cinquantina di mezzi, e insieme ad esso finirono in nulla tutti i ripetuti tentativi degli italiani di rompere quella sacca, fino a quando, nella notte del 7, dopo l'ultima disperata sortita, anche gli ultimi 5 di 30 carri italiani attaccanti vennero fermati, l'ultimo a pochi metri dal posto comando britannico, e la resa di quei 25.000 uomini fu inevitabile.
"FOX KILLED IN THE OPEN",
"Volpe uccisa in aperta campagna", sarebbe stato il messaggio inviato da Richard O'Connor al Comando britannico del Cairo.

Bergonzoli prigioniero
Alla fine dello scontro fu rinvenuto moribondo all'interno di un M 13 colpito proprio il povero Tellera, poi morto per le ferite riportate. 
Altri quattro generali furono fatti prigionieri: con Valentino Babini, Ferdinando Cona (subentrato per poche ore alla testa della moribonda X° armata al posto di Tellera) e Mario Bignami stavolta c'era anche Annibale Bergonzoli.
La corsa era finita pure per lui.
Internato a Yol, in India, e poi trasferito in U.S.A., prima a Monticello (Arkansas) e poi a Hereford (Texas), per essersi rifiutato di collaborare con le forze alleate anglo-americane dopo l'8 settembre 1943 il 56enne generale piemontese venne relegato per punizione per circa due anni e mezzo nel reparto psichiatrico dell'ospedale di Long Island (New York), fino alla sua liberazione.
Tornato in Italia nel marzo 1946, sarebbe stato per breve tempo reintegrato in servizio fino a raggiungere il grado di Generale di Corpo d'Armata.
Definitivamente congedato nel 1947, si sarebbe spento 89enne nella natia Canobbio (VB) il 31 luglio 1973.

Per la X° armata italiana, sarebbe stata una sconfitta ai limiti del disonorevole, costata a Graziani la perdita secca di 5.000 caduti, 10.000 feriti, 115.000 prigionieri, 845 cannoni e 380 carri in totale, oltre a parecchio materiale bellico catturato dal nemico (tra cui diverse centinaia di cannoni e decine di carri M 11/39 e L 3/35 più un pugno di M 13/40, incamerati dalla subentrata 9° divisione australiana), al costo di "soli" 500 caduti, 1.373 feriti e 56 dispersi tra le file britanniche!
Soprattutto, una sconfitta che aveva drammaticamente palesato il bluff, mettendo in luce le numerose mancanze del Regio Esercito in Libia (ma non solo lì, in effetti), in particolare la carenza di autocarri e quindi di mobilità, lo scarso addestramento della truppa, l'inadeguatezza degli ufficiali (quasi tutti coloniali e di complemento, clamorosamente arretrati anche per gli standard non eccezionali delle forze armate metropolitane), l'inefficienza della macchina logistica e soprattutto l'insufficienza di una credibile forza corazzata a supporto.

IL GRAVE PROBLEMA DEI NOSTRI CORAZZATI 
Ormai si capiva che nel deserto le battaglie tra carri sarebbero diventate sempre più somiglianti a battaglie navali, in cui fondamentale diventava la gittata dei proietti, il loro calibro e lo spessore della corazza.
Faceva allora assai male, sinceramente, il confronto coi corazzati usati dai britannici, cioè carri pesanti per l'appoggio della fanteria come i Matilda Mk. II, con un pezzo da 40 mm e una mitragliatrice Besa da 7,92 mm (o un Bren da 7,7) per un peso di 27 tonnellate, o i più piccoli Valentine Mk. III, armati allo stesso modo ma di 16 tonnellate, arrivati nel corso dei primi mesi del 1941, e i carri incrociatori A 13 Cruiser Mk. III e IV, con un pezzo da 40, una mitragliatrice Vickers in calibro .303 e un peso di 15 tonnellate, e A 15 Crusader Mk. VI, la sua diretta evoluzione, con un pezzo stavolta da 57, una mitragliatrice Besa da 7,92 e un peso intorno alle 20 tonnellate. 
Al di là di tutte le problematiche operative, tecnologiche e tattiche, di fronte a loro, in particolare ai Matilda e ai Valentine, ma anche ai Crusader, anche i nostri carri migliori, gli M 13/40, e le loro dirette evoluzioni, gli M 14/41 e gli M 15/42 (questi ultimi arrivati in Africa a giochi ormai compromessi, nei primi mesi del 1943), che per i nostri criteri erano di tipo medio, erano decisamente più piccoli di peso e dimensioni.
Le sagome dei principali carri armati di El Alamein disegnate dal maggiore Paolo Caccia Dominioni, comandante del XXXI° battaglione genio guastatori d'Africa (l'M 13/40 è un po' sottodimensionato, ma siamo lì)

Questo  poteva anche non essere necessariamente uno svantaggio, come dimostra l'esperienza dei nostri semoventi da 75/18, detti non per niente "bassotti", visto che consentiva loro di nascondersi più facilmente tra le dune e gli avvallamenti nel piattume altrimenti uniforme del deserto, ma la realtà è che l'obice da 75/18 dei "bassotti" era probabilmente il pezzo più potente in assoluto tra quelli dei corazzati presenti in Africa dal giugno 1940 al maggio del 1943, mentre il volonteroso pezzo da 47/32 Mod. 35 dei carri M 13 e 14 italiani, sicuramente adeguato fino a tutto il 1940 e ancora competitivo per una buona parte del 1941 contro le corazzature dei carri coevi, pur sparando una granata di 1.400 grammi contro i 910 di quella del 2 libbre inglese dava al proietto una velocità iniziale di 630 m/s, assai inferiore a quella di 792 m/s dell'altro, il che faceva sì che a 500 metri di distanza la granata di un Cruiser potesse sfondare una corazza di 53 mm, quella di un M 13/40 al massimo una di 43.

Semoventi M 40 da 75/18 in marcia nel deserto africano (fonte: El Alamein Battle Archive)
Una differenza sensibile, che rendeva necessario per i carri italiani ingaggiare i Cruiser a una distanza superiore a 500 metri, ma che comunque rendeva assai arduo competere coi carri pesanti britannici, la cui corazzatura ben più solida di quella degli incrociatori (sui 65 mm) li rendeva quasi impenetrabili ai colpi dei nostri anche a distanza, prima dell'avvento delle speciali munizioni E.P. (Effetto Pronto)* ed E.P.S. (Effetto Pronto Speciale, a carica cava)**, le uniche perforanti di nuovo tipo disponibili, quelle che sfruttavano appieno il cosiddetto "Effetto Munroe"***, anche se col grave difetto di essere in numero più limitato di quelle "normali".


* Trovo su Internet (v. http://forum.worldoftanks.eu/index.php?/topic/430405-proiettili-ep-e-eps/ e  https://it.qaz.wiki/wiki/Armor-piercing_ammunition) la seguente definizione: munizione perforante di tipo H.E.S.H. (High Explosive Squash Head, esplosivo ad alto potenziale a testa schiacciabile), consistente in una granata anticarro con punta metallica sottile e riempita di esplosivo al plastico, con alla base una spoletta posteriore che al momento dell'impatto provoca un'esplosione leggermente ritardata, dando tempo al panetto di esplosivo di schiacciarsi sulla superficie del bersaglio, formando una specie di dischetto che si espande a contatto col metallo fino a quando pochi millisecondi dopo avviene la detonazione, cosicché l'azione esplosiva crea un'enorme onda d'urto che trasmettendosi al metallo esterno in superficie provoca sull'armatura metallica esterna e interna dello scafo colpito forti effetti di sconquasso e distacco di menischi. Rispetto ad altri tipi di A.P.H.E. (Armour Piercing Hig Explosive, munizioni perforanti ad alto potenziale esplosivo) i proietti E.P. costano meno perché non richiedono materiali pregiati, sono adatti anche a cannoni a bassa velocità iniziale e la loro efficacia non dipende dalla distanza, anche se ovviamente più è bassa la velocità di volata più è difficile fare centro da lunga distanza.

** Trovo su Internet (v. sopra) la seguente definizione: munizione perforante di tipo H.E.A.T. (High Explosive Anti Tank, esplosivo ad alto potenziale anti carro), consistente in una granata con spoletta anteriore e quindi a scoppio immediato (spoletta tedesca), con azione di perforazione dovuta a un dardo termico di circa 2.000° centigradi che sfruttando il cosiddetto "Effetto Munroe" al momento dell'esplosione si proietta sotto forma di un flusso di particelle di metallo ad altissima velocità in uno stato di superplasticità (plasma chimico) all'interno dello scafo del carro colpito, sagomato allo stesso modo di un incavo normalmente conico presente nell'esplosivo contenuto nel proietto, con gli effetti che si possono immaginare. Questo tipo di munizionamento è anch'esso efficace indipendentemente dalla sua velocità e quindi dalla sua distanza dall'obiettivo.

*** Si definisce "Effetto Munroe" la parziale concentrazione di energia esplosiva causata da un vuoto incavato in un pezzo di esplosivo, una proprietà utilizzata dal principio della carica cava (in inglese "hollow charge" o "shaped charge"): l'energia esplosiva viene rilasciata direttamente dalla superficie di un esplosivo, così sagomando l'esplosivo si concentrerà l'energia dell'esplosione nell'incavo. Se il vuoto possiede una forma appropriata (solitamente conica) si formerà un getto di plasma ad alta velocità. Scoperta nel 1888 dal chimico statunitense Charles Edward Munroe, che osservò mentre lavorava alla Naval Torpedo Station di Newport (U.S.A.) che quando si faceva detonare nei pressi di una lastra di metallo un blocco di fulmicotone in cui era inciso il nome del suo produttore l'iscrizione veniva trasferita sulla lastra, tale proprietà trovò applicazione soprattutto in ambito militare grazie all'intuizione di Egon Neumann, che nel 1910 scoprì che il TNT (Tritolo o TriNitroToluene) che conteneva un incavo di forma conica lacerava una lastra di metallo che, in condizioni normali, veniva solo intaccata dalla stessa quantità di esplosivo. Tali scoperte trovarono effettiva applicazione pratica a fini militari solo agli inizi della seconda guerra mondiale, quando si dovettero ideare munizioni in grado di penetrare le protezioni sempre più spesse dei mezzi corazzati e dei bunker, migliorando addirittura l'effetto Munroe con l'applicazione di una sottile lamina metallica (detta liner) all'incavo dell'esplosivo, il che ne aumentava esponenzialmente la potenza rendendo possibile la realizzazione di ordigni di minori dimensioni, trasportabili anche da un solo uomo (come nel caso del Panzerfaust tedesco): va anche detto però che le attuali tecnologie, con l'introduzione delle corazze composite e reattive, riducono di molto l'efficacia delle munizioni a carica cava, che rimane invece assoluta contro le corazze in acciaio semplice. In ambito militare le cariche cave sono utilizzate anche per l'innesco delle armi nucleari, in quello civile nelle demolizioni per tagliare robuste strutture in metallo o in calcestruzzo e nell'industria mineraria ed estrattiva.
(Traggo queste informazioni dalla voce "Effetto Munroe" su Wikipedia e da https://armiestrumenti.com/2010/07/29/la-carica-cava/).

Il confronto (impietoso per i corazzati italiani) tra le munizioni impiegate dai carri dell'una (ValentineCrusaderGrantSherman) e dell'altra parte (Panzer III e IV, M 14/41) a El Alamein

La situazione sarebbe sicuramente migliorata con l'avvento dei carri M 15/42, che oltre a disporre di una corazzatura anteriore di maggior spessore e di un motore molto più potente, alimentato a benzina e non più a gasolio, che li rendeva più veloci e manovrieri, erano armati sempre con un pezzo da 47 ma più lungo di 8 calibri, il 47/40 Mod. 38, camerato per un cartoccio-proietto poco più lungo rispetto al predecessore (con bossolo portato da 195/227 mm a 328), con la conseguenza di una velocità iniziale alla volata superiore di un ben 30% rispetto al 47/32 (900 m/s), capace di perforare col munizionamento E.P.S. fino a 112 mm a 100 metri, 80 a 500, 43 a 1.000 e 24 a 2.000.

Carro M 15/42 (foto tratta da http://www.assocarri.it/il-redivivo-m1542/)

Il problema è che dall'altra parte ormai c'erano autentici mostri come i carri M 3 Lee/Grant e M 4 Sherman o i semoventi Priest di costruzione americana...
Noi progredivamo pure, ma un passo alla volta, lentamente e con numeri risibili (solo 220 sarebbero stati gli M 15/42 prodotti, più una trentina ordinati dai tedeschi dopo l'armistizio), in più eravamo affezionati, per comodità, per i costi minori, per pigrizia mentale degli Alti Comandi e delle industrie, al pezzo calibro 47 e a corazzature imbullonate invece che saldate, e tutto questo mentre tedeschi e alleati sfornavano di continuo carri nuovi, sempre più grossi, sempre più potenti, sempre più e meglio corazzati, sempre più armati, con cannoni prima da 57, poi da 75, da 88, da 105 e anche più...
Ma dove volevamo andare così???

QUARTO QUADRO
ARRIVANO I TEDESCHI 

13. COMINCIA L'EPOPEA DI ERWIN ROMMEL

Proprio in conseguenza del disastro che si stava profilando per il Regio Esercito in Africa (dove anche le truppe del Duca d'Aosta in A.O.I. stavano in quel momento subendo l'offensiva delle truppe britanniche), il 6 febbraio l'allora Generalleutnant* Johannes Erwin Eugen Rommel, distintosi nella campagna di Francia alla guida della 7° Panzer-Division (divenuta famosa col soprannome di "Gestempserdivision", la divisione fantasma, per la sua capacità di comparire e scomparire all'improvviso senza che né i franco-britannici né gli stessi tedeschi sapessero dove fosse), la prima in assoluto a raggiungere le coste davanti alla Manica dopo aver superato la Mosa presso la diga di Houx ed aver respinto l'impetuoso contrattacco britannico di Arrasera stato convocato a Berlino da Hitler in persona per ricevere l'incarico di comandare col nuovo grado di General der Panzertruppe** un piccolo Panzergruppe (gruppo corazzato), quello formato da due divisioni, una meccanizzata, la 90° leggera di fanteria (90. Leichte Infanterie-Division Afrika), e una corazzata, la 21° (21. Panzer-Division, fino ad agosto 5. Leichte Division Afrika), a cui se ne sarebbe a marzo aggiunta una terza, la 15° corazzata (15. Panzer-Division), destinato a partire a giorni per la Libia, il cui possesso era ritenuto veramente strategico a differenza dell'A.O.I. perché consentiva di mantenere sotto controllo il Mediterraneo ed impedire che divenisse un mare britannico. 

* Tenente Generale (grado presente anche negli eserciti anglosassoni, equivalente a quello italiano di Generale di Corpo d'Armata).

** Generale delle Truppe Corazzate (grado apicale di quella specialità, allora previsto nelle forze armate tedesche ma ora non più in uso).

IL GIOCO SI FA PESANTE
Fu proprio questo il motivo per cui i tedeschi, timorosi che, dopo la perdita della Marmarica, della Cirenaica e delle città costiere di Tobruch, Bengasi e Derna, anche quella eventuale della Tripolitania potesse mandare in malora tutti i piani per la guerra in Europa, misero in piedi in tutta fretta quel piccolo ma formidabile corpo di spedizione con l'ordine perentorio all'inizio di salvare almeno Tripoli e il suo entroterra, incentrandolo tutto sulla mobilità e la potenza di fuoco dei loro carri armati, e spostarono contestualmente in Sicilia anche un forte contingente aereo della Luftwaffe, il 10. FliegerKorps (X° Corpo aereo), mandando alcuni stormi per lo più di caccia anche in Tripolitania, armati con i celeberrimi cacciabombardieri a tuffo Junkers Ju. 87 Stuka e i non meno famosi caccia Messerschmitt Me. 109 e Focke Wulf F.W. 190, sicuramente superiori agli Hurricane e ai P-40 Kittyhawk di produzione americana e almeno pari agli Spitfire.

Era giunta l'ora finalmente anche per noi, visto lo sforzo tedesco, di mandare un esercito serio sulla quarta sponda: Roma decise così di inviare in loco le nostre due nuove divisioni corazzate, l'Ariete e la Littorio, oltre che le due meccanizzate Trieste e Trento.
Appoggiate anche dai nuovi stormi caccia armati con velivoli più moderni, finalmente monoplani, i Macchi M.C. 200 Saetta e successivamente i più potenti 202 Folgore, capaci di contrapporsi direttamente e finalmente con sicuro successo a quelli del nemico, le nuove divisioni e quelle che sarebbero arrivate in seguito avrebbero combattuto per tutta la campagna d'Africa insieme con le forze integre della V° armata della Tripolitania e le pochi superstiti della X°.
Il gioco ora si faceva pesante.

I primi panzer (in primo piano un Panzer II)  sbarcati a Tripoli nel febbraio 1941

ROMMEL SI IMPONE AI GENERALI ITALIANI
Sin dal suo arrivo in Africa, il 12 febbraio 1941, Erwin Rommel era stato sempre formalmente subordinato al Governatore della Libia, in quel momento Italo Gariboldi, appena succeduto al dimissionario Graziani in quanto comandante della V° armata, l'unica rimasta, con il X° e il XX° C.A. ancora integri (il XXIII° era tutto perito a Sidi El Barrani, così di fatto il Panzergruppe Afrika era venuto a sostituirlo), ma non aveva fatto fatica ad imporsi in breve tempo come il vero e autentico comandante de facto dell'intero schieramento italo-tedescograzie al suo carisma, alla sua ferrea disciplina, alle sue innovative tattiche di combattimento coi carri e soprattutto alle sue vittorie a ripetizione, spesso ottenute in clamorosa inferiorità numerica e (almeno per quanto riguardava i mediocri carri M italiani e i superatissimi Panzer I e II tedeschi) anche qualitativa.

Lo era diventato certo anche sfruttando l'enorme ascendente che aveva sul Fuhrer, con il quale aveva instaurato un esclusivo canale diretto che finiva per bypassare ogni comando intermedio, tedesco, italiano o interalleato che fosse, il che gli consentiva non solo di fare tutto ciò che gli venisse in testa, ma anche e soprattutto di essere costantemente coperto da ogni e qualunque genere di lamentela provenisse dai comandi italiani (e non solo da loro), ma di sicuro non aveva rubato nulla a nessuno, perché grazie a quel vero e proprio diritto di carta bianca si era comunque guadagnata una solida fama di condottiero pressoché invincibile, tanto da meritarsi prima presso i suoi connazionali e poi nel mondo intero l'immaginifico soprannome di "Der wustenfuchs" (la Volpe del deserto), un indubbio riconoscimento per l'astuzia e la fantasia con cui sembrava teleguidare le manovre dei suoi carri armati e dei suoi mezzi ruotati negli spazi ampi del deserto, che finivano regolarmente per aggirare e distruggere le sventurate unità nemiche che gli capitavano sotto tiro.

Erwin Rommel e Ettore Bastico
Era un modo di fare e di gestire il comando che però non andava affatto giù agli Alti Comandi italiani, abituati sin da sempre a seguire disciplinatamente i comandi ricevuti dai superiori diretti secondo l'ordinaria catena gerarchica e soprattutto ad avanzare col loro (lentissimo) passo, mica al passo di marcia che Rommel pretendeva e di fatto finiva regolarmente con l'imporgli.

Con tutte le loro idiosincrasie e i loro difetti, va detto, per correttezza, che da questo punto di vista non avevano torto: il grande condottiero tedesco aveva pochissima stima dei suoi colleghi italiani, considerandoli in genere degli scaldasedie incapaci, tatticamente arretrati, ammanicati con la politica e anche un po' fifoni, visto che a parer suo restavano troppo nelle retrovie invece di visitare più spesso la prima linea (qui non mancava secondo me una sorta di pregiudizio velatamente antropologico, dovuto anche alle sue esperienze belliche tra Caporetto e il Piave dall'ottobre 1917 al gennaio del 1918 e al ricordo del voltafaccia nelle alleanze del 1915), così si permetteva di fare tutto da solo, tenendoli accuratamente fuori dalle sue decisioni e rendendone partecipi solo gli ufficiali del suo ristretto Stato Maggiore.

Era il motivo per cui lui e Gariboldi erano subito entrati in contrasto, dopo che l'italiano aveva invano disapprovato la sua idea di muovere subito in direzione di Tobruch, approfittando del momentaneo disarmo britannico in Africa deciso da Churchill per mandare le truppe da lì in Europa a soccorso della Grecia sotto attacco, oltre che del contestuale dall'arrivo via mare a Tripoli della 15° divisione corazzata (giunta armata al completo con un totale di 45 Panzer II, carri di 10 tonnellate con cannone automatico da 20 mm, 71 Panzer III, 20 tonnellate di peso e pezzo da 50 corto,  e 20 Panzer IV, 25 tonnellate di peso e cannone da 75, oltre a una decina di Panzerbefehlswagen, carri comando disarmati).
Gariboldi preferiva aspettare che le truppe tedesche al comando di Rommel si potessero acclimatare in loco e nel contempo che lui potesse riorganizzare quelle sue, ancora demoralizzate dal trauma di Sidi El Barrani, ma il Feldmaresciallo non aveva inteso sentire ragioni: da lì si era in breve tempo sviluppato un clima di tale reciproca insofferenza che dopo pochi mesi Gariboldi, esasperatissimo (forse anche perché il tedesco coi suoi metodi così poco ortodossi sembrava aver sempre ragione) aveva chiesto al Capo di Stato Maggiore Generale Ugo Cavallero di ritornare a disposizione del Comando Supremo a Roma (che quasi un anno dopo l'avrebbe destinato a comandare l'VIII° armata italiana in Russia, ARM.I.R.).

Ma non era, o non era soltanto, un problema di carattere personale, o di capacità o competenze meramente tecniche, era semmai qualcosa di più profondo che coinvolgeva proprio un diverso approccio sul concetto stesso dell'essere militare, come lo vedeva e lo sentiva Rommel e come lo vedevano e sentivano almeno la maggior parte dei suoi colleghi italiani.
Posto in questi termini, un problema che non si sarebbe mai potuto risolvere ed infatti così andò: anzi, probabilmente si accentuò col suo successore, il parigrado Ettore Bastico, un insigne Generale dei bersaglieri, amico personale del Duce, entrato in carica il 19 luglio 1941.

ROMMEL DIVENTA PER TUTTI "LA VOLPE DEL DESERTO"
Tuttavia Der wustenfuchs  se ne fregava bellamente, perché chi vince ha sempre ragione.
E lui vinceva.
Promosso Generaloberst dopo i suoi primi successi della primavera del 1941, che gli avevano prima consentito dopo una cavalcata di 750 chilometri in 11 giorni dal 2 al 12 aprile (chiamata in codice Operazione "Sonennblume", Girasole) di riconquistare nuovamente quasi tutta la Cirenaica fino a mettere sotto assedio Tobruch, Rommel era poi stato in grado di reggere con disinvoltura alle due successive controffensive britanniche tentate per liberare la città, prima l'operazione "Brevity" (Brevità), con un raggio d'azione più limitato focalizzato sul circoscritto settore Ridotta Capuzzo-Bardia-Sollum-Tobruchsvoltasi tra il 15 e il 27 maggio, ma in realtà abortita già il 16 al secondo giorno di combattimenti, e poi la ben più ambiziosa "Battleaxe" (Ascia di battaglia), che si proponeva di ricacciare indietro l'Asse addirittura da tutta la Cirenaica, tanto da vedere impegnati per la prima volta in massa contro i tedeschi i carri armati (53 Cruiser Mk. III, 66 Crusader Mk. VI e 112 Matilda Mk.II), ma risoltasi dopo due soli giorni di battaglia (15 e 16 giugno), in un autentico disastro: sotto i colpi degli anticarro tedeschi da 88 e dei ben più potenti carri tedeschi quelli inglesi erano stati fatti letteralmente a pezzi, con un bilancio finale delle perdite di 122 morti, 588 feriti e 259 dispersi tra gli uomini e di 4 pezzi anticarro, 3 bombardieri, 33 caccia, decine di autoblindo e 27 Cruiser, 45 Crusader e 64 Matilda tra i carri, al prezzo di 93 morti, 253 feriti e 353 dispersi per i tedeschi, più 10 caccia e 25 Panzer II!

Claude John Eyre Auchinleck
(foto di Cecil Beaton)
Il fallimento di Battleaxe sarebbe stato fatale per Archibald Wavell, raggiunto la mattina del 22 giugno, mentre si faceva la barba, dalla notizia della sua avvenuta sostituzione con Sir Claude Auchinleck,"The Auk", fino a quel momento a capo del British Indian Army, e avrebbe dato il la a una serie di cambiamenti: 

1) da un lato avrebbe costretto a richiamare in tutta fretta in Nord Africa le truppe mandate troppo superficialmente  in Europa a tentare un'impossibile difesa della Grecia, in particolare quelle appartenenti alla vecchia West Desert Force, che si sarebbe trasformata nel XIII° Corpo d'Armata e insieme al XXX° e al X° corazzato sarebbe andata a formare la nuova VIII° armata: Auchinleck vi avrebbe messo a capo il vincitore del Duca d'Aosta sull'Amba Alagi, nonché fratello minore dell'Ammiraglio Andrew Cunningham, comandante della Mediterranean Fleet, cioè il Tenente Generale Sir Alan Gordon Cunningham, per poi  sostituirlo a stretto giro a novembre col più reattivo parigrado Sir Neil Methuen Ritchie davanti al primo intoppo, quando cioè l'offensiva "Crusader", Crociato, cominciata da pochi giorni, era sembrata sul punto di naufragare perchè  troppo lenta;

2) dall'altro, vista l'evidente inferiorità dei carri inglesi rispetto a quelli tedeschi, avrebbe indotto Bastico a richiedere a Roma l'invio accelerato in Libia di più carri e migliori rispetto a quelli obsoleti già presenti (sarebbero arrivati i carri M 14/41, solo lievemente superiori agli M 13/40, nella corazzatura, nel motore, nella protezione dei cingoli e nei filtri antisabbia, e i potenti semoventi muniti di obice da 75/18, la bocca da fuoco migliore in assoluto su quel fronte, favoriti da una sagoma bassa e sfuggente, quasi invisibile nel deserto, ma penalizzati dal modesto chassis, tratto da quello dei carri M), con cui riequipaggiare almeno l'Ariete e la Trieste che già c'erano e l'altra corazzata Littorio in corso d'invio (i cui battaglioni, peraltro, arrivando a spizzichi e bocconi, sarebbero stati via via momentaneamente assegnati alle altre due divisioni), così da formare un vero e proprio corpo d'armata autonomo corazzato (il Corpo Armata di Manovra, C.A.M., poi evoluto nel XX° C.A. motocorazzato);

3) infine, e soprattutto, Erwin Rommel, avendo dimostrato sul campo di meritare ampiamente tutti gli onori tributatigli, nonostante le gelosie e le invidie nei suoi confronti (ma anche qualche verità detta e non detta sulle sue capacità di comprendere appieno le dinamiche più complesse e le conseguenze sul piano strategico delle sue azioni, spesso improvvisate e troppo spregiudicate al limite dell'inavvedutezza) si sarebbe visto a quel punto elevare il suo comando al livello di armata corazzata,  PanzerArmée (ridenominata pochi mesi dopo PanzerArmée Afrika, con l'inclusione al suo interno anche di tutte le altre unità tedesche presenti in loco e la trasformazione formale del D.A.K. da semplice suo quartier generale a corpo d'armata).

DI VITTORIA IN VITTORIA, FINO A EL ALAMEIN (30 GIUGNO 1942)
Ma era però solo l'inizio per lui, perché dopo alterne vicende, comprese alcune dolorose sconfitte (la più clamorosa la riperdita della Cirenaica a fine dicembre 1941 a seguito della vittoriosa operazione Crusader, proprio quella costata tuttavia il posto a Cunningham per le sue indecisioni iniziali), sarebbe stato infatti capace di riportare le divisioni passate ai suoi ordini, italiane e tedesche (che ovviamente spiccavano per addestramento, efficienza e potenza di fuoco) prima tra il 21 gennaio e il febbraio del 1942 dalla Tripolitania al deserto della Marmarica, nella località di El Agheila, a soli 65 chilometri, ancora una volta, da Tobruch, e poi addirittura, dopo una pausa di tre mesi, dal 26 maggio al 30 giugno, in solo 35 giorni, da lì fino a ben dentro l'Egitto.
Proprio davanti a una strategica stazione ferroviaria a doppio binario, quella del piccolo villaggio di El Alameinposto sulla costa del Golfo degli Arabi, nel comprensorio del Governatorato di Matruh, a 106 chilometri dalla città portuale di Alessandria, sede della Mediterranean Fleet britannica, e a 240 dal Cairo, la grande capitale.

QUINTO QUADRO
DAVANTI A EL ALAMEIN

La vecchia stazione di El Alamein oggi, ormai dismessa da anni
(foto trovata sul Web del sig. Fabio Rampelli)

Era un'impresa che gli era valsa da parte di un entusiasta Adolf Hitler la nuova promozione a Feldmaresciallo: in tal modo però era diventato automaticamente (e c'era sicuramente della malizia, non credo francamente a una casualità o a un mero equivoco) superiore di grado rispetto a Ettore Bastico e addirittura al suo diretto superiore Cavallero, un altro con cui non andava volentieri a cena, tanto che immediatamente Benito Mussolini aveva posto rimedio a quell'autentica anomalia promuovendo entrambi al grado di Maresciallo d'Italia, il livello più alto in assoluto del Regio Esercito (a parte quello di primo Maresciallo dell'Impero, introdotto dal Regime per celebrare la vittoria etiopica e attribuito solo a Sua Maestà Vittorio Emanuele III° e al Duce stesso)!


Nonostante tutti questi ipocriti bizantinismi ormai Rommel era inattaccabile, così l'1 ottobre 1942, quando ormai si era quasi alla vigilia dello scontro finale, la PanzerArmèe Afrika sarebbe diventata ufficialmente la Deutsch-Italienische PanzerArmèe, in italiano Armata Corazzata Italo-Tedesca, con la Volpe del Deserto saldamente al suo comando.


LA SCELTA DI EL ALAMEIN  CONTESTATA DA CHURCHILL
El Alamein è un toponimo che in lingua araba significa "Le due bandiere": non si sa bene da dove questo nome derivi, ma sembrava quasi capitare a fagiolo, come a voler dare plasticamente l'idea di un punto d'incontro e scontro tra due forze uguali e contrapposte.
Solo che, come vedremo, li si sarebbero scontrate certo due forze contrapposte, ma altrettanto certamente non uguali...

Sir Neil Methuen Ritchie
In questo miserabile villaggio fino ad allora pressoché sconosciuto le stremate e sfiduciate truppe dell'VIII° armata britannica (trasformatasi ormai in realtà in un'enorme armata multinazionale e multietnica, formata da unità inglesi, australiane, neozelandesi, sudafricane, indiane, polacche, ceche, greche e della Francia Libera di De Gaulle), reduci da cinque settimane di continue sconfitte e ritirate, si erano andate letteralmente a chiudere a riccio, per volontà proprio  di Claude Auchinleck, autonominatosi anche comandante dell'VIII° armata al posto del giubilato Tenente Generale Sir Neal Methuen Ritchie dopo la dolorosissima perdita del campo fortificato di Marsa Metruh.

Nonostante l'aperta disapprovazione del Premier, Winston Churchill, che riteneva quella scelta troppo difensiva e rinunciataria, indegna delle gloriose tradizioni belliche britanniche, e sotto sotto figlia della paura, Auchinleck era assai convinto sulla giustezza di quella mossa, confidando molto almeno in due fattori entrambi decisivi, uno climatico-ambientale e uno logistico.
Quanto al primo punto, aveva ben presente come El Alamein fosse sostanzialmente inaggirabile perché posta al vertice sulla costa di una strettissima striscia di terra assai fortificata e pesantemente minata larga circa 30 chilometri che si addentrava nel deserto per circa 65 fino a sprofondare nella terribile e intransitabile depressione di Bab El Qattara, una regione assolutamente inospitale grande quasi quanto la Puglia, larga circa 150 chilometri e lunga 300, consistente praticamente in un'unica, enorme conca salina cosparsa di paludi, sabbie mobili e grosse creste rocciose, profonda in media 60 metri con punte fino a 133 sotto il livello del mare e afflitta conseguentemente anche da un altissimo tasso d'umidità e da temperature all'interno che passavano da 50° durante il giorno a 0° nella notte.

La depressione di El Qattara

Questo avrebbe finito per penalizzare l'attuazione delle classiche manovre avvolgenti a lungo raggio coi carri armati e i mezzi ruotati di Rommel e l'avrebbe costretto ad attaccare frontalmente lo schieramento nemico entro gli spazi ridotti concessigli da quell'autentico collo di bottiglia a ridosso della grande depressione, sia con le fanterie che con le forze corazzate, per di più seguendo autentici percorsi obbligati a causa dell'estesa rete di campi minati disseminati davanti alle loro linee dai britannici e degli apprestamenti difensivi fortificati presenti (chiamati "Boxes", cioè scatole), in particolare quelli predisposti in corrispondenza direttamente di El Alamein, a sbarramento di tutte le vie d'accesso al villaggio, e di tre costoni rocciosi che si ergevano davanti allo stesso a intervalli regolari di circa 15 chilometri l'uno dall'altro seguendo una linea diagonale da nord-ovest a sud-est, precisamente le creste di KidneyMiteirya e Ruwaisat, oltre che su alcune colline sulla costa che facevano corona a ridosso del paese da ovest, in particolare Tel El Aqqaqirla più esterna, vicinissima a Sidi Abd El Rahman, il punto più avanzato raggiunto sulla costa dagli italo-tedeschi, ma anche Tel El Eisa e, poco più a sud di questa, Tel El Makh Khad.

Cartina delle forze in campo il 30 giugno 1942, alla vigilia della prima battaglia di El Alamein
(tratta da https://www.beastsofwar.com/modern-warfare/desert-war-bolt-action-preparation-part-four/)

Ma almeno altrettanto se non addirittura più importante era il secondo fattore che Auchinleck aveva ben presente nel suo progetto difensivo: grazie alle due arterie costiere, quella stradale e quella ferrata, che collegavano El Alamein alla non lontana Alessandria, sarebbe stato possibile non solo alimentare con continuità le sue truppe con nuovi contingenti, nuovi carri armati, nuovi cannoni e tanto altro materiale di interesse bellico, tra cui, fondamentali, il carburante, l'acqua, le medicine, i viveri e i generi di conforto, ma anche trasportare quasi in tempo reale nel momento del bisogno le truppe che servivano da un punto all'altro del suo schieramento e soprattutto consentire una loro frequente turnazione in prima linea, così da avere gli uomini sempre freschi e pronti a combattere in ogni momento.

Tutte cose che, era altrettanto convinto, invece al grande rivale tedesco difettavano e sarebbero difettate sempre di più, a causa sia dell'enorme allungamento delle linee di rifornimento dalle basi di partenza, poco e male coperte dalla catena logistica del Regio Esercito (erano ben 2.100 chilometri da Tripoli, 1.100 da Bengasi, 650 da Tobruch, il che implicava per le autocolonne adibite al trasporto un percorso accidentatissimo da compiersi allo scoperto nel deserto, sempre col costante pericolo degli attacchi aerei della Desert Air Force britannica, rispettivamente di almeno 12, 7 e 5 giorni), che dell'impossibilità soprattutto da marzo in poi per la Regia Marina e la Regia Aeronautica di assicurare incolume l'arrivo nei porti libici dei convogli navali in partenza dall'Italia coi rifornimenti, essendo i cieli e le acque del Mediterraneo ormai in pieno dominio rispettivamente della Royal Air Force e della Royal Navy britanniche, il che significava una perdita costante di almeno il 30-40% del carico trasportato ogni volta!


ULTRA BATTE ENIGMA
Alan Mathison Turing
Era un problema così dirompente che Rommel e più in generale gli Alti Comandi tedeschi, e non pochi tra i comandanti italiani, sospettavano che in seno alla Regia Marina albergassero dei traditori che informavano regolarmente il nemico: una maldicenza che sarebbe durata decenni, trovando clamorosa e piena smentita solo a metà  degli anni '70, quando le carte finalmente rese pubbliche del Secret Intelligence Service, più conosciuto come Military Intelligence 6 (M.I. 6, il servizio segreto inglese), avrebbero svelato per la prima volta l'esistenza di ULTRA, una prodigiosa macchina decrittatrice 
(da cui sarebbe nato il COLOSSUS, il progenitore dei moderni computer digitali programmabili) ideata dal matematico Alan Turing, capo dei criptoanalisti di Bletchley Park (ove aveva sede  il Government Communications Headquarters), la cui vicenda umana piuttosto complessa e terminata tragicamente con un suicidio a causa della sua omosessualità (allora reato nel Regno Unito) sarebbe stata portata sul grande schermo nel 2014 dal film "The Imitation Game" del regista norvegese Morten Tyldum, con Benedict Cumberbatch a farne le veci.

Era proprio grazie a ULTRA che gli Alleati intercettavano e decodificavano regolarmente tutti i messaggi (compresi quelli sulle partenze, i percorsi, i porti di arrivo e le scorte dei nostri convogli) che il General der Infanterie* Enno von Rintelen, addetto militare tedesco in Italia e rappresentante presso il Comando Supremo dell'OberKommando der Wehrmacht (O.K.W., Alto Comando delle Forze Armate tedesche), si scambiava con la Wehrmacht, l'Heer, la Luftwaffe e la Kriegsmarine (e queste tra di loro) utilizzando senza sospetti ENIGMA, un dispositivo elettromeccanico di cifratura ritenuto inviolabile!

*Generale di Fanteria (grado apicale di quell'arma nelle forze armate tedesche, ora non più in uso).

La macchina ENIGMA esposta al Museo
della Scienza e della Tecnica di Milano: 
si noti il meccanismo a tre rotori che
consentiva di codificare i messaggi
A ben vedere, proprio ULTRA sarebbe stato un altro fattore, il terzo, quello rimasto segreto per decenni, che avrebbe finito per favorire in maniera decisiva la vittoria dell'VIII° armata britannica, non solo consentendo alle navi di superficie, ai sottomarini  e agli aerei alleati di essere costantemente edotti ora per ora delle partenze, dei movimenti e delle eventuali variazioni di rotta dei nostri convogli diretti in Africa coi rifornimenti per sfuggire agli agguati del nemico, ma anche dando la possibilità ai comandanti di terra di conoscere con buona certezza i numeri veri delle forze che si trovavano di fronte a El Alamein, la loro dislocazione, il grado di approntamento, i piani operativi che le riguardavano.
La verità vera è che Auchinleck prima e Alexander e Montgomery dopo, al di là della loro abilità personale, al di là del fatto che alla fine le manovre di aggiramento di Rommel tendessero ad assomigliarsi un po' tutte, col serio rischio di divenire facilmente prevedibili a maggior ragione in un campo di battaglia così ristretto e soggetto a così tanti vincoli, al di là anche della loro stessa fortuna, sarebbero stati sempre perfettamente a conoscenza delle reali condizioni del loro nemico e dei suoi progetti d'attacco!

ROMMEL CI VUOLE PROVARE LO STESSO
L'operazione "Venedig"
Rommel, pur non sapendo nulla di ULTRA, era ben consapevole dell'enorme problema rappresentato dai rifornimenti, della spropositata lunghezza della sua catena di approvvigionamento, della macchinosità estrema della struttura logistica italiana cui era giocoforza costretto ad affidarsi (di cui si sarebbe sempre lamentato ad alta voce, ben conoscendo il livello invece di quella tedesca), così come ben sapeva che gli sarebbe stato quasi impossibile applicare pedissequamente gli stessi schemi di sempre per prendere El Alamein.

Cavallero (a sinistra) e Kesserling (a destra)
Tuttavia, nonostante tutto questo, e nonostante le sue truppe fossero giunte letteralmente a pezzi davanti alla cittadina dopo quella corsa pancia a terra di 650 chilometri che negli ultimi 8 giorni avevano fatto fin lì da Tobruch, sin dall'inizio aveva deciso di attaccare comunque subito appena arrivato, sull'abbrivio anche morale dello straordinario successo ottenuto con l'operazione "Venedig" (Venezia) tra il 26 e il 27 maggio a Ain El Gazalala più grande vittoria dell'Asse in Africa e al contempo la peggiore sconfitta della storia per le truppe corazzate britanniche (che vi avevano perso 1.188 carri contro 400 degli italo-tedeschi!), quando proseguendo oltre non solo aveva riconquistato tutto il terreno perduto in Cirenaica ma, dopo aver passato il confine al passo dell'Halfaya, che doveva essere l'obiettivo finale secondo i piani concordati con Bastico, Cavallero e il Feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante dell'OberKommando Suden (O.K.S., Alto Comando Sud), responsabile delle truppe tedesche in Italia, Balcania, Grecia e Nord Africa (ma non del D.A.K.!), prima si era ripreso Sollum e Sidi el Barrani e poi in rapida successione aveva catturato una dietro l'altra Marsa MatruhMaaten BagushFukaEl Daba e Sidi Abd El Rahman.

I carri medi M 14/41 della Littorio avanzano verso El Alamein 

La Volpe del deserto, infatti, pur disponendo di pochissimi carri armati, solo 125 sui circa 600 di solo un mese prima, di cui 55 tedeschi (per la maggior parte discreti ma superati Panzer III, un minor numero di ottimi Panzer IV e pochi Panzer II  ormai inadeguati), solo 18 dei quali efficienti, e appena 70 italiani, di cui solo una trentina efficienti  (per lo più i modesti M 14/41 e M 13/40 muniti del solito pezzo da 47/32, più una ventina di ottimi semoventi M 40/41 da 75/18), cui erano da aggiungere 15 autoblindo e 330 cannoni tedeschi (ma solo 29 erano i famosi 88 in funzione controcarro) 20 autoblindo e 200 cannoni italiani (con però pochi pezzi con reale efficacia controcarro), oltre a un misero totale di circa 10.000 fanti (2.000 tedeschi e 8.000 italiani), era tuttavia convinto che comunque il vento della Vittoria spirasse dalla sua parte, che per proseguire potesse bastargli il bottino catturato a Tobruch  (oltre a 33.000 prigionieri, compresi 7 generali, 30 carri riutilizzabili, 2.000 automezzi di varia tipologia, 800 cannoni, 5.000 tonnellate di viveri ma "solo" 2.000 di carburante...) e che questa fosse l'ultima occasione da cogliere al volo per battere gli inglesi, arrivare al canale di Suez e ai campi petroliferi del Medio Oriente in attesa magari, chissà, di congiungersi a metà strada con le truppe vittoriose contro i russi provenienti dal Caucaso, e tutto questo prima che il nemico potesse disporsi al meglio e rinforzarsi, anche con i contingenti provenienti dagli Stati Uniti da poco entrati in guerra e tuttora impelagati nel Pacifico in una lotta mortale contro i giapponesi.

Stavolta però aveva tirato troppo la corda.
Gli ci sarebbero voluti solo due mesi per comprenderlo amaramente.
Il tempo strettamente necessario per sbattere il muso ben due volte consecutive contro le munitissime difese nemiche davanti a El Alamein.

14. LA PRIMA BATTAGLIA (1-27 LUGLIO 1942)

Di solito quando si parla di battaglia di El Alamein ci si riferisce solo all'ultima, quella finale citata all'inizio, in cui ad attaccare (e a vincere) erano stati i britannici di Montgomery, ma in realtà se ne contano almeno altre due (e tanti altri scontri ad esse connessi, all'interno ed anche all'esterno di quel campo di battaglia), in cui a prendere l'iniziativa, al contrario, erano stati proprio gli italo-tedeschi di Rommel.
Anche se in merito v'è tuttora una divergenza di opinione tra la storiografia italiana, che considerandole facenti parte di un organico contesto unitario preferisce parlare di TRE battaglie, e quelle tedesca e anglosassone che parlano solo di DUE, la prima e la terza, trattando a parte la seconda ritenuta a sé stante perché incentrata sulla località di Alam Halfa, molto esterna rispetto al campo di battaglia tradizionalmente considerato, io preferisco rifarmi alla storiografia nazionale, sia per motivi, diciamo così, "patriottici", sia perché ritengo che nel merito sia nel giusto.

L'attacco era stato stabilito per la notte tra il 30 giugno e l'1 luglio 1942, dopo una breve ma necessaria pausa di 15 ore che pure la Volpe del deserto era stata costretta a concedere, per consentire alle sue truppe di riposarsi un po', e doveva svolgersi direttamente contro El Alamein da sud.
Il piano prevedeva due attacchi diversivi da nord e dal centro e uno principale da sud:
1) da nord-ovest dovevano attaccare le fanterie del XXI° C.A. italiano agli ordini del Generale di Corpo d'Armata Curio Barbasetti di Prun (102° divisione motorizzata Trento del Generale di Divisione Francesco Scotti, 7° reggimento bersaglieri del colonnello Ugo Scirocco, 25° divisione fanteria Bologna di Alessandro Gloria, XXXI° battaglione del genio guastatori d'Africa del maggiore Paolo Caccia Dominioni) contro i box difensivi protetti da campi minati, nidi di mitragliatrici e trinceramenti fortificati presidiati dal XXX° C.A. del Tenente Generale Sir Charles Willoughby Norrie e posti sia davanti alla cittadina (9° divisione australiana proveniente dalla Siria del Maggior Generale Sir Leslie Morshead e 1° sudafricana del Maggior Generale Daniel Hermanus "Dan" Pienaar) che sulle due creste rocciose di Kidney (51° Highlander scozzese di Douglas Neil Wimberley) e di Miteirya  (2° neozelandese di Bernard Cyril Freyberg); 
2) in contemporanea un secondo attacco doveva essere effettuato da parte del X° C.A. di Benvenuto Gioda (27° Brescia del Generale di Brigata Giacomo Lombardi, 17° Pavia del parigrado Arturo Torriano) contro le posizioni del XIII° C.A. di William Gott a difesa del settore più meridionale (5° brigata indiana di Dudley Russell, arrivata in fretta e furia dalla Siria, e 50° divisione inglese Northumbrian di John Sebastian Nichols, che comprendeva anche una brigata greca e una della Francia Libera di De Gaulle);
3) l'azione principale doveva essere invece svolta da tutte le truppe mobili a disposizione contro il settore centrale dello schieramento nemico che andava dal box sulla cresta di Ruweisat, difeso dalla 5° brigata neozelandese di Sir Howard Karl Kippenberger del XXX° C.A., fino a Deir El Sheinpoco più a nord, a circa 25 chilometri da El Alameinin un settore assai ristretto e pesantemente minato che andava da Deir Alinda fino alla piccola depressione di Deir El Munassibche al contrario si riteneva poco o nulla presidiato.

Era proprio Deir El Shein il perno attorno al quale doveva girare la manovra accerchiante da parte delle divisioni-motocorazzate italo-tedesche partite alle spalle delle fanterie: mentre poco più a nord la 90° divisione leggera meccanizzata del Generalmajor Ulrich Kleeman, sulla sinistra dello schieramento italo-tedesco, preceduta dal 580° gruppo esplorante corazzato condotto dal comandante del D.A.K. in persona, il General der Panzertruppe Walther  Nehring, doveva dirigere verso est e rasentandone le difese a sud di Miteirya puntare a sud del perimetro difensivo di El Alameinle due divisioni corazzate del D.A.K., allineate in partenza con la 90° sulla sua destra, la 15° del Generalmajor Heinz von Randow e la 21° del parigrado Georg von Bismarck, dovevano girare attorno a Quota 154, mentre le tre del XX° C.A. motocorazzato italiano del Generale di Divisione Giuseppe De Stefanis (ex comandante dell'Ariete, succeduto al Generale di Corpo d'Armata Ettore Baldassarre caduto a Marsa Matruh), cioè l'Ariete agli ordini ad interim di Francesco Antonio Arena, la Littorio di Gervasio Bitossi e la Trieste di Arnaldo Azzi, dopo aver percorso un tratto più lungo dal settore di Fuka dovevano girare attorno all'altura di Qaret El Himeimat all'estremo sud del fronte a Quota 115.
L'obiettivo di tutte e sei le divisioni mobili era quello di puntare verso nord-est in direzione della strada costiera per tagliare fuori le difese della cittadina contesa e stringerle progressivamente in una sacca mortale.

Il piano sembrava ben congegnato, ma Rommel era diventato tutto sommato abbastanza ripetitivo con i suoi schemi d'attacco quella manovra era più o meno la stessa attuata ad Ain El Gazalaper cui il nemico se l'aspettava, un po' perché favorito dalla limitatezza degli spazi disponibili per far muovere le pedine mobili dell'Asse e molto grazie alle rivelazioni sulle sue mosse ottenute grazie a ULTRA!
Un bel vantaggio, tanto più che al contrario il comandante della P.A.A. aveva informazioni molto carenti sulla disposizione delle truppe nemiche: poiché in difesa del box di El Alamein venivano insolitamente mandate avanti dal nemico forti colonne mobili, ad esempio, una pratica mai sperimentata prima dai britannici, si pensava che il X° C.A. corazzato di Holmes fosse a nord mentre il XXX° di Norrie a sud, che di conseguenza la 1° divisione corazzata del Maggior Generale Herbert Lumsden fosse a ovest della cittadina e non dietro, e che tutta la 2° divisione neozelandese di Freyberg si trovasse nel box di Kaponga presso Bab El Qattara, mentre lì era solo la 6° brigata del Brigadier Generale George Clifton in posizione di riserva.
Come vedremo, anche tutto questo avrebbe influito pesantemente sull'esito della battaglia...

Com'è come non è, Auchinleck aveva così piazzato proprio a Deir El Shein la 18° brigata indiana di fanteria del Brigadier Generale* Rupert Gordon Lochner, una formidabile unità multietnica formata da due battaglioni di fucilieri nepalesi Ghurka, due di indiani Sikh,  uno inglese tratto dal reggimento Essex e uno pachistano tratto dal 10° reggimento Baluch, appena arrivata in Egitto dall'Iraq e messa sotto il comando della 1° divisione sudafricana di Pienaar, senza che Rommel fosse però assolutamente a conoscenza della sua presenza in quell'area.

*Semplificato spesso in Brigadiere (nulla a che fare ovviamente con il pur omonimo grado dei nostri Carabinieri e Finanzieri, tipico di un sottufficiale inferiore affine al sergente maggiore delle altre armi), è un grado presente in tutti gli eserciti anglosassoni, corrispondente a quello italiano di Generale di Brigata.

Così, nonostante a nord la Trento, attraversati i campi minati con l'aiuto di una compagnia del XXXI° guastatori,  riuscisse a occupare a Bir Abergarya praticamente alle porte di El Alamein i capisaldi della 3° brigata della 1° divisione sudafricana, costretta a ripiegare sulla litoranea, e al centro la Bologna e la Brescia, penetrati facilmente i campi minati anch'esse con l'aiuto dei guastatori di Dominioni, scacciassero dalle sue posizioni su Ruweisat la 5° brigata neozelandese, pur appoggiata dai carri Grant, era stata proprio l'imprevista presenza della 18° brigata indiana col supporto di uno squadrone di 9 Matilda a mandare in malora tutto il programma d'attacco delle due divisioni corazzate tedesche, giunte peraltro davanti all'obiettivo con tre ore di ritardo solo intorno alle 11,00 di mattina dopo aver faticato a orientarsi sia a causa della poca luce e di una forte tempesta di sabbia incontrata sul loro cammino (il terribile Khamsin) sia per le continue incursioni sulle loro colonne della Desert Air Force.
Pur travolta dopo otto ore di scontri accesissimi, infatti, la 18° indiana non solo era stata in grado di distruggere 18 carri nemici, ma così facendo aveva anche dato tempo e modo di intervenire in soccorso del settore sotto attacco anche alla 5° brigata indiana di Russell (XIII° C.A.) proveniente da Abu Weiss, immediatamente a ridosso della grande depressione di El Qattara,  e soprattutto ad alcune grande unità del X° C.A. corazzato di William Holmes posizionate 25 chilometri più a est, a meridione della cresta di Alam Halfa, la 1° divisione corazzata di Lumsden e la 4° brigata di William Greenwood Carr della 7° corazzata di Michael O'Moore Creagh.

Senza alcuna copertura da parte delle due altre divisioni del D.A.K., nella giornata dell'1 luglio la 90°, anch'essa fortemente penalizzata nell'avanzata dal buio e dal khamsin, era comunque riuscita a penetrare nel primo pomeriggio all'interno del perimetro di sud-est del box di El Alamein dopo aver agevolmente attraversato i campi minati, ma nel tentativo di tagliare la strada alla 3° brigata sudafricana in fuga sulla strada costiera era finita sotto l'imprevisto fuoco da nord dei tre reggimenti d'artiglieria campale della 2° divisione neozelandese (4°, 5° e 6°) che sparavano dalla cittadina e l'avevano bloccata sul posto, con lo stesso Nehring rimasto col suo reparto allo scoperto sotto il bombardamento nemico per oltre tre ore, proprio mentre da sud le altre tre unità nemiche inviate in tutta fretta da Auchinleck sopraggiungevano davanti a Ruweisat, su cui nel frattempo per fortuna della 90° avevano fatto a tempo a posizionarsi fianco a fianco la Bologna a sinistra e la Brescia a destra. 

Mentre anche la Trento, più a nord, veniva improvvisamente contrattaccata dalla 9° divisione australiana di Morshead al momento di avanzare da Sanyet El Miteirya alla stretta di El Qasaba, e l'esperto Auchinleck intravedeva nelle difficoltà del D.A.K. impantanato al centro dalla fortissima resistenza del XXX° C.A. di Norrie la possibilità di contrattaccarlo a fondo sul suo fianco destro con le forze corazzate del XIII° CA. di Gott, sguarnendo a tal fine le difese più a sud di Bab El Qattara Naqub Abu Duweis  pur di ricompattare le sue schiere davanti a Ruweisat, questo grave imprevisto aveva costretto Rommel a ordinare alla 15° e alla 21° corazzate di cambiare obiettivo e stringere a loro volta al centro per soccorrere la divisione meccanizzata sorella, stravolgendo l'ordito di tutto il piano d'attacco: in tal modo, infatti, l'azione decisiva proveniente da sud di punto in bianco il 3 luglio finiva affidata completamente non più a tutte e sei le divisioni mobili a sua disposizione ma alle sole tre italiane del XX° di De Stefanis, nel frattempo costantemente bombardate dal cielo dagli aerei della Desert Air Force nel corso del lento e penoso avanzamento verso gli obiettivi assegnati.
Solo una sola di esse, però, l'Ariete, sarebbe stata in grado di attaccare, trovandosi lontana la Littorio, l'unica a raggiungere per tempo la prevista Quota 115, e soprattutto in grave ritardo la Trieste, che aveva proprio il compito specifico di coprire l'Ariete sul suo lato destro!

Cannone da 88 mm FlaK tedesco (88/55 nella dizione italiana) utilizzato dall'artiglieria autocarrata della divisione corazzata Ariete in Africa (tratto da http://www.historicalab.it/Africa%20Settentrionale.htm)


Purtroppo, però, come abbiamo visto, l'Ariete poteva contare solo su 10 carri M 14/41, una ventina tra M 13/40 e semoventi da 75/18 e 40 cannoni, oltre che sull'appoggio dei soli 600 uomini dell'8° bersaglieri del colonnello Gian Claudio Gherardini, così, pur essendosi fiondata in avanti con grande coraggio (che le sarebbe stato riconosciuto sia da Rommel che dallo stesso nemico), era stata violentemente contrattaccata su entrambi i lati tra Bab El Qattara e Alam Nayil dai carri della 1° divisione corazzata di Lumsden e dalle autoblindo della 4° brigata corazzata di Carr, che l'avevano costretta a ripiegare, dopo un durissimo scontro conclusosi addirittura alla baionetta contro le truppe della 1° brigata della Francia Libera aggregate alla 50° divisione britannica, sulle linee tenute dalla divisione Pavia, la più meridionale di tutte, con la perdita di 531 uomini (350 prigionieri), di 5 dei 10 M 14/41, di 38 cannoni su 40 e di 55 automezzi di varia tipologia, costringendo anche la sopraggiungente Littorio ad un precipitoso arretramento da Deir El Ehen prima verso Deir El Qatan e poi su Munqar Wahla per impedire un attacco alle spalle del X° C.A. italiano, dove nel frattempo la Brescia reggeva per il momento da sola la spinta nemica delle altre due brigate neozelandesi, la 4° e la 5° di Kippenberger, presso la depressione di El Mreir.

Mentre l'Ariete, passata nel frattempo agli ordini del Generale di Divisione Adolfo Infante, usciva di fatto per il momento dalla battaglia restando al coperto in retrovia e cedendo i suoi pochi corazzati superstiti alla Trieste, dal canto loro le due divisioni corazzate tedescherimaste con soli 26 carri sui 55 di partenza (6 della 15°, 20 della 21°) dopo averne persi nel secondo giorno di battaglia altri 11, erano ormai anch'esse inchiodate tra Alam Hamza e Quota 132 dalle artiglierie pesanti di sudafricani, neozelandesi e indiani, con la 90° bloccata anch'essa davanti a Deir El Shein, ridotta a un sesto degli effettivi in grado di combattere.

Lo scontro, contro tutti gli intendimenti iniziali di Rommel, si era ormai trasformato in una battaglia frontale di posizione e non più di movimento, come davanti alle trincee del Carso e sulla Somme di venticinque anni prima, destinata a trascinarsi violentissima fino a fine mese, tra attacchi e contrattacchi degli uni e degli altri.
Il 4 luglio la Brescia, finita ancora sotto l'attacco di forze preponderanti, lasciava il suo posto alla 21° Panzer, spostandosi a nord-est per dare a sua volta il cambio alla Trieste, che andava a riposizionarsi proprio a Deir El Shein per fungere da riserva d'armata, ma se questo consentiva alla 21° di appoggiare il 9 luglio la Littorio, capace due giorni prima di reggere da sola a un attacco dei neozelandesi, nella riconquista del caposaldo di Deir El Qattara lasciato abbandonato dal nemico, sarebbe stato soprattutto Auchinleck, sotto la costante pressione di Winston Churchill che non aveva apprezzato la sua decisione di rinchiudersi a difesa a El Alamein, ritenendola troppo difensiva e non consona allo spirito bellico britannico, a prendere decisamente l'iniziativa (Rommel avrebbe confessato di esserne rimasto sorpreso), dopo aver sostituito il 5 luglio Norrie al comando del XXX° C.A. con il parigrado William Ramsden, ritenuto più combattivo.

Una determinazione fino allora sconosciuta dagli italo-tedeschi si era impadronita del comandante britannico.
Essa trovava la sua motivazione nella fermissima volontà di resistere a oltranza mantenendo compatta la sua VIII° armata, se necessario anche retrocedendo fino al delta del Nilo se la difesa lì fosse divenuta insostenibile, nella convinzione che alla lunga le truppe di Rommel sarebbero crollate per sfinimento, laddove le sue erano invece regolarmente rifornite di ogni ben di Dio e alimentate continuamente da nuove unità, soprattutto corazzate.
L'arrivo in zona d'operazioni in pochi giorni anche della 5° divisione indiana di fanteria del Maggior Generale Sir Harold Rawdon Briggs, della 22° brigata del parigrado George Philip Bradley "Pip" Roberts anch'essa della 7° corazzata, armata con 20 carri medi Grant, 29 leggeri Stuart e 8 carri incrociatori Crusader Mk. VI muniti di un pezzo da 57, e del 23th Armoured Brigade Group (23° gruppo corazzato di brigata) del Brigadier Generale Lawrence Edward Misa  distaccato dall'8° divisione corazzata (mai presente per intera), composto dalla 23° brigata corazzata e dal 5° reggimento reale a cavallo di artiglieria, non faceva che corroborare queste sue convinzioni.

Già il 5 luglio la 4° e la 22° brigata della 7° corazzata avevano annientato insieme in solo mezz'ora a sud di Ruweisat il 115. Infanterie-Regiment della 15° tedesca, ma ancora peggio erano andate le cose per Rommel nella notte del 10, quando la 1° divisione sudafricana di Pienaar con l'appoggio di 8 Valentine e la 9° australiana di Morhead con 32 Matilda erano uscite per la prima volta dal perimetro di El Alamein, protette dal più potente e intenso sbarramento d'artiglieria mai visto finora a quelle latitudini, e dopo aver colto del tutto di sorpresa gli italiani si erano impossessate intorno alle 10,00 di mattina la prima delle piccole alture attorno a Tel El Makh Khad, la seconda dell'intera collina di Tel El Eisa, il che le aveva consentito di liberare il lato costiero della ferrovia.
Nel durissimo scontro con gli australiani la povera Sabratha era uscita pressoché annientata, con 1.000 soldati dell'85° reggimento Verona fatti tutti prigionieri all'interno del centro abitato, anche se abbastanza clamorosamente le poche compagnie superstiti dell'86° del colonnello Erminio Angelozzi erano state in grado di reggere l'urto presso la locale stazione dei treni, ma anche la Trieste era stata gravemente compromessa, tanto da essere costretta ad abbandonare le posizioni di Quota 33, il massimo punto d'avanzamento del Regio Esercito nel corso dell'intera battaglia, ov'erano piazzate le batterie del suo 52° gruppo cannoni da 152/37 agli ordini del tenente colonnello Luigi Fiorentini travolte dalla furia del nemico.

Sul posto sarebbe stato eretto molti anni dopo, coi resti di un carro M 13/40 targato RE 3700 appartenente alla 3° compagnia dell'XI° battaglione carri M andata distrutta nello scontro (su una base in cemento e la torretta ricostruita in acciaio), il Monumento al carrista.
Esso campeggia proprio davanti al vialone d'ingresso per il grandioso Sacrario militare italiano di El Alamein, eretto tra il 1948 e il 1953 grazie alla volontà e su progetto dell'allora comandante del XXXI° guastatori, il maggiore Paolo Caccia Dominioni, architetto e scrittore nella vita civile, dopo aver passato diversi anni della sua vita in cerca uno a uno dei corpi rimasti insepolti dei nostri poveri soldati caduti nel deserto.
Tra i corpi dei circa 5.200 caduti italiani e dei 232 Ascari libici, moltissimi rimasti purtroppo senza nome, che lì riposano per l'Eternità, c'è anche quello del povero tenente colonnello Fiorentini, medaglia d'oro al Valor militare alla memoria, rimasto gravemente ferito all'addome da una scarica di mitragliatrice e poi deceduto il 14 luglio a 49 anni nell'ospedale militare nemico, coi conforti religiosi di un cappellano cattolico inglese.

Rommel, che era stato completamente sorpreso da quell'attacco proprio quando, giunto a El Qattara, stava per dare l'ordine alla 21° corazzata e alla Littorio di spingere da sud verso Qaret El Himeimat e alla 90° meccanizzata di volgersi a est per aggirare il fianco meridionale del'VIII° armata, era stato costretto all'improvviso a far intervenire in soccorso il 7° bersaglieri di Scirocco e tutte le riserve possibili per tappare la falla davanti a El Alamein e impedire che il XXI° C.A. venisse tagliato fuori, ed effettivamente le incursioni del nemico su El Abiya e El Miteirya erano state definitivamente fermate, ma il segnale ricevuto era stato troppo forte per non coglierlo.
Dopo essersi reso conto che il suo schieramento era fin troppo sbilanciato verso il centro e lasciava scoperta a nord la fascia costiera e a sud quella a ridosso di Qattara Rommel aveva per prima cosa avanzato in prima linea davanti al litorale direttamente contro gli australiani il 382. Panzergrenadier-Regiment della 164° tedesca e arretrato su posizioni più difendibili la Trento, ma soprattutto aveva cercato comunque di stabilizzare al meglio il fronte lungo tutto i 56 chilometri di lunghezza del suo schieramento, rafforzando il settore meridionale prima ordinando alla Littorio di mantenere a tutti i costi le sue posizioni per correre eventualmente in soccorso della Pavia, poi inviandovi il 21 luglio le appena arrivate Ramke, posizionata tra la Bologna a sinistra e la Brescia sulla destra, e Folgore (in quel momento col nome di copertura di Cacciatori d'Africa, ma avrebbe ripreso il suo entro un mese), posta tra quest'ultima e proprio la Pavia.

La sua decisione si era rivelata saggia, visto che gli aveva consentito di rispondere efficacemente agli attacchi ripetutamente tentati dalla 4° e 5° brigata neozelandesi, dall'intera 5° divisione indiana, dalla 1° corazzata e per ultimo dal 23° gruppo corazzato di Musa, appena arrivato in Africa, allo scopo soprattutto di scalzare dalla strategica sommità di Ruweisat la 15° e la 21° tedesca e le due italiane Bologna e Brescia.
Molto drammatiche erano state le ore trascorse tra la notte del 14 e il pomeriggio del 15, quando era andata perduta con 3.000 perdite complessive l'intera 4° brigata neozelandese, andata all'attacco nella notte senza mezzi corazzati in appoggio, con due battaglioni annientati dai panzer (il 19° e il 20°) e il terzo (il 18°) talmente vulnerato da essere aggregato alla 5° brigata, ma proprio quest'ultima con l'aiuto della 6° nel frattempo richiamata in prima linea era comunque alla fine riuscita a sfondare alle Quote 63 e 64 nei pressi di El Mreir, proprio nel settore della Brescia, in un'azione nel corso della quale era stato addirittura fatto prigioniero l'intero quartier generale della divisione italiana, compreso il generale comandante Giacomo Lombardi, che però con un sotterfugio era riuscito addirittura a scappare ed a ritornare incolume dietro le sue linee con tutto il suo stato maggiore a bordo della camionetta su cui i britannici stavano conducendolo ai loro acquartieramenti.

La Brescia si era comunque salvata a stento grazie all'eroismo del suo 19° fanteria agli ordini del colonnello Cosimo Russo, capace di ritardare l'azione del nemico di diverse ore tra la notte e l'alba del 15, con la perdita però di un battaglione e di tre comandanti di compagnia, prima di un forte contrattacco tedesco che aveva messo una pezza a quella falla, ma solo per poco tempo, visto che alla fine la pressione nemica era divenuta così forte da indurre gli italiani a lasciare alle truppe neozelandesi la sommità di Ruweisat.
Tuttavia, dopo che il 19 luglio anche la Littorio era stata costretta ad abbandonare sotto l'avanzata del nemico le sue posizioni di Deir El Qattara per arretrare nel settore di Gebel Kalaki El Tayra, la travolgente azione dei britannici era stata definitivamente fermata tra il 21 e il 22, quando nel tentativo di aggirare contemporaneamente da nord e da sud con un attacco congiunto le posizioni tedesche la 24° e la 26° brigata della 9° australiana erano state fermate sulle colline a sud di El Eisa e Makh Khad dai due reggimenti di fanteria della Trieste, il 65° e il 66° Valtellina, con molte perdite (la mattina del 22 caddero entrambi i comandanti di reggimento, i colonnelli Gherardo Vaiarini del 65°, medaglia d'oro alla memoria, e Umberto Zanetti del 66°, medaglia d'argento alla memoria), consentendo in tal modo al 5. Panzer-Regiment della 21°, l'unico a quel punto fornito di carri armati, una cinquantina scarsi, oltre che di numerosi pezzi controcarro, di annientare l'intera 23° brigata corazzata, cogliendola sul suo lato indifeso nel pieno dell'attraversamento dei campi minati compiuto però imprudentemente senza conoscerne i corridoi lasciati liberi.

In quella terribile circostanza erano andati persi per ammissione degli stessi britannici, su un totale di 122 Valentine e 18 Matilda, ben 116 carri, col 44% dei loro equipaggi, tanto che si sarebbe resa necessaria la costituzione di un nuovo 24° gruppo corazzato di brigata in sostituzione del 23°, con le forze residue dell'unità sconfitta e il 5° reggimento d'artiglieria, mentre l'Asse (che avrebbe parlato sempre di 146 carri nemici distrutti e 1.200 perdite umane, di cui circa 800 prigionieri fatti dagli italiani) ne aveva denunciati solo 3!
Nonostante quell'evidente successo difensivo si capiva che entrambi i contendenti erano stremati e ormai incapaci di superarsi in maniera decisiva: l'aveva capito anche un delusissimo Mussolini, tenutosi fino a quel momento per prudenza a circa due chilometri dal fronte conteso (totalmente ignorato da Rommel), che era già ripartito il 20 luglio per l'Italia, una volta capita l'antifona, dopo aver ingannato il tempo visitando i prigionieri di guerra britannici, facendo escursioni e battute di caccia e progettando il futuro politico dell'Egitto dopo la scontata vittoria italiana...

La battaglia avrebbe avuto un ultimo sussulto il 27 luglio, quando il 61° fanteria Sicilia della Trento riuscì a resistere a un altro vigoroso assalto contro le sue posizioni  davanti a Kidney e Miteirya, l'ultimo, malamente condotto ancora partendo da Tel El Eisa dalla 9° australiana, rimasta però nuovamente impantanata nei campi minati e senza nemmeno l'appoggio delle artiglierie: ne aveva fatto le spese  il 2°/28° battaglione del maggiore Lew McCarter della 24° brigata rimasto isolato davanti a Ruweisat, scopertosi così pressoché indifeso di fronte al successivo contrattacco dei panzer tedeschi e annientato, con la perdita di 65 caduti e qualche centinaio di prigionieri (solo 93 sarebbero scampati alla cattura da parte del nemico).
A quel punto anche Auchinleck si era rassegnato al precario equilibrio creatosi sul campo di battaglia, considerate le perdite subite e l'esaurimento di ogni spinta propulsiva delle sue truppe, e temendo una nuova offensiva di Rommel che riteneva imminente aveva dato ordine il 31 di cessare definitivamente le operazioni e di rafforzare le difese, soprattutto i campi minati.

Il fronte contrapposto a quel punto era più o meno quello risultante al 3 luglio, con le truppe dell'Asse un po' più avanti rispetto a prima in determinati punti ma non in maniera decisiva, divise da quelle nemiche da un esteso sistema di campi minati che venivano spesso a confondersi con quelli prospicienti inglesi.
La prima battaglia di El Alamein era costata ben 13.000 perdite complessive tra i britannici e 7.000 tra gli italo-tedeschi (6.000 gli italiani), coi primi che avevano perso anche assai più carri, dell'ordine di diverse centinaia contro poche decine, ma i secondi avevano perso cinque divisioni, di cui solo quattro sarebbero state in breve ricostituite (l'Ariete, la Brescia, la Trieste, la 90° tedesca), a differenza della Sabratha, sciolta il 25 luglio: ciò che restava dell'86° reggimento del colonnello Angelozzi sarebbe stato aggregato alla Trento mentre i tre gruppi motorizzati del 42° artiglieria, armati con alcuni pezzi di preda bellica, più 3 tedeschi da 88 e 5 mitragliere da 20 mm, sarebbero passati alle dipendenze dirette del XX° C.A. su espressa richiesta del maggiore Giorgio Pellegrini. 
Dal 26 maggio al 31 luglio le perdite complessive ufficiali per l'Asse erano state comunque altissime, pari a 27.600 uomini: un numero tuttavia probabilmente sottodimensionato, stante la scomparsa durante le ostilità di interi reparti, coi rispettivi ruolini, carteggi e giornali di contabilità (v. http://www.istitutodelnastroazzurro.org/2020/10/23/1942-africa-settentrionale-el-alamein/).

Cartina inglese della prima battaglia di El Alamein (battaglia di Ruweisat)


INIZIA IL GRANDE DUELLO CON MONTGOMERY
Ormai le due armate avversarie erano ridotte veramente al lumicino, come due pugili pesti, sanguinanti, stremati che se ne fossero date tante fino a quel momento per 11 round e nell'incertezza di un punteggio in equilibrio avessero a disposizione solo il colpo del KO all'ultimo per vincere.

Il piano per l'abortita invasione di Malta (cartina inglese)

ROMMEL MANDA ALL'ARIA L'ATTACCO A MALTA
Ognuna delle due cercava di rafforzarsi come poteva, ma le possibilità per farlo a disposizione dell'una, l'A.C.I.T., erano ormai assolutamente limitate rispetto a quelle concesse all'altra, l'VIII° britannica: dopo la 164° divisione meccanizzata di fanteria leggera tedesca, arrivata sin da marzo in aereo dai Balcani, il 21 luglio erano entrate in linea anche due formidabili unità paracadutisti, la brigata Ramcke tedesca proveniente dalla Francia e la nuovissima divisione Folgore italiana (per un mesetto avrebbe però mantenuto la denominazione di copertura di Cacciatori d'Africa), mandate subito sul settore meridionale dello schieramento italiano alle dipendenze del X° C.A., la prima sul fianco sinistro della Brescia, la seconda in mezzo tra questa e la Pavia.
Si trattava di due divisioni appiedate, senza mezzi propri di trasporto e senza carri né tanto meno cannoni (se non qualche piccolo pezzo anticarro da 47/32 passato alla Folgore dai bersaglieri), ma erano ben addestrate e motivate, sicuramente sprecate per quel teatro operativo: erano infatti tutte destinate all'abortita invasione aeronavale di Malta, l'operazione "Emergenza C 3" per gli italiani, più wagnerianamente "Herkules" per i tedeschi, che all'ultimo su sollecitazione di Rommel era stata cancellata per volere espresso di Hitler (doveva partire a metà luglio) proprio per privilegiare l'occupazione dell'Egitto.

Mussolini a cavallo con la spada dell'Islam
Era un altro, l'ennesimo, sgarbo di Rommel agli Alti Comandi italiani (che da mesi insieme con il favorevolissimo Kesserling lavoravano alacremente a quest'operazione), ma a essere d'accordo era stato per primo proprio Mussolini, che pur all'inizio contrario a tale decisione si era poi felicemente accodato al Feldmaresciallo e a Hitler, abbacinato dalla prospettiva di sfilare a cavallo davanti alle truppe italiane vittoriose in parata per le strade di Alessandria e magari del Cairo indossando la divisa di Primo Maresciallo dell'Impero e con la spada sguainata dell'Islam in mano (si era fatto persino fotografare in questa posa!)
Quelle citate non sarebbero state tuttavia le uniche unità sottratte alla defunta operazione C 3 inviate in Africa: tra fine settembre e inizio ottobre vi si sarebbero aggiunte infatti la 16° di fanteria Pistoia, assemblata in fretta e furia e buttata letteralmente allo sbaraglio nel calderone di El Alamein, giunta talmente impreparata da far inorridire Rommel, che considerandola praticamente inutile l'avrebbe destinata in riserva molto lontano da lì, al confine libico-egiziano, e la ben migliore 60° aviolanciabile La Spezia, che avrebbe dovuto avere un ruolo importante nell'attacco a Malta, inviata però di presidio in Libia e non in Egitto.
Insomma, a parte le due unità paracadutisti non ci sarebbero stati altri rinforzi significativi: Rommel si sarebbe dovuto arrangiare con il poco che arrivava da fuori, con il bottino residuo di Tobruch, col materiale trafugato al nemico, mentre nel frattempo mancavano carri, mancavano cannoni, mancavano camion, l'acqua era razionata, i viveri arrivavano ogni due o tre giorni e scarseggiavano anche le medicine, indispensabili per curare malaria e dissenteria endemiche di quei luoghi.

MONTGOMERY SUBENTRA AD AUCHINLECK, DA SECONDA SCELTA
Dall'altra parte niente di tutto questo: ormai i rifornimenti affluivano con regolarità, nuovi contingenti si susseguivano, tutti provenienti dall'impero coloniale britannico e dai suoi Dominions, mentre dagli U.S.A. arrivavano navi e aerei carichi di carri, cannoni, autoblindo, persino stormi di aerei dell'United States Army Air Force, l'aviazione americana, tutto ciò che serviva per vincere la guerra insomma...

William Henry Ewart Gott
Nel frattempo al vertice dell'Alto Comando britannico era successo di tutto! 
Ormai Auchinleck non godeva più della fiducia di Churchill, che fremeva per chiudere in fretta i conti con Rommel, ben sapendo quello che bolliva in pentola (gli americani si stavano preparando per sbarcare finalmente in Africa), e non si capacitava di come l'VIII° armata fosse ancora inchiodata davanti a quella misera stazione, così a inizio agosto era stato improvvisamente esonerato dal comando.
Rifiutata l'immediata proposta di andare alla guida del  Comando Persia Iraq, ritenuto giustamente solo una fonte di problemi (le popolazioni locali, sobillate anche dagli agenti locali dell'Asse, erano in costante fibrillazione contro la presenza colonialista britannica), dopo esser rimasto fermo a disposizione circa un anno Auchinleck sarebbe ritornato al comando dell'Esercito dell'India, da cui proveniva.
Al suo posto Churchill e il Capo di Stato Maggiore Imperiale, il Feldmaresciallo Alan Brooke, "Brookie", avrebbero concordemente messo alla testa del Comando del Medio Oriente il parigrado Sir Harold Rupert Leofric George Alexander, mentre come comandante dell'VIII° armata avrebbero scelto un generale non molto conosciuto ai più, un piccoletto di origine irlandese, dal viso affilato e i caratteristici baffetti, figlio di un vescovo anglicano: aveva destato una buona impressione al comando della 3° divisione di fanteria nel 1940 in Francia, l'unica uscita a ranghi intatti sia pur sfinita tra quelle sfollate a Dunkerque, ma aveva passato i due anni successivi a addestrare soldati al comando del settore sud-est in Inghilterradimostrandosi un organizzatore nato e un pianificatore assai competente, metodico, attentissimo alla disciplina, indubbiamente assai capace ma presuntuosetto, nevrile, duro, antipatico e di modi spicci.
Il suo nome era Bernard Law Montgomery, "Monty" per i (non tanti) che si potessero permettere di pronunciare questo diminutivo (in sua presenza, almeno).

Nominato ufficialmente il 12 agosto, era in realtà però una seconda scelta, perché prima di lui era stato individuato il Tenente Generale William Gott, soprannominato "Strafer" (lo tradurrei come Mitraglietta), il comandante del XIII° C.A, ma il poveraccio era stato ucciso il pomeriggio del 7 agosto insieme con altre 17 persone tra equipaggio e passeggeri quando l'aereo da trasporto Bristol Bombay del 216° squadrone che lo stava portando al Cairo per la nomina ufficiale era stato intercettato e abbattuto da 6.000 metri da quattro Messerschmitt tedeschi del 5. Staffel del II° gruppo del JagdGeschwader 27 (II°/JG 27) agli ordini dell'Oberfeldwebel (maresciallo capo) Emil Clade e infine mitragliato mortalmente a terra dopo che il pilota aveva tentato, riuscendovi, un rischiosissimo atterraggio d'emergenza, dall'Unteroffizier (sergente) Bernd Schneider.

Immagine pittorica Osprey che descrive l'abbattimento dell'aereo di William Gott
MONTY  SCEGLIE I SUOI, PRENDE TEMPO  E SI RAFFORZA 
Non sarebbe stato l'unico Segno benevolo del Cielo per Montgomery.
Contrariamente a quanto Churchill si aspettava, il generale irlandese non era infatti quel carrarmato inarrestabile che s'immaginava: o meglio, lo era ma a modo suo.
Come prima cosa, fece quello che fa sempre un allenatore di calcio che subentra ad un altro appena esonerato: chiamò al suo fianco gente che conosceva e di cui si fidava, fregandosene dei consigli altrui, della politica, delle raccomandanzioni, dei semplici criteri del quieto vivere.

Il primo che chiamò, per metterlo al posto del povero Gott, fu ad esempio un giovane generale 47enne, Brian Gwynne Horrocks, che forse conosceva solo lui.
Ex atleta di alto livello (aveva gareggiato nel Pentathlon moderno alle Olimpiadi di Parigi nel 1924), Horrocks era stato infatti nel 1940 alle sue dipendenze nella 3° divisione con ottimi risultati come maggiore comandante del 2° battaglione mitraglieri del Middlesex Regiment, poi di seguito si era trovato a guidare con giudizi lusinghieri dei suoi superiori varie brigate di fanteria, tanto da vedersi regolarmente attribuire in via temporanea un grado sempre superiore a quello suo effettivo ricoperto al momento, fino a ottenere a marzo del 1942, da neopromosso Brigadier Generale di fanteria, il comando addirittura di una divisione corazzata appena costituita, la 9°, un incarico normalmente affidato a chi proveniva dalla cavalleria!
Nonostante la sua provenienza dall'umile fanteria e non dall'aristocratica cavalleria aveva portato quella divisione a un tale livello addestrativo di efficienza che i suoi superiori l'avevano promosso il 27 giugno 1942 ancora una volta al grado superiore a titolo temporaneo di Maggior Generale: da lì nemmeno due mesi dopo Montgomery l'avrebbe chiamato a guidare il XIII° C.A., nonostante Horrocks mai avesse guidato fino a quel momento una divisione in battaglia, col grado temporaneo di Tenente Generale!
Sarebbe stata una scelta azzeccatissima, come quella il mese dopo del Tenente Generale Oliver W.H. Leese (anche lui temporaneo!) al posto di William Ramsden alla testa del XXX° C.A.: un altro ufficiale reduce da Dunquerke, con un profilo e un percorso di carriera assai simili a quello di Horrocks, che come ultimo brillantissimo incarico aveva avuto il 17 giugno 1941 la formazione e la guida della nuovissima Divisione Corazzata delle Guardie (Guards Armoured Division), formata mettendo insieme Grenadier Guards, Coldstream Guards, Irish Guards, Scots Guards, Welsh Guards e Household Cavalry.
Horrocks si sarebbe rivelato per diversi commentatori il più valido comandante di corpo d'armata britannico e avrebbe seguito Montgomery in quasi tutte le sue campagne (nel film "Quell'ultimo ponte" del 1977, dedicato all'Operazione "Market-Garden" del settembre 1944,  è interpretato da Edward Fox), mentre Leese sarebbe stato, e lo vedremo, uno dei principali comandanti britannici dello sbarco di Sicilia.
Insieme col parigrado Herbert Lumsden, comandante del X° C.A. corazzato, l'unico dei tre che Monty in verità si era ritrovato (e che mai avrebbe apprezzato fino in fondo), Horrocks e Leese avrebbero formato la triade di comandanti che l'avrebbero portato a trionfare a El Alamein.

I quattro vincitori di El Alamein.
Da sinistra a destra: Leese, Lumsden, Montgomery, Horrocks

Tuttavia, ci sarebbe voluto del tempo prima che ciò accadesse.
Al di là dei contrasti sui nomi da mettere sulle caselle da riempire, infatti, Monty a sorpresa avrebbe anche adottato una linea di condotta abbastanza attendista sul campo di battaglia!
Perfettamente consapevole che il tempo giocava a suo favore e a sfavore del nemico preferiva non attaccarlo subito in massa per spazzarlo via, come probabilmente il buon vecchio Winston si aspettava, ma piuttosto aspettare il momento giusto e accumulare nel frattempo il massimo possibile di uomini, carri armati, cannoni, autoblindo, mitragliatrici, munizioni, in maniera tale che, quando si fosse mosso, disponesse della piena capacità di dar vita a una gigantesca battaglia di logoramento talmente poderosa da non concedere al nemico la benché minima possibilità di resistenza.
In tal modo il rapporto di superiorità che aveva nei confronti di Rommel su quasi ogni confronto, dai carri armati ai cannoni, dagli uomini alle mitragliatrici, dagli aerei ai trasporti truppe, che già prima del suo arrivo veleggiava comodamente su una tranquillizzante media di 2 o 3 a 1, sarebbe salito anche a un incontenibile 12 a 1 se non più, in taluni casi.

15. LA SECONDA BATTAGLIA (30 AGOSTO-7 SETTEMBRE 1942)

Fu così Rommel, ben sapendo dentro di sè quanto in realtà la sua fosse una mossa veramente disperata, a rompere nuovamente gli indugi e a tentare per la seconda volta di sfondare le linee dello schieramento difensivo nemico, mettendo in campo tutto ciò che aveva.
Era perfettamente consapevole che quella fosse la sua vera, ultima possibilità di vincere, per quanto con una possibilità di riuscita che probabilmente non raggiungeva il 10%, ma era tuttavia anche convinto che fosse decisamente meglio provarci con una sia pur minima speranza di riuscirci, che farsi rosolare a fuoco lento dal nemico ed essere spazzati via senza alcun scampo nel tempo, coi modi e sul terreno scelto dall'esclusiva volontà di Montgomery!

Vista l'impossibilità di superare le strettissime maglie difensive apprestate dal nemico di fronte a El Alamein,  il suo piano prevedeva stavolta un'azione ad amplissimo raggio, ben più estesa della prima, che restituisse alle sue divisioni corazzate quell'ampio margine di manovra che da sempre aveva caratterizzato il suo modus operandi, fin lì praticamente negatogli dalla natura sfavorevole del terreno scelto da Auchinleck, consentendogli di prendere alle spalle la cittadina e circondare così all'interno di una sacca tutto il dispositivo britannico.
Rommel aveva pertanto scelto con estrema accuratezza il momento dell'attacco, la notte di plenilunio tra il 30 e il 31 agosto, per favorire i guastatori italo-tedeschi nell'opera di sminamento dei numerosi campi predisposti dal nemico.
A quel punto, mentre con due classici attacchi diversivi dei suoi contro il XXX° C.A. di Leese la neoarrivata 164° divisione tedesca assegnata al XXI° C.A. italiano doveva impegnare sulla costa da nord-ovest le posizioni della 9° australiana sulla collina di Tel El Eisa e la Brescia del X° doveva fare altrettanto più al centro all'altezza di Ruweisat contro quelle della 2° neozelandese, più a oriente le solite tre divisioni 15°, 21° e 90° del D.A.K. e le tre del XX° C.A. italiano (con Littorio e Trieste in prima fila e l'Ariete, uscita a pezzi dal primo scontro, un po' più defilata) dovevano cercare di sfondare direttamente il box sul crinale di Alam Halfa, 25 chilometri a sud-est di El Alamein, ov'erano schierate a difesa la 44° divisione di fanteria del XIII° C.A. di Horrocks e la 10° corazzata del X° di Lumsden.

Purtroppo per Rommel, nemmeno quel secondo tentativo disperato, per quanto apparentemente ben congegnato, avrebbe avuto esito migliore rispetto a quello di due mesi prima.
Il suo era infatti un piano che aveva decisamente una sua ben precisa credibilità, ma abbisognava per riuscirci di due elementi concomitanti: prima di tutto una forza corazzata in grado di sostenere un simile sforzo, e già qui si era probabilmente ai limiti delle possibilità umane e delle stesse macchine, ma soprattutto occorreva una disponibilità di carburante certa e abbondante, tale da poter quanto meno alimentarne con regolarità l'azione per il tempo strettamente necessario a conseguire gli obiettivi previsti.
Qui purtroppo cominciavano le dolenti note, perché all'immediata vigilia della nuova azione sarebbe arrivata al quartier generale italo-tedesco la notizia della perdita secca di ben quattro pirocisterne italiane dirette a Tobruch cariche di benzina per i carri su cui Rommel contava molto per la riuscita di quell'offensiva.

Prima la Poza Rica, con a bordo un carico di 6.930 tonnellate, dopo essere clamorosamente scampata il 20 agosto alle 10,54 a una prima incursione a nord di Punta Stilo da parte di due formazioni aeree tutt'e due provenienti dalla base maltese di Luqa, 12 aerosiluranti Bristol Beaufort del No. 39 Torpedo Squadron della R.A.F. agli ordini dello Squadron Leader (maggiore) Reginald Patrick "Pat" Mahoney Gibbs scortati da 10 caccia Bristol Beaufighter (alcuni dei quali con bombe da 113 chili) del No. 227 Fighter Bomber Squadron del Wing Commander (tenente colonnello) Donald Ross Shore, al secondo tentativo era stata però colpita e gravemente danneggiata da tre siluri il giorno dopo alle 16,17 nelle acque greche di Corfù dalle stesse due formazioni (stavolta però i Beaufort di Gibbs erano 9 e Beaufighter 13, di cui alcuni muniti di bombe, in parte del 227° di Shore e in parte anche del 252° di Luqa e del 248° di Ta Qali), con la morte di 10 uomini d'equipaggio.
Il 30 agosto ancora 12 Beaufort del 39° di Gibbs e Beaufighter del 227° di Shore (5 dei quali muniti di bombe) avevano attaccato anche la petroliera Sanandrea, e proprio l'ultimo dei quattro siluri lanciati dai Beaufort, quello sganciato da 460 metri circa proprio dall'aereo (peraltro danneggiato) di  Gibbs, aveva colpito alle 14,19 la povera nave al largo del Capo di Santa Maria di Leuca (LE), facendola saltare in aria con tutto il suo carico di 3.959 tonnellate, con soli 4 uomini sopravvissuti, tutti gravemente ustionati, sui 55 dell'equipaggio (25 civili, 21 militari del Regio Esercito, 7 della Regia Marina)!
L'ultimo atto si era concluso ai danni della piccola nave cisterna Abruzzi, che trasportava un carico di sole 679 tonnellate di carburante, e della più grande Picci Fassio, che aveva a bordo un carico di 2.945 tonnellate, tutte e due facenti parte del medesimo convoglio insieme col piroscafo da carico Bottiglieri diretto (e poi giunto incolume) a Bengasi: attaccate in due momenti diversi proprio quando erano ormai a un passo dall'arrivo a destinazione, la prima era stata costretta a fermarsi alle 19,45 dell'1 settembre dopo essere stata colpita dalle schegge di alcune bombe sganciate da alta quota da 3 bombardieri Consolidated B-24 Liberator dell'U.S.A.A.F. provenienti probabilmente da Fayd (Egitto), mentre la seconda alle 01,55 del 2 settembre era stata addirittura spaccata in due dall'esplosione  nel vano carico a dritta di uno dei siluri lanciati contro di essa da 12 bombardieri aerosiluranti Vickers Wellington del 38th Bomber Squadron decollati dalla base egiziana di Gianaclis, per poi andare tutta a fondo dopo solo 35 minuti, con la morte di 13 dei suoi 33 uomini d'equipaggio. 

Al termine della battaglia di Alam Halfa Rommel avrebbe ferocemente litigato con il povero Ugo Cavallero, ritenendolo il principale responsabile della sconfitta con l'accusa di non aver dato priorità assoluta a quei convogli assegnando loro una scorta navale ed aerea adeguata.
Si sarebbe trattato in verità di un'accusa ingiusta, sia perché il carburante trasportato non era specificatamente destinato a quell'attacco ma semmai allo sforzo bellico in Africa più in generale (Rommel in persona aveva messo da parte per Alam Halfa determinate scorte ritenendole sufficienti, ma calcolandole erroneamente per difetto!), sia perché a ben vedere, considerata la ben modesta consistenza numerica di quei convogli (voluta apposta, per non dare troppo nell'occhio), la scorta sia navale che aerea loro apprestata non sembrava affatto debole (basti vedere la vera e propria battaglia che in due giorni si scatenò sulle acque greche tra il 20 e il 21 agosto attorno alla Poza Rica, con significative perdite per entrambe le parti), ma soprattutto per un terzo motivo, che non era colpa né di Rommel né di Cavallero, e si sarebbe scoperto solo trenta e passa anni dopo: purtroppo a seguire passo passo per tutto il tempo i convogli e gli aerei italiani (e tedeschi) della scorta e a dirigere ogni singola mossa degli aerosiluranti e dei bombardieri anglo-americani era stato ULTRA.
E contro ULTRA non c'era proprio difesa.


Ormai però all'ora stabilita per l'attacco il danno era stato fatto e non c'era il tempo materiale di pensarci, quindi l'arrabbiatissimo Rommel aveva comunque lanciato le sue divisioni migliori all'offensiva da sud, proprio a ridosso dell'altopiano di Qaret El Himeimatcon le tre italiane e la 90° che dovevano incrociare da nord e le due corazzate del D.A.K. da sud la piccola depressione di Deir El Munassibil perno attorno al quale doveva girare l'intera manovra per puntare a nord-est.

Cartina tedesca della seconda battaglia di El Alamein
(battaglia di Alam Halfa)

L'intento era quello di distruggere in una battaglia definitiva le truppe corazzate di Lumsden per impedir loro  di accorrere in soccorso degli altri due corpi di fanteria schierati a difesa davanti a El Alamein e di seguito aggirare completamente l'intero dispositivo avversario per tagliare la strada alle truppe in ritirata sulla strada costiera all'altezza di El Hamman, penultima tappa prima di Buyrg El Arab verso Alessandria, ma dopo una serie di inutili assalti anche quella volta le truppe dell'Asse, pur giunte a un tanto così dall'obiettivo, erano state respinte dalle divisioni corazzate nemiche (alle quali nel frattempo stavano giungendo in massa i 300 carri M 4 Sherman con pezzo da 76 in torretta e i 100 semoventi Priest con pezzo da 105 in casamatta promessi dal Presidente Roosevelt in persona a uno sconsolato Churchill giunto in visita ufficiale alla Casa Bianca il 21 giugno, lo stesso giorno in cui Rommel aveva riconquistato Tobruch) e costrette a causa dell'esaurimento della benzina a ritornare il 7 settembre alle loro basi di partenza con la coda tra le gambe.

Da quel momento in poi Rommel avrebbe preferito attestare a difesa le sue truppe fortificando notevolmente i trinceramenti esistenti e apprestandone di nuovi, adottando un sistema a reticolo di capisaldi avanzati davanti alle prime linee (non di rado anche finti, per dare l'impressione che il relativo settore fosse difeso anche se non lo era), contro le eventuali incursioni a sorpresa del nemico soprattutto di notte, e potenziando notevolmente i campi minati, immettendovi ordigni sempre più letali e numerosi, spesso anche usando quelli del nemico, aumentandone l'estensione in profondità, creandone anche degli altri e delimitandoli con imponenti gabbioni di filo spinato, quelli che i tedeschi avrebbero chiamato "Teufelgarten", i Giardini del diavolo.

Guastatori italiani del XXXI° genio del maggiore Paolo Caccia Dominioni



Erano ovviamente previsti anche dei corridoi liberi di pochi metri di larghezza che ne consentissero teoricamente l'attraversamento in tutta sicurezza, ma questa precauzione non avrebbe impedito la nascita di mortali sovrapposizioni con quelli confinanti del nemico, con l'inevitabile creazione di una rischiosissima "terra di nessuno" nella quale corridoi liberi e terreni minati dell'una e dell'altra parte venivano a confondersi ed a mischiarsi, rendendo l'avanzamento al suo interno un'autentica roulette russa, nella quale spesso carri armati, autocarri, autoblindo, pattuglie avanzate, cingolette e singoli soldati dell'una e dell'altra parte andavano per loro sfortuna a incappare, lasciandoci la vita o, i più "fortunati", restando mutilati.
Un pericolo mortale che, spiace dirlo, dura ancora adesso, a distanza di così tanti decenni dai fatti.

SESTO QUADRO
LA RESA DEI CONTI FINALE

Tavola tratta da una scatola di modellismo ITALERI

Daniel Hermanus Pienaar
Montgomery ormai si curava di tutto questo il giusto, il suo pensiero era focalizzato solo sui rinforzi che giorno dopo giorno venivano a ingigantire il già enorme divario che c'era già al suo arrivo tra le sue forze e quelle del nemico, in attesa del momento giusto e dei numeri necessari per passare lui, stavolta, all'attacco.
Prima di arrivare a un simile grado di superiorità, perciò, si sarebbe limitato a compiere solo una serie di circoscritte azioni offensive, più che altro utili a saggiare la permeabilità dello schieramento avverso e la capacità dei singoli capisaldi di offrire una valida resistenza.
Alcune di esse sarebbero finite anche molto male per gli attaccanti, come ad esempio quando in un caso truppe sudafricane vennero addirittura bombardate per sbaglio dalla R.A.F., tanto da provocare la risentitissima lamentela scritta del comandante della 1° divisione sudafricana, Daniel Hermanus Pienaar, discendente da una famiglia boera di saldissime tradizioni antibritanniche, non nuovo a certe intemerate (aveva già fatto il liscio e busso ad Auchinleck dopo che la 5° brigata sudafricana era stata totalmente annientata il 23 novembre 1941 a Sidi Rezegh per opera dei carri della 15° Panzerdivision e dell'Ariete), il quale in quella circostanza evocò minacciosamente la possibilità di sparare agli aerei inglesi, come decenni prima avevano fatto i suoi avi contro i colonialisti di Londra!

ROMMEL VA IN LICENZA E AL SUO POSTO ARRIVA GEORG STUMME
Anche se il suo egocentrismo da primadonna, che alimentava sapientemente con continue conferenze stampa davanti a platee di giornalisti adoranti, sembrava fare molta presa su un'opinione pubblica in quel momento molto giù di morale e smaniosa di poter trovare un qualcuno da poter contrapporre mediaticamente alla Volpe del deserto, o magari anche grazie proprio a questo, Montgomery cominciava in realtà ad attirarsi molte antipatie, con la sua pignoleria, i suoi modi bruschi, la sua ostentata sicurezza, e certo quell'attendismo diciamo così "guerreggiato", non scevro di sanguinose brutte figure, non giocava a suo favore nel rapporto coi vertici politici e militari e persino coi suoi sottoposti, ma fu a quel punto che subentrò un altro Segno del Cielo ad aiutarlo.

Georg Stumme
Forse perché la situazione era ritenuta tutto sommato in controllo Rommel a metà settembre si recò in licenza per un breve periodo di riposo e cure in Germania, e da Berlino fu chiamato a subentrarvi il 56enne General der Panzertruppe Georg Stumme.
Si trattava di un ottimo generale, e Rommel ne aveva profondamente stima, ma sapeva pure che soffriva di pressione alta e certo il clima caldo e afoso dell'Egitto di fine settembre non era il massimo per la sua salute.
Arrivato il 19 settembre in Africa, Stumme assunse il comando effettivo il 22 e sin da subito si dedicò ad andare da una parte e dall'altra del fronte per rincuorare i suoi soldati, stanchi e demoralizzati dopo mesi vani di prima linea senza ricambi né respiro, italiani o tedeschi che fossero, cercando al contempo di rinsaldare i rapporti coi comandanti superiori italiani, ormai deteriorati dopo la lunga permanenza a tu per tu con Rommel, ma sul piano squisitamente tattico si limitò a ereditare lo schieramento e i piani difensivi predisposti dall'illustre collega senza apporvi modifiche.
Probabilmente col caldo, la tensione di certi momenti, l'umidità del clima e tutto quello scapicollarsi  per ogni dove il suo fisico si logorò troppo: così, quando finalmente Montgomery si "degnò" finalmente di scatenare il grande attacco su tutto il fronte per cui era stato chiamato, ne pagò il fio.

16. LA TERZA BATTAGLIA (23 OTTOBRE-4 NOVEMBRE 1942)

Dopo 29 mesi di battaglie e un continuo ribaltamento di fronti, le due armate si trovavano così di fronte per quella che a tutti gli effetti era la resa dei conti finale, in una situazione assai diversa rispetto a solo tre mesi e mezzo prima.
In quel momento per l'VIII° Armata britannica del Tenente Generale Bernard Law Montgomery erano schierati tre corpi, di cui due a diretto contatto con le prime linee italo-tedesche: a nord, a scendere dalle posizioni sui costoni di Kidney e poi Miteirya fino al margine superiore di Ruweisat, erano le truppe del XXX° C.A. del parigrado Sir Oliver William Hargreaves Leese (rispettivamente 9° divisione australiana, 51° britannica, 2° neozelandese, 1° sudafricana e 4° indiana), mentre a sud, da lì fino ai margini superiori della grande depressione di El Qattara, era disteso il XIII° C.A. di Sir Brian Gwynne Horrocks (50° britannica, 44° britannica, 1° brigata greca e 1° e 2° brigata della Francia Libera), mentre in posizioni più arretrate, a oriente delle prime linee, esattamente come un cavallo del Palio di Siena pronto a scattare di rincorsa in seconda fila dietro al canapo sulla linea di partenza, fremevano le tre divisioni del X° C.A. corazzato di Sir Herbert Lumsden (da nord a sud la 1°, la 10° e la 7° divisione corazzata).

Schierata a specchio di fronte a loro, l'A.C.I.T. (Armata Corazzata Italo-Tedesca, Deutsch-Italienische PanzerArmèe Afrika per i tedeschi), ora passata agli ordini di Georg Stumme, era formata dalle stanchissime, affamate, assetate, semi disarmate truppe del Deutsches Afrika-Korps (D.A.K.) del parigrado Wilhelm von Thoma (15° e 21° divisione corazzata, 90° e 164° divisione meccanizzata di fanteria leggera e 1° brigata paracadutisti Ramcke) e di tre corpi d'armata italiani, il X° del neopromosso Generale di Corpo d'Armata Enrico Frattini, succeduto al parigrado Federico Ferrari Orsi, caduto in un campo di mine nemico il 18 ottobre precedente (formato da due divisioni di fanteria, la 17° Pavia e la 27° Brescia, dalla nuovissima 185° divisione paracadutisti Folgore dello stesso Frattini e dal 9° reggimento bersaglieri), il XX° motocorazzato del parigrado Giuseppe De Stefanis (con due divisioni corazzate, la 132° Ariete e la 133° Littorio, più la 101° motorizzata Trieste) e il XXI° di Alessandro Gloria, con la 25° fanteria Bologna e la 102° motorizzata Trento).
Le divisioni italiane e quelle tedesche, frammiste tra di loro, alternando le truppe appiedate con quelle più mobili, vedevano da nord a sud in prima linea, al di là dell'appartenenza ai rispettivi corpi d'armata di provenienza, all'estrema sinistra dello schieramento due grandi unità tedesche, la 15° Panzer-Division sulla costa, a presidio della strada litoranea, e poco più a sud davanti a Kidney la 164° meccanizzata, a fronteggiare la 9° australiana e la 51° britannica; al centro, all'altezza di Miteirya fino ad arrivare a ridosso di Ruweisat, tre italiane, la meccanizzata Trento e la Bologna davanti ai campi minati, con alle loro spalle di copertura la divisione corazzata Littorio, faccia a faccia con la 2° neozelandese, la 1° sudafricana e la 4° indiana; a sud la Brescia, e sulla sua destra la brigata Ramcke, erano poste a presidio diretto del settore davanti a Ruweisat, con la 21° Panzer-Division di copertura in posizione più arretrata alla sinistra della Brescia (ma pronta ad accorrere anche in soccorso poco più a nord della Bologna), di fronte alla 50° britannica, e infine all'estremità destra, quella che andava dalla piccola depressione di Deir El Munassib all'altopiano di Qaret El Himeimat, proprio a ridosso di El Qattara, erano posizionati i paracadutisti della Folgore fianco a fianco coi capisaldi tenuti dai fanti della Pavia, contrapposti alla 44° divisione britannica e alla brigata francese, con la divisione corazzata Ariete schierata pochi chilometri più dietro, sull'altura del Gebel Kalakh, con i paracadutisti davanti e i fanti alla sua destra.
In posizione di riserva d'armata, a nord, erano pronte  a intervenire in caso di bisogno le ultime due divisioni disponibili, la 90° meccanizzata tedesca più verso la costa, nei pressi della linea ferroviaria, e qualche chilometro più a sud la meccanizzata italiana Trieste.
Il II° battaglione del 28° reggimento Pavia era l'unità più a sud delle linee dell'Asse, quella che avrebbe dovuto impedire da estremo baluardo difensivo eventuali tentativi di aggiramento da parte dei corazzati della 7° divisione corazzata nemica all'altezza di Qaret El Himeimat.

Posizioni iniziali alla vigilia della terza battaglia di El Alamein 


La sera del 23 ottobre 1942, alle 20,45, 1.000 cannoni schierati su tutto l'arco di fronte davanti alle prime linee italo-tedesche aprirono il fuoco, dando il via all'operazione "Lightfoot" (Piede leggero), che prevedeva sostanzialmente una grande manovra a tenaglia combinata di fanterie e corazzati diretta con due attacchi frontali a nord e a sud della linea davanti a El Alamein, condotti rispettivamente dalle cinque divisioni del XXX° C.A. e dalla 44° divisione del XIII°, il primo contro le creste di Kidney e Miteirya, il secondo a sud di Ruweisat nel settore meridionale tra Qaret El Himeimat e la piccola depressione di Deir El Munassib, direttamente contro le posizioni al centro tenute dalla Folgore.
Rotte le prime linee delle fanterie italo-tedesche (fase di rottura) e poi di seguito aperti due corridoi di circa 10 chilometri all'interno dei campi minati (fase di demolizione) sarebbe stato possibile a quel punto a nord alle forze corazzate del X° C.A. di penetrare all'interno delle linee difensive nemiche in profondità e disarticolarle, mentre a sud lo stesso compito sarebbe spettato alla sola 7° divisione corazzata, che aveva invece il compito di impegnare le divisioni corazzate tedesche dislocate attorno a Ruweisat per impedir loro di accorrere in soccorso delle truppe sotto attacco a nord.
Senza l'indispensabile aiuto delle divisioni corazzate bloccate più a sud, le linee di resistenza italo-tedesche a nord sarebbero state travolte dall'impeto delle divisioni di fanteria del XXX° e questo avrebbe dato modo a queste ultime di schierare tutte le loro batterie anticarro con le quali accogliere nei dovuti modi le eventuali truppe corazzate superstiti sfuggite all'attacco della 7° corazzata e accorse comunque a nord.

Un caposaldo della divisione di fanteria italiana 102° Trento sotto attacco (Immagine Osprey)
(In primo piano una postazione di mitragliatrice Breda 37, sulla sfondo a sinistra un pezzo da 47/32)

Questa era la teoria, ma nella realtà le cose erano andate diversamente, perché tutto il fronte italo-tedesco aveva clamorosamente retto a quell'ondata di piena ed era rimasto pressoché stabile, rendendo necessario dopo circa dieci giorni di durissimi ma non conclusivi combattimenti un nuovo sforzo offensivo da parte delle truppe di Montgomery.
A quel momentaneo successo difensivo non aveva comunque potuto assistere il povero Stumme, che il 24 ottobre nel corso di un'ispezione con alcuni uomini del suo staff in prima linea era caduto dall'auto a seguito di una brusca svolta effettuata dall'autista per sfuggire ad un attacco ravvicinato da parte di alcuni fanti britannici costato la vita a uno degli occupanti del veicolo: lo sfortunato generale sarebbe stato ritrovato l'indomani, morto, probabilmente per un infarto!
Per un giorno il suo posto alla testa dell'armata italo-tedesca sarebbe stato immediatamente preso dal General der Panzertruppe Wilhelm Ritter von Thoma, comandante del D.A.K., sostituito a sua volta in tale ruolo dall'Oberst (colonnello) Fritz Bayerlein, ma già il 25 Rommel era di nuovo in prima linea, appena disceso dall'aereo, pronto a cercare di sovvertire un'altra volta una situazione disperata, come già capitato millemila volte nel passato.
Stavolta però non sarebbe stato possibile: nonostante la linea del fronte si reggesse ancora su un precario e indecifrabile equilibrio si capiva infatti che la prossima spallata sarebbe stata quella decisiva.

Operazione "Lighfoot"

Così puntualmente fu: l'operazione "Supercharge" (Supercarica), iniziata il 2 novembre, sancì la morte definitiva del sogno dell'Asse  di vincere la guerra ad El Alamein.
Improvvisamente dal suo cilindro Montgomery tirò fuori nuove centinaia di carri armati, cannoni, autoblindo che aveva tenute accuratamente nascoste nelle retrovie e le scagliò nella zona di giunzione tra le linee italiane e quelle tedesche, non appena le fanterie penetrate all'interno, protette da un nuovo poderoso fuoco d'artiglieria accuratamente concentrato sulla zona interessata, riuscirono a creare una falla di almeno 4 chilometri totalmente sminata nella quale le divisioni corazzate del X° C.A. potessero infilarsi per distruggere le residue forze corazzate nemiche.
In pochi giorni per l'A.C.I.T. era stata la fine.

Operazione "Supercharge"

Carlo Lombardini
Da parte italiana, in particolare, il bilancio finale era stato terrificante: tutte e quattro le divisioni schierate più a sud, fino ai margini settentrionali della  terribile depressione salina di Bab El Qattara,  le due Brescia e Pavia, la Folgore (ne sarebbero rimasti poco meno di 300 su quasi 6.000!) e l'Ariete erano state totalmente annientate nell'eroico sforzo di proteggere il ripiegamento di quelle più a nord, salvatesi comunque a fatica: la Bologna, che aveva combattuto nel settore confinante con la Folgore fianco a fianco con la brigata Ramcke (l'unica del D.A.K. uscita con le ossa rotte, con 450 caduti su circa 1.100 uomini), la Trento, la Trieste e la Littorio, tutte comunque gravemente vulnerate e di fatto anch'esse uscite di scena, tranne la Trieste, che infatti con ciò che restava delle altre sarebbe stata in qualche modo rimessa in piedi in vista delle prove successive.
Proprio nel 66° reggimento Valtellina della Trieste sarebbe anche stato inquadrato come III° battaglione il nuovo CLXXXV° Folgore al comando del capitano Carlo Lombardini, costituito su cinque compagnie coi folgorini sopravvissuti a El Alamein più i rimpiazzi arrivati dall'Italia.

Per quanto riguardava invece le altre tre divisioni italiane presenti a pieno organico sul fronte africano, tutte e tre si erano salvate con perdite minime o addirittura nulle, per la maggior parte patite durante la ritirata successiva.
Solo lievemente coinvolta nei combattimenti era stata infatti la Pistoia, rimasta di retroguardia tra Bardia, Sollum e il passo di Halfaya al confine libico-egiziano, inquadrata nel XXI° C.A., mentre ne era rimasta praticamente fuori un'altra divisione di fanteria, la La Spezia, inquadrata nel XVI° C.A. con compiti di presidio tra Marsa El Brega e El Agheila, nel punto più meridionale del Mediterraneo, davanti al Golfo della Sirte, in piena Cirenaica libica, a circa 700 chilometri di distanza da lì.

L'unica grande unità italiana veterana della campagna d'Africa a salvarsi per intero, semplicemente però perché di presidio in posizione di riserva dell'A.C.I.T. subito a sud della grande depressione di Qattarapresso la grande oasi berbera di Suwa, antica sede di un Oracolo del Dio egizio Amon Ra, era stata così solo la 136° divisione di fanteria Giovani Fascisti, l'unica del Regio Esercito composta interamente da volontari della G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio), erede diretta del "Gruppo Battaglioni GG.FF." che quasi da solo, con l'appoggio di elementi dei bersaglieri e di un pugno di carri leggeri L 3/35 dell'Ariete, per lo più interrati, resse tra l'1 e il 7 dicembre 1941 la vittoriosa difesa dell'oasi di Bir El Gobi contro forze molto superiori del XXX° C.A. corazzato britannico fino all'arrivo in soccorso dei carri tedeschi, venendone appunto ripagato con l'elevazione ufficiale a divisione (ufficialmente "corazzata" addirittura, quando era in realtà costituita a malapena da un modesto reggimento di fanteria leggera su tre battaglioni con l'aggiunta del 136° reggimento artiglieria con due carri medi e due autoblindo AB 41 tratte dal 1° reggimento Nizza Cavalleria!), affidata al Generale di Divisione salernitano Ismaele Di Nisio.

 von Thoma prigioniero accanto a Montgomery
Rommel, che  aveva avuto anche il dispiacere di vedersi privare di uno dei suoi fedelissimi, il Generale von Thoma, preso prigioniero dagli australiani proprio il 4 novembre presso la piccola altura di Tel El Aqqaqir, a ovest di El Alamein, aveva immediatamente ordinato un ripiegamento di tutte quelle truppe verso la Tunisia francese, in direzione del ridotto del Mareth, una linea difensiva lunga 35 chilometri che andava da Mèdenine, nel sud della Tunisia, fino alle colline di Matmata, costituita da un sistema di trinceramenti fortificati e intervallati da fortini, cavalli di Frisia, campi minati e postazioni di mitragliatrici predisposti prima della guerra dalla Francia per proteggere il confine da una possibile invasione italiana dalla Libia, ma l'ordine era stato perfettamente eseguito solo da quelle tedesche, tutte estremamente mobili, tutte tranne una, l'unica appiedata, proprio la brigata Ramcke!

Data ufficialmente per perduta il 3 novembre dal Feldmaresciallo, nella notte tra il 6 e il 7 novembre, dopo 3 giorni di penoso ripiegamento a piedi nel deserto, la rimaneggiatissima ma ancora combattiva unità avrebbe avuto però la fortuna di incrociare un convoglio autocarrato nemico di approvvigionamento alimentare destinato a una divisione corazzata, pieno di viveri, acqua, carburante, munizioni e generi di consumo (compresi addirittura liquori e tabacco): attaccatolo di sorpresa, Ramcke l'aveva catturato per intero senza sparare un solo colpo, riuscendo così ad assicurare ai suoi 600 uomini rimasti non solo la possibilità di ricongiungersi alle altre forze connazionali più mobili, 200 chilometri più avanti, e raggiungere anch'essi la destinazione indicata da Rommel, ma persino di rifornirsi di ogni ben di Dio e di spartirsi gli avanzi (immagino nemmeno più tantissimi) con i commilitoni ritrovati dopo!

Una fortuna del genere non sarebbe capitata purtroppo, tranne magari singoli reparti o nuclei di soldati incocciati in qualche camion isolato del nemico, anche alle unità italiane sopravvissute alla sconfitta, che, tranne in parte la Littorio, la Trieste e la Trentoerano praticamente tutte appiedate: la maggior parte delle nostre fanterie furono quindi costrette a seguire a grande distanza quelle dell'alleato, formando lunghissime colonne di chilometri, sempre con le mobili truppe di Montgomery spavaldamente alle loro calcagna e sotto la costante minaccia dal cielo dei caccia e degli aerei da attacco al suolo britannici e americani, ormai senza più una vera opposizione da parte di Luftwaffe e Regia Aeronautica.

SETTIMO QUADRO
LA FINE DEL SOGNO AFRICANO

ARRIVANO GLI AMERICANI
A peggiorare questo scenario di tregenda per l'Asse, gli americani, più tranquilli sul Pacifico dopo aver battuto alle Midway i giapponesi meno di cinque mesi prima, avevano finalmente deciso di intervenire in forze sul fronte europeo, avviando l'8 novembre insieme agli inglesi l'Operazione "Torch" (Torcia), di cui avevano per ragioni di opportunità politica il comando: una grande operazione anfibia sulle coste del Marocco Francese e dell'Algeria, entrambi appartenenti alla Francia di Vichy (guidata politicamente dal Primo Ministro Pierre Laval e dal neo designato Capo dello Stato Philippe Pétain, il prestigiosissimo Maresciallo di Francia vincitore della prima guerra mondiale sul fronte occidentale), un territorio formalmente neutrale ma di fatto sostanzialmente collaborazionista con le potenze dell'Asse.


LE ESTENUANTI TRATTATIVE CON DARLAN, JUIN  E GIRAUD
Poiché tuttavia esistevano all'interno di Vichy parecchi fermenti contrari all'alleanza non dichiarata con Berlino e soprattutto con l'odiata Roma, colpevole di aver inferto nel giugno del 1940 "un colpo di pugnale alla schiena" alla Francia già morente sotto il tallone delle truppe hitleriane, su di essi nei mesi precedenti avevano puntato gli americani attraverso la loro ramificata rete consolare in Francia e Algeria, contattando in segreto tutte le potenziali personalità militari in grado di far sollevare l'Armèe d'Afrique del Generale Alphonse Juin, poco e male equipaggiata ma numerosa e assai combattiva, ed impedirle di opporsi militarmente ai tre sbarchi contemporanei previsti in Marocco a Casablanca (Operazione "Villain", Furfante) e in Algeria a Orano (Operazione "Reservist") ed Algeri (Operazione "Terminal"), coordinati tutti dal Brigadier Generale George Smith Patton, Jr.

Alphonse Juin
Dopo il rifiuto opposto dal prestigioso Ammiraglio Francois Darlan, stretto collaboratore e successore in pectore di Pètain, e dallo stesso Juin, alla fine gli americani trovarono quello che cercavano nel Generale d'Armata Henri Honorè Giraud, un famosissimo eroe nazionale sin dalla Grande Guerra, fuggito clamorosamente il 17 aprile 1942 dopo due anni di prigionia dalla fortezza sassone di Konigstein, vicino a Dresda, riservata agli alti gradi, e rifugiatosi proprio nel territorio controllato da Pètain, che in ricordo dei vecchi tempi lo faceva sorvegliare, sì, ma al contempo lo proteggeva anche in maniera riservata dal furore di Hitler.



Eisenhower e Giraud
Giraud, però, pur avendo in odio i tedeschi era grande rivale personale e professionale in Patria di Charles De Gaulle, all'inizio per questioni di pura e semplice antipatia personale e professionale, per la sua ambizione e le sue estrose idee tattiche sull'utilizzo dei carri armati, poi dopo la capitolazione del 1940 perché ritenuto un elemento fortemente divisivo nella Resistenza francese: proprio per questo motivo pretese che De Gaulle fosse tagliato fuori da ogni coinvolgimento nella vicenda, e così fu, e che addirittura gli venisse attribuito il comando generale di tutte le operazioni nel Nord Africa francese, che invece era destinato al Tenente Generale Dwight David Eisenhower, con il Maggior Generale Mark Wayne Clark, il futuro liberatore di Roma, come vice, posto al comando diretto del nuovo II° C.A. americano, affiancato nella complessa operazione dalle truppe della I° armata britannica del Maggior  Generale Kenneth Arthur Noel Anderson (V° e IX° C.A.).
Per accettare il ruolo di catalizzatore della Resistenza presente in Algeria, animata da circa 400 partigiani per lo più ebrei, Giraud si "accontentò" pertanto di essere "solo" il comandante designato delle truppe francesi in Africa della Francia Libera, con buona pace di De Gaulle, che l'avrebbe saputo solo a cose fatte!

Operazione "Torch"

PARTE L'OPERAZIONE "TORCH"
Trasferitosi di nascosto con un sottomarino britannico nella notte tra il 7 e l'8 novembre 1942 prima a Gibilterra, dove Eisenhower e Clark lo misero finalmente al corrente di ciò che effettivamente bolliva in pentola (continuavano a fidarsi poco dei volubili generali francesi), e poi ad Algeri, Giraud fu sbarcato lì proprio la mattina del 9 quand'era in pieno corso Terminal, funestata anche dal maltempo, mentre contemporaneamente la Resistenza attuava un vero e proprio colpo di Stato, dopo aver occupato sin dalla notte precedente le caserme, la radio, tutti i centri di potere statali e messo in stato d'arresto i principali dirigenti civili e militari della colonia, tra cui proprio Juin e Darlan, in quel momento rappresentante diretto di Pètain in Africa, presente ad Algeri per seguire il figlio ammalato di poliomelite.

Lo sbarco sulle spiagge

Francois Darlan
Quando Darlan e lo stesso Juin, sin dall'inizio dell'operazione impegnati in colloqui segreti con Clark nella loro veste di rappresentanti ufficiali di Vichy allo scopo di evitare inutili spargimenti di sangue tra soldati fratelli, accettarono il 10 di passare interamente dalla parte degli Alleati e proclamare ufficialmente a Radio Algeri la cessazione delle ostilità, in cambio il primo dell'incarico di Alto Commissario per la Francia in Africa e il secondo del comando delle truppe francesi destinate alla Tunisia, Pètain li disconobbe come suoi plenipotenziari, nominando immediatamente al loro posto il venerando Generale Charles Nogués (un altro che dopo alcuni tentennamenti aveva rifiutato in precedenza di collaborare con gli Alleati), con l'ordine di riprendere le ostilità.
Tuttavia, nonostante le operazioni procedessero a rilento a Casablanca e a Orano, dove le forze lealiste, pur sbalestrate dai continui colpi di scena intervenuti ai vertici dei loro comandi, si opponevano strenuamente a quelle anglo-americane, ad Algeri il putsch della Resistenza aveva sparigliato tutti i giochi, tenendo impegnate le truppe rimaste fedeli a Vichy, senza esito, fino al 12, quando con una manovra a tenaglia le truppe americane, ormai riunitesi in un blocco unico, circondarono quelle di Noguès costringendole ad arrendersi.

La Francia dopo l'Operazione "Anton"
L'IRA DI HITLER E MUSSOLINI: L'OPERAZIONE "ANTON"
L'esito felice di Torch sarebbe stato accolto particolarmente male da Hitler, inducendolo immediatamente a varare, di concerto con Mussolini, l'Operazione "Anton", cioè l'occupazione dell'intero territorio della Francia di Vichy, da parte sia della Wermacht che del Regio Esercito, decisa come ripicca per la sostanziale acquiescenza dei dirigenti locali delle colonie africane verso l'invasione degli anglo-americani.
A tal fine già il 10 novembre, all'atto del voltafaccia di Darlan, la I° e la VII° armata tedesche, al comando del prestigioso Generaloberst Johannes Blaskowitz, comandante militare della zona d'occupazione della Francia del Nord, avrebbero marciato la prima da Nantes verso Bordeaux fino ai Pirenei, ai confini con la Spagna, la seconda dalla Francia Centrale fino a Vichy e al porto di  Tolone, allo scopo precipuo di catturare l'intera flotta francese ancorata alla rada, mentre la IV° armata italiana del Generale designato d'Armata Mario Vercellino, di stanza in Piemonte e Liguria, il giorno dopo avrebbe occupato con tre corpi d'armata (I°, XV° e XXII°), allo scopo di impedire eventuali sbarchi nemici sulle coste meridionali francesi, il Delfinato, la Provenza, la Savoia e la Costa Azzurra, incluse le città di Grenoble, Marsiglia e Nizza e persino il Principato di Monaco, e col VII° C.A. la Corsica.

Vichy, nonostante facesse schierare i 50.000 uomini del suo piccolo esercito attorno a Tolone (chiusi però tra le due armate tedesche), a tutto questo avrebbe però assistito passivamente senza reagire, se non denunciando a titolo simbolico via radio la violazione degli accordi di armistizio concordati nell'estate del 1940.

Pètain (a sinistra) e Laval (a destra)
I
l regime di Vichy sarebbe comunque rimasto in piedi formalmente lo stesso fino all'agosto del 1944, quando Parigi fu liberata dagli Alleati, ma da questo punto in poi si sarebbe definitivamente trasformato in un puro e semplice strumento in mano a Hitler, una scelta che però Pierre Laval e Philippe Pètain nel dopoguerra avrebbero pagato duramente.
Arrestati e posti sotto processo con l'accusa di tradimento e attentato alla sicurezza dello Stato vennero tutti e due condannati il 9 ottobre 1945 alla pena di morte mediante fucilazione, ma solo il primo sarebbe stato messo a morte, la mattina del 15 ottobre, nel cortile del penitenziario di Fresnes (nonostante fosse semi incosciente a causa di un tentativo fallito di darsi la morte col cianuro, sedato con una lavanda gastrica forzosa).
Il secondo si sarebbe invece visto commutare la pena di morte in quella del carcere a vita per volontà diretta di De Gaulle, in considerazione della sua età (era 89enne) e perché era pur sempre il Generalissimo, il Vincitore della Grande Guerra sul Fronte Occidentale: si sarebbe spento nel penitenziario dell'Ile-D'Yeu sei anni dopo, il 26 luglio 1951.

FALLISCE L'OPERAZIONE "LILA"
Gli italo- tedeschi non avrebbero però ottenuto quello che era il loro vero obiettivo, cioè la cattura della flotta d'alto mare (F.H.M., Forces de Haute Merancorata davanti al porto di Tolone.
L'ammiraglio comandante della squadra navale, il Conte Jean Joseph Jules Noel de Laborde ("Le Comte Jean"), l'unico per prestigio in grado di contrapporsi al suo superiore Darlan (con cui peraltro non era mai stato in grandissimi rapporti), aveva cercato di salvarla prendendo tempo coi tedeschi, confidando nel fatto di essere molto ben visto da loro non solo per la sua notoria fedeltà al Generalissimo Pètain ma anche perché era un feroce anglofobo, un sentimento che si era amplificato a maggior ragione dopo la tragedia di Mers El Kèbir del 3 luglio 1940, quando l'intera flotta da battaglia francese era stata affondata a tradimento dalla Royal Navy per evitare che passasse per intero agli italo-tedeschi dopo la resa (Operazione "Catapult").

Quando però alle 03,30 della notte del 27 novembre due colonne corazzate tedesche si presentarono davanti ai posti di guardia delle due entrate del porto per avviare l'
Operazione "Lila", e de Laborde, che si trovava in quel momento a bordo dell'incrociatore da battaglia Strasbourg, una delle poche unità scampate a Mers El Kèbirvenne anche a sapere dal Contrammiraglio Dornon che alle 04,25 era stato arrestato nel suo letto l'Ammiraglio André Marquis, prefetto marittimo e comandante della piazzaforte di Tolone, il comandante impartì alle 05,45 l'ordine di autoaffondamento dell'intera flotta, riconfermandolo per iscritto alle 06,00 di mattina, conformemente agli ordini ricevuti da Pètain, disattendendo però in tal modo l'invito di Darlan di trasferirla in Nord Africa.
Alle prime luci dell'alba un totale di 3 corazzate, 7 incrociatori, 18 cacciatorpediniere, 13 torpediniere, 6 avvisi, 12 sommergibili, 9 tra pattugliatori e dragamine e tanto altro naviglio minore (235.000 tonnellate complessive) erano in fiamme davanti alle acque di Tolone, con la bandiera di combattimento innalzata sul pennone, mentre 6.000 tra ufficiali e marinai mestamente tornavano a riva con le scialuppe.
Solo pochissime unità, tra cui 5 cacciatorpediniere, poterono essere recuperate e riutilizzate dagli italiani, mentre altre, tra cui 9 tirate fuori dai fondali mesi dopo, sarebbero state per lo più demolite per riciclarne a scopo bellico-industriale i materiali ferrosi di cui erano fatte.

(Per quanto ottiene l'Operazione "Anton" v. https://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Anton;  sull'autoaffondamento della flotta francese v. https://it.wikipedia.org/wiki/Autoaffondamento_della_flotta_francese_a_Tolone; sull'occuazione italiana della costa francese mediterranea v. https://it.wikipedia.org/wiki/Occupazione_italiana_della_Francia_meridionale).

Gli americani erano comunque ormai saldamente in Africa, anche se De Gaulle non volle riconoscere gli accordi intervenuti con Darlan, Juin e Giraud, a sua volta nominato rappresentante delle truppe della Francia Libera in Africa.
Darlan avrebbe pagato duramente i suoi continui tentennamenti, perché sarebbe stato assassinato alla Vigilia di Natale da Fernand Bonnier de la Chapelle, giovane militante monarchico della Francia Libera.
L'assassino sarebbe stato lestamente arrestato, condannato a morte e fucilato il 26 dicembre su ordine diretto di Giraud, ormai senza discussioni l'uomo forte della Francia anti-Vichy in Africa, pronto anche a far arrestare senza alcuno scrupolo i capi della Resistenza malfidi, tra cui lo stesso ideatore del putsch dell'8 novembre, Henri d'Astier de la Vigerie.

17. LA CAMPAGNA DI TUNISIA 

L'idea degli americani a questo punto era quella di prendere in poco tempo anche la confinante Tunisia, dove nel frattempo si erano acquartierate le truppe di Rommel scampate a El Alamein.
A tal fine sin dal 10 novembre le truppe della 78° divisione inglese del Maggior Generale Vivyen Evelegh erano sbarcate nel porto di Bèjaia (Bugia in italiano), nella vicina regione della Cabila, in Algeria, e si erano due giorni dopo ricongiunte ad Annaba (Bona in italiano, l'antica Ippona di Sant'Agostino) col 2° battaglione del 509° reggimento paracadutisti americano del colonnello Edson Duncan Raff ed elementi dei commandos britannici, tutti inquadrati nella 1st Airborne Division inglese: dopo esser penetrati in Tunisia, dove avevano trovato reazioni amichevoli nelle truppe francesi, i paracadutisti di Raff avevano successivamente sconfitto a ripetizione tra il 15 e il 16 novembre gli ancora sparuti e disorganizzati reparti italo-tedeschi incontrati sul loro cammino, giungendo prima a Tèbessa, poi a Gafsa, mentre le avanguardie britanniche avevano raggiunto Jendouba e Tabarka e il 24 una colonna corazzata di carri leggeri americani M 3 Stuart della 1° divisione corazzata americana aveva occupato addirittura la pista di aviazione di Djedeida, distruggendo moltissimi velivoli nemici, a soli 20 chilometri da Tunisi.

A questo punto la via per Tunisi e Biserta sembrava spalancata, ma all'improvviso tutto cambiò per gli Alleati: il loro piano fu infatti completamente frustrato dall'immediata e sorprendente reazione degli Alti Comandi di Berlino e Roma, lesti ad inviare subito nell'ex colonia francese fortissimi contingenti  moto-corazzati in soccorso alle stanche e demoralizzate truppe italo-tedesche arrivate nel frattempo dalla Libia!

Hans Jurgen von Armin
Dalla Germania arrivò infatti il LXXXX° ArméeKorps agli ordini del Generaloberst Hans Jurgen von Arnim, composto da due poderose formazioni corazzate, la 10° Panzer e la 1° Hermann Goering della Luftwaffe, più la 334. Infanterie-Division e un battaglione carri, subito ridesignato come 5. PanzerArmee dopo che vi furono aggregate anche le truppe del XXX° C.A. italiano del Generale di Corpo d'Armata Vittorio Sogno, già pronte perché anch'esse come le divisioni La Spezia e Pistoia originariamente mobilitate per l'abortito sbarco aeronavale su Malta (la 131° divisione corazzata Centauro agli  ordini del Conte Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, marito di Iolanda di Savoia, la 1° di fanteria Superga di Fernando Gelich, la 50° brigata speciale di Giovanni Imperiali ed il 1° reggimento di fanteria di marina San Marco), mentre Roma organizzò con alcune grandi unità già presenti in Africa e scampate al disastro, opportunamente riarmate e innervate da nuovi soldati, equipaggiamenti e mezzi, la I° armata, posta appunto al comando di Giovanni Messe.

Un semovente L 40 da 47/32 italiano in Tunisia
Essa sarebbe stata composta, oltre che dal XXX° C.A. poi passato a von Armin, da due altri corpi, cioè il XX° di Taddeo Orlando  (con due divisioni motorizzate, la ricostituita 101° Trieste di Francesco La Ferla e la 136° Giovani Fascisti passata ora a Nino Sozzanie il XXI° di Paolo Berardi (proprio con le due divisioni di fanteria citate sopra, l'80° La Spezia di Gavino Pizzolato e la 16° Pistoia di Giuseppe Falugi, più il Raggruppamento sahariano di Alberto Mannerini, una grossa unità di formazione di circa 6.000 uomini messa su col LV° battaglione complementi tratti da due della Pistoia, il XVI° e il CXVI°, un reggimento di fanteria e uno d'artiglieria della Guardia alla Frontiera sahariana, alcune compagnie della Polizia dell'Africa Italiana, insieme coi superstiti delle truppe annientate in Africa tratti dalle divisioni Savona e libiche, da alcuni elementi blindo-corazzati muniti di autoblindo AB 41, carri leggeri L 6/40 e semoventi L 40 da 47/32 tratti dai reggimenti di cavalleria Lodi, Monferrato, Nizza e Novara, sette batterie d'artiglieria campali con obici da 75/18 e cannoni da 100/17 e antiaeree con mitragliatrici da 20/65, nonché una forte componente coloniale articolata su reparti meharisti su cammelli, diverse compagnie auto-avio sahariane e camionettisti italo-arabi del cosiddetto Gruppo Formazioni "A", cui si sarebbero successivamente aggiunti il VI° battaglione CC.NN. e la 103° compagnia camionettisti del 10° reggimento arditi).

Camionette AS42 del Raggruppamento sahariano in esplorazione nel marzo 1943 in Tunisia: in primo piano una con mitragliera Breda da 20/65, in secondo l'altra con pezzo da 47/32
(foto tratta da "Le camionette del Regio Esercito", Gruppo Modellistico Trentino, 2014)

Giovanni Messe
Di fronte a questo cambio di scenario gli Alleati si erano fatti trovare completamente impreparati, così un contrattacco improvviso l'1 dicembre di due colonne di carri della 10° divisione corazzata tedesca (40 carri in totale, di cui 5 di nuovissimi Tiger I) aveva stretto in una morsa e travolto i carri americani all'altezza di Tebourba, alla base del saliente che aveva al vertice proprio Djedeida, distruggendo almeno i tre quarti dei 200 a disposizione della 1° corazzata americana e consentendo all'Asse di riprendersi entrambe le località e la pista aerea!

Lo schock subito aveva indotto Eisenhower a interrompere l'offensiva in Tunisia il 24 dicembre, anche per il timore che la Spagna potesse improvvisamente attaccare dal Marocco spagnolo il fianco sinistro delle sue truppe prendendole in mezzo, ed a organizzare quindi il 5 gennaio 1943 nella località berbera di Ojuda un'apposita nuova armata per la difesa del Marocco francese, la V° (con due divisioni di fanteria, la 3° e la 9°, l'82° paracadutisti e la 2° corazzata), affidandola a Clark.
Il II° C.A. americano, snellito delle divisioni trasferite sul fronte marocchino, passò così al comando del Maggior Generale Lloyd Fredendall: una decisione che si sarebbe rivelata decisamente sbagliata!

L'ASSE SFONDA SULLA DORSALE ORIENTALE DELL'ATLANTE
La situazione in Tunisia si era ora completamente ribaltata: dove prima c'era una chiara superiorità numerica, tecnologica e nel morale da parte degli Alleati sulle truppe dell'Asse, ora valeva tutto il contrario.
Nel teatro tunisino si sarebbe distinta sin da subito la potente 10. Panzer-Division, autentica trascinatrice dello sforzo offensivo italo-tedesco, che praticamente da sola con una serie di impetuosi colpi di mano a partire dal 3 gennaio avrebbe sconfitto ripetutamente le modeste forze di Juin, due divisioni meccanizzate di fanteria di Marocco e Algeria e la rinnovata e valorosa 1° brigata meccanizzata leggera del colonnello Jean Touzet de Vigiere, ridenominate pomposamente nel frattempo XIX° C.A. francese e poste al comando del Generale di Corpo d'Armata Louis Koeltz.

Suddivise in una serie di piccoli avamposti a presidio del versante orientale della catena montuosa dell'Atlante, le scalcagnate truppe francesi sarebbero state sconfitte una a una dai tedeschi, che avrebbero così conquistato alcuni strategici valichi, a FondoukFa'id e Maknassy, nonostante il sopravvenuto intervento in loro soccorso (efficace ma tardivo) portato dagli americani, la 1° divisione di fanteria del Maggior Generale Terry Allen ed i corazzati del Combat Command "B" del colonnello Paul McDonald Robinett, uno dei tre distaccamenti carri in cui era suddivisa la 1° corazzata del Maggior Generale Orlando Ward.
Questo aveva consentito una rapida avanzata degli italo-tedeschi verso ovest, con gli ulteriori risultati di allontanarne gli americani fino a Gafsa, ripristinare il collegamento con le truppe di Rommel ferme sulla linea del Mareth, rifornirle di nuovi equipaggiamenti e, soprattutto, spostare nel settore occidentale tunisino la 15° e la 21° corazzate di Rommel, rifornite coi nuovi e più potenti Panzer IV e soprattutto anche con alcuni nuovissimi e formidabili Tiger I.
Nonostante le pretese smaniose di autonomia di Giraud e Juin, le acciaccate truppe della Francia Libera sarebbero state da quel momento in poi aggregate alla I° armata britannica di Anderson (incentrata fino a quel momento sul solo V° C.A. britannico, con la 78° e la 46° divisione fanteria e la 6° corazzata, mentre il IX° era rimasto a presidio di Marocco e Algeria).

Il culmine della controffensiva italo-tedesca si era però raggiunto tra il 14 e il 25 febbraio del 1943, quando le truppe anglo-francesi di Anderson  e l'equipaggiatissimo ma totalmente inesperto II° C.A. americano dell'inetto Lloyd Fredendall (1° divisione corazzata, 1° e 34° divisione di fanteria), schierati nel nord-ovest della Tunisia con gli inglesi a nord, i francesi al centro e gli americani a sud, malamente disposti sulla dorsale orientale tra il Passo di Fa'id e Gafsa a gruppi separati e mal collegati tra loro e col comando generale di Fredendall, una sorta di ridotto fortificato lontanissimo dalle prime linee, tagliato praticamente fuori dagli eventi, erano state letteralmente annichilite da quel nemico improvvisamente ringalluzzito.

Proprio gli americani, attaccati improvvisamente nel bel mezzo di una gigantesca tempesta di sabbia a Fa'id dalle due forti divisioni corazzate tedesche  (la 10°, coi Kampfgruppen di Gerhardt e Reimann, 110 carri,  e la 21°, coi Kampfgruppen di Schutte e Stenkhoff, 90 carri) alla guida del vice di Arnim, Heinz Ziegler (Operazione "Fruhlingswind", Vento di primavera), e a Gafsa da un più debole raggruppamento corazzato composto dal Kampfgruppe Liebenstein della 15° divisione tedesca (26 panzer) e dall'italiana Centauro (23 carri), guidato addirittura da Rommel in persona (Operazione "Morgenluft", Brezza del mattino), avevano destato veramente una pessima impressione, facendosi travolgere con una facilità disarmante e dimostrando in particolare da parte dei loro carristi un'assoluta inferiorità operativa, tattica e ovviamente d'esperienza nei confronti degli scafatissimi tedeschi, tra i quali c'era un vero e proprio asso dei carristi, il capitano Helmut Hudel del 1. Abteilung del Panzer-Regiment 7 (formato da alcune decine di Panzer III e IV più 4 nuovissimi Tiger I), inquadrato nel Kampfgruppe Gerhardt.

A finire subissato dalle critiche era stato in particolare il Tenente Generale Lloyd Fredendall, costretto a ordinare la ritirata generale verso ovest, con l'abbandono totale della catena orientale della dorsale, ma soprattutto capace di vedersi annientare per la sua insipienza in soli due giorni a Sidi Bou Zid, nel settore principale d'attacco di Fa'id, ben due battaglioni carri medi del 1° reggimento della 1° divisione corazzata di Ward (in totale erano andati persi 112 carri su poco più di 200, oltre a diverse decine di semoventi d'artiglieria) e due battaglioni di fanteria della 34° del parigrado Charles W. Ryder, con la perdita secca di 4.200 uomini tra morti, feriti e prigionieri e addirittura di due dei tre distaccamenti divisionali carri, il Combat Command "A" del Brigadier Generale Raymond E. McQuillin e il Combat Command "C" del colonnello Robert Stack, aggirati e fatti letteralmente a pezzi uno da nord e l'altro da sud, praticamente all'insaputa l'uno dell'altro, rispettivamente dalla 10° corazzata del General-Major Friedrich von Broich e dalla 21° corazzata del parigrado Heinz Georg Hildebrandt.

Solo pochi giorni dopo, nell'ulteriore disastro di Kesserine, al culmine della seconda fase dell'offensiva italo-tedesca (Operazione Sturmflut, Mareggiata), erano andati persi tra gli americani addirittura 6.300 uomini tra morti e feriti, più 4.000 prigionieri, 235 carri, 110 mezzi cingolati e più di  700 autocarri, al prezzo di poche decine di carri e di meno di 1.000 uomini tra morti, feriti, dispersi e prigionieri tra gli italo-tedeschi, e solo l'intervento alla fine di alcune unità di fanteria e soprattutto delle artiglierie della 1° divisione di fanteria comandate dal Brigadiere Generale Clift Andrus e persino di quelle della 9° divisione agli ordini del parigrado Stafford LeRoy Irwin inviate in fretta e furia lì dal Marocco, oltre che dei corazzati del Combat Command "B" di Robinett, ultimo distaccamento divisionale carri rimasto della 1° corazzata, e di alcune batterie francesi munite di datati ma sempre validi pezzi campali da 75 Mod. 1897 avrebbero definitivamente bloccato il nemico ed evitato un disastro altrimenti pressoché certo, costato comunque già così agli americani l'incredibile perdita in totale di ben 140 chilometri di territorio, più di quelli persi dagli italiani 26 anni prima a Caporetto!

Il tempo per Fredendall era ormai finito: criticato platealmente sia dai suoi stessi sottoposti che dal Generale britannico Kenneth Anderson, giunto al punto di fregarsene dei suoi ordini tanto da inviare di sua iniziativa a protezione della 26° brigata corazzata della sua 6° divisione carri un reparto blindo-corazzato di formazione, la Gore Forcea presidiare la rotabile che da Kesserine arrivava a Thala (composto dallo squadrone C del 2nd Lothians and Border Horse, con 11 carri armati, di cui 7 Valentine Mk. III e 4 Crusader Mk. VI, una compagnia di fanteria e una batteria di cannoni campali, tutti agli ordini del tenente colonnello Adrian C. Gore), Fredendall sarebbe stato sostituito proprio dal fremente Patton, il cui genero, il tenente colonnello John K. Waters, comandante di un battaglione della 34°, era stato catturato e fatto prigioniero a Sidi Bou Zid (e tale sarebbe rimasto fino alla fine della guerra).

Erano state, quelle subite tra Fa'idGafsaSidi Bou Zid Kesserine, delle sconfitte veramente umilianti per le armi americane, tanto da essere ritenute unanimemente le più gravi in assoluto per loro della seconda guerra mondiale, e di fatto avevano portato gli italo-tedeschi ad essere in quel momento padroni della Tunisia, ma avevano costituito comunque il canto del cigno dell'Asse in Africa.
A causa del crollo dei rifornimenti, dovuto all'ormai pressoché incontrastabile dominio del mare e del cielo da parte della Royal Navy da una parte e dell'aeronautica alleata dall'altra, non c'erano più le risorse infatti per riproporre nuove offensive in grande stile come quelle (l'ormai serpeggiante distonia tra gli stessi generali tedeschi e tra loro e i comandi italiani in merito alla fattibilità reale di possibili nuove azioni offensive era d'altronde l'altro vero motivo, oltre alla rinforzata resistenza americana, che aveva portato alla fine per esaurimento di Sturmflut), così gli italo-tedeschi avevano deciso a quel punto di mettersi sulla difensiva, cancellando le previste ulteriori azioni su ThalaLe Kef e Tèbessa e ripiegando ordinatamente di nuovo a Kesserine, in attesa che arrivassero le forze italiane in ritirata dalla Libia e potessero predisporsi sulla già organizzata linea del Mareth, così da poter fronteggiare da posizioni decisamente più forti da un lato le truppe anglo-franco-britanniche che premevano da Marocco e Algeria, dall'altro quelle britanniche provenienti dalla Tripolitania ormai occupata interamente.

FINE DEI GIOCHI
Gli americani dimostrarono però sul campo sin dai primi di marzo di aver già imparato in relativamente poco tempo le dure lezioni apprese nei mesi precedenti, sia cambiando i vari comandanti responsabili dei disastri di febbraio, sia innovando le tattiche di combattimento, favorendo un miglior coordinamento, senza agire a compartimenti blindati  tra di loro, sia migliorando l'addestramento degli uomini, sia infine costringendo i comandanti delle singole unità, ai rispettivi livelli, a seguire da vicino le vicende dei propri sottoposti, e non a sostare lontano dalla prima linea.
Nonostante gli italo-tedeschi si difendessero con molto vigore e coraggio, sotto la spinta da nord-ovest dei fanti della 1°, 3° e 9° divisione americane e dei carri Sherman nuovi di pacca arrivati in gran numero nel frattempo a rinforzare l'ormai prestigioso Combat Command "B" di Robinett gli Alleati cominciarono comunque ad affondare sempre più e meglio i colpi, spinti anche dall'indubbio carisma e dallo spirito estremamente offensivo di George Patton.

Una trincea italiana sotto attacco

Proprio gli italiani, il 5° bersaglieri e i carristi della Centauropur ridotti ormai a poco meno di 7.000 uomini in totale, con solo 20 corazzati a disposizione (18 carri armati medi M 14/41 armati del classico cannone da 47/32 e 2 semoventi da 75/18), una decina di autoblindo, 48 cannoni di piccolo calibro e 12 pezzi controcarro da 47/32 (gli inossidabili "Elefantini"), furono ancora capaci di non cedere un passo dal 17 al 28 marzo nella località di El Guettar di fronte a tutti gli 80.000 uomini dell'intero corpo d'armata di Patton, prima di essere sostituiti sul terreno dalla 21° Panzer tedesca, ma non furono pochi gli scontri in cui le forze dell'Asse riportarono nuovi successi, dando il senso di un precario ma ancora esistente equilibrio tra le forze contrapposte, tuttavia ormai il vento era cambiato.
Lo si capì chiaramente subito dopo che un ultimo, determinatissimo tentativo di sfondamento frontale portato avanti il 3 marzo proprio da tre divisioni di fanteria del XX° e del XXI° corpo della I° armata italiana, Giovani FascistiLa Spezia Pistoia insieme con la 90° leggera tedesca, allo scopo di anticipare e cogliere di sorpresa le truppe ancora in pieno ridispiegamento della sopraggiungente VIII° britannica di Montgomery, venne frustrato a Mèdenine dalla formidabile resistenza degli "Highlanders" della 51° divisione scozzese di fanteria, mentre più a sud un tentativo di aggiramento delle linee britanniche compiuto su un fronte di 15 chilometri a sud dai carri della Trieste e della 15° Panzer tedesca verso il monte del Tadjer Khir a nord-ovest di quella città si concludeva con la perdita di 52 carri, per lo più saltati in aria nei campi minati nascosti stesi dagli inglesi davanti ai loro trinceramenti.

Il segno dell'imminente fine della nostra avventura africana sarebbe stato il richiamo in Patria il 7 marzo di Erwin Rommel per formali motivi di salute e il passaggio dell'intero schieramento tedesco agli ordini del solo von Arnim: dopo la precedente nomina dell'ex Volpe del deserto il 23 febbraio a capo delle armate tedesche AFRIKA, quando si era ancora nel pieno della sbornia di Sidi Bou Zid e Kesserine, era la chiara indicazione da parte di Berlino che si dava ormai per persa quella partita e si voleva solo mantenere invitto il nome e il prestigio del più grande generale tedesco in vista dei nuovi cimenti che sicuramente avrebbero richiesto il suo intervento.


Il crollo della linea del Mareth sotto l'urto coordinato da est della VIII° armata britannica di Montgomery e da ovest del II° corpo americano di Patton, andati all'attacco in tre distinte fasi, prima dal 16 marzo al 4 aprile, poi dal 19 aprile al 4 maggio e infine dal 5 all'11 maggio (Operazione Pugilist), determinò il progressivo e combattutissimo ripiegamento delle truppe dell'Asse prima sullo Uadi Akarit e poi nel settore di Enfidaville, dove anche le superstiti truppe italiane del XXX° C.A. si rimisero a disposizione di Giovanni Messe, dopo tre mesi di battaglie sotto le insegne tedesche di von Armin.

Siamo così ritornati al punto di partenza.
Dopo che von Arnim si era arreso per primo, ormai non restava al gloriosissimo generale italiano che seguirlo sulla stessa strada, e quindi offrire la propria resa al comandante nemico davanti a lui, in quel settore il francese Alphonse Juin.
Non erano bastati gli eroismi del 7° bersaglieri a Sidi Bou Zid (dove cadde falciato da una mitragliatrice americana il colonnello comandante Luigi Bonfatti), quelli dei carristi e del 66° fanteria della Trieste a Mèdenine, o del 5° bersaglieri e dei carristi della Centauro a El Guettar.
Non era bastata nemmeno la morte a Gabès sotto un mitragliamento aereo inglese il 27 marzo del Generale Gavino Pizzolato, comandante della Spezia, o il modo con cui il III° battaglione Tobruch del San Marco e il 5° e 10° bersaglieri si erano coperti di gloria allo Uadi Akarit, così come i resti del 5°, dell'8°, del 9° e del 10° bersaglieri Enfidaville, tutti aggregati alla Giovani Fascisti, l'ultima divisione a mollare...
Eppure, nonostante tutto questo, Messe si era visto rifiutare ostentatamente dai francesi l'Onore delle Armi!


Pur circondato, Messe non aveva quindi accettato di arrendersi a Henri Giraud, ritenendo "disumano" il trattamento da lui riservato ai prigionieri italiani, e solo dopo che Benito Mussolini il 12 maggio gli ebbe telegrafato "Cessate il combattimento. Siete nominato Maresciallo d'Italia. Onore a Voi ed ai Vostri prodi" si era presentato per la resa al Tenente Generale Bernard Cyril Freyberg, comandante della 2° divisione neozelandese dell'VIII° armata britannica. 
Sarebbe stato il prigioniero dal grado più alto catturato dagli Alleati nell'intero conflitto.

Il bollettino di guerra italiano n. 1083 del 13 maggio 1943 recitava:
"La I Armata italiana, cui è toccato l'onore dell'ultima resistenza dell'Asse in terra d'Africa, ha cessato per ordine del Duce il combattimento. Sottoposta all'azione concentrica ed ininterrotta di tutte le forze angloamericane terrestri ed aeree, esaurite le munizioni, priva ormai di ogni rifornimento, essa aveva ancora ieri validamente sostenuto, con il solo valore delle sue fanterie, l'urto nemico. E' così finita la battaglia africana durata, con tante alterne vicende, 35 mesi".
Mussolini, per una volta che i tedeschi si erano arresi per primi, ci aveva tenuto a farlo rimarcare, tuttavia con la resa andavano perduti 250.000 veterani che sarebbero stati utili per la difesa dell'Europa.


OTTAVO QUADRO
SI PREPARA L'INVASIONE DELL'ITALIA

18. LA CONFERENZA DI CASABLANCA (14-24 GENNAIO 1943)


L'idea di attaccare l'Italia era stata presa in Marocco, nella Conferenza interalleata di Casablanca (denominata in codice "Symbol"), tenutasi lì dal 14 al 24 gennaio 1943 tra il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, il premier britannico Winston Churchill ed il riottoso leader della Francia Libera, il Generale Charles De Gaulle, giunto in verità solo il 22 gennaio, a vertice ormai quasi arrivato al momento del dessert...

Henri Giraud il 19 gennaio 1943
Ancora arrabbiatissimo per come era stato preso letteralmente per i fondelli tre mesi prima, de Gaulle per ripicca aveva infatti in un primo momento rifiutato l'invito degli altri due:
ben sapendo quanto la sua presenza fosse in realtà indispensabile per la riuscita del vertice, per dargli una legittimità formale e garantire all'evento l'indispensabile copertura politica internazionale che le sue decisioni richiedevano, praticamente aveva sostanzialmente loro risposto che a quel punto, visto che se le cantavano e suonavano da soli, lo rappresentasse Henri Giraud, dato  che l'avevano di fatto nominato loro come comandante delle truppe della Francia Libera in Africa!
Probabilmente, poi, notato come Giraud avesse accolto con entusiasmo la cosa e come quei tre avessero tranquillamente fatto a quel punto a meno di lui, il grande rivale si era comunque presentato, non sia mai che quei tre furbacchioni gli facessero degli scherzi...

Totalmente dominato da Churchillil vertice aveva stabilito di imporre all'Asse la resa senza condizioni, decisi gli obiettivi dello sbarco (al contrario degli americani, che puntavano più ad uno sbarco nella Provenza francese, Churchill invece guardava proprio alla Sicilia, parte di quell'Italia ritenuta il "ventre molle" dell'Asse) ed infine scelto anche i capi dell'azione, con nettissima prevalenza inglese.

19. L'OPERAZIONE "MINCEMEAT"

Ewen E. S. Montagu
In una riunione tenutasi il 27 giugno con i rispettivi Stati Maggiori, il Generale italiano Alfredo Guzzoni, neo comandante della VI° Armata, ed il Generale tedesco Albert Kesserling, comandante delle truppe germaniche in Italia, avevano discusso delle mosse da farsi in Sicilia.
A differenza degli italiani (e dello stesso Kesserling), Hitler si era convinto che lo sbarco sarebbe avvenuto in Grecia, ingannato da una geniale operazione di disinformazione degli Alleati  chiamata in codice "Mincemeat", cioè carne tritata, polpetta, polpettone, ideata da uno sconosciuto capitano di corvetta della Naval Intelligence Division, appartenente al Combined Operation Command (C.O.C.) alleato: un militare di nome Ewen Edward Samuel Montagu, di famiglia ebraica, avvocato di nome nella vita civile, calvo e di mezza età, già istruttore di mitragliatrice nel corso della Grande Guerra presso una base dell'aeronautica navale americana.


Forse ispirato dal suo collega di stanza, il parigrado Ian Fleming, il famoso inventore dell'Agente 007, che sembra avesse ideato quasi come un suo personale divertissement un arditissimo progetto simile qualche anno prima, l'ufficiale aveva fatto ritrovare il 30 aprile 1943 al largo di Cadice, in Spagna, il cadavere di un finto maggiore inglese, tale William Martin dei Royal Marines, apparentemente morto per un incidente aereo, che in realtà era quello di un 34enne senzatetto gallese, Michael Glyndwr, ritrovato il 24 gennaio precedente nei pressi della stazione ferroviaria di King's Crosssuicidatosi con un topicida, non rilevabile coi mezzi dell'epoca, e successivamente conservato per tutto quel tempo in una cella frigorifera dell'obitorio londinese in attesa di qualche parente che mai però si era fatto vivo.

Dopo averlo trasportato in incognito su un apposito contenitore piombato a bordo di un sommergibile britannico, il Seraph (solo il comandante Norman Limbury Aushinlek "Bill" Jewell e due altri ufficiali sapevano tutto), infatti, il corpo era stato poi rilasciato al largo della costa spagnola in favore di corrente proprio perché arrivasse in mano alle autorità locali, ufficialmente neutrali ma ovviamente legate a doppio filo con Germania e Italia.
La gendarmeria spagnola, frugando i poveri resti dello sventurato clochard gallese (forse il nome in codice dell'operazione, "carne tritata", era un macabro riferimento proprio allo stato di semidecomposizione in cui sarebbe stato fatto ritrovare il corpo) trovò nella divisa un falso tesserino con la foto del finto maggiore, oltre a lettere inventate di sana pianta e inviate al padre e alla fidanzata "Pam" ed effetti personali creati ad hoc, tra cui persino una lettera di sollecito della Lloyds Bank, ma soprattutto recuperò dalla cartelletta legata al polso dell'uomo con una catenina due lettere assolutamente false, una del Vicecapo di Stato Maggiore Imperiale, il Generale Archibald "Archie" Nye, l'altra addirittura dell'Ammiraglio Lord Louis Mountbatten in persona, capo dello stesso C.O.C., firmate veramente dai due, pienamente a conoscenza del falso, e indirizzate entrambe all'ignaro Feldmaresciallo Sir Harold Alexander, ora Conte di Tunisi, capo del neocostituito XVIII° gruppo di armate in Nord Africa.


Le due lettere facevano chiaramente capire come luogo designato per lo sbarco principale fosse il Peloponneso in Grecia (operazione indicata in codice proprio col nome di "Husky", cioè "aspro, forte, robusto, vigoroso", ma anche "esquimese", in linguaggio popolare, come l'omonimo cane da slitta), con in più due sbarchi secondari, uno sulle coste tirreniche siciliane ed il secondo in Sardegna, in codice "Brimstone" (Zolfo).
Nella lettera di Mountbatten era altresì chiaramente spiegato come il falso maggiore Martin fosse destinato al Nord Africa, dove avrebbe dovuto collaborare con l'Ammiraglio Cunningham per la stesura dei piani per l'assalto alla "patria delle sardine". 

Ovviamente il servizio segreto spagnolo aveva passato le copie delle due lettere all'agente locale dell'Abwehr, il servizio militare tedesco, Adolfo Clauss Kindt, un cittadino ispano-tedesco, figlio del console onorario tedesco di Huelva, e da qui esse erano giunte direttamente sulla scrivania del Fuhrer.
Hitler ci era cascato in pieno mani e piedi, e aveva così disposto l'invio di ben 10 divisioni nei Balcani, di cui 5 aviotrasportate ed una corazzata, e ben 7 solo in Grecia, oltre ad una in Corsica ed un'altra in Sardegna, e di interi stormi aerei tedeschi dalla Sicilia alle basi sarde.
Così, quando la macchina decrittatrice ULTRA del Secret Service britannico intercettò i messaggi in codice inviati il 12 maggio con ENIGMA dal servizio informazioni dell'esercito tedesco (Wermacht-Fuhrungsstab) a tutti i comandi nel Mediterraneo con l'avvertimento a prepararsi a difendere Sardegna e Peloponneso da possibili sbarchi nemici Ewen Montagu capì di aver fatto bingo ("Mincemeat swallowed, rod, line and sinker", cioè "Polpetta inghiottita con canna, lenza e piombino", fu il messaggio in codice inviato a Churchill).
L'isola di Sicilia era ora quasi indifesa.

Il cadavere del finto maggiore William Martin, restituito solo il 13 maggio al viceconsole inglese di Huelva tra mille proteste inglesi per il ritardo, fu sepolto con tutti gli onori militari proprio a Huelva: la tomba, che ora reca anche il nome del "vero" Michael Glyndwr, c'è ancora.

Su soggetto dello stesso Montagu, autore anche di un libro sulla vicenda, nel 1956 venne fatto un film di discreto successo, "L'uomo che non è mai esistito" ("The Man Who Never Was"), per la regia di Ronald Neame.





20. I "BOMBARDAMENTI DI SATURAZIONE" SULL'ITALIA 

Da tempo l'Italia era finita nel raggio d'azione dei grossi quadrimotori alleati, gli Short Stirling, i De Havilland Halifax e gli Avro Lancaster della RAF (Royal Air Force), attivi soprattutto sul nord, ed i B-17 Flying Fortress ed i B-24 Liberator della USAAF (United States Army Air Force), attivi sul centro-sud partendo dalle basi algerine.
Tutto questo aveva imposto la riunificazione di tutte le forze aeree alleate nella N.A.A.F. (Northwest African Air Force), con aggregate anche la 9th Air Force del Maggior Generale Lewis H. Brereton e la 12th Air Force del Maggior Generale James "Jim" Doolittle, ideatore e protagonista del famoso Raid su Tokyo del 18 aprile 1942 (v. http://www.wikisicily.com/ww2-cemeteries/index.php?tit=Allied%20Air%20Forces&page=Allied_Air_Forces), in lingua inglese).
Posta alle dirette dipendenze del Mediterranean Air Command (M.A.C.) del Maresciallo dell'Aria Sir Arthur Travers Harris, la N.A.A.F. era stata affidata al Tenente Generale americano Carl Andrew "Tooey" Spaatz, e comprendeva, suddivise in vari sottocomandi territoriali:

-la Strategical Air Force (N.A.S.A.F.), assegnata proprio a Jim Doolittle, con i Wellington inglesi della R.A.F. e canadesi della R.C.A.F. del 205th Bomber Group (Heavy) del Commodoro dell'Aria John H. T. Simpson, i B-17 Flying Fortress ed i P-38 Lightning del 5th Bomber Wing (Heavy) del Brigadier Generale Joseph Atkinson, i B-17 ed i B-24 Liberator della 9th e  12th A.F., i B-25 Mitchell ed i P-38 Lightning del 47th Bomber Wing (Medium) del Brigadier Generale Carlyle Ridenour ed i B-26 Marauder ed i P-40 Warhawks del 42nd Bomber Wing (Medium) del Brigadier Generale Robert M. Webster 
(v. https://en.wikipedia.org/wiki/Northwest_African_Strategic_Air_Force, in lingua inglese); 

-la Tactical Air Force (N.A.T.A.F.) del Maresciallo dell'Aria Sir Arthur "Mary" Coningham (che il 30 gennaio 1948 sarebbe scomparso nel nulla attraversando in volo il famoso Triangolo delle Bermude), con i bombardieri medi e leggeri della Tactical Bomber Force (T.B.F.) del Commodoro dell'Aria Sir Laurence Frank Sinclair, i caccia tattici del XII Air Support Command (A.S.C.) del Maggior Generale Henry Harvey "Hap" House e gli intercettori della Desert Air Force (D.A.F.) del Vice Maresciallo dell'Aria Sir Harry Broadhurst;

-la Coastal Air Force (N.A.C.A.F.) del Vice Maresciallo dell'Aria Sir Hugh Pughe Lloyd, deputata alla lotta antisommergibile ed antinave ed al soccorso in mare con due squadroni di idrovolanti Walrus dell'Air Sea Rescue della R.A.F.;

-ed il Troop Carrier Command (T.C.C.) del Brigadier Generale Paul Williams, adibito al trasporto, soprattutto con i Dakota americani (i C-47 Skytrain e i C-53 Skytroopers, versione ottimizzata per i paracadutisti)  del 51st e 52nd Troop Carrier Wing, ai comandi rispettivamente del colonnello Ray Dunn e del parigrado Harold Clark, e gli Albemarle, Halifax e Stirling inglesi del No. 38 (Airborne Force) Wing del Commodoro dell'Aria William Primrose.

Secondo le linee strategiche messe a punto da Churchill e Roosevelt nella Terza Conferenza di Washington ("Trident"), tenutasi dopo la vittoria in Tunisia, tra il 12 ed il 25 maggio 1943, era necessario conseguire la totale paralisi dei collegamenti tra il sud Italia, la Sardegna e la Sicilia, colpendo strade, porti, aeroporti, scali ferroviari, stabilimenti industriali, depositi di nafta, caserme
 (il termine tecnico usato di "bombardamenti di saturazione" era, nella sua asettica oggettività, tremendamente esplicito): furono inviati oltre 600 aerei a Malta (tra cui Hurricane e Spitfire, i caccia pesanti bimotori notturni Beaufighter e Mosquito, i caccia tattici americani P-49 Airacobra e P-38 Lightning), e schierati in Africa tutti i velivoli disponibili, tra cui i quadrimotori pesanti Halifax Mk. II del 462nd Bomber Squadron australiano della R.A.A.F., capaci di portare fino a 5.897 chili di bombe (13.000 lb) e difesi da ben 9 mitragliere da 7,7 mm, basati in Libia a Hosc Raui.

I TERRIBILI BOMBARDAMENTI SU BATTIPAGLIA
Da maggio l'Italia meridionale venne colpita da numerosi bombardamenti "terroristici", tanto cari al Maresciallo dell'Aria Harris, uno che per quelli sulla Germania sarebbe stato soprannominato "Bomber Harris" (Harris il bombardiere) o "Butcher Harris" (Harris il macellaio), e a farne le spese furono anche centri apparentemente insignificanti come Battipaglia (SA).
Essa aveva il solo torto di trovarsi esattamente al centro del sistema viario su rotaia e su strada tra Napoli, Salerno e la Calabria, da tempo sotto attacco dei Wellington: venne bombardata dai bimotori americani B-25 Mitchell il 21 giugnosenza danni alle infrastrutture ma con 55 vittime civili, poi il 30, con la distruzione completa di binari, vagoni e tonnellate di materiale bellico, e di seguito quasi ogni giorno fino al 14 settembre, insieme al vicino aeroporto di Montecorvino, quasi sempre dai caccia tattici americani P-47 Thunderbolt.


 North-American B-25 Mitchell
Di tali bombardamenti esistono filmati girati da William Wyler, il regista di "Vacanze romane", per anni coperti da segreto militare ed ora in possesso anche della cineteca RAI, alcuni visibili nel film di propaganda del 1946 "Thunderbolt" (v. https://www.youtube.com/watch?v=G22zna572v4, in inglese), diretto dallo stesso Wyler e presentato da James Stewart, pluridecorato pilota di B-17 durante la guerra.
Battipaglia avrebbe avuto in totale 117 vittime, tanto da vedersi conferire dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi nel 2006 la medaglia d'argento al merito civile.

PALERMO CITTÀ MUTILATA*
Già il 23 giugno 1940 alcuni bombardieri francesi dall'Algeria avevano attaccato il porto di Palermo, colpendo il solo centro abitato e causando 25 morti.
In tutto il 1941 c'erano stati altri 11 bombardamenti, per opera di quelli britannici di Malta, ma nel 1942, con l'isola sotto attacco, le incursioni aeree erano calate a 3, anche se tra agosto e dicembre formazioni alleate sempre più grosse avevano cominciato a lanciare sulla città volantini minacciosi, nel segno della più subdola guerra psicologica.
L'anno della svolta fu il 1943: nella notte del 2 gennaio i Wellington del 205° BG sganciarono bengala e bombe dirompenti sul porto e le zone limitrofe, colpendo  alcune case in Corso dei Mille e Frazione Guarnaschelli,  con 6 morti e 4 feriti, mentre il 7 un totale di 10 B-24 D Liberator dei BS 93°, 98° e 376° della 9° AF, quadrimotori di 28 metri di lunghezza e 34 di apertura alare capaci di portare 3.600 chili di bombe, decollati dall'aeroporto egiziano di Fayid al comando del capitano M.T. Fennell con bombe di 1.000 libbre (453,60 Kg), sbucarono a sorpresa tra le 16,25 e le 17,10 sulla città  coperta da una spessa coltre di nubi e dopo aver costeggiato il Monte Pellegrino dal mare riuscirono indisturbati (scambiati dalla FlaK tedesca per connazionali FW 200 Kondorad affondare il cacciatorpediniere Bersagliere di 2.300 tonnellate, centrato da due bombe sulla dritta e rovesciatosi in soli 9 minuti, con 13 morti a bordo (tra cui il comandante, capitano di fregata Anselmo Lazzarini), a danneggiarne altri tre (con un morto a bordo del caccia Antonio Da Noli) e a colpire anche il centro storico, con un totale di 139 morti e 329 feriti.


Un Consolidated B 24 Liberator  
Wellington, B-17 e B-24 ritornarono a colpire il porto, il Borgo Vecchio, Piazza Magione, Corso dei Mille, il centro storico, i cantieri navali, l'aeroporto di Boccadifalco, Mondello, Villabate e San Lorenzo il 23 gennaio e poi il 3, il 5, il 15, il 20 ed il 22 febbraio, con un totale di 324 morti e 297 feriti, e poi ancora a marzo, il giorno 1, il 3, l'8 e l'11, colpendo ancora il porto ma anche il portico meridionale della Cattedrale, l'Albergo delle Povere di Corso Calatafimi, il complesso monumentale dei Cappuccini nel quartiere Zisa.
Ancora, il 22 marzo, altri 22 B-17 della 12° AF, ognuno con 12 bombe da 227 chili, fecero saltare in aria alle 15,45 la nave portamunizioni Volta, devastando tutto in un raggio di 700 metri anche per le tantissime schegge volanti (il fusto di una delle due ancore della Volta, del peso di circa 600 chili, ora esposto nella caserma Caramanna dei Vigili del Fuoco, sfondò il tetto della Banca d'Italia in Via Cavour!): il fumo dell'enorme esplosione, sentita a chilometri di distanza, salì fino ad oltre 4.000 metri di altezza, oscurando l'intero cielo, ed alla fine furono contati 24 morti tra gli operai della compagnia portuale, annegati dopo che l'acqua sollevata da uno degli scoppi aveva allagato il rifugio antiaereo sul molo, e altri 38 nell'abitato, con 183 feriti.
Ma le incursioni continuavano, anche con bombe incendiarie ed al fosforo, e furono ben 9 ad aprile (il 4, il 5, il 7, il 10, il 12, il 15, il 16, il 17 ed il 18), con 44 vittime in totale, con obiettivi ancora il porto, l'aeroporto di Boccadifalco, il centro storico nei mandamenti Tribunali e Castellamare, ma anche la periferia, il Foro Italico ed il quartiere Brancaccio.
Fu a questo punto che il Regime decise di dare alla città il simbolico riconoscimento di "Città mutilata", con la consegna pubblica in Piazza Bologni al podestà Francesco Sofia di una medaglia il 9 maggio 1943, la "Giornata dell'Impero".

PALERMO BOMBARDATA A TAPPETO (9 MAGGIO 1943)*


Mussolini intendeva dare a quella cerimonia un forte impatto propagandistico, ma gli Alleati volevano volgere quell'avvenimento a loro favore per accrescere l'onda emotiva che cominciava a serpeggiare contro di lui (i primi scioperi, le prime manifestazioni di dissenso, addirittura i sabotaggi nelle fabbriche): fu così che quella mattina Radio Londra avvisò la popolazione di non partecipare alla cerimonia ed anzi se possibile di evacuare la città.
L'avvertimento non era senza significato.

Due  Lookheed P-38 Lightning sui cieli siciliani
Un'incursione dei caccia tattici bimotori Lightning del 1° Fighter Group (F.G.) Aut vincere aut mori agli ordini del maggiore Joseph S. Peddie su Boccadifalco fu il preludio del terrificante bombardamento.
Presentatisi da est intorno alle 11,00 sull'obiettivo dopo aver evitato Capo Zafferano (dov'era posizionata una forte difesa antiaerea), i Lightning sorpresero a terra 70 caccia italiani distruggendoli tutti.
Subito dopo, a partire dalle 12,35 si presentarono, scortati da circa altri 150 Lightning, ben 211 tra bimotori B-25 C Mitchell e B-26 B Marauder della N.A.S.A.F., ognuno con 1.360 chili di carico bellico, e quadrimotori B-17 della 9° AF, più piccoli e con meno autonomia dei B-24 ma proprio per questo capaci di trasportare il doppio del carico bellico, ben 7.800 chili,  che sganciarono da alta quota un totale di 1.114 bombe da 500 libbre (227 chili).
Al termine della prima ondata, altri 90 bombardieri medi scortati da 60 Lightning lanciarono su Palermo altre 456 bombe da 300 libbre (136 chili). 
Infine, quella stessa sera completarono l'opera 23 Wellington inglesi, capaci di trasportare fino a 4.500 libbre di carico bellico (2.041 chili), sganciando altre 76 bombe, tra cui alcune al fosforo e persino due ad alto potenziale da 1.800 chili addirittura, capaci di distruggere intere aree residenziali!


Una "fortezza volante" Boeing B-17
Fu il primo bombardamento a tappeto su una grande città in Italia, secondo in assoluto solo a quello subito dalla non lontana Trapani il 6 aprile precedente, quando perirono sotto le bombe americane addirittura 6.000 persone, quasi tutti marinai delle navi affondate in porto e viventi nel popoloso quartiere San Pietro ad esso adiacente, raso praticamente al suolo come Piazza Scarlatti, la Stazione ferroviaria, il Teatro Garibaldi, la Chiesa di Sant'Agostino e la Caserma Fardella, piena di militari in partenza per la Tunisia (v. https://www.natalesalvo.it/6-aprile-1943-72-anni-fa-gli-alleati-radevano-al-suolo-trapani/)!
Palermo, distrutta per il 90%, venne decorata nel 1964 con la Medaglia d'Oro al Valore Militare come Genova e Torino (v. https://www.youtube.com/watch?v=55njjO_R0hs): nonostante le vittime fossero ufficialmente "solo" 373 esse furono in realtà tra le 800 e le 1.500, con migliaia di feriti e di sfollati. 
Trapani venne decorata tre anni prima, nel 1961, con la Medaglia d'Oro al Valore Civile.

* https://ninobadalamenti.wordpress.com/2014/05/09/palermo-9-maggio-1943/

LA SICILIA BRUCIA
Trapani avrebbe avuto 17 incursioni tra il 31 gennaio ed il luglio di quel 1943, ma solo a maggio Palermo ne ebbe 43, Catania 45 e Messina 32 (v. https://www.treccani.it/enciclopedia/la-memoria-della-seconda-guerra-mondiale-nel-mezzogiorno-d-italia_%28L%27Italia-e-le-sue-Regioni%29/).
Palermo e Boccadifalco vennero bombardate dai B-17 anche il 12, il 15, il 27 ed il 30 giugno e con azioni di spezzonamento e strafing (mitragliamento), fatte anche su tutte le altre basi e idroscali dell'isola, dai P-38 Lightning, dagli Spitbomber (Spitfire da attacco al suolo) e dagli A-36 Apache.

Tra il 6 ed il 30 giugno i B-17 e B-24 americani, gli Halifax australiani e i Wellington del 38° BS del Middle East Air Command (M.E.A.C.) del Maresciallo dell'Aria Sir Sholto Douglas attaccarono gli scali dei traghetti, le rotaie ed i trasporti ferroviari, i porti e gli aeroporti di Reggio Calabria, Villa San Giovanni e Messina, che sarebbe stata letteralmente spianata al suolo, tanto che tra i piloti alleati si sarebbe diffusa la "simpatica" espressione "Messina in a mess" (Messina nei guai).

Messina nei guai
Il sistema aeroportuale catanese fu preso particolarmente di mira tra il 9 ed il 13 giugno, con una sessantina di vittime, dai B-17 e dai B-24 americani.
Anche Siracusa, già colpita dagli inglesi sin dal 1941 e duramente ferita il 27 febbraio precedente in Borgata Santa Lucia, con un bilancio complessivo di 56 morti (molti purtroppo bambini presenti ad una manifestazione ginnica nel prospiciente stadio cittadino), da due formazioni di 6 Spitbomber Mk. VC armati di bombe da 250 libbre (114 kg), ognuna con 2 caccia di scorta, appartenenti agli squadroni 185 e 229 decollati il primo da Hal Far e il secondo da Krendi rispettivamente al comando degli Squadron Leaders (maggiori) H.A. Crafts e T. Smart con obiettivi la centrale elettrica e la base degli idrovolanti, venne attaccata il 18 giugno dai Wellington inglesi e due giorni dopo dai cacciabombardieri americani.
Tutte le città costiere siciliane vennero dichiarate dal governo "zone di guerra", con l'ordine per chi vi abitava di sfollare entro tre settimane.


LA GRANDE BATTAGLIA AEREA DEL 5 LUGLIO 1943



Franco Lucchini
Il 2 luglio iniziò l'offensiva finale, con un pesantissimo attacco dei B-24 americani sulla Puglia (la povera Foggia, strategico nodo ferroviario circondato da 30 aeroporti, il 18 settembre era distrutta per il 90%, con 21.000 vittime complessive!), seguito il 3 da uno su Sicilia Occidentale e Sardegna, il 4 sulla Sicilia Orientale ed infine il 5 sul sistema aeroportuale catanese, messo talmente in difficoltà che il 7 luglio sarebbe venuto clamorosamente a mancare tutto il munizionamento antiaereo da 90/53!
In quei giorni, "prodighi di sé stessi fino alle estreme possibilità", avrebbe detto Guzzoni, i piloti italiani effettuarono ben 212 sortite il 4 luglio, 165 il 5 e 95 il 6 luglio, abbattendo 53 aerei nemici al prezzo di soli 15 nostri (93 ne avrebbe distrutti la Luftwaffe).
Proprio in uno di quei giorni caddero due nostri assi, tutti e due dell'84° squadriglia del 10° gruppo "Francesco Baracca" del 4° stormo C.T. (Caccia Terrestre) di Gerbini, il famoso "Cavallino rampante"il capitano Franco Lucchini di Roma (26 abbattimenti includendo la guerra di Spagna, 52 condivisi con altri), comandante del 10° (v. http://www.century-of-flight.net/Aviation%20history/WW2/aces2/lucchini.htm, in inglese), ed il sottotenente Leonardo Ferrulli di Brindisi (22 abbattimenti individuali e 10 condivisi).

Quando il 5 luglio 1943 vennero avvistate ben 900 fortezze volanti scortate da altrettanti caccia in direzione dell'Italia meridionale, i 13 caccia disponibili del 10° gruppo ebbero l'ordine di intercettare una formazione di 52 B-17 degli squadroni 346°, 347°, 348° e 416° del 99° B.G. della 12° A.F. (colonnello Faye R. Upthegrove) che si stavano dirigendo proprio verso di loro scortati da decine di Spitfire IX del 73° e del 243° squadrone della R.A.F.
Decollati alle 10,25 dalla pista satellite di San Salvatore i piloti del 10° gruppo (i 7 della 84° squadriglia, con i Macchi 202 Folgore di Lucchini, dei sottotenenti Francesco Palma ed Enzo Dall'Asta e del capitano Luigi Giannella e i nuovissimi Macchi 205 Veltro del tenente Alessandro Mettimano, caposquadriglia, del sergente maggiore Piero Buttazzi e del sergente Livio Barbera; i 3 Folgore della 90°, con il tenente Luigi Cima, caposquadriglia, il maresciallo Massimo Salvatore e il sergente maggiore Giambattista Ceoletta, e i 3 della 91°, con il caposquadriglia tenente Mario Mecatti e i sottotenenti Giovanni Silvestri ed Elio Miotto) si diressero contro le fortezze volanti americane.
Insieme con loro c'erano quelli del 9° gruppo "Gamba di ferro" di Sigonella guidati dal capitano Giulio Reiner (73°, 96° e 97° squadriglia), per un totale di 27 tra Folgore e Veltro, cui si aggiunsero in quota i Messerschmitt Me 109 G Gustav delle squadriglie 363°, 364° e 365° del 150° gruppo autonomo "Gigi Tre Osei" di Sciacca, al comando del tenente colonnello Antonio Vizzotto.

I piloti italiani, intercettato il nemico sui cieli di Ragusa a 23.000 piedi d'altezza, poco più di 7.000 metri, attaccarono i bombardieri: Lucchini, Giannella, Mettimano, Dall'Asta e Buttazzi dell'84° danneggiarono visibilmente tre B-17, il maresciallo Salvatore della 90° ed il tenente Vittorio Squarcia della 73° ne abbatterono due in condivisione con dei Me 109, mentre il capitano Reiner e lo stesso Salvatore, il sergente Ettore Chimeri ed il parigrado Bruno Biagini della 73°, Cima e Ceoletta della 90° ed il tenente Mecatti della 91° ne abbatterono uno a testa, ed ancora Mecatti danneggiò pure uno Spitfire mentre Lucchini ne abbatté a sua volta un altro.

Lucchini sul suo M 202 Folgore

Alle 11,55 i caccia italiani erano di ritorno, ma mancava proprio quello di Lucchini!
Dell'Asta l'aveva visto attaccare nuovamente i bombardieri e poi cadere all'improvviso, col tettuccio chiuso, probabilmente colpito proprio dal poderoso fuoco difensivo di quei mostri, armati di ben 13 mitragliere Browning M 2 cal. 50 (12,7 mm) ad alta cadenza di tiro, pochi chilometri ad est di Catania.
Proprio lui si recò con una macchina del gruppo sul posto, ma dovette tornare indietro perché era in corso un bombardamento: solo due giorni dopo sarebbero stati individuati i rottami accartocciati e fumiganti dell'aereo, ma tra le lamiere venne recuperata solo una parte della mano sinistra dello sfortunato ufficiale, tanto che il riconoscimento fu reso possibile solo dalla fede nuziale. 
Solo nel 1952, nove anni dopo la sua morte, a Lucchini sarebbe stata concessa postuma la medaglia d'oro, che si sarebbe aggiunta alle precedenti cinque d'argento, una di bronzo, alle tre croci di guerra ed alla croce di ferro di seconda classe conferitagli dai tedeschi.
Ora i suoi pochi resti riposano presso il Sacrario dell'Aeronautica Militare al Verano (Roma).
Lucchini sarebbe stato citato nel bollettino n. 1137 del 6 luglio 1943 insieme con altri cinque piloti del 4° stormo (il capitano Raniero Piccolomini Clementini Adami di Siena, caposquadriglia della 90°, succedutogli al comando del gruppo, il capitano Luigi Giannella di Barletta ed i tenenti Vittorino Daffara di Milano, Alvaro Querci di Lucca e Mario Mecatti di Perugia).

Ma quella non fu l'unica missione del 4° stormo in quella giornata: sin dalle 07,15 era partita la prima, di ricognizione sul mare, da parte del tenente Giorgio Bertolaso (padre del famoso Guido, ex capo della protezione civile in questi anni) e del sergente Ambrogio Rusconi della 91° squadriglia; subito dopo tra un bombardamento e l'altro sulle loro basi alle 11,55 erano decollati il tenente Daffara, il tenente Lamberto Martelli, il tenente Giuseppe Ferrazzani ed un quarto sconosciuto della 91°, poi alle 13,00 era toccato al tenente Renato Baroni della 90°, alle 13,25 prima a 3 Folgore e 2 Veltro dell'84° (il capitano Giannella, il sergente maggiore Corrado Patrizi, il sergente maggiore Mario Veronesi, il tenente Mettimano, il sergente maggiore Buttazzi), subito dopo a uno della 90°, il sottotenente Sforza Libera, a uno della 73°, il tenente Squarcia, ed uno della 91°, ancora il tenente Martelli.
Tra le 14,15 e le 14,20 partivano altri 3 Folgore della 91° (tenente Bertolaso, sottotenente Leonardo Ferrulli e sergente Giulio Fornalè), alle 15,35 il Folgore di Giannella ed il Veltro di Buttazzi, alle 17,00 altri due Macchi, uno dell'84°, quello del maresciallo Salvatore, ed uno della 90°, quello del tenente Fabio Clauser, alle 17,35 un altro Folgore non identificato ed il Veltro del sottotenente Ugo Picchiottini, ed infine alle 20,00 ancora Clauser, con un pattugliamento di 15 minuti sopra la base di San Salvatore, senza esito.
Insomma, il solo 5 luglio 1943 furono impegnati da 30 a 32 piloti del 4° stormo in almeno 41 sortite individuali, il tutto in sole 13 ore, mettendo in mezzo rifornimento, riarmo, un minimo di riposo e di ristoro.
Un ritmo alla lunga insostenibile...

Bertolaso danneggiò quattro quadrimotori, Daffara abbattè un Lightning e danneggiò due quadrimotori e due Spitfire, Fornalè danneggiò lievemente un altro bombardiere, ma soprattutto gli 8 Macchi delle 13,25 si scontrarono sui cieli di Gela, Enna e Caltagirone, insieme con altri velivoli italo-tedeschi, contro ben 70 B-17 di ritorno da Catania scortati da 30 P-38 Lightning dei F.S. 95°, 96° e 97° dell'82° F.G. dell'U.S.A.A.F. (colonnello John Weltman) e da 20 Spitfire del 126° e del 1435° FS della R.A.F.: Martelli, Patrizi, Squarcia e Mettimano danneggiarono alcuni bombardieri, Giannella, Veronesi, Sforza Libera ed ancora Mettimano abbatterono ognuno un Lightning (Mettimano anche un altro probabile, come Patrizi), mentre dal canto loro i Lightning avrebbero comunicato 5 nemici abbattuti: il primo tenente Gerald Lynn Rounds ed il secondo tenente Russell C. Williams del 97° un Me 109 ciascuno, il primo tenente William Judson Sloan del 96° un altro Me 109 ed un Reggiane Re. 2001, il secondo tenente James V. O'Brien dello stesso squadrone un altro Re. 2001.

Leonardo Ferrulli
Durante questo scontro vennero abbattuti, senza perdere la vita, il sergente maggiore Corrado Patrizi (dallo Spitfire JK 611/MK-M del Flying Officer Geoff White del 126° F.S.), salvatosi col paracadute, ed il parigrado Veronesi dell'84°, riuscito comunque ad atterrare in emergenza, ma purtroppo altri due caddero per sempre: il sottotenente Sforza Libera della 90° squadriglia, di Busseto (PR), alla sua prima missione, che col compagno Squarcia (tornato incolume alle 14,20) venne attaccato da 4 Lightning sul cielo di Comiso e precipitò dopo averne abbattuto uno, e appunto il sottotenente Leonardo Ferrulli dell'84°, che dopo aver abbattuto un Lightning e un B-17 (con tre uomini dell'equipaggio lanciatisi col paracadute) venne colpito nei pressi di Scordia da uno Spitfire, non si sa se quello del Pilot Officer Chandler (JK 139/V-X) o del Flight Sergeant F.K. Halcombe (JK 368/V-J) del 1435° F.S. della R.A.F.: prima di lanciarsi col paracadute volle evitare che il suo aereo si schiantasse contro le case, e quando lo fece era ormai troppo tardi.
La sua salma venne composta nella Casa del Fascio di Scordia: anche a lui venne attribuita la medaglia d'oro alla memoria, che andò ad aggiunger