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lunedì 10 settembre 2018

Per l'Onore della Patria e della Nembo


La torbiera del piano dello Zillastro, con i faggi sullo sfondo

L'etichetta che appiccico a certi post è "Coriandoli di Storia", ma io, lo sapete, non sono uno storico, sono solo uno che cerca di coltivare e tenere viva la memoria.
Ecco perché ciò che scrivo è in realtà un pretesto per ricordare fatti, nomi, situazioni, al di là dello specifico tema trattato.
Fatti, nomi, situazioni che certe volte si presentano quasi per caso alla mia attenzione, mentre magari parlo di altro, e che se non li colgo al volo rischiano di andare persi.
Vado fuori argomento? Può essere, in un'ottica meramente scientifico-metodologica, ma qui in realtà siamo su un altro piano, su tutt'altra dimensione, quindi va bene così.
Ecco perché in un primo momento avevo preparato questo pezzo nell'ambito di quello assai più complesso dedicato allo Sbarco di Sicilia.
Ma in effetti l'episodio che intendo raccontare andava troppo al di là del tema trattato in quella occasione e meritava comunque un approfondimento tutto suo, quindi ne parlerò qui di seguito.

IL RITORNO IN CALABRIA DEL 185° NEMBO (13 AGOSTO 1943)
Si tratta di una vicenda sviluppatasi dopo il trasferimento in Calabria delle truppe dell'Asse, che ebbe come protagonista un reparto militare italiano che sia pure marginalmente partecipò anche alle ultime fasi della campagna siciliana, a difesa della ritirata verso Messina: si tratta del 185° reggimento dei paracadutisti della divisione Nembo, di cui abbiamo appunto in un paio di brevi passaggi tratteggiato il suo contributo alla difesa della Sicilia nell'estate del 1943.
L'unità, comandata dal Generale Ercole Ronco, dopo essersi paracadutata il 3 agosto in Sicilia dagli S.M. 82 Marsupiali della Regia Aeronautica, già il 13 di quello stesso mese venne ritrasferita in Calabria per difendere quelle coste dal previsto nuovo sbarco alleato, superando anche la manifesta antipatia dei tedeschi che si sentivano ormai i padroni di Messina ed impedivano agli italiani l'entrata agli ingressi cittadini per dare precedenza ai loro reparti dopo aver circondato di posti di blocco tutte le vie d'accesso.
Gli uomini della Nembo sarebbero quindi stati costretti ad abbandonare gli automezzi e tutto il materiale pesante e ad avviarsi al porto a piedi utilizzando delle mulattiere di montagna, per poi presentarsi apertamente davanti agli sgomenti alleati e dirigersi marciando in ordine chiuso col loro comandante in testa verso il porto, dove purtroppo avrebbero anche subito molte perdite a seguito di un pesantissimo bombardamento aereo.
Non sarebbero state le ultime, purtroppo.

IL RIPIEGAMENTO SULL'ASPROMONTE (4-7 SETTEMBRE 1943)
Una volta arrivato in Calabria, il reggimento venne subito disposto lungo la costa reggina, in attesa dello sbarco delle truppe alleate, puntualmente avvenuto il 3 settembre nel settore compreso fra Bagnara, Villa San Giovanni, Reggio Calabria e Melito di Porto Salvo (Operazione "Baytown") ad opera della 5° divisione inglese e della 1° canadese.
Dopo essere stati impegnati sin dal 4 settembre in scontri di pattuglie tra Bagaladi e S. Lorenzo contro i canadesi, i 400 uomini dell'VIII° battaglione del capitano Gianfranco Conati vennero posti in retroguardia agli altri battaglioni del reggimento presenti in zona (il III° e l'XI°, che avevano duramente contrastato il nemico in zona Gambarie, in Aspromonte), con l'ordine di proteggerne il ripiegamento nella direzione di Platì (RC), ov'era il comando del reggimento.
Spossato dopo quattro giorni di durissima marcia in salita a piedi tra le forre ed i sentieri dell'Aspromonte, nella sera del 7 settembre il battaglione si accampò per un sonno ristoratore presso il faggeto Mastrogianni, nella torbiera del piano dello Zillastro, tra Platì e Oppido Mamertina, dove però venne nel silenzio completamente circondato dai circa 5.000 uomini di due unità canadesi di fanteria che abbiamo già conosciuto, il 49° reggimento "The Loyal Edmonton" del tenente colonnello Jim Jefferson della 2° brigata del Generale Vokes ed il reggimento "The West Nova Scotia" del tenente colonnello Pat Bogert della 3° brigata di fanteria del Generale Penhale: questi, dirigendo verso Serra San Bruno a bordo di jeep ed autocarri, li avevano superati e quasi per caso avevano deciso di fermarsi per la notte proprio lì, quello di Bogert praticamente nella stessa faggeta Mastrogianni, di fronte agli italiani, l'altro di Jefferson sul crinale opposto, dal lato di Oppido Mamertina.

LO SCONTRO CONTRO I DUE REGGIMENTI CANADESI SULLO ZILLASTRO
Conati, scoperta all'alba la manovra del nemico, ordinò a quel punto un disperato attacco per sfuggire all'inevitabile capitolazione, guidando in prima linea personalmente la carica, condotta a colpi di bombe a mano e con ai fianchi il plotone mitraglieri del sottotenente Paolo Lucifora e quello dei mortai da 81 del sottotenente Moleti.
Al termine di un furioso scontro corpo a corpo il battaglione venne definitivamente sopraffatto e solo una sua piccola parte, al comando del capitano Michele Diaz (subentrato a Conati nel frattempo  fatto prigioniero) riuscì a sganciarsi ed a rifugiarsi in paese, ma quivi giunto passate le otto di sera sarebbe stato accolto con incredibile fervore dalla popolazione civile impazzita di gioia per l'avvenuta diffusione via radio del messaggio di Badoglio con la notizia dell'Armistizio.

Le perdite furono sicuramente notevoli, anche se vennero recuperati ufficialmente solo sei corpi, quelli del capitano Ludovico Picolli de Grandi, del sergente maggiore Luigi Pappacoda, vicecomandante del plotone mitraglieri, del caporale Serafino Martellucci e dei parà Vittorio Albanese, Bruno Parri ed Aldo Pellizzari.
Una dozzina furono i feriti e 57 i prigionieri.
Picolli, Martellucci e Pappacoda  avrebbero ricevuto la medaglia d'argento alla memoria, gli altri tre, falciati dalle mitragliatrici nel disperato tentativo di liberare il capitano Conati, quella di bronzo.
Non si sa quanti caduti vi siano stati tra i canadesi, ma certo anch'essi ebbero perdite ingenti.

LA DIVISIONE NEMBO SI SPACCA
A parte la delusione per la sconfitta, proprio le modalità da magliari con cui le trattative erano state condotte dai nostri vertici politici, lasciandone all'oscuro persino le forze armate ed i loro vertici, il fatto che nessun piano operativo fosse stato organizzato per reagire all'inevitabile reazione tedesca, l'indifferenza con cui tanti soldati erano stati mandati al macello nonostante l'avvenuta conclusione dell'armistizio, il fatto stesso che proprio loro che avevano combattuto fino a poche ore prima fossero stati gli ultimi a sapere di questa svolta, crearono molto turbamento, sconcerto e rabbia tra le file della Nembo e dell'appena costituita divisione gemella, la 183° Ciclone del Generale Giorgio Morigi, piene di giovani ventenni volontari entusiasti e cresciuti nel mito dell'Onore, della Patria e della Fede alla parola data.
Ecco perché la Nembo si spaccò dopo l'Armistizio, dividendosi tra chi intendeva mantenersi fedele al Giuramento prestato al Re e chi invece volle continuare a combattere a fianco dei tedeschi, alleati fino a quel momento.

LA TRAGICA MORTE DI ALBERTO BECHI LUSERNA
I primi, grossi problemi si verificarono in Sardegna, dove sin dal giugno 1943 erano stanziati il maggior numero di battaglioni della divisione, posti a difesa principalmente degli strategici aeroporti isolani: qui si verificarono molti episodi di disobbedienza collettiva, che si tentò di arginare con l'arresto del colonnello Pietro Tantillo, vice di Ronco e comandante del Raggruppamento di manovra di Sanluri, e del tenente colonnello Ademaro Invrea, comandante dell'omonimo Raggruppamento a Marrubiu.
Non bastò, tanto che centinaia di uomini del Raggruppamento Invrea, appartenenti al X° (Gruppo tattico Valletti) ed al XII° battaglione (Gruppo tattico De Vita), vennero arrestati e condotti in prigionia nel campo di punizione di Urias ed in una caserma a Cagliari, altrettanti vennero trasferiti in altre unità e lo stesso Generale Ronco venne successivamente posto agli arresti, destituito e avvicendato con Morigi.


Mario Rizzatti
Ciò non impedì la diserzione del XII° battaglione comandato dal capitano Mario Rizzatti, un ex maestro 52enne richiamato nel 1940, facente parte del Raggruppamento Renzoni acquartierato a Serramanna, che insieme con una batteria di artiglieria del I° gruppo del 184° artiglieria divisionale, un plotone mortai da 81 ed elementi del X° disertò, aggregandosi alla 90° divisione Panzergrenadieren tedesca, in partenza per la Corsica, da dove successivamente si sarebbe trasferita in continente agli ordini del Generale Frido von Senger, reduce dal comando delle truppe tedesche in Sicilia.
Fu proprio in queste drammatiche circostanze che avvenne uno dei più tragici avvenimenti di quel maledetto Armistizio, la drammatica uccisione del carismatico tenente colonnello Giovanni Alberto Bechi Luserna.

Alberto Bechi Luserna
Pluridecorato ufficiale di cavalleria coloniale prima in Cirenaica (due medaglie di bronzo al valore ricevute tra il 1929 ed il 1930 al comando di uno squadrone di Savari) e poi in Africa Orientale (altra medaglia di bronzo ottenuta nel 1935 alla testa di una banda di irregolari a cavallo), poi addetto militare a Londra e successivamente passato alle dipendenze del S.I.M., allo scoppio della seconda guerra mondiale Bechi Luserna era transitato a domanda nell'appena nata divisione Folgore, venendo nominato comandante del IV° battaglione, da lui formato e addestrato personalmente, con celebrati comandanti di compagnia come Guido Visconti di Modrone e Costantino Ruspoli di Poggio Suasa.
Arrivato in Africa settentrionale il 15 luglio 1942, a seguito delle vicende belliche da maggiore qual era si era trovato a condurre interinalmente il 187° paracadutisti, coprendosi di gloria ad El Alamein nel settore settentrionale della divisione assegnato alla sua unità e guadagnandosi la sua quarta medaglia di bronzo.
Una volta tornato in Patria gli era stato affidato con la promozione a tenente colonnello l'incarico di capo di Stato Maggiore della nuovissima Nembo, diventandone l'indiscusso leader.
Proprio in questa veste, più ancora che per il grado, di sua iniziativa Bechi Luserna decise di farsi incontro al battaglione ribelle, in ritirata sulla S.S. 131 Carlo Felice, per indurlo a recedere dai suoi propositi, raggiungendolo alle porte di Macomer, presso Castigadu.
Qui venne fermato ad un posto di blocco al bivio di Borore tenuto dagli uomini del capitano Corrado Alvino.

A questo punto non si sa bene cosa accadde, ma la situazione degenerò: al culmine di un violento alterco verbale accesosi tra i paracadutisti e i due carabinieri della sua scorta discesi dall'auto forse qualcuno mise mano alle armi, da una parte o dall'altra, o temette che gli altri lo stessero facendo, fatto sta che partì dal fucile mitragliatore del paracadutista Cosimo una scarica mortale che uccise sia un carabiniere che lo stesso tenente colonnello, ancora nella sua Lancia 1100, ferendo l'altro carabiniere, che successivamente si sarebbe aggregato al XII° battaglione Nembo come scritturale.
Bechi venne decorato con la medaglia d'oro al Valor militare alla memoria.
Tempo dopo, lo stesso Cosimo avrebbe riportato alla vedova il suo portafoglio e l'orologio.
Il capitano Alvino, che si accanì anche sulla divisa e sul corpo dell'ufficiale strappandogli gradi e decorazioni, nel dopoguerra sarebbe stato ritenuto responsabile e condannato a 20 anni per la morte del valoroso ufficiale.

Il 10 settembre, dopo che i frati di un vicino convento rifiutarono di occuparsi della sepoltura del corpo dell'eroico ufficiale, questo venne affidato al mare di Santa Teresa di Gallura, nelle Bocche di Bonifacio, in un posto che ora è ricordato da una croce in granito con la dedica: "Ten. Col. Alberto Bechi Luserna Capo di S.M. Div. Nembo. Al più grande ragazzo per cuore e sentimento i paracadutisti della Nembo dedicano".


Anche sul luogo dell'omicidio, a Macomer, è posto da tempo un cippo marmoreo con quattro proietti d'artiglieria intorno, con scritto: "Qui, per obbedire alle leggi della Patria, per l'onore della Nembo, cadde il ten. colonnello Alberto Bechi".
Nel dopoguerra sarebbe uscito postumo un suo volume di memorie, tra i più famosi sull'epopea di El Alamein: "I ragazzi della Folgore".


All'ingresso del grande Sacrario di El Alamein, fatto erigere da un altro grande reduce di guerra, Paolo Caccia Dominioni, campeggia una scritta presa proprio da quel libro:


Fra le sabbie non più deserte

son qui di presidio per l'eternità i ragazzi della Folgore

fior fiore di un popolo e di un Esercito in armi.

Caduti per un'idea, senza rimpianto, onorati nel ricordo dello stesso nemico,

essi additano agli italiani, nella buona e nell'avversa fortuna,

il cammino dell'onore e della gloria.

Viandante, arrestati e riverisci.

Dio degli Eserciti,

accogli gli spiriti di questi ragazzi in quell'angolo di cielo

che riserbi ai martiri ed agli Eroi.

(https://it.wikipedia.org/wiki/Alberto_Bechi_Luserna, https://www.iconur.it/storia-degli-uomini/16-l-8-settembre-del-43-in-sardegna-tra-dovere-ed-eroismo, http://www.comunesantateresagallura.it/wp-content/uploads/2016/07/Ricerca-sul-Ten-Colonello-Giovanni-A-Bechi-Luserna-A.Storico-2015.pdf)

I REPARTI DELLA NEMBO IN CALABRIA SI DIVIDONO
Nel frattempo, in Calabria, al momento del messaggio radio di Badoglio il III° battaglione del capitano Sala, insieme con l'XI° posizionato a Cardinale (CZ), decise di proseguire incolonnato con il 2. PanzerGrenadieren Battalion tedesco della 29° divisione "Falke" con cui avevano fino a quel momento condiviso la campagna in Calabria, mentre l'XI°, fino a quel momento sempre insieme al III°, dopo aver proseguito per un po' con loro si fermò a Soveria Mannelli (CZ) l'11 settembre ad aspettare i canadesi, non senza rischiare lo scontro coi tedeschi che pretendevano la sua lealtà o la sua resa: qui sarebbe stato raggiunto proprio dai resti dell'VIII° battuto allo Zillastro e da due compagnie (7° e 8°) del III° battaglione tornate indietro al comando del capitano Carlo Francesco Gay, comandante della 7° compagnia, un ufficiale proveniente dalla cavalleria che dopo mille riflessioni immagino assai tormentate decise di rispettare il Giuramento prestato al Re ed Imperatore.

Carlo Francesco Gay (1914-1995) , al centro
A) LO SQUADRONE F
Gay sarebbe stato il fondatore del 1° Squadrone da ricognizione Folgore (detto anche in inglese RECCE Squadron F), formato con i reduci sbandati, disciolti e dispersi di vari reparti di paracadutisti, traendoli soprattutto dal III° battaglione del 185° reggimento della Folgore per sua fortuna sempre rimasto in Italia.
Il reparto di Gay avrebbe combattuto a fianco degli Alleati inquadrato nell'Esercito Cobelligerante Italiano e si sarebbe distinto soprattutto nella vittoriosa "Operazione Herring(aringa) l'ultimo aviosbarco sul teatro europeo della seconda guerra mondiale, cui parteciparono ben 117 uomini dello Squadrone F sui 226 totali.

Il fregio attuale del 185° Rgt. RAO

L'attuale 185° reggimento R.A.O. (Ricognizione Acquisizione Obiettivi) della Brigata paracadutisti Folgore trae la sua origine fondativa proprio dallo squadrone Folgore di Gay, come attesta il nuovo fregio che dal giugno 2015 campeggia sul basco amaranto degli uomini del reggimento.

B) IL RAGGRUPPAMENTO PARACADUTISTI NEMBO
A differenza dei reparti guidati da Gay e dell'XI° battaglione, il III° ed il XII° battaglione della Nembo, con la compagnia complementi della Scuola militare di paracadutismo di Viterbo del capitano D'Abundo e con due altre compagnie del XX° battaglione della divisione gemella Ciclone maturarono la decisione di schierarsi tra i ranghi dell'Esercito Nazionale Repubblicano della R.S.I. al comando di Rodolfo Graziani, formando con gli A.D.R.A. (Arditi Distruttori della Regia Aeronautica) ed alcune compagnie del disciolto 10° Arditi il Raggruppamento Paracadutisti Nembo, che si sarebbe schierato sul litorale laziale in funzione antisbarco, inquadrato nella 2° divisione paracadutisti tedesca Ramcke, per poi entrare organicamente a far parte dell'Aeronautica Nazionale Repubblicana fino alla fine della guerra.





C) IL 185° REPARTO AUTONOMO ARDITI PARACADUTISTI NEMBO
L'XI° battaglione, rimasto in Calabria con le compagnie lealiste del III° battaglione fino a novembre e poi trasferitosi in provincia di Lecce in Puglia, prima a Santa Maria di Leuca e poi a Squinzano, avrebbe costituito il nucleo del nuovo CLXXXV° Battaglione paracadutisti Nembo, poi nel gennaio 1944 rinominato 185° Reparto autonomo arditi paracadutisti Nembo, che nel marzo fu impegnato in più azioni contro i tedeschi tra Abruzzo e Marche, con notevoli episodi di valore durante la battaglia di Monte Marrone.
Ad aprile l'unità, col ritorno in continente dei battaglioni Nembo provenienti dalla Sardegna, venne assorbita nella nuova 184° Divisione paracadutisti Nembo del Primo raggruppamento motorizzato del Corpo Italiano di Liberazione guidato dal Generale Umberto Utili, alle dipendenze dell'VIII° Armata britannica.

Premiata con riconoscimenti alla bandiera per le importanti vittorie ottenute negli scontri di Filottrano e Montecarotto, la divisione venne infine sciolta il 24 settembre 1944 e parte dei suoi elementi andò a comporre il Reggimento paracadutisti Nembo inquadrato nel Gruppo di combattimento Folgore (Generale Giorgio Morigi) che riecheggiava nel nome la gloriosa divisione totalmente annientata ad El Alamein il 23 novembre 1942, peraltro già ricordata anche dalla stessa R.S.I. col Reggimento Folgore del maggiore Mario Rizzatti (che tra il 27 maggio ed il 4 giugno si sarebbe completamente immolato contro gli americani nella battaglia di ripiegamento di Anzio, con 544 tra caduti e dispersi, compresi il suo stesso comandante ed il suo giovanissimo portaordini, il 18enne Massimo Rava, caduti a Castel di Decima: v. https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/eroi-dimenticati-mario-rizzatti-e-quella-folgore-che-riscatto-lonore-ditalia-86188/).

L'OPERAZIONE "HARRING" (20-23 APRILE 1945)
Come il Recce Squadron F, anche il Reggimento Nembo partecipò all'Operazione Herring, con 109 volontari al comando del tenente Guerrino Ceiner che si aggiunsero ai 117 di Gay.
Trasportati da 14 Dakota della RAF partiti da Rosignano (LI), nelle notti dal 20 al 23 aprile 1945 i 226 uomini si lanciarono tra Bologna, Ferrara, Modena e Mantova  in più scaglioni dietro le linee tedesche divisi in più pattuglie normalmente di 6-8 uomini sulla bassa padana, in vista dell'insurrezione finale, con la missione di compiere sabotaggi a ponti, linee telefoniche, depositi di munizioni ed altri obiettivi sensibili in appoggio ai partigiani (v. http://www.185rrao.it/wordpress/project/ruolino-del-capitano-francesco-gay-della-folgore-herring-recuperato-dai-carabinieri/).
Sarebbe stato un terribile scontro all'ultimo sangue, perché i tedeschi passavano per le armi tutti i partigiani ed i "badogliani" e molto probabilmente vennero ricambiati almeno in parte con la stessa moneta.
Nel corso dell'azione i parà attaccarono colonne tedesche, minarono 7 arterie stradali principali, distrussero 77 linee telefoniche e salvarono anche alcuni ponti di barche utili per l'attraversamento da parte degli anglo-polacchi, ma purtroppo 14 di essi persero la vita, al termine di un furioso scontro con una trentina di tedeschi avvenuto il 23 aprile nelle campagne di Dragoncello di Poggio Rusco, nel Mantovano, presso un casolare nel quale si erano rifugiati, ad un chilometro circa dalla zona di lancio, subito dopo dato alle fiamme.
Da allora la località viene da tutti chiamata in dialetto "Ca' Brusada" (casa bruciata).
Con loro persero la vita diciotto tedeschi e anche i due civili che per loro sfortuna abitavano lì. 
Al sottotenente Franco Bagna, uno dei caduti, sarebbe stata conferita la medaglia d'oro al Valor militare alla memoria: da allora è a lui intestata anche la via che porta a quel casale.

I caduti tra gli italiani in totale furono 21, con 14 feriti e 10 dispersi, praticamente il 20% degli effettivi impiegati nell'azione, mentre dalla parte opposta si contarono 481 morti e 1.983 prigionieri (leggo da https://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Herring).
Nel corso dei due anni 1944 e 1945 la Nembo, variamente chiamata, avrebbe avuto complessivamente 596 caduti e 1.001 feriti, con quattro medaglie d'oro. 

UN TARDIVO RICONOSCIMENTO



Ora, dopo l'iniziale veto assoluto dei vincitori dell'immediato dopoguerra (secondo i trattati di pace l'Italia non doveva avere un suo strumento militare aviolanciabile) ed un periodo di silenziosa ricostruzione sotto l'apparente limitativa definizione di unità di fanteria "normale", poi meccanizzata, l'attuale Brigata paracadutisti Folgore, ripreso in pieno il suo status originario dall'1 gennaio 1963, si tramanda tutto quel patrimonio di Tradizioni, Esperienze, Valori nati con l'iniziale fondazione nel 1938 del Battaglione paracadutisti libici Fanti dell'Aria voluta da quel grande innovatore che è stato Italo Balbo e forgiatisi nel sangue e nel fuoco delle polverose pietraie sabbiose di El Alamein, certo, ma anche, e qui torniamo a noi, persino in quegli episodi erroneamente ritenuti minori come la battaglia dello Zillastro.
Lo scontro avvenuto nel faggeto Mastrogianni sarebbe stato l'ultimo sul suolo italiano tra il Regio Esercito e gli Alleati e per anni sarebbe stato ricordato semplicemente a livello locale: solo dal 1995 una stele marmorea voluta espressamente dal Generale Franco Monticone (capitato nei paraggi per una esercitazione dei suoi paracadutisti nel 1988 e solo allora venutone a conoscenza grazie al Prof. Antonio Delfino!!!), con parole espressamente dettate da uno dei pochi sopravvissuti reduci della battaglia, il capitano Paolo Lucifora, ricorda quell'ormai lontano fatto d'armi.
Anche per questo il nome della Nembo è portato ancora adesso dal 183° reggimento paracadutisti dell'attuale brigata.



Fonte:

2 commenti:

  1. Se gli effettivi del btg erano 400 uomini e i prigionieri furono solo 57 e solo un piccolo gruppo riusci' a sganciarsi,vuol dire che qualche centinaio furo i caduti,sarebbe da capire dove finirono i loro corpi

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  2. Francesco Signorile5 ottobre 2018 11:22

    Penso che alcuni senz'altro saranno stati i dispersi, la maggior parte si saranno dati alla macchia anche per gli sviluppi successivi della politica italiana, e poi al di là di tutto non è detto che tutti quanto fossero presenti sul posto.
    I numeri comunque sono quelli.

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