Pagine

Diavolo che scrive al pc

Diavolo che scrive al pc
Tic tic tic tic tic tic

giovedì 30 novembre 2017

Chi ha causato Caporetto?


"Tutti avevano la faccia del Cristo nella livida aureola dell'elmetto, tutti portavano l'insegna del supplizio nella croce della baionetta, nelle tasche il pane dell'ultima cena e nella gola il pianto dell'ultimo addio"
(Targa alla Galleria del Castelletto della Tofana, cit. QUI)
Poco più di cento anni fa di questi giorni andava concludendosi la battaglia di Caporetto (in sloveno Kobaridin tedesco Karfreit) un nome che è passato alla storia come sinonimo di disfatta, di incompetenza, di disumanità, approssimazione, pure di codardia.
Ma fu davvero tutto questo?


PRIMA PARTE
LE PREMESSE DI UNA SCONFITTA

1. I GENERALI DELLA DISFATTA

LUIGI CADORNA

Luigi Cadorna
(Pallanza, 4 settembre 1850-
Bordighera, 21 dicembre 1928)
Il Tenente Generale Conte Luigi Cadorna era in quel momento Capo di Stato Maggiore Generale, carica nella quale era succeduto al Tenente Generale Alberto Pollio, morto improvvisamente per infarto la mattina dell'1 luglio 1914, pochi giorni dopo l'attentato di Sarajevo, in circostanze mai del tutto chiarite, su cui ci siamo già brevemente intrattenuti in passato (v. il cap. 3 de http://ilforconedeldiavolo.blogspot.it/2016/06/la-storia-delle-colonie-italiane-la.html).
Discendente da un'illustre famiglia di militari piemontesi (il padre Raffaele, protagonista in Crimea, combatté nelle prime tre guerre d'indipendenza e fu alla testa del V° Corpo d'Armata nella presa di Roma nel 1870, presente alla famosa "Breccia di Porta Pia"), Cadorna era un classico militare della vecchia scuola, austero, severissimo, tutto regolamenti, disciplina, schieramenti in linea, difesa ad oltranza su linee prestabilite ed assalti frontali condotti da masse enormi di soldati col fine unico di sfondare in un modo o nell'altro il fronte avverso.
Di fatto, però, tranne un periodo di quattro anni al comando del 10° bersaglieri (nel quale si segnalò più che altro per il numero esagerato di sanzioni disciplinari irrogate, tali da portarlo a subire lui stesso diversi richiami scritti dai suoi superiori) non aveva mai avuto incarichi operativi, rimanendo confinato a prestigiosi ruoli presso i quartieri generali.
Probabilmente anche per questo tra lui ed il mondo reale dei soldati vi fu sempre una certa distanza: abituato a vedere la guerra sotto il solo profilo della strategia, come una sorta di gigantesco gioco intellettuale tra menti ugualmente capaci e preparate, faceva enormemente fatica a concepire i soldati ed i militari in genere come individui dotati di cuore e cervello, una mente pensante e sentimenti veri, perché per lui, tutto sommato in buona fede (anche se al giorno d'oggi appare inconcepibile), erano semplici rotelle di un ingranaggio complesso, l'esercito, che era ai suoi occhi nient'altro che una massa collettiva armata da scagliare sul nemico manovrando in campo aperto, in cui l'umanità ed il senso di giustizia potevano solo rappresentare un disturbo al corretto svolgimento delle cose, una debolezza di cui il nemico avrebbe potuto agevolmente approfittarsi.
Enrico Caviglia
(Finale Ligure, 4 maggio 1862-
Finale Ligure, 22 marzo 1945)
Proprio di questo lo accusava il Generale Enrico Caviglia, comandante del XXIV° Corpo d'Armata, non certo un suo fan pur stimandolo ("Era un uomo non comune, di grande carattere e di grande altezza d'animo, (...) era di semplici e severi costumi. Non cercava agi, ricchezze ed onori"), quando diceva:
"Come un solitario, conosceva poco gli uomini. Aveva passato tutta la sua vita fra l'esercito e la famiglia, fra i suoi doveri di capo famiglia, di ufficiale dell'esercito e di credente nella religione dei nostri padri".
Soprattutto, però, di lui avrebbe detto che
"(...) nella condotta tecnica della guerra non fu un generale completo. Vedeva nettamente le grandi linee dei problemi strategici, ma gli mancava la sensibilità immediata della situazione, per cui fu sorpreso due volte dagli avvenimenti", 
riferendosi evidentemente alla Strafexpedition ed a Caporetto (almeno in quest'ultimo caso, però, come vedremo, non del tutto a ragione).
E ancora:
"Egli considerava la guerra meccanicamente, e le unità tattiche erano per lui numeri astratti, senz'anima collettiva, come ruote inconsce ed insensibili di un ingranaggio, funzionanti finché non fossero logore. Non gl'interessava di conoscere l'animo del soldato, né di dargli quelle soddisfazioni morali che gli fanno dimenticare i patimenti sofferti, i pericoli corsi ed i sacrifici fatti".
Su questo punto concordava anche il Generale Luigi Capello, comandante della II° Armata, secondo cui attorno al Generalissimo "vi erano delle persone intelligentissime e di molta buona volontà, ma impreparate al governo di uomini", perché arrivate a certi livelli "senza aver mai comandato un uomo che per essi nulla altro rappresentava che uno strumento".

(Sulle opinioni di Caviglia e Capello v. Alessandro Barbero, in "Caporetto", Laterza, 2017).

La verità è che nonostante l'altissima considerazione che avevano verso di lui i due migliori generali italiani di fine '800, Giuseppe Salvatore Pianell e Antonio Baldissera, Cadorna come tutti i generali di quel tempo (tranne i tedeschi) era concettualmente superato per quella che sarebbe stata la prima guerra mondiale, la prima guerra tecnologica, la prima guerra motorizzata, la prima guerra a tre dimensioni (terrestre, navale ed aerea), la prima guerra che avrebbe visto su larga scala l'impiego  delle divise in grigioverde, degli elmetti, ma anche delle mitragliatrici, degli autoveicoli, dei carri armati, degli aerei e, ahimè, anche dei gas...
Ma che l'esercito italiano (come d'altronde anche gli altri dieci mesi prima), avrebbe cominciato con le divise a colori sgargianti di una volta, gli ufficiali all'assalto con la sciarpa azzurra e la sciabola sguainata, senza bombe a mano, pochissime mitragliatrici, qualche centinaio di automezzi e nulla più e persino senza elmetti, forniti solo dopo alcuni mesi dapprima in piccole quantità per battaglione, con stampigliate le lettere RF di République Française...


Con le nuove armi a disposizione attaccare frontalmente allo scoperto dopo aver ammassato pazientemente sulla linea del fronte migliaia di uomini tutti insieme e tutti appiedati o quasi era inutile e, coi criteri di oggi, ai limiti del criminale, ma Cadorna era tuttora convinto della giustezza delle sue idee, se nel suo celebratissimo manuale "Attacco frontale e ammaestramento tattico", scritto nel 1904 e ripubblicato alla sua nomina a Comandante Supremo dieci anni dopo, aveva scritto:
"Per attacco brillante si calcola quanti uomini la mitragliatrice può abbattere e si lancia all'attacco un numero di uomini superiore: qualcuno giungerà alla mitragliatrice (...) Per attacco lento si procede verso la mitragliatrice mediante camminamenti coperti, in modo da subire meno perdite finché, giunti vicino, si assalta".
Personalmente onestissimo, incorruttibile, religioso senza essere prono alla Chiesa (ma con due figlie su tre monache), coltissimo a differenza della maggior parte dei suoi generali, perfettamente bilingue italo-francese, nei confronti degli altri era però (forse per reazione ad una sua innata timidezza di fondo) autoritario, di un'alterigia e di un'antipatia umana senza pari (fino alla vigilia di Caporetto aveva già giubilato 217 generali e 255 colonnelli!), e soprattutto gelosissimo delle sue prerogative di comando: proprio per questo Giolitti gli aveva preferito nel 1908 il più giovane Pollio al comando delle forze armate, al momento di sostituire il predecessore Tancredi Saletta, dopo che Cadorna, con grandissima onestà intellettuale va detto (tanto più ben sapendone le inevitabili conseguenze), aveva su precisa richiesta ribadito al Re in via ufficiale, in vista della nomina, la sua ferrea convinzione sulla validità del principio dell'unicità ed indivisibilità del comando, pur essendo a norma di Statuto il Sovrano il formale comandante in capo delle forze armate.

Assai distaccato nei rapporti personali, il Generalissimo, "il Capo", come lo chiamavano tutti, preferiva inondare i suoi sottoposti ogni giorno di pedantissimi bollettini, circolari, pro memoria restando inchiodato nel suo Quartier Generale di Udine piuttosto che conferire con loro di persona o andare in prima linea a verificare lo stato delle cose (ma è caratteristica comune di tutti i generali dell'epoca), tanto da giungere a farsi malvolere persino dagli alleati, che non ne sopportavano la sua totale allergia alle riunioni congiunte per discutere le strategie di guerra, il suo ego smisurato, il suo volersi sempre pedantemente distinguere dagli altri quando si trattava di parlare del fronte italiano, di cui si riteneva l'unico ed esclusivo titolare (ma su questo forse, come vedremo, non aveva tutti i torti).
Questo valeva anche e soprattutto per i politici (a parte i contrasti con Giolitti, famosi furono quelli con Zuppelli, Salandra, Orlando e Bissolati),  ai quali era solito dire: "Se volete parlare con me, mettetevi in  divisa e seguite la via gerarchica del rapporto".
Questo non poteva (e in effetti non poté) che accrescere il suo distacco dal mondo reale delle trincee e di sicuro influì sul fatto che determinate sue disposizioni prese prima di Caporetto, come vedremo, restarono lettera morta.
Eppure...

Eppure in verità a mio parere Cadorna è stato fatto passare probabilmente per ciò che non era veramente: si sa, in Italia la vittoria ha molti padri e la sconfitta è sempre orfana, ma la necessità di trovare un capro espiatorio al disastro di Caporetto ha sempre e solo indicato lui come il massimo responsabile e la "Reale Commissione d'inchiesta sul ripiegamento dall'Isonzo al Piave", istituita col R.D. 12 gennaio 1918, n. 35, presieduta dal prestigiosissimo Generale d'Armata Carlo Caneva, il vincitore della guerra libica, e peraltro autrice di un grande lavoro certosino e ponderosissimo che ci ha lasciato in dote migliaia di documenti, non poté che adeguarsi.
Certo, non fu possibile sul momento collocarlo immediatamente a riposo, come successo col povero Cavaciocchi, comandante del IV° C.A., o spingerlo nell'oblio, come con Capello, perché il suo carisma sull'esercito era comunque troppo forte e d'altronde gli stessi alleati non lo desideravano, perché con lui avevano condiviso alla fine tutte le scelte strategiche ed anzi, come vedremo, alcune gliele avevano pure imposte a forza, ma di fatto da allora su di lui grava il macigno della disfatta, tanto che recentemente ci sono state persino molte proposte politiche di cancellare il suo nome dalle vie, piazze, parchi, etc. a lui intestati.

Angelo Gatti
(Capua, 9 gennaio 1875- Milano, 19 giugno 1948)
Uno dei suoi più stretti collaboratori, il colonnello Angelo Gatti, capo dell'Ufficio Storico del Comando Supremo, uomo di fine cultura umanistica e dotato di un ottimo talento da scrittore emerso pienamente in seguito, confermando l'opinione di Caviglia ne avrebbe data questa descrizione (v. http://www.lastampa.it/2017/10/23/societa/cadorna-le-accuse-dopo-caporetto-e-gli-scontri-tra-lesercito-e-la-politica-2ucQLfUT9DM30egnJHFdHL/pagina.html):
"La purezza della vita, l'onestà del carattere, la religiosità, la signorilità delle maniere, la fantasia vigorosa, la ritrosia del mondo facendo sdegnare al Cadorna i piccoli accomodamenti di opportunità e di remissione quotidiani che avevano ingrandito le sue virtù e i suoi difetti".
Cadorna, Padre Semeria e D'Annunzio
Io darò conto di tutto ciò che lo riguarda, senza nascondere nulla, ma di una cosa mi sono ormai convinto: che non solo in realtà il Generalissimo fosse nel contesto dell'epoca un ufficiale comunque di valore in un conflitto che stava passando rapidamente dal cavallo al carro armatoma anche che non fosse quel monolito tutto d'un pezzo che si tende a far credere, o peggio ancora un sadico che provava gusto a trattare in un certo modo i suoi soldati (ce n'erano, e vedremo anche questo), ma semmai il classico comandante dei suoi tempi, che nei confronti dei suoi sottoposti si atteggiava come i padri di allora nei confronti dei loro figli (non certo gli "amiconi" di oggi), un uomo dalla coscienza tormentata dai dubbi, su sé stesso ed il suo operato, e non certo privo di umanità, tanto da trovare nel Padre Barnabita Giovanni Semeria un fidatissimo consigliere spirituale...
Soprattutto, un uomo con la schiena dritta ed un fortissimo senso dell'Istituzione che rappresentava, capace di dire pane al pane e vino al vino, senza paura, a costo di esserne anche danneggiato come abbiamo visto nel caso della sua mancata nomina al posto di Saletta.
Magari ci fosse stato nel 1939/40 uno così...
Invece dopo la guerra sarebbe andato in pensione come uno qualunque, sia pur da Senatore come era dal 1913, e pur ottenendo grazie alle pressioni del Grande Mutilato di Guerra Carlo Delcroix, presidente dell'associazione dei reduci, una clamorosa nomina al nuovo grado di Maresciallo d'Italia istituito nel 1924 da Mussolini (insieme con altri Generali della Grande Guerra come Diaz, Emanuele Filiberto, Badoglio, Caviglia,  Giardino, Pecori Giraldi),  non si sarebbe mai avvicinato al Fascismo.
Sarebbe morto a Bordighera alla fine del 1928 alla "Pensione Jolie", poi divenuta "Hotel Britannique".

(V. http://www.arsmilitaris.org/pubblicazioni/grandeguerra.pdf e http://www.ilprimatonazionale.it/cultura/difendo-cadorna-caporetto-centanni-dopo-oltre-le-leggende-4-74728/)

LUIGI CAPELLO

Luigi Capello
(Intra, 14 aprile 1859-
Roma, 25 giugno 1941)
Il Tenente Generale Luigi Capello, quasi compaesano di Cadorna, da cui però lo dividevano nove anni di età e soprattutto una più umile origine sociale, aveva combattuto in Libia nel settore di Derna al comando di una brigata ed in quel momento era il comandante della II° Armata sul fronte isontino, quello più delicato, che nel settembre 1917 andava dal Monte Rombon al Vipacco, l'antico fiume Frigidus, Frigido (Vipava in sloveno, Wippach in tedesco), composta da ben nove corpi d'armata guidati da alcuni dei migliori generali d'Italia, col comando a Cormons.

Capello era un uomo complesso e dalle mille sfaccettature.
Ritenuto unanimemente all'epoca uno dei più capaci generali alleati ed il migliore italiano (questo è il parere anche di Mario Silvestri, uno dei più grandi esperti della battaglia di Caporetto, secondo il quale era "di gran lunga il migliore dei comandanti d'armata italiani", in "Isonzo 1917", pagg. 107-111), come Cadorna disponeva di una forte personalità pari alla sua grande ambizione, le due armi con cui era riuscito ad avanzare in carriera nonostante i forti pregiudizi sociali che lo avevano sempre avversato, ma a differenza sua si sapeva promuovere meglio di fronte all'opinione pubblica, anche grazie ad un carattere molto più elastico e passionale, ma soprattutto era sicuramente assai più avanti strategicamente, con una concezione più "movimentista" della guerra che, come vedremo, in effetti un po' richiamava il concetto di "difesa elastica" teorizzato dagli strateghi tedeschi, cioè l'immediata risposta in controffesa all'attacco nemico, magari indotto da un sapiente ripiegamento tattico su posizioni preparate e con un aggiramento degli attaccanti su entrambi i lati (il cosiddetto "attanagliamento").
A riprova di questo c'è il fatto che proprio a Capello si deve la nascita del corpo degli Arditi, appunto sull'esempio dei già esistenti reparti d'assalto tedeschi (che anche gli austriaci stavano tentando faticosamente di imitare), con la fondazione il 29 luglio 1917 della durissima e selettiva Scuola d'Assalto di Sdricca, una località situata nel comprensorio di Manzano (UD), sulla riva destra del Natisone, affidata al 33enne maggiore udinese Giuseppe Alberto Bassi.



Questi si era guadagnato due medaglie d'argento sul San Marco di Gorizia dopo aver conquistato da capitano il 16 agosto 1916 al comando di una compagnia del 150° Trapani una trincea (che da lì avrebbe preso il nome di "Trincea Bassi") e successivamente l'1 novembre al comando del III° battaglione quelle "Cuore" e "Belpoggio", ottenendo la promozione, ma si era fatto veramente un nome quando all'alba del 7 giugno 1917 senza preparazione d'artiglieria era riuscito a riprendere al nemico con pochissime perdite il "Dosso del Palo", perso dagli italiani sette giorni prima, mandando avanti degli inediti "plotoni di pistolettieri" volontari, capaci di espugnare quella contesissima posizione usando magistralmente le bombe a mano, in particolare i petardi Thévenot, e le micidiali pistole-mitragliatrici leggere Villar Perosa a due canne cal. 9 Glisenti (le prime mitragliette moderne della storia, in anticipo di due anni persino sulle MG 18 tedesche), fino a quel momento usate solo sugli aerei o come armi difensive di posizione, spesso con tanto di scudo, e quindi opportunamente adattate all'assalto mediante delle apposite imbragature fatte passare attorno al collo, che le avevano trasformate in micidiali strumenti di morte "spazza trincee" a distanza ravvicinata!
Si può ritenere questa la prima, vera, azione d'assalto compiuta dal Regio Esercito nella storia.

L'attacco aveva fruttato un formale "rimprovero scritto", per le inusuali tattiche adottate senza autorizzazione dei superiori, ma aveva anche colpito molto Gaetano Giardino, comandante della 48° divisione da cui Bassi dipendeva, il quale l'aveva segnalato al superiore Francesco Saverio Grazioli, comandante dell'VIII° C.A., che a sua volta ne aveva parlato al comandante della II° Armata: Capello aveva da subito riconosciuto il talento del giovane maggiore, e dopo averlo promosso sul campo tenente colonnello gli aveva chiesto di formare al più presto un reparto sperimentale d'assalto, concedendogli a richiesta un plotone del suo 150° fanteria al comando del sottotenente Trincheri, uno del 143° Taranto (sottotenente Tambato), uno del 205° Lambro (sottotenente Catalano) ed uno del 64° Cagliari (sottotenente Cucci), ognuno di essi con una sezione di due Villar Perosa, più una sezione di mitragliatrici pesanti FIAT 1914 (sottotenente Carreri) ed una della 68° batteria d'artiglieria (sottotenente Montori).
Sarebbero stati questi reparti il primo nucleo fondativo delle Fiamme nere, gli arditi provenienti dalla fanteria, chiamati così a causa degli alamari color della notte: un sentito omaggio di Bassi a Pier Fortunato Calvi, di cui era nipote per parte di madre, uno dei famosi Martiri di Belfiore impiccati dagli austriaci nel 1855 (v. https://it.wikipedia.org/wiki/Martiri_di_Belfiore), uso ad indossare una camicia di quel colore. 
In seguito sarebbero nate anche le Fiamme rosse (gli arditi bersaglieri) e le Fiamme verdi (gli arditi alpini).

(V. QUI e QUI).




Quella di Capello sugli arditi fu un'intuizione vincente che si perpetua tuttora nelle nostre attuali truppe speciali ed in particolare nei loro eredi diretti del 9° Reggimento paracadutisti d'assalto Col Moschin (il nome deriva proprio dall'omonima altura teatro di una loro impresa durante la battaglia del Solstizio, non c'entra nessun Colonnello Moschin, come detto una volta da una giornalista RAI!!!), ma di lì a pochi mesi col crollo di Caporetto e la conseguente dissoluzione della II° Armata sarebbe stata stravolta dalla volontà degli Alti Comandi di creare due vere e proprie divisioni d'assalto di arditi da usare praticamente sulle trincee come le normali fanterie, con la sola differenza di essere più e meglio addestrate: un'esigenza nata un po' per necessità, un po' per invidie e gelosie interne (un colonnello che s'imponeva a dei generali con una propria forza militare autonoma non era concepibile...)

Ritorneremo in seguito su questa questione, tuttavia anche da questa vicenda si capisce come in realtà le somiglianze tra le idee e le volontà di Capello e quelle degli strateghi tedeschi, non foss'altro per il diverso contesto socio-ambientale in cui l'uno e gli altri si trovavano ad operare, fossero più apparenti che reali: per essere sempre pronti agli immediati contrattacchi le rotazioni degli uomini in prima linea dovevano essere costanti e continue, per poterli sempre avere freschi ed immediatamente disponibili, quindi ci doveva essere alle spalle un sistema logistico che potesse gestire in totale sicurezza ed efficienza le frequenti turnazioni, un sistema-paese che facilitasse i trasporti da e verso il fronte e si mettesse a totale disposizione dei soldati, un sistema burocratico e normativo che non fosse di ostacolo a tutto questo...
Già questo era un sogno qui da noi, ma più ancora pesava la diversità tra la nostra mentalità e quella tedesca: in Germania, erede diretta della Prussia, paese con un un forte senso dell'unità e del bene comune, già industriale e con un alto tasso di alfabetizzazione, da un lato c'era nei cittadini una forte fiducia nel potere centrale, quindi nel comando, dall'altro quest'ultimo dava fiducia e responsabilizzava molto il singolo, e questo favorì molto l'utilizzo delle nuove tattiche militari, che nell'ambito di direttive generali che nessuno discuteva davano comunque piena libertà ai singoli di agire in piena autonomia, pur di raggiungere lo scopo.

Capello restava un generale italiano del suo tempo, uno che non si muoveva se possibile dal suo quartier generale, lasciando che di fatto di tutto si occupasse il suo Capo di Stato Maggiore, il colonnello brigadiere Silvio Egidi, e costretto comunque a misurarsi con le prassi, i regolamenti, le mentalità e gli uomini che si trovava a disposizione in quel momento: e purtroppo in Italia, nazione unita politicamente solo da poco, rurale, povera, ancora spaccata tra mille campanili, mille rivendicazioni socio-politiche e mille dialetti, il soldato-sottoposto, ultima ruota del carro, doveva solo obbedire agli ordini senza porsi tante domande ed anche per questo meno sapeva dei piani e meno si assentava dal reggimento e meglio era, in un'epoca in cui la povertà generalizzata ed il basso tasso di scolarizzazione favorivano tra i ceti popolari un diffuso malcontento che trovava il suo sfogo nel largo seguito di quelle ideologie sovversive, rivoluzionarie, socialiste, pacifiste e sindacali che mettevano in dubbio quello stesso mondo da cui la maggior parte degli ufficiali di carriera proveniva e che proprio in quei mesi stavano portando al tracollo la Russia zarista, aumentando proporzionalmente le diffidenze ed i timori delle dirigenze politiche e militari europee nei confronti dei propri cittadini.

Capello ebbe un rapporto sempre strettamente professionale, assolutamente senza connotazioni amicali con Cadorna (che dal suo canto in una delle sue lettere ai familiari lo definiva "un lestofante, ma abile ed energico e che sa ispirare fiducia a tutti", e poi ancora "devoto se non per gratitudine, per la speranza di diventare un giorno comandante d'armata"), che si guastò non poco soprattutto dopo che ebbe conquistato Gorizia, quando accusò (a torto) il Generalissimo di avergli lesinato quei rinforzi che gli avrebbero consentito di ottenere un successo ancora maggiore, ma in fondo ne rispettò sempre le direttive e le indicazioni, sempre cercando di tenerlo informato delle sue intenzioni e delle sue opinioni, limitandosi semmai a declinarle a modo suo.
Quindi non solo non si può dire che Capello fosse una sorta di "genio ribelle", ma a favorire il gigantesco "misunderstanding" che fu sicuramente tra le principali cause del dramma di Caporetto, cioè il mancato ripiegamento su posizioni più difensive della sua II° Armata, fu probabilmente anche il Fato: la sua assenza per gravi motivi di salute nel momento cruciale, cioè nei venti giorni precedenti l'attacco, quando forse si poteva ancora fare a tempo ad evitare il disastro, magari semplicemente facendo arretrare le prime linee dei due corpi più esposti, il IV° ed il XXVII°, sulle posizioni delle seconde...


Luigi Capello sorvegliato a vista
durante la detenzione a Formia
Uscito volontariamente dalla scena dopo soli due giorni dall'inizio della battaglia per motivi di salute, e additato come Cadorna ed altri dalla Commissione d'inchiesta del 1919 tra i principali responsabili della disfatta, Capello avrebbe difeso le sue ragioni in due appassionati saggi, "Per la verità", e "Note di guerra", usciti tra il 1920 ed il 1921 per la Fratelli Treves Editori, e dopo un iniziale appoggio al Fascismo (con tanto di adesione ai Fasci italiani di combattimento e di partecipazione alla Marcia su Roma) se ne sarebbe distaccato visibilmente, probabilmente per non rinunciare alla sua affiliazione alla Massoneria, fino addirittura ad essere incriminato con l'accusa di aver appoggiato l'ex tenente colonnello degli alpini Tito Zaniboni nel suo fallito attentato al Duce del 4 novembre 1925: pur professandosi innocente e scagionato dallo stesso attentatore, Capello venne condannato nel 1927 a trent'anni di carcere.
Ne avrebbe scontati effettivamente solo nove, trascorsi quasi tutti agli arresti domiciliari sotto scorta in una clinica di Formia, sembra per intercessione diretta di Mussolini, che ne aveva comunque stima, per poi spegnersi 82enne a Roma nel 1941.

PIETRO BADOGLIO

Pietro Badoglio
(Grazzano Monferrato, 28 settembre 1871-
Grazzano Badoglio, 1 novembre 1956)
Il Tenente Generale Pietro Badoglio, anche lui piemontese come gli altri due, era a capo del XXVII° Corpo d'Armata, alle dirette dipendenze di Capello.
Figlio di borghesi (il padre modesto proprietario terriero, la madre appartenente alla facoltosa borghesia cittadina), ambiziosissimo, anche lui massone ed ufficiale di carriera come Capello, nel 1896 era stato inviato da tenente di artiglieria in Eritrea al seguito del Generale Antonio Baldissera e qui aveva partecipato alla vittoriosa spedizione su Adigrat per liberare dall'assedio degli abissini del Ras Menelik il maggiore Marcello Prestinari, e successivamente, dopo essere stato promosso capitano nel 1903, si era guadagnato la promozione a maggiore durante la guerra italo-turca in Libia per aver pianificato le vittoriose azioni contro le oasi fortificate di Ain Zara e Zanzur.

Il 25 febbraio 1915 era stato promosso tenente colonnello ed assegnato al Quartier Generale della 45° divisione della II° Armata del Tenente Generale Pietro Frugoni, e grazie al buon rapporto instaurato con Capello allora comandante del VI° C.A. (che diceva di lui "È un ciula ma mi serve") era stato promosso già ad aprile 1916 colonnello, quando da capo di Stato Maggiore della 45° aveva ideato il piano che quattro mesi dopo, durante la Sesta battaglia dell'Isonzo, avrebbe portato alla presa del munitissimo Monte Sabotino (609 m), presidiato dai circa 7.000 uomini della 58° divisione di fanteria del Luogotenente Feldmaresciallo Erwin Zeidler, Freiherr von Gorz (cioè Barone di Gorizia), appartenenti a tre brigate, la 4° e la 5° dalmate da montagna (con sede a Ragusa e Spalato rispettivamente), e la 121° della imperial-regia milizia territoriale (K.u.K. Landsturm), oltre che subito dopo del Podgora, di Oslavia, del Grafenberg, del Calvario, di Salcano e soprattutto di Gorizia (si rimanda a http://www.esercito.difesa.it/storia/Pagine/g6-9-Agosto-1916-La-presa-di-Gorizia.aspx).

Erwin Zeidler von Gorz
(Vienna, 8 febbraio 1865-
Villach, 3 gennaio 1945)
Il piano di Badoglio prevedeva infatti non il solito assalto frontale indiscriminato partendo dalle nostre trincee con l'obbligo di percorrere a piedi allo scoperto i circa 1000 metri in salita che le separavano da quelle nemiche, ma un'incursione a ondate con più compagnie mirata su tre diverse zone d'irruzione individuate in precedenza, dopo aver coperto quella distanza al riparo di gallerie sotterranee scavate nella roccia, così da penetrare nelle difese nemiche della prima zona attraverso dei varchi creati tra i reticolati con i tubi di gelatina e degli appositi graticci stesi su quelli rimasti in piedi, per poi sbucare d'improvviso nelle successive due alle spalle delle artiglierie nemiche ancora scosse dall'uragano di fuoco scagliato nel frattempo dalle nostre batterie.
Poche ore prima dell'azione, infatti, in stretta sinergia con la ricognizione aerea tutti i nostri pezzi avrebbero dovuto prima colpire i centri di comando e controllo avanzati, gli osservatori e le batterie nemiche più esposte, così da impedire al nemico di vedere e comunicare alcunché, per poi di seguito passare a divellere reticolati e trinceramenti, con il largo utilizzo a distanza di non più di 2-300 metri delle bombarde appositamente posizionate in piazzole mimetizzate scavate nella roccia viva, per disarticolare completamente ogni capacità di reazione sul terreno, ed infine un'ora prima colpire le immediate retrovie nemiche, dov'erano anche le sedi degli Alti Comandi, per isolarli completamente dalle loro truppe sotto attacco.

Nicolò Alberto Gavotti
Badoglio ebbe da Capello la direzione dei lavori, che affidò ad un corpulento ma validissimo interventista della prima ora, di elevatissimi sentimenti patriottici, il Marchese Nicolò Alberto Gavotti, un ingegnere civile  (tra gli ideatori del famosissimo Acquedotto Pugliese), nonché parente di Giulio Gavotti, colui che effettuò il primo "bombardamento" aereo della storia, in quel momento però maggiore di complemento e comandante della 310° compagnia lavoratori Milizia Territoriale del 3° reggimento del genio.
Quando dopo circa due mesi il lavoro fu completato, Capello affidò proprio a Badoglio il 6 agosto 1916, solo pochi mesi dopo la fine dell'offensiva sugli Altipiani del Generale Conrad, l'onore di guidare l'attacco, con somma stizza del Maggior Generale Francesco Gagliani, suo superiore di grado, comandante della brigata Toscana.
Badoglio si sarebbe ritrovato così alla testa della colonna "Alto Sabotino", destinata alla presa della vetta, composta dai tre battaglioni I°, II° e III° del 77° reggimento della Toscana, il III° del 58° Abruzzi, uno del 115° Treviso, due compagnie di minatori, una batteria di artiglieria da montagna e due di bombarde; a Gagliardi fu riservata solo quella d'appoggio "Basso Sabotino", composta da tre battaglioni dell'altro reggimento 78° della Toscana, il II° battaglione del 149° Trapani, una compagnia di minatori, una di zappatori, una batteria da montagna e tre di bombarde, mentre al parigrado Emilio De Bono (futuro Quadrumviro della Marcia su Roma), comandante della Trapani, quella di riserva, formata dai suoi restanti battaglioni del 149° e 150° fanteria, tre reparti di mitragliatrici, due compagnie del genio e due batterie d'artiglieria, una da montagna ed una someggiata.









Così, dopo nove ore di ininterrotto bombardamento delle nostre artiglierie, dalle 7,00 alle 16,00, gli uomini di Badogliopartiti dal cosiddetto "Bosco quadrato", più vicino alla cima, erano arrivati  addirittura in meno di quaranta minuti su quella vetta, rimasta inespugnata fino a quel momento, prendendo in rapida successione con estrema facilità e poche perdite prima il "Dentino", poi il "Dente", a seguire il "Fortino Alto" ed infine la meta, Quota 609, strappata al 3° battaglione del 37° fanteria della Guardia "Gravosa".
L'impresa sarebbe stata celebrata da Gabriele D'Annunzio, ufficiale di collegamento del Comando della III° Armata con la 45° divisione, con il distico "Fu come l'ala che non lascia impronte/ Il primo grido avea già preso il monte".



L'intervento del famosissimo Vate rappresentò per Badoglio la definitiva consacrazione, anche perché il confronto con l'operato della colonna Gagliani era stato impietoso: non solo essa era stata costretta a partire in ritardo (non per colpa sua, ma per un meno efficace tiro delle artiglierie sugli obiettivi assegnati), ma il povero Gagliani era rimasto subito ferito da una scheggia di granata nel suo settore di partenza, i "Massi rocciosi", ed il suo posto era stato preso in corsa da De Bono, fino a quel momento in posizione di riserva tra Valle Rio Mulini e Posdeniça.
La colonna "Basso Sabotino" aveva anch'essa conseguito i suoi obiettivi, ma in molto più tempo e con perdite maggiori: dopo aver superato il "Fortino Basso" era stata infatti rallentata dalla forte opposizione nemica in una galleria e successivamente un altro battaglione della Trapani era dovuto intervenire in soccorso del II°/149°, inchiodato a terra  a Case Abete dalla resistenza opposta con armi automatiche da alcuni trinceramenti nemici superstiti del "Fortino Basso", alla confluenza con quelli di Quota 118 del settore attiguo non neutralizzati dalla brigata Lambro della 24° divisione.
A fine giornata comunque tutti gli obiettivi erano stati raggiunti, tanto che dopo un fallito contrattacco nemico ordinato verso sera dal colonnello austriaco Alexander Dini, che sostituiva momentaneamente Zeidler, in quei giorni in licenza (il nemico non s'aspettava certo una nuova offensiva italiana in quel momento), quest'ultimo, ritornato in fretta e furia, aveva ordinato il ripiegamento al di qua dell'Isonzo.

Cadorna sul Sabotino insieme a vari ufficiali, tra cui, sesto da sinistra, di profilo, Capello, ed al centro Porro: alla sinistra di Cadorna dovrebbe essere proprio l'allora colonnello Badoglio







Ciononostante, pur se la colonna Badoglio era così scesa sulla destra del fiume ed aveva occupato tra la sera del 6 e la mattina del 7 il costone di San Mauro (Smaver, 507 m), sembra che il Generale Giuseppe Venturi comandante della 45° intendesse addirittura deferire l'odiato colonnello alla corte marziale per il mancato rispetto dei suoi ordini, che prevedevano per lui di proseguire sino all'Eremo di San Valentino (538 m), mentre Badoglio con la presa di Quota 609 aveva ritenuto conclusa l'azione tanto da abbandonare la testa della colonna a lui affidata (si veda QUI, cit.).
Ma quel successo, ottenuto con un "accettabile" totale di un centinaio di caduti e circa 800 feriti, aveva posto il capace ed ambizioso Badoglio all'attenzione del Re, che l'aveva onorato col titolo di Marchese del Sabotino, e ne aveva ampliato la fama di ufficiale brillante e preparato, finora circoscritta però ad una ristretta cerchia di addetti ai lavori, con la conseguente promozione per merito di guerra a Maggior Generale, l'incarico al comando della II°Armata e la guida a novembre della brigata Cuneo, con la quale avrebbe preso nel corso della Decima battaglia dell'Isonzo (grazie sempre al contributo di Nicolò Gavotti) il Vodice ed il Monte Kuk, ritenuti come il Sabotino quasi imprendibili, guadagnandosi per volere di Capello al termine dell'undicesima offensiva sulla Bainsizza il grado di Tenente Generale e la guida appunto del XXVII° C.A.

(Sulla specifica azione sul Sabotino e più in generale sulla presa di Gorizia v. http://www.storiain.net/storia/il-tricolore-su-gorizia-ii/).

Badoglio era in quel momento il generale più in ascesa, portato in palmo di mano da Vittorio Emanuele cui era fedelissimo, anche se le sue indubbie qualità di comando erano state certo esaltate dal suo ben sapere stare al mondo, dal suo cinico approfittarsi con melliflua furbizia di ogni genere di circostanza per essere al posto giusto nel momento giusto, e dal vantaggio di avere comunque il vigore di un'età perfetta per aspirare in breve tempo agli incarichi più importanti, in un panorama di generali della vecchia scuola ormai tutti 60-70enni...
Quanto  al Generale Venturi, be', lascio qui la parola a Paolo Caccia Dominioni, suo nipote:
"(...) In agosto [del 1917, nota mia] comandava la 14° divisione, proprio a contatto della mia 4° e anche lui doveva attaccare Castagnevizza. Gli ordini erano per il solito attacco frontale. Lui si oppone, dice che non vuole massacrare migliaia di uomini per rispetto ad una teoria quando è possibile, con un po' di scaltrezza, sfruttare i fianchi del nemico. Succede un pandemonio: stavolta la protezione del cugino generale Porro [il Sottocapo di Stato Maggiore, nota mia] non ha salvato Venturi dal siluro di Cadorna".
Uno di quei 217 generali silurati detti prima...

(V. QUI, cit.)

Sul conosciutissimo Badoglio non mi dilungherò oltre, sulle sue promozioni a raffica nel post-dopoguerra, sul suo apparente distacco iniziale dal Fascismo, sul suo rientro in grande stile durante le guerre coloniali italiane, il suo essere a capo dell'esercito nel giugno del 1940, le sue responsabilità nella fallimentare guerra di Grecia, e poi la nomina a capo del governo il 25 luglio 1943, l'armistizio dell'8  settembre, la mancata difesa di Roma, la sua annosa rivalità con Rodolfo Graziani divenuto capo militare della R.S.I., il suo inserimento senza che mai venisse processato nella lista dei criminali di guerra dell'O.N.U. su richiesta dell'Etiopia...
Dimessosi da capo del governo l'8 giugno 1944 in favore di Ivanoe Bonomi e dichiarato decaduto dalla carica di Senatore dall'Alta Corte di Giustizia nel 1946, sarebbe morto per un attacco di asma cardiaca nella natia Grazzano dieci anni dopo, dopo aver destinato la casa avita per metà ad asilo infantile e per metà a museo: ora di essa è proprietaria la Fondazione Pietro Badoglio.
Ai suoi funerali parteciparono rappresentanti del Governo e di tutte le Istituzioni, con tanto di Onori Militari.

2. LA GUERRA CONTRO L'AUSTRIA-UNGHERIA 





I PRIMI DUE ANNI DI GUERRA

Dopo oltre due anni di guerra, iniziata il 24 maggio 1915 e voluta a tutti i costi dal conservatore Antonio Salandra contro la volontà del suo mentore Giovanni Giolitti, suo predecessore a capo del governo, la situazione al settembre 1917 per gli austriaci era quasi catastrofica.

Antonio Salandra
(Troia, 13 agosto 1853- Roma, 9 dicembre 1931)

Da sempre sulla difensiva, le truppe austriache si erano tuttavia avvantaggiate del fatto che il confine aveva un'orografia assai sfavorevole alle truppe italiane, soprattutto ad ovest, nel Trentino, tanto da poter presidiare quest'ultimo in gran parte solo con ridotte truppe territoriali del posto: il piano strategico italiano si era quindi indirizzato alla conquista del settore più orientale, quello confinante con l'attuale Slovenia, teatro appunto delle ripetute battaglie sul fiume Isonzo e sull'altopiano del Carso, con il mantenimento invece di un atteggiamento difensivo sul fronte trentino.





Svetozar Boroevic von Bojna
(Kostajnika, 10 dicembre 1856-
Klagenfurt, 23 maggio 1920)
Cadorna aveva iniziato le ostilità sinceramente convinto di arrivare a Trieste da lì a tre mesi ed a Lubiana poco tempo più in là, ma si era sbagliato di grosso.
In quello che si era rivelato il più difficile dei fronti di quella guerra spaventosa, tutto ambientato in alta quota, con gli austro-ungarici saldamente abbarbicati sulle cime trentine e delle Alpi orientali, difendersi era ben più semplice che attaccare, così le ripetute spallate offensive italiane, cui ci eravamo formalmente impegnati con le altre Potenze dell'Intesa al fine di tenere impegnato il maggior numero possibile di soldati austro-ungarici, si erano tutte risolte in bagni di sangue terribili, con pochi guadagni territoriali significativi, sicuramente esigui rispetto alle enormi perdite subite.
Nonostante l'ottima guida di un valoroso comandante serbo ortodosso, il Generale di fanteria Svetozar Boroevic Barone di von Bojna, "Il Leone dell'Isonzo", gli austro-ungarici erano arrivati tuttavia ad un punto quasi di rottura, anche perché a causa delle sanguinose campagne in Galizia e nei Balcani il nemico disponeva di un buon 40% di effettivi in meno, per lo più tratti direttamente dagli eserciti territoriali, austriaco (Landwehr) ed ungherese (Honvédség), più un buon numero di battaglioni imperial-regi (Kaiserlich und KoeniglichK.u.K.) trentini e tirolesi Landsturm, composti con veterani tra i 34 ed i 55 anni.

LA BATTAGLIA DEGLI ALTIPIANI

Consapevole di questo, il Feldmaresciallo Franz Conrad Freiherr von Hotzendorf, Capo di Stato Maggiore austro-ungarico, un fiero nemico personale dell'Italia, da lui considerata con la Serbia la principale responsabile del declino asburgico, aveva voluto nel 1916 l'imponente "Fruhjahrsoffensive" (Offensiva di primavera), conosciuta in Italia anche col nome probabilmente posticcio e sicuramente non ufficiale di  "Strafexpedition" (Spedizione punitiva), nonostante l'aperta contrarietà dell'alleato tedesco, impelagato nel macello di Verdun sul fronte occidentale ed assolutamente ostile ad avventurismi bellici su un fronte che riteneva secondario. 


Franz Conrad von Hotzendorf
(Vienna, 11 novembre 1852-
Bad Mergentheim, 25 agosto 1925)
Conrad, dopo aver fatto affluire dal settore balcanico forti contingenti di Kaiserjaeger (i fedelissimi cacciatori imperiali, gli alpini austriaci, reclutati nell'Alto Tirolo, per un buon 38-40% di origine italiana), attaccò con due armate appoggiate dal fuoco di circa 2.000 pezzi d'artiglieria, l'XI° del Conte Viktor Dankl von Krasnik (con l'VIII° C.A. di Viktor von Scheunchenstuel, con le divisioni di fanteria 57° e 58°, il XX° dell'Arciduca Ereditario Carlo d'Asburgo, con la 3° e l'8° Kaiserjaeger, il III° di Josef Krautwald von Annau, con la 6° e la 28° divisione di fanteria e la 22° Landesschutzen, ed il XVIII° di Karl Kritek, con la 18° e la 48° più la 181° brigata di fanteria), ed a seguire la III° di Hermann Kovess von Kovesshaza (con il I° C.A. di Karl von Kirchbacht, con la 10°, la 34° e la 43° divisione Landeschutzen, ed il XXI° Honved di Kasimir von Lutggendorf, con la 44° Landeschutzen e la 2° e l'8° brigata autonome di fanteria).
Lo scopo era arrivare a Padova e Venezia attraversando gli altipiani vicentini presidiati dalla I° Armata del Tenente Generale Roberto Brusati, tagliando fuori sull'Isonzo la II° di Frugoni e la III° di Emanuele Filiberto e sull'Alto Bellunese ed il Trentino orientale la IV° di Nicolis di Robilant.
Nella gigantesca Battaglia degli Altipiani, svoltasi tra il 15 maggio ed il 26 giugno 1916, il nemico non era tuttavia riuscito a prevalere, nonostante la perdita di insigni patrioti dell'irridentismo italiano quali Cesare Battisti, Fabio Filzi, Damiano Chiesa, Nazario Sauro, tutti catturati e condannati a morte perché cittadini austriaci sorpresi in armi in divisa italiana contro il loro Imperatore (sulla cattura, il processo e la morte di Cesare Battisti v. http://www.ladige.it/blogs/lanterna-magica/2015/07/08/cesare-battisti-ecco-come-and-processo).

La battaglia degli Altipiani
Nonostante Cadorna avesse ordinato a Brusati un atteggiamento più prudenziale e difensivo (il 24 marzo da Londra gli intimò: "Per nessun motivo truppe dovranno lasciarsi trascinare da resistenza su posizioni avanzate, ma eventuale ripiegamento dovrà farsi tempestivamente affinché truppe conservino efficienza per difendere linea principale"), il secondo non solo non se ne era dato per inteso, ma, pur confermando il 6 aprile un rilevante concentramento di artiglierie e carriaggi nemici nella regione degli Altipiani asiaghesi ed in misura inferiore nelle  valli Lagarina e Sugana, qualche giorno prima era nel frattempo lui stesso passato all'offensiva, conseguendo anche qualche parziale successo locale, fidandosi pienamente delle opere di difesa da lui fatte apprestare a protezione del suo schieramento.
Così al momento dell'inizio della poderosa azione austriaca la sua I° Armata, colpevolmente colta in proiezione troppo avanzata, era stata letteralmente spazzata via dalle truppe di Dankl, che dopo essere penetrate in Valsugana fino ad Ospedaletto ed in Val Lagarina e Val D'Astico fino a Zugna Torta, Pozzacchio e Col Santo erano arrivate ad occupare Asiago, Gallio ed Arsiero, punto più avanzato dell'offensiva.
Roberto Brusati
(Milano, 3 luglio 1850-
Santa Margherita Ligure, 23 novembre 1935)
Qui erano state fermate dalla vigorosa resistenza italiana, orchestrata con freddezza da Cadorna, irrorata da nuove classi di leva e dall'entrata in linea tra Vicenza e Treviso come riserva del Comando Supremo di una nuova armata, la V°, destinata a proteggere la Pianura Padana, affidata a Pietro Frugoni, nel frattempo sostituito dal parigrado Settimio Piacentini alla testa della II° Armata, e costituita da nuovi battaglioni provenienti dal fronte isontino, dall'Albania e persino dalla Libia.
Era stato un elegante modo per Cadorna di disfarsi dell'odiato Frugoni (nel corso della Quarta battaglia dell'Isonzo l'aveva ufficialmente accusato di trascuratezza nell'esercizio del suo comando, e dopo la sua puntuta replica pure di metterne in dubbio le proprie strategie), completato poi con la sua messa a riposo d'autorità motivata con la "grave perdita di prestigio nell'ambiente militare e di quella fiducia che è indispensabile per chi deve reggere un così alto comando in guerra" (v. https://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Frugoni).

Guglielmo Pecori Giraldi
(Borgo S. Lorenzo, 18 maggio 1856-
Firenze, 15 febbraio 1941)
Peggior fine ancora avrebbe avuto Roberto Brusati, che non solo sarebbe stato destituito l'8 maggio 1916 (sette giorni prima dell'attacco nemico!) e collocato a riposo dal Consiglio dei Ministri il 25 maggio successivo, ma addirittura deferito alla Corte Marziale per tradimento (!), sia pure senza esito (e d'altronde nel dopoguerra, al contrario di Frugoni, il poveraccio sarebbe stato addirittura riabilitato).
Al suo posto venne chiamato il pur criticato Tenente Generale Conte Guglielmo Pecori Giraldi, reduce da non buone prove in Libia, che l'1 giugno avviò la controffensiva italiana.
Grazie ad essa fu possibile riconquistare gran parte del territorio perduto, anche perché l'offensiva sempre in Galizia del Generale russo Aleksej Brusilov, anticipata al 4 giugno su richiesta diretta di Vittorio Emanuele allo Zar, aveva costretto l'Arciduca Eugenio d'Asburgo-Teschen, responsabile dell'attacco asburgico, a rimandare su quel fronte gran parte delle truppe, costringendo così a fermare l'iniziativa ed a ripiegare nuovamente sul Tirolo, lungo una linea Zugna-Monte Pasubio-Monte Majo-Val Posina-Monte Cimone-Val D'Astico-Val d'Assa fino a Roana-Monte Mosciagh-Monte Zebio-Monte Colombara-Ortigara.

Nell'immane scontro, nel quale si erano contrapposti tra l'Adige ed il Brenta oltre un milione di uomini, entrambe le parti avevano subito perdite terribili (gli italiani 15.453 morti, 76.642 feriti, 55.635 prigionieri e dispersi; gli austro-ungarici 10.203 caduti, 45.651 feriti e 26.961 tra prigionieri e dispersi). 
(V. http://www.esercito.difesa.it/storia/pagine/battaglia-altipiani.aspx e https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_degli_Altipiani)

IL PRIMO ATTACCO COI GAS IN ITALIA



Anche la V° Armata dell'Isonzo di Boroevic restava tremendamente combattiva, come attestò il primo attacco coi gas sul suolo italiano, effettuato nel settore di Doberdò del Lago (GO), sui sette chilometri di fronte da Quota 275 del Monte San Michele a Castelnuovo, da due divisioni ungheresi K.U. Honved del VII° C.A. dell'Arciduca Giuseppe, Principe d'Ungheria e Boemia.

Subito dopo il rilascio nell'atmosfera, tra le 5,15 e le 5,30 di mattina del 29 giugno 1916, col vento favorevole di due metri al secondo, di una micidiale miscela vescicante-asfissiante di cloro  (80%) e fosgene (20%), contenuta ad alta pressione in 3.000 bombole d'acciaio da 50 chili, effettuato dal battaglione speciale zappatori agli ordini  del capitano G. Owen, addestrato in Germania, appena arrivato da Lubiana ed aggregato alla 33° brigata della 17° divisione del Feldmaresciallo Karl Gelb Edler von Siegesstern, quest'ultima e la 20° del Maggior Generale Géza Lukachich von Somorja, precedute da gruppi d'assalto muniti di maschere antigas, si scagliarono rispettivamente contro la 21° divisione italiana del Tenente Generale Alfonso Marchetti (brigata Pisa e I° e III° battaglione del 10° Regina), schierata tra San Martino del Carso e Quota 197 (Bosco Cappuccio), presso Castelnuovo, e la 22° del parigrado Francesco Dabala (brigate Brescia, col I°/19° ed il II°/20°, e Ferrara, con il I° ed il II° battaglione del 48°), posizionata tra Monte San Michele e Sdraussina, entrambe pressoché disarmate di fronte all'arma chimica perché disponevano di maschere utili solo contro il cloro.

L'attacco, preceduto da un breve bombardamento d'artiglieria su Sagrado, Peteano e Sdraussina (dal 1923 chiamata Poggio Terza Armata), doveva consentire il passaggio degli ungheresi sull'altra riva dell'Isonzo per far cessare la pressione italiana sull'intero settore goriziano, ma venne prima tamponato e poi definitivamente respinto dopo circa 24 ore di battaglia grazie al pronto arrivo dalle immediate retrovie dei rincalzi in particolare della brigata Regina, inviati dal suo comandante, il Maggior Generale Emilio Sailer, peraltro aiutati anche dal vento, che disperse il gas sospingendolo addirittura verso le linee avversarie.  
Nella lotta si distinsero in particolare i battaglioni superstiti del 48° Ferrara e del 10° Regina, esposti in prima linea e particolarmente decimati dal gas, che dopo lo sfondamento nemico su tutto quel ristretto fronte riuscirono a bloccare sul posto gli ungheresi per poi contrattaccare con successo insieme coi reggimenti gemelli 47° e 9° e gli altri rincalzi, incitati dal colonnello Asclepia Gandolfo, comandante del 10°, colmi d'indignazione dopo aver visto il nemico finire i soldati agonizzanti con le mazze ferrate! 
Il 9° ed il 10° Regina ed il 47° ed il 48° Ferrara sarebbero stati decorati con la medaglia d'oro al valore, il 29° ed il 30° Pisa ed il 19° e 20° Brescia con la medaglia d'argento.
Il capitano Arturo Pannilunghi, morto quattro giorni dopo in ospedale, ed il tenente Paolo Capasso, entrambi del 30° Pisa, si sarebbero guadagnati la medaglia d'oro alla memoria.

Gli italiani persero circa 12.000 uomini, dei quali ben 2.700 (tra cui 100 ufficiali) caduti a causa del gas e 3.998 (98 ufficiali) rimasti intossicati (circa metà poi deceduti): il solo 10° fanteria ebbe 34 ufficiali morti e 14 feriti, con 1.286 morti, 170 dispersi  e 162 feriti tra i "gregari"; la Pisa 31 morti, 51 feriti ed un disperso tra gli ufficiali, 426 morti, 171 feriti e 933 dispersi tra i soldati di truppa; la Brescia circa 1.200 uomini fuori combattimento, di cui 32 ufficiali;  il 48° Ferrara 25 ufficiali e circa 1.000 uomini di truppa.
Gli ungheresi persero 23 ufficiali e 1.549 soldati (250 morti totali per il loro stesso gas), ed ebbero circa 1.500 intossicati, oltre a poco più di 500 uomini fatti prigionieri proprio dal 10° Regina (403) e dal 48° Ferrara (un centinaio circa).

Il grande Giuseppe Ungaretti, soldato del 19° Brescia, presente in prima linea fino a solo due giorni prima, pensando ai suoi commilitoni caduti sul San Michele avrebbe scritto quello stesso 29 giugno: 
"Pensavo: non ci sono più foglie sul monte, né cicale, né grilli; e c'è rimasta la mia morte, viva".
(V. http://www.itinerarigrandeguerra.it/L-Attacco-Chimico-Col-Fosgene-Sul-Monte-San-Michelehttp://www.storiaememoriadibologna.it/lazione-austriaca-coi-gas-venefici-sul-monte-san-m-139-eventohttp://isonzofront.altervista.org/leggi_articoli.php?id=10&cat=articolihttp://www.voceisontina.eu/Cultura/100-anni-fa-la-tragedia-dei-gas-sul-San-Michelehttp://www.archiviostoricodalmolin.com/reparti-austroungarici/http://ilpiccolo.gelocal.it/trieste/cronaca/2013/06/28/news/cosi-settemila-soldati-italiani-morirono-soffocati-dai-gas-1.7335790).

BOSELLI, SUCCESSORE DI SALANDRA, DICHIARA GUERRA ALLA GERMANIA

Paolo Boselli
(Savona, 8 giugno 1838-
Roma, 10 marzo 1932)
La battaglia degli Altipiani, nonostante lo scampato pericolo, ebbe comunque forti ripercussioni politiche in Italia, dove il Presidente del Consiglio Antonio Salandra, intenzionato a licenziare Cadorna, venne contro ogni pronostico affossato il 10 giugno da un voto di sfiducia alla camera e sostituito da Paolo Boselli, che formò un governo di unità nazionale e confermò il Generalissimo, chiamando su suo suggerimento all'incarico di Ministro della Guerra il Generale Giardino, in sostituzione del collega Paolo Morrone.

Sarebbe stato proprio Boselli a dichiarare formalmente guerra alla Germania il 27 agosto 1916 a seguito della conquista di Gorizia al termine della Sesta battaglia dell'Isonzo, nel corso della quale era caduto nelle trincee di Sablici, presso Monfalcone, la medaglia d'oro alla memoria Enrico Toti, arruolato direttamente per ordine del Re in forma speciale tra i bersaglieri (III° battaglione ciclisti del 3° reggimento) con un apposito provvedimento ad personam nonostante l'uomo fosse privo di una gamba, persa quando lavorava come meccanico ferroviere.

L'eroica morte di EnricoToti descritta
dalla Domenica del Corriere
Questo il testo della dichiarazione di guerra:
"Gli atti di ostilità da parte del Governo germanico verso l'Italia si succedono sempre più frequenti. Basti accennare alle numerose persistenti prestazioni di armi e di strumenti bellici di terra e di mare fatte dalla Germania all'Austria-Ungheria; alla partecipazione costante di ufficiali, soldati e marinai germanici nelle varie operazioni di guerra contro l'Italia. Solamente grazie all'assistenza prodigata dalla Germania sotto le forme più diverse l'Austria-Ungheria poté recentemente concentrare il suo massimo sforzo contro l'Italia. Si aggiungano: la riconsegna fatta dal governo germanico al nostro nemico dei prigionieri italiani evasi dai campi di concentramento austro-germanici e rifugiatisi in territorio tedesco; l'invito diramato agli istituti di credito ed ai banchieri tedeschi, per iniziativa del Dipartimento imperiale degli Affari Esteri, di considerare ogni cittadino italiano come uno straniero nemico, sospendendo ogni pagamento dovutogli; la sospensione del pagamento agli operai italiani delle pensioni dovute in seguito a formale disposizione della legge germanica. Sono questi altrettanti elementi rivelatori delle reali disposizioni sistematicamente ostili che animano il Governo imperiale verso l'Italia. Non è ulteriormente tollerabile da parte del Regio Governo un tale stato di cose che aggrava a tutto danno dell'Italia quel profondo contrasto tra la situazione di fatto e la situazione di diritto già risultante dall'alleanza dell'Italia o della Germania con due gruppi di Stati in guerra fra loro. Per le ragioni più sopra enunciate il Governo italiano dichiara, in nome di S.M. il Re, che l'Italia si considera, a partire dal 28 corrente, in stato di guerra con la Germania e prega il Governo Federale Svizzero di voler portare quanto precede, a conoscenza del Governo imperiale Germanico".
3. LE ULTIME CARNEFICINE PRIMA DI CAPORETTO

IL NUOVO IMPERATORE CARLO ESAUTORA CONRAD

Le perdite degli austro-ungarici erano state fino a quel momento certo inferiori a quelle italiane, ma pesavano assai di più perché non erano rimpiazzabili, ed inoltre l'immediata ripresa dell'iniziativa da parte degli italiani sull'Isonzo e sul Carso (anche su richiesta degli alleati) ne aveva imposte di altre.
Gli austriaci erano destinati ormai a cedere, senza il soccorso dei tedeschi.


Francesco Giuseppe I° sul letto di morte
(Schonbrunn, Vienna, 18 agosto 1830- Schonbrunn, 21 novembre 1916)
Il nuovo Imperatore, il 29enne Carlo I° d'Austria, succeduto al prozio Francesco Giuseppe morto 86enne il 21 novembre 1916, colse la palla al balzo per destituire l'1 marzo 1917 Conrad von Hotzendorf, da cui lo dividevano tra l'altro profonde differenze di tipo religioso ed esistenziale (Carlo religiosissimo e di carattere mite, tanto da essere proclamato Beato nel 2004 da Papa Giovanni Paolo II°, il sanguigno generale ateo, sposato con una donna già divorziata e seguace del darwinismo sociale), pur nominandolo Graf (Conte), dopo averlo elevato al grado di Feldmaresciallo e messo al comando dell'XI° Armata del Trentino. 
Oltre a questo, decise di spostare anche il Quartier Generale da Teschen, l'odierna Cieszyn in Polonia, di fatto ad un'oretta di macchina da quello tedesco di Pless, ora Psgczyna, nell'Alta Slesia polacca, a Baden, a soli 35 km a sud-ovest da Vienna, alla quale era collegata persino con una linea tramviaria elettrica!

Arz Arthur von Straussenburg
(Sibiu, 16 giugno 1857-
Budapest, 1 giugno 1935)
Il motivo era che Carlo (ed il suo scaltro ministro degli esteri, il boemo Conte Ottokar Czernin von und zu Chudenitz) volevano riprendere il controllo pieno dell'esercito, senza nessuno che gli facesse ombra, ed affermare al contempo una maggiore autonomia dell'Austria-Ungheria dalla Germania, così a sostituire Conrad venne chiamato un fedelissimo dell'Imperatore, il Colonnello Generale Arthur Arz von Straussenburg, ottimamente distintosi al comando del VI° Corpo d'Armata in Galizia e della I° Armata in Romania.
Carlo lo nominò anche suo Aiutante di Campo, il che significava che il Generale lo avrebbe sempre dovuto seguire passo passo in tutti i suoi spostamenti, e lo apprezzava per il suo voluto distacco dalla politica, il desiderio di apparire il meno possibile ed il suo modo affabile e brillante, quasi scanzonato di parlare con la stessa nonchalance a tutti i suoi interlocutori, dai soldati semplici ai generali, il che lo rendeva uomo particolarmente portato alle pubbliche relazioni, al contrario del suo più arcigno predecessore.
Questo certo contribuiva a far dimenticare al cattolicissimo e pio Carlo come Arz non fosse veramente austriaco ma fosse formalmente un cittadino del Regno d'Ungheria, seconda costola dell'Impero alla pari coll'Impero d'Austria, perché nato a Hermannstadt, ora la romena Sibiu, in Transilvania, e per di più figlio di un pastore evangelico discendente come tanti che ivi risiedevano da coloni arrivati qualche secolo prima dalla Sassonia: insomma, non un cattolico austriaco ma di fatto un protestante ungherese di origine prussiana e quindi legatissimo al mondo tedesco, come tutti coloro che vivono in territori lontani da quelli aviti!


August von Cramon
(Pawlau, Alta Slesia, 7 aprile 1861-
..., 19 ottobre 1940)
Immagine tratta da
http://prussianmachine.com/aka/cramon.htm
La scelta di Carlo però non sarebbe in realtà piaciuta al Generale August von Cramon, Plenipotenziario del Comando Supremo tedesco presso il Quartier Generale austro-ungarico: come avrebbe scritto nelle sue memorie (citate da Alessandro Barbero, cit.), pur apprezzando le capacità professionali e le doti umane di Arz, lui per primo riteneva che un comandante in capo così ostentatamente distaccato dalla politica e tutto dedito solo alla causa dell'esercito non potesse che contribuire ad accelerare il distacco di sé stesso e delle sue armate dal mondo reale e quindi dal paese, e la cosa lo indisponeva tanto più considerando come Arz von Straussenburg fosse appunto legatissimo al mondo tedesco e personalmente fautore di una più stretta sinergia con l'alleato, riconoscendo la superiorità del suo esercito, ma soprattutto ammettendo che a furia di batoste prima o poi l'Austria-Ungheria sarebbe stata costretta a chiedere aiuto al più potente ed ingombrante vicino!

LA DECIMA BATTAGLIA DELL'ISONZO

Una nuova, sanguinosissima spallata, passata alla storia con il nome di Decima battaglia dell'Isonzo, pensata addirittura su tre fasi successive per disarticolare completamente le forze nemiche sfruttando l'enorme superiorità numerica e la difficoltà per Boroevic di rimpiazzare le perdite, aveva impegnato tra il 12 maggio ed il 5 giugno 1917 un totale di 38 divisioni italiane (10 delle quali di riserva a disposizione del Comando Supremo), su 480 battaglioni con 3.800 cannoni, contro 17 divisioni austro-ungariche su 210 battaglioni con 1.400 cannoni.


Un pezzo italiano da 305 in caricamento


La prima fase si era aperta alle 4,00 di mattina del 12 maggio con un pesantissimo bombardamento da parte di 2.300 cannoni e 1.000 bombarde iniziato dal Monte Sabotino (che l'ora tenente colonnello Gavotti aveva riempito di fortificazioni in galleria, con ben 42 piazzole nascoste di pezzi da 105), ed a cui per la prima volta avevano preso parte alcune batterie britanniche.
Finito il cannoneggiamento, dopo la bellezza di un milione di colpi sparati (!), la 60° divisione (brigate Avellino e Firenze), la 19° (Udine), la 53° (Teramo e Girgenti), l'11° (Messina e Cuneo),  l'8° (Forlì) e la 10° (Campobasso) del nuovo Comando della Zona di Gorizia assegnato a Capello (II° C.A. del Tenente Generale Luca Montuori, sulla zona di Plava, VI° del parigrado Antonio Gatti, dal Monte Santo al Bosco Panovizza (Panovec) ed VIII° di Francesco Saverio Grazioli, da qui al torrente Vertoibizza, Vrtojbica)  si scagliarono quello stesso giorno sulle alture a nord-est della città, quelle più meridionali del Monte Santo, del San Gabriele, del San Marco, del Santa Caterina e del San Daniele e quelle più a nord dei monti Kuk, Kobilek e Vodice, con l'intento di sfondare nella Bainsizza (Banjsiçe), un altopiano calcareo boscoso inospitale e privo di comunicazioni della Slovenia Occidentale a nord-est di Gorizia, confinante a sud-est con la selva di Tarnova (Trnovo), fino a quel momento mai interessato dalle operazioni belliche e quindi scarsamente presidiato.
Il 14 maggio partì la seconda fase, con un attacco diversivo verso il Vallone del Carso, in direzione di Jamiano verso il Monte Hermada, condotto dalla III° Armata del Duca di Savoia-Aosta Emanuele Filiberto, in particolare dalle due divisioni dell'XI° C.A. del Tenente Generale Giuseppe Pennella, la 21° (brigate Pisa e  Regina) e la  22° (Brescia e Ferrara), con l'intento di distogliere eventuali rinforzi del nemico diretti dal Carso verso il settore goriziano: sin dall'inizio l'azione si rivelò difficoltosissima, con parecchie perdite, rendendo necessario l'intervento nella notte del 15 della 47° divisione bersaglieri del Tenente Generale Gustavo Fara, che passando dall'altra parte dell'Isonzo costituì una importante testa di ponte nel saliente di Loga (Log), a Bodres (Bodreç), catturando ben 400 prigionieri.

Le divisioni di Capello per qualche giorno erano riuscite ad avanzare abbastanza in profondità su tutti i settori interessati dall'attacco.
I due reggimenti 95° e 96° della brigata Udine del Maggior Generale Gherardo Pantano (decorato con l'Ordine Militare di Savoia) erano riusciti di slancio a penetrare in profondità sino alla testata del Vallone di Paljevo e occupare prima la Quota 363 e poi soprattutto la contesissima Quota 383 (Monte Pricinza, in sloveno Prizniça), nei pressi di Plava, un piccolo villaggio vicino a Canale d'Isonzo (Kanal ob Soçi), sulla riva sinistra del fiume.
Era stata per gli italiani una bellissima iniezione di morale, perché quella piccola altura (soprannominata dagli sloveni "Butlige Kote", la quota insanguinata) era rimasta fino a quel momento inespugnata nonostante due anni di inutili offensive costate migliaia di morti, in particolare di soldati delle brigate Ravenna e Forlì letteralmente fatte a pezzi nel corso delle prime tre battaglie dell'Isonzo: la Udine l'avrebbe conquistata al prezzo di 2.000 uomini di truppa e 100 ufficiali caduti, dispersi o feriti, dopo un furioso scontro finale durato diverse ore contro un battaglione nemico appollaiato su posizioni fortificatissime sulla cima, catturando 438 prigionieri (di cui 10 ufficiali), un cannone, due lanciabombe e 7 mitragliatrici.
La brigata venne citata nel bollettino n. 733 del 27 maggio ed a guerra finita entrambi i reggimenti sarebbero stati decorati per quello ed altri episodi di valore successivi con la medaglia d'argento: tra i due dopoguerra gli italiani avrebbero chiamato quel colle col nome di Poggio Montanari, in onore del Maggior Generale Carlo Montanari, medaglia d'oro alla memoria, comandante della Forlì caduto il 4 novembre 1915 al termine della Terza battaglia dell'Isonzo.

A seguito anche di quel successo, il 17 maggio ad oriente di Gorizia la brigata Messina del Maggior Generale Giacomo Ferrari (con la perdita di 1.317 gregari e 54 ufficiali), insieme con l'8° fanteria della Cuneo di Badoglio (che dal 16 al 22 maggio avrebbe perso in totale 1.270 uomini tra cui 33 ufficiali) avevano preso Quota 174 a nord di Tivoli, catturando 1.000 prigionieri e molto materiale bellico.
Contemporaneamente la Firenze del Maggior Generale Giuseppe Viora aveva occupato lo sperone di Quota 535 presso il Monte Kuk addossato a Plava, con la perdita di 60 ufficiali e 1.788 uomini di truppa, mentre la sorella Avellino del parigrado Antonino Cascino (il primo ad entrare a Gorizia nel 1916, alla testa di quella brigata, composta interamente da soldati siciliani come lui, che era di Piazza Armerina), superato sin dal 14 lo sbarramento di Sagora (Zagora), aveva completato con la perdita di 2.331 uomini di truppa e 117 ufficiali la conquista dei fortini di Zagomila, spingendosi fino a Quota 592 prima e Quota 524 poi del Vodice, per poi essere finalmente sostituita in linea dalla subentrata Elba.
Grazie all'azione di queste brigate, tutte citate dal bollettino n. 722 del 16 maggio, era stata aperta la strada il giorno dopo alle due della valorosissima 53° divisione del Generale Maurizio Ferrante Gonzaga (che rincontreremo spesso): la Girgenti del colonnello brigadiere Temistocle Franceschi (che sarebbe caduto l'1 giugno), pur perdendo 105 ufficiali e 3.248 gregari, e la Teramo del Brigadiere Generale Luigi Basso (con la messa fuori combattimento di 96 ufficiali, tra cui proprio il ferito Basso, e 2.221 gregari), con il determinante apporto del VI° Gruppo alpino (i due battaglioni Aosta e Monte Levanna del 4° reggimento alpini, che avrebbero perso in totale 41 ufficiali e oltre 900 gregari), avevano così potuto occupare anche l'intera dorsale montuosa tra il Kuk (612 m) ed il Vodice (651 m), con la cattura su quest'ultima cima dell'intero presidio nemico di 384 uomini e 16 ufficiali, rendendo a questo punto inutile la testa di ponte di Bodres, che veniva ritirata nella notte del 19.
Quasi tutti i reparti impegnati in queste azioni sarebbero stati decorati dopo la guerra.

Gli italiani, che stavano cominciando a fare i conti con un grave problema di carenza di munizionamento per le artiglierie (tanto che Cadorna il 17 maggio aveva stabilito che "l'impiego delle artiglierie si dovesse ritenere in massima vietato su tutta la fronte, ove non fossero in corso nostre azioni offensive o difensive"), non sarebbero però più riusciti a superare l'impavida resistenza del caposaldo fortificato del Monte Santo, la cui cima, su cui insistevano le rovine del vecchio convento edificato dopo l'apparizione della Madonna nel 1539, sarebbe stata più volte presa e puntualmente ripersa.
Nel vano tentativo di conquistarlo tra il 14 ed il 15 maggio erano caduti ben 1.517 uomini di truppa e 36 ufficiali dei due reggimenti 229° e 230° della brigata Campobasso del Brigadiere Generale Angelo Battaglia, anche se il successivo 20 maggio la Forlì del colonnello Emilio Cecchi, che nella sola giornata precedente aveva comunque perso oltre 1.300 uomini di truppa e 30 ufficiali, riuscì a prendere almeno il tratto di trincea Zagorje-Dol, facendo meritare ad entrambi i suoi reggimenti 43° e 44° la medaglia di bronzo al valor militare.

Gli attacchi italiani sul fronte goriziano erano andati lentamente scemando, ma proprio in quel momento scattò la terza fase dell'offensiva, ad opera stavolta della III° Armata di Emanuele Filiberto, appoggiata anche dalle artiglierie di Capello: alle 16,00 del 23 maggio un poderoso bombardamento aereo preparò infatti un assalto in massa di tre corpi d'armata, e cioè l'XI°, schierato dal Vipacco a Castagnevizze (Kostanjeviça na Krasu), il XIII° di Emilio Sailer, da Castagnevizze a Quota 208 sud, presso Bonetti di Doberdò, ed il VII° di Adolfo Tettoni, da tale quota al mare, con obiettivi l'intero Carso ed in particolare i capisaldi nemici di Dosso Fàiti (Fàitji Hribe della linea Trstely-Monte Hermada (Grmada).
Proprio il caposaldo del Monte Hermada (ad onta del nome altisonante un modesto rilevo di soli 323 metri) era il vero scopo strategico dell'intera offensiva, perché con la sua conquista si apriva un'autentica autostrada verso Trieste.

Nonostante gli italiani continuassero ad avanzare, la resistenza nemica si era fatta via via più forte, tanto che il 29 maggio la battaglia entrò in una fase di stanca ed il fronte sembrò stabilizzarsi, con la III° Armata ormai in possesso dell'intero settore a est di Monfalcone: a sinistra con l'XI° C.A. l'area tra Opacchiasella (Opatje Selo) ed il Dosso Fàiti; al centro col XIII° quella tra Jamiano (Jamlje), Boscomalo (Hudi Log), Castagnevizze; a destra col VII° il Flondar fino alle pendici dell'Hermada e le alture a ovest di Medeazza fino alla foce del Timavo, punto più meridionale raggiunto sino a quel momento dal Regio Esercito, grazie ai famosi "Lupi" della brigata Toscana del Maggior Generale Giuseppe Breschi (con entrambi i suoi reggimenti 77° e 78° premiati con la medaglia d'oro al valore).
Stampa austriaca raffigurante gli scontri del 2 giugno 1917 sul San Marco di Gorizia








Sin dalla sera del 3 giugno l'arrivo di cinque divisioni austro-ungariche provenienti dalla Galizia avrebbe però completamente mutato gli equilibri: preannunciato da un brevissimo bombardamento di soli quaranta minuti, un improvviso contrattacco diversivo all'alba del 4 giugno su Castagnevizze e Fàiti, solo temporaneamente fermato nel primo caso dalle brigate Pallanza, Barletta e Bisagno della  4° divisione e nel secondo dalle due brigate Tevere e Massa Carrara della 58°, ben presto si estese a tutto il Carso fino al mare nel tentativo di colpire i punti di giunzione tra la 16° e la 20° divisione a nord e tra quest'ultima e la 45° a sud: il cedimento alle 6,20 di mattina sulla destra della 20° divisione di due battaglioni del 71° Puglie, attaccati da forze preponderanti discendenti dall'Hermada, con la perdita delle Quote 135, 110 e 43, portò così alla cattura di numerosi reparti italiani appartenenti alle brigate Puglie, Verona e Ancona ricoverati per sfuggire al bombardamento nei due tunnel sul Flondar della ferrovia Monfalcone-Trieste tra Dosso Giulio e San Giovanni di  Duino.
Così, mentre il 245° Siracusa della 16° divisione teneva più a nord, il 246° invece su Quota 146 veniva accerchiato ed interamente catturato, ed un'altra colonna nemica proseguendo sulla strada adriatica in direzione di Monfalcone sorprendeva alle 8,00 l'85° Verona della 45°  divisione schierato presso lo sbarramento stradale alle foci del Timavo, costringendolo ad una fuga precipitosa con gravi perdite tra morti, feriti e prigionieri.
Il VII° C.A., colto di sorpresa, si impegnava troppo tardi, quando tutto il settore del Fàiti era ormai andato perduto, ma al centro le brigate Arezzo della 45° divisione e Granatieri della 33° fianco a fianco con le due Bari e Siena della 61° contrattaccavano e lottando anche alla baionetta riuscivano a fermare la spinta nemica, mentre sul fianco sinistro si distinguevano anche la Murge della 16° e la sopravvenuta Barletta della 28°, ma nonostante il coraggio ed il valore dimostrati da questi reparti (i due reggimenti 225° e 226° della Arezzo, così come i due 1° e 2° della Granatieri, sarebbero stati decorati con la medaglia d'oro al valore, il 139° Bari con quella d'argento) era ormai inevitabile l'abbandono anche delle posizioni di Versic e Jamiano, fino a quel momento tenute saldamente sotto i ripetuti assalti austro-ungarici, da parte del XXIII° C.A. di Diaz subentrato al XIII° ed alla 61° divisione.

Il 6 giugno i combattimenti andarono spegnendosi un po' dappertutto: in sole 72 ore Boroevic era riuscito così a riconquistare quasi tutto il territorio perso in precedenza, compreso il paese di Flondar e la gran parte di ciò che nei giorni precedenti era stato preso dagli italiani nel Basso Isonzo.
Questi ultimi così alla fine avevano conseguito solo il possesso della dorsale Kuk di Plava-Vodice, che dominava sia sull'Isonzo che sulla Bainsizza, oltre che di Quota 383, la Fornaza e la linea del Flondar, ma tutto questo era costato loro un totale di ben 13.524 caduti, 73.898 feriti e 24.472 dispersi, oltre a 27.000 prigionieri, ed agli austro-ungarici un totale di 76.000 uomini, di cui 7.300 caduti, 45.000 feriti e 23.400 prigionieri.
Cadorna sarebbe stato sconvolto dal gran numero di prigionieri catturati dal nemico e soprattutto dall'atteggiamento di quelle brigate, come la Puglie, la Verona e l'Ancona, fuggite scompostamente o arresesi quasi senza combattere davanti al nemico.
Ormai la sua idiosincrasia per le idee rivoluzionarie, socialiste e antimilitariste diffuse soprattutto in regioni come l'Emilia, la Romagna, la Toscana, la Lombardia e la Sicilia stava raggiungendo l'acme.
Così avrebbe scritto il 6 giugno al Presidente del Consiglio Boselli:
"(...) Dalle informazioni che finora ho avuto dal comando della 3a Armata, risulterebbe che la massima parte dei catturati appartiene a tre reggimenti di fanteria, composti in prevalenza di siciliani (...)". A questo punto bisogna "(...) stroncare l'opera  dei più pericolosi agitatori con misure energiche ed immediate alle sorgenti stesse da cui emana".
LA BATTAGLIA DELL'ORTIGARA



Tra il 10 ed il 29 giugno 1917 si sarebbe svolta sull'Altopiano di Asiago, detto anche dei Sette Comuni, un'altra ferocissima offensiva, prevista originariamente come immediata risposta italiana alla Strafexpedition ma rinviata di ben un anno rispetto alle intenzioni originarie e su un settore del tutto diverso. 
Lì erano di presidio le truppe del III° C.A. austro-ungarico del General der Infanterie Joseph Ritter Krautwald  von Annau, appartenenti all'XI° Armata del GeneralOberst (Colonnello Generale) Viktor von Scheuchenstuel:

Josef Krautwald von Annau
(Vienna, 1 ottobre 1858-
Bratislava, Slovacchia, 13 aprile 1925)
- nella Val d'Assa, compresa tra la parte terminale della Val d'Astico e Roana, era posizionato il gruppo al comando del colonnello brigadiere Rudolf Vidossich (5 battaglioni);

- da Roana al Monte Colombara (1828 m) la 22° divisione austriaca da montagna K.K. Landwehr Kaiserschutzen (ex Landesschutzen) del Maggior Generale Rudolf Muller (11 battaglioni);

- da qui al ciglio settentrionale dell'altopiano la 6° divisione stiriana (Graz) K.u.K. di fanteria del Luogotenente Feldmaresciallo Artur Friedrich Edler von Mecenseffy (17 battaglioni);

- di seguito la 18° K.u.K. slovena (Mostar) del Maggior Generale Julius Vidalè von San Martino (7 battaglioni).

Di riserva erano infine 6 battaglioni e mezzo d'assalto dell'XI° Armata.
In totale erano circa 48 battaglioni, col supporto di 400 pezzi di artiglieria ben posizionati su tutte le cime del complesso montuoso e ben 400 mitragliatrici.


Ettore Mambretti
(Binasco, MI, 5 gennaio 1859-
Roma, 12 novembre 1948)

Di fronte a loro era schierata l'intera VI° Armata del Tenente Generale Ettore Mambretti, un alto ufficiale di per sé estremamente valoroso ma circondato da un imbarazzante alone di diffidenza in tutto l'esercito per una certa fama di jettatore (comprovata anche dall'epistolario di Cadorna) che qualche rovescio militare subito in carriera non aveva fatto che far lievitare...
Cadorna personalmente a certe superstizioni non credeva per niente, ma non essendo stupido né cieco si era perfettamente reso conto che quella brutta nomea cominciava ad essere deleteria per il morale dell'esercito.

Preparata con larghezza di mezzi e di uomini e per la prima volta con un supporto pianificato dell'arma aerea, l'offensiva avrebbe coinvolto 9 divisioni appartenenti a 4 corpi di armata, e prevedeva tre distinte azioni: 

- il XX° C.A. del Tenente Generale Luca Montuori (29° e 52° divisione) ed il XXII° C.A. del parigrado Ettore Negri di Lamporo (57°, 25°, 13°, con la 27° in posizione defilata di retroguardia), distesi lungo un fronte di 14 chilometri che andava da Cima Caldiera alla Val d'Assa fino al limitare del paese di Camporovere, dovevano effettuare l'azione principale, il primo a  nord-ovest dell'altopiano sui monti Ortigara (2105 m) e Forno (1911 m), il secondo contro le posizioni nemiche di sud-ovest, tra lo Zebio (1717 m) ed il Mosciagh (1556 m);

- il XXVI° C.A. del Tenente Generale Augusto Fabbri (12° e 30° divisione) doveva affiancare al contempo con un'azione concorrente il XXII° a sinistra, attaccando direttamente il caposaldo meridionale del nemico sul Monte Rasta, a ridosso di Camporovere, che insieme con quello di Monte Interrotto (1412 m) proteggeva l'accesso al Mosciagh;

- ed infine il XVIII° C.A. del Tenente Generale Donato Etna (quasi sicuramente figlio illegittimo di Vittorio Emanuele II°), con a disposizione però una sola divisione, la 51°, doveva tenere impegnato il nemico con un attacco sussidiario dimostrativo in Valsugana, che poi sarebbe dovuto sfociare se tutto fosse filato liscio nell'assalto al Monte Civeron (1032 m), proprio ai piedi dell'Ortigara, per creare un collegamento col XX° una volta che questo avesse conquistato quella cima.

Si trattava di quasi 300.000 uomini (la metà appartenenti al XX° C.A.), con 114 battaglioni di fanteria, 22 di alpini, 18 di bersaglieri e 10 del genio, più reparti indivisionati di mitraglieri e genieri, i servizi e le artiglierie: ben 1.504 bocche da fuoco italiane (29 grossi calibri, 474 medi, 450 piccoli, 551 bombarde), integrate da aliquote di due batterie ferroviarie da 320 mm ed una di 6 pezzi da 190 inviate dalla Francia ed in parte servite da personale senegalese, con una densità di un pezzo ogni 9 metri, la più alta mai vista finora sul fronte italiano, quasi analoga a quella dell'offensiva di Nivelle sul fronte occidentale di un mese prima.
Una (s)proporzione di forze di 3 a 1 a favore degli italiani, eppure...

Il problema era che le truppe italiane incaricate dell'attacco su tutte quelle cime dovevano concentrarsi insieme e poi scendere dalle pendici di Cima Caldiera (2124 m) e del Monte Lozze (1959 m), attraversare allo scoperto tutta quella pericolosissima "terra di nessuno" compresa tra il Vallone dell'Agnellizza e la Pozza dell'Agnellizza e successivamente risalire sulle cime 2003, 2101 (Cima Le Pozze per gli austriaci) e 2105 saldamente presidiate dal nemico, tutto questo sotto il tiro continuo di tutte le artiglierie avversarie schierate ad arco su Cima Undici (Cima delle Pozze, 2229 m), Cima Dodici (2336 m), Castelnuovo (Cima Dieci, 2215 m) ed Ortigara e capaci di battere da nord-ovest ogni singolo metro di quel percorso, con i grossi calibri in Valsugana ed i pezzi da montagna su tutte le vette.

Viktor von Scheuchenstuel
(Witkowitz, Moravia, 10 maggio 1857-
Vienna, 17 aprile 1938)
L'offensiva, com'era d'altronde prevedibile, nonostante si dispiegasse su 14 chilometri di fronte si sarebbe di fatto risolta purtroppo in un feroce scontro su un arco spaziale di soli 2, circoscritto al solo massiccio dell'Ortigara, e sarebbe terminata in un colossale fallimento, per di più con un enorme dispendio di vite umane, anche per la superficialità diciamo ingenua con cui fu architettata e poi condotta, lasciandone pressoché immutati i piani originari messi giù un anno prima nonostante gli austriaci avessero rafforzato le loro posizioni lungo tutto il corso del torrente Assa, all'estremità orientale dell'altopiano, attraverso i monti Rasta (1214 m), Zebio, Colombara, Forno, Chiesa (2061 m), Campigoletti (2052 m) e Ortigara, ed apprestato anche numerosi campi di mine, nidi di mitragliatrice, piazzole di artiglieria, ricoveri e gallerie in caverna sul pianoro dove insistevano Cima Dodici e l'Ortigara, proprio i principali obiettivi dell'attacco.
Non solo, ma nonostante si sapesse pure benissimo che il nemico da tempo era venuto a conoscenza persino del nome dato all'attacco dagli italiani, quello di "Operazione K" (nel Carso capitò che dalle prime linee nemiche sfottessero le vicine trincee italiane esponendo cartelli con la scritta "Ma quando comincia l'operazione K?"), i nostri Alti Comandi non trovarono di meglio che escogitare un solo, geniale rimedio: cambiarne il nome in "Ipotesi Difensiva Uno" lasciando immutato tutto il resto...

L'azione principale era affidata:
a nord, in direzione dell'Ortigara e del Monte Forno, alla 29° divisione del Tenente Generale Enrico Caviglia (brigate Arno, Grosseto e Pesaro, 3° reggimento Piemonte) ed alla 52° alpina del Maggior Generale Angelo Como Dagna Sabina, costituita da ben 18 battaglioni alpini del XX° C.A.;
a sud, verso Quota 1626 di Monte Zebio e Monte Rotondo, alle divisioni di fanteria 13° del Maggior Generale Roberto Bassino (Catania, Veneto e 4° Piemonte), 25° del parigrado Amos Del Mancino (Sassari e Piacenza) e 57° del Tenente Generale Arcangelo Scotti (con la sola brigata Porto Maurizio) del XXII° C.A.
L'azione concorrente sulla sinistra del settore del XXII° era invece assegnata alle brigate Cremona (30° divisione) e Casale (12°) del XXVI° C.A.


L'attacco doveva partire il 9 giugno, ma lo scoppio prematuro alle 17,00 del giorno 8 davanti al Caposaldo A di fronte alla Lunetta del Monte Zebio (Quota 1603) di una mina (tra i 1.000 ed i 4.000 chili di esplosivo) che doveva invece esplodere al termine del bombardamento preparatorio sotto i trinceramenti austriaci per favorire l'assalto di due battaglioni del 145° Catania della  13° divisione,  forse a causa di un fulmine che colpì i circuiti di accensione non bene interrati, aveva causato il crollo di una parete rocciosa di 7 metri ed un cratere di 35 di diametro, portando alla morte di ben 180 uomini tra fanti e genieri, tra cui 13 ufficiali del 145° presenti sul posto in ricognizione (altri 9 furono feriti), e persino di 35 uomini del presidio nemico!
Questa fatalità, che aveva richiesto persino una tregua d'armi per poter disseppellire gli sventurati travolti dall'esplosione (solo due furono recuperati ancora vivi!), unita al tempo veramente bruttissimo, aveva portato al rinvio di un giorno dell'attacco ed aveva ulteriormente messo sul chi va là il nemico, che già da più di un mese aveva notato l'irrobustimento del XX° C.A., con l'afflusso in zona di diversi battaglioni alpini, la costruzione di alcuni osservatori di artiglieria e l'avvenuta macellazione di poco più di un migliaio di capi di bestiame.
"L'avvenimento fu considerato come un cattivo presagio", avrebbe scritto nel suo romanzo "Un anno sull'altopiano" il noto scrittore, polemista e politico sardo Emilio Lussu, allora tenente della Sassari, attribuendolo però all'iniziativa austriaca...
I malumori sulla fama di Mambretti, nota a tutto l'esercito, aumentavano...

Ma ormai tutto era pronto per l'azione.
Alle 5,00 di mattina del 10 giugno  tutte le artiglierie italiane aprirono il fuoco, annunciando l'inizio della grossa offensiva.
Il bombardamento continuò implacabile per dieci ore, salva una pausa di un'ora e mezza tra le 11,00 e le 12,30 per verificare l'apertura dei varchi nei reticolati nemici, ma purtroppo non avrebbe avuto quasi alcun effetto contro le postazioni difensive in galleria predisposte dal nemico, anche perché, avrebbe rilevato il Generale Di Giorgio, l'artiglieria avrebbe dovuto concentrarsi sul settore nord, quello Campigoletti-Ortigara che portava a Cima Portule (2310 m), il vero obiettivo dell'attacco, piuttosto che disperdersi su un fronte più ampio che comprendeva anche il quadrante sud, dove erano presenti i trinceramenti in galleria così ben fortificati e muniti di numerosissime mitragliatrici...
Tra l'altro, le trincee nemiche erano così vicine a quelle italiane che nonostante fossero state predisposte accuratissime tabelle di tiro, con un preciso scaglionamento progressivo dei colpi in avanti affidato settore per settore a diverse batterie, venne purtroppo duramente cannoneggiata pure la brigata Sassari della 25° divisione, il cui 151° reggimento in particolare ebbe per questo molte perdite: solo quattro compagnie di questa formidabile unità poterono così lanciarsi, come previsto, all'attacco del Monte Zebio!
Quest'episodio, di cui si venne a sapere solo molto tempo dopo ma non appare comunque nelle pubblicazioni ufficiali, è citato anch'esso nelle pagine da 194 a 201 nel libro di Lussu ed è presente pure nel film che ne fu tratto nel 1970, "Uomini contro" (di cui parleremo alla fine).
Ovviamente l'accaduto non poteva che far aumentare i mugugni...






Così, anche per l'inclemenza del tempo (a parte la nebbia c'era una forte pioggia battente che a quelle altezze si trasformava in gelido nevischio) l'attacco, scattato alle 15,00 del pomeriggio, apparve sin da subito ai limiti dell'impossibile.
A farne le spese sarebbe stata soprattutto la formidabile 52° divisione alpina, lanciatasi decisa incontro al nemico divisa in due colonne, una al comando del colonnello brigadiere Jacopo Cornaro (I° Raggruppamento alpino, col I° Gruppo del tenente colonnello Achille Porta ed il II° del colonnello Adolfo Gazagne), l'altra agli ordini del Maggior Generale Antonino Di Giorgio (IV° Raggruppamento alpino, con l'VIII° Gruppo del colonnello Ottorino Ragni ed il IX° Gruppo  del colonnello Pirio Stringa).

Immagine tratta da http://www.valgame.eu/trincee/files/cronasia17.htm


Mentre intervenivano dall'aria a più riprese ben 141 aerei italiani (32 bombardieri Caproni, 53 ricognitori e 56 caccia, di cui uno sarebbe andato perduto e 20 tornati indietro per la nebbia), le truppe  si lanciarono all'attacco, paradossalmente favorite in alcuni punti dalla fitta nebbia, che ne nascose l'avvicinamento.
Sul settore sud del fronte principale, con obiettivi il Monte Forno e successivamente la Forcelletta di Galmarara, si scagliarono le truppe della 29°, 13° e 25° divisione, con gli arditi e la brigata Arno sulla cima (Quota 1508), la Pesaro su Casera Zebio Pastorile (Quota 1706), la Catania sulla cima dello Zebio (Quota 1717), la Sassari su Quota 1626, la Piacenza sul Monte Rotondo (Quota 1476) e la Veneto su Quota 1603, trovando però sin dall'inizio una ferocissima resistenza nelle numerose postazioni di mitragliatrici predisposte dal 27° reggimento stiriano di fanteria "Albert I Konig der Belgier" di Graz e da elementi del formidabile 2° reggimento bosniaco di Banja Luka appartenenti all'11° brigata della 6° divisione di Mecenseffy.

Mentre nell'azione concorrente, scattata all'unisono con quella principale, a ovest del Monte Rasta la brigata Cremona (30° divisione) e ad est la Porto Maurizio (57° divisione) s'infrangevano senza scampo contro i reticolati nemici, rimasti praticamente intatti, con la Casale (12° divisione) che si limitava dal canto suo ad effettuare rischiose ma estemporanee puntate esplorative fino all'Assa, accadeva che, sul Monte Rotondo, più  a nord, l'esplosione di una mina italiana alle 15,05 non sortisse l'effetto sperato, consentendo ai difensori di arginare l'impeto della Piacenza, mentre sulla sua destra la valorosissima Sassari, pur riuscendo a sfondare in un primo momento le linee nemiche tra Quota 1626 e 1476, era costretta di nuovo a ripiegare dopo alcune ore dopo aver respinto ben tre contrattacchi nemici con impetuosi scontri alla baionetta.
Infine, sul Forno anche il I° battaglione del 213° Arno, dopo esser riuscito con difficoltà a raggiungere con le sue avanguardie la piccola selletta tra le due sommità, sfruttando un ampio varco creato dalle artiglierie italiane sulle pendici orientali, veniva facilmente sopraffatto dalle truppe nemiche uscite al contrattacco dal versante opposto dopo esser rimasto isolato per l'intervento di una batteria austriaca sul Colombara che concentrò il suo tiro sul resto della brigata alle sue spalle.
Artur Friedrich Edler von Mecenseffy
(Vienna, 23 giugno 1865-
Campo Gallina, Asiago, 6 ottobre 1917)

Al contrario, le cose sembravano andar meglio sul fronte più settentrionale, dove le due colonne alpine Cornaro (I° Gruppo, battaglioni Valtellina, Vestone e Stelvio, e II° Gruppo, Bicocca, Ceva, Mondovì, Tanaro e Val Stura) e Di Giorgio (prima ondata col IX° Gruppo, battaglioni Bassano, Sette Comuni, Baldo e Verona; seconda con  l'VIII° Gruppo, Monte Clapier, Valle Arroscia, Val d'Ellero e Monte Mercantour) a costo di perdite spaventose riuscivano piano piano a penetrare nel Passo dell'Agnella attraverso l'omonimo Vallone (detto da quel momento il "Vallone della morte") ed a superare la linea fortificata  Mecenseffy, per poi accingersi a scalare i rispettivi obiettivi, favoriti dalla fittissima nebbia, suddividendo i loro battaglioni in tre direzioni.

Sulla sinistra l'intera colonna Cornaro riusciva a strappare al 7° battaglione Feldjaeger col Mondovì supportato dal Ceva e dallo Stura il Corno della Segala (1952 m), anticamera del Monte Chiesa difeso dal fortissimo 17° reggimento sloveno di fanteria "Kronprinz" al comando del colonnello Hugo von Thurmau della 12° brigata, e coi battaglioni Vestone e Bicocca la prima linea del Costone dei Ponari: le perdite per tutti quei battaglioni erano ingentissime, e si aggravavano ancor di più nel tentativo non riuscito di raggiungere le pendici del Campigoletti, al termine del quale, alle 17,00, finivano praticamente decimati sia il Bicocca che soprattutto il Mondovì (che ebbe il comandante gravemente ferito, i tre comandanti di compagnia morti e la gran parte degli altri ufficiali morti o feriti).

Sulla destra, la colonna Di Giorgio riusciva a prendere col Bassano Quota 2003, difesa dal 20° battaglione Feldjaeger e dal 3° battaglione del 37° reggimento dalmata "Gravosa", catturando anche 300 prigionieri e qualche mitragliatrice.
Il Bassano, pur rimasto privo del suo comandante, di tutti quelli delle tre compagnie e dei nove plotoni, di slancio prendeva anche Quota 2101, presidiata dal 3° battaglione del 59° fanteria salisburghese "Erzherzog Rainer", ma qui riusciva a tenere il ritorno in forze del nemico solo grazie al tempestivo soccorso dei battaglioni Baldo, Ellero e Clapier.

Al centro, molte erano invece le difficoltà che incontrava la colonna Di Giorgio nell'assalto diretto a Quota 2105 dell'Ortigara, dove il battaglione Sette Comuni, avanzato fino a quel momento quasi indisturbato fino alla cima, fu tradito dal diradarsi della nebbia che lo lasciò totalmente allo scoperto davanti ai reticolati nemici rimasti assolutamente intatti: la furiosissima reazione delle mitragliatrici di due battaglioni, il 23° Feldjaeger ed il 4° del 14° reggimento "Ernst Ludwig Grossherzog von Hessen und bei Rhein" di Linz, lo costrinse così ad un disordinato ripiegamento su posizioni più riparate, dove venne a sua volta raggiunto dal Verona e successivamente dagli altri due Valle Arroscia e Mercantour.

Si cominciava già a delineare quello che sarebbe stato chiamato il "Calvario degli Alpini". 
Il Generale Aldo Cabiati, Sottocapo di Stato Maggiore del XX° C.A., avrebbe detto in seguito:
"Alla sera dello stesso giorno 10 l'insuccesso dell'impresa era già delineato e i comandi se ne resero chiaro conto, inquantoché il possesso anche di tutto il massiccio dell'Ortigara avrebbe potuto servire ottimamente, ma solo ed esclusivamente come trampolino per una ulteriore avanzata verso i preordinati obiettivi".
Le rilevantissime perdite già subite quel giorno, ben 6.752 tra morti, feriti e dispersi (di cui  2.585 della sola 52° divisione e 645 della 29°), il persistere dell'intensissimo maltempo e lo stallo delle operazioni in quota avevano così indotto la mattina dell'11 sia Mambretti che Montuori a sospendere le operazioni per tre giorni per rinforzare le proprie linee: tra il ripiegare su posizioni meglio difendibili e più vicine alle proprie linee e persistere nell'attacco con ancor maggior forza e vigore per impedire al nemico di rifiatare quella era la classica soluzione di compromesso che non serviva a nulla e semmai aggravava i problemi, tanto che il comandante della 52° Como Dagna Sabina, coi suoi uomini così ben proiettati all'offensiva sull'Ortigara, non era d'accordo e chiese di poter insistere all'attacco.

Gli fu concesso di inviare dalle sue riserve il battaglione Monte Saccarello sul Costone dei Ponari ed il Val Dora a supporto dell'attacco all'Ortigara e soprattutto di ordinare al Tirano ed al Monte Spluga, giunti su Cima delle Pozze (Quota 2101) per far rifiatare soprattutto il decimato Bassano, di attaccare il Passo di Val Caldiera (2024 m).
Dalle 12,00 alle 16,00 del giorno 11 così di nuovo entrarono in azione le nostre artiglierie, ma stavolta l'attacco condotto dallo Spluga e da una compagnia del Tirano fu respinto, pur ad un tanto così dal conquistare il passo.
Le perdite per la 52° divisione intanto avevano però superato già le 3.100 unità.

Dopo tre giorni di sostanziale "inerzia guerreggiata", per così dire, il giorno 15 gli austriaci diedero vita al primo serio contrattacco, cui venne dato il nome di "Operazione Anna", col fine di riprendere il controllo da Quota 2101 al Passo dell'Agnella, il cui possesso da parte degli italiani tagliava trasversalmente l'orlo settentrionale dell'altopiano ed impediva il collegamento tra la 6° e la 18° divisione austro-ungariche, mettendo a serio rischio l'intero Ortigara.
Ad effettuare l'attacco dovevano essere tre battaglioni e mezzo  al comando dell'esperto tenente colonnello Baszel giunto appositamente dalla Val Sugana, tutti schierati ad ampio semicerchio tra Quota 2107 e Quota 2060, il 2° ed il 4°/14°, il 3°/59° e due compagnie d'assalto tratte da elementi scelti del 14°, del 17° e del 59° reggimento.
A contrastarli avrebbero trovato i battaglioni alpini Tirano e Spluga, che avevano appena dato il cambio agli stremati Ellero e Clapier, nonché tutti quelli della brigata Piemonte appena entrata in linea, disposti su Cima delle Pozze (Quota 2101).
Nonostante la fretta con cui era stato progettato l'attacco, molta cura da parte degli Alti Comandi austriaci era stata data all'equipaggiamento dei loro uomini, segno chiaro della loro determinazione: ogni compagnia disponeva infatti di pistole lanciarazzi di segnalazione con le necessarie munizioni, mentre gli assaltatori avevano a testa un sacco viveri con due razioni di riserva, una coperta, 6 sacchi da terra, 150 cartucce, 6 bombe a mano, elmetto d'acciaio, maschera antigas e pinze tagliafili per allargare i varchi aperti dall'artiglieria; infine, ad alimentare costantemente l'attacco dovevano essere colonne di portatori muniti di 300 cartucce e 10 bombe a mano!

Alle 2,00 di notte un poderoso fuoco d'artiglieria annunciò l'assalto, partito trenta minuti dopo: la prima ondata fu terribile ed apparentemente inarrestabile sulle prime, nonostante la feroce opposizione dei nidi di mitragliatrici FIAT italiani, ma dopo che i battaglioni nemici, fattisi strada tra i reticolati quasi del tutto divelti dal tiro d'annientamento dei loro cannoni erano riusciti ad arrivare su Quota 2071 un immediato disperato contrattacco degli alpini li ributtò indietro alle posizioni di partenza, costringendo a chiedere con i razzi di segnalazione un nuovo intervento dell'artiglieria, iniziato alle 3,30.
Dopo soli dieci minuti il fuoco cessò e l'assalto riprese, ma ancora una volta venne respinto, con somma fatica, dopo un primo momento di sbandamento costato nuovamente agli italiani per pochi minuti la perdita della cima.
La battaglia era tutt'altro che finita: c'era il tempo infatti per un terzo assalto degli uomini di Baszel, ma ormai troppa era la stanchezza accumulata, e troppe le perdite subite, per cui anch'esso falliva di nuovo, in maniera stavolta più netta dei precedenti, tanto che gli italiani cercavano addirittura il colpaccio, avanzando a loro volta verso il Passo di Val Caldiera e Quota 2107, ma stavolta erano loro a doversi ritirare in disordine, presi d'infilata dai lati e di fronte dalle Schwarzlose austriache, così dopo qualche sporadico altro scambio di colpi lo scontro finalmente finiva, quando ormai cominciava ad albeggiare, con un sanguinosissimo nulla di fatto, costato la perdita di 600 uomini agli austro-ungarici e ben 1.444 agli italiani (62 ufficiali e 1.382 gregari)!

(Sull'Operazione "Anna" v. in particolare https://www.combattentiereduci.it/notizie/ortigara-15-giugno-1917-operazione-anna/)

A questo punto Mambretti, sorpreso e sconcertato da questa azione nemica e temendone di nuove, preferiva riprendere decisamente l'offensiva.
Dopo un primo tentativo effettuato il 17 dal Val Dora e respinto con gravi perdite sulla colletta dell'Ortigara, il Generale, che aveva ricevuto da Cadorna carta bianca, ordinò per il 19 l'attacco generale sull'intero massiccio, sempre però col medesimo schema, solamente adattato alla situazione sul terreno!
Sin dalle 8,00 di mattina del 18 di nuovo tornavano a tuonare le nostre artiglierie (cui rispondevano quelle nemiche), dando vita ad un bombardamento che sarebbe continuato praticamente per 25 ore senza soluzione di continuità, poi partì l'attacco.
Dapprima, sul fronte sud, la 25° divisione cercò invano di sfondare alle 14,00 e poi alle 17,45 tra Monte Rotondo e Monte Zebio, perdendo circa 800 uomini, mentre la 57° ne perse altri 787 nell'infruttuoso e reiterato assalto alle saldissime difese del Monte Resta, ma era a nord, il giorno dopo, il 19, con l'appoggio dall'aria di altri 145 apparecchi (30 Caproni, 61 caccia e 54 ricognitori), che partiva alle 6,00 di mattina l'offensiva in massa sull'intero complesso dell'Ortigara.

L'attacco falliva sia sullo Zebio, dove la 13° divisione perdeva 1.636 uomini, che sul Forno, dove la 29° ne perdeva 1.460 (tutti del 214° Arno e del 238° Grosseto, per opera soprattutto delle artiglierie nemiche), ma stavolta riusciva proprio sull'Ortigara.
Nonostante le difese nemiche di Campigoletti e Chiesa non venissero nemmeno intaccate dal nostro bombardamento, che pure aveva spianato l'intero pianoro e la vetta, la 52° divisione alpina riusciva infatti a sfondare la resistenza del nemico, pur rinforzato grazie all'arrivo del 1° battaglione del 14° fanteria e del 2° del prestigioso 4° Jaeger del Tirolo (94° brigata)andando all'attacco su tre colonne con entrambi i suoi raggruppamenti, il I° ancora con la prima colonna da sud-est su Quota 2105 ed il IV° da est con la seconda e da nord-est con la terza colonna sul Passo di Val Caldiera.
La cima dell'Ortigara cadde sotto l'attacco congiunto del Verona e del Sette Comuni sulla destra e del Saccarello e del Valtellina lungo il Costone dei Ponari, anche se il Saccarello venne praticamente annientato, tanto da essere interamente rilevato nel corso dell'azione dallo Stelvio.
Nonostante l'intero versante fosse poi occupato per intero dagli  alpini di Baldo, Dora, Bassano e Stura insieme col 9° bersaglieri appena giunto in appoggio, tuttavia, gli stanchissimi alpini non riuscirono sullo slancio a prendere il Campigoletti e quindi ad aprirsi la strada per il Pertule e per l'intero altopiano, anche se il nemico era quasi sull'orlo del tracollo, col rischio concreto di perdere le retrostanti Cime Dieci e Undici, giungendo al massimo fino all'imbocco a Quota 2060 del Passo di Val Caldera, senza riuscire ad oltrepassarla, fermati definitivamente dal tiro d'interdizione delle artiglierie nemiche, dalla stanchezza e dalle indecisioni dei comandi...

Immagine tratta da http://www.valgame.eu/trincee/files/cronasia17.htm



Alle 20,45 del 19 giugno Mambretti comunicava a Cadorna che riteneva ormai impossibile, alla luce della situazione venutasi a creare sul campo, ottenere la conquista dell'intero altopiano con ulteriori offensive di massa, e preferiva a questo punto assumere un atteggiamento difensivo su tutto il fronte ed al limite puntellare con piccole azioni mirate sull'Ortigara le posizioni italiane, dove nel frattempo altri reparti sarebbero andati a sostituire quelli impiegati nell'azione: a tal fine tre batterie d'artiglieria da montagna (per un totale di 12 pezzi) venivano trasportate a braccia a difesa di Quota 2105 ed una su 4 pezzi a Quota 2101 ed al Passo dell'Agnella.
La montagna aveva partorito il topolino, insomma.
Eppure, nemmeno questo modesto risultato sarebbe rimasto in mano agli italiani.

Timorosi di perdere definitivamente l'intero settore, nonostante fossero ancora in possesso sia della Valsugana alle spalle che di Campigoletti di fronte, gli austriaci si rivolsero al Maggior Generale Heinrich Goiginger, comandante della 6° brigata di fanteria da montagna, e questi suggerì l'effettuazione di un'operazione d'assalto su grande scala mai effettuata in Italia finora dagli austro-ungarici, cui fu dato dal suo ideatore, il tenente colonnello Adolf Sloninka von Holodow, comandante del 1° reggimento Kaiserschutzen "Trient" (Trento), il nome di "Operazione Wildbach" (Torrente).
Alle 2,30 di notte del 25 giugno, precedute da un furioso bombardamento con abbondante utilizzo anche di granate cariche a gas, le appena nate Sturmtruppen, 11 nuclei d'assalto armati di bombe a mano e lanciafiamme, si lanciarono alla riconquista di tutte le quote presidiate dagli italiani, 2003, 2071, 2101 e 2105, alla testa di due battaglioni di Kaiserschutzen, il 1° del 1° reggimento al comando del tenente colonnello Forbelski ed il 2° del 2° reggimento "Bozen" (Bolzano) agli ordini del maggiore von Buol, sbaragliando prima i tre battaglioni del 9° bersaglieri del colonnello Arturo Redaelli e i due del 10° fanteria Regina del colonnello Ugo Pizzarello di presidio a Quota 2003, poi i quattro alpini Bicocca, Bassano, Valtellina e Valle Arroscia del II° Gruppo di Gazagne schierati tra Quota 2071 e Quota 2105: i poveri alpini vennero pressoché annientati dal gas ed i superstiti furono quasi tutti catturati.
Alle 3,10, cioè solo quaranta minuti dopo, un razzo verde annunciava la riconquista della vetta da parte degli austriaci.

Nonostante la furiosa reazione quasi di pancia delle artiglierie italiane sulle cime dell'Ortigara causasse tra le file nemiche il maggior numero di vittime dall'inizio della battaglia, le ostilità sarebbero potute finire qui, ma l'ineffabile Mambretti volle incredibilmente riproporre la stessa identica azione in massa del 19 giugno!
Le condizioni fisiche, morali e tattiche dei nostri soldati però erano ora troppo diverse rispetto ad allora: così quando alle 20,00 del 28 giugno la stremata 52° divisione si mosse l'attacco fu guidato in realtà dagli ultimi reparti alpini disponibili, tenuti fino a quel momento di riserva, i battaglioni sciatori Cuneo e Marmolada, freschissimi perché tratti dalla quasi inutilizzata 51° divisione di Etna.
Mentre il resto di quella sventurata divisione si immolava nel tentativo impossibile di riconquistare il massiccio, il Cuneo riuscì non si sa come ad arrivare stentatamente fino a Quota 2003, ma qui fu costretto a fermarsi e, rimasto isolato per il mancato arrivo degli altri reparti, fermati per disposizione di Montuori alle 23,40 del 28, fu irrimediabilmente sconfitto e catturato praticamente per intero il giorno dopo, determinando la conclusione dell'offensiva.
La 52° divisione perse tra il 28 ed il 29 giugno ben 5.969 uomini, e 12.633 in tutti quei 19 giorni!

Immagine tratta da http://www.valgame.eu/trincee/files/cronasia17.htm

Tra gli italiani in totale vi furono, secondo le stime più precise, 27.079 perdite (2.865 caduti, 5.600 dispersi e 16.814 feriti, più 1.800 prigionieri comunicati dagli austriaci), mentre questi ultimi ebbero 992 caduti, 1.515 dispersi e 6.321 feriti (8.828 in totale).

Il Generale Mambretti il 20 luglio sarebbe stato destituito dal comando della VI° Armata, affidato a Donato Etna, e mandato a presidiare il confine italo-svizzero.
La VI° armata sarebbe stata sciolta a settembre, confluendo parte nella I° di Pecori Giraldi e parte nella IV° di Nicolis di Robilant.

Qualche  mese dopo la battaglia, il 6 ottobre, 18 giorni prima di Caporetto, una granata italiana sparata da Cima della Caldiera avrebbe centrato in pieno l'automobile su cui viaggiava il Generale Artur Edler von Mecenseffy mentre percorreva la "Kaiser Karl Strasse", un'importante strada militare costruita dagli austro-ungarici, in direzione di Campo Gallina, sull'Ortigara, ove aveva sede l'enorme cittadella in cui era acquartierata la sua 6° divisione di fanteria.

(V. https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_del_monte_Ortigarahttp://www.valgame.eu/trincee/files/cronasia17.htmhttp://www.lagrandeguerra.net/ggbattagliaortigara.htmlhttps://www.ana.it/2008/05/14/approfondimenti-monte-ortigara-il-calvario-degli-alpini-10-29-giugno-1917/).

LA FALLIMENTARE OFFENSIVA NIVELLE IN FRANCIA

Se le cose in Italia andavano così, non meglio andavano in Francia, dove gli alleati erano ancora intenti a leccarsi le ferite susseguite al terribile fallimento della gigantesca offensiva del Generale Robert George Nivelle, scatenata tra il 16 aprile ed il 9 maggio sull'intero fronte francese da Roye nella Somme a Reims nella Marna, con il coinvolgimento di ben 1.200.000 soldati francesi, britannici e russi, 7.000 cannoni e persino poco meno di 200 carri armati.
Nata con l'intento di annientare in 48 ore le armate tedesche  del fronte occidentale (un totale di poco meno di 500.000 uomini), soprattutto quelle trincerate a ridosso del crinale dello Chemin des Dames, quell'insensata offensiva si era tradotta invece in un gigantesco massacro (oltre 300.000 uomini e quasi tutti i carri armati da una parte, 160.000 tedeschi dall'altra) senza conseguire alcun risultato apprezzabile ed aveva portato tra le polemiche alla fine della carriera dello stesso Nivelle, sostituito da Philippe Pétain, il vincitore di Verdun, innescando anche una grave serie di ammutinamenti nell'esercito francese, tutti puniti assai severamente (v. https://it.wikipedia.org/wiki/Offensiva_Nivelle).

CADORNA FRENA GLI ARDORI DEGLI ALLEATI

In una conferenza interalleata svoltasi il 25 luglio 1917 a Parigi il generale francese Ferdinand Foch e quello inglese William Robertson chiesero pertanto a Cadorna di effettuare a breve termine due ulteriori offensive consecutive per alleggerire lo sforzo bellico sul fronte occidentale, anche perché nel frattempo la Russia era in gravissima difficoltà su quello orientale.
L'andamento delle ostilità su quel fronte inquietava però parecchio anche Cadorna, che vedeva giustamente con terrore la possibilità di un intervento tedesco in supporto degli alleati austriaci tra il Trentino e l'Isonzo e proprio per questo in tutta segretezza, come riferisce Pierluigi Romeo di Colloredo Mels nel saggio "Luigi Cadorna: Una biografia militare", aveva già fatto preparare in giugno dal suo fido collaboratore Cavallero un piano di ripiegamento generale oltre il Piave, da svolgersi nel tempo stimato di 18 giorni a partire al massimo da una settimana dall'inizio dell'offensiva nemica.
Ecco perché il Capo non si sentì di assicurare ai due alleati anglo-francesi l'effettuazione di entrambe le offensive richieste, ma solo di una, e probabilmente anche a malincuore.

(V. http://www.esercito.difesa.it/storia/pagine/m10-offensiva-isonzo.aspxhttps://it.wikipedia.org/wiki/Decima_battaglia_dell%27Isonzohttp://www.storiaememoriadibologna.it/10-battaglia-dellisonzo-111-evento)

L'UNDICESIMA BATTAGLIA DELL'ISONZO



La nuova offensiva pensata da Cadorna intendeva sciogliere tutti i nodi rimasti irrisolti di quella fallita tra maggio e giugno.
Fu così che un totale di ben 53 divisioni, più di 600 battaglioni (sugli 887 complessivi dell'intero esercito italiano), si andarono a schierare su tutto il fronte giulio dal Mrzli fino al mare, con l'appoggio di 5.300 bocche da fuoco (2.400 di medio e grosso calibro, 1.200 pezzi da campagna e 1.700 bombarde), e di tre gruppi aerei, il IV° a disposizione del Comando Supremo, che si tenne di riserva anche 8 divisioni, e gli altri due delle due armate direttamente impegnate nell'attacco, il II° a favore della II° Armata ed il I° della III°.

La II° Armata del neo comandante Capello, con l'appoggio di 2.366 cannoni e 900 bombarde e forte di sei corpi d'armata su 26 divisioni e mezza (il IV° di Cavaciocchi schierato dal Rombon a Tolmino con 3 divisioni, il XXVII° di Vanzo con 4 divisioni da lì alla sinistra della Bainsizza, il XXIV° di Caviglia con 3 divisioni rivolto contro il centro della stessa, il II° di Montuori con 3 divisioni sulla sinistra dell'Isonzo, il Kuk-Vodice ed il versante occidentale del Monte Santo, il VI° di Gatti con 2 divisioni addossato alle altre alture a nord-est di Gorizia, e l'VIII° di Grazioli con altre 3 divisioni dal San Marco al Vipacco, più altri due corpi di riserva, il XVII° ed il più arretrato XIV°, con altre otto divisioni e mezza in totale disposte su tre linee arretrate successive), doveva prendere i due altipiani, quello della Bainsizza e successivamente quello boscoso di Tarnova della Selva, vitali per consentire a Boroevic di manovrare le sue truppe, nonché le tre colline in successione che a strapiombo discendevano sull'Isonzo, pochi chilometri a nord-est di Gorizia, a sinistra il Monte Santo (Skalnica, 681 m), proprio alle spalle del Sabotino, al centro il San Gabriele (Skabrijel, 646 m) ed a destra il San Daniele (Stanijel, 553 m), al fine di penetrare nella Valle del Vipacco e spazzare via il nemico tra Gorizia ed il mare, per poi congiungersi alle truppe della III° Armata in avanzata da sud impegnate sulla linea Trstely-Hermada e spaccare in due l'intero schieramento nemico.


Immagine tratta da https://www.ladigetto.it/permalink/67927.html
La III° Armata di Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, munita di 1.200 pezzi e 800 bombarde e schierata da San Grado di Merna alle foci del Timavo con cinque corpi d'armata, per una forza equivalente a 18 divisioni (l'XI° di Pennella con quattro divisioni,  il XXV° di Ravazza con tre, il XXIII° di Diaz con tre, il XIII° di Sailer con tre ed il VII° di Tettoni con una divisione di cavalleria, una di fanteria su quattro brigate più il Corpo d'Armata A su sette brigate e tre battaglioni di bersaglieri ciclisti), doveva prendere invece a tutti i costi la piccola altura del Monte Hermada e l'altopiano di Comeno (Komen), nel cuore del Carso.
Di fronte a loro era la V° Armata austro-ungarica, ora denominata Isonzo Armee, al comando del solito Svetozar Boroevic von Bojna, con tre corpi d'armata (13 divisioni) a nord di Gorizia e due (9 divisioni) sul fronte sud, a protezione di Trieste, per una forza complessiva sui 300.000 uomini, con l'appoggio però di soli 2.200 cannoni, 3.000 in meno del nemico.
In particolare, dal Monte Nero (Krn) al Loga era schierato il XV° C.A. di Karl Scotti, da Salcano (Solkan) al Vipacco il XXIV° di Kraliczek, da qui a Corite (Korite na Krasuil XVI° di Schariczek von Reni e da Corite al mare il XXIII° di Maximilian Csicseric von Bacsany.

"SIATE LA VALANGA CHE SALE!"


Il 17 agosto tutti i nostri pezzi d'artiglieria alle 6,00 del mattino aprirono il fuoco sull'intero fronte d'attacco, compresi quelli della Regia Marina e di alcuni monitori inglesi e francesi al largo.
Dopo due giorni di terrificante bombardamento, i nostri genieri del II° e IV° battaglione del 4° pontieri, protetti dalle fiamme rosse, gli arditi della V° brigata bersaglieri, dopo essere riusciti a limitare la portata dell'Isonzo costruendo una sorta di sbarramento artificiale nei pressi di Caporetto riuscirono, tra mille difficoltà e ritardi e sotto l'intensissimo fuoco nemico, a lanciare 14 tra passerelle di legno e ponti di barche, consentendo così alle divisioni di cinque corpi d'armata di forzarne nei due giorni successivi l'attraversamento, penetrando in massa dall'altra parte: il XXVII° di Vanzo, col compito di prendere Tolmino e le prospicienti alture di Santa Maria e Santa Lucia (una variazione al piano originario espressamente voluta da Capello ed in qualche modo imposta a Cadorna!), il XXIV° di Caviglia, sulla direttrice dei monti Fratta-Sommer-Kuk, il IV° di Cavaciocchi sul Monte Rosso ed il Mrzliil II° di Montuori verso Descla e Plava, alle pendici del Monte Santo, ed il VI° di Gatti contro il San Daniele ed il San Gabriele.

Nonostante le posizioni nemiche sul Lom di Tolmino e sul Lom di Canale reggessero bravamente l'urto, costringendo il XXVII° C.A. (il cui comandante Vanzo sarebbe stato per questo di lì a poco silurato in favore di Badoglio) a sfilare sulla sinistra del XXIV° e ad attaccare le fortissime difese nemiche di Auzza (Avçe) schierate sul torrente Auzzana (Avscek), nei pressi di Cal di Canale (Kal nad Kanalom), e notevoli contrattacchi degli austro-ungarici impegnassero severamente le truppe del II° e del VI° C.A. impegnate contro le tre alture goriziane, il 20 agosto le truppe del XXIV° di Caviglia sfondavano con la 60° divisione trascinata dal 12° bersaglieri nel settore di Canale d'Isonzo, e con la 47°  divisione bersaglieri sulla tratta Fratta-Sommer.
Tra il 21 ed il 23 agosto crollavano le difese austro-ungariche di Auzza sotto gli attacchi del XXVII° C.A., ma soprattutto l'8° divisione del II° C.A. al comando del neo promosso Tenente Generale Antonino Cascino conquistava il Monte Santo, chiamato così da quando nel 1539 la Madonna era apparsa davanti ad una pastorella.
Prima di andare all'attacco, Cascino aveva urlato ai suoi uomini quello che era da tempo ormai il suo grido di battaglia: 
                                        "Siate la valanga che sale!"
Ammirato da questa vittoria, il Maestro Arturo Toscanini si sarebbe recato proprio sul Monte Santo ed avrebbe diretto varie volte tra il 25 ed il 29 agosto la banda militare suonando in faccia agli austriaci inni e canzoni patriottiche.                                                

Sul Monte Santo nel 1917, da sinistra il Generale Antonino Cascino, il Maestro Arturo Toscanini (in borghese con l'elmetto austriaco!), il tenente colonnello Baldo Rossi, il capitano Giuseppe Solaro ed il capitano Remo Guzzi 




BOROEVIC ABBANDONA LA BAINSIZZA

La caduta di Auzza e del Monte Santo portavano anche al cedimento dei capisaldi nemici di Kuk, Iesenico (Jesenice), Uolchi e Monte Cavallo, e se sull'altro versante d'attacco la III° Armata trovava una fermissima opposizione nel settore più settentrionale, con il VII° C.A. di Tettoni bloccato sulle alture di Valdirose (Rozna Dolina) e l'VIII° di Grazioli  ed il XXV° di Ravazza ricacciati indietro dopo aver occupato per breve tempo la linea Dosso Fàiti-Castagnevizze, poco più a sud invece il XXIII° di Diaz si impadroniva del settore tra Corite e Sella delle Trincee, dilagando nel Vallone di Brestovizza (Brestoviça pri Komnu), con la possibilità di ricongiungersi a breve col XIII° di Sailer arrivato addirittura a San Giovanni di Duino, già nell'immediato entroterra triestino.
A questo punto Boroevic, senza più riserve, vista anche l'entrata in linea del XVII° C.A. di Sagramoso a supporto diretto del XXVII° (ora di Badoglio), era costretto a cedere.
Pur essendo obbligato a lasciare in mano al XXIV° C.A. italiano 19.000 prigionieri (di cui 540 ufficiali), 135 cannoni, 29 bombarde e oltre 200 mitragliatrici, Boroevic ordinava l'abbandono della Bainsizza ed il ripiegamento su una linea difensiva attestata a difesa del Vallone di Chiapovano, via d'accesso al massiccio di Ternova, non solo per proteggere quest'ultimo ma anche per accorciare in qualche modo i suoi trinceramenti sul Carso e consentire di coprire meglio il settore sotto attacco della III° Armata.
Fu una scelta dolorosa ma si sarebbe rivelata quella giusta.

Diventava vitale a questo punto per il comandante austro-ungarico proteggere a tutti i costi le cime del Fàiti, dove nei giorni successivi andarono ad immolarsi ripetutamente senza risultato la 57° e la 58° divisione, e soprattutto l'Hermada, perso il quale la via per la capitale giuliana sarebbe stata spalancata per gli italiani.


(Museo del Risorgimento del Vittoriano)




Così scriveva nel suo diario il Generale Maurizio Ferrante Gonzaga, comandante della 53° divisione (XXIV° C.A.) impegnata nell'attacco avvolgente da ovest del Monte Kobilek (al quale avrebbe dedicato un romanzo pieno di fervore patriottico lo scrittore, poeta e pittore interventista Ardengo Soffici, che partecipò come tenente volontario alla battaglia):
"(...) Le fanterie avanzano, dovunque tragiche visioni di morte, di distruzione, (...) grovigli di reticolati, trincee spianate, caverne crollate divenute cripte, villaggi distrutti, armi e munizioni sparpagliate alla rinfusa (...) e cadaveri, cadaveri e ancora cadaveri".
LE OPERAZIONI SUL CARSO E SULL'HERMADA SI FERMANO

Il 23 agosto anche il Kobilek venne definitivamente occupato dalle truppe del XXIV° C.A., e nonostante le posizioni sul San Daniele ed il San Gabriele nel settore di Gorizia e sull'Hermada in quello di Trieste tenessero ancora e addirittura proprio quello stesso giorno l'attacco italiano sul Carso fosse stato ufficialmente interrotto per l'evidente impossibilità di prendere il Fàiti, tutto sembrava ormai potesse precipitare da un momento all'altro per le truppe di Vienna.
Ancora una volta, però, l'improvviso arrivo il 25 agosto in prima linea di ingenti rinforzi provenienti in tutta fretta dalla Galizia cambiò completamente lo scenario della battaglia, consentendo a Boroevic di fermare l'attacco italiano: le ostilità a partire dal giorno successivo cominciarono così man mano a scemare sempre di più per l'esaurimento fisico delle truppe attaccanti e l'enorme dispendio di munizioni da parte dell'artiglieria italiana, fino a quando, il 29 agosto, anche l'attacco sulla Bainsizza fu definitivamente sospeso.



L'Undicesima battaglia dell'Isonzo terminava quindi di fatto quel giorno, con la conquista da parte della II° Armata della Bainsizza e del Monte Santo, ma non delle altre due piccole alture a nord-est di Gorizia, il San Gabriele ed il San Daniele, ed analogo insuccesso si registrò nell'attacco da parte della III° Armata delle munitissime posizioni dell'Hermada, che rimase saldamente in mani austriache determinando anche qui la fine delle operazioni due giorni dopo, il 31 agosto.
Ma l'attacco sarebbe continuato ancora sul fronte delle alture a nord-est di Gorizia, la cui conquista era divenuta a questo punto per le 8 divisioni del II° e del VI° C.A. un punto d'onore.

SUL SAN GABRIELE GLI ARDITI FANNO, LE FANTERIE DISFANO

Sin dal 29 agosto 700 pezzi d'artiglieria di tutti i calibri avevano sparato oltre 15.000 proietti al giorno per tre giorni sul ridotto fortificato San Gabriele-Santa Caterina-San Marco-San Daniele, e dall'1 settembre intere brigate del VI° C.A. del Generale Gatti erano state fatte a pezzi nell'attacco in massa a quelle inespugnabili posizioni, senza cavare un ragno dal buco.


La Scuola d'Assalto di Sdricca di Manzano nel 1999
Fu così che, all'una di notte del 2 settembre, il giovanissimo neo tenente colonnello Bassi, promosso ufficialmente solo quattro giorni prima e responsabile della nuova scuola-caserma degli arditi di Sdricca di Manzano, venne convocato a Cormons dal Generale Capello ed incaricato di predisporre lui un attacco a quelle alture coi suoi uomini.
A disposizione Bassi aveva in quel momento due reparti d'assalto, il II° del capitano Abbondanza, ancora non sperimentato, ed il I° del capitano Maggiorino Radicati, Conte di Primeglio (appena decorato con la medaglia d'argento per essersi distinto il 19 agosto precedente sulla Bainsizza alla testa della 1° compagnia sul Monte Fratta, conquistato e tenuto per 48 ore da solo facendo 527 prigionieri, con la cattura di 8 mitragliatrici e 2 cannoni da trincea): entrambi disponevano ognuno di 735 uomini, tutti fisicamente prestanti, coraggiosi, espertissimi nella lotta corpo a corpo e nell'attacco alle postazioni nemiche di mitragliatrici, temprati al dolore ed allo sforzo fisico.
Ogni reparto disponeva di 8 mitragliatrici pesanti FIAT, 24 mitragliette Villar Perosa e due cannoni da 64/17 ed era ordinato su quattro compagnie di circa 200 uomini di cui una di complementi, a loro volta formate da quattro plotoni d'attacco (con una squadra d'assalto armata solo con 20 bombe a mano ed un pugnale a testa e tre d'attacco con bombe, pugnale e Villar Perosa, con 10.000 cartucce in totale), uno specialisti (una squadra mitraglieri con 20.000 cartucce, una guastatori ed una segnalatori) ed uno lanciafiamme: ogni squadra era comandata da un sottufficiale e divisa in più coppie affiatatissime e due arditi per plotone erano addetti al trasporto delle bombe, con 4 bisacce ognuna con 120-150 ordigni, mentre quelli non addetti alle mitragliatrici o ai lanciafiamme avevano oltre al pugnale un moschetto con 72 colpi e 4 bombe a mano.
Era una potenza di fuoco enorme, uguale se non superiore ai corrispondenti reparti tedeschi!





Recatosi all'alba del 3 a Salcano, sede del VI° C.A., Bassi effettuò una lunga, accurata e pericolosissima ricognizione del fronte, spingendosi fino al settore dell'8° divisione del Generale Cascino del II° C.A. proprio mentre questa era impegnata nell'ennesimo attacco sanguinoso e inutile a quelle vette: la linea difensiva nemica, un alveare umano scavato nella roccia di più ordini di trincee mascherate in galleria, reticolati, trappole, nidi di mitragliatrice, cannoni di trincea, lanciabombe, grossi dormitori (capaci addirittura di ospitare brigate intere!), e vari comandi, servizi, depositi di munizioni e di viveri, tutti illuminati da energia elettrica, era difesa dalle due divisioni del XXIV° C.A. austro-ungarico, la 57° del Luogotenente Feldmaresciallo Joseph Hrozny Edler (Nobile) von Bojemil, e la 58° di Zeidler von Gorz,  e poggiava sui due capisaldi avanzati di Dol a Quota 367 e di Santa Caterina a Quota 307: quest'ultima costituiva a sua volta la punta avanzata del retrostante fortilizio di San Daniele, mentre il Dol era collegato alle difese di Veliki Hrib attaccate al San Gabriele, che a sua volta si ritrovava unito con camminamenti nascosti e ben mimetizzati al caposaldo di Santa Caterina: in tal modo il cerchio difensivo si chiudeva, apparentemente invalicabile.
Bassi capì subito invece che ogni caposaldo si reggeva su quello che lo precedeva e  su quello che lo seguiva: facendo cadere il primo, gli altri sarebbero caduti tutti di conseguenza.

Alle 5,45 di mattina del 4 settembre tre compagnie di arditi armati di mitragliatrici, moschetti, pugnali e bombe a mano (4 a testa) del I° Reparto del capitano Radicati, con l'appoggio della sezione lanciafiamme del sottotenente Aimè (15 armi), andarono così all'attacco di quel sistema di capisaldi, ognuna all'avanguardia di elementi di fanteria: 

- la 3° compagnia del capitano Pedercini con 5 lanciafiamme doveva puntare il caposaldo sulla rotabile della Sella di Dol, mentre le fanterie al seguito, il II° battaglione del 115° fanteria della brigata Treviso (8° divisione, del II° C.A.) ed il III° del 213° fanteria della Arno (11° divisione, del VI°) dovevano occuparsi delle trincee (prima colonna);

- la 2° compagnia del tenente Crisanti con 10 lanciafiamme doveva dirigersi a ridosso dei roccioni del San Gabriele, mentre il I°/213° doveva puntare sulle trincee della prima linea (seconda colonna);

- la 4° complementi del tenente Stefanoni doveva puntare le trincee di prima linea del Santa Caterina, col II°/213° su quelle di immediato rincalzo (terza colonna).

Espugnati i tre capisaldi, la 3° compagnia doveva puntare sul paese di Ravnica, il II°/215° su Zagorie e la 2° e la 4° compagnia sul San Daniele.
Ma c'era l'inghippo...

Il piano originario di Bassi infatti, più o meno sul medesimo schema, prevedeva che l'assalto partisse ben prima, alle 4,00 di mattina, e che le prime due colonne fossero composte rispettivamente dal I° Reparto di Radicati e dal II° di Abbondanza, con tutte le loro compagnie, e solo la terza fiancheggiante fosse affidata ad un'intera brigata di fanteria, l'Elba del colonnello brigadiere Vittorio Tisi del VI° C.A., posta però al comando diretto di Bassi, dovendo fungere da massa di manovra dell'intera azione insieme con tutte le altre forze impegnate (una squadriglia di autoblindomitragliatrici a supporto diretto della prima colonna e due squadroni di cavalleria eventualmente impiegabili e tenuti pronti a Salcano).
Nella notte del 4 settembre però sia il comandante del VI° C.A. Gatti che Montuori del II° avevano preteso per i loro uomini l' "onore della conquista" di quelle alture!
Tutto per un paio d'ore era andato a ramengo: solo il puntiglio di Capello, che negli arditi e nelle innovative tattiche introdotte dal loro comandante credeva veramente, aveva imposto che tuttavia all'avanguardia dell'assalto vi fossero tre loro compagnie, un totale di 475 fiamme nere, circa la metà di quelle che sarebbero dovute essere, per cui Bassi era stato costretto a quell'improvviso mutamento a pochissime ore dall'inizio previsto dell'assalto!
Era una soluzione di compromesso apparentemente ragionevole, ma che invece si sarebbe rivelata, come sempre avviene con le soluzioni mezzo e mezzo, sbagliata.
E non certo per colpa di Bassi, che aveva predisposto un'azione rapidissima e letale con sole poche forze mobili e specializzate e senza il consueto fuoco di distruzione dell'artiglieria, ed ora si vedeva invece messo a capo praticamente di una normale azione di fanteria!


Come volevasi dimostrare, Bassi aveva ragione.
Sotto gli occhi compiaciuti del Re, di Cadorna, di Capello, di una missione militare alleata anglo-francese e dei giornalisti Barzini e Piva che assistevano all'azione da un osservatorio sul Monte Sabotino, le tre colonne si lanciarono all'attacco, precedute da un diluvio di fuoco da parte dell'artiglieria fino a quel momento impegnata in un apparentemente ordinario e poco convinto tiro di disturbo.
Dopo solo quaranta minuti le tre colonne degli arditi riuscirono effettivamente ad arrivare in cima alle due alture ed ai capisaldi ad esse collegati, cogliendo totalmente di sorpresa i difensori e facendo nel corso della salita persino 200 prigionieri, e poi ad entrare all'interno di quelle centinaia di gallerie fortificate, prendendole tutte una ad una, senza un solo attimo di tregua, con un valore pari alla spietatezza.
Il nemico lasciò sul terreno centinaia di uomini (tra cui il Generale Hon, comandante della 4° brigata di fanteria, ucciso col pugnale all'interno di una galleria sul San Daniele dall'ardito Colacci della 2° compagnia, rimasto mutilato anche lui di due dita dai colpi della sua pistola), e vennero catturati ben 3.127 prigionieri (tra cui un altro generale rimasto ferito e due colonnelli), 55 mitragliatrici, 26 cannoni da trincea e molti lanciabombe, ma quando alle 19,00 della sera, al prezzo di 61 caduti (tra cui il tenente Stefanoni e l'aspirante Pulzella) e di decine di feriti tra cui il tenente Crisanti, sostituito al comando della 2° compagnia dal tenente Farina, il capitano Radicati poté annunciare a Capello di essere padrone delle due cime, e di restare in attesa di consegnarle alle fanterie che li seguivano, tutti i nodi irrisolti del piano vennero al pettine.
L'attacco era stato infatti così fulmineo che i battaglioni di fanteria che seguivano gli arditi, assolutamente a digiuno di quel modo estremo di attaccare, molto semplicemente non erano riusciti a stargli dietro!

Così il risultato fu che tra gli arditi, i battaglioni della Arno e della Treviso che dovevano seguirli nell'immediato e quelli più indietro della Elba che dovevano semplicemente giungere a consolidare l'occupazione vennero a crearsi degli enormi spazi vuoti, sui quali andò a infierire con estrema e letale precisione l'artiglieria nemica, ottimamente posizionata all'interno di gallerie, perfettamente mimetizzata, inchiodando sul posto le fanterie, incurante che in mezzo ad esse vi fossero parecchi dei loro commilitoni fatti prigionieri, e tagliando fuori gli arditi, rimasti così isolati in vetta.
Sotto il pesante contrattacco in forze condotto dalle due divisioni nemiche sin dalle ore immediatamente successive, le fiamme nere, dopo aver resistito a lungo su quelle vette, sarebbero state così costrette lentamente a ritirarsi nei giorni successivi circa 100 metri più sotto, consentendo al nemico di riprendere le cime, ma nonostante i rinnovati sforzi offensivi del nostro esercito entrambe le alture sarebbero state definitivamente riconquistate per intero dagli austro-ungarici l'11 settembre, per non essere perse più.

L'eco di quest'impresa sarebbe stata comunque enorme,
anche perché venne doppiata di lì a pochi giorni, il 29 settembre, da quella del II° Reparto del capitano Abbondanza, la cui 1° compagnia (capitano Signorelli), un totale di 250 uomini suddivisi in tre colonne agli ordini rispettivamente del tenente Armando Bonanni e dei sottotenenti Lionti e Falcone (rimasti tutti e tre feriti), insieme con quella d'assalto della brigata Venezia del capitano Merlin (caduto in azione), si sarebbe resa protagonista della conquista di Quota 800 sulla Bainsizza (detta il "Fagiolo"), con la cattura di 49 ufficiali, 1.360 soldati, 28 mitragliatrici e tantissimo altro materiale, ottenendo la citazione sul bollettino del Comando Supremo del giorno dopo e soprattutto il riconoscente plauso del valoroso Generale Achille Papa comandante della 44° divisione (v. http://arditiditalia.com/storia/10-storia).

Il colonnello Bassi non mancò a questo punto di passare all'incasso, grazie all'autorevole sponda del suo pigmalione Capello, facendo prevalere presso gli Alti Comandi le sue tesi sulla necessità di considerare gli arditi un piccolo corpo d'élite altamente specializzato a disposizione direttamente dei comandi d'armata e poco spendibile nelle normali azioni delle fanterie, da cui anzi si sarebbe dovuto tenerlo ben distinto, per utilizzarlo invece secondo modalità addestrative, disciplinari e d'impiego sue proprie, certo non replicabili su larga scala, perché per favorire spirito di corpo e cameratismo la disciplina era assai meno rigida così da portare anche ad un'estrema confidenza tra soldati ed ufficiali, ed inoltre per essere sempre pronti ed in forma gli arditi godevano di un vitto migliore, dormivano in baracca e non in trincea, erano esentati dai servizi di guardia ed in azione venivano trasportati in camion, indossavano uniformi più comode col bavero aperto per essere più liberi nei movimenti e portavano uno zaino meno pesante.


Tavola di Antonio Rubino, su "La Tradotta", giornale di trincea, ottobre 1918







Durante la guerra sarebbero sorti 34 reparti d'assalto, per un totale di circa 30-35.000 uomini in totale, cui sarebbero state concesse ben 3.625 decorazioni, di cui 20 d'oro e 1.510 d'argento, con 3.145 caduti accertati e probabilmente almeno altrettanti rimasti senza nome, eppure solo fino a Caporetto le indicazioni di Bassi sarebbero state scrupolosamente seguite: la caduta del suo protettore Capello e di Cadorna, unita alla decisione del Generale Etna il 5 dicembre 1917 di chiudere la scuola e sciogliere i 27 reparti costituiti sino ad allora mantenendone solo due coi superstiti riusciti a passare il Piave (circa 1.700 su 5.000), furono il preludio alla decisione della nuova dirigenza dell'esercito di costituire ben due divisioni d'assalto, seguendo quindi un criterio totalmente differente rispetto a quello prospettato da Bassi (v. QUI).
Lo imponevano, forse, effettive necessità di campo, vista la carenza di elementi rodati e di provato valore cui affidare la difesa della linea dal Piave al Grappa, ma di sicuro non furono estranee gelosie ed invidie per quel colonnello che pretendeva di scavalcare i generali con una sorta di compagnia di ventura a sua immagine e somiglianza, considerazioni più "politiche" sull'ingestibilità a gioco lungo di questi uomini, tanto che nel dopoguerra il corpo sarebbe stato definitivamente sciolto (uno dei fattori che avrebbero portato alla nascita del Fascismo, ma mi fermo qui).

Per non sapere né leggere né scrivere, Bassi da lì a pochi mesi sarebbe stato destinato al comando di un normalissimo reggimento di fanteria, il 76° Napoli, inviato nella primavera del 1918 in Francia.
(Sull'azione degli arditi sul San Gabriele v. https://arditi-di-guerra.blogspot.it/2017/09/monte-san-gabriele-4-settembre-1917.html)

UNA DIVAGAZIONE PERSONALE

Permettetemi a questo punto una breve parentesi, una storia minima che mi riguarda personalmente, o meglio riguarda le mie origini.
Al termine della undicesima battaglia dell'Isonzo, il 9 ottobre 1917, nella zona di Corite, in quei giorni battuta insistentemente con vivace fuoco d'interdizione dalle artiglierie nemiche, era schierata la 20° divisione del XIII° C.A., con le brigate Pistoia e Barletta.
Del 137° reggimento della Barletta faceva parte un piccolo fantaccino pugliese, venuto ad arruolarsi in Italia direttamente dagli U.S.A dove era emigrato.
Alle 9,00 del mattino fu colpito da una scheggia di granata che gli causò una ampia e grave ferita all'addome.
Morì dopo qualche giorno di ricovero in ospedale e venne seppellito con altri commilitoni nella Dolina Oblunga, poi le sue spoglie vennero traslate prima al Cimitero di Sant'Elia a Redipuglia ed infine, definitivamente, al Sacrario Monumentale della medesima Redipuglia, posto esattamente di fronte al "Trincerone italiano" del Monte Sei Busi.
Purtroppo nel terzo ed ultimo di questi penosi "traslochi" il suo cognome venne trascritto erroneamente ed il suo nome di battesimo andò perduto.
Da allora riposa al Primo Gradone, Loculo 446, con il nome di Militare Albrusi 137° Fanteria.
Ma il suo nome era diverso, e l'ho scoperto solo da poco.
Si chiamava Antonio Abrusci.
Nato a Bari il 30 luglio 1884.
Ed era il mio bisnonno, il papà del mio nonno materno, Giovanni.
Il figlio avrebbe ricercato affannosamente il suo nome tra i centomila di Redipuglia, senza trovarlo mai ovviamente.
Ora che so dov'è andrò a trovarlo ed a lasciare un fiore su quel loculo dimenticato per cent'anni.
E magari a dargli una foto, se possibile, l'unica che ho del mio sfortunato bisnonno.



Ciao, nonno Antonio, senza di te io nemmeno sarei qui.
Onore a te, onore alla brigata Barletta, onore a tutti quegli uomini che hanno combattuto nella Grande Guerra.

(V. http://icadutidelcarso.blogspot.it/search/label/ABRUSCI%20Antonio)

Scusatemi questa parentesi.

GLI ITALIANI STREMATI E DISILLUSI, GLI AUSTRO-UNGARICI A PEZZI

Nonostante quindici giorni intensissimi di battaglia sulla Bainsizza ed almeno altrettanti sul San Gabriele, nonostante le perdite spaventose (oltre 160.000 italiani, con 18.974 caduti, 35.187 dispersi, 89.173 feriti, di cui circa 9.000 morti in seguito, e 20.000 prigionieri, e 120.000 austro-ungarici, con ben 20.000 caduti, 30.000 dispersi, 50.000 feriti e 20.000 prigionieri), nonostante i 4.000.000 di proietti sparati dall'artiglieria italiana (2.000.000 quelli sparati da quella nemica, che ebbe il 38% dei suoi cannoni messi fuori uso!), non solo il risultato finale era stato tutto sommato modesto, la conquista di soli 8 chilometri di territorio, ma anche le divisioni isontine erano ormai stremate fisicamente e moralmente da quelle continue offensive apparentemente senza fine e senza logica.
Di contro, però, l'Imperiale e Regio Esercito austro-ungarico era ormai a pezzi.

(V. https://it.wikipedia.org/wiki/Undicesima_battaglia_dell%27Isonzo, e http://www.storiaememoriadibologna.it/11-battaglia-dellisonzo.-la-conquista-dellaltipian-112-evento)

LA MORTE DEI GENERALI CASCINO E PAPA

Antonino Cascino
(Piazza Armerina, 14 settembre 1862-
Quisca, 29 settembre 1917)
In quei giorni non morivano però soltanto i soldati semplici.
Nel corso di un nuovo assalto al San Gabriele il Tenente Generale Antonino Cascino, il comandante dell'8° divisione vincitore del Monte Santo, sarebbe rimasto gravemente ferito il 15 settembre da una scheggia di granata alla coscia mentre era in prima linea coi suoi uomini: per rincuorare con la sua presenza la divisione, rimasta turbata dall'episodio, trascurando la ferita preferì evitare il ricovero per restare in trincea, e quando questo avvenne, a sera inoltrata, la ferita si era ormai irrimediabilmente infettata.
Sarebbe morto il 29 settembre all'ospedale di Quisca (Kojsko): gli sarebbe stata tributata la medaglia d'oro alla memoria, che si sarebbe aggiunta a quella d'argento guadagnata sul Vodice alla testa della sua amata brigata Avellino solo pochi mesi prima.
Ora riposa nella Chiesa di San Domenico, il Pantheon di Palermo.

(V. http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2017/09/28/centenario-della-morte-del-generale-cascino-eroe-amico-toscanini_rcjDSV9wSoY5uor5yIYk3H.html?refresh_ce)


Achille Papa
(Desenzano del Garda, 23 settembre 1863-
Bainsizza, 5 ottobre 1917)
Pochi giorni dopo analogo destino avrebbe conosciuto sulla Bainsizza il Maggiore Generale Achille Papa, conosciuto ed amatissimo dai suoi soldati per la straordinaria umanità e cultura, da poco subentrato ad agosto al comando della 44° divisione (V° C.A.) al posto del parigrado Andrea Graziani (che come vedremo godeva di ben altra fama), e rimasto famoso per le sue imprese alla guida della brigata Liguria nei giorni tra il 14 ed il 16 giugno del 1916 sul Monte Zovetto (che gli valsero l'Ordine Militare di Savoia) e nei mesi successivi sul Pasubio (una medaglia d'argento), compiute stando sempre in prima linea.
Proprio in una di queste occasioni, la mattina del 5 ottobre 1917, sportosi dal parapetto di una trincea per dare istruzioni su alcuni lavori di fortificazione (di cui era un grande esperto), nella da poco conquistata Quota 800 di Na Kobil (proprio il "Fagiolo" espugnato dagli arditi del II° Reparto), venne colpito in pieno torace da una pallottola esplosiva sparata da un cecchino austriaco, che dopo aver trapassato e ferito gravemente il suo aiutante maggiore Briglia gli squarciò il polmone conducendolo dopo poche ore di agonia alla morte, alle 13,30.
Anche a lui sarebbe stata concessa la medaglia d'oro alla memoria.
Le sue spoglie sono ora nel Sacrario Militare di Oslavia.

(V. http://mariavittoriaadami.blogspot.it/2014/10/achille-papa-ufficiale-tra-i-soldati.html


4. LE RIBELLIONI DELLE BRIGATE RAVENNA E CATANZARO


I SOLDATI TRATTATI DA CARNE DA CANNONE

La scena della decimazione nel film "Uomini contro" (1970)





Purtroppo l'umanità non era proprio la caratteristica dominante negli Alti Comandi, allora.
Per fare solo due esempi, Cesare De Simone riporta la testimonianza di un colonnello nel suo "L'Isonzo mormorava-Fanti e generali a Caporetto", Mursia Ed. ( pag. 260):
"Nel marzo 1916 il mio comandante di divisione, al quale riferivo per telefono le ragioni per cui una operazione ordinatami non poteva riuscire e si sarebbe avuto un macello, osservò che di carne da macello da darmi ne aveva quanta poteva abbisognarmene; risposi che facevo il colonnello non il macellaio; s'interruppe il telefono: un ordine scritto mi ordinò l'onerosa operazione."
Ed il capitano Giorgio Oreffice:
"E' dal settembre [del 1915] che la linea non si vantaggia che di pochi metri. Mentre sono in trincea presso l'osservatorio arriva un giorno il Gen. Marchetti [comandante della 21° divisione] insieme col col. Asclepia Gandolfo del 9° Fanteria. Ed al colonnello che gli mostra l'impossibilità di superare l'ostacolo dei reticolati, il Generale con una mentalità che non merita d'esser qualificata, di fronte ai soldati che ascoltano, risponde: - Superateli facendo materassi di cadaveri -."
Vedremo in seguito anche le peripezie del Generale Andrea Graziani, ma il discorso è sempre lo stesso: negli eserciti di allora, ed a maggior ragione in quello italiano, il rispetto della disciplina era dovere sacro non solo per i soldati ma anche per gli ufficiali chiamati a comandarli sul campo, e qualunque violazione delle norme del codice militare veniva punita assai severamente, per dare l'esempio.
Finita la scia retorica dell'entrata in guerra, dei "giorni radiosi" del maggio 1915, di D'Annunzio, della riconquista delle terre irredente, soprattutto a partire dal 1917 i nostri soldati, ormai al fronte da quasi due anni, impegnati sin dal primo giorno in estenuanti offensive senza apparenti risultati, cominciarono a diventare sempre più insofferenti, forse anche per la maggior facilità a diffondersi dei sentimenti antimilitaristi ed antinazionali propri di certe ideologie social-rivoluzionarie ed anarchiche come ad esempio quelle che stavano proprio in quei mesi causando lo sfacelo della Russia zarista, tanto da portare ad un incrudelirsi ulteriore delle punizioni, anche per i fatti meno gravi, e con sempre minori garanzie per gli accusati.

IN GUERRA NON SI PERDONA

Proprio alla prima metà del 1917 risalgono per esempio i due episodi più famosi, gravi e controversi di decimazione avvenuti nell'esercito italiano, a quanto pare una triste nostra esclusiva, quelli riguardanti due tra le nostre unità maggiormente distintesi fino a quel momento, la brigata Ravenna, il cui 38° reggimento aveva ottenuto la medaglia d'argento al valore per i fatti d'arme accaduti sulle alture nella riva sinistra dell'Isonzo (Monte Giove, Sogli Bianchi, Monte Seluggio) tra il 25 giugno ed il 10 luglio del 1916, e la brigata Catanzaro, i cui due reggimenti 141° e 142° avevano ottenuto rispettivamente la medaglia d'oro e quella d'argento per i combattimenti sull'Altopiano di Asiago, il San Michele, Oslavia ed il Nad Logen tra il luglio 1915 e l'agosto 1916, con il primo di essi citato espressamente nel bollettino ufficiale n. 369 del 26 maggio 1916 per un brillante contrattacco sul Monte Mosciagh nell'Altopiano di Asiago che aveva consentito di liberare due batterie italiane ormai circondate dal nemico: un episodio che sarebbe stato reso famoso anche da una copertina della Domenica del Corriere dell'11 giugno 1916 e sarebbe diventato il motto della brigata.

Cartolina reggimentale degli anni '20
Eppure, proprio nel contrattacco di quel 26 maggio 86 soldati del 141° reggimento della Catanzaro si sarebbero resi protagonisti di un primo grave episodio, uno sbandamento, quando di fronte all'assalto austriaco si dispersero nei boschi circostanti senza partecipare all'azione, ritornando al reparto solo due giorni dopo: si trattava di un reato grave secondo il codice militare e venne punito dal colonnello comandante Attilio Thermes, che ebbe per il suo atteggiamento intransigente un pubblico encomio da Cadorna e venne addirittura promosso Maggior Generale, con la fucilazione alla schiena dei quattro più alti in grado tra coloro che si erano sbandati, un sottotenente e 3 sergenti, e di altri 8 soldati estratti a sorte, i cui corpi furono poi tutti gettati in una foiba alle pendici del Monte Sprunch!
Gli altri, tutti deferiti alla corte marziale, vennero ritenuti colpevoli ma condannati solo a 2 anni perché venne riconosciuta la loro temporanea infermità mentale, tranne 7, addirittura assolti perché ritenuti estranei ai fatti.

Il 21 marzo 1917 a Savogna d'Isonzo (GO) la 7° compagnia del 38° reggimento della brigata Ravenna, inquadrata nella 7° divisione alle dipendenze dell'VIII° C.A. e reduce da ben cinque mesi continuativi al fronte, inscenò una protesta collettiva con grida e spari in aria per la decisione improvvisa degli Alti Comandi di annullare tutte le licenze e rimandare tutti gli uomini in prima linea sulle terribili trincee della Vertoibizza dopo solo cinque giorni di riposo.
Pur essendosi comunque alla fine rassegnata ad obbedire agli ordini tornando sia pur mugugnando in prima linea venne punita per volontà espressa del Tenente Generale Carlo Carignani di Novoli e di Tolve, comandante dell'VIII° C.A., con una prima fucilazione sommaria il giorno 21 di 2 poveri soldati ignari di tutto, sorpresi dai carabinieri a dormire nelle baracche, l'indomani mattina di altri 5 sorteggiati tra un numero di 20 anch'essi sorteggiati tra quelli della compagnia sotto accusa ed il giorno successivo ancora di altri 3 a seguito di sentenza di morte emanata da un tribunale speciale, oltre che con la destituzione del comandante del 38° reggimento, il tenente colonnello Giuseppe Corà, e del Maggior Generale Giuseppe Pistoni, comandante della divisione, al cui posto venne chiamato, perché procedesse con sollecitudine alle fucilazioni, il Tenente Generale Domenico Guerrini.
Non contento, il Generale Carignani per dare una lezione a quella brigata "turbolenta" pretese ed ottenne 15 giorni dopo la fucilazione di altri 18 soldati che avevano ottenuto il differimento della condanna per diserzione, facendo così salire il totale dei fucilati per l'episodio del 21 marzo a 28 uomini.

(Sulla vicenda della brigata Ravenna
v. https://it.wikipedia.org/wiki/Decimazione_della_brigata_Ravennahttp://www.notiziedalfronte.it/episodio-di-ribellione-nella-brigata-ravenna/https://www.lemarcheelagrandeguerra.it/2014/12/27/brigata-ravenna-un-caso-di-esecuzioni-sommarie/)

Ma un altro episodio forse ancora più grave avvenne la sera del 15 luglio 1917, quando i due reggimenti 141° e 142° della brigata Catanzaro del colonnello brigadiere Adolfo Danise, del VII° C.A. del Tenente Generale Adolfo Tettoni, appena arrivati a Santa Maria la Longa (UD) per un meritatissimo momento di riposo dopo 40 giorni ininterrotti sul fronte del Carso, si ribellarono alla notizia di un immediato ritorno in prima linea, sparando con tre mitragliatrici e lanciando bombe a mano contro gli alloggi degli ufficiali, uccidendone tre, e contro i carabinieri intervenuti insieme con reparti di cavalleria e di artiglieria mobile per sedare l'ammutinamento, uccidendone quattro, e furono bloccati appena prima di irrompere nella vicina villa dei Conti di Colloredo Mels con l'intenzione di ammazzare Gabriele D'Annunzio lì residente (ma in realtà non c'era), in quanto simbolo dell'interventismo.
La mattina seguente 16 soldati di entrambi i reggimenti tra quelli arrestati in flagranza di reato vennero fucilati al muro del cimitero per ordine del comandante della 45° divisione, l'ora Tenente Generale Francesco Gagliani, insieme con altri 12 sorteggiati per volontà dello stesso Tettoni tra gli uomini della 6° compagnia del 142°, ma ne furono fucilati anche altri 10 che, tradotti in prima linea sotto scorta armata, gettarono via le armi durante il tragitto, ed infine ben due mesi dopo, a settembre, gli ultimi 4, gli unici condannati a morte dalla corte marziale sui 132 rinviati a giudizio: il totale dei fucilati ammontò pertanto a ben 42 uomini!
(Sulla vicenda della brigata Catanzaro v. https://it.wikipedia.org/wiki/Rivolta_della_brigata_Catanzarohttp://pulcinella291.forumfree.it/?t=70179739http://espresso.repubblica.it/grandeguerra/index.php?page=estratto&id=655, http://www.lagrandeguerra.info/articoli.php?i=13http://www.solfano.it/canicatti/vittimecatanzaro.html)





5. LA SPOCCHIA DI BERLINO E LA DECADENZA DI VIENNA

GLI AUSTRO-UNGARICI HANNO GIÀ I PIANI PRONTI

Nonostante tutto, l'esercito austro-ungarico era ormai ridotto praticamente al collasso, per cui Arz von Straussenburg richiese all'Imperatore l'autorizzazione per chiedere aiuto al suo dirimpettaio tedesco, il gloriosissimo Feldmaresciallo Paul von Beneckendorff und von Hindenburg.
I piani erano già pronti da mesi, gli fece sapere.
L'opzione A, ideata da Conrad da almeno un anno, prevedeva un duplice attacco, prima uno diversivo dall'Isonzo e poi, trascorso qualche giorno, quello principale, dal Tirolo, nel qual caso il successo totale e la conseguente fuoriuscita dell'Italia dal conflitto erano ritenuti pressoché certi, ma ci volevano 42 divisioni, almeno una dozzina tedesche, ed erano veramente troppe rispetto a quelle disponibili.
Ma rimaneva l'opzione B, la preferita da Arz, cioè l'attacco  solo da uno di questi due settori, che poteva comunque garantire un buon successo, utile a spostare il fronte un bel po' in avanti, fino forse al Tagliamento.


Alfred Georg von Waldstatten
(Vienna, 9 novembre 1872-
Mauerbach, 12 gennaio 1952)
Il problema era però sempre il solito: dove trovare le divisioni che servivano e quale dei due settori d'attacco scegliere?
Arz aveva affidato l'incarico di verificare la fattibilità dei due piani al fidato Maggior Generale Barone Alfred Georg von Waldstatten, capo dell'Ufficio operazioni presso l'ArmeeOberKommando (A.O.K.), il Comando Superiore dell'Esercito, un autentico secchione, giunto sempre primo in tutte le scuole militari che aveva frequentato, e che proprio Carlo gli aveva segnalato per quel comando avendolo avuto come suo capo di Stato Maggiore quando da Arciduca aveva avuto il comando del XX° C.A. durante la Strafexpedition.
Il 31 luglio 1917 Waldstatten gli aveva dato il responso finale: sarebbe stato meglio attaccare dal Tirolo, ma ci volevano 20 divisioni e tre mesi di tempo di preparazione, mentre se si fosse attaccato dall'Isonzo bastavano 15 divisioni e sei settimane.
La scelta era fatta: l'Isonzo.

Il punto di sfondamento prescelto?
Dopo l'ultimissima botta presa sulla Bainsizza sia Waldstatten che von Straussenburg non avevano più dubbi anche qui: non ce n'era solo uno, ma due.




Il principale era quello di Tolmino (Tolmin, in sloveno), una benedettissima testa di ponte austro-ungarica che s'incuneava ben dentro le prime linee nemiche, tra il Monte Nero (Krn) che gli italiani avevano preso sin dai primi assalti nel 1915 e la Bainsizza che avevano appena conquistato e che doveva ancora essere preparata adeguatamente per la difesa: da qui, semplicemente seguendo il corso del fiume Isonzo (Soça), si poteva arrivare dritti dritti su Caporetto.
Ma ce n'era anche un altro, quello che passava più a monte ancora dell'imprendibile Monte Nero, a ovest, la Conca di Plezzo (Boveç), un paese nella valle dell'Alto Isonzo, posto a 434 metri di altezza, circoscritta dal fiume a sud-est, dai massicci del Rombon a nord e del Canin a ovest, e che discendendo placidamente attraverso la Stretta di Saga (Zaga) consentiva di aggirare completamente le cime su cui erano abbarbicate le prime linee italiane.
Utilizzando contemporaneamente Plezzo e Tolmino come due piattaforme di lancio e rispettivamente la Stretta di Saga e le due rive dell'Isonzo come due comodi scivoli tra le vette circostanti nei quali fare transitare le truppe, non solo le due colonne d'attacco si sarebbero protette a vicenda, ma soprattutto avrebbero tagliato fuori la prima da ovest e la seconda da est le prime due linee nemiche sui monti, che tutto s'aspettavano tranne che di essere prese alle spalle, per poi convergere verso il centro su Caporetto: una volta presa questa si sarebbe potuta attaccare di sorpresa sempre alle spalle, utilizzando alcune rotabili che gli italiani avevano nel frattempo costruito e/o migliorato, anche la terza linea italiana, dislocata sulla grande dorsale montuosa immediatamente dietro il paese e che faceva perno sui due massicci del Kolovrat più a est e del Matajur più a ovest, per poi da lì finalmente straripare attraverso le valli del Natisone (Natiza) e dello Judrio (Idrijanella ormai indifesa pianura friulana, fino a Cividale e Udine!
Ci volevano 15 divisioni almeno, circa 300.000 uomini, questo era il calcolo, ma loro a malapena potevano tirarne fuori nove: però i tedeschi avevano di riserva in Germania, pronta e disponibile, ancora una massa di manovra di otto divisioni, che intendevano nelle loro intenzioni tenere buona solo per il fronte occidentale o al limite per un'offensiva decisiva contro la Romania sul fronte orientale.

                         "Che faccio, Maestà, gliele vado a chiedere?",

più o meno sarà stata questa la domanda fatta il 25 agosto 1917 a Baden da Arz a Carlo...

AUSTRO-UNGARICI E TEDESCHI FRATELLI COLTELLI

Il problema, come rileva Barbero, è che al di là delle apparenze tedeschi e austriaci non si amavano per niente.
Già come popolo i primi non nascondevano affatto, da protestanti, il loro disprezzo per il cattolicesimo dei secondi, adeguatamente ricambiati, e li consideravano di fatto come i loro "terroni", tedeschi solo di lingua e non di spirito, meno industrializzati e più poveri, ma soprattutto immersi in una sorta di caravanserraglio di razze, lingue e culture assolutamente diversi, cosa di cui invece gli austriaci erano molto orgogliosi, ritenendosi portatori di un'Idea civilizzatrice europea di cui il loro Impero altro non era che la fedele espressione (mentre al contrario ritenevano i tedeschi rozzi, barbari e troppo supponenti), ma soprattutto a Berlino si rendevano perfettamente conto che l'Impero degli Asburgo-Lorena era entrato in piena decadenza proprio perché sconquassato dall'interno dalle molteplici rivendicazioni delle sue tante etnie, per rincorrere le quali era stato costretto a dare sempre più concessioni, e sempre più ardite, allentando ulteriormente i loro vincoli con il potere centrale, e di tutto questo il primo a farne le spese era stato proprio l'esercito.

L'Armee, questa era l'accusa tedesca, non era più quel corpo granitico ed organizzato di pochi decenni prima ma si era trasformato in un pachiderma burocratico assurdo, composto da truppe su base rigorosamente etnico-geografico-religiosa, divise tra loro da veri e propri compartimenti stagni (le truppe bosniache ultime arrivate, frutto dell'annessione della loro terra nel 1908 conseguente alle sconfitte dell'Impero Ottomano, conservavano addirittura le loro numerazioni ed una ufficiale autonomia formale dal resto dell'esercito, come se fossero una milizia mercenaria!), e da tempo era afflitto da una orrida "schlamperei" (sciatteria) dovuta appunto alle sue indebite commistioni con le tradizioni militari e culturali del mondo balcanico, impregnate di un certa rassegnazione figlia del "fatalismo orientale".
Tutto questo si traduceva in una cultura del "laissez faire" da parte dei Comandi austro-ungarici che agli occhi dei rigorosi generali tedeschi, tutti figli dell'aristocrazia  guerriera prussiana degli Junker, era semplicemente inconcepibile, perché la mollezza dei comandi portava all'indisciplina, all'inefficienza e in definitiva all'anarchia, col risultato di trasformare l'esercito in una vera e propria palla al piede che ora finiva col diventare pericolosa anche per il Deutsches Heer.
Curiosamente va notato che furono i medesimi motivi per cui Adolf Hitler, pur essendo austriaco di cittadinanza, si sentì sempre più tedesco, tanto da arruolarsi volontario 25enne nel 1914 in un reggimento bavarese di fanteria, il 16° della riserva, impegnato sul fronte franco-belga al comando del colonnello Julius  List (sulle sue vicende belliche v. http://www.ilsecoloxix.it/p/cultura/2014/02/06/AQ0ud1iB-mondiale_guerra_storia.shtml), e successivamente prendere la cittadinanza germanica.


Adolf Hitler, il primo seduto da destra, con alcuni suoi commilitoni
Alla fine le truppe di quello che ora si chiamava l'Imperiale e Regio Esercito, Kaiserliche und Konigliche Armee (K.u.K.), cioè il multietnico esercito regolare federale comune di Vienna, Imperiale d'Austria e Regio d'Ungheria, trovavano ormai la loro unità solo nel segno dell'Imperatore, ma anche sotto questo profilo un conto era quando c'era un'icona come l'ultraottuagenario Francesco Giuseppe, un altro ora che a regnare era l'appena 30enne Carlo I°, giunto quasi per caso al trono dopo i molteplici lutti che avevano angustiato il primo negli ultimi 28 anni, a partire dal misterioso suicidio per amore nel 1889 del figlio ed erede diretto al trono Rodolfo d'Asburgo-Lorena insieme con la sua amante, la Baronessa ungherese Mary Vetzera (v. http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/rodolf.htm e http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=1580), fino all'assassinio nel 1914 del nipote Francesco Ferdinando di Asburgo-Este, causa scatenante della Grande Guerra (v. http://ilforconedeldiavolo.blogspot.it/2016/06/lattentato-di-sarajevo.html).

Carlo I° in visita alle sue truppe a Czernowitz il 6 agosto 1917
(Fonte: K.U.K. Kriegspressequartier, Lichtbildstelle, Vienna)
A pelle Carlo, che dell'Arciduca ucciso a Sarajevo era il nipote, non piaceva proprio ai tedeschi, in primis proprio a von Cramon, che di lui diceva: "L'Arciduca Carlo mi fece l'impressione di un giovane signore molto simpatico ed amichevole, che si orientava abbastanza sulla situazione generale, ma non sembrava seguire gli avvenimenti con particolare interesse".
Lo ritenevano troppo giovane, sciapo, impreparato, troppo aperto alle minoranze, troppo democratico (nei limiti in cui poteva ovviamente esserlo un Imperatore), troppo cameratesco coi suoi sottoposti, troppo cattolico ai limiti del bigottismo, insomma troppo debole e inadeguato a reggere quel peso, oltre che "undeutsch" (non tedesco), nella cultura, negli atteggiamenti, nei modi e persino nelle forme, come denunciava anche un giornalista tedesco che frequentava lo Stato Maggiore austriaco, Karl Friedrich Nowak, ed in più dava l'idea di non essere affatto favorevole alla guerra (trovando sempre una sponda nel Papa, come vedremo), anche perché succube della moglie, l'italiana Zita di Borbone-Parma (i cui fratelli Sisto e Saverio si erano arruolati nell'esercito belga!), ritenuta più intelligente e scafata di lui, che detestava il Reich ed era forse ancor più papista, tanto che non erano pochi i generali a Berlino che credevano possibile una improvvisa fuoriuscita dell'Austria-Ungheria dalla guerra (il ministro Czernin dovette fare il diavolo a quattro per contenere i furibondi tedeschi dopo che si seppe di una lettera inviata nel marzo 1917 dal suo Imperatore attraverso il cognato Sisto al governo francese in cui auspicava la cessione alla Francia dell'Alsazia-Lorena!)


Ottokar Theobald Otto Maria
Graf Czernin von und zu Chudenitz
(Dymokury, Cechia, 26 settembre 1872-
Vienna, 4 aprile 1932)
In realtà Carlo, anche se di per sé avrebbe volentieri evitato di impelagarsi in quello spossante conflitto (come il suo prozio, d'altronde, che ci era entrato malvolentieri, presago che sarebbe stato la tomba dell'Impero, e lo stesso Czernin), non ci pensava proprio, ed anzi sin dal momento della sua incoronazione non aveva fatto altro che andare a trovare le sue truppe su tutti i fronti in cui erano impegnate, perché era perfettamente consapevole dei suoi doveri verso l'Impero e verso l'alleato:  tuttavia è anche vero che lui per primo, che li aveva conosciuti da vicino all'inizio della guerra, quando era stato posto per pura forma a capo della XII° Armata mista (col comando effettivo però in mano ad un generale tedesco), aveva trovato i tedeschi troppo freddi, scostanti, prevaricatori, accentratori, prepotenti e spocchiosi.
Oltre a questo, aveva un'altra preoccupazione: portare i tedeschi in Italia significava far entrare inevitabilmente in gioco anche gli "altri", che fino a quel momento ne erano stati tenuti lontani, e se le cose fossero effettivamente precipitate voleva comunque avere una qualche carta di riserva in mano da giocarsi con gli italiani e solo con loro, che coi tedeschi ed i franco-britannici in mezzo sarebbe stata invece impossibile da tirare fuori.

L'AUSTRIA-UNGHERIA CHIEDE L'AIUTO DELLA GERMANIA

Per tutti questi motivi non era quindi scontatissimo che l'Imperatore dicesse sì, eppure il Generale una qualche forma di nulla osta doveva averla avuta, se ne aveva immediatamente parlato con von Cramon ricevendo da parte sua rassicurazioni sulla disponibilità tedesca.
Grandissimo fu pertanto il suo sconcerto quando venne a sapere che Carlo proprio il giorno dopo quel colloquio  (colpa della moglie, sibila von Cramon) aveva mandato un messaggio personale al Kaiser chiedendogli di poter ritirare le sue divisioni dal fronte orientale per poterle utilizzare in Italia, dato che lui avrebbe potuto sostituirle proprio con quelle di riserva in Germania!
Non poteva chiedergli un soccorso diretto di alcune divisioni, continuava quella lettera, ma al limite solo della sua artiglieria pesante, perché aveva il timore che una richiesta ufficiale in tal senso potesse umiliare il suo esercito, che la guerra con l'odiatissima Italia voleva invece vincersela da solo!

Quando a Baden l'avevano saputo, dice von Cramon, l'intero Stato Maggiore austro-ungarico, ormai convinto dell'ok imperiale, si era profondamente irritato, così come anche gli stessi tedeschi, tanto che Arz era stato costretto a mandare immediatamente il fido Waldstatten il 29 agosto ancora a Bad  Kreuznach, sede del Quartier Generale tedesco, per rimediare a quella mossa improvvida, parlandone personalmente con il Kaiser e gli altri generali.

Guglielmo II°, rimasto pure lui sorpreso da quella lettera, il 2 settembre aveva comunque inviato a Baden il fido colonnello von Estorff con la sua risposta: cortesissimo, pur concordando con Carlo sull'effettiva esigenza di un attacco in profondità sull'Isonzo, gli aveva però ribadito che purtroppo il fronte galiziano era ancora troppo importante per poter distogliere da lì le divisioni che chiedeva, tanto più che quelle presenti in Patria erano l'unica riserva strategica disponibile, ma eventualmente se ne poteva discutere all'esito dell'imminente nuova offensiva di Riga contro i russi, prevista da lì a qualche giorno.
Questo aveva in parte rassicurato Arz, che non aveva ravvisato nella risposta del Kaiser una totale chiusura, tuttavia era soprattutto il parere dei suoi colleghi tedeschi che gli interessava: i colloqui che avrebbe avuto Waldstatten, quelli sarebbero stati decisivi!

Il Feldmaresciallo von Hindenburg, pur non avendo anche lui in simpatia gli italiani dopo il tradimento dei patti di Vienna, sapeva bene che la maggior parte dei suoi, in primis proprio il geniale e controverso suo vice, Erich Ludendorff, teorico della guerra totale (v. http://www.warfare.it/strategie/ludendorff.html) nonché di fatto il vero comandante in capo dell'esercito (Hindenburg, sostituto di Erich von Falkenhayn sconfitto a Verdun, era stato richiamato dalla pensione per il suo carisma, ma era Ludendorff lo stratega dei piani d'attacco tedeschi), non era proprio entusiasta di cedere le sue divisioni per il fronte italiano, ma non poteva nemmeno far finta di nulla, sia per motivi puramente formali di buoni rapporti con l'alleato in difficoltà, sia perché comunque un tracollo di Vienna sarebbe stato deleterio per la Germania.
Quindi anche lui non disse né sì né no, ma fece un passo ulteriore, decidendo di inviare un suo ufficiale fedelissimo sul posto, affinché verificasse la fattibilità di un'offensiva su quel fronte e gli desse un preciso, circostanziato ed informato parere in merito.

(Per questa ricostruzione mi sono avvalso a grandi linee soprattutto di quanto scritto da Alessandro Barbero, cit., ma anche della apposita voce su WIKIPEDIA citata anche nella bibliografia in calce)

6. LA GERMANIA RISPONDE SÌ


Konrad Krafft von Dellmensingen
(Laufen, 24 novembre 1862-
Seedhaupt, 21 febbraio 1953)
ARRIVA IL GENERALE VON DELLMENSINGEN

Così, tra il 2 ed il 6 settembre il prestigioso Generale d'Artiglieria Konrad Krafft von Dellmensingen, già capo di Stato Maggiore del Principe Rupprecht di Baviera comandante della VI° armata tedesca impegnata sul fronte occidentale, uno che parlando dell'Italia usava il sostantivo "treubruch" (fellonìa), un ufficiale nato nella cattolica Baviera ma in realtà prussiano d'origine e protestante di religione, noto soprattutto per essere l'inventore delle truppe da montagna tedesche, gli AlpenKorps, presenti in modo non ufficiale in Trentino a supporto delle esigue truppe austro-ungariche sin dal 24 maggio 1915, pur non essendoci ancora stato di guerra tra Italia e Germania, si fece avanti e indietro travestito da ufficiale austriaco tutte le linee del fronte italiano sull'Isonzo per farsi un'idea complessiva della cosa, e poi una volta ritornato a Berlino riferì il suo parere: pur ritenendo assai sfavorevole il terreno su cui si sarebbe dovuta svolgere l'offensiva a causa della contorta orografia e delle avverse condizioni climatiche e ambientali cui si sarebbe dovuto far fronte, amplificate dal modo con cui gli italiani si erano trincerati nelle loro posizioni di montagna e dal morale basso e dall'evidente spossatezza delle truppe austro-ungariche, aggiunse tuttavia che con l'uso delle spregiudicate tattiche adottate negli altri fronti dai tedeschi, sconosciute a quelle latitudini, sfruttando la poca mobilità degli italiani e la vecchiezza tattica dei loro comandi sarebbe stato possibile infliggere loro una dura lezione.
Erich Ludendorff
(Kruszewnia, Polonia, 9 aprile 1865-
Monaco di Baviera, 20 dicembre 1935)
Nonostante lo scetticismo del suo vice, von Hindenburg confortato da questo autorevole parere autorizzò così il trasferimento in tradotta sul fronte italiano di 7 divisioni (di cui 4 di fanteria da montagna), almeno tre delle quali di livello eccellente, fino a quel momento tenute di riserva nella Madrepatria:

1) la divisione cacciatori (Jaeger), ritenuta dai vertici del Deutsches Heer una buona unità di fanteria celere da montagna anche se costituita solo da pochi mesi con riservisti giovani, formata da una brigata di fanteria su tre reggimenti, coi comandi tratti da famosi reggimenti di cavalleria (4° slesiano Dragoni, 2° slesiano Ulani, 8° Cavalleggeri di Baviera), più tre battaglioni d'assalto bavaresi (Sturmbataillonen), uno squadrone di cavalleria (il 1° tratto dal 10° Dragoni) ed un battaglione pionieri, con a disposizione 48 pezzi d'artiglieria su 12 batterie e 24 lanciabombe;

2) la 12° slesiana, considerata una buona divisione di fanteria e nulla più, formata da una brigata su tre reggimenti reclutati nella regione dell'Alta Slesia ma anche in Polonia, più tre reparti mitraglieri ed un battaglione pioneri attrezzato di ponti, e appoggiata da 124 pezzi su 30 batterie e 12 lanciagranate;

3) la fortissima AlpenKorps, vera unità d'élite, reclutata per lo più in Baviera ma con forti contingenti prussiani e wurtemburghesi, di gran lunga la migliore tedesca presente su quel fronte, specializzata per la guerra in montagna (da qui il suo tipico distintivo con la stella alpina), con una brigata bavarese su due reggimenti Jaeger, un altro reggimento prussiano Jaeger autonomo, un poderoso battaglione wuttemburghese da montagna aggregato (su sei compagnie e tre reparti mitraglieri), un battaglione fucilieri, due zappatori ed uno mitraglieri armato con ben 24 mitragliatrici pesanti, e provvista di ben 218 cannoni su 53 batterie, la maggior parte da montagna, più 68 lanciagranate;

4) la 117° slesiana di fanteria, forse la peggiore delle sette, composta per lo più di riservisti anziani, convalescenti e seconde scelte tratti da regioni di confine come l'Alsazia e la Polonia, su una brigata con tre reggimenti, di cui due slesiani, ed un battaglione del genio, con 48 pezzi su 12 batterie e 12 lanciagranate;

5) la 200° Jaeger, con una brigata su tre reggimenti, di cui uno di sciatori su quattro battaglioni, due dei quali bavaresi, e gli altri due per lo più tratti dalla riserva, più ben sei reparti mitraglieri ed un battaglione zappatori, ritenuta una discreta divisione leggera ma dall'affidabilità tutta da dimostrare, eppure a dispetto della sua vocazione da inseguimento molto fornita di artiglieria (208 pezzi su 55 batterie e 12 lanciagranate);

6) la 26° del Wurttemberg, su una brigata su tre reggimenti, due di fanteria ed uno di granatieri, considerata un'ottima unità di prima classe come l'AlpenKorps, con 68 pezzi su 17 batterie e 68 lanciagranate;

7) la 5° di fanteria del Brandenburgo, unità d'assalto ritenuta anch'essa di ottimo livello, formata con una brigata su due reggimenti di granatieri ed uno di fanteria, più due reparti mitraglieri e due battaglioni del genio, con 146 cannoni su 37 batterie, 12 lanciagranate e 12 mitragliatrici pesanti.

Per farle arrivare in zona d'operazioni ci sarebbero voluti 1.500 treni, che le avrebbero portate a Lubiana, Villach, Tarvisio: da quelle località, in silenzio, in piena notte, quando gli aerei ricognitori italiani non volavano, quei circa 140.000 uomini si sarebbero diretti a piedi o a bordo di camion all'immediato ridosso delle linee austriache, dove sarebbero rimasti al coperto fino all'immediata vigilia dell'attacco.

LA GUERRA PRIVATISSIMA DELL'AUSTRIA-UNGHERIA CONTRO L'ITALIA

Dal canto suo anche Arz von Straussenburg, tranquillizzato dall'ormai quasi pacificato fronte russo, ordinò l'invio sul fronte italiano di un certo numero di sue divisioni, anch'esse per lo più di Kaiserjaeger e Landschutzen, meno forti di quelle tedesche ma comunque di ottimo livello, tutte tratte dal K.u.K. e formate per lo più da soldati appartenenti ad etnie che, per un motivo o per l'altro, ce l'avevano a morte con gli italiani.
Gli austriaci ed i tirolesi, perché vedevano in quei "Welschen" (più o meno "terroni") intenzionati ad impadronirsi a tradimento di città da sempre tedesche come Merano, Bolzano, Bressanone e Vipiteno il vero "nemico storico" dell'Austria (von Cramon usa un termine forte per indicare il sentimento dei tedeschi d'Austria verso la guerra con l'Italia, quello di una "ureingester Krieg", una guerra privatissima, epocale, eterna, e presumibilmente definitiva).
I cattolici dalmati, sloveni e croati, perché temevano anch'essi l'espansionismo italiano e la storica nostra vicinanza con gli ortodossi serbi e montenegrini.
E persino gli stessi ungheresi, che come i precedenti erano da sempre in lotta con l'animosa minoranza italiana per l'ottenimento di migliori privilegi e prerogative all'interno dell'Impero.

Gli stati d'animo verso gli italiani erano così accesi che dal momento della loro dichiarazione di guerra moltissime erano state le richieste di trasferimento sia individuali che di intere unità dal fronte orientale a quello italiano,  e questo aveva ulteriormente acuito i malumori tedeschi sull'efficienza delle forze armate dell'alleato, perché aveva comportato un inevitabile impoverimento numerico e qualitativo dei reggimenti orientali.
Come avrebbe detto Hindenburg, "contro i russi l'esercito combatté con lo spirito, contro gli italiani combatté col cuore".
Era ormai divenuta una questione di onore, orgoglio, dignità ed amor proprio, non solamente il semplice desiderio di fare al meglio il proprio dovere.

CAMBIA TUTTO SUL FRONTE ITALIANO

Così, da un mese all'altro di fronte alle apparentemente vincenti ma stanche e demotivate truppe italiane andarono a posizionarsi sul fronte dell'Isonzo molte nuove unità di eccellenza, più fresche perché a differenza nostra da loro le sostituzioni in prima linea avvenivano ogni due giorni e non ogni due settimane, motivatissime per la vittoria contro i russi e per la voglia di andarle a suonare ai "traditori e infidi italiani", oltre che in generale di migliore qualità, sia rispetto a noi che alle altre unità di Vienna con cui le nostre divisioni si erano confrontate fino a quel momento, che infatti sarebbero finite in secondo piano, con grave scorno di un delusissimo von Boroevic, ritenutosi (giustamente) vilmente scavalcato nelle gerarchie nonostante i suoi tanti meriti nei due anni precedenti.

Soprattutto, però, l'affidamento dell'attacco ai generali tedeschi, i migliori di quella guerra, portatori di idee tattiche fondate sull'infiltrazione alle spalle del nemico da parte di piccole unità d'assalto di non più di 10-12 uomini, le cosiddette Stosstruppen  o Sturmtruppen al comando di un sottufficiale dotato di ampia autonomia operativa e composte esclusivamente da fucilieri, mitraglieri e portamunizioni, introduceva un decisivo elemento di novità sul fronte italiano, contraddicendo apertamente l'indiscutibile assioma finora imperante presso tutti gli Stati Maggiori ed a maggior ragione presso quello italiano, secondo cui era preciso dovere di ogni militare quello di seguire sempre rigidamente la catena gerarchica nell'esecuzione degli ordini attenendosi strettamente agli stessi e senza discutere, col rischio in caso contrario di finire sotto corte marziale con tutte le conseguenze del caso.

Immagine tratta da http://www.artericerca.com/Pubblicazioni/La%20Battaglia%20di%20Caporetto%201917.htm



Immagine tratta da http://www.artericerca.com/Pubblicazioni/La%20Battaglia%20di%20Caporetto%201917.htm
7. GLI OPPOSTI SCHIERAMENTI ALLA VIGILIA DI CAPORETTO 


LO SCHIERAMENTO AUSTRO-TEDESCO


Stosstruppen austriache sul fronte dell'Isonzo nel settembre 1917
Alla vigilia di Caporetto di fronte alla II° Armata di Capello, nel settore di Tolmino, scelto proprio dai tedeschi come punto di partenza per lo sfondamento, erano schierate:

- A destra, dal Monte Rombon fino a Gorenij Log, sulla destra dell'Isonzo, all'altezza delle due teste di ponte austriache di Santa Maria e Santa Lucia, la nuova XIV° Armata austro-tedesca affidata al Generale  d'Armata prussiano Otto von Below,  che aveva come suo Capo di Stato Maggiore proprio Krafft von Dellmensingen, il vero animatore del piano d'attacco (significativamente denominato in codice "Waffentreu", Fedeltà d'armi), forte di cinque divisioni austro-ungariche e tre tedesche in prima linea e di altre quattro, tutte tedesche, di riserva:
1) dal Rombon al Monte Nero il I° C.A. austro-tedesco del Luogotenente Feldmaresciallo austriaco Alfred Krauss, con tre ottime divisioni da montagna austro-ungariche, la 3° "Edelweiss" del Maggior Generale Heinrich Wieden Edler von Alpenbach,  la 22° Kaiserschutzen del Maggior Generale Rudolf Muller e la 55° del principe boemo Maggior Generale Felix di Schwartzenberg, e di riserva la tedesca Jaeger del colonnello Georg von Wodkte
2) dal Monte Nero al Vodil il III° C.A. bavarese del Tenente Generale Hermann Freiherr von Stein, con la 50° austro-ungarica del Maggior Generale Karl Gerabek e tre divisioni tedesche, la 12° della Slesia del Maggior Generale Arnold Lequis e la fortissima AlpenKorps, del Maggior Generale Ludwig Ritter von Tutschenk, più di riserva la 117° del Maggior Generale Paul Seydel;
3) dal Vodil a Santa Lucia d'Isonzo, di fronte al Monte Jeza, il LI° C.A. tedesco del Tenente Generale Albert von Berrer, con la 200° divisione del Maggior Generale Ernst von Below in prima linea di riserva la 26° del Wurttemberg del parigrado Eberhard von Hofacker (il cui figlio Caesar, colonnello della Luftwaffe e cugino di Claus von Stauffenberg, implicato nell'attentato a Hitler del 20 luglio 1944, sarebbe stato impiccato il 20 dicembre successivo nella famigerata prigione di Plotzensee a Berlino);
4) infine da Santa Lucia al Lom di Tolmino, di fronte al Monte Krad, il XV° C.A. austro-tedesco del Luogotenente Feldmaresciallo Karl Scotti, con la 1° divisione austro-ungarica del parigrado Josef Metzger e la 5° tedesca del Brandenburgo del Maggior Generale Hasso Sebastian Georg von Wedel di riserva.

- A disposizione di von Below come riserva d'armata c'erano infine altre cinque divisioni austro-ungariche, dapprima la 4° di fanteria del Luogotenente Feldmaresciallo Alfred Pfeffer von Ehrenstein, la 13° Schutzen del parigrado Franz Kalser Edler von Maasfeld e la 33° di fanteria del Maggior Generale Arthur Iwansky von Iwanina, cui poi si sarebbero aggiunte la 35° del Luogotenente Feldmaresciallo Eugen von Podhoransky e la 94° del parigrado Marcel von Lawrowski Edler von Plocken, tratte la prima dalla II° Armata dell'Isonzo e la seconda della X° Armata del Tirolo.

- Infine, sulla sinistra, nell'Alta Bainsizza era schierata la II° Armata dell'Isonzo del Luogotenente Feldmaresciallo Ferdinand Kosak, distesa da Gorenij Log a Cernicale-San Sergio (Crni Kal in sloveno), una frazione di Capodistria, con tre divisioni di fanteria da montagna, la 60° del parigrado Ludwig Goiginger, la citata 35° (poi passata a von Below) e la 57° del Maggior Generale Joseph Hrozny Edler von Bojemil: insieme alla prospiciente I° Armata del GeneralOberst Werner von Wurm essa componeva il cosiddetto Gruppo Boroevic al comando del "Leone dell'Isonzo", erede della disciolta V° Armata dell'Isonzo, ma aveva un ruolo meramente sussidiario, per tenere impegnate il maggior numero possibile di divisioni italiane su quel settore.


Immagine tratta da http://www.artericerca.com/Pubblicazioni/La%20Battaglia%20di%20Caporetto%201917.htm

LE TRE LINEE DI DIFESA ITALIANE

Questa imponente forza d'attacco si trovava a diretto contatto con la prima linea italiana della II° Armata di Capello, quella di "difesa avanzata", corrispondente alla massima penetrazione raggiunta fino a quel momento dal Regio Esercito, che dal Rombon scendeva a Plezzo, attraversava l'Isonzo alla foce dello Slatelik, raggiungeva la sella di Quota 1270 tra il Krasji ed il Vrsic, lambiva il Monte Nero compreso il Monte Rosso ed attraverso lo Sleme ed il Mrzli scendeva l'Isonzo presso Gabrje e poi attraverso Volzana e Ciginj saliva a Feseniak di fronte a Tolmino.
Immediatamente a ridosso era la "linea di difesa ad oltranza": appoggiata al Monte Canin, sbarrava la Stretta di Saga, coincideva per un bel tratto con la linea avanzata per poi scendere attraverso Plezia all'Isonzo tra Camina e Vollaria, e da qui saliva alla Costa Raunza ed a Jeserniak, continuava fino alla vetta di Case Camponi per infine ridiscendere all'Isonzo ad un chilometro a sud di Selo.
Infine, la "linea d'armata", una terza difesa, sbarrava la Valle Uccea tra Monte Guarda e Monte Musiè, correndo lungo la cresta dallo Stol allo Starinskj, scendeva all'Isonzo, comprendeva la testa di ponte del Volnik, ritornava sulla destra del fiume a est di Idresca, saliva sul Monte Kuk e attraverso il massiccio del Kolovrat arrivava al Passo di Zagradan, al Monte Jeza, al Globoçak distendendosi per Liga, il Monte Korada e Planina.
Lungo questa terza linea c'erano però anche delle variazioni: a nord-ovest di Caporetto la linea d'armata si staccava in maniera appena accennata passando ad ovest di  Staro Selo, attraversando il versante settentrionale del massiccio del Matajur fino al San Martino; dal Passo di Zagradan un'altra breve linea lo congiungeva a quella che dal Monte Hum arrivava sino al Globoçak; infine, due ulteriori linee subordinate partivano sempre dallo Hum, una coincidente con la dorsale montuosa tra le valli dei fiumi Judrio e Natisone, l'altra passando attraverso il Kuk si riallacciava a quella sulla dorsale del Kolovrat.
Come si vede, era un complesso difensivo sulla carta molto articolato ed impenetrabile, e l'impressione era sicuramente rafforzata vedendo l'ordine di battaglia con cui la II° Armata di Capello era schierata davanti al nemico.
Proprio di fronte ad esso c'era infatti l'equivalente di nove divisioni italiane, appartenenti al IV° ed al XXVII° C.A.


Immagine tratta da http://www.artericerca.com/Pubblicazioni/La%20Battaglia%20di%20Caporetto%201917.htm
LO SCHIERAMENTO DELLA II° ARMATA DI CAPELLO

Il  IV° C.A. del Tenente Generale Alberto Cavaciocchi era sulla sinistra dello schieramento italiano, tra il Monte Rombon e Gabrje.
Cavaciocchi era un teorico della scienza militare prima che un guerriero, uno che da professore alla Scuola di Guerra nel 1903 e poi da capo dell'Ufficio Storico dell'Esercito nel 1906 si era ritrovato 49enne colonnello in Libia nel 1911 al comando del 60° fanteria e qui era stato decorato con la Croce di Ufficiale dell'Ordine Militare di Savoia e la Medaglia d'Argento al Valore promosso per merito di guerra Maggior Generale: ritornato in Italia era stato dall'agosto 1914 direttore dell'Istituto Geografico Militare, poi all'inizio della Grande Guerra gli era stato affidato a luglio il comando della 5° divisione ed infine, promosso l'1 ottobre al grado superiore, quello prima del XXVI° e poi del IV° C.A.
Ai suoi ordini erano ora la 50° divisione del Maggior Generale Giovanni Arrighi schierata fino a Plezzo (brigata Friuli, 280° reggimento della Foggia, I° e II° Gruppo alpino), la 43° del Tenente Generale Angelo Farisoglio fino al Monte Nero (Genova, 223° Etna, V° Gruppo alpino, 9° bersaglieri) e la 46° del parigrado Giulio Amadei disposta sui trinceramenti dello Sleme e del Mrzli (Caltanissetta, Alessandria, 224° Etna, 2° bersaglieri), più di riserva una divisione di formazione purtroppo assai piccola e debole, appena tolta al VII° C.A. di Bongiovanni ed assemblata sommariamente e con pochissima artiglieria, la 34° di Luigi Basso (281° e 282° Foggia, battaglione alpino Monte Argentera).
Otto von Below
(Danzica, 18 gennaio 1857-
Friedland, 15 marzo 1944)

Alla sinistra del IV° C.A. c'era il XII° C.A. autonomo della Carnia (Gruppo Carnico) al comando del Tenente Generale Giulio Cesare Tassoni, schierato tra il Monte Peralba ed il Rombon (compreso) con tre divisioni (la 26° del Maggior Generale Giuseppe Battistoni, con la brigata Lazio, i tre reggimenti 11°, 16° e 19° bersaglieri, il XVIII° Reparto d'assalto ed il battaglione alpino Susa; la 36° del parigrado Isidoro Zampolli, con la Benevento, il 15° bersaglieri ed il Gruppo alpino Stringa;  e la 63° di Francesco Rocca, con la Parma, la Pistoia ed il Gruppo alpino Alliney).
Al suo fianco destro c'era invece  il XXVII° C.A.  di Pietro Badoglio schierato nella Conca di Volzana (Volçe), sulla riva sinistra del fiume, tra Gabrje e Breg,  con la forte 19° divisione del Maggiore Generale Giovanni Villani schierata sullo Jeza, con ben tre brigate di fanteria (Napoli, Spezia, Taro) tranne il II° battaglione del 208° Taro assegnato alla 64°, ed altre tre divisioni, la 22° del Brigadiere Generale Giovanni Battista Chiossi (Pescara), la 64° appunto del Maggior Generale Vittorio Fiorone (276° Belluno, III°/275° Belluno, II°/208° Taro) e la 65° del parigrado Guido Coffaro (Roma, 274° Belluno, I° e II°/275° Belluno), contrapposte alla II° Armata di Kosak tra la Bainsizza ed il Collio goriziano ma tutte incomplete in varia misura,  più la riserva di C.A. composta dalle due brigate Puglie e Roma e dal X° Gruppo alpino su quattro battaglioni, con quest'ultimo disposto sul Krad, la Puglie subito dietro e la Roma sulla linea di resistenza arretrata Na Gradu-Monte Rombon (Selo).

Appena più dietro, nella Conca di Drenchia, a protezione diretta del IV° e del XXVII° C.A., in via di schieramento alla sorgente del fiume Judrio tra i massicci del Matajur e del Globoçak, era il debole VII° C.A. del Maggior Generale Luigi Bongiovanni (che Cadorna riteneva assolutamente incapace e definiva "un addormentato"), costituito dalla 3° divisione del Tenente Generale Ettore Negri di Lamporo (Arno, Elba, I° brigata bersaglieri e battaglione alpino Val d'Adige) e dalla 62° del Maggior Generale Giuseppe Viora (Salerno e IV° brigata bersaglieri), organicamente appartenenti ad altri corpi, più la brigata Firenze di riserva della 3° a nord di Cividale, tra Crostù ed Osgnetto, a presidio della linea Monte Piatto-Passo Zagradan.

Completavano il quadro della prima linea il XXIV° C.A. del Tenente Generale Enrico Caviglia sulla Bainsizza, tra Breg ed il Monte Zgorevnice, con le divisioni 49° del Maggior Generale Alessandro Vigliani (Ravenna, Sele e Lambro), 68° (Grosseto) del Maggior Generale Rosolino Poggi e 10° del parigrado Oreste Chionetti (Verona e Campobasso); il II° del Maggior Generale Alberico Albricci da qui alla Sella di Dol, con la 67° di Giulio Fabbrini (Cremona e Tortona), la 44° di Gherardo Pantano (Re e Brescia) e l'8° divisione di Arturo Nigra (Udine e Forlì), più la brigata Aquila dell'8° di riserva; il VI° del Tenente Generale Stefano Lombardi da qui a Borgo Carinzia (Gorizia), con la 66° del Maggior Generale Carmelo Squillace (Cuneo e Abruzzi) e la 24° del parigrado Luigi Tiscornia (Gaeta ed Emilia);da qui a Vipacco, dove la II° Armata si congiungeva alla III°, l'VIII° del Maggior Generale Francesco Saverio Grazioli,  con la 48° divisione del parigrado Giovanni Cattaneo (Piemonte e Porto Maurizio), la 59° di Emanuele Pugliese (Pesaro e Modena), la 60° di Pietro Mozzoni a disposizione del Comando Supremo (Taranto e Ferrara) e la 7° di Agostino Ravelli (Lucca e Bergamo), più la brigata Sesia nella piazzaforte di Gorizia, a disposizione dell'armata.

In seconda linea più a sud erano posti, entrambi come il VII° di Bongiovanni carenti di artiglierie e con organici ridotti, il XIV° C.A. del Tenente Generale Pier Luigi Sagramoso, con la 20° (Palermo e Livorno) e la 30° divisione (Treviso e Girgenti), rispettivamente dei due Maggiori Generali Lorenzo Barco ed Onorato Mangiarotti, posizionate tra il fiume Judrio e l'Isonzo, a sud di Canale d'Isonzo, e la 53° del Tenente Generale Maurizio Ferrante Gonzaga (Vicenza e Potenza) a disposizione del Comando Supremo, ed il XXVIII° del Maggior Generale Alessandro Saporiti, schierato in Valle Judrio a nord di Cormons con la 23° divisione del Maggior Generale Imerio Gazzola (Messina, Sassari, Venezia ed Avellino), la 47° bersaglieri del Tenente Generale Gustavo Fara (I° e V° brigata bersaglieri e brigata Milano, tratta dalla 66° divisione), più la brigata Teramo e la 13° divisione del Maggior Generale Gustavo Rubin de Cervin (Massa Carrara e Jonio) a disposizione del Comando Supremo.

LO SCHIERAMENTO DELLA III° ARMATA DI EMANUELE FILIBERTO 

Non si può poi almeno non accennare alle forze a disposizione della III° Armata del Tenente Generale Emanuele Filiberto Duca di Savoia-Aosta, cugino del Re, schierata alla destra della II° di Capello fino al litorale adriatico.
Premesso che la predisposizione delle tre linee di difesa nella Bainsizza era ancora in pieno svolgimento al momento dell'attacco di Caporetto, le 11 divisioni del Duca di Savoia-Aosta erano così distribuite: in prima linea la 58° del Maggior Generale Roberto Brussi e la 31° del parigrado Asclepia Gandolfo dell'XI° C.A. del Tenente Generale Giuseppe Pennella, da San Grado a Castagnevizze; la 54° del Maggior Generale Ulderico Parola e la 14° del parigrado Fileno Amendola del XIII° C.A. del Maggior Generale Ugo Sani da Castagnevizze a Selo di Monfalcone; le tre 45° di Francesco Gagliani, 28° del Tenente Generale Giuseppe Maria Petilli e 61° del Tenente Generale Luigi Cicconetti del XXIII° C.A. del Tenente Generale Armando Diaz da qui alla foce del Timavo; in seconda linea erano la 21° divisione del Maggior Generale Alberto Cangemi e la 16° del Tenente Generale Giacomo Ponzio del XXX° C.A. del Tenente Generale Donato Etna, entrambe a disposizione del Comando Supremo come la 33° del Tenente Generale Carlo Sanna appartenente al XXV° C.A. del Tenente Generale Edoardo Ravazza; in posizione di riserva erano invece la 4° divisione del Tenente Generale Giuseppe Paolini presso Palmanova e la 1° divisione di cavalleria Friuli del Maggior Generale Pietro Filippini a Motta di Livenza.

LE FORZE A DISPOSIZIONE DEL COMANDO SUPREMO 

Infine, come abbiamo visto a disposizione del Comando Supremo c'erano varie divisioni ed unità, autonome o tratte dalle due armate di Capello ed Emanuele Filiberto: la 60° divisione (dipendente dall'VIII° C.A.) a Ipplis, la 53° (dal XIV° C.A.) presso Cividale e la 13° (dal XXVIII° C.A.) fra San Martino e Sagliano, più la brigata Teramo, anch'essa del XXVIII°, la IV° brigata bersaglieri tra San Pietro al Natisone e Polava e la 33° divisione (dal XXV° C.A.) a Palmanova e le due del XXX° C.A., la 21° e la 16°, tra Rivignano e Talmassons, più la 2° divisione di cavalleria Veneto del Tenente Generale Vittorio Litta Modignani a Cittadella.

(Ho tratto tutte le annotazioni sullo schieramento italiano in parte minoritaria da Wikipedia, in parte decisamente superiore da http://cronologia.leonardo.it/storia/a1917p.htm e da QUI).

L'APPARENTE DISPARITÀ SUI CIELI DI CAPORETTO

Sul fronte isontino fino a tutto agosto del 1917 la nostra aviazione aveva da sempre goduto di una supremazia schiacciante.
Il nostro neonato Corpo Aeronautico Militare, posto al comando del Maggior Generale del genio Giovanni Battista Marieni ed erede diretto di quel Servizio Aeronautico presso la Direzione Generale del Genio e dell'Artiglieria nato verso la fine della Guerra Italo-turca di Libia, si era posto a diretto supporto delle nostre armate.
Così, erano assegnati alla II° Armata, oltre al II° gruppo sezioni aerostatiche autocampali (su 3 sezioni, 9°, 12° e 14°), equipaggiato con palloni di sbarramento (Draken) e da osservazione per l'artiglieria, due gruppi di velivoli:

il II° da ricognizione di Udine su 4 squadriglie montate su aerei Savoia Pomilio SP 3 (21°, 22°, 33° e 40°) ed una su S.A.M.L. S 2 (114°), entrambe a Campoformido (UD);
- il VI° della Carnia con comando a Oleis, nei pressi di Manzano (UD), con la 24° squadriglia su SP 3, la 113° su S 2  e la III° sezione dell'83° su caccia Nieuport a Cavazzo Carnico (UD), la 27° su SP 3, tratta dal II° gruppo, a Chiasellis (UD), la 36° su SP 3 e 45° su Farman MF 11 a Oleis, la 76° su caccia Nieuport, Hanriot HD 1 e SPAD e 81° su SPAD a Borgnano di Cormons (UD)

La III° Armata, oltre il III°, il IV° ed il V° gruppo sezioni aerostatiche autocampali (dedicato quest'ultimo alla difesa della piazza di Venezia), con 11 sezioni in totale (rispettivamente 2°, 7°, 12°, 13°; 3°, 4°, 5° e 10°; 25°, 26° e 27°), aveva anch'essa a disposizione due gruppi aerei:

il I° di Santa Maria la Longa (UD), con le squadriglie 23° su SP 3 a S. M. la Longa, 25° da ricognizione su Voisin a Pozzuolo (UD), 77° su Nieuport e SPAD ed 80° su Nieuport ad Aiello del Friuli (UD), 112° su S 2 e 131° su SP 3 a Lavariano (UD) e 2° idrovolanti su FBA a Grado (GO);
- il V° da ricognizione di Chiasottis (UD), con tre squadriglie su SP 3, la 28° a S.M. la Longa, la 38° a Risano (UD) e la 39° a Sammardenchia (UD) e tre su Caudron G. III, la 42° e la 43° a Medeuzza (UD)  e la 44° a Gonars (UD).

A disposizione della IV° Armata, cui era assegnato anche il VII° gruppo sezioni aerostatiche autocampali, erano gli aerei del XII° gruppo da ricognizione di Belluno, con la 48° squadriglia montata su Caudron e la II°/ 83° su Nieuport a Belluno, la 35° su SP 3 a Santa Giustina (BL) e la I°/115° su S 2 a Villaverla (VI).

Infine, assegnate alle Truppe degli Altipiani erano le squadriglie del VII° gruppo di osservazione d'artiglieria di Nove di Bassano (VI), la 26° su SP 3 e la 62° su SP 4 a Casoni (VI); la 32° su Farman MF 11 a San Pietro in Gu (PD); la 33° su SP 3 e la II°/115° su S 2 a Nove; la 79° su Nieuport a Istrana (GO).


Francesco Baracca col suo SPAD S. XIII
(Lugo di Romagna, 9 maggio 1888-Nervesa della battaglia, 19 giugno 1918)
Se le singole armate erano ovviamente supportate per lo più da squadriglie da ricognizione ed osservazione per l'artiglieria (che peraltro ai primi di ottobre si era deciso di potenziare ulteriormente), aerofotografia e collegamento tra le fanterie, con una piccola aliquota caccia per autodifesa, il Comando Supremo si teneva invece l'esclusiva delle squadriglie da bombardamento, ritenute strategiche, e dei migliori aerei da caccia, tra cui gli SPAD, preferiti dai nostri Assi più famosi (primi fra tutti Francesco Baracca, 34 vittorie, autore della prima vittoria italiana aerea della storia quando abbatté a bordo di un Nieuport 11 "Bebè" sul cielo di Medeuzza il 7 aprile 1916 un ricognitore austriaco Hansa Brandenburg C. I, con l'equipaggio fatto poi prigioniero, e Fulco Ruffo di Calabria, 20 vittorie, entrambi inquadrati ora nella 91°, "la squadriglia degli Assi"), sia per ottenere e mantenere quella che ora si definisce la superiorità aerea sul nemico, sia come scorta dei bombardieri.
Alle sue dipendenze erano quindi:

- il Raggruppamento Aerei da bombardamento di Pordenone, con due gruppi sui formidabili trimotori Caproni Ca. 33, aerei enormi, con un'apertura alare di 22 metri ed un carico di 450 chili di bombe, con il IV° gruppo di La Comina (PN), con le squadriglie 1°, 8° e 13° a Comina, 10° e 14° a Campoformido, e l'XI° di Aviano (PN), con la 2°, 3°, 4°, 6° e 7° ad Aviano e la 15° a Campoformido;
- ed il X° gruppo caccia di Udine, con le squadriglie 70° e 82° su Nieuport e 91° su SPAD a Santa Caterina (UD), la 78° su Nieuport a Istrana e la 132° su SP 3 a Campoformido. 


Uno SPAD italiano abbatte un Albatros austriaco
(immagine tratta da http://storianotizie.blogspot.it/2013/03/)
In totale, considerato che in realtà sembra che ad esempio solo 34 ricognitori fossero efficienti, l'insieme faceva circa 300 aerei operativi.
Erano tutti montati su 43 squadriglie complessive e tre sezioni autonome e basati su 14 campi principali tra Friuli, Veneto e Cadore, con due magazzini logistici a Codroipo e Latisana e decine di altre piste secondarie anche a ridosso delle prime linee, come quella di  Idresca (Idrsko), proprio attaccata a Caporetto, e ad essi per l'offesa erano da aggiungersi anche gli idrocaccia della Regia Marina delle basi di Venezia, Grado e Porto Corsini (RA), più quattro dirigibili semirigidi, basati a Spilimbergo (PN), Borgo Mantico (VR) e Campalto (VR).

Di fronte a quella italiana l'aviazione austro-ungarica, uscita particolarmente provata dalle ultime offensive italiane tra il giugno e l'agosto precedente in cui aveva perso ben 52 velivoli, era veramente poca cosa, ove si pensi che da informazioni prese dai nostri servizi o ricavate dai piloti nemici abbattuti, quale ad esempio quello di un Hansa Brandenburg abbattuto proprio da Ruffo di Calabria, la K.u.K. Luftfahrtruppe (LFT) disponeva appena  nel settore dell'Isonzo di 60 ricognitori e 20 caccia su 14 squadriglie (FliegerKompanien, FliK), montati per lo più su Brandenburg C. IAviatikAlbatros D. III  in 7 basi a ridosso delle prime linee, a Aidussina (Ajdovscina), Vipacco (Vipava), San Vito di Vipacco (Podnanos), Podraga, Divaccia San Canziano (Divaça), Sesana (Sezana) e Prosecco (l'unica località ora in territorio italiano, presso Trieste), più una squadriglia di idrovolanti della marina a Pola e cinque reparti di palloni.

L'arrivo sulla scena sin da metà settembre di 10 squadriglie della Luftstreitkrafte tedesca, 3 da caccia (JagdStaffeln), le JaSta 1, 31 e 39 su Albatros D. III e D. V e su Dumpler, 4 da ricognizione (FliegerAbteilungen), le FA 2, 14, 17, 39, più 3 da osservazione dell'artiglieria, le FA(A) 204, 219 e 232, tutte montate sugli  ottimi ricognitori DFW C. V, ed infine una da bombardamento (KampfStaffeltratta dal BombGeschwader 4, la KaSta 19, avrebbe notevolmente riequilibrato il confronto, portando il totale degli aerei nemici a circa 200, come sin dal 27 settembre avrebbe attestato l'abbattimento di due nostri caccia sul Monte Testa di Cavallo e, dopo l'intensificarsi delle nostre azioni di bombardamento (famose quelle di agosto su Pola e contro la base navale di Cattaro del 5 ottobre di 15 velivoli delle squadriglie 1° bis e 15° bis dell'XI° gruppo del maggiore Armando Armani, partiti da Gioia del Colle, con a bordo Gabriele D'Annunzio), quello di un Caproni, col grave danneggiamento di altri due, nel corso di un'incursione su Santa Maria di Tolmino.
Nonostante tutto, le nostre squadriglie si sarebbero comunque ben comportate dall'inizio alla fine della battaglia, risultando uno degli elementi decisivi per la riscossa italiana.


Gabriele D'Annunzio, accanto a Gori, Pagliano e Pratesi davanti ad un Caproni C 33
(Pescara, 12 marzo 1863- Gardone Riviera, 1 marzo 1938)






(Sulla dislocazione delle squadriglie italiane v. QUI, sul bombardamento del Golfo di Cattaro v. http://www.marinaiditalia.com/public/uploads/2016_5_6_32.pdf)


8. IL DISSIDIO TRA CADORNA E CAPELLO

SPARTA PIANGE, MA ATENE NON RIDE

Sulla carta i tre corpi d'armata di Cavaciocchi, Badoglio e Bongiovanni, quelli che più direttamente sarebbero stati coinvolti dall'attacco congiunto austro-tedesco, disponevano in totale di 257.400 soldati e 1.342 pezzi d'artiglieria, di cui 997 cannoni e 345 bombarde, ma mettendo insieme tutte le forze della II° Armata si arrivava con i servizi ad un totale di 667.017 uomini, di cui 20.222 ufficiali e 646.795 uomini di truppa su 28 divisioni e varie brigate autonome per complessivi 353 battaglioni (di cui 17 alpini e 24 bersaglieri), con 6.198 cannoni e 725 bombarde, ben in grado dunque di sostenere l'urto di 353.000 uomini complessivi tra austro-ungarici e tedeschi, con 30 divisioni in totale, 23 austriache con 2.800 cannoni e 7 tedesche con altri 1.000, più 78 batterie tra lanciamine e lanciagas.
Ma in realtà le cose non stavano propriamente così.
La strutturazione difensiva italiana era in effetti fragilissima, e questo proprio a partire dalle prime linee, che non solo erano tremendamente, potremmo dire sfacciatamente proiettate in avanti, ma come possiamo vedere sotto erano anche mal distribuite su tutto il fronte e numericamente del tutto insufficienti a fronteggiare un improvviso attacco in forze...

Immagine tratta da http://www.artericerca.com/Pubblicazioni/La%20Battaglia%20di%20Caporetto%201917.htm


Immagine tratta da http://www.artericerca.com/Pubblicazioni/La%20Battaglia%20di%20Caporetto%201917.htm

Ludendorff  ed Arz von Straussenburg a colloquio a Baden
Ben consapevole dello sforzo sostenuto fino ad allora dalle sue truppe, infatti, Cadorna dopo l'undicesima battaglia dell'Isonzo con un gesto clamoroso per la sua mentalità aveva mandato in licenza ben 120.000 uomini, e questo aveva sguarnito come abbiamo visto molti reparti ed intere brigate e divisioni, rimpolpati solo in parte dall'afflusso di nuove reclute, tra cui molti giovanissimi appena maggiorenni diventati ufficiali dopo un brevissimo corso di poche settimane e subito posti al comando di interi plotoni se non compagnie, e dall'avanzamento in prima linea di truppe appena arrivate, spesso a loro volta appena uscite da un periodo di licenza ed in genere del tutto ignare della loro nuova zona di operazioni.

Alexander von Krobatin
(Olomuc, 12 settembre 1849-
Vienna, 28 settembre 1933)
Anche per questo, dopo che nella prima decade di settembre alcuni rapporti dei servizi avevano segnalato l'arrivo nel Trentino  di truppe tedesche appartenenti all'AlpenKorps e l'afflusso in zona d'operazioni tra Tolmino, Plezzo e Santa Lucia di altre truppe austriache, ed un po' insospettito probabilmente dal fatto che sin dal 14 settembre gli Imperi Centrali avevano chiuso le loro frontiere con la Svizzera, per nascondere evidentemente i loro movimenti,  il comandante supremo temendo un possibile attacco avvolgente di sorpresa nella primavera successiva da parte dell'XI° Armata del Trentino ora al comando diretto di Conrad von Hotzendorf e della X° del Tirolo di Alexander Freiherr von Krobatin con l'appoggio dei tedeschi, aveva emanato il bollettino n. 4740 del 18 settembre, diretto sia alla II° che alla III° Armata, col quale aveva disposto:
"Il continuo accrescersi delle forze avversarie sulla fronte Giulia fa ritenere probabile che il nemico si proponga di sferrare quivi prossimamente un serio attacco, tanto più violento quanto più ingenti forze potrà esso distogliere dalla fronte russa, dove tutto sembra precipitare a vantaggio dei nostri avversari. Tenuto conto di ciò, della situazione dei complementi e del munizionamento,  ben note a V.A.R. (e V.E.), decido di rinunciare alle progettate operazioni offensive e di concentrare ogni attività nelle predisposizioni per la difesa ad oltranza, affinché il probabile attacco ci trovi validamente preparati a rintuzzarlo. A tale precisa direttiva prego pertanto V.A.R. (e l'E.V.) di orientare fin da ora ogni predisposizione, l'attività delle truppe, lo schieramento delle artiglierie ed il grado d'urgenza dei lavori".
Parlando col colonnello Antonio Dal Fabbro, comandante del genio della I° Armata, il Generalissimo in quei giorni avrebbe detto:
"Stia bene attento, colonnello: il Grappa deve riuscire imprendibile. Deve essere fortissimo da ogni parte, non soltanto verso occidente. Anzi, metta la maggior cura nel rafforzare più che può la fronte rivolta a nord. Perché se, quod Deus avertat, dovesse avvenire qualche disgrazia sull'Isonzo, io qui verrò a piantarmi!!!" E dopo una breve pausa: "Guardi bene: laggiù l'altipiano di Asiago e le Melette; qui il Grappa; a destra il Monte Tomba e il Monfenera; poi il Montello e la Piave. Le ripeto, in caso di disgrazia questa è la linea che occuperemo!"

(M. Montanari, "Politica e Strategia in cento anni di guerre italiane", Roma, 2000, Stato Maggiore dell'Esercito, Ufficio Storico, vol. II, pag. 589, cit. in Lorenzo Cadeddu ed Elisa Brando, "Baluardo Grappa- Il massiccio del Grappa prima e durante la Grande Guerra", a cura di Stefano Gambarotto, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano-Comitato di Treviso, pag. 18)

Pur non credendo possibile concretamente in quel momento un attacco su larga scala del nemico, che proprio per la sua mentalità militare ancora ottocentesca faticava a vedere ora capace di mobilitare centinaia di migliaia di soldati su un vasto fronte d'attacco, Cadorna si rendeva infatti perfettamente conto che le sue truppe erano troppo sbilanciate in avanti, con vistosi buchi tra le immediate prime linee e le retrovie, in particolare nel settore tenuto di fronte alla Conca di Plezzo e Tolmino dalla 19° divisione di Villani e dalle poderose artiglierie del XXVII° C.A., forti di ben 400 bocche da fuoco di medio e grosso calibro nuovissime e potenti (una ogni 30 metri!), e la cosa lo inquietava parecchio: un eventuale sfondamento austriaco sarebbe infatti potuto dilagare nella pianura veneta se non adeguatamente bloccato per tempo su salde posizioni difensive accuratamente predisposte.

CADORNA NON SI FIDA E LITIGA CON ROBERTSON

Ferdinand Foch
(Tarbes, 2 ottobre 1851-
Parigi, 20 marzo 1929)
La notizia del fallimento del tentativo insurrezionale del Generale cosacco Kornilov, che tentava di opporsi al nuovo Primo Ministro russo Kerenskij ed al suo tentativo di chiedere la pace separata agli austro-tedeschi, allarmò ulteriormente il Generale: temendo l'ormai imminente arrivo in linea anche di truppe tedesche dal fronte orientale, Cadorna, che si fidava e non fidava perché da più di un anno aveva avuto diverse segnalazioni sui piani d'attacco di Conrad sull'Isonzo e sul Trentino (tanto da aver come sappiamo già fatto preparare un piano di ripiegamento generale oltre il Piave) emanò così l'1 ottobre il bollettino n. 4741 diretto alla II° Armata, nel quale erano prescritte quattro direttive:
"1) La difesa delle linee avanzate sia affidata a poche forze, facendo fondato affidamento sull'uso delle mitragliatrici, sui tiri di sbarramento e d'interdizione delle artiglierie, sull'organizzazione dei fiancheggiamenti. Questo concetto deve avere larga e appropriata applicazione nella zona a nord dell'Avschek, dove la limitata efficienza difensiva delle nostre posizioni consiglia un assai parsimonioso impiego, pena uno sterile logoramento delle energie della difesa. Il XXVII Corpo dovrà pertanto gravitare con la maggior parte delle sue forze sulla destra dell'Isonzo. 2) Perché qualsiasi evento, compresi quelli più inverosimili, non ci colga impreparati, dei medi calibri non rimangano sull'altopiano di Bainsizza che quelli più mobili; ed anche per questi non si tralasci di predisporre, in dannata ipotesi, mezzi acconci per un tempestivo ripiegamento. 3) Durante il tiro di bombardamento nemico, oltre ai tiri sulle località di affluenza e di raccolta delle truppe, sulle sedi dei comandi, sugli osservatori, ecc., si svolga una violentissima contropreparazione nostra. Si concentri il fuoco di grossi e medi calibri sulle zone di probabile irruzione delle fanterie, le quali, essendo esposte in linee improvvisate, prive o quasi di ricoveri, ad un tormento dei più micidiali,  dovranno essere schiacciate sulla linea di partenza. Occorre, in una parola, disorganizzare e annientare l'attacco nemico prima ancora che si sferri; disorganizzazione ed annientamento che il nostro poderoso schieramento di artiglierie sicuramente consente. 4) Il nemico suole lanciare le fanterie dopo brevissima preparazione di fuoco: si tenga presente questa possibilità, e artiglierie e fanterie siano in ogni istante vigili e pronte a prevenire e a rintuzzare l'attacco".
William Robertson
(Welbourn, 29 gennaio 1860-
Londra, 12 febbraio 1933)
La decisione di Cadorna di non procedere alla offensiva promessa agli alleati, che proprio alla fine di luglio si erano impegnati in una gigantesca operazione a Passchendaele nelle Fiandre Occidentali (v. https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Passchendaele) per la conquista dei crinali meridionali ed orientali presso la città belga di Ypres lo mise in grave urto in particolare con Robertson, col quale ebbe un durissimo scambio epistolare originato dalla perentoria richiesta di quest'ultimo di riavere indietro una batteria assegnata al fronte italiano proprio in vista dell'abortito attacco, ma soprattutto diede origine ad uno dei tanti equivoci più o meno inconsapevoli, forse il più grave, che avrebbero determinato l'esito di Caporetto: mentre il Duca d'Aosta si adeguò senza tentennamenti alle direttive del Comando Supremo, arretrando le sue divisioni su linee più difendibili, Capello, ormai sull'Empireo dopo la presa di Gorizia, intese quell'ordine a modo suo.

DIVERSITÀ DI OPINIONI E FATALITÀ  

In una direttiva tattica dell'8 ottobre rivolta ai suoi comandanti di corpo d'armata ed avente per oggetto il modo di condurre le difese ("Resistenza accanita nelle prime linee, contrattacchi contro i fianchi del nemico da attanagliarlo nelle zone ove fosse riuscito a sfondare la prima linea"), Capello infatti scrisse:
"Non bisogna dimenticare che spesso un'offensiva nemica arginata o paralizzata può dare favorevole occasione per una più grande azione controffensiva. Ciò può essere tanto più vero in questo momento in cui noi abbiamo superiorità morale sul nemico. Ho già indicato in precedenti comunicazioni quali sono le direzioni più favorevoli per un contrattacco da spingersi a fondo. Per intanto, per quanto riguarda le forze a disposizione dei corpi d'Armata, posso precisare che per le truppe che sono sull'altopiano di Bainsizza, il primo obiettivo è il raggiungimento dell'orlo dell'altopiano stesso sul Vallone di Chiapovano. Per II Corpo il raggiungimento della soglia di Ravnica; per il VI estendere l'occupazione sul S. Gabriele, specialmente ai lati e sopra tutto poi verso S. Caterina". Per ottenere questo si riteneva "essere necessario che tutto sia predisposto in modo che il meccanismo della difesa e della controffensiva, in pieno accordo tra fanteria, ed artiglieria, possa svolgersi automaticamente anche se il fuoco arrivasse a distruggere completamente ogni comunicazione".
Sostanzialmente, Capello intravedeva nella possibilità concessa da Cadorna di un sia pur limitato contrattacco la sua occasione invece di sferrare un deciso e potente colpo di maglio contro un nemico colto tutto sbilanciato in avanti e per questo non intendeva far spostare il suo potente XXVII° C.A., quello di Badoglio, alla destra dell'Isonzo, né predisporre alcuna forma di difesa ad oltranza, ma anzi mantenere tutte le fanterie in prima linea, non dando alcuna indicazione sul fuoco di controbatteria ed anzi mantenendo le artiglierie subito a ridosso delle prime linee!

Cadorna, paziente, con una lettera del 10 ottobre "approvava in linea di massima le direttive comunicate", disapprovando però la dislocazione delle truppe e lo schieramento delle artiglierie, ordinando che il XXVII° C.A. di Badoglio gravitasse con la maggior parte delle forze sulla destra dell'Isonzo e che non rimanessero sulla Bainsizza che i medi calibri più mobili.
Sembrava che ora le cose potessero essere chiare, ma in realtà non era affatto così.
L'idiosincrasia di Cadorna a trattare personalmente con i suoi subordinati se non con circolari e ordini di servizio, il suo allontanarsi dal Quartier Generale di Piazza Patriarcato di Udine il 5 ottobre per dirigersi a Vicenza dove si sarebbe fermato a Villa Camerini col pretesto di fare un giro di alcuni giorni per verificare gli apprestamenti difensivi ed un grave attacco di nefrite accusato pochi giorni prima da Capelloche lo costrinse ad un paio di settimane di degenza a Padova, sostituito momentaneamente al comando dal Tenente Generale Luca Montuori comandante del II° C.A., fecero sì che quella situazione al limite del paradosso si sedimentasse per tutto quel tempo, non avendo ricevuto Montuori disposizioni particolari.
Date queste premesse, non solo la II° Armata rimase al contrario della III° praticamente sulle stesse posizioni di prima, comprese le artiglierie troppo esposte in prima linea (al momento dell'attacco solo 22 delle 111 batterie di Badoglio sarebbero risultate essere state arretrate come richiesto da Cadorna), ma anche il suo fianco destro era ora parzialmente sguarnito per l'arretramento dell'armata confinante!


Immagine tratta da http://www.lagrandeguerra.net/gggeneraledicaporetto.html
LA TRAPPOLA DI VOLZANA ED IL RUOLO DI BADOGLIO

Luca Montuori
(Avellino, 18 febbraio 1859-
Genova, 8 marzo 1952)
La cosa più incredibile è un'altra ancora: non è mai stato ufficialmente provato, ma si sospetta che l'intenzione di Capello fosse proprio quella di tendere una trappola mortale agli austro-ungarici, attirandoli in una zona allo scoperto nel fondovalle davanti a Tolmino in località Volzana, proprio in bocca alle artiglierie del XXVII° C.A., con però il divieto assoluto per loro di aprire il fuoco fino a quando non fossero penetrati talmente in profondità da poterli allora sì colpire a volontà ed infine travolgerli con un contrattacco su larga scala condotto dalle truppe nel frattempo fatte affluire più dietro e dai lati!
E qui entra pesantemente in gioco anche Badoglio.

Il piano di attrarre nella "trappola di Volzana" gli uomini di von Below era assolutamente nelle corde del comandante della II° Armata, ma non avrebbe mai potuto avere successo senza una complicità col comandante del XXVII° C.A., cioè appunto Pietro Badoglio, i cui concetti tattici erano in qualche modo simili a quelli di Capello, che non per niente l'aveva proposto contro tutto e contro tutti a quel comando.
Molti indizi fanno pensare ad una "trappola", ad esempio quello di affidare il 22 ottobre proprio al C.A. di Badoglio, sottraendolo al IV° di Cavaciocchi, il tratto di saldatura tra i due rispettivi settori di competenza, che pure sarebbe stato meglio lasciare al secondo, più preparato a difenderlo, di fatto sguarnendolo perché il movimento avvenne all'improvviso e senza coordinamento, e solo una piccola parte della brigata Napoli della 19° divisione, comandata dal Brigadier Generale Emilio Maggia, poté essere schierata in sostituzione di due battaglioni di bersaglieri, inviati sul Monte Nero, spostandola da un settore a lei ben conosciuto ad un altro assolutamente estraneo.

Pezzo di grosso calibro dell'artiglieria italiana



Ma la cosa più sconcertante in assoluto fu la sostituzione ad opera dello stesso Badoglio del comandante dell'artiglieria del XXVII° C.A., il Generale Scuti, con un oscuro ufficiale appena arrivato dal cognome fortemente evocativo, il colonnello Alberto Cannoniere: il motivo lo spiegò lo stesso Badoglio per telefono a Capello, secondo la testimonianza del maggiore Oreste Cantatore, presente a quel colloquio telefonico, ed è da ricercare nel fatto puro e semplice che a lui non servivano dei "professori", ma semmai "un ligio esecutore di ordini".
Perché voleva comandare personalmente l'artiglieria, ma questo a Capello non lo disse: dalla lettura dei suoi memoriali emerge come ancora al momento della loro stesura, a tre anni e più di distanza, il comandante della II° Armata non ne fosse per nulla al corrente!
Lo stesso Capello, per difendere il suo operato, avrebbe allegato nel suo "Per la verità" il documento scritto con la testimonianza del colonnello Cannoniere:
"Dalle notizie ricevute, da quanto si era osservato, dai tiri d'inquadramento del nemico, nei giorni precedenti il 24, pur non essendosi in chiaro modo capito dove il nemico avrebbe tentato l'attacco, si era nondimeno entrati nella convinzione che esso si sarebbe svolto sul fronte del IV Corpo e della 19a divisione. Perciò erano stati presi tutti i provvedimenti atti ad impedire l'avanzata del nemico e cito i seguenti: (...) aumento delle artiglierie leggere (...) delle batterie di obici (...) delle artiglierie d'assedio (...) Continui esercizi di sbarramento e concentramento erano stati fatti e si era raggiunta una perfezione di tiro, una celerità di esecuzione, un coordinamento di azione fra le artiglierie leggere e di medio calibro, assai confortante. Tutti i Comandi di settore fino a quelli batteria inclusi, erano stati edotti di ciò che dovevano fare in caso di offensiva nemica; tutti erano stati avvertiti che poteva avvenire il caso della impossibilità di ricevere ordini: e quindi, seguendo le predisposizioni date, si doveva agire d'iniziativa. Ogni batteria da campagna aveva una pattuglia di collegamento con la fanteria in trincea, pattuglia comandata da un ufficiale e collegata con la rispettiva batteria per mezzo di un telefono, bandiere, lampade Donath, lampade Ceretti, posti di corrispondenza, pistole Very e razzi. Ogni reggimento da campagna era collegato in simil modo (...) ed aveva anche comunicazione eliografica (...) Abbondantissimi furono i materiali telefonici di collegamento sussidiari distribuiti ai vari comandanti; quelli sulla sinistra dell'Isonzo ebbero anche cavi telefonici (...) Collegamento telefonico ed eliografico vi era anche coi due Corpi d'Armata limitrofi (...) I continui esercizi fatti col telefono, colle lampade, cogli eliografi, con staffette, davano affidamento che il collegamento doveva essere perfetto".
(Estratto della Relazione diretta dal Comando d'Artiglieria del XXVII° C.A. al Comando d'Artiglieria della II° Armata, ottobre 1917, cit. in http://www.lagrandeguerra.net/gggeneraledicaporetto.html)

Immagine tratta da http://www.lagrandeguerra.net/gggeneraledicaporetto.html
Badoglio voleva prendersi il merito dell'azione decisiva, senza lasciarne neppure un briciolo ai suoi subordinati?
Di più, era andato addirittura oltre gli ordini ricevuti, facendo opportunamente fuori Scuti senza che Capello ne sapesse nulla o magari addirittura contro le sue stesse disposizioni?
Ancora di più, la trappola di Volzana è stata concepita, sì, ma non da Capello, ma proprio da Badoglio e solo da Badoglio, sfruttando la mancata presenza in loco del suo diretto superiore, tornato formalmente al comando solo il 23 ottobre, un giorno prima dell'attacco tedesco?
Probabilmente non lo sapremo mai.
Quello che si sa di sicuro è che nella notte tra il 23 ed il 24 ottobre Cannoniere chiese l'autorizzazione ad aprire il fuoco.
E Badoglio gliela negò.

I PIANI DEL NEMICO SVELATI DAI SUOI DISERTORI 

La tavola del disastro era praticamente già bella che apparecchiata.
Capello per tanto tempo rimase sotto cure a Padova e non ebbe modo di interloquire veramente con Cadorna (anche per volontà dello stesso Generalissimo, che gli aveva fatto sapere in via formale che non riteneva opportuni certi colloqui personali).
Al massimo riuscì a strappare un paio di colloqui solo coi suoi due più stretti collaboratori, il Tenente Generale Carlo Porro, Sottocapo di Stato Maggiore, ed il colonnello Ugo Cavallero, suo capo ufficio operazioni e futuro Capo di Stato Maggiore nella seconda guerra mondiale, ai quali ribadì le sue convinzioni, al primo sull'efficacia di una controffensiva che partisse proprio dal settore del XXVII° C.A. di Badoglio, con "una congrua quantità di artiglierie sulla sinistra dell'Isonzo", al secondo sul fatto che "una decisa controffensiva" fosse "il mezzo più sicuro per rintuzzare l'attacco nemico" e che andasse sviluppata "dalla conca di Vhr-direzioni probabili di tale controffensiva- da un lato quella di Veliki-Selo ed oltre, dall'altra quella di Ravnica".

Probabilmente relazionato dai suoi due uomini, Cadorna il 17 ottobre inviò a Capello questo telegramma:
"V.E. se attaccato, può fare assegnamento sulle forze di cui attualmente dispone con le quali pertanto è necessario provveda alla costituzione delle progettate masse di manovra. Per il migliore inquadramento di questo, dispongo che V.E. passi alla dipendenza del Comando VIII Corpo d'Armata tenuto Gen. BONGIOVANNI. Per quanto riflette le artiglierie V.E. può fare assegnamento su quelle di cui attualmente dispone schierandole nel modo migliore per l'attuazione del concetto di manovra esposto. Fino tanto che non sarà ben chiarita l'estensione e la direzione offensiva nemica, non posso consentire spostamento comando gruppi e batterie ed un pezzo per batteria del nucleo di artiglieria mobile tenute pronte presso Comando della III Armata. Ne comunico a parte l'esatta composizione.  Dispongo che siano dalla I Armata posti a disposizione V.E. un reggimento da campagna e due gruppi di montagna".
CADORNA COMINCIA AD IRRIGIDIRSI

Solo il 18 ottobre Cadorna si rese però conto che la II°Armata era rimasta esattamente sulle stesse posizioni di prima, e proprio per questo il giorno dopo chiamò a Udine Capello, ritornato in servizio il giorno prima, chiarendogli di persona una volta per tutte i suoi reali intendimenti: controffensiva tattica basata sull'attanagliamento sì, grande controffensiva d'armata no!
Ma Capello ancora non se ne dava per inteso, visto che il giorno dopo ordinò ai suoi comandanti di corpo d'armata di assumere contegno difensivo, ma "contando unicamente sulle proprie forze", perché "sottrarre all'Armata le riserve sarebbe imporle rinunzia all'azione controffensiva ed alla possibilità di un grande risultato".
Allora, giusto perché non vi fossero equivoci, col bollettino n. 4889 del 20 ottobre il Generalissimo gli inviò una direttiva scritta inequivocabile:
"Il disegno di V.E. di contrapporre all'attacco nemico una controffensiva di grandissimo stile è reso inattuabile dalla presente situazione della forza presso le unità di fanteria e dalla gravissima penuria di complementi. V.E. conosce l'una e l'altra e sa che per questo appunto ho dovuto, con grande rammarico, rinunciare alla seconda fase della nostra offensiva, fase che si delineava promettente di fecondi risultati. Ciò posto è necessario di ricondurre lo sviluppo del principio controffensivo, base di ogni difesa efficace, entro i reali confini che le forze disponibili ci consentono. Il progetto della grande offensiva d'armata ad obiettivi lontani deve essere abbandonato; esso ci condurrebbe in sostanza a sviluppare una grande offensiva di riflesso non meno costosa di quella seconda fase alla quale già abbiamo rinunciato.Troveranno posto, invece, nel quadro d'una tenace difesa attiva, risoluti contrattacchi, condotti da truppe appositamente preparate ed ispirati a quei principi dell'attanagliamento ben delineato dall'E.V., ma con carattere locale, contenuti, cioè, entro il raggio tattico, per mantenere la difesa nei limiti dell'indispensabile economia".
GENERALI KO NEL MOMENTO DECISIVO

Dopo aver letto quella lettera, o forse fu solo un caso, Capello ebbe una nuova crisi di uricemia e chiese una breve licenza: venne nuovamente sostituito da Montuori, a sua volta sostituito da Albricci al comando del II° C.A.
Il giorno dopo Cadorna, per assicurarsi che ora le cose fossero tornate a posto, inviò degli ufficiali di sua fiducia presso Badoglio e Cavaciocchi (debilitato anche lui nei giorni precedenti da un terribile ascesso ai denti, tanto da averne il viso quasi sfigurato e da rimanere a letto per un paio di giorni) per esserne relazionato sulla situazione dei loro rispettivi settori, venendone genericamente rassicurato sull'approntamento delle richieste posizioni difensive.

Ma si era già al 21 ottobre: da giorni il fuoco delle artiglierie nemiche, concentrato soprattutto sul ristretto settore presidiato dal XXVII° C.A., era aumentato di potenza e precisione, rivelando la presenza di bocche da fuoco più grandi ed efficaci di quelle presenti prima; in più forti ammassamenti di truppe erano stati notati alle spalle del Monte Nero e soprattutto la caccia austriaca si era dimostrata negli ultimi tempi molto attiva ed assai decisa nel tenere lontano dalle prime linee austriache i nostri aerei, come attestava anche l'abbattimento il 3 ottobre a Sveto nei dintorni delle nostre linee di un caccia Nieuport 11 "Bebè" della 76° squadriglia del X° gruppo assegnata alla II° Armata e quello sull'Hermada, all'immediata vigilia dello sfondamento, il 23 ottobre, da parte dell'Albatros del tenente Frank Linke-Crawford della FliK 41 J, quarto asso di sempre (27 vittorie confermate) della Luftfahrtruppen austro-ungarica, di un ricognitore SP 3 della 38° squadriglia del V° Gruppo assegnata alla III°, con la morte del tenente pilota Innocente Buriello e dell'osservatore Francesco d'Audino.
Addirittura, il giorno prima un ufficiale disertore, un tenente boemo dell'esercito austro-ungarico, aveva consegnato delle mappe con i piani strategici di von Below, preannuncianti un attacco che lui riteneva certo da lì a sei giorni, mentre proprio il 21 due altri ufficiali disertori romeni avevano rivelato che tutto era pronto per un attacco diretto su Caporetto e Cividale del Friuli, nella Valle del Natisone, in Friuli orientale, che sarebbe stato preceduto da un terrificante fuoco di preparazione delle artiglierie preannunciato a sua volta da un tiro prolungato effettuato con gas asfissianti di nuova concezione e di potenza assai superiore del solito e mai sperimentata prima.

Quello stesso giorno Capello, ripreso il suo posto perché ufficialmente guarito, aveva deciso di spostare il suo comando da Cormons, finito sotto tiro delle artiglierie austriache, a Cividale (costringendo in fretta e furia a mettere in piedi una nuova rete telefonica, totalmente inesistente in quel settore), ed il giorno dopo il suo esempio era stato seguito sia da Cavaciocchi che da Badoglio: ma se il primo, dopo aver dato disposizioni per abbattere tutti i ponti sull'Isonzo, il giorno 22 aveva disposto semplicemente lo spostamento del suo comando più in alto da una frazione all'altra di Caporetto, dai 253 metri di Creda (Kred) ai 576 di Bergogna (Breginj), tutto sommato forse saggiamente, perché ciò gli consentiva di vedere meglio i movimenti del nemico, incomprensibili appaiono ancor oggi i motivi per cui Badoglio avesse deciso di spostarsi  da un ottimo osservatorio fortemente protetto in galleria sull'Ostrj Kras (781 m), nella catena del Kolovrat, presso Kambresko nell'attuale Slovenia, fino a Cosi (Kosic), un oscuro paesino del fondovalle, dal quale peraltro le sue comunicazioni radio-telefoniche in chiaro sarebbero state sempre intercettate dagli austro-tedeschi (che furono quindi aggiornati costantemente sulla dislocazione delle sue batterie)!

NON ATTACCANO SICURAMENTE, MA PARIAMOCI IL CULO

Cadorna quello stesso giorno si recava da Cavaciocchi nel suo comando di Creda e avendolo visto inquieto, alla sua risposta negativa alla domanda se ritenesse sufficienti le forze a sua disposizione, dopo averlo rincuorato ("improbabile e, in ogni caso, non temibile, un'offensiva austro-tedesca") gli assicurava comunque l'invio della 34° divisione del Tenente Generale Luigi Basso, tolta dal VII° C.A. di Bongiovanni e composta dalla brigata Foggia coi suoi tre reggimenti, il 280° spedito a Saga ed il 281° ed il 282° mandati sulla riva destra dell'Isonzo davanti a Camina (Kamno), sulla tratta Pleka-Vsrno-Selisce, a protezione diretta di Caporetto.
Capello nel pomeriggio inoltrato incontrava a Cividale tutti i suoi comandanti d'armata, dell'artiglieria e del genio, e nell'evidenziare loro le gravissime conseguenze potenziali in caso di riuscita dei piani svelati da quei disertori nemici si dimostrava tuttavia fiducioso che con i rinforzi inviati a Cavaciocchi e Badoglio, con lo spostamento del VII° C.A. di Buongiovanni dietro al IV° ed al XXVII° e con le altre riserve approntate si potesse contenere lo sforzo offensivo nemico in modo da avere il tempo e la forza di contromanovrare con le forze di riserva generali.

Ma le inquietudini evidentemente perduravano se ancora quella sera proprio Capello disponeva con effetto immediato il trasferimento da Faedis dei tre reggimenti della brigata Potenza della 53° divisione del Generale Gonzaga (271°, 272° e 273°), che dovettero passare attraverso la mulattiera di Canebola per giungere fino a Sedula, circa 13 chilometri a ovest di Caporetto, e restare qui a disposizione del Comando d'Armata.
Non bastava, perché il giorno dopo si recava personalmente a Creda e da lì assicurava a Cavaciocchi l'immediato invio anche di un'altra brigata della sua riserva, la Massa Carrara della 13° divisione di Rubin de Cervin appena giunta a Galliano, promettendogliene anche un'altra, con un reggimento da posizionare a Saga e l'altro sullo Stol, e 17 batterie di mezzo calibro: di tutto questo, in realtà, il 24 solo due batterie da 105 e la Massa Carrara sarebbero state in linea, quest'ultima mandata con gli autocarri a Brischis e da qui al Matajur, per posizionarsi alle dipendenze della 53° divisione a difesa del tratto orientale della Stretta di Stupizza, nella Valle del Natisone.
Mentre nel campo italiano si verificava tutto questo spostamento di comandi e unità, in quello opposto nuovi movimenti di truppe in prossimità delle nostre linee venivano comunicati proprio a Capello nella prima mattina del 23 ottobre, ed alle 13,00 una comunicazione tedesca intercettata dalla stazione sullo Sleme indicava addirittura l'ora dell'attacco per le 2,00 di quella notte!

CADORNA CAPISCE TUTTO, MA TROPPO TARDI

Carlo Porro
(Milano, 3 ottobre 1854-
Roma, 19 aprile 1939)
Capello rimaneva convinto delle sue idee strategiche, si proclamava fiducioso, ma in effetti solo il giorno prima era rientrato a pieno titolo in servizio, dopo 19 giorni di ricovero: molte cose le sapeva, altre le intuiva, ma in verità non aveva probabilmente colto tutto il quadro della situazione.
Almeno non come l'Ufficio Situazioni di guerra del colonnello Calcagno e l'Ufficio I del maggiore Amelio Dupont, i nostri servizi segreti.
Loro (più il secondo del primo, a dir la verità) avevano perfettamente capito ormai che si stava preparando un'operazione in grande stile che aveva come suo punto di riferimento Tolmino, autentica ciste malefica insinuata all'interno dello schieramento italiano che non si era mai riusciti ad espellere, e partendo dal Monte Nero e dalla Conca di Plezzo puntava direttamente su Caporetto e da lì a Cividale, ma ancora non erano in grado di dire se l'offensiva intendesse fermarsi lì o puntare al bersaglio grosso, il Friuli ed il Veneto, per non dire addirittura Milano, senza contare che i continui avvistamenti in Trentino di reparti di Jaeger tedeschi (fatti transitare lì apposta da Ludendorff) potevano far credere anche ad un'azione in partenza proprio da quel fronte.
Tali incertezze in qualche modo avevano confortato fino a qualche giorno prima il pensiero più minimalista di Cadorna, secondo il quale al massimo quello sull'Isonzo non poteva che essere un semplice attacco dimostrativo, perché i tedeschi erano stati avvistati in Trentino, non sull'Isonzo, e riteneva impossibile per i soli austriaci un attacco frontale di massa sulle linee italiane appostate sui monti, in pieno autunno, col tempo brutto, la nebbia e la pioggia, ma ormai anche lui si era convinto dell'enorme portata dell'attacco nemico, come dimostra una nota riservatissima personale del 23 ottobre protocollata al n. 4929 mandata al Ministro della Guerra Generale Giardino ed inviata per conoscenza anche a S.E. il Re in cui veniva scritto:
"Oggetto: Imminente offensiva austro-germanica sulla nostra fronte
 Le mie previsioni si avverano. Il nemico ha ormai completato sulla fronte giulia il concentramento di forze e di artiglieria da me segnalato fin dal 18 settembre u.s., e sta per scatenare l'attacco. Notizie controllate ed informazioni via via raccolte da fonti sicure e confermate dalle deposizioni di due ufficiali disertori di nazionalità romena mi consentono di determinare con sufficiente approssimazione l'entità delle forze nemiche ed il piano generale dell'offensiva imminente. Tale offensiva si dovrebbe sviluppare sull'intera fronte da Plezzo al mare, con preponderanza di sforzo tra la conca di Plezzo e la testa di ponte di Tolmino, entrambe comprese; obiettivi principali la dorsale del Kolovrat e la linea Matajur-M. Mia, per poi invadere la pianura girando da nord le nostre linee di difesa dell'intera fronte giulia (2a e 3a armata). L'azione principale dovrebbe essere sussidiata da attacchi diversivi in Carnia, in Cadore ed in Trentino. A quest'azione prenderebbe parte, secondo le previsioni che ho fatto da molto tempo, un notevole contingente di truppe germaniche. Sono segnalate in complesso nove divisioni, di cui quattro risultano schierate in primissima linea sulla fronte di Tolmino; ed altre se ne aggiungeranno verosimilmente a breve. Computando per ora queste nove divisioni soltanto ed il corpo alpino bavarese dislocato nelle retrovie della Valsugana, le forze nemiche a noi di fronte sommano in complesso a 589 battaglioni austriaci e 92 battaglioni germanici. In totale 681 battaglioni formati su quattro compagnie, ai quali noi contrapponiamo, com'è noto a V.E., 844 battaglioni su tre compagnie ciascuno. Nel tratto di fronte compreso tra la conca di Plezzo ed il Vippacco -tratto sul quale dovrebbe pronunciarsi il maggior sforzo nemico- lo schieramento delle artiglierie nemiche è stato potentemente rinforzato e sarebbero anche entrate a farne parte un centinaio di batterie germaniche. Nello stesso settore le forze assommerebbero ad un totale di 365 battaglioni, di cui 82 germanici. È però da prevedere che tali forze aumenteranno se l'avversario si propone, come sembra logico supporre, di compiere uno sforzo prolungato, e chiamerà intanto nuove unità per alimentarlo, in ciò aiutato dalla situazione della fronte russa. Da parte nostra, non posso tacere che l'andamento della fronte tra lo Stelvio e la conca di Plezzo e la possibilità di azioni diversive da parte del nemico mi impedisce di sguernire la detta fronte oltre un certo limite, e riduce perciò la massa di forze e di mezzi che mi è possibile concentrare nel settore principale attaccato senza pregiudicare la situazione dei rimanenti. Ho tuttavia preso provvedimenti tali che mi consentono di attendere l'urto nemico colla serena fiducia di poterlo respingere vittoriosamente. L'attacco, secondo la deposizione dei due ufficiali romeni disertori, uno dei quali ha consegnato l'ordine di operazione del proprio battaglione, sarebbe preceduto da un tiro prolungato a gas asfissianti, sui quali il nemico sembra fare speciale affidamento. L'azione, secondo un'intercettazione telefonica, doveva avere inizio stamane; non lo ebbe, probabilmente a causa del vento sfavorevole all'azione dei gas. Il nemico ha infatti innalzato ieri sulla presunta fronte d'attacco dei palloncini sonda (...) [Anche la sera del 23 i soldati della brigata Genova sul Polovnik videro centinaia di palloncini di carta sollevarsi in aria sospinti da una fiammella accesa, nota Barbero, cit.] L'attacco nemico ci trova preparati, armati di uno schieramento d'artiglieria adeguato -se pur non abbondantissimo, specie pei piccoli calibri- e con una sufficiente disponibilità di munizioni (...) Tutto ciò conferma la fondatezza delle mie previsioni allora prese e la bontà della risoluzione allora presa (...) di rinunciare alla seconda fase della nostra offensiva, pur già pienamente predisposta".
A parere di Cadorna c'era "un solo motivo di seria preoccupazione", la "deficienza di complementi" con cui alimentare la resistenza al nemico una volta fermata la sua prima, poderosa spallata. Risolvere questo problema sarebbe stata la preoccupazione principale cui prestare attenzione, ma, aggiungeva:
"(...) confido nell'intervento dell'E.V. perché a tale deficienza venga posto, come le presenti circostanze esigono, sollecito ed adeguato riparo. Se avrò, come non dubito, tale concorso da parte dell'E.V., ho ferma fiducia che lo sforzo che ci apprestiamo a compiere sarà vittoriosamente superato". 
Non c'è che dire, Cadorna aveva capito tutto, ma proprio tutto, quello che c'era da capire.
Ma si era ormai al 23 ottobre.

Poche ore dopo il Generale Giardino, Senatore del Regno e Ministro della Guerra, colui che nell'estate appena passata aveva sedato nel sangue una sommossa antimilitarista organizzata da gruppi anarchici e socialisti a Torino [v. https://it.wikipedia.org/wiki/Moti_di_Torino_(1917)], avrebbe detto:
"Nella corrente dell'Isonzo si è ripescato morto un prussiano. Certo non era solo e vuol dire che lì di tedeschi ce ne sono. Ora, venga pure l'attacco! Noi non lo temiamo".




IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO

Proprio quel giorno, nel corso di una conferenza organizzata con tutti i generali interessati, Cadorna, Capello, Badoglio, Cavaciocchi, Bongiovanni, Caviglia e Montuori, riunitisi alle 14,00 a Udine, Cadorna scoprì che tutta l'architettura che credeva di aver ideato per bloccare l'imminente offensiva mancava dell'elemento basilare: Capello, che pure ai suoi comandanti d'armata il giorno prima aveva detto che la sua idea di grande offensiva era da intendersi fattibile solo se condivisa con Cadorna, e che questi per vari motivi l'aveva esclusa, non aveva tuttavia provveduto per tutto quel tempo a fare nulla di quanto richiesto espressamente dal Comandante Supremo, a parte quei movimenti più o meno tardivi disposti il giorno prima e più "cosmetici" che altro...
Cadorna lo venne a sapere per la prima volta solo in quel momento.
Ebbe inizio un drammatico confronto, parte in italiano, parte in piemontese, di cui resta la testimonianza del capitano Conte Alessandro Sforza, ufficiale di collegamento del Comando col XXVII° C.A.
Capello cercò di discolparsi: 
"L'uma la manoeuvra, ci resta la manovra, e le vittoriose divisioni della Bainsizza, in piena efficienza, nella loro disposizione potranno calare come una saracinesca sulla sinistra dei reparti nemici avanzanti, annientati dalle nostre artiglierie e fermati dalle nostre divisioni sullo Jeza e a Forni".
Cadorna gli gridò in faccia: 
"E lo Jeza e il Kolovrat e lo Zagradan e il Monte Stol?! I miei ordini! I miei ordini! Mio padre ha preso Roma e tocca a me di perderla!"
Mortificato, dopo un lunghissimo momento di silenzio, Capello farfugliò: 
"Abbiamo tutto predisposto per le linee di resistenza..."
"Avete alterato i miei ordini! Ed ora correte ai ripari quando non v'è più tempo!"...
Posta la mano sulla spalla di Badoglio gli chiese in piemontese: 
"Chiel, chiel, l'on ca fa chiel?"
"Mi, mi sun a post, l'hai tut predispost, a sun tranquil, a mi 'n manca gnente".
E sorridendo gli aggiunse: 
"A sun mac destentiame ad predispune un camp 'd concentrament ad presuné, le truppe nemiche ch'cadran in nostre mani".
Tutti quanti si guardarono in faccia, sbalorditi, compresi i colonnelli Melchiade Gobba e Ugo Cavallero, presenti all'incontro. Cadorna se ne andò via scuotendo la testa, parlando fitto fitto col fidatissimo Cavallero, allibito anche lui...
Erano un comitato ristretto di generaloni vecchio stampo, tutti piemontesi tranne l'emiliano Bongiovanni, il ligure Caviglia e l'avellinese Montuori, tutti tranne in parte Capello abituati ad osservare con distacco i loro subordinati, tutti tranne Badoglio anziani di età, tutti ben lontani dalle posizioni in prima linea, tutti da 29 mesi abituati a vincere sanguinosissime battaglie di puro attrito ed ormai disabituati alla sconfitta, tutti presuntuosissimi nel loro egocentrico modo di condurre le operazioni sui campi di battaglia, puntigliosi nelle questioni di protocollo e di precedenza a tavola, assolutamente fiduciosi nelle loro capacità di saper far fronte a qualsiasi situazione, senza nessun dubbio che qualcosa potesse andare storto, che certe previsioni potessero essere ottimistiche, che tutto fosse stato disposto al meglio...
Scoprire che così non era fu probabilmente un trauma per loro, un trauma che cercarono di esorcizzare forse per farsi coraggio dicendosi che con quel tempo inclemente non sarebbe stata possibile alcuna offensiva nemica.
In fin dei conti, scriveva Cadorna solo il giorno prima al figlio Raffaele, capitano del Regio Esercito schierato in prima linea (e futuro Generale e comandante militare del Comitato di Liberazione Nazionale dopo l'8 settembre 1943), un eventuale attacco "non potrà aver luogo che nell'estate di San Martino, se pure quest'estate ci sarà".

Era però prima di sapere le ultimissime notizie sul nemico, e comunque non avevano di fronte gli austro-ungarici, stavolta, che erano più o meno della loro stessa pasta, come gli inglesi, i francesi ed i russi.
Ora erano i tedeschi che dovevano affrontare, e con loro il gioco improvvisamente cambiava.
Avrebbero così amaramente scoperto che a quel gioco nuovo non sapevano giocare.
Sarebbe stata chiamata la Dodicesima battaglia dell'Isonzo, ma stavolta non sarebbe stata come le altre undici.
Stavolta le avrebbero prese loro.


PARTE SECONDA
CRONACA DI UNO SFACELO







9. IL MOSTRO DIVORA I FIGLI D'ITALIA

L'ATTACCO COMINCIA COI GAS

Immagine tratta da http://www.lagrandeguerra.net/gggeneraledicaporetto.html
Puntuali come solo i tedeschi sanno essere, alle 2,00 di notte del 24 ottobre 1917 le numerosissime artiglierie al comando del Maggior Generale Richard von Berendt (a Tolmino era presente un pezzo ogni 4,4 metri!) iniziarono un pesantissimo fuoco di preparazione con granate normali e shrapnel, tutto diretto sulle prime linee italiane dell'intero settore isontino, seppure con particolare intensità su una circoscritta fascia di terra di cinque chilometri al massimo di profondità all'interno della Conca di Plezzo.


Un'immagine satellitare che mostra il piano di tiro ed il burrone dietro le linee italiane prese di mira col gas (tratta da Google Heart, in https://simonjoneshistorian.com/2017/10/24/the-gas-attack-at-caporetto-24-october-1917/)

Questa terribile concentrazione di fuoco, mai vista fino a quel momento sul fronte italiano, venne però preceduta da un bombardamento ancora peggiore durato pochi minuti in cui furono esplosi dai tedeschi sui medesimi obiettivi migliaia di proietti a gas starnutenti "Croce blu", caricati con una sostanza non sempre mortale ma capace di penetrare attraverso le maschere antigas e creare conati di vomito e violenti mal di testa, la difenilcloroarsina, così da obbligare gli sventurati difensori a togliersele.
Subito dopo, con un ritardo di solo qualche minuto, fu però la volta del Pionier Battalion 35 lanciagas tedesco, giunto in treno a Tarvisio e posizionatosi fra il 16 ed il 18 ottobre alle dipendenze della 22° divisione austriaca Kaiserschutzen poco avanti al villaggio di Vodença, in un terreno pianeggiante al riparo di una scarpata.
Le sue tre compagnie, distese su un fronte di 700 metri, lanciarono sul vallone che scendeva fino al ponte di Ceszoça sull'Isonzo, immediatamente retrostante le trincee italiane in prima linea di Naklo, a soli cinquecento metri di distanza, attraverso 898 appositi tubi di ferro di 180 mm di calibro azionati nello stesso momento da comandi elettrici (i tedeschi li chiamavano Gaswerfer, ma si trattava dei ben conosciuti proiettori Livens, dal nome del tenente del genio inglese William Howard Livens che li ideò), un migliaio di granate contenenti circa 12-15 litri di una letale mistura di "Croce blu" e di "Croce verde", il fosgene, portate sul posto tra mille precauzioni e poi in alcuni casi abbandonate lì, spesso in grado di far danni per anni e anni se inavvertitamente aperte.
Il loro uso era talmente pericoloso per gli stessi attaccanti che secondo Barbero, cit., 4 uomini perirono per trasportarle e posizionarle in loco, operazione per la quale ci vollero dal 19 al 23 ottobre 1.200 uomini più altri 811 prestati dalla 22° divisione, ed altri 7 furono gasati al momento dell'attacco perché 47 tubi fecero cilecca e 29 mine di gas esplosero prematuramente.

(V. http://pavancamillo.blogspot.it/2012/06/battaglia-di-caporetto-l-del-gas-a.htmlhttps://it.wikipedia.org/wiki/Gastruppe; http://www.lagrandeguerra.net/gggas.html)

Gaswerfer tedeschi - Immagine tratta da Bundesarchiv_Bild_146-1969-024-67,_Westfront_Deutsche_Gaswerfer_(18cm).jpg
Lo schema della granata a gas tedesca scagliata coi Gaswerfer (tratto da S.S. 420, Note sulle granate tedesche, 2° Ed., Quartier  Generale, 1918, in  https://simonjoneshistorian.com/2017/10/24/the-gas-attack-at-caporetto-24-october-1917/)
Rispetto alle granate d'artiglieria tradizionali, coi lanciagas la percentuale di gas indirizzata sul nemico saliva dal 10 al 50% e tutti noi possiamo immaginare come potesse essere letale un attacco di sorpresa di questo tipo, assolutamente silenzioso, meno dispersivo, meno influenzabile dalle condizioni atmosferiche, su un ristretto settore di terreno come quello: una nuvola di gas giallastro alta 4 o 5 metri saturò in mezzo minuto circa 120.000 metri quadrati di terreno!
In pochi minuti 3.000 poveri soldati italiani sorpresi nel sonno in galleria, quasi tutti della 50° divisione del Generale Arrighi del IV° C.A., tra i quali tutti i circa 700 uomini del V° battaglione dell'87° reggimento di fanteria della brigata Friuli, morirono tra atroci sofferenze, asfissiati in pochi secondi, sputando sangue dai polmoni infiammati da quel subdolo veleno invisibile, dal quale purtroppo le pesantissime e scomode maschere antigas polivalenti tipo "Z" in dotazione al Regio Esercito non erano in grado di salvarli.
Quello sfortunato reggimento rimase con soli 212 uomini vivi!

La conca di Plezzo vista dal Krasji Vrh




Richard von Berendt
(Nysa, Polonia, 14 gennaio 1865-
Joachimstal, 25 agosto 1953)
Dopo una breve interruzione di mezz'ora, che fece pensare a tutti che ormai tutto fosse finito, alle 6,00 di mattina cominciò su tutto l'arco delle montagne dov'erano posizionate le truppe italiane il vero e proprio fuoco di distruzione (del tutto sconosciuto agli strateghi italiani, abituati semmai al "normale" fuoco di saturazione di lunga durata, che però impediva lo sfruttamento della sorpresa), finalizzato a far saltare tutto per aria, trincee, camminamenti, osservatori, centri di comando, teleferiche, ricoveri, postazioni avanzate, e fu solo allora che per la prima volta cominciarono a reagire, ed anche bene, le artiglierie italiane: quelle del Maggior Generale Umberto Fadini del solo IV° C.A. di Cavaciocchi, però, ché quelle del colonnello Cannoniere del XXVII° di Badoglio rimanevano ancora assolutamente silenti!
Il Generale von Dellmensingen avrebbe detto: "Il fuoco italiano contro il nostro avvicinamento e le posizioni di partenza mancò quasi del tutto".

Il bombardamento nemico aveva infatti completamente distrutto tutti i cavi radio-telefonici, in genere nemmeno interrati o comunque difesi in qualche modo, e la nebbia e la pioggia fitta che annullavano la visibilità sull'intero fronte rendevano anche inutili le segnalazioni ottiche, così come quelle sonore erano totalmente coperte dal rombo dei cannoni: in tal modo Badoglio, da quel vero e proprio loculo di comando in cui era andato a rintanarsi due giorni prima, era ora completamente isolato dal mondo, tagliato fuori da ogni comunicazione, totalmente all'oscuro della gravità di quanto stava accadendo, e pur vedendo i bagliori ed i suoni delle artiglierie austro-tedesche anche volendo non poté quindi mai dare in quei momenti decisivi quell'ordine di fare fuoco alle sue batterie di cui si era arrogato con tanta superficialità pochi giorni prima l'esclusiva, né ovviamente il povero colonnello Cannoniere si guardava dal darlo lui di sua iniziativa, ben sapendo le conseguenze che un simile gesto avrebbe potuto avere non solo sulla sua carriera, ma sulla sua stessa vita.
Solo alle 12,00, cioè ben 10 ore dopo l'inizio dell'attacco, Badoglio avrebbe dato quel fatidico ordine alle sue batterie, peraltro puntualmente intercettato ancora una volta dal nemico (von Berendt avrebbe annotato: "Raramente l'artiglieria ha ricevuto in battaglia notizie così incoraggianti sull'effetto del proprio fuoco direttamente dal bersaglio").
Ma ormai era troppo tardi.
Ormai le fanterie nemiche stavano dilagando nelle valli!

Morti italiani sotto i gas: quanto stona quella chitarra a destra...





ALL'ALBA DEL 24 OTTOBRE ATTACCANO LE FANTERIE


Immagine tratta da http://www.artericerca.com/Pubblicazioni/La%20Battaglia%20di%20Caporetto%201917.htm
Nelle prime ore della mattina, sfruttando proprio quella nebbia e quella pioggia maledetta che secondo i vetusti convincimenti tattici dei generali italiani dovevano inibire qualunque ipotesi di offensiva nemica e che invece erano perfette per nasconderne i movimenti fino all'ultimo, le fanterie d'assalto austro-tedesche di von Below, avanzate silenziosissime nella notte all'immediato ridosso delle prime linee nemiche sotto l'arco di tiro dei propri cannoni, così da partire all'attacco subito dopo la fine del fuoco di distruzione, cominciarono ad infiltrarsi in tutto il settore tolminese nei punti di sutura tra i vari corpi d'armata, protette anche da una pesantissima coltre fumogena stesa dalle loro ottime artiglierie, giusto per annullare completamente le già scarse possibilità di essere viste dagli italiani...

Truppe austro-tedesche pronte a scattare all'offensiva a Santa Lucia d'Isonzo
IL IV° C.A. DI CAVACIOCCHI ATTACCATO DA DUE CORPI D'ARMATA



Alfred Krauss
(Zara, Croazia, 26 aprile 1862-
Bad Goisern am Hallstattersee, 29 settembre 1938)
Alle 9,00 il I° C.A. di Alfred Krauss attaccò sulle Alpi Giulie il dirimpettaio IV C.A. di Cavaciocchi, con tutte e quattro le sue divisioni (un totale di 40 battaglioni, 435 cannoni e 133 lanciabombe).

La "Edelweiss" di Wieden von Alpenbach, composta da truppe originarie del salisburghese (un totale di 10 battaglioni, con 3 compagnie del genio, 119 cannoni e 26 lanciabombe), e la 22° Kaiserschutzen di Rudolf Muller,  con uomini per lo più dell'altopiano di Folgaria in Trentino (11 battaglioni, 3 compagnie del genio, 126 cannoni e 67 lanciabombe),  si scagliavano sulla dorsale Canin-Rombon (Veliki Vhr)-Vrata-Krasji-Monte Nero (Krm)-Monte Rosso (Batognicacon obiettivo la Valle Uccea, la cittadina di Gemona e di seguito la Valle Tanamea, dividendosi in due punte di penetrazione:

1) La prima, condotta dalla 216° brigata "Edelweiss", con il 59° reggimento "Erzherzog Rainer" del colonnello Richard von Schilowsky ed il 4° Kaiserjaeger (un solo battaglione), trovò molta opposizione sul versante più a ovest da parte della 50° divisione di Arrighi: sul Rombon (2207 m), nel settore del Cukla (1767 m), preso e riperso per ben quattro volte, ed in quello della Addolorata (così chiamato perché v'erano i resti di una cappelletta e di un cimitero), contro il Gruppo Rombon, composto dal I° battaglione dell'88° Friuli del colonnello Giovanni Sirombo e dai tre battaglioni alpini Borgo S. Dalmazzo, Dronero e Saluzzo del 2° reggimento del colonnello Alfredo Cantoni; e su Punta Gloria (Lopatnik), la cima più alta del Vrata (2014 m), e sul Vrasic (1897 m), contro i tre battaglioni alpini Ceva, Mondovì del 1° e Monte Argentera del 2° reggimento (II° Gruppo del tenente colonnello Arturo Pugnani).

2) La seconda punta di penetrazione, con la 217° brigata "Edelweiss" (3° Kaiserjaeger e 14° fanteria "Ernst Ludwig Grossherzog von Hessen und bei Rhein" agli ordini del colonnello Artur von Boschmann) e l'intera 22° Kaiserschutzen (con la 43° e la 98° brigata Schutzen, la prima ai comandi del General Major Eduard Edler von Merten, con il 3° Kaiserschutzen "Innichen"-San Candido del colonnello Jozef Hadaszczok ed il 26° Schutzen "Marburg"-Maribor del tenente colonnello Florian Freiherr von Pasotti, la seconda col 1° Kaiserschutzen  "Trient" del colonnello Adolf Sloninka ed il 2° "Bozen" del colonnello Karl Josef Stiller), entrava però come un coltello nel burro per almeno 5 chilometri proprio nella Conca di Plezzo ormai sguarnita e silenziosissima, cosparsa di cadaveri di soldati italiani gasati, tutti apparentemente dormienti, ancora col fucile in mano, in postazione nelle trincee o all'interno delle gallerie scavate nella roccia, e con l'intento di isolare la 50° divisione dalla 43° di Farisoglio prendeva alle spalle il versante più a est sul Krasji (1762 m) e sul Monte Nero (2245 m), costringendo ad intervenire le riserve della confinante 43° posizionate nella Conca di Dresenza (Drezniça), il 9° bersaglieri del colonnello Arturo Redaelli schierato sulla linea Pleça-Spika e due dei tre battaglioni alpini del V° Gruppo del colonnello brigadiere Clemente Perol, quelli del 3° reggimento, il Monte Albergian ed il Val Chisone, essendo colto il terzo di essi, il Belluno del 7° reggimento, nel pieno del trasferimento da Kosek alla colletta di Kosliak.
I due battaglioni si battevano con coraggio,  l'Albergian sacrificandosi quasi per intero sul Monte Plezia (Pleça, 1298 m), il Val Chisone sul Krasji, in appoggio alla brigata Genova del colonnello brigadiere Francesco Torre schierata sul Monte Polonig (in sloveno Polovnik, 1441 m).


Immagine tratta da http://lagazzettadelpago.blogspot.it/2013/10/la-battaglia-di-caporetto-venne.html




La 50° divisione di Arrighi, attaccata anche da nord-est dalla Valle del Rio del Lago dalla LIX° brigata di fanteria da montagna del Feldmaresciallo Eduard Ritter von Dietrich (Gruppo Hordt) della X° Armata di von Krobatin proveniente da Tarvisio, teneva comunque duro, anche perché le artiglierie di Fadini colpivano con efficacia le posizioni della "Edelweiss" e della Kaiserschutzen, ma era costretta sin dalla mattina ad abbandonare le sue posizioni sulla prima linea avanzata, alle 9,30 quelle di Fornace, poco più tardi Quota 700 e Quota 900 e da ultimi i capisaldi di Plezia e Dvor, battuta soprattutto a causa dell'enorme inferiorità numerica (7 battaglioni contro 30!), e nel primo pomeriggio anche quelle sulla seconda linea Za Verzelinom-Na Radlje, colpita implacabilmente dalle artiglierie nemiche.
Le truppe italiane presenti sulla riva sinistra dell'Isonzo riuscivano tuttavia a raggrupparsi intorno alla Stretta di Saga (Zaga), ai piedi del Monte Canin (2587 m), dov'era il comando divisionale: qui due battaglioni dell'88° Friuli, il 280° Foggia del tenente colonnello Carlo Porzio (34° divisione di Basso)giunto appena il giorno prima, ed il II° Gruppo alpino si battevano magnificamente, tanto che la 4° compagnia del Ceva, mandata a rinforzo degli uomini della Friuli su un fronte di 300 metri nel villaggetto di Pluzna, dove comincia la mulattiera che porta al Rombongià raggiunta sull'altro lato dai Kaiserjaeger della 217°, dopo aver contrattaccato due volte prendendo addirittura dei prigionieri finiva sotto il tiro delle artiglierie caricate anche a gas e si faceva sterminare sul posto con la perdita anche del suo comandante.
Alle 18,00 però Arrighi, perso il collegamento con Cavaciocchi e saputo del cedimento di Caporetto, ordinò il ripiegamento sul Monte Stol (1673 m).
Sul punto la ricostruzione dei fatti post-guerra è alquanto lacunosa, ma attesta comunque l'incredibile cortocircuito verificatosi in quelle ore ai vertici del IV° C.A., perché Capello accusò Cavaciocchi di aver abbandonato Saga sua sponte, Cavaciocchi nella sua relazione sui fatti attribuì questa decisione ad un ordine ricevuto da Montuori, nominato da Capello comandante dell'ala sinistra della II° Armata, che anzi l'avrebbe dato già alle 16,00 senza preventivamente informarlo, ma sembra che Arrighi avesse deciso per suo conto prima ancora di riceverlo, dopo essere però stato consigliato in tal senso dal colonnello Boccacci, Capo di Stato Maggiore di Cavaciocchi...

Com'è come non è, i due battaglioni dell'88° intorno alle 19,00 scendevano attraverso il ponte di Serpenizza (Srpenica) e si posizionavano tra Prvi Rum e la Selletta dello Stol, ma gli alpini e l'altro battaglione dell'88° del Gruppo Rombon, rimasti ormai isolati dalle altre forze nel settore di Oltresonzia (Ceszoça), dopo aver lottato per tutta la giornata con moltissime perdite erano costretti a distruggere i propri pezzi ed a intraprendere una lunga marcia notturna sotto una terrificante bufera di neve attraverso il Vallone dell'Aquila, raggiungendo al mattino del 25 la Sella Prevala, nel massiccio del Canin, che separa il Monte Forato ad ovest dal Goloveç a est: qui per loro fortuna venivano tutti raccolti presso la Sella Nevea dai tre battaglioni alpini Gemona, Monte  Canin e Val Fella dell'8° reggimento al comando del colonnello Costantino Cavarzerani, responsabile del settore della Val Raccolana, aggregati alla 36° divisione di Zampolli del Gruppo Carnico di Tassoni, distesa tra le Valli Aupa, Fella, Dogna e Raccolana.
Per il modo con cui condusse il ripiegamento il colonnello Alfredo Cantoni comandante del 2° alpini sarebbe stato decorato con l'Ordine Militare di Savoia ed analoga decorazione avrebbe avuto il colonnello Cavarzerani per come guidò tutti quegli uomini fino all'1 novembre sulle rive del Tagliamento, tanto da ricevere successivamente anche il titolo di Conte di Nevea.

Ma in quel ripiegamento purtroppo Arrighi lasciava sguarnito ed in fiamme il ponte di Ternova  d'Isonzo (Trnovo) da cui avrebbero dovuto transitare verso la salvezza gli uomini della 43° impegnati sul Monte Nero ed il Monte Rosso, nel frattempo attaccati anche alle spalle da altre truppe austriache e tedesche provenienti dal fondovalle: solo il XXVIII° ed il XXXII° battaglione del 9° bersaglieri, accodatisi al comando reggimento ed a una compagnia del IV° battaglione del 2° bersaglieri, ed il quasi integro Belluno del V° Gruppo alpini sarebbero riusciti a passare quel ponte per partecipare alla difesa sullo Stol, oltre a elementi del Val Chiusone aggregatisi al II° Gruppo alpini, mentre gli altri battaglioni bersaglieri e l'Albergian avrebbero continuato a combattere su quelle cime innevate e sferzate dalla bufera fino al pomeriggio inoltrato del 25 prima di arrendersi, e solo pochissimi di essi sarebbero riusciti a passare l'Isonzo.
L'Albergian sarebbe stato decorato con la medaglia d'argento al valore.

Tra il Mrzil ed il Vodil






Alberto Cavaciocchi
(Torino, 31 gennaio 1862-
Torino, 3 maggio 1925)
Cavaciocchi solo alle 22,00 venne informato della ritirata di Arrighi verso lo Stol, quando però la situazione stava precipitando, soprattutto nel settore più centrale di Tolmino preso direttamente di mira dai tedeschi e particolarmente battuto dalle loro artiglierie.
Due divisioni austro-ungariche di fanteria da montagna avanzate dal Monte Vodil (1044 m), costituenti la terza punta di penetrazione, la pur fortissima 55° del Principe Felix di Schwarzemberg del Gruppo Krauss (11 battaglioni, 3 compagnie del genio, 142 cannoni e 16 lanciabombe) e la 50° di Karl Gerabek del Gruppo von Stein, facevano estremamente fatica a superare l'aspra resistenza opposta dalla 46° divisione di Amadei tra i prospicienti monti Mrzil (1360 m) e Sleme (1487 m), nonostante poco prima dell'inizio dell'attacco l'esplosione di due potentissime mine avesse fatto saltare in aria i trinceramenti difensivi italiani sul massiccio del Mrzil Vrh (Cima fredda, in sloveno, che gli italiani storpiavano in Smerle).

I due reggimenti 147° e 148° della brigata Caltanissetta del colonnello brigadiere Vincenzo Ponzi, il 2° bersaglieri del colonnello Ernesto Richieri ed il 224° della Etna del colonnello Luigi Rossi (il cui stendardo sarebbe stato decorato con la medaglia d'argento al valore) reggevano magnificamente, ma alla fine un battaglione del 4° fanteria bosniaco della 55° riusciva ad infiltrarsi pesantemente in profondità nel settore Vodil-Dolje tenuto dalla brigata Alessandria del colonnello brigadiere Costantino Bruno, più a diretto contatto col settore di Plezzo, prendendoli alle spalle.


Hermann Freiherr von Stein
(Ansbach, 11 febbraio 1859-
Volkerhausen, 26 febbraio 1928)
La mossa che rompeva ogni (instabile) equilibrio avveniva proprio in quei momenti, quando da est, ed era la quarta punta di attacco, faceva irruzione a Gabrje la 12° divisione di fanteria slesiana di Arnold Lequis, inquadrata nel III° C.A. bavarese del Barone Hermann von Stein, che giungeva alle spalle della Alessandria totalmente indisturbata seguendo il percorso dell'Isonzo a cavallo di entrambe le sue rive.
Tre battaglioni del 63° reggimento ed il 1° del 23° dell'Alta Slesia investivano in pieno due compagnie del 156° reggimento di quella brigata schierate in prima linea a cavallo della strada fra i mulini e l'Isonzo e particolarmente provate dal tiro di distruzione, sfondando proprio al centro dov'era la compagnia disposta sul fiume, la più colpita dalle artiglierie tedesche, e proseguivano implacabilmente senza fermarsi.
Alle 09,00, quando gli uomini di Krauss si erano appena mossi, quelli del 63° slesiano  già erano a Vollaria (Volarje), dove usando la passarella lasciata intatta dagli italiani sul Rio Vollaria si dirigevano senza indugio già sulla loro seconda linea distesa a Selisce sui due argini destro e sinistro fino alla confluenza con l'Isonzo, raggiungendola senza difficoltà alle 11,00 di conserva col 1° battaglione del 23° al comando del maggiore von Eichholz, avanzato parallelamente sulla destra dell'Isonzo, per poi puntare su Camina, sorprendendo anche stavolta alle spalle il II° battaglione del 147° fanteria comandato dal tenente colonnello napoletano Maurizio De Vito Piscicelli, nell'anteguerra famosissimo viaggiatore fra Africa ed Asia, e costringendolo a ripiegare in disordine nel settore tenuto dal 5° squadrone mitraglieri del 14° reggimento Cavalleggeri di Alessandria tra Libussina (Libusnje) sulla sinistra dell'Isonzo e Idresca (Idrsko) sulla destra.


Un ufficiale austro-ungarico occupa un baraccamento italiano nella alture su Tolmino




Maurizio De Vito Piscicelli
(Napoli, 25 marzo 1871-
Camina, 25 ottobre 1917)
Per proteggere questo ripiegamento Piscicelli, che riprendendo volontariamente servizio aveva rifiutato di guidare un gruppo squadroni dei Cavalleggeri di Aosta per stare in prima linea coi fanti, rifiutata la resa continuava a combattere sul trincerone del Mrzli al comando di una postazione di retroguardia di mitragliatrici posta all'inizio della mulattiera per Smast, una località dove aveva sede il comando divisionale della 46° di Amadei.
La coraggiosa resistenza delle mitragliatrici FIAT italiane era vigorosa, ma cessava definitivamente quando Piscicelli cadeva colpito a morte sparando personalmente gli ultimi colpi della sua arma: sarebbe stato decorato per questo con la medaglia d'oro alla memoria.
Il 63° prese ad avanzare sulla riva sinistra del fiume verso Libussina, mentre il 1° battaglione del 23°, poi raggiunto dal 2°, su quella destra, verso Idresca, dove superata la blanda resistenza di due compagnie del 282° Foggia trovava ad opporsi solo i carabinieri della locale stazione, che pur immolandosi tutti non potevano ovviamente impedire la loro avanzata.

L'eroica morte della medaglia d'oro Maurizio Piscicelli





Le difese italiane, travolte dal bombardamento, dal gas, sorprese da quegli improvvisi e letali attacchi condotti alle loro spalle nella nebbia, erano ormai completamente vinte, rotte, disarticolate, e le truppe cominciavano a fuggire scompostamente, con un terribile effetto domino che finì col contagiare tutto quel settore, ormai in preda al terrore ed allo scoramento: non soltanto i soldati delle prime linee, sia da soli che interi plotoni o addirittura compagnie, che abbandonavano le armi e si arrendevano o andavano a nascondersi dove si poteva, con gli ufficiali costretti con pochi risultati a sparare in aria o contro i loro stessi uomini per mantenere la disciplina, ma soprattutto ovviamente le assolutamente maggioritarie unità di retrovia, per lo  più non combattenti, dalle salmerie agli scritturali, dagli attendenti alle officine ed alle cucine da campo, dalle sezioni  sanitarie ai servizi veterinari e persino i postriboli militari...(v. http://www.grandeguerra.rai.it/articoli/i-postriboli-militari/28762/default.aspx).
Come ricorda Pierluigi Romeo di Colloredo Mels, cit., il capitano d'artiglieria Ildebrando Flores, un ufficiale che fu tra coloro che interrogarono nel dopoguerra gli ex prigionieri italiani di Caporetto (che però Barbero, cit., non ritiene di piena affidabilità, perché schieratissimo con le idee di Cadorna), avrebbe ricordato:

"Un gruppo di reduci dalla prigionia di guerra (...) [secondo Barbero potrebbe essere il battaglione della riserva del 2° bersaglieri, nota mia] interrogati sul modo in cui era avvenuta la loro cattura il mattino del 24 ottobre 1917 (...) dichiararono, sottoscrivendo che quel mattino, verso le nove, il battaglione era stato avviato verso il monte Pleka e temporaneamente aveva sostato nei pressi di Libussina. Erano trascorsi pochi minuti dall'arrivo della truppa su quella posizione quando furono scorti reparti tedeschi che marciavano in perfetto ordine, sulla strada della sponda destra dell'Isonzo, su Idersko. Il comandante del battaglione, notata la cosa, diede ordine di non sparare, aggiungendo che qualunque tentativo era inutile, perché si sarebbero avuti dei morti senza alcun costrutto. I tedeschi furono lasciati indisturbati a compiere la marcia, e il battaglione non si mosse da Libussina fino a poco dopo le undici, ora nella quale sopraggiunsero altri reparti nemici, ai quali il battaglione si arrese senza opporre resistenza". 

Così, in questa tristissima atmosfera di cupio dissolvi, fu molto facile per l'inarrestabile 63° slesiano avanzare lungo la riva sinistra dell'Isonzo ed arrivare senza incontrare alcuna resistenza a Ladra, un villaggetto praticamente attaccato a Caporetto, da cui lo separava solo il fiume, transitabile esclusivamente attraverso il piccolo e glorioso Ponte di Napoleone.

Poco prima del suo arrivo, alle 12,30, il Generale Amadei, che proprio a Ladra aveva spostato il suo comando dalla confinante Smast, si incontrava con Ponzi e Bruno, comandanti della Caltanissetta e della Alessandria, e ordinava il ripiegamento della sua 46° divisione.
Il ripiegamento era però nei fatti e stava avvenendo proprio in quel momento, nella maniera più caotica possibile, perché, come se non bastasse lo sbandamento totale delle nostre truppe, a complicare le cose erano anche le prime colonne di profughi civili in fuga dai loro paesi finiti sotto il tiro delle artiglierie nemiche o già occupati che andavano a mescolarsi con quelle dei nostri in grigioverde in ripiegamento, cominciando ad intasare quelle stesse strade percorse anche in senso inverso dalle prime truppe italiane della riserva mandate a tamponare le enormi falle che si aprivano in prima linea.

Per la Caltanissetta e l'Alessandria era finita.
In due giorni tutti e quattro gli ufficiali comandanti di quei reggimenti, il tenente colonnello Manlio Raimondo del 147°, anche ferito, il colonnello Giuseppe Viale del 148°, il tenente colonnello Ferdinando Tamborlini del 155° ed infine il colonnello Giuseppe Offredi del 156°, sarebbero stati fatti prigionieri.
Quelle due brigate morirono a Caporetto.

La penosa ritirata italiana


GLI ALTI COMANDI ITALIANI COLTI TOTALMENTE DI SORPRESA

Solo ora gli Alti Comandi italiani cominciavano a capire cosa stava accadendo, dopo aver brancolato per ore nel buio.
Il primo a non rendersi conto pienamente della situazione era stato proprio Luigi Cadorna, come attesta il suo fonogramma inviato da Udine a Capello alle 9,30 di mattina, nel quale, nel chiedergli quale misure difensive avesse adottato, aveva aggiunto
"(...) che tentativo iniziato stamani od altri consimili che avessero a ripetersi non devono indurci consumo munizioni che non sia prettamente commisurato alle esigenze della difesa"!
Dal canto suo, S.A.R. Vittorio Emanuele III°, giunto alle 10,15 in visita al comando del IV° C.A. a Creda (a soli 5 chilometri a ovest di Caporetto!), alle preoccupazioni di Cavaciocchi per il brutto tempo gli aveva risposto "tutto andrà bene", e quando intorno alle 11,00 aveva fatto telefonare a Badoglio per sapere da lui in tempo reale come stessero effettivamente le cose, l'aveva trovato a Kambresko, dov'era appena arrivato dopo un avventuroso giro in macchina.
Non poteva certo dire al Re che non sapeva nulla, quindi l'ineffabile marchese del Sabotino se la cavò riferendo che il fuoco delle artiglierie nemiche stava accennando a calare d'intensità e "nessuna notizia di attacchi di fanteria era pervenuta sino a quel momento".
Proprio in quei drammatici minuti stava invece covando il vero e proprio dramma.

Truppe d'assalto tedesche si riposano ai bordi di una strada


Mentre tra il Polonig ed il Monte Jeza (924 m) davanti a Tolmino, sulla riva destra dell'Isonzo, la 19° divisione italiana di Giovanni Villani era praticamente inchiodata a terra dai pesantissimi colpi di artiglieria caricati anche a gas provenienti appena da oltre confine, più a ovest nella conca di Plezzo dilagavano infatti gli uomini della 55° austro-ungarica: la 26° brigata di fanteria da montagna, con il 4° reggimento bosniaco ed il 7° carinziano "Graf von Khevenhuller", la 38° di fanteria, con il 2° reggimento bosniaco, un battaglione del 4° ed uno del 7° e soprattutto il 55° Sturmbatallion tedesco del capitano von Graeve aggregato dalla divisione Jaeger.
I battaglioni composti dai montanari musulmani della Bosnia-Erzegovina erano infaticabili, resistenti alle fatiche e fortissimi nella lotta alla baionetta, il 7° carinziano era rodato, glorioso e colmo di tradizione, ma, soprattutto, formidabile era il 55° battaglione d'assalto, una delle prime unità di questo tipo viste su quel fronte, e che Capello aveva in qualche modo cercato di imitare con i suoi arditi.
Dietro di loro seguiva in direzione di Saga la divisione tedesca Jaeger al comando del colonnello Georg von Wodtke, i tre formidabili reggimenti 11°, 12° e 13° della 5° brigata di fanteria della riserva ed i tre Sturmbataillonen bavaresi "Kronprinz Rupprecht", "Deutscher Kronprinz" ed "Herzog Albrecht".
Da est e da ovest i cacciatori, i montanari e gli assaltatori nemici avanzavano in un modo del tutto sconosciuto agli italiani, aggiungendo al terrore per i bombardamenti ed il gas anche la paura dovuta al fatto di vederseli comparire all'improvviso dietro le loro linee, del tutto inaspettati, e lo sconcerto per il loro modo d'agire: senza curarsi di ciò che accadeva ai lati e dietro di loro, i reparti d'assalto tiravano avanti dritto per dritto suddivisi in squadre di pochi uomini puntando gli obiettivi previsti e dopo averli aggirati li prendevano tutti alle spalle, attaccando chi i centri comando, chi quelli comunicazioni, chi singole postazioni trincerate ed installazioni militari e conquistandoli tutti uno ad uno con pochissime perdite ed anzi al contrario catturando prigionieri a migliaia!
Una volta raggiunto un certo obiettivo, venivano portate avanti le artiglierie someggiate medio-leggere, i lanciamine, le piccole bombarde di accompagnamento, e con quelle ed i cannoni catturati agli italiani il nemico si apriva la strada in profondità per continuare quell'ardita e stupefacente avanzata nella nebbia.

Avanzando rapidamente a macchia d'olio sotto la pioggia battente nel fondovalle tolminese senza che le batterie di Badoglio sparassero un solo colpo essi erano penetrati non visti sin dalle 9,30 alle spalle delle linee italiane tenute dalla 43° divisione di Farisoglio nella Conca di Za Kraju, nel trincerone di Quota 1270, nella Conca di Dresenza davanti a Caporetto, cogliendo assolutamente di sorpresa ed annientando senza difficoltà tre reggimenti di fanteria, il 223° Etna del tenente colonnello Angelo Aprà ed i due 97° e 98° Genova, e da qui si erano poi diretti sul Monte Rosso (2163 m), su cui le artiglierie tedesche avevano nel frattempo fatto esplodere una seconda, micidiale mina, prendendo alle spalle gli alpini del V° Gruppo, i bersaglieri del 9° ed i fanti del 224° Etna che stavano combattendo duramente nello stesso momento per la loro stessa sopravvivenza sul lato opposto tra il Krasji ed il Monte Nero contro gli austriaci della "Edelweiss" e della Kaiserschutzen.






Le truppe della 43° divisione, ormai asserragliate quasi tutte in trappola sul massiccio del Monte Nero, già a mezzogiorno avevano cominciato a sbandare clamorosamente, e le confuse notizie su uno sfondamento nemico verso Caporetto costringevano il povero Farisoglio, che pure come un po' tutti aveva gravemente sottovalutato all'inizio l'attacco nemico, a ordinare la ritirata, con le strade però ormai tutte intasate dai rinforzi che lui stesso aveva richiesto solo due ore prima a Cavaciocchi: nell'enorme confusione di quei momenti drammatici, Farisoglio prendeva una decisione abbastanza incomprensibile, ed insieme con alcuni ufficiali del suo stato maggiore si recava a bordo di un'auto proprio in direzione di Caporetto per verificare più da vicino la situazione!


Italiani fatti prigionieri dai tedeschi



IL XXVII° C.A. DI BADOGLIO ATTACCATO DA TRE CORPI D'ARMATA

Mentre tutto questo accadeva anche tutto il settore del XXVII° C.A. di Badoglio crollava, sotto la spinta della quinta e ultima punta d'attacco nemica.
Attaccato sulla riva destra dell'Isonzo in contemporanea dal XV° C.A. austro-ungarico di Karl Scotti con la 1° divisione di fanteria di Josef Metzger e dal LI° C.A. tedesco di Albert von Berrer, con l'AlpenKorps di Ludwig Ritter von Tutschenk e gli Jaeger della 200° divisione  di fanteria di Ernst von Below, entrambi partiti dalle colline di Santa Maria e Santa Lucia, eterne spine nel fianco dello schieramento italiano, il corpo d'armata di Badoglio veniva però letteralmente travolto soprattutto dal III° C.A. bavarese di von Stein, che attaccava nel suo punto più debole, quello assolutamente mal presidiato di sutura con il IV° di Cavaciocchi tenuto dalla 43° e dalla 19° divisione.
Se la 50° e la 55° divisione austro-ungariche venivano ancora in qualche modo contenute dalla 43° sullo Smerle, più con la forza della disperazione che con quella delle armi, l'AlpenKorps, superate già entro le 12,30 le linee di Costa Raunza, sul Monte Plezia, nelle valli Ramenca e Duole, prima catturava un battaglione del 76° fanteria della Napoli della 19° divisione di Villani e successivamente s'impossessava a tarda sera pure di Quota 1114, il massiccio del PodKlabuç (Na Gradu-Klabuç), sulla dorsale nord del Kolovrat, difeso dal solo III° battaglione del gemello 75° e ritenuto negli ordini d'attacco tedeschi "il punto chiave di tutto il sistema difensivo avversario" (M. Rech, "Da Caporetto al Grappa. Erwin Rommel e il battaglione da montagna del Wurrtenberg sul fronte italiano della Grande Guerra", Novale 1998, pag. 42).

Quota 1114 venne conquistata dopo un attacco a sorpresa su tutti i lati da alcune compagnie al comando del primo tenente Ferdinand Schoerner  del 3° battaglione del reggimento bavarese da montagna della Guardia (colonnello Franz Ritter von Epp).
Schoerner per questo sarebbe stato premiato con la decorazione imperiale prussiana più importante, la famosa "Blauer Max", la Croce dell'Ordine "Pour le Mérite", e da qui avrebbe cominciato un lunghissimo percorso che l'avrebbe prima portato nel maggio 1945 allo zenit di essere indicato da Hitler nel suo testamento come nuovo comandante in capo dell'esercito e nell'immediato dopoguerra al nadir della condanna a 12 anni di carcere per crimini di guerra in Russia e poi ad altri 4 e mezzo in Germania Ovest, dopo un breve periodo trascorso in quella dell'Est.

Quando dopo una lunga e dura resistenza intorno alle 18,00 i fanti della Napoli erano costretti a sgombrare definitivamente quella vetta, l'intera linea dell'Alto Isonzo crollava e la brigata Roma del Maggior Generale Vincenzo Rossi, appartenente alla riserva del XXVII° C.A., venne chiamata a proteggere il ripiegamento dalla Bainsizza di tutte le truppe italiane gravitanti in quel settore: per difendere le sei brigate del XXIV° C.A. di Caviglia (Verona e Campobasso della 10° divisione, Ravenna, Sele e Lambro della 49° e Grosseto della 68°) il suo 79° fanteria al comando del tenente colonnello Remigio Perretti dovette sacrificarsi quasi per intero combattendo fino a notte inoltrata per tenere da ultimo scoglio la sua posizione, prima di ripiegare più a sud-est su Auzza (Avze), tra Santa Lucia a nord e Canale d'Isonzo a sud, dove stavano nel frattempo convergendo le truppe del LI° C.A. di von Berrer, con obiettivo Cividale.
Mentre questo accadeva, gli alpini tedeschi di von Tutschenk attaccavano Costa Duole, ov'era schierata proprio in primissima linea la brigata Taro ai comandi del colonnello brigadiere Enrico Danioni, passata quasi tutta tranne il II°/208° dalla 64° alla 19° divisione solo ai primi di settembre e distesa subito dietro a Volzana tra Lase, Drenchia, Casoni Solarie, Ciginj e l'Isonzo, con Tolmino proprio di fronte: minacciati di aggiramento dalle numerose colonne nemiche, i suoi due reggimenti 207° e 208° erano costretti a fuggire al valico di Cappella Sleme per posizionarsi sul caposaldo Bucova-Jeza, ma trovandolo già occupato dal nemico ripiegavano in disordine verso sud alle falde del massiccio del Kolovrata Clabuzzaro, dov'era situato proprio il comando della divisione, il cui disperato comandante Villani non faceva che andare avanti e indietro tra le linee per cercare di incoraggiare personalmente i suoi soldati a reggere quella terribile prova.


Immagine tratta da http://www.artericerca.com/Pubblicazioni/La%20Battaglia%20di%20Caporetto%201917.htm


10. CAPORETTO

La zona di Caporetto sotto il tiro delle artiglierie tedesche, nel settore dov'è l'ansa dell'Isonzo







Arnold Lequis
(Dillenburg, Hessen, 2 febbraio 1862-
Wiesbaden, 16 febbraio 1949)
LA 12° DIVISIONE SLESIANA SPACCA IN DUE LO SCHIERAMENTO ITALIANO

Ma era la sorprendente 12° divisione slesiana di Arnold Lequis ad infliggere il colpo di grazia alla già agonizzante II° Armata italiana di Capello.
Stanchissimi ma col morale a mille, dopo un'avanzata di poco più di sette ore in direzione nord-ovest praticamente indisturbati lungo entrambe le sponde del fiume Isonzo, con la cattura di un totale di ben 12.000 prigionieri, quasi tutti addetti ai servizi di retrovia, ora improvvisamente dopo aver piegato alle spalle dell'intera 46° divisione di Amadei a sua volta addossata alla 43° ormai in totale caotico ripiegamento quegli uomini si presentavano alle 14,30 con cinque battaglioni addirittura davanti agli sbalorditi abitanti di Caporetto!




CADE CAPORETTO


Qui Lequis trovò schierati presso il locale cimitero e sullo sperone roccioso che scendeva verso l'Isonzo, dominato dalla chiesetta di Sant'Antonio, il 5° squadrone del 14° Cavalleggeri di Alessandria, il 282° reggimento e tre compagnie mitraglieri del 281° appartenenti alla brigata Foggia, più una batteria da montagna e quattro campali da 105, appartenenti alla 34° divisione del Tenente Generale Luigi Basso, unica debole carta di riserva inviata in fretta e furia dal già disperato Cavaciocchi poche ore prima nel settore di Surid.
Forse per la prima volta in quella giornata il 63° slesiano dovette sostenere finalmente un breve, ma duro combattimento contro un nemico che si rivelò tosto, ma in realtà l'unico scopo di quella resistenza italiana era solo quello di dare tempo alla compagnia minatori del capitano Giuseppe Platania del 5° reggimento del genio di far brillare il piccolo ponte in pietra sull'Isonzo che consentiva l'accesso alla città, chiamato Ponte di Napoleone solo perché nel 1797 vi avevano transitato le truppe napoleoniche dirette in Carinzia.


Il Ponte di Napoleone oggi, ricostruito dopo la 2° guerra mondiale
Alle 15,30 il ponte di Caporetto saltò in aria, nonostante l'opposizione di alcune pattuglie tedesche giunte ormai a ridosso dei genieri italiani, ma questa mossa disperata ebbe fondamentalmente il solo risultato di precludere purtroppo l'ultima via di salvezza per le nostre truppe in ritirata dal massiccio del Monte Nero: sarebbero state costrette a dirigersi verso il ponte di Ternova più a nord, che purtroppo in quel momento era ormai in fiamme e non più percorribile, tanto che solo il 2° bersaglieri sarebbe riuscito, in piccola parte, a passare in qualche modo la mattina del 25 sul ponte non ancora distrutto, col comando reggimento ed un compagnia del IV° battaglione, mentre due battaglioni e mezzo arrivati troppo tardi dopo aver impegnato duramente il nemico sarebbero rimasti tagliati fuori e catturati.

Ma nel frattempo, mentre il 1°/23° slesiano per proteggere il fianco sinistro da un possibile contrattacco si dirigeva verso la Conca di Luico (Livek), andandosi a scontrare nel villaggio di Golobi prima contro un solo battaglione e poi contro l'intero 20° reggimento della IV° brigata bersaglieri del Brigadiere Generale Renato Piola Caselli, aggregata alla 62° divisione del Maggior Generale Giuseppe Viora, il 2°/23° si presentava proprio alle porte di Caporetto, del tutto inaspettato, e nello stesso momento in cui il vecchio ponte romano veniva fatto brillare l'11° compagnia al comando del primo tenente Kuttner attaccava la periferia orientale della cittadina, trascinandosi dietro il resto del battaglione sostenuto dal fuoco di una batteria da montagna austro-ungarica.
Nonostante un estremo tentativo da parte di Basso di mettere insieme una resistenza armata con sbandati, fuggitivi ed altri militari affluiti nel frattempo sul posto, in soli 15 minuti gli slesiani entravano in paese e l'occupavano interamente.
Alle 15,45 del 24 ottobre, a sole 13 ore dall'inizio dell'attacco e dopo nemmeno 8 che le fanterie austro-germaniche erano partite in avanti, Caporetto era caduta!

Caporetto occupata
"Stanchi morti, ma vittoriosi, gli slesiani entravano in Caporetto occupandovi una strada dietro l'altra e catturando circa 2.000 prigionieri. Il sottufficiale Birchel, da Neustadt (Slesia), si distingueva in modo particolare nel corso dell'attacco; nella parte meridionale di Caporetto il vicemaresciallo Becker si lanciava per primo rapidamente in avanti riuscendo a bloccare tempestivamente un'automobile che stava per svignarsela verso ovest. La sorpresa fu grande quando ne smontarono un generale italiano e due giovani ufficiali i quali, nel corso dell'interrogatorio, si rivelarono per il gen. Farisoglio, comandante della 43° divisione, con il suo capo di SM e l'ufficiale d'ordinanza. Il bottino è gigantesco: automezzi, cavalli, parchi di veicoli d'ogni genere, depositi di viveri e materiali assortiti, forni da campo e altro ancora. Come alle grandi manovre, al termine dell'azione gli uomini accorrono nella piazza principale, mentre le trombe suonano il segnale d'adunata. La popolazione slovena si precipita festante per le strade, a salutare i liberatori germanici. L'incredibile è dunque accaduto! Caporetto, obiettivo di questa prima giornata, situato ad oltre 15 km dietro la linea avanzata italiana, è in mani tedesche."
(Krafft von Dellmensingen, "Lo sfondamento dell'Isonzo", pag. 92, cit. da Camillo Pavan, in "Caporetto: storia, testimonianze, itinerari", Camillo Pavan Ed., 1997, pag. 111)

Per quest'azione Lequis, già decorato in precedenza con l'Ordine "Pour le Mérite", avrebbe ottenuto l'ulteriore riconoscimento delle Fronde di Quercia.
Farisoglio, invece, sarebbe finito nel campo di prigionia di Celle, in località Scheuen, a qualche decina di chilometri da Hannover.

Le disperate forze della 34° divisione con il nemico alle calcagna erano costrette a ripiegare sullo Starinskj Vrh (1147 m), il monte appena a nord-ovest di Caporetto, dove parecchi uomini venivano catturati tra cui anche il comandante della Foggia, il colonnello brigadiere Francesco Pisani,  e da lì a scendere verso le 18,30 a Staro Selo (un toponimo che significa vecchio villaggio) e poi sulla stretta tra i villaggi di Creda (Kred) e Robis (Robic), ormai quasi a ridosso dell'antico confine tra Italia ed Austria-Ungheria, che venivano però entrambi occupati dal nemico nella notte.

LA 53° DIVISIONE CHIAMATA A DIFENDERE LA VALLE DEL NATISONE


Maurizio Ferrante Gonzaga
Marchese del Vodice
(Venezia, 21 settembre 1861-
Roma, 24 marzo 1938)
A difendere la Valle del Natisone era stata mandata la 53° divisione, inquadrata nel XXVIII° C.A. di Saporiti e comandata dal glorioso e pluridecorato Maggiore Generale Marchese Maurizio Ferrante Gonzaga, solo pochi mesi prima decorato di persona dal Re con la medaglia d'oro al valore per la conquista dell'importante caposaldo di Vodice.
Dalla zona di Premariacco si era dovuta muovere la brigata Vicenza del Brigadier Generale Giovanni Guerra, colta in piena riorganizzazione, che con l'appoggio di alcuni squadroni di cavalleria mitraglieri, appartenenti ai tre reggimenti 7° Lancieri di Milano, 14° Cavalleggeri di Alessandria e 20° Cavalleggeri di Roma, era andata a disporsi coi suoi tre reggimenti 277°, 278° e 279° tra Stupizza e Brischis, alle falde del Matajur, proprio di fronte ai due villaggi di Creda e Robis, ed in tal modo insieme con l'altra brigata Potenza del colonnello brigadiere Luigi Amantea, spostatasi da Faedis in direzione dello Stol, aveva costruito un vero e proprio lucchetto con cui chiudere quella porta d'ingresso al fondovalle: infatti il 271° sin dal 23 era rimasto a presidiare in appoggio alla 50° divisione il medio-alto Stol, mentre il 272° ed il 273° in aiuto alla 34° divisione si erano predisposti a sbarrare la strada di Robis, il primo portandosi prima sulla linea Sedula-Podbela-Stanovisce e poi col precipitare degli eventi tra il costone di Potoki (343 m) e l'altura di San Volario, dove il Natisone fa una curva a gomito ed entra in Italia, il secondo portandosi dal settore Bergogna-Logje con un battaglione sulle alture alla sinistra del Natisone e con un altro dalla parte opposta proprio davanti a Robis ma con vista anche su Creda, con l'ultimo più arretrato di riserva.
Insieme coi battaglioni alpini Belluno e Valchiusone, una parte del 9° bersaglieri e ciò che restava della 46° reduci dalla sfortunata resistenza sullo Stol, le truppe di Gonzaga avrebbero bloccato fino al pomeriggio inoltrato dell'indomani quella terribile emorragia al centro della II° Armata, quanto meno rallentando per la prima volta l'impetuosa avanzata nemica.

CROLLA LA 19° DIVISIONE DEL GENERALE VILLANI

A quel punto però nonostante le artiglierie del colonnello Cannoniere fossero finalmente entrate in azione, anche la 19° divisione di Villani era di fatto già spacciata: quasi contemporaneamente all'arrivo a Caporetto degli slesiani infatti l'intera 1° divisione di Metzger (XV° C.A. austro-ungarico), dopo essere straripata praticamente senza opposizione nella conca di Volzana aveva conquistato alle 16,00 il Monte Krad, vanamente difeso dal X° Gruppo alpino del colonnello Filippo Salvioni (battaglioni Morbegno del 5° reggimento, Vicenza, Monte Berico, Val d'Adige del 6°) e dalla brigata Spezia del colonnello brigadiere Giuseppe Gianinazzi, che pur battendosi coraggiosamente veniva letteralmente spazzata via; più o meno allo stesso momento anche il 3° reggimento Jaeger del colonnello Ralf von Rango della 2° brigata della 200° divisione di von Below (LI° C.A. tedesco) era penetrato a fondo alle spalle degli italiani, costringendo tutti a ripiegare prima verso le 19,00 sulle fortificatissime trincee del Monte Jeza, dove nel frattempo era affluito anche il grosso del 75° Napoli, e poi dopo un'accanita ma vana resistenza nella notte fino a Lombai, dove  si erano spostati ciò che  restava della Taro ed il comando della divisione, raggiunta alle prime luci del 25 ottobre da reggimenti ormai ridotti a pallide copie di loro stessi...
Le perdite per la sfortunata divisione di Villani sarebbero state pesantissime: all'8 novembre la Spezia avrebbe avuto 7 ufficiali morti, 81 dispersi e 3.384 dispersi tra gli uomini di truppa; la Taro al 21 novembre 6 ufficiali morti, 12 feriti, 85 dispersi e 2.795 uomini dispersi; la Napoli all'1 novembre 4 ufficiali morti, 15 feriti, 99 dispersi, 13 uomini morti, 68 feriti, 3.781 dispersi; del battaglione alpino Val d'Adige si salvarono "6 ufficiali e circa 30 uomini"; all'8 novembre si contarono 3 ufficiali morti, 3 feriti, 13 dispersi, 12 alpini morti, 48 feriti, 610 dispersi (in "Riassunti Storici", cit. da Barbero, cit.).
La Spezia, guidata dal suo comandante Gianinazzi, sarebbe giunta al Torre con "trenta fucili e dodici o quindici ufficiali" (AUSSME, H-4, b. 14, fasc. 291, cit. da Barbero, cit.)

Artiglieria italiana abbandonata dopo lo sfondamento



INIZIA LO SFALDAMENTO DELLE DIVISIONI ITALIANE

In poche ore Capello era costretto ad assistere da vicino ad opera di von Stein, Krauss e von Berrer all'annientamento di tre sue divisioni, la 43°, la 46° e la 19°, e delle stesse tanto osannate batterie di Badoglio, facilmente travolte anche perché in gran parte tenute da artiglieri disarmati e non protette da trinceramenti di fanteria, con la cattura di migliaia di prigionieri.
Non paghe di questo, le truppe bavaresi del Gruppo Stein continuavano imperterrite ad avanzare, superando l'Isonzo ed indirizzandosi senza indugi in direzione del settore strategicamente fondamentale del Matajur-Globoçak, su cui era da poco posizionata la debolissima riserva composta dalle povere forze del VII° C.A. di Bongiovanni, la 3° divisione del Maggiore Generale Ettore Negri di Lamporo, con le brigate di fanteria Arno del Maggior Generale Renato Rosso (213° e 214° reggimento), Elba del colonnello brigadiere Gaetano Spiller (261° e 262°) e di copertura la Firenze del Brigadiere Generale Alberto Rovelli (127° e 128°), e la 62° divisione del Maggior Generale Giuseppe Viora, composta dalla brigata Salerno del Brigadier Generale Ottavio Zoppi (89° e 90°), il conquistatore di Rodi durante la guerra italo-turca di Libia, e dalla IV° bersaglieri del Brigadier Generale Renato Piola Caselli (14° e 20°) che tanto bene si stava comportando a Golobi...
Gli ultimi tre erano forse in quel momento i tre migliori giovani generali italiani (49enne Viora, 47enne Zoppi, 51enne Piola Caselli), eppure come vedremo anche loro sarebbero stati travolti in poche ore...

A rinforzo del VII° C.A. venivano inviate in fretta e furia per l'occasione le restanti riserve del XXVII° di Badoglio, cioè i due reggimenti 71° e 72° della brigata Puglie del colonnello brigadiere Tullio Papini, accorsi da San Leonardo, dove erano rimasti colpevolmente inoperosi fino a quel momento, senza che nessun comando si ricordasse di loro, e l'80° ed i resti del 79° della Roma annientato sul Na Gradu, più poche ore dopo altri sei: i due 115° e 116° della Treviso del colonnello brigadiere Giuseppe Barbieri della 30° divisione di Mangiarotti, presi  dal XIV° C.A. di Sagramoso, ed altri quattro reggimenti bersaglieri, il 6° del tenente colonnello Ambrogio Agnesi ed il 12° del parigrado Pietro Frigerio della I° brigata del Maggior Generale Adolfo Leoncini ed il 4° del tenente colonnello Alessandro Gillio ed il 21° del colonnello Angelo Cosentini della V° del Maggior Generale Giuseppe Boriani, tratti dal XXVIII° di Saporiti ed appartenenti alla 47° divisione bersaglieri del Tenente Generale Gustavo Fara, anch'egli eroe della guerra di Libia e protagonista della battaglia di Sciarra Sciat.

Tutte queste forze si schieravano tra Kambresko, il Globoçak, lo sperone di Srednje-Rog fino ad Auzza, appena al di qua del confine italiano, a protezione delle incomplete divisioni 22° di Chiossi, 64° di Fiorone e 65° di Coffaro, formate in totale da due brigate e mezzo, costrette a ripiegare in tutta fretta dal territorio del Collio goriziano sparpagliate tra vette e valli, stremate dai bombardamenti e dai continui attacchi delle truppe imperiali di Kosak alle spalle ed ai lati: la Pescara del colonnello brigadiere Carlo Garcea, la Belluno del parigrado Giulio Corrado ed un battaglione della Taro.
Tra alterne vicende tutte queste variegate truppe una volta coagulatesi insieme avrebbero retto fino alla notte del 26, per poi ripiegare fra Ponte Miscecco (Miscek) e la cima fortificata del Korada (812 m) a sbarramento della Valle Judrio, dopo aver resistito agli attacchi nemici ed aver anche ripetutamente contrattaccato, soprattutto con le due brigate bersaglieri, che per questo motivo sarebbero state entrambe decorate con la medaglia di bronzo al valore.

Con l'eccezione del settore più a destra, attaccato dalla II° Armata dell'Isonzo austro-ungarica del Generale Kosak, che grazie al suo modo più tradizionale di combattere era stata tutto sommato "agevolmente" contenuta dalla III° Armata del Duca d'Aosta anche per il fattivo contributo della brigata Sesia del Brigadier Generale Luigi Coppola, forte scoglio difensivo a difesa del regolare deflusso delle truppe attraverso la piazza di Gorizia, l'esercito italiano si stava avvitando in una catastrofe con pochi eguali.
In solo 24 ore gli austro-tedeschi erano avanzati di ben 27 chilometri annientando due interi corpi d'armata italiani apparentemente poderosi, spazzati via con tutte le loro artiglierie e la perdita tra morti, feriti e prigionieri di circa 40.000 uomini (dei 35.000 prigionieri, circa 4.000 furono catturati dalla 22° Kaiserschutzen, 700 dalla 55°, 7.000 dalla 50°, 12.000 dalla 12° slesiana, 4.000 dall'AlpenKorps, 4.600 dalla 1° e poco meno di 3.000 dalla 200°), con almeno altrettanti intrappolati tra il Rombon ed il Monte Nero, mentre le perdite austro-tedesche non superavano nell'insieme i 7.000 uomini!

DIVISIONI SBANDATE, PANICO, ESODO DELLE POPOLAZIONI CIVILI

Ormai si andava veramente all'avventura.
Mentre le prime tre punte d'attacco austro-tedesche, la 3° "Edelweiss", la 22° Kaiserschutzen, la 55°, la 50° e la Jaeger, avanzavano nelle valli Uccea e Resia in direzione di Tolmezzo, dell'Alto Tagliamento e della Carnia per giungere attraverso la valle del Cornappo a Tarcento e San Daniele, la quarta, la 12° slesiana con parte della 26° del Wurrtemberg  della riserva, dirigeva sulla valle del Natisone, e  la quinta si suddivideva tra l'AlpenKorps che percorreva quella del Rieca, la 200° ed il resto della 26° del Wurrtemberg che scendevano le valli della Cosizza e dell'Erbezzo e la 5° del Brandeburgo e la 1° divisione austriaca quella dello Judrio.
I vari generali italiani  per tappare le tante falle che si aprivano in tutti i settori prendevano al volo le prime unità disponibili a portata di mano per mandarle direttamente in prima linea così com'erano, anche con pochi o nessun cannone, munizioni ridotte, poche mitragliatrici, organici al minimo e senza esperienza.
Tutto andava bene, giovanissimi, vecchi, malati, inesperti, purché fossero in grado di marciare tenendo un fucile in mano, ma mentre molti partivano per le prime linee almeno altrettanti ne rifuggivano, in un trafelato e triste via vai in cui migliaia di uomini in divisa, pochi in  tradotta, quasi tutti a piedi, in autocarro, persino a cavallo, con il loro seguito di carriaggi, cannoni (quando c'erano), materiali vari, venivano ad incrociarsi tra loro da mille diverse e spesso opposte direzioni, formando meste e lunghe colonne dal lentissimo incedere in entrambi i sensi di marcia che intasavano tutte le strade friulane, e frenate ulteriormente dalla pioggia e dalla neve venivano a mischiarsi a quelle spontanee dei profughi civili che a migliaia cominciavano a fuggire dalle case avite, spinti dalla disperazione per le numerose voci sui saccheggi, le fucilazioni, gli stupri compiuti dagli invasori germaniciportandosi con sé tutto quel poco che potevano, a piedi o a bordo di carretti sui quali trovavano riparo tutti insieme le donne, i figli e gli animali domestici, trainati da lenti bovini, muli o vecchi ronzini sfiatati guidati per lo più dagli anziani genitori, essendo i figli tutti al fronte...

GLI STUPRI DI GUERRA

Un'apposita commissione istituita nel novembre 1918 per sostenere le nostre richieste di danni alla prossima Conferenza di Pace, la "Reale Commissione d'inchiesta sulle violazioni dei diritti delle genti commesse dal nemico", le cui risultanze documentali sarebbero state pubblicate in sette volumi tra il 1920 ed il 1921, avrebbe accertato (IV° vol., "L'occupazione delle provincie invase", capitolo su "Delitti contro l'onore femminile", e VI° vol., "Documenti raccolti nelle provincie invase") che la maggior parte delle violenze, non di rado accompagnate da torture ed omicidi, ai danni non solo delle povere donne abusate ma anche dei loro familiari e conoscenti, spesso costretti ad assistervi, sarebbero in effetti avvenute entro la prima metà del mese di novembre del 1917, quando cioè gli eserciti nemici "erano ancora impegnati nell'azione di sfondamento delle linee italiane e di riposizionamento dopo l'arresto al Piave", compiute soprattutto da parte di soldati (e persino ufficiali) tedeschi ed ungheresi, seguiti da presso da bosniaci e croati, e pur conoscendo una sostanziale diminuzione col passaggio del controllo delle zone occupate dai tedeschi agli austro-ungarici sarebbero rimaste però di fatto sempre impunite dagli Alti Comandi nemici.

Sarebbero stati accertati dalla commissione ben 735 stupri (di cui però solo 165 indicando con precisione le generalità delle vittime e le circostanze dei fatti), ai danni per lo più di donne sorprese, spesso insieme con i figli od i fratelli anche in tenera età o con gli anziani genitori o i mariti invalidi, in casolari isolati di campagna (che per ordini militari dovevano sempre tenere le porte aperte), o appunto profughe dai loro paesi, da sole o con i loro familiari, ma si tratta di un dato sicuramente assai inferiore al reale: molti stupri infatti non vennero denunciati o vennero derubricati a mero "tentativo" a causa dell'innato pudore delle vittime, delle loro famiglie e delle stesse comunità locali (cui la commissione aveva demandato le indagini, inviando ai sindaci interessati il 27 novembre 1918 un apposito questionario), anche perché gli interrogatori erano condotti da uomini, cui le donne nella maggior parte dei casi si vergognavano di riferire la loro sfortunata esperienza.
Va peraltro detto che nella mentalità dell'epoca questi reati, pur considerati "infamanti" per le vittime ed i loro cari (sul piano dell'onore, come abbiamo visto, non della libertà della persona), erano ritenuti però uno strascico tutto sommato "minore" ed inevitabile di ogni guerra, e  su di essi gli stessi maggiorenti locali preferivano stendere un velo d'omertà, anche per salvaguardare l'ordine sociale delle loro comunità, soprattutto quelle piccole di confine, nelle quali permanevano forti minoranze etniche filo-austriache.

(Per un approfondimento sul tema degli stupri v. QUI)


Immagine tratta da http://www.artericerca.com/Pubblicazioni/La%20Battaglia%20di%20Caporetto%201917.htm
CADE IL GOVERNO BOSELLI, SUBENTRA QUELLO ORLANDO

Vittorio Emanuele Orlando
(Palermo, 19 maggio 1860-
Roma, 1 dicembre 1952)
Tutto questo non poteva non avere conseguenze politiche: nella seduta della Camera del 25 ottobre Paolo Boselli, messo sotto accusa dai socialisti per essersi completamente affidato a Luigi Cadorna nella conduzione del conflitto tenendone fuori il governo ed a maggior ragione il Parlamento, venne sfiduciato con una schiacciante maggioranza di 314 voti contro 96 e si dimise.
Il Re chiamò Vittorio Emanuele Orlando, Ministro dell'Interno sotto Boselli.
Avrebbe giurato il 30 ottobre.

Cadorna ancora non lo sapeva, ma aveva ormai i giorni contati al comando e con quella nomina erano ancora di meno: lui e Orlando erano divisi da un'ormai pluriennale rivalità, dovuta al fatto che il primo non gradiva il moderatismo troppo "cerchiobottista" del secondo, e ne deprecava i continui rifiuti di punire con severità coi suoi prefetti la propaganda pacifista ed antinazionale svolta soprattutto dai socialisti nelle città italiane, mentre il secondo temeva l'eccessivo protagonismo ed il piglio troppo estremista sul piano disciplinare e sanzionatorio verso i propri sottoposti del primo, tanto da essere tra coloro che brigarono perché venisse sostituito dal Conte Mario Nicolis di Robilant (v. http://www.30giorni.it/articoli_id_1446_l1.htm), sospettandone velleità golpiste (che la lealtà alla Monarchia di Cadorna ed i suoi scrupoli religiosi escludevano in realtà in radice).

Sui giornali, però, usciva questo bollettino tutto sommato "tranquillizzante".




11. CADONO IL KOLOVRAT ED IL MATAJUR

VIENE DESTITUITO CAVACIOCCHI

Il giorno dopo, il 25 ottobre, la situazione precipitava, nel segno della confusione più assoluta.
La 50° divisione di Arrighi e le altre truppe italiane presenti sullo Stol, costrette a ripiegare intorno alle 12,30 dalla 22° Kaiserschutzen nonostante una resistenza in certi momenti al di là dell'umano (gli alpini del Belluno, rimasti senza munizioni, andarono all'attacco alla baionetta, quelli dell' Argentera addirittura si misero a lanciare pietre!), avevano ricevuto da Cavaciocchi l'ordine di rioccupare immediatamente quella vetta, ma i loro ripetuti assalti erano stati puntualmente respinti con enormi perdite dal nemico, tanto da indurre anche il recalcitrante generale ad ordinarne la definitiva ritirata alle 21,00.
Carlo Emilio Gadda, interventista ed arruolatosi volontario negli alpini, tenente del Gruppo Rombon (preso prigioniero nel primo giorno dell'offensiva), ne fa un ritratto al vetriolo nel suo diario tenuto dal 24 agosto 1915 al 31 dicembre 1919, pubblicato col titolo "Giornale di guerra e di prigionia", descrivendolo come il classico generalone che preferiva starsene ben dietro le linee, al sicuro, senza curarsi minimamente delle condizioni dei suoi soldati, e prende in giro anche il suo Capo di Stato Maggiore, il colonnello Boccacci,  descritto come "aitante e biondo come un giovane Attila", con una sola ed unica fissa, quella di tagliare a zero o quasi i capelli di tutti i soldati, tanto da organizzare a tal fine appositi posti di blocco sulle strade, e che la stessa relazione della commissione d'inchiesta su Caporetto afferma avesse quattro amanti fisse ed altre occasionali, trovate per lo più tra le prostitute locali, che amava anche riprodurre in foto di carattere osceno...

A parere di  diversi commentatori Cavaciocchi, Arrighi e Farisoglio avrebbero potuto fare molto di più per opporsi al nemico, forse addirittura per batterlo, di sicuro quanto meno per ritardarne l'azione ed impedire quindi lo sfacelo successivo, se invece di asserragliarsi in una testarda difesa a compartimenti stagni prima e ritirarsi verso Saga poi avessero formato un corpo unico con le due divisioni 50° e 43° sulle direttrici d'attacco del nemico, cioè proprio  nel momento in cui ancora le sorti della battaglia erano tutt'altro che decise.
Purtroppo mancava in quegli uomini quello spirito d'iniziativa e quella capacità di andare oltre lo spartito assegnato che sarebbero stati richiesti in quei momenti, un difetto tipico della mentalità militare italiana di quel tempo, che prescriveva l'obbedienza pronta, cieca ed assoluta al comandante, e tutto questo non avvenne.
Sono comunque considerazioni ispirate dal senno del poi, che annotiamo solo per dovere di cronaca.

Quello che invece è certo è che quello della sera del 25 ottobre sarebbe stato comunque l'ultimo ordine operativo dato da Cavaciocchi, perché solo poche ore dopo Cadorna, sempre più esacerbato da quelle continue notizie di continue ritirate, di cui cominciava ad incolpare i soldati e gli inetti ufficiali che a suo parere evidentemente li guidavano, gli comunicò ufficialmente la sua destituzione dal comando ed il passaggio della 50° divisione, praticamente l'unica rimasta del suo IV° C.A. in grado di combattere, al Gruppo Carnico di Tassoni, a sua volta incaricato di sbarrare la Valle Uccea (Ucja) ed occupare il Monte Maggiore, nella catena del Matajur, per impedire al nemico di esondare a nord-ovest in direzione del Tagliamento verso Tolmezzo e seguendo il corso del Torre più a sud verso Tarcento.
Il Monte Maggiore doveva diventare il perno della nuova strutturazione difensiva: la II° Armata, rafforzata dall'invio in suo soccorso di due divisioni dal Trentino e del XXX° C.A. di Donato Etna ex III° Armata, con la 16° e la 21° divisione, doveva appoggiarsi col suo fianco sinistro a quella vetta, mantenendo sempre il contatto con Tassoni.

Al posto di Cavaciocchi venne chiamato il Maggior Generale Asclepia Gandolfo, comandante della 31° divisione e futuro Comandante Generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, a sua volta sostituito dal parigrado Ciro De Angelis al comando della 31°.
Ma la situazione era in costante, continua e totale evoluzione peggiorativa, e poche ore dopo il Generalissimo ordinò l'arretramento della II° Armata sulla linea principale tutta montuosa ovest-est Matajur-Joanaz (Ivanaç)-Madlessjena-Purgessimo-Castel Madonna del Monte-Korada-Kolovrat-Kuk-Vodice-Sella di Dol-Monte Santo-Salcano, alle porte di Gorizia, ed il contestuale ripiegamento anche della III° sulla linea fortificata del Vallone del Carso, con l'ordine di prepararsi a sgombrare la Bainsizza e, per tutte le artiglierie,  di ripiegare su Treviso.
Praticamente veniva completamente vanificato tutto il sangue versato nell'undicesima battaglia dell'Isonzo e ci si apprestava a farlo anche con quello della decima...






Ma ormai lo sfondamento era riuscito ed al centro dello schieramento italiano, tra Caporetto e Tolmino, l'intero XIV° C.A. di von Below, spaccati ormai in due entrambi i corpi italiani sotto attacco, penetrava comunque lo stesso in profondità per decine di chilometri giungendo a diretto contatto col debole e raffazzonato VII° C.A. di Luigi Bongiovanni, puntando in particolare in direzione della brigata Arno della 3° divisione di Ettore Negri di Lamporo.

ROMMEL TRAVOLGE LA BRIGATA ARNO...

Il maggiore Theodor Sproesser (Weingarten, 10 settembre 1870- Stoccarda, 8 febbraio 1933) ed il primo tenente Erwin Rommel (Heidenheim, 15 novembre 1891- Herrlingen, 14 ottobre 1944), decorati con l'Ordine "Pour le Mérite"

Dissanguatasi ai primi di settembre alle dipendenze della 10° divisione nel vittorioso scontro sul Monte S.Gabriele, dove aveva perso 1.982 gregari e 84 ufficiali, e passata nel breve volgere di una ventina di giorni alle dipendenze prima della 67° ed infine della 3° divisione, la brigata Arno era giunta in linea da soli tre giorni nel vallone a sud di Cras (Kras) per disporsi fronte a est sulla linea Monte Piatto-PodKlabuç-Monte Platena (Uplatanaç)-Casoni Solarie-La Cima-Monte Kolovrat: qui però veniva travolta dal Gebirgsbattalion (il battaglione da montagna) del Wurttemberg del maggiore Theodor Sproesser aggregato agli Alpenkorps, infiltratosi totalmente non visto alle spalle degli italiani schieratisi con fronte a sud sulla dorsale del Kolovrat, tra il Monte Piatto (Trinski Vrh, 1138 m) ed il Cucco (Kuk) di Luico (1243 m).
Nell'azione il battaglione tedesco attaccò suddiviso in tre scaglioni (Abteilungen) ognuno di 500 uomini circa su due compagnie, uno al comando del primo tenente Schiellein, un secondo agli ordini del parigrado Wahrenberger, un terzo guidato da un altro giovane ufficiale destinato a diventare famosissimo, il primo tenente Erwin Rommel: proprio lui, già autore della presa del Monte Plezia alle 12,30 del 24 ottobre, dopo aver addirittura sopravanzato un battaglione bavarese cui in teoria doveva semplicemente dare copertura riusciva a catturare sul suo versante centinaia di prigionieri di un battaglione del 213° reggimento quasi senza colpo ferire, mentre il resto dell'unità italiana veniva colpevolmente spostato anziché sul Monte Piatto sul PodKlabuç, ormai occupato dal grosso degli AlpenKorps, uscendone annientato.
Rommel, come tutti i suoi compagni d'arme, non se ne curava proprio, andava avanti come un caterpillar, lasciando solo pochissimi uomini, spesso non più di due o tre, a guardia delle centinaia di prigioneri che faceva, che tutto sembravano fuorché vogliosi di combattere ancora, e così facendo prendeva anche il vicino Naghnoj (1193 m) tenuto dal 214° e proseguiva ulteriormente la sua avanzata aggirando il Monte Kuk, lasciato alle cure delle artiglierie nel frattempo fatte affluire proprio sul Naghnoj e conquistato nel pomeriggio congiuntamente dagli Alpenkorps e dalla 26° divisione tedesca (1° del Wurttemberg) di Eberhard von Hofacker del LI° C.A. tedesco  di von Berrer.

...E VON RANGO LA BRIGATA ELBA ED I RESTI DELLA 19° DIVISIONE


Il maggiore Sproesser segue l'aggiramento del Kolovrat col cannocchiale telemetrico,
mentre il caporale Paul Martin prende appunti

Ormai in completo sbandamento, e con parecchi dei suoi uomini arresisi o fuggiti innanzi al nemico, col suo dissolvimento l'Arno provocava il crollo di tutto quel settore, anticamera della Valle del Natisone, trascinando nell'abisso della disfatta con un terribile effetto a catena pure la confinante brigata Elba, anch'essa della 3° divisione, un'altra unità reduce da mesi continui di prima linea alle dipendenze di più divisioni, con circa 3.000 perdite subite da metà maggio.
Schierata tra Casoni Solarie e Rucchin col 261° reggimento del colonnello Giuseppe Pucci e sulla linea Obenetto-San Wolfango-Zavart col 262° del tenente colonnello Guido Della Croce, l'Elba era finita sotto l'attacco 
del possente 3° reggimento Jaeger del colonnello Ralf von Rango, il trionfatore dello Jeza, forte di ben 36 mitragliatrici pesanti e 72 leggere, intenzionato a prendere il pur apparentemente munitissimo Monte Hum (912 m), che faceva parte della linea di resistenza ad oltranza italiana e su cui erano posizionate molte batterie di obici pesanti e di cannoni di grosso calibro.


Giuseppe Denti
A difesa di quella cima erano stati mandati tre battaglioni del 262° reggimento, il I° del capitano Giuseppe Denti tra San Wolfango e Lombai, il II° del capitano Giovanni Metitieri sul costone di Pluzna-Srednje a picco sullo Judrio, dove veniva successivamente raggiunto anche dall'intero 261° reggimento, ed il III° del maggiore Giovanni Ruva su quello di Cima Clava e di Case Malinske: erano apparentemente truppe numerose, ben posizionate e con una notevole potenza di fuoco, ma in realtà il crollo di quelle della linea avanzata aveva portato ad una loro notevole dispersione per coprire i settori rimasti scoperti, tanto che il I° battaglione, che in teoria doveva avere circa 900/1.000 uomini, con tre compagnie fucilieri, due sezioni mitragliatrici FIAT, due di pistole mitragliatrici, una lanciatorpedini ed un reparto zappatori, si era ridotto di fatto ad una sola compagnia con sole due mitragliatrici pesanti perché costretto ad inviare una sezione mitragliatrici pesanti al III° battaglione di Ruva ed un paio di compagnie e 6 pistole mitragliatici alla vicina brigata Spezia della 19° divisione di Villani, impegnata a difendere la trincea Lombai-Obrank-Monte Napour insieme con ciò che restava delle altre brigate sorelle Taro e Napoli (ridotta al solo 75° reggimento)!
Trincea sul Monte Hum
Nulla di strano, quindi, se quello che nominalmente restava un battaglione ed invece era una compagnia rinforzata di non più di 350 uomini al massimo, pressoché disarmata, nulla poté fare per opporsi alla colonna sinistra del reggimento di von Rango, l'intero 3° battaglione al comando del capitano von Tippelskirch, con l'appoggio della 7° batteria di cannoni da montagna, quando essa attaccò proprio sul suo lato per conquistare la strategica altura dello Hum.
Costretto sin dalla sera del 25 a salire al riparo delle trincee predisposte su quella cima, il battaglione del capitano Denti, un ufficiale di complemento cremonese 35enne sposato e con due figli, nella vita civile maestro elementare, venne quindi facilmente spazzato via dopo una breve e coraggiosa resistenza già a metà mattina del 26 insieme con la povera brigata Spezia e costretto a ritirarsi verso Tribil e poi San Leonardo per evitare l'aggiramento sul lato opposto da parte anche dei granatieri branderburghesi dell'8° reggimento della guardia (LeibRegiment) "Konig Frederich Wilhelm III" (1° branderburghese) del colonnello von Gluszweski che avevano nel frattempo superato Kambresko
Denti, come quasi tutti gli ufficiali, compresi Ruva, Metitieri ed anche il comandante della brigata colonnello brigadiere Gaetano Spiller e quello del 261° Pucci, sarebbe stato fatto prigioniero la prima mattina del 27 al bivio di San Leonardo, dopo un'ultima, penosa resistenza condotta nel settore della chiesetta di San Nicolò da ciò che restava del suo e degli altri battaglioni, circondati ed ormai rimasti quasi senz'armi, contro i reparti d'assalto del nemico.
(V. http://cremonamisteriosa.blogspot.it/2017/12/la-caporetto-del-capitano-giuseppe-denti.html)

IL CROLLO DEL VII° C.A. DI BONGIOVANNI
Job Albert Karl Ralf von Rango
(1 maggio 1866-13 marzo 1939)
Immagine tratta da QUI

L'ennesimo sfacelo era stato a quel punto pressoché inevitabile: dopo aver visto molta gente ritirarsi in disordine da Passo Zagradanmigliaia di uomini della 3° e della 19° divisione, terrorizzati da quel nemico così sfuggente e letale, con somma sorpresa dei tedeschi si erano dati alla fuga o avevano gettato anch'essi le armi a centinaia senza sparare un solo colpo, arrendendosi anche di fronte a piccolissimi reparti che in altri momenti avrebbero agilmente battuto.
In tal modo i comandi dell'Elba e anche della Puglie, 80 ufficiali, 3.500 uomini, 51 mitragliatrici e 61 cannoni venivano catturati quasi senza colpo ferire sia dal 3° Jaeger di von Rango, che dall'8° Leib Regiment del Brandeburgo di von Gluszewzki e dal sopravvenuto 52° fanteria "von Albensleven" (6° branderburghese), entrambi della 10° brigata della 5° divisione di fanteria di von Wedel, penetrata in profondità dopo aver rilevato in prima linea l'ormai stanca 1° austro-ungarica di Metzger!
A fare le spese di questo spaventoso domino di sconfitte era pure alla sinistra dell'Elba la combattivissima IV° brigata bersaglieri della 62° divisione di Viora, schierata sin dal 23 esattamente a cavallo tra la catena Matajur-Kolovrat a nord e quella Zagradan-Hum-Pluzna a nord-est, con l'ordine di difendere quella posizione a tutti i costi dagli attacchi da qualunque direzione fossero arrivati e se possibile contrattaccare.

Nonostante il 20° reggimento del tenente colonnello Carlo Cacace avesse ristrappato al 1° battaglione del 23° reggimento slesiano gran parte dell'abitato di Golobi, porta d'ingresso a Luico, al termine di una serie ripetuta di assalti e contrassalti, riprendendo persino 11 cannoni da 105 in precedenza catturati dai tedeschi, e si fosse spinto addirittura fino alle porte di Idresca, l'intera brigata per non essere a sua volta presa alle spalle sarebbe stata obbligata a ripiegare disordinatamente a cavallo della rotabile di Luico, col 14° reggimento del tenente colonnello Carlo Bosio costretto a posizionarsi all'altezza di Cepletischis fino all'altura nord di San Martino (987 m), per sbarrare alla 12° divisione di Lequis l'accesso attraverso il passo di Polava poco più a nord, e col provatissimo 20° sulla destra del torrente Rieca, per evitare che fosse il Gebirgsbattalion del Wurrtenberg a dilagare attraverso quella valle anche sul paese di Savogna.
A differenza di quasi tutte le altre brigate di fanteria, Arno ed Elba ormai praticamente annientate, Spezia, Napoli e soprattutto Taro messe ancora peggio, e Roma, Puglie e Treviso assai a malpartito, tutte costrette a ripiegare tra il Korada e Castel del Monte, una frazione di Prepotto, praticamente attaccata a Cividale, la IV° bersaglieri, pur duramente provata, e con la perdita di ben 50 ufficiali e 2.000 uomini catturati e fatti prigionieri dallo stesso Rommel disceso dal Kuk, continuava mai doma a lottare senza tregua, insieme con la brigata Firenze del Brigadiere Generale Alberto Rovelliunica ancora efficiente della 3° divisione, acquartierata anch'essa nel settore del San Martino dov'era il 14° reggimento bersaglieri.

ORA TOCCA AL MATAJUR

Ma Rommel non si fermava ancora, e con le compagnie al suo comando praticamente integre, ora diventate addirittura sei, in quel momento la punta più avanzata di penetrazione tedesca, metteva nel mirino la strategica vetta innevata del Matajur, la più alta presente nella valle del Natisone, un'asperrima cima di 1642 metri ritenuta imprendibile e che forse proprio per questo non aveva collegamenti telefonici né era difesa da trincee o da reticolati.
Qui solo due giorni prima era salita in fretta e furia la brigata Salerno (62° divisione), un'unità uscita a pezzi dalle due ultime consecutive battaglie sull'Isonzo, in cui si era guadagnata la medaglia d'argento ma erano purtroppo andati persi anche circa 5.000 uomini,
tanto da costringere di fatto gli Alti Comandi a ricostituirla in pochissimo tempo praticamente per ben due volte, per lo più con personale giovanissimo ed inesperto, sia di truppa che ufficiali, così da creare un'improbabile miscela di pochi veterani superstiti, stanchi e disillusi, magari appena tornati da una licenza o dall'ospedale militare, in un mare di reclute poco addestrate, spaventate ed ancora non integrate tra di loro e con i primi...

Era agli ordini del Generale Ottavio Zoppi, un ufficiale duro, capace ed esperto, che ben conosceva il disagio esistente nella sua brigata visto che aveva fatto fucilare ai primi di luglio almeno una decina di soldati dell'89° fanteria per i reati di diserzione ed incitamento alla diserzione: eppure, proprio in quelle ore aveva dovuto lasciare il comando al colonnello Donato Antonicelli per raggiungere improvvisamente Carraria, presso Cividale, e sostituire alla testa della divisione Giuseppe Viora, rimasto ferito a Polava, il cui sostituto designato, il parigrado Napoleone Fochetti, fino a poche ore prima comandante della brigata Arezzo, era irrintracciabile (si sarebbe scoperto poi che in quelle ore era caduto prigioniero): qui aveva trovato Piola Caselli ed in un primo momento aveva lasciato a lui quell'incombenza imprevista, salvo poi ricambiare idea e accettare definitivamente il comando delle divisione.
Proprio in quel momento venne a sapere che la sua brigata era sotto attacco, unico e ultimo bastione difensivo sul Matajur: a quel punto, avrebbe confessato quasi due anni dopo alla Commissione d'indagine su Caporetto, "gli venne da piangere"...

La vetta del Matajur, nei pressi di Caporetto




Ne aveva ben donde, perché proprio sul Matajur si sarebbe evidenziata plasticamente la differenza tra la mentalità italiana e quella tedesca: dopo un'avanzata continua di due giorni nella nebbia e sotto la pioggia battente tra i sentieri di quelle montagne, circa 600 uomini ben addestrati ma stanchi guidati da un bravo ma giovane tenentino appena 26enne, nel quale però riponevano piena fiducia, armati solo di qualche mitragliatrice e di  bombe a mano, riuscivano comunque a circondare e catturare quell'intera brigata al comando di un colonnello esperto approfittando del fatto che l'ordine di ritirata per l'indomani del Generale Bongiovanni fatto pervenire ad Antonicelli dal comando divisione l'aveva indotto a chiederne conferma, dubbioso che si progettasse una ritirata così in anticipo ma ben consapevole di cosa significasse non obbedire agli ordini, col risultato di farsi cogliere totalmente impreparato alle spalle dalle sei compagnie tedesche, giunte sulla cima del tutto inaspettate.
Così, al termine di un combattimento segnato in partenza anche per l'arrivo successivo di altri reparti dell'AlpenKorps provenienti dalla Conca di Luico, gli uomini di Rommel conquistarono la sera del 26 ottobre quella vetta apparentemente inespugnabile facendo in totale in sole 52 ore dall'inizio della loro campagna in Italia ben 9.150 prigionieri e catturando intatti 81 cannoni da montagna, con solo 6 morti ed una trentina di feriti!

Le parole scritte da Rommel nel suo diario, pubblicato in Italia con il titolo "Fanteria all'attacco", (in tedesco "Infanterie greift an!"), edito da Longanesi nel 1972, sicuramente trasudano di malcelato autocompiacimento e di un certo fastidioso senso di superiorità verso gli italiani, ma pur probabilmente esagerate nei toni e forse anche nei numeri dipingono un quadro a tinte foschissime e sicuramente veritiero sulla surreale e triste atmosfera di sbandamento, confusione e rassegnazione, più ancora morali che militari in senso stretto, che si era creata in poche ore nelle nostre divisioni.
Nell'azione sul Matajur, infatti, il tenentino tedesco prima, dopo un breve scontro a fuoco, avrebbe circondato e catturato "un intero reggimento italiano con 37 ufficiali e 1.600 uomini", senza dare indicazioni nel suo racconto su quale unità si trattasse, poi, addirittura muovendosi da solo e sventolando semplicemente un fazzoletto bianco, avrebbe spinto alla resa un intero accampamento sorpreso sul versante sud dello Smerle, un'altra cima di quel massiccio, catturando e facendo quindi prigionieri  ben 47 ufficiali e 1.500 uomini del 90° Salerno:
"Dal nemico ci separano ormai solo centocinquanta metri. Poi, improvvisamente, la massa laggiù incomincia a muoversi. I soldati si precipitano verso di me sul pendio trascinando con loro gli ufficiali che vorrebbero opporsi. I soldati gettano quasi tutti le armi. Centinaia di essi mi corrono incontro. In un baleno sono circondato ed issato sulle spalle italiane. "Viva la Germania" gridano mille bocche. Un ufficiale italiano che esita ad arrendersi viene ucciso a fucilate dalla propria truppa. Per gli italiani del Mrzli Vrh la guerra è finita. Essi gridano di gioia".
Ma la guerra non era affatto finita per Rommel.
Il suo micidiale gebirgsbattalion, muovendosi sempre in estremo silenzio e rapidissimamente aggirava e prendeva alle spalle ormai in cima al Matajur anche l'89° fanteria della sfortunata brigata di Antonicelli: cadevano nelle sue mani 1.200 uomini e 35 ufficiali tra cui lo stesso affranto colonnello, che "piange di rabbia e di vergogna per l'insubordinazione dei suoi soldati".
Alle 11,40 "tre razzi verdi ed uno bianco annunciano che il massiccio del Matajur è caduto".
Per quest'impresa Erwin Rommel, sconosciuto fino a solo pochi giorni prima, avrebbe anche lui ottenuto, insieme col suo superiore Sproesser, l'Ordine "Pour le Mérite", iniziando proprio da qui l'ascesa che l'avrebbe poi portato a diventare "La Volpe del deserto".

AVEVA POI COSÌ  TORTO CADORNA?

Purtroppo quanto scrive Rommel sull'atteggiamento arrendevole delle truppe che si trovò di fronte trova conferma anche in altre fonti.

Ad esempio sul diario storico del reggimento bavarese della Guardia dell'AlpenKorps si trova scritto:
"Parecchie centinaia di prigionieri del X Reggimento di fanteria [brigata Regina, NdA], mitraglieri ed artiglieri scendono dalla montagna. Sono felici di essere prigionieri, ci prendono per Austriaci e gridano: viva l'Austria!"
E ancora:
"(...) Presso il posto di combattimento della Brigata su q. 1114, uscirono da un tunnel migliaia di uomini giubilanti, tra i quali un generale di brigata e parecchi ufficiali".
Il documentatissimo Pierluigi Romeo di Colloredo Mels (cit.), da cui traggo queste informazioni, avverte che in realtà in quella zona specifica non era presente alcun generale italiano, e sicuramente l'ultimo brano in questione è apocrifo, tuttavia le fonti tedesche registrano anche altri episodi, ad esempio quello sempre tratto dal diario del LeibRegiment dell'AlpenKorps bavarese: 
"Le posizioni di q. 1110, 1192, Kuk, erano per natura molto forti, ben costruite ed armate con cannoni pesanti, erano molto densamente occupate da riserve portate innanzi, appartenenti a vari reggimenti. Gli italiani, ad eccezione delle mitragliatrici sopra indicate, non fecero resistenza, anzi si arresero o disertarono. Le scene sorpassavano ogni descrizione. Da ogni dolina, su ogni sentiero si vedevano italiani che gridavano, gesticolavano e spesso scendevano con le mitragliatrici in spalla per ordinarsi da sé nelle colonne di prigionieri che si formavano".
Ma non ci sono solo i diari di guerra tedeschi, ci sono anche le testimonianze di militari italiani.
A parte quella che abbiamo citato in precedenza del capitano Ildebrando Flores, aggiungo un'altra testimonianza scritta, anche questa come le altre citata da Romeo di Colloredo, quella dell'aspirante ufficiale Felice Troiani del 213° fanteria (brigata Arno):
"Gli ex miei soldati uscivano dalla buca della trincea uno per uno, come scarafaggi. Mi duole dirlo, ma erano contenti; credevano di essere fuori dai guai e festeggiavano i Tedeschi, che li trattavano freddamente. Qualcuno dei più entusiasti cercava di baciare le mani dei suoi catturatori".

Forse Cadorna, con tutti i suoi difetti, contraddizioni, errori, non aveva poi tutti i torti quando veniva accusato per le sue durezze di carattere, che lo portavano a reprimere duramente le violazioni disciplinari anche minime?
Non lo so, sono passati tantissimi anni dai fatti, ora ci sono sensibilità assai diverse, lascio ad altri il giudizio.
Io mi limito ad annotare dei fatti.

Il caotico ripiegamento italiano
UN'INTERA ARMATA ANNIENTATA IN CINQUANTADUE ORE!

Nel frattempo il 1° Kaiserschutzen si era impossessato anche della Punta di Montemaggiore ed era penetrato attraverso il Passo di Tanamea, scacciandone al termine di un duro confronto i battaglioni alpini dell'VIII° Gruppo (Monte MercantourVal d'Ellero, Val d'Arroscia e Monte Clapiertutti del 1° reggimento, costretti a ripiegare i primi due per la Val Resia e gli altri due per la Valle del Torre): ormai la via era spianata seguendo il corso del Torre per Tarcento e quello del Natisone per Cividale, ma soprattutto con  l'avvenuta saldatura in un unico maglio offensivo di tutte le forze austro-tedesche l'intero fronte italiano era in totale sfaldamento.
Tutti i tre corpi d'armata direttamente attaccati dalla XIV° Armata austro-tedesca di von Below erano stati praticamente annientati in meno di 60 ore di battaglia, ma in contemporanea la X° Armata del barone Von Krobatin avanzava anch'essa nel settore di Pontebba lungo la Val Fella verso la Val Tagliamento, contenuta assai a fatica dal Gruppo Carnico, sempre più in difficoltà a mantenere i collegamenti con l'ala destra (sinistra prima del ripiegamento) della II° Armata e con la IV° Armata del Cadore del Tenente Generale Mario Nicolis di Robilant, e persino il Gruppo Boroevic era all'offensiva contro la III° Armata, anche se con minori risultati.
Si erano completamente dissolte la 19° divisione di Villani, la 46° di Amadei e la 43° di Farisoglio, erano in totale sbandamento la 3° di Negri di Lamporo, la 62° passata a Zoppi, la 34° di Basso, in gravissima difficoltà la 22° di Chiossi, la 64° di Fiorone e pure la 65° di Coffaro, mentre la malridotta 50° di Arrighi era ormai passata alle dipendenze del Gruppo Carnico, praticamente inglobata dalla 36° di Taranto.
Non erano le uniche divisioni ridotte male o peggio, perché cominciavano a sbandare anche le divisioni che venivano mandate via via in prima linea a spizzichi e bocconi (una brigata qui, un battaglione lì, un reggimento là) dagli altri corpi di armata: in capo a poche ore la 49° del Maggior Generale Alessandro Vigliani e la 68° del Tenente Generale Rosolino Poggi del XXIV° C.A. di Caviglia, la 44° del Maggior Generale Gherardo Pantano e la 67° del parigrado Giulio Fabbrini del II° C.A. di Albricci, la 30° di Onorato Mangiarotti del XIV° di Sagramoso e persino le neo arrivate due divisioni del XXX° C.A. di Etna, la 16° del Tenente Generale Giacomo Ponzio e la 21° del Maggior Generale Alberto Cangemi, avrebbero conosciuto il medesimo destino...

RIPIEGA ANCHE L'AERONAUTICA

Non solo sul terreno, ma anche nei cieli si svolgeva una ciclopica battaglia per la sopravvivenza, che sin dal primo giorno appariva disperata.
Nel primo giorno dello sfondamento, in cui era ovviamente subito andata persa la pista di Idresca, conquistata dalla 12° divisione slesiana, nessuna azione era stata possibile a causa del cattivo tempo, ma il ritorno del sole sin dal giorno dopo aveva favorito una intensa ripresa dell'attività aerea, tanto che le squadriglie da caccia della II° Armata avevano effettuato 35 sortite, quelle della III° 53 e ben 87 quelle del X° gruppo (che avevano ottenuto 6 vittorie in 38 combattimenti al prezzo di due SPAD), mentre 52 erano state quelle della ricognizione della II° e 18 quelle della III°. 


Francesco Baracca in azione


Tuttavia, nelle azioni di interdizione sui nodi stradali, le fondovalli di Tolmino e Caporetto e gli ammassamenti di truppe nemiche l'abbattimento di un S 2 della 114° squadriglia, di un SP 3 della 28° e di un Voisin della 25° e l'avanzata irrefrenabile del nemico in direzione dei campi più avanzati avevano indotto il Comando Supremo anche in questo caso a richiamare le prime unità in direzione più arretrata ed a privilegiare semmai l'utilizzo da più lontano delle squadriglie Caproni: queste, però, pur ottenendo ottimi risultati, che contribuirono sicuramente a far rallentare il nemico, in 36 sortite senza scorta avevano pagato un prezzo durissimo, con la perdita del terzo velivolo in 24 ore su Santa Lucia ed altri due abbattuti ed uno danneggiato il giorno seguente.

Ancora peggio era poi andata il 26 ottobre, quando con l'aumentare degli scontri le perdite salirono ulteriormente, con 5 bombardieri Caproni precipitati al suolo: in uno dei 18 combattimenti sostenuti dalla caccia in quella giornata persino il maggiore Francesco Baracca a bordo del suo SPAD S. XIII venne abbattuto per la prima volta nel settore di Clabuzzaro, da un Aviatik austriaco, senza conseguenze, subito dopo averne abbattuti altri due, e dovette avviarsi da solo alla sua base lungo la strada, colma di profughi e militari in fuga...
Nonostante il generoso impegno delle nostre squadriglie da caccia e da bombardamento, nella disastrosa ritirata ben 14 campi d'aviazione sull'Isonzo sarebbero andati perduti in quei primi tre giorni, con molto materiale ed un centinaio di apparecchi, pochi persi in azione, la maggior parte distrutti al suolo dalle incursioni nemiche o più spesso abbandonati in loco incidentati per l'impossibilità di ripararli, anche solo per la mancanza di parti di ricambio.

(Sulla guerra aerea su Caporetto v. http://www.ilfrontedelcielo.it/files_3/34_caporetto.htm e https://www.panorama.it/cultura/aviazione-italiana-a-caporetto/https://www.bancodesio.it/it/content/laviazione-italiana-dal-1916-a-caporetto)




LA NEFRITE DI CAPELLO

Infine, a complicare le cose ci si era messa ancora una volta la nefrite che aveva nuovamente colpito Capello.
Era da almeno due giorni che il generale aveva le febbre ed era fisicamente a pezzi, tanto che il Comando Supremo, avrebbe ricordato Caviglia, aveva stabilito che sopra i 38° la conduzione delle operazioni sarebbe passata a Montuori.
Ma chi si sarebbe mai attentato a dirgli qualcosa in quella situazione?
Risolse lui in prima persona il problema, la sera del 25, chiedendo di essere avvicendato al comando: una decisione probabilmente giusta ed inevitabile, ma che diede adito a molte maldicenze.
Forse avrebbe preferito la morte sul campo di battaglia.

I GENERALI CHE SI SUICIDANO

Tratto dall'Enciclopedia Militare, Casa Ed. Il popolo d'Italia, 1933
Come quella che si diede il comandante della 19° divisione, il Generale degli alpini Giovanni Villani, uno dei pochi sempre presente in prima linea, un uomo combattivo, che prima della battaglia aveva assicurato a Badoglio (che in un rapporto aveva scritto che "il possesso del caposaldo di Jeza è un pegno d'onore per la 19°") che i suoi soldati si sarebbero battuti sino all'ultimo uomo e che, lui vivo, il nemico mai avrebbe oltrepassato le sue difese ("Se occorre, qui morremo tutti", aveva detto ai suoi ufficiali).
Per tutto il 25 aveva cercato di opporre con le ormai misere forze rimastegli, quasi tutte della Spezia e pochi rimasugli della Taro (un totale di circa 1.300 uomini), un fronte di resistenza a sud di Clabuzzaro, tra Obenetto, San Wolfango, Lombai, Zavart e Rucchin, attiguo a quello tenuto dalla Elba, per impedire ai tedeschi di von Rango e di von Gluszewski di arrivare a Peternel e da qui, seguendo semplicemente la strada, a Clodig e poi a Cosizza in direzione di San Leonardo, ma ormai tutto precipitava.
Purtroppo l'impari lotta non era durata a lungo: gli Jaeger del 3° battaglione del capitano von Tippelskirch avevano preso Clabuzzaro intorno alle 21,30 del 25, Obenetto poco dopo le 4,00 di mattina del 26, in capo a due ore anche San Wolfango e Zavart, poi a seguire Rucchin, Lombai ed infine, verso le 11,00 di mattina, anche Pedernel, determinando a quel punto il cedimento totale della brigata Elba e quindi anche di ciò che restava della sua divisione...
Quando a Clodig il 3° battaglione si ricongiunse con gli altri dell'intero 3° reggimento di von Rango, alle 15,00 del pomeriggio, tutto quel poco che restava del dispositivo difensivo messo in piedi dall'irriducibile alpino 53enne era crollato, ma a lui ormai non importava più...

Proprio quella mattina infatti Villani era giunto a Scrutto, una frazione di San Leonardo, e si era acquartierato all'interno di una scuola elementare adibita a piccolo ospedale di fortuna, con il nemico ormai a poche centinaia di metri e le artiglierie tedesche che colpivano senza posa l'intero settore, con molti dei suoi soldati sempre più sbandati ed ormai in fuga disordinata: sconsolato alla vista di quel disastro dopo aver fatto di tutto per evitarlo, il poveruomo vergò a mano due biglietti, li lasciò su un tavolino, si sedette su una sedia accanto e si suicidò con un colpo di pistola alla tempia.
Il primo biglietto era per il Comando Supremo
"I comandanti e le truppe hanno fatto fino all'ultimo il loro dovere".
L'altro era per il suo vice, il colonnello De Medici:
"Caro De Medici, lascio a lei di proseguire il terribile compito. Io non ne posso più".
Villani ebbe la medaglia d'argento alla memoria.
Nella foga della ritirata il suo corpo sarebbe stato sepolto affrettatamente presso il cimitero di guerra di San Leonardo e nessuno ne avrebbe saputo più nulla: l'avrebbe ritrovato un contadino del posto, Piero Terlicher, solo undici anni dopo.
Ora riposa ad Azzida.
(V. http://www.alpinimilanocentro.it/bollettini/pagine1518/1917-10-26/26-10-2017_Storico.htm).

I resti del cimitero di guerra di San Leonardo
(tratto da http://www.vallidelnatisone.it/index_guerra.htm)







Quattro giorni dopo, il 30 ottobre, ne avrebbe seguito l'esempio il Maggior Generale Gustavo Rubin de Cervin, comandante della 13° divisione.
Accusato da Badoglio di aver ceduto sull'Isonzo "intempestivamente", venne da quest'ultimo denunciato al superiore Carlo Petitti di Roreto, comandante del settore centrale della II° Armata, perché fosse deferito al Tribunale Militare.
Sentì i due parlare tra di loro e convenire che non c'erano gli estremi per la fucilazione immediata, ma per un processo sì.
Ritenendo un'eventualità del genere assolutamente intollerabile per il suo onore di uomo e soldato, Rubin de Cervin lasciò al suo attendente una lettera per la madre e si sparò anche lui un colpo alla tempia.

IL PIANTO DI CADORNA

Dal suo comando di Udine Cadorna la mattina del 25 ottobre telegrafava  al Governo:
"Alcuni reparti del IV° corpo d'armata abbandonarono posizioni importantissime senza difenderle".
Poi disponeva per l'indomani il trasferimento del suo comando da Udine a Treviso, a Palazzo Revedin, dove si sarebbe recato personalmente lui con la sua segreteria, ed a Padova per quanto concerneva il resto degli uffici: una decisione logica, il nemico ora era veramente troppo vicino, le artiglierie e l'aeronautica austro-tedesca, contenuta sempre più a fatica dai nostri piloti, infierivano sempre di più su città, accampamenti e retrovie, e certo farsi anche catturare dai tedeschi non sarebbe stata una buona cosa.
Quello stesso giorno così si lamentava col colonnello Gatti:
"L'esercito, inquinato dalla propaganda dall'interno, contro cui io ho sempre invano lottato, è sfasciato nell'anima. Tutto, pur di non combattere. Questo è il terribile di questa situazione!"
Alle 19,47 di quella stessa giornata inviava un telegramma al ministro Giardino, così concepito:
"L'offensiva nemica ha ripreso sulla fronte Saga-Stol-Luico e sull'altopiano di Lom. L'attacco nemico è riuscito a Luico e ad Auzza. Le perdite in dispersi e cannoni sono gravissime. Circa dieci reggimenti si sono arresi in massa senza combattere. Vedo delinearsi un disastro, contro il quale lotterò fino all'ultimo. Ho disposto per la resistenza fino al limite del possibile, nei monti e sul Carso; ed ho predisposto, senza emanarlo, l'ordine di ripiegamento sul Tagliamento. Prego informare Governo, avvertendo che non viene trasmesso complemento bollettino".
Per la prima e unica volta in vita sua, quella sera Cadorna fu visto piangere.


Immagine tratta da http://www.artericerca.com/Pubblicazioni/La%20Battaglia%20di%20Caporetto%201917.htm


12. PROSSIMO OBIETTIVO: UDINE

LA CARICA DI STUPIZZA


La carica di Stupizza dei Cavalleggeri di Alessandria (cartolina reggimentale)

Otto von Below, stupito dalla facilità di quell'avanzata, non pago di aver preso Caporetto, obiettivo primario dell'attacco, decise di proseguire l'offensiva, puntando sul fiume Torre e da qui su Cividale del Friuli, Udine e l'intera Carnia, concentrando tutte le sue forze migliori nell'attacco a quel ristretto settore strategico.



Carlo I° d'Asburgo a Gorizia


Mentre persino il pur macchinoso Gruppo Boroevic raggiungeva Gorizia e Monfalcone il 27 ottobre, dando modo due giorni dopo al giovane neo Imperatore Carlo I° d'Asburgo di sfilare a cavallo a Gorizia davanti alle sue truppe, il Gruppo Scotti da nord ed il Gruppo von Berrer da est sfondavano definitivamente la sera del 26 nella Valle del Natisone, superando le difese della Vicenza, giunta in posizione alla mezzanotte del 25, nonostante proprio in queste circostanze avvenisse uno dei più eroici episodi non solo della battaglia di Caporetto ma dell'intera guerra.
Distesi tra Loch, il Monte Mija, la stretta di Stupizza e Brischis, su ambedue le rive del Natisone, i tre reggimenti 277°, 278° e 279° della brigata Vicenza, dopo aver tenuto valorosamente fino a quel momento, pur passando molti momenti difficili, erano stati chiamati a coprire il ripiegamento delle altre brigate su quel settore.
Ora quindi ad essere finito particolarmente sotto pressione era stato il 279°, i cui tre battaglioni erano stati disposti proprio alle pendici del Matajur: il I° sul fondovalle di Stupizza, proprio da dove da un momento all'altro ci si aspettava che facesse irruzione il nemico; il II° sulla cresta del Mia (Mija, 1237 m), più avanti, sulla sinistra; il III° su quella del Monte Bruna (Na Bruna, 1146 m), a destra, di fronte all'altra.
Insieme con loro erano schierati altri reparti: sul Mia, insieme al II°/279°, era posizionata anche la 853° compagnia mitraglieri di cavalleria tratta dal 20° Cavalleggeri di Roma, della I° brigata del Brigadiere Generale Filippo Solari di Recanati (1° divisione di cavalleria Friuli); sul Bruna, insieme al III°/279°, c'erano la 854° compagnia mitraglieri di cavalleria tratta dal 7° Lancieri di Milano, inquadrato nella III° brigata del Brigadiere Generale Luigi Airoldi di Robbiate (3° divisione Lombardia), e soprattutto i due reggimenti 251° e 252° della brigata Massa Carrara, in origine appartenenti alla 13° divisione di Rubin de Cervin ma aggregati alla 53° di Gonzaga due giorni prima ed inviati in fretta e furia da Brischis.
Mentre migliaia di profughi scesi dalle montagne attraversavano la strada in cerca di salvezza a Cividale, un plotone del genio aveva predisposto una serie di apprestamenti difensivi all'imbocco del fondovalle che coprivano interamente il terreno che dalla rotabile andava fino al Natisone, e quando il dolente flusso umano si fu finalmente chetato, intorno all'alba, aveva bloccato l'accesso alla stessa sede stradale con una grossa barricata fatta con un muro di sacchi di terra tenuto in piedi con travi, botti, carri e rami di alberi: tutto era pronto per accogliere come si doveva la 12° slesiana.
A mezzogiorno arrivò da Biacis al comando del tenente Ludovico Laus un reparto di cavalleria, un plotone di soli 25 uomini del 3° squadrone del 14° Cavalleggeri di Alessandria, insieme al 5° assegnato al I° battaglione, ed insieme con loro si presentò anche il marchese Gonzaga, comandante della 53° divisione, venuto a verificare di persona lo stato delle difese.
Molto soddisfatto dell'operato dei suoi genieri, l'esperto generale, riuniti i suoi ufficiali, riferì loro che ormai i tedeschi  erano ad un passo, ma bisognava a tutti i costi conoscerne posizione e consistenza, quindi incaricò il plotone di Laus di avviarsi verso Robis e tornare indietro a riferire.
Laus ovviamente non se lo fece dire due volte: si pose avanti al suo plotone, cui si erano volontariamente uniti alla partenza il capitano Delleani, comandante interinale del 5° squadrone, il tenente Casnati ed il maresciallo Randazzo, e sguainata la sciabola alle 13,30 attraversò il varco lasciato aperto sulla barricata e si avviò al passo con estrema cautela in avanti verso il fondovalle, suddividendo la sua forza in piccoli gruppi.
Quando già erano andati abbastanza avanti, Gonzaga d'impulso decise di seguirli, a bordo di un'auto.
In Rivista di cavalleria, anno II, 1935, fasc.1, nell'articolo "La ricognizione di Stupizza (25 ottobre 1917). Un episodio del valore italiano" scritto dal Conte Walframo di Spilimbergo, allora giovane tenente di cavalleria, si può leggere:
"La galoppata risaliva la valle, s'addentrava nelle anse della stretta, scompariva e riappariva tra i fianchi del monte (...) Non s'udiva una voce, solo gli zoccoli dei cavalli battevano col ritmo del nostro sangue sulla strada del sacrificio inevitabile. A tratti si udiva il grido lontanante di "Savoia"! Mille echi sembrava ripetessero il grido lungo il fiume (...) Il primo scontro avvenne alla casina della vecchia frontiera. Vedemmo i cavalleggeri sciabolare una pattuglia tedesca e proseguire. Ma d'improvviso le prime raffiche di mitragliatrice soffiarono rabbiosamente sulla strada. Vampe di fuoco e nuvolette di fumo e l'urlo della morte, come una ventata di gelo, percorse la valle, abbatté gli uomini, disperse i cavalli, coprì di sangue le uniformi  e le selle (...) La strada appariva ingombra di cavalli caduti; la tragica galoppata era finita. E allora vedemmo cavalli ritornare a redini abbandonate verso la trincea, altri coperti di schiuma e di sangue galoppare ancora come pazzi, poi cadere di schianto sulla strada; vedemmo uomini feriti aggrappati al collo dei cavalli, altri trascinarsi penosamente sulla strada verso il monte (...) Un cavallo grigio corre  verso la barricata tutto coperto di sangue come da una gualdrappa rossa e continua a galoppare in direzione di Cividale(...)"
Solo in 6 su 28 sarebbero tornati vivi, tutti "coperti di ferite": quattro cavalleggeri, il capitano Delleani ed il tenente Casnati.
Lui fu l'ultimo a raggiungere la barricata: perso il suo cavallo e ferito alla mano destra, era saltato in groppa ad un cavallo senza cavaliere.
Quello del tenente Laus, caduto anche lui.

IL GENERALE FERITO

La straripante superiorità numerica dei tedeschi in breve tempo avrebbe costretto la 53° divisione al ripiegamento, anche perché nel corso dello scontro di Stupizza proprio il generale Gonzaga venne colpito da una scheggia di granata esplosa vicino alla sua auto.
Ferito gravemente al ginocchio, Gonzaga si vide anche strappare tre dita dalla mano destra da una raffica di mitragliatrice: prima di essere riportato indietro si chinò a raccoglierle e, dopo averle avvolte in una pezzuola, disse ai suoi: "Non voglio lasciare nulla al nemico!"
Portato all'ospedale militare di Udine, qui la moglie sarebbe andata a prenderlo in automobile poche ore prima che arrivassero i tedeschi per salvarlo dalla prigionia e portarlo all'ospedale Mackenzie di Genova, dove sarebbe rimasto ricoverato fino all'agosto successivo.
Gonzaga, che tra il 12 settembre 1925 ed il 9 ottobre 1926 sarebbe stato Comandante Generale della M.V.S.N., succedendo al defunto Asclepia Gandolfo, sarebbe stato mesi dopo decorato con la seconda medaglia d'oro, con questa motivazione:
"Nel momento più grave della guerra, sbarrando con la sua divisione il passo all'avversario premente con vigorosa grande offensiva, dava alle sue truppe brillante esempio di coraggio e di valore personale, nei siti più esposti alle offese nemiche, e manteneva un così esemplare contegno anche quando fu gravemente colpito in più parti del corpo dal piombo nemico, rimanendo mutilato, finché fu costretto a lasciare suo malgrado il campo di battaglia, sul quale nel nome del Re e della Patria minacciata aveva mostrato la via dell'onore: quella che portava al nemico. Magnifico e nobile esempio di alto sentimento del dovere, di sapiente spirito offensivo, di fulgido eroismo".

Stupizza oggi


Quello per la brigata Vicenza sarebbe stato il primo di tanti ripiegamenti in due giorni, fatti tutti combattendo e spesso contrattaccando sotto il fuoco nemico, dal Joanaz a Torreano, dal Mladdessenja, al Kraguenza fino al fondovalle di Mararotis, al Kaludranza, alla Sella di Canebola ed infine la sera del 27 a Castello della Motta, sulla riva sinistra del Torre, dove i resti dei suoi battaglioni si sarebbero dislocati tra Primulacco,  Savorgnano, Vergnacco e  Reana del Rojale, per poi finalmente passare il Tagliamento a Pinzano nella notte del 29.

Proprio davanti a Canebola, una frazione di Faedis, a circa 3 chilometri più a nord-est, rimasto l'ultimissimo ostacolo allo straripamento nemico nella pianura friuliana, si compì l'eroico sacrificio della brigata Potenza, trovatasi a difendere ad oltranza lo strategico quadrivio a meno di un chilometro poco più a nord, la Sella di Canebola, chiamata anche Bocchetta di Sant'Antonio, posta a 788 metri di altezza.
Schierata dal Monte Carnizza fino alla Bocchetta esclusa, col 272° reggimento da Quota  971, il 273° a Velikaglada ed il 271° sul Monte Stampa davanti alla Bocchetta, e con il 9° bersaglieri posizionato da lì fino al Joanaz, il monte che sovrastava la cittadina di Torreano, la Potenza ed i bersaglieri, ben presto raggiunti anche dal 31° reggimento del tenente colonnello Gerardo Marogna della brigata Siena (colonnello brigadiere Guido Bonicelli), riuscirono per oltre un giorno intero a contenere l'urto del 7° carinziano della 55° divisione proveniente da Erbezzo, una frazione a nord-ovest di Pulfero, nonostante la totale assenza di ripari al coperto.
Circondati da tutte le parti ed ormai in difficoltà anche per il rapido esaurimento delle munizioni, non più rimpiazzabili per il crollo degli approvvigionamenti, pur avendo respinto la proposta di resa offerta dai carinziani gli eroici difensori decisero di ripiegare, lasciando sul posto pochi uomini in copertura, con qualche mitragliatrice, qualche bomba a mano e nulla più, con l'ordine di resistere il più possibile: incredibilmente, quel pugno di uomini riuscì a reggere ancora per qualche ora, consentendo ai loro commilitoni di rifugiarsi sul fiume Torre, fino a quando l'ultimo mitragliere rimasto vivo cadde sotto i colpi del nemico nella piccola chiesetta dedicata al Santo di Padova.
Era il 27 ottobre.

La Potenza, ripiegata fino alla seconda linea della 34° divisione ormai in liquefazione, dopo aver combattuto sul Torre insieme col 9° bersaglieri si sarebbe sistemata sulla linea San Giorgio-San Tomaso di Majano-San Daniele, per poi resistere ancora gagliardamente per tutto il giorno 31 sulla collina di Dignano alle strapotenti forze austro-tedesche fino a passare il Tagliamento a Pinzano nella notte dell'1 novembre, e qui acquartierarsi a Forgaria e poi discendere più al sicuro nella pianura veneta.
Diverso percorso avrebbe avuto la Massa Carrara, costretta a ripiegare prima a Moinacco e poi a Beivars, dove sarebbe passata alle dipendenze della 25° divisione schierandosi alla destra del Torre fra Vergnacco e Rizzolo, per poi aprirsi la strada combattendo coi suoi due reggimenti 251° e 252° a protezione della retroguardia della divisione fino a San Daniele del Friuli: anch'essa avrebbe passato il Tagliamento a Pinzano ma il giorno 30.
Il 31° della Siena, invece, sarebbe ripiegato col gemello 32° del colonnello Vittorio Sforza sulla destra del Torre e qui avrebbe severamente impegnato il nemico fino al 29, per poi superare il Tagliamento sul ponte ferroviario di Cornino: passata l'1 novembre alle dipendenze del Corpo d'Armata Speciale di Di Giorgio, la brigata si sarebbe quasi immolata il 4 combattendo nel pomeriggio contro forze soverchianti tra Lestans-Col del Bosco, dove il 31° reggimento perse il suo comandante Marogna e fu costretto a ripiegare verso Sequals e poi San Leonardo, e Madonna del Zocco, dove il 32° e reparti di bersaglieri, costretti ad intervenire tra Usago e le alture di Travesio, sarebbero stati anch'essi costretti ad arretrare verso Meduna il 5 per costituire una testa di ponte all'altezza di Sequals.
Qui, riunitisi ciò che restava di entrambi i reggimenti, gli stessi, sostituiti in loco dai reparti alpini, si sarebbero mossi verso Polcenigo alle dipendenze della 12° divisione, passando il Piave al Ponte della Priula il 9 novembre.



LA LINEA DEGLI SBOCCHI





La situazione sembrava precipitare: nel mirino del nemico ora c'erano Cividale e soprattutto Udine, che la guerra aveva trasformato in un'autentica cittadella militare, con quasi il doppio degli abitanti dovuto alla presenza di ben 42 siti militari (v. http://messaggeroveneto.gelocal.it/tempo-libero/2016/01/05/news/una-riscoperta-1.12719690).
Cadorna, tra mille tormenti e mille indecisioni, guardava e riguardava nervosamente le mappe in cerca di soluzioni per uscire da quell'orrendo incubo, inondando i suoi sottoposti di direttive ed ordini di servizio e spostando da una parte all'altra del fronte divisioni che spesso erano tali solo sulla carta, incomplete, senza cannoni, con reclute ancora in formazione, come se stesse giocando ad un gigantesco Risiko.
Fedele alla sua concezione della difesa ad oltranza, dopo aver per un attimo accarezzato l'idea di ordinare la ritirata generale, credette comunque di trovare una possibilità di resistenza in una improvvisata linea difensiva "degli sbocchi" all'altezza della stretta di San Quirino, corrispondente al sistema di cime e forre che scorrono là dove le valli dello Judrio e del Natisone sboccano nella pianura friulana.

Karl Scotti
(3 marzo 1862-
Klagenfurt, 7 febbraio 1927)
Confortato dal parere favorevole dei suoi comandanti di corpo d'armata, e meno dal più scettico Montuori, il Comandante Supremo diede così ordine a tutti i corpi d'armata di inviare su quella linea ognuno 10 battaglioni, ma ad entrare in azione furono solo alcune brigate della riserva, la Milano della 47° e la Jonio della 13° divisione (XXVIII° C.A. di Saporiti), l'Avellino della 26° (XII° di Tassoni), la Ferrara della 60° (VIII° di Grazioli), tutte però reduci da sei mesi di battaglie e costituite per la gran parte da rimpiazzi al loro battesimo del fuoco (la Ferrara ad esempio da maggio aveva perso più di 6.000 uomini, tra morti, feriti e dispersi).
Oltre ad esse si aggiunsero ciò che restava della Spezia e della Taro della 19°, della Puglie della 22°, della Roma della 64° (XXVII° di Badoglio) e della Elba della 3° (VII° di Bongiovanni), ormai ridotte ai minimi termini.
Era un totale di circa 12.000 uomini, forse un qualcosina in più, che, senza artiglierie e con il supporto di solo una decina di compagnie mitraglieri  sparse un po' a caso per tutti quei crinali dai nomi impronunciabili, andarono a schierarsi su un fronte di una cinquantina di chilometri davanti a Cividale sulla dorsale est-ovest Castelmonte-Purgessimo-Azzida-Monte dei Bovi, col compito di trattenere il nemico almeno per tutto il tempo necessario a far ripiegare oltre il Torre le truppe in fuga.
Era un compito ai limiti dell'impossibile, anche perché avrebbero dovuto fare tutto questo solo con ciò che avevano, visto che per ordine del Comando Supremo i rifornimenti con le munizioni dovevano seguire obbligatoriamente i carriaggi e le salmerie nelle colonne in ripiegamento.
Di fronte a loro stavano per scagliarsi le truppe di ben cinque divisioni appartenenti a tre corpi d'armata:

-la 5° divisione di fanteria di von Wedel del Gruppo Scotti, con l'8° reggimento branderburghese del colonnello von Gluszweski della 10° brigata;

- la 26° divisione di von Hofacker, con il 125° "Kaiser Friedrich" della 51° brigata,  e la 200° divisione di Ernst von Below, con il  Jaeger del colonnello Ralf von Rango della 2° brigata, appartenenti al Gruppo von Berrer;

- la 12° divisione slesiana di Lequis, con il 62° fanteria della 24° brigata, e gli AlpenKorps di von Tutschenk, con il Gebirgsbattalion del Wurttemberg di Sproesser (e Rommel), i due battaglioni Jaeger della riserva 10° e 14° del 2° reggimento autonomo ed il reggimento della Guardia bavarese  del colonnello Franz Ritter von Epp della 1° brigata, ambedue del Gruppo von Stein. 

IL NEMICO DILAGA


Albert von Berrer
(Unterkochen, 8 settembre 1857-
Udine, 28 ottobre 1917)

Erano un'opposizione assai fragile rispetto alla massa d'urto che gli stava arrivando addosso, tuttavia sarebbero comunque riusciti a reggere per circa 24 ore.
Dopo che i genieri italiani nella notte tra il 26 ed il 27 ebbero fatto saltare il ponte di San Quirino presso Azzida, una frazione poco a sud di San Pietro al Natisone, all'alba cominciò l'attacco concentrico da parte dei tre gruppi d'attacco tedeschi, su varie direttrici, in direzione del Joanaz ma anche verso sud, con obiettivo il ponte di San Quirino.
Il 1° battaglione del 62° slesiano ai comandi del maggiore Sibette e metà del battaglione del Wurttemberg di Sproesser provenienti da Luico, dopo aver superato la strenua resistenza della IV° brigata bersaglieri di Piola Caselli tra Cepletischis e Savogna, sin dalla metà del pomeriggio del 26 ottobre avevano attaccato le difese di Azzida, presidiata dal 222° Jonio ai comandi del colonnello Sebastiano Costa, ritornando all'attacco una seconda volta alla sera, e dopo che il ponte di San Quirino fu fatto saltare intorno alle 2,00 di notte avevano occupato insieme San Pietro.
Ormai stremati e rimasti quasi senza munizioni,  i difensori di Azzida furono definitivamente costretti a cedere, ed il villaggio venne definitivamente preso dal 4° Jaeger della 200° divisione proveniente dal Colle Vainizza (393 m) dopo aver attraversato la frazione di Merso di Sotto: i tedeschi riuscirono ad infiltrarsi facilmente all'interno delle difese italiane sfruttando l'enorme superiorità delle loro mitragliatrici leggere spalleggiabili MG 08/15, sconosciute fino a Caporetto sul fronte italiano, rispetto alle pesanti FIAT in dotazione agli italiani, non trasportabili, con assai più ridotta cadenza di tiro e con meno munizioni a disposizione.


Una squadra mitraglieri tedesca di un battaglione d'assalto con la sua MG 08/15
In tal modo i mitraglieri slesiani, che potevano sparare in qualsiasi momento ed in qualsiasi posizione, appoggiati da due portamunizioni e con il sostegno di fuoco di altri sei o sette fucilieri, avevano il tempo di colpire i loro bersagli e di allontanarsi rapidamente prima ancora di essere individuati dagli italiani, fermi nelle loro posizioni fisse: così, intervenuti alle spalle del 222° Jonio, gli Jaeger lo costrinsero a ripiegare sul Colle Barda, proprio negli stessi momenti in cui, all'alba, ancora il battaglione di Sibette e quello di Sproesser, seguendo da San Pietro il corso del Natisone rispettivamente sulla riva sinistra e su quella destra, si scagliavano sulla linea Monte dei Bovi-Mladessjena-Kraguenza difesa dal resto della Jonio e dalla Avellino, con il resto del 62° e l'artiglieria rimasti a supporto dell'attacco a fondovalle e tutti gli altri reparti della 12° slesiana e gli AlpenKorps che invece attaccavano frontalmente, seguendo la strada che li avrebbe portati direttamente su quei monti.

Il Monte dei Bovi (435 m) sovrastante l'abitato di Sanguarzo, difeso anche da due compagnie di mitragliatrici, la 125° del tenente Pompucci e la 536° del tenente Palermo, col compito di sbarrare l'accesso a San Quirino, venne conquistato a sorpresa sin dalle 8,30 dal 2° e 3° battaglione del reggimento bavarese della Guardia dell'AlpenKorps, con la cattura anche del maggiore Adolfo Buscemi, comandante del I° battaglione del 221° Jonio: da lì i mortai tedeschi potevano colpire quasi impunemente tutta la piana sottostante, tanto che anche grazie a loro Azzida fu sgombrata dagli italiani ormai attaccati sui due lati, eppure sul fianco sinistro di quella piccola altura occorsero diverse ore prima che venisse preso anche il Mladessjena (727 m), occupato alle 12,30 dai due battaglioni 1° e 2° del 23° fanteria "von Winterfeldt" della 12° slesiana e dal reparto comando del 2° reggimento Jaeger insieme con il dipendente 10° battaglione degli AlpenKorps.

Altrettanta fatica occorse per impadronirsi sul fianco destro del Kraguenza (949 m), attaccato frontalmente da metà battaglione Wurttemberg ed all'altezza di Spignon, nei pressi di Polfero, ancora dal 2° e 3° battaglione del reggimento bavarese della Guardia dell'Alpenkorps con l'appoggio di un reparto d'assalto della 200° di von Below.
Ormai la strada per Cividale era completamente aperta almeno sulla riva destra del Natisone, quindi diventava fondamentale per gli italiani la resistenza sul Colle Purgessimo (445 m), condotta da tre compagnie mitraglieri (147°, 148° e 360°), dal 222° Jonio di Costa e dalla brigata Ferrara del colonnello brigadiere Ermenegildo Pavolin, ed alla sua destra sul Monte Spigh (661 m), dove erano invece presenti poche centinaia di uomini della 3° divisione, quasi tutti della Elba, meno della Arno, più pochissimi della Spezia e della Taro ex 19°, e l'intera brigata Milano del Maggior Generale Carlo Filipponi di Monbello arrivata appena un giorno prima.
Contro di loro avanzava l'8° granatieri del Brandeburgo, nelle cui file militava un futuro Feldmaresciallo, il capitano Erwin von Witzleben: implicato nel fallito attentato al Fuhrer del 20 luglio 1944, sarebbe stato impiccato l'8 agosto successivo nella prigione berlinese di Plotzensee.

Le mitragliatrici italiane bloccavano sul Purgessimo tutti i movimenti sia del 4° Jaeger proveniente da Azzida che del 125° "Kaiser Friedrich" del maggiore Schnizer proveniente da nord e del 3° Jaeger di von Rango che arrivava da ovest (nonostante l'espresso divieto di partecipare all'azione datogli stavolta da von Hofacker): alle pendici di quell'altura, sul costone del castello, erano infatti posizionate la 360° compagnia mitraglieri di Tosatti ed il II° battaglione del 222° Jonio al comando del maggiore Enea Navarini (per volere del Fato destinato a diventare, 25 anni dopo, da Generale di Corpo d'Armata, il principale e più fidato collaboratore italiano di Rommel in Nord Africa, fino a condividerne le sorti a El Alamein, alla testa del XXI° C.A.), con il III° alla sua destra ed il I°  di rincalzo, al comando interinale del tenente Ludovico Luppiappoggiato a sua volta al 47° reggimento del colonnello Benedetto Berretta della Ferrara, schierato nel vicino paese di Carraria, alle porte proprio di Cividale, con il 48° del tenente colonnello Alessandro Pedemonti schierato più in alto.

Vincenzo Viselli
L'accesissima resistenza opposta dai mitraglieri di Tosatti e dal 222° Jonio aveva addirittura costretto il 4° Jaeger a ritirarsi in disordine a San Pietro,  ma un secondo e più poderoso attacco delle truppe di von Berrer a metà mattina aveva sfondato il settore tenuto dal I° battaglione del 222°, costringendo tutti al ripiegamento, anche perché il II° battaglione del 231° Avellino del capitano Gaetano Tassinari, giunto in soccorso su ordine del Maggior Generale Domenico Magliano comandante della Jonio, era caduto in un'imboscata.
Un successivo contrattacco alle 10,30 condotto dal plotone al comando del tenente Vincenzo Viselli aveva consentito di fermare ancora temporaneamente l'attacco nemico, con la perdita da parte tedesca di un ufficiale e di una mitragliatrice, ma purtroppo ormai la situazione cominciava a precipitare perché contemporaneamente sullo Spigh i due reggimenti 159° e 160° della brigata Milano e ciò che restava della Taro, della Spezia, della Puglie e del 261° Elba, rimasto ben presto privo del suo comandante, il maggiore Vincenzo Giardina, sostituito dal capitano Luigi Gritti, dopo aver ripetutamente attaccato e contrattaccato contro l'8° granatieri del Brandeburgo per tutta la mattina ed oltre, erano stati mano a mano sospinti sulla cima.
Ormai alle strette, i difensori dello Spigh tentavano di raggiungere lo Judrio più a valle ma finivano purtroppo in bocca al nemico, con la cattura tra gli altri del capitano  Luigi Gritti  e del tenente colonnello Franchino de Franchi comandante del 160°, ed il ferimento di Carlo Filipponi di Monbello, che insieme con i pochi superstiti riusciva però a svicolare verso Castelmonte.
Anche se l'incredibile resistenza degli italiani sullo Spigh aveva avuto comunque il pregio di rallentare molto le operazioni contro la Ferrara, il destino di questa brigata era ora segnato: i suoi due reggimenti erano stati infatti costretti ad arretrare intorno alle 15,00 anche da Carraria dopo che il 125° tedesco del maggiore Schnizer, riuscito ad impadronirsi di San Quirino, era arrivato ormai a battere con mortale efficacia con le mitragliatrici le posizioni tenute da tutte e tre le compagnie mitraglieri italiane.

Ormai sfilata sulla sinistra la Jonio ed avviatasi a Cividale la Avellino, Pavolin, rimasto senza riserve, aveva ordinato ai due plotoni rimasti del 47° di contrattaccare i tedeschi sulla strada che da Carraria saliva in cima al Purgessimo ed al 48° di risalire sulla cima per prolungare la lotta in quota, nonostante ormai le truppe nemiche attaccassero in massa in maniera avvolgente su entrambi i lati del reggimento.
Il cedimento della Milano comunicatogli alle 16,50 da un capitano superstite della Spezia lo indusse però a ordinare alle 18,00 la ritirata generale attraverso l'unica via rimasta apparentemente sgombra sulla vetta, dopo aver invano spedito pattuglie di ciclisti in tutte le direzioni in cerca dell'ormai irrintracciabile comando divisionale della 62°, tenuto dal neo designato Maggior Generale Napoleone Fochetti, responsabile del settore: in quelle stesse ore, infatti, il generale era stato catturato insieme con il suo ufficiale d'ordinanza, il tenente Bonaventura Tecchi, futuro scrittore, mentre in macchina si avviava sulla strada da Castelmonte a Carraria.
Entrambi avrebbero condiviso la prigionia nel lager di Celle (v. https://cellelager.com/) con l'altro futuro scrittore Carlo Emilio Gadda.

Solo in pochi sarebbero riusciti a scampare alla cattura: tra essi proprio Pavolin, il comandante della Ferrara.
Le poche forze italiane sopravvissute si indirizzarono verso Castel Madonna del Monte, dov'erano posizionate le altre brigate, ma tutte queste unità posticiparono solo di poco la loro fine, lottando con coraggio ma senza scampo contro il nemico e perdendo molti ufficiali, caduti sul campo come il comandante del 208° della Taro, colonnello Amedeo Casini, o fatti prigionieri come quello del 207°, il tenente colonnello Alfredo Rosacher.
I cascami di ciò che ne restava, ormai con pochissimi uomini e spesso senza guida, vennero costretti ad un nuovo e penoso ripiegamento sulla linea del Torre, cui ne sarebbero seguiti infiniti altri, e si sarebbero trasformati sotto l'incalzare del nemico in pallidi fantasmi ridotti a vagare nella neve e nella nebbia in una mesta peregrinazione un po' a caso in cerca di un'improbabile salvezza sul Tagliamento...

Profughi civili




Mentre in Cadore la brigata Lazio del colonnello brigadiere Vincenzo Boveri, unica rimasta della 26° divisione (orbata dell'Avellino), col supporto solo di alcuni battaglioni alpini (Monte Nero e Tolmezzo dell'8° reggimento ed Assietta del 3°) e di bersaglieri (dell'11° e 19° reggimento) era costretta a continui ripiegamenti dall'avanzata della X° Armata austro-ungarica di von Krobatin, con la conseguente perdita di larghi territori dell'Alto Bellunese, tutto il Friuli e l'Alta Bainsizza venivano progressivamente ingoiati dal mostro di una disfatta che ogni ora che passava diventava sempre più grave, sempre più mortale, sempre più definitiva...


Fante italiano morto sulla strada da Cividale a Udine


CADE IN FIAMME CIVIDALE

Col crollo delle difese sullo Spigh e sul Purgessimo la sorte di Cividale, quasi rasa al suolo dai bombardamenti aerei e terrestri dei giorni precedenti e rimasta per metà deserta di abitanti (se ne erano andati via in 5.177 su 10.000), era ormai segnata: gli ultimi soldati italiani rimasti cominciarono ad andarsene, chi in treno chi a piedi verso Udine, mentre le strade si riempivano anche dei profughi civili dell'ultima ora...
Alle 10,00 del mattino del 27, mentre dalla vicina collina di Zuccola i soldati italiani replicavano come potevano al fuoco nemico proveniente dal Monte dei Bovi, che infieriva con le artiglierie anche sul disgraziato centro cittadino, gli ultimi addetti al comando di tappa se ne andavano anche loro, facendo terra bruciata come da ordini ricevuti, in coda alla brigata Avellino, riassegnata alla 53° divisione ed inviata sulla riva sinistra del Torre nei pressi di Castello della Motta.

A quel punto ormai era veramente finita, e nonostante alle 15,45 un ufficiale del genio, l'aspirante modenese Gian Francesco Giorgi, riuscisse a far saltare lo scalo ferroviario ed il Ponte del Diavolo sul Natisone, proprio all'ingresso di Cividale, pur sotto il fuoco delle prime avanguardie nemiche, quelle del 1° battaglione del Leib Regiment bavarese del maggiore Robert von Bothmer, purtroppo nello stesso momento la 26° divisione tedesca di von Hofacker attraversava l'altro ponte rimasto sguarnito, quello di Grupignano, qualche centinaio di metri più a ovest, e si presentava comunque davanti alla città.
Poche ore dopo alcuni sacerdoti, sentiti alcuni flebili lamenti, avrebbero rinvenuto due uomini semisepolti tra le rovine del ponte fatto saltare: erano l'aspirante Giorgi ed un suo soldato, rimasti gravemente feriti nello scoppio da loro stessi provocato.
Giorgi, trasportato in gravi condizioni in ospedale, si sarebbe purtroppo spento nei primi giorni di dicembre: per interessamento di Monsignor Valentino Liva, Decano del Capitolo cividalese, gli sarebbe stata concessa nell'immediato dopoguerra la medaglia d'argento alla memoria.
Mentre il fuoco appiccato dagli uomini della Avellino in fuga si diffondeva rapidamente, senza possibilità di spegnerlo perché le condutture dell'acquedotto Poiana proprio nelle prime ore di quella mattina erano state irrimediabilmente distrutte dall'esplosione di una mina, alle 16,00 i primi tedeschi si presentavano davanti al Duomo.
Anche Cividale, ormai completamente in fiamme, era in mano nemica.
Il maggiore Robert von Bothmer, primo ad entrare in città, sarebbe stato decorato il 6 gennaio 1918 con la più alta decorazione bavarese, l'Ordine Militare di Massimiliano Giuseppe: sarebbe poi caduto sulla Somme il 28 settembre 1918.

In città, secondo la testimonianza proprio di Don Liva, si potevano contare in quel momento non più di cento persone, compresi appunto diversi soldati del genio: alcuni di essi sarebbero stati nascosti per giorni proprio all'interno di alcune parrocchie cittadine.
Nei giorni successivi la città si sarebbe riempita con ben 11.000 prigionieri italiani, catturati insieme a 97 mitragliatrici, 10 lanciamine, un centinaio di cannoni e persino un carro armato, eppure la resistenza opposta dagli italiani non doveva essere stata tanto piccola, se le perdite del solo reggimento della Guardia bavarese assommavano ad un totale di 280!

(Per alcune informazioni sul reggimento della Guardia bavarese, v. https://de.wikipedia.org/wiki/K%C3%B6niglich_Bayerisches_Infanterie-Leib-Regiment, in lingua tedesca; altri dati sulla battaglia di Cividale li ho presi dall'articolo "La storia del '900 di Cividale", a cura di Giulia Sattolo, tratta dal sito istituzionale del comune, http://www.comune.cividale-del-friuli.ud.it/index.php?id=3445).

Masse di prigionieri italiani presso Cividale fotografati da un ufficiale tedesco




LA BATTAGLIA SUL FIUME TORRE

Ma ormai il bersaglio grosso era Udine, finita sotto tiro anche della 60° divisione austro-ungarica del Luogotenente Feldmaresciallo Ludwig Goiginger della II° Armata di Kosak (Gruppo Boroevic), che avrebbe passato l'Isonzo da est dopo l'improvviso crollo tra il 29 ed il 30 ottobre della brigata Brescia del colonnello brigadiere Guglielmo Cartia della 44° divisione (II° C.A. di Albricci), dovuto a sua volta al cedimento sotto la spinta nemica della brigata Pesaro del Maggior Generale Angelo Rodino, assegnata alla 7° divisione dell'VIII° C.A. di Grazioli e chiamata a proteggere il ripiegamento della III° Armata.
Sottoposta ad estesi bombardamenti d'artiglieria e precipitata nel caos di un esodo generale di gran parte della cittadinanza alimentato anche dalla presenza di cecchini austriaci nascosti nelle case (solo 4.000 dei 47.000 abitanti restarono in città), Udine da due giorni era stata evacuata dal comando di Cadorna.
Proprio la sera del 28 davanti al capoluogo friulano si presentava anche la 200° divisione del Maggior Generale Ernst von Below.




Veniva predisposta in fretta e furia una linea di difesa sul torrente Torre e ad organizzarla era proprio Pietro Badoglio, improvvisamente riapparso dopo giorni di assenza, come al solito al posto giusto nel momento giusto.
Forse fu questa circostanza, non mi risulta troppo sottolineata da molti, a salvarne la pellaccia dall'epurazione generale sopravvenuta dopo la conferenza di Rapallo, grazie anche ad una provvidenziale medaglia d'argento al valore ottenuta "per il valore dimostrato sulle linee di San Daniele, in circostanze critiche di combattimento, assicurando efficace difesa contro l'incalzante nemico ed esponendosi serenamente ove intenso ferveva il combattimento".

Vennero inviate su quella linea soprattutto truppe della 13° divisione (brigata Massa Carrara), della 53° (Avellino, Vicenza, Potenza), della 23° (Messina), della 3° (i resti di Arno ed Elba e la Firenze), della 21° (Bisagno), della 49° (Ravenna, Sele e Lambro) e della 62° (i resti della Salerno e i due reggimenti 14° e 20° della IV° bersaglieri con aggregati tre battaglioni autonomi di bersaglieri ciclisti ed altri reparti sopravvissuti del 2° e del 9° reggimento, più cinque reparti di arditi discesi in quelle ore dal Kosada e posizionatisi a Cussignacco).
A difesa diretta del centro abitato venivano schierate:

- sulla riva destra del fiume più a nord la Bisagno del colonnello brigadiere Guido Poggi, col 209° reggimento disteso dal ponte di Tarcento a quello di Molinis ed il 210° inviato poco più a nord sul Monte Stella a fianco del 9° e del 2° bersaglieri;

- a scendere gli uomini della brigata Messina del Brigadiere Generale Adolfo Gazagne schierati tra Rizzolo e San Bernardo, fianco a fianco con gli altri battaglioni bersaglieri, quelli del 20° tra Fornace e San Bernardo e quelli del 14° disposti lungo il corso tra Godia ed il ponte;

- poi nel villaggio di San Gottardo, a est di Udine, sulla strada proveniente da Cividale, a difesa del ponte, il I° Reparto d'assalto degli arditi con elementi del II°, circa 1.200 uomini armati solo di moschetti, bombe a mano e Villar Perosa, supportati da un plotone del IV° e dal III° battaglione bersaglieri ciclisti;

- infine più a sud la Sele del colonnello brigadiere Giacinto Sacconi e la Lambro del parigrado Donato Rognoni, entrambe nel settore di Pradamano, con un battaglione di quest'ultima schierato a Paparotti per proteggere il fianco dell'intera 49° divisione da eventuali infiltrazioni nemiche.

Nonostante la ferma resistenza opposta dalle tre brigate Bisagno, Sele e Lambro nei rispettivi settori a nord e a sud di Udine, costrette infine a tarda sera a prendere la via del Tagliamento, il nemico sfondava sin dalla prima mattina del 28 proprio al centro dello schieramento italiano, tra Salt e Beivars, aggirando gli arditi ed i bersaglieri a guardia dei due ponti minati: uno solo di essi infatti saltava in aria, ma non quello di Salt, pertanto i tedeschi riuscivano a passare il Torre, ancora non in piena (lo sarebbe stato dopo qualche ora), tanto da riuscire anche a guadarlo nel tratto del ponte crollato, costringendo un migliaio tra arditi e bersaglieri a ripiegare disordinatamente in direzione del centro abitato.

La battaglia sembrava ormai decisa, ma le fanterie resistevano ancora nelle campagne tra Laipacco e San Gottardo, a est della città, sotto la guida solo di tenenti e capitani: ormai circondata, una compagnia ai comandi del capitano Pietro Di Galbo, del 94° fanteria della Messina, si schierava a quadrato come aveva fatto il 7° cavalleria contro gli indiani Lakota sulle rive del Little Big Horn nel 1876, e finiva totalmente sterminata com'era successo 41 anni prima a Custer, stavolta dalle mitragliatrici e non dalle frecce, mentre alle porte dell'abitato l'intera 26° divisione tedesca per diverse ore veniva inchiodata sulla strada che proveniva da Cividale dalla brigata Firenze, schierata tra Beivars e la ferrovia, con il soccorso di altri elementi di fanteria dell'Arno e dell'89° Salerno, oltre che dagli squadroni mitraglieri del 12° Cavalleggeri di Saluzzo della V° brigata di cavalleria del Maggiore Generale Lionello Paveri Fontana della 3° divisione Lombardia!
Proprio in questa circostanza nacque una frase destinata a diventare famosa: "Boia chi molla!" fu infatti l'espressione che usò il sergente Sivieri dell'89° fanteria per confortare e motivare i suoi commilitoni, vigliaccamente abbandonati dal loro comandante!

Ormai gli italiani erano costretti a ripiegare in tutta fretta, ed a combattere una disperata lotta casa per casa, in cui ancora una volta a distinguersi erano gli arditi ed i bersaglieri: a mezzogiorno si combatteva ancora furiosamente a Porta Pracchiuso, ormai in città, dove gli arditi si frapponevano, ormai rimasti quasi gli unici a combattere, alle avanguardie della 26° divisione branderburghese, proteggendo la partenza nel pomeriggio dell'ultimo treno carico di soldati italiani verso la salvezza.
Verso sera lo scontro si spostò nei dintorni del castello cinquecentesco, dove un pugno di arditi al comando di Radicati tentò l'ultima resistenza, cercando di sfondare letteralmente a mani nude i grossi cancelli che bloccavano l'entrata ai giardini dell'imponente maniero, per proseguire al riparo delle sue mura la lotta, senza però riuscirvi.
Non c'era più nulla da fare: ormai senza più munizioni e privi di forze, dopo due giorni di intensi combattimenti, gli ultimi 73 arditi, unici difensori rimasti della città, furono alla fine costretti alla resa dall'arrivo di numerosi plotoni nemici, tutti armati di mitragliatrici e bombe a mano.
Tra i sette ufficiali catturati, l'eroico maggiore Radicati: lui e gli altri 100 sopravvissuti agli scontri di quei due giorni avrebbero trascorso in prigionia il resto della guerra.
In 400, invece, sarebbero stati pianti dai genitori, dalle mogli, dai figli...
Anche la battaglia per Udine era finita.

(V. http://ricerca.gelocal.it/messaggeroveneto/archivio/messaggeroveneto/2005/10/28/NZ_13_SPEA2.html)

CHI HA UCCISO VON BERRER?



Udine fu occupata solo la mattina del 29 ottobre dal 18° battaglione della riserva appartenente al 5° reggimento Jaeger della 26° divisione, ma il Generale Albert von Berrer non fece a tempo a vedere il suo trionfo: mentre il giorno prima a bordo di un'auto militare transitava assai incautamente con alcuni suoi ufficiali nei pressi del ponte sul Torre non distrutto fu visto dai soldati italiani, che subito aprirono il fuoco su di lui, uccidendolo sul colpo. 
A dir la verità non si sa bene a chi attribuire la paternità del colpo fatale: sul posto erano presenti arditi, bersaglieri e forse pure carabinieri.
L'ex tenente degli arditi Giuseppe Comelli (definitosi "Ten. Anonimo"), autore negli anni '30 di due saggi, "Glorie e Miserie della Trincea" (Milano, 1933) e "Arditi in guerra" (Milano, 1934), riuscì a scovare nelle sue ricerche presso l'Ufficio Storico dell'Archivio di Guerra tedesco il Diario di guerra del "Comando Generale a destinazione speciale n. 51", che sulla circostanza recava scritto:
"28-10-17 Dislocazione: Modrojce Tempo: forte pioggia Partenza di S.E. di prima mattina, accompagnato dal I Aiutante Maggiore Bender, dall'Ib (Hauptm. Boeszoermeny) e dall'ufficiale di collegamento della 26. I.D. (Oberleutn. Graevenitz) per Azzida e Cividale fino alle truppe di prima fila per incitarle personalmente ad un energico inseguimento. Con tempo fosco e quindi poca visibilità l'automobile di S.E. si addentrò nel villaggio di S. Gottardo (2 Km. ad est di Udine) ancora occupato da italiani dispersi. Preso di mira a breve distanza Sua Eccellenza cadde colpito alla testa e con lui il Boeszoermeny; il Ten. v. Graevenitz sembra sia stato fatto prigioniero (10 antemeridiane)".

Hans von Graevenitz
(Francoforte sull'Oder, 14 luglio 1894-
Stoccarda, 9 dicembre 1963)
Ma CHI aveva sparato al Generale tedesco?
Un comunicato del Comando Supremo del 4 novembre avrebbe scritto:
"Due nostri carabinieri nel pomeriggio del 28 ottobre nelle vicinanze di una delle porte di Udine scaricarono i loro moschetti contro una automobile che portava il Generale von Berrer Comandante il III° Corpo d'Armata del Brandeburgo e che era accompagnato dall'ufficiale d'ordinanza von Graevenitz. Il Generale rimase ucciso; il Ten. von Graevenitz, gravemente ferito, venne fatto prigioniero".

A questa versione si riferiva la famosa copertina firmata Achille Beltrame della Domenica del Corriere che uscì quella settimana in edicola, e che potete vedere qui sotto.



In realtà ci sono almeno altre due versioni, ed entrambe hanno un nome ed un cognome, mentre questa della morte per mano dei carabinieri ha tutta l'aria di essere la meno attendibile di tutte.


Giuseppe Morini
Una prima versione è quella narrata in prima persona dal sergente Giuseppe Morini, un giovane 26enne di Civitavecchia, appartenente al 4° reggimento bersaglieri della V° brigata.
Tra le 5 e le 6 di sera del 28 ottobre, disse, alle porte di Udine la sua pattuglia vide avanzare sotto la pioggia un'auto pressoché chiusa: piuttosto perplesso, il sergente la lasciò passare ma subito dopo da dietro vide che da essa sporgeva una bandierina tedesca e riconobbe le divise nemiche.
Senza por tempo in mezzo da tergo sparò col suo fucile scaricandogli addosso tutto il caricatore, fino a quando la macchina si fermò, si aprirono le tendine e lui si avvide del generale, mortalmente colpito alla nuca, rovesciato, con le braccia distese.
L'ufficiale al suo fianco e i due davanti aprirono a loro volta il fuoco con le loro pistole d'ordinanza, senza colpire nessuno, poi il primo si gettò bocconi a terra pronto a sparare ancora, mentre gli altri due si diedero alla fuga nei campi vicini.
Morini si avvicinò sparando all'ufficiale, che a quel punto decise di scappare verso una casa vicina: il sergente lo inseguì affannosamente, fino a quando lo ritrovò nascosto in una latrina (!) e, vedendo che quello gli puntava ancora addosso la pistola, si gettò su di lui per disarmarlo.
Dopo aver lottato avvinghiato a lui per qualche secondo, riuscì a strappargliela di mano ed a stringergli la gola a due mani fino a stordirlo, dopo di che lo portò al comando, dove l'uomo venne affidato ai carabinieri (v. http://www.adamoli.org/progetto-ocr/guerra/guerra-italo-austriaca/la-guerra-italo-austriaca-1915-1919-di-paolo-pallavicini-pagt0351.htm).

Rispetto alla versione descritta direttamente dai tedeschi ci sono alcune convergenze, ad esempio il tempo brutto, la sparatoria alle porte di Udine (S. Gottardo, per i tedeschi), la morte immediata del Generale per un colpo alla testa (anche se Morini parla più specificamente della nuca), la presenza di più ufficiali nella macchina, un ufficiale tedesco preso prigioniero (gravemente ferito, per i tedeschi), ma di converso manca l'altro ufficiale morto, non v'è alcun cenno agli altri due scappati, e soprattutto a colpire è la diversità di orario, le 10 di mattina per i tedeschi, tra le 5 e le 6 di sera per Morini. 
Se a tutto questo aggiungiamo una qual certa "spacconeria" nel racconto (e quell'accenno alla latrina, poi...), devo dire che a pelle a convincermi di più è l'ALTRA versione.
Quella che a uccidere il generale sia stato invece un ardito, e precisamente Carlo Colombo, probabilmente del II° Reparto del capitano Abbondanza.
L'ardito Carlo Colombo mostra le sue cicatrici dopo l'uccisione di von Berrer
Nelle prime ore del mattino del 28 ottobre, questo è il racconto, gli arditi sia del I° che del II° Reparto d'assalto si erano predisposti a difesa davanti alle prime case del sobborgo di San Gottardo, più o meno all'altezza del passaggio a livello di Udine: finiti sotto un diluvio di granate e di shrapnels, che ne stava ormai falciando tutti i ranghi, le due compagnie del tenente Tuzzi e del tenente Lalli del II° Reparto, coordinate dal capitano Boni, riuscirono comunque a respingere un primo assalto dei tedeschi, costretti a ritirarsi lasciando sul terreno vari caduti, feriti e materiale bellico, e fu proprio in quel frangente che, improvvisamente, apparve da lontano la macchina di von Berrer, finita evidentemente proprio in mezzo ed accolta con un intensissimo fuoco di fucileria proveniente da tutte le direzioni da parte di tutti i presenti, arditi e bersaglieri ciclisti (non si parla di carabinieri).
Nessun proiettile colpì il bersaglio, ma l'auto fu costretta a rallentare e poi a fermarsi. 
A quel punto, si legge nella Relazione del Comando Supremo tedesco sulla morte del Generale,
"(...) dalla macchina scoperta i passeggeri si alzarono per scendere. In quell'istante partirono due colpi di moschetto da una siepe, dove stava appiattito un Ardito: Colombo Carlo. Uno di questi colpi raggiunse un ufficiale (il Generale von Berrer) che si adagiò di nuovo sul divano della vettura. Coloro che accompagnavano il Generale, scaricarono le loro rivoltelle sull'Ardito che aveva sparato da pochi metri, e lo colpirono con parecchi colpi all'addome e alla schiena, perché dallo spasmo delle ferite il Colombo, steso a terra, si avvoltolava nel fosso".
Gli ultimi colpi sparati dalla macchina di von Berrer attirarono sul terreno dello scontro altre pattuglie tedesche che nel frattempo presso un vicino campo di granturco si erano impegnate in un'altra sparatoria contro i bersaglieri ed altri arditi (forse quelli del I°  Reparto di Radicati), e che alla fine li costrinsero tutti insieme a ripiegare verso Porta Pracchiuso fino a quel drammatico epilogo che abbiamo visto.
L'ultima parola spetta però all'altro protagonista di questa storia: Von Graevenitz.
Questi venne rintracciato da Comelli (si parla dei primi anni '30) e disse fondamentalmente tre cose.
1) che le pattuglie tedesche si erano scontrate contro gli arditi;

2) che a sparare a von Berrer era stato un soldato con la giubba aperta e le mostrine nere;
3) che non sapeva chi aveva ucciso l'aiutante maggiore del Generale, seduto vicino a lui.
Dopo essere uscito dalla prigionia italiana, il 13 febbraio 1919, il 23enne tenente tedesco avrebbe continuato la carriera nell'esercito fino a diventare nel 1944 Tenente Generale e comandante della 237° divisione di fanteria: dopo 5 anni di prigionia in Jugoslavia sarebbe tornato in patria e qui si sarebbe poi spento, 69enne, a Stoccarda (v. https://ww2gravestone.com/people/graevenitz-hans-von/ ).

Alla fine, probabilmente non sapremo mai chi veramente uccise von Berrer, anche se non v'è dubbio alcuno ormai che a farlo sia stato solo uno o al massimo due proiettili, tirati da distanza ravvicinata e da uno solo, che non poteva che essere un bersagliere, come Morini, o un ardito, come Colombo...
Partendo dall'assunto che a volte la memoria può fare brutti scherzi, e ci sta quindi la confusione sull'ora dell'accaduto, sono propenso a credere che Morini fosse in buona fede, ed anche la dinamica da lui descritta è compatibile con il fatto come raccontato sia dagli arditi che dai tedeschi: probabilmente era presente, sparò insieme a tanti altri, e molto probabilmente, al di là di certe "guasconerie", catturò veramente lui von Graevenitz convincendosi pure di avere ucciso von Berrer, magari con un colpo fortunato, né si può escluderlo in assoluto, ma...
Ma fu Colombo che sparò a corta distanza, due colpi, e colui contro il quale gli ufficiali a bordo dell'auto infierirono subito dopo l'assassinio del loro Generale, lasciandolo poi per morto lì, a terra: eppure il coraggioso ardito sarebbe sopravvissuto, raccolto poche ore dopo sul posto da alcuni arditi fatti prigionieri e portato all'ospedale di Motta di Livenza...

Negli scontri di Porta Pracchiuso quasi tutti gli arditi del II° Reparto sarebbero caduti combattendo allo scoperto sul rilevato appena dietro la cinta daziaria, abbattuti dalle fucilate provenienti dalle finestre delle abitazioni occupate dal nemico, e tra essi i due comandanti di compagnia, i tenenti Lalli e Tuzzi, mentre il capitano Boni sarebbe stato ferito ad una gamba dalla stessa pallottola che trapassò la spalla del caporale Pierino Carati, impegnato proprio davanti alla porta, chiusa con un cancello di ferro: unici sopravvissuti ormai con pochi altri della gloriosa unità del capitano Abbondanza, si sarebbero uniti a quel centinaio o poco più rimasti del I° Reparto di Radicati, immolandosi combattendo casa per casa fino davanti al Castello, e seguendone poi il doloroso destino della prigionia.

(V. https://arditi-di-guerra.blogspot.it/2017/10/udine-porta-pracchiuso-28-ottobre-1917.html)

IL SACCO DI UDINE

Il Generale Rohn von Verbas prende possesso del suo comando a Udine
La conquista di Udine, ex Quartier Generale del nemico, fu celebrata con grandissima enfasi dagli Imperiali, tanto che sia il Kaiser Guglielmo II che l'Imperatore Carlo I vennero in visita pochi giorni dopo.
In città si sarebbero installati sia i tedeschi, a nord, col comando nel Palazzo del Monte di Pietà in Via Mercato vecchio, sia gli austriaci, a sud, con comando nel Palazzo del Comune in Piazza Contarena, e sin dal 30 ottobre sarebbero cominciate le spoliazioni.


Le strade si riempirono di masserizie, manufatti industriali, oggetti di metallo, poi successivamente si diede il via ad un piano sistematico di requisizioni, che dal gennaio 1918 sarebbe stato particolarmente incentrato sui metalli, giungendo addirittura fino al punto di abbattere dal 13 luglio del 1918 persino le campane del Duomo e di tutte le altre chiese.
Per tutto il periodo di occupazione il capoluogo friulano, sottoposto al ferreo regime instaurato dal Maggior Generale austriaco Rohn von Verbas, avrebbe subito un terribile trattamento predatorio, dovuto al fatto che dai due Imperi ormai non veniva più alcuna risorsa.
Nonostante si formasse spontaneamente un "Comitato provvisorio cittadino" che nell'assoluta mancanza di altre autorità pubbliche di riferimento rappresentasse più o meno ufficialmente la comunità di fronte agli occupanti austro-tedeschi, questi ultimi continuarono a fare il bello e cattivo tempo, ed a farne le spese maggiori sarebbero stati proprio i 31.000 profughi, le cui cose, dalle case ai mezzi di trasporto, dai metalli agli arredi, dai viveri ai materiali, persino la biancheria e le stoviglie, sarebbero state considerate semplicemente Res Nullius.
I membri del comitato avrebbero avuto qualche problema nel dopoguerra, accusati sotto sotto di collaborazionismo col nemico, ma evidentemente qualche freno ai soprusi lo misero, se ad aprile del 1918 il comando austro-tedesco decise di nominare un sindaco ed una giunta compiacenti, che finirono di fatto con l'esautorare il comitato.
Udine sarebbe stata liberata solo il 3 novembre 1918 dalla cavalleria: la prima ad entrare in città sarebbe stata una pattuglia di cinque uomini del  3° reggimento Savoia Cavalleria ai comandi del tenente Baragiola della 3° divisione di cavalleria, seguita poco dopo da uno squadrone dell'11° Cavalleggeri di Foggia.

(V. http://www.lagrandeguerra.info/articoli.php?i=21 e http://www.viaggioinfriuliveneziagiulia.it/wcms/index.php?id=64,0,0,1,0,0)

Il Kaiser Guglielmo II passa in rassegna le sue truppe a Udine

13. CADORNA ACCUSA I SOLDATI DI VILTÀ 

L'INSOFFERENZA DI CADORNA

Ad ogni brutta notizia di un cedimento, di una capitolazione, di un arretramento ormai Cadorna non faceva che sbottare di continuo contro i suoi stessi soldati, che riteneva in generale soggiogati dalle idee sovversive, disfattiste, pacifiste propugnate dal socialista Treves e dal Papa Benedetto XV° (che l'1 agosto, previa consultazione con Vienna, aveva inviato alle Potenze belligeranti una nota in cui prospettava le condizioni per porre termine a una guerra che "ogni giorno di più apparisce inutile strage", v. QUI): queste a suo dire venivano loro messe in testa ogni volta che andavano in licenza, nel paesello vicino, a casa loro, in chiesa o magari nei bordelli, e d'altronde cominciavano a pervenire numerosi rapporti di interi plotoni, intere compagnie, alcune volte di interi reparti anche più grandi che avevano preferito arrendersi piuttosto che combattere, dopo aver magari ucciso i loro comandanti, avviandosi a mani alzate e senz'armi verso le linee nemiche in certi casi addirittura cantando inni rivoluzionari o comunque inneggiando alla Pace, quando non all'Imperatore Carlo o addirittura al Kaiser Guglielmo se a trovarsi di fronte erano i tedeschi...
Ecco perché la sera del 26 ottobre Luigi Cadorna inviò all'esercito questo durissimo ordine del giorno, con l'espressa indicazione di diramarlo fino ai comandi di compagnia:
"Il primo urto sferrato dalle forze austriache e germaniche, ha dato al nemico sopra un settore della nostra fronte, degli improvvisi risultati da lui stesso inattesi.
Tale subitaneo cedimento della nostra linea in un punto vitale, per opera di truppe avversarie non preponderanti di numero, è solo spiegabile come conseguenza di un cedimento morale i cui terribili effetti gravano su quanti hanno sentito la loro responsabilità di uomini e soldati. Ma oggi lo smarrimento di chi non ha saputo combattere non deve propagarsi come uno stato d'animo deprimente in quanti lottano con valore. Che un falso sentimento della superiorità del nemico non ingeneri un falso sentimento di debolezza e quasi incapacità nostra a resistere.
L'ora è grave. La Patria in pericolo -ma il pericolo vero non sta nella forza del nemico quanto nell'animo di chi è pronto a credere che quella forza è invincibile. Io mi appello alla coscienza ed all'onore di tutti, perché come in giorni ugualmente gravi dell'anno passato, ciascuno riafferrando le proprie energie morali ridiventi degno della Patria. Ricordi ogni combattente che non vi sono che due vie aperte per lui e per il Paese: o la Vittoria o la Morte. Nessuna esitazione, nessuna tolleranza. I comandanti siano ferrei. Ogni debolezza sia repressa senza pietà. Ogni vergogna sia purificata col ferro e col fuoco. Rendo responsabili tutti i comandanti dell'esercizio inflessibile della giustizia di guerra per tener salda la compagine dell'Esercito. Chiunque non sente che sulla linea fissata per la resistenza o si vince o si muore, non è degno di vivere.
Ma l'appello supremo lo faccio al cuore generoso dei soldati di cui da due anni conosco il valore, la serena e paziente resistenza ai sacrifizi, l'eroismo di cui la nazione è fiera. Essi devono oggi rendersi degni dei loro fratelli che a Passo Buole, sul Novegno, sull'altopiano di Asiago, hanno detto al nemico: "di qui non si passa". Dove i loro Capi diranno che si deve resistere, sentano che lì si difende tutto ciò che di più sacro e di più caro hanno nella vita. Sentano nella voce dei loro comandanti la voce stessa dei loro vivi e dei loro morti, che chiede ad essi di salvare l'Italia".
Immagine tratta da http://www.esercito.difesa.it/comunicazione/Pagine/mappa-battaglie.aspx





IL MISTERO DEL BOLLETTINO DEL 28 OTTOBRE 1917

Gli italiani che non erano al fronte, che per tre giorni erano stati tutto sommato tenuti tranquilli da bollettini certo negativi ma che certificavano comunque una impavida resistenza italiana, avrebbero scoperto la verità assai brutalmente solo nelle prime ore del mattino del 29 ottobre, quando sulle prime pagine dei giornali poterono leggere un incredibile bollettino emanato dal Comandante Supremo, che testualmente diceva:
"La mancata resistenza di reparti della II Armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sul fronte giulio. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all'avversario di penetrare sul sacro suolo della Patria".
Redatto materialmente dal Sottocapo di Stato Maggiore Tenente Generale Carlo Porro alla presenza di Cadorna, del suo segretario colonnello Melchiade Gabba, di due Ministri, i generali Giardino e Dallolio, e persino del Senatore Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera, secondo Gabba alla sua lettura per averne l'approvazione il Generale in verità sbiancò a sentire certe espressioni, dicendo "No, questo no...", ma Porro confortato dagli illustri ospiti rispose che era necessario spiegare i motivi del tracollo e che d'altronde si dava atto anche degli "sforzi valorosi delle altre truppe", per cui il riluttante Cadorna appose comunque la sua firma sul documento.
Non l'avesse mai fatto!
Scoppiò un'incredibile parapiglia sui giornali ed a livello politico, orchestrato ovviamente soprattutto dalle forze social-pacifiste, e la polemica non fece che montare ulteriormente giorno dopo giorno con una progressione inarrestabile, nonostante il Presidente del Consiglio dimissionario Paolo Boselli provvedesse immediatamente a far correggere quel testo come segue:
"La violenza dell'attacco e la deficiente resistenza di alcuni reparti della II Armata ha permesso alle forze austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sul fronte giulio. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all'avversario di penetrare sul sacro suolo della Patria. La nostra linea si ripiega secondo il piano stabilito. I magazzini e i depositi dei paesi sgombrati sono stati distrutti. Il valore dei nostri soldati in tante memorabili battaglie combattute e vinte durante due anni e mezzo di guerra, dà affidamento al Comando Supremo che anche questa volta l'Esercito, al quale sono affidati l'onore e la salvezza del Paese, saprà compiere il proprio dovere".
(Museo civico del Risorgimento di Bologna-
tratto dalle carte del Fondo Folli)
Il nuovo testo così modificato, decisamente meno duro del precedente, fu quello che apparve nei giornali del pomeriggio, ma non poté cancellare le prime pagine di quelli del mattino, ormai andate a ruba, tanto più che prese a circolare in Italia, e venne pubblicata da altri giornali, per lo più locali, una versione manoscritta non firmata ancora più dura, che giungeva ad indicare al pubblico ludibrio intere brigate indicate per nome:
"Per il contegno ignobile e per il tradimento di alcuni reparti della 2° Armata, in ispecie delle brigate Foggia, Roma, Pesaro, Elba il nemico ha calpestato il sacro suolo della Patria. Iddio e la Patria li maledicano. Addito al disprezzo eterno di tutto il mondo le brigate Arno e Lazio, che ignominiosamente hanno ceduto quelle armi, che loro erano state consegnate per la difesa della Patria".
L'indicazione precisa dei nomi di alcune brigate effettivamente trovatesi a partecipare ad episodi assai controversi, e di cui si parla come abbiamo visto nei diari di Rommel, di alcuni reparti dell'AlpenKorps e persino nelle parole di molti ufficiali interrogati dalla commissione su Caporetto, denotava una sicura conoscenza da vicino dei fatti bellici, ma quel manoscritto non era farina del sacco né di Porro né di Cadorna, e molti sospettano che in realtà fosse un'autentica "polpetta avvelenata" preparata dagli stessi servizi d'informazione austro-tedeschi per spaccare l'unità d'intenti tra politica, forze armate e popolo italiano, come attesta anche la lettura dei manifestini di propaganda diffusi dal nemico in zona d'operazioni, che presero spunto proprio dal bollettino del 28 ottobre:
"Italiani, il comunicato del 28 ottobre del Gen. Cadorna vi avrà aperto gli occhi sull'enorme catastrofe che ha colpito il vostro esercito. In questo momento così grave per la vostra nazione, il vostro generalissimo ricorre ad uno strano espediente per scusare lo sfacelo. Egli ha l'audacia di accusare il vostro esercito che tante volte si è lanciato dietro suo ordine in inutili e disperati attacchi! Questa è la ricompensa al vostro valore! Avete sparso il vostro sangue in tanti combattimenti; il nemico stesso non vi negò la stima dovuta come avversari valorosi. E il vostro generalissimo vi disonora, v'insulta per discolpare sé stesso".
Il pensiero di Cadorna era ben conosciuto ed era esattamente lo stesso di quasi tutti gli esponenti degli Alti Comandi italiani, come attesta un interessantissimo articolo-saggio di Jacopo Lorenzini,  "Disfattisti e traditori. I comandi italiani e il "nemico interno" (novembre 1917-novembre 1918)", in Percorsi storici- Rivista di storia contemporanea, che potete leggere QUI: solo Cavaciocchi di fronte alla commissione d'inchiesta del 1919 sulla disfatta difese apertamente i suoi soldati ed abbiamo visto come la pensavano Porro ed i due Generali e Ministri Giardino e Dallolio, ma anche l'Ammiraglio Paolo Thaon di Revel, comandante in capo della Regia Marina, gli disse personalmente "Bravo! Così si dice la verità!", e non si può onestamente non dire che esso non fosse del tutto campato per aria, ma in un momento in cui sarebbe servito il massimo della coesione nazionale possibile quel disgraziato comunicato non fece che buttare altra benzina sul fuoco (v. al riguardo: https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/difendo-cadorna-caporetto-centanni-dopo-oltre-le-leggende-4-74728/).
Però è anche vero che quel documento, anche se di fatto fu l'inizio della fine della carriera di Cadorna ed è all'origine di una damnatio memoriae che dura tuttora, viene ora riconosciuto da molti autori come uno schiaffo morale che fece bene all'esercito: spinti dall'orgoglio e dal desiderio di mostrarsi migliori rispetto a ciò che quello scritto aveva lasciato intendere i nostri soldati d'incanto dopo cinque giorni di continui ripiegamenti e sconfitte ritrovarono quella combattività e quell'amor proprio che sembravano essere andati perduti sotto le iniziali scorribande pressoché indisturbate degli austro-tedeschi, e la cui mancanza sarebbe stata in seguito comunque sempre rinfacciata ingenerosamente di fronte a tutti indistintamente coloro che vennero fatti prigionieri durante quella terribile prova.

Essi infatti sarebbero sempre stati trattati da paria durante la prigionia nei campi di austriaci e tedeschi senza che le nostra autorità politiche e militari facessero nulla o quasi per alleviarne le disagevoli condizioni di vita, come pure i trattati internazionali prevedevano in collaborazione con la Croce Rossa Internazionale, e quasi schifati anche al loro ritorno in Patria alla fine del conflitto, quando furono interrogati uno ad uno dalla commissione su Caporetto dopo essere stati tenuti in attesa dell'interrogatorio ancora rinchiusi in appositi campi del tutto analoghi a quelli di pochi mesi prima, circondati anche qui dal filo spinato, nel porto franco di Trieste, a Castelfranco Emilia, Rivergaro, Gossolengo ed in altre località, e dove poteva capitare a ciascuno di loro, come successe ad un alpino del battaglione Aosta, tale Pietro Ronco, di sentirsi dire dall'ufficiale responsabile (v. http://www.conversomag.com/prima-guerra-mondiale/):
"Se aveste fatto il vostro dovere, dovreste essere morti".
Ma tornando a noi, Luigi Cadorna era un militare, non un politico, e la politica l'aveva sempre tenuta lontana da sé,  e probabilmente non si rendeva ancora pienamente conto che firmando quel bollettino aveva fatto partire un count-down ai suoi danni: non aveva però il tempo di pensarci, fino a quando era lui al comando avrebbe fatto di tutto per uscire da quel momento terribile.
Il grande esodo delle truppe sconfitte e delle popolazioni civili in fuga dai loro paesi inseguite da presso dalle avanguardie nemiche, che avevano gioco facile ad infiltrarsi tra quelle dolenti colonne umane formando  in quelle vie ormai intasate improvvisati blocchi stradali finalizzati a catturare il maggior numero possibile di soldati italiani, pareva inarrestabile.
Il flusso si muoveva spontaneamente in due direzioni ben precise: chi fuggiva da Udine andava verso il ponte di Casarsa, chi invece proveniva dal basso Friuli si indirizzava su Latisana.
Bisognava a tutti i costi intervenire.


PARTE TERZA
RESISTERE SINO ALL'ULTIMO UOMO E ALL'ULTIMA CARTUCCIA

14. LA BATTAGLIA DI CONTENIMENTO SUL TAGLIAMENTO




LA NASCITA DEI CORPI D'ARMATA SPECIALI PAOLINI E DI GIORGIO

Donato Etna
(Mondovì, 15 giugno 1858-
Torino, 11 dicembre 1938)
Ormai l'avanzata austro-tedesca era così rapida che metteva a rischio di aggiramento sia la II° che la III° Armata.
Al termine di frenetiche consultazioni con Montuori e col Maggior Generale Luigi Pollari Maglietta, l'ottimo comandante del genio, un modenese già al comando della ormai disciolta Direzione Generale dei Lavori di Difesa (D.G.L.D.), Cadorna venne convinto da quest'ultimo a non fermarsi sul Tagliamento, che doveva semmai essere considerato una semplice tappa di avvicinamento all'assai più difendibile Piave.
Affidato integralmente proprio a lui il completamento dei lavori alle fortificazioni sul Piave ("Penseremo poi, se sarà il caso, all'Adige e al Po", disse), Cadorna alle 5,45 del 27 ottobre ordinò pertanto il ripiegamento del XII° C.A. di Tassoni (Gruppo Carnico) sulle Prealpi Carniche, con la sinistra a Casera Razzo, della II° e della III° Armata alla destra del fiume Tagliamento e della IV° stanziata nel Cadore dietro il Piave, in collegamento a sinistra con la I° a Cima Caldiera.
Nel far questo, decise di assegnare l'VIII° C.A. di Grazioli alla III° Armata e di dividere la II°, rimpinguata con le due divisioni 16° e 21° del XXX° C.A., in tre distinti settori:

uno settentrionale di sinistra, affidato al Tenente Generale Donato Etna;

uno meridionale di destra, al parigrado Giacinto Ferrero;

ed uno centrale affidato a Pier Luigi Sagramoso, comandante del XIV° C.A., poi sostituito da Carlo Petitti di Roreto.


Giuseppe Paolini
(Popoli, 11 aprile 1861-
Gorizia, 11 gennaio 1924)
Poiché la III° Armata era ancora pressoché integra e pertanto assolutamente da preservare a tutti i costi in vista della battaglia difensiva successiva, il Comandante Supremo diede ordine ad Emanuele Filiberto di lasciare di retroguardia truppe che procedessero alla sistematica distruzione di depositi, magazzini, baraccamenti, materiale bellico pesante, strade, ponti e snodi ferroviari, affidando il compito di proteggere il ripiegamento alle sue truppe della riserva, poste tutte al comando del Tenente Generale Giuseppe Paolini, un valorosissimo ufficiale pluridecorato, sia in Libia (Sciarra Sciat, Sidi Said, Assab) che nel conflitto presente, dove si era particolarmente distinto sul Monte Sei Busi nel luglio 1915 ed in parecchi scontri successivi (v. http://www.alpinisulmona.it/2017/05/18/gen-c-a-giuseppe-paolini/), in quel momento comandante della 4° divisione.
Del suo corpo d'armata faceva parte ovviamente la 4° divisione, con le sue tre brigate, la Granatieri del Maggior Generale Gastone Rossi, la Pinerolo del colonnello Carlo Perris e la Catania del colonnello brigadiere Giovan Battista Giri, la 1° divisione di cavalleria Friuli al comando del Maggior Generale Pietro Filippini, proveniente da Motta di Livenza (I° e II° brigata di cavalleria, 2° compagnia motomitragliatrici, 8° squadriglia autoblindomitragliatrici, III° Gruppo bersaglieri ciclisti e I° gruppo di artiglieria a cavallo Le Voloire, su due batterie), altre due brigate di fanteria, la Arezzo (Maggior Generale Riccardo Bonaini da Cignano) e la Caserta (Maggior Generale Vittorio Pagella) e la III° brigata bersaglieri (colonnello brigadiere Santi Ceccherini), integrate da reparti d'assalto dell'armata, oltre a batterie someggiate appartenenti per lo più ai reggimenti d'artiglieria 22°, 38°, 47° e 49°, e tutti gli squadroni di cavalleria dei reggimenti autonomi 2° Piemonte reale, 11° Cavalleggeri di Foggia e 17° Cavalleggeri di Caserta.


Antonino Di Giorgio
(San Fratello, 22 novembre 1867-
Palermo, 17 aprile 1932)
A differenza di quelle della III°, le unità della II° Armata vagavano inebetite in cerca di salvezza, tutte a pezzi, stanche, col morale sotto i tacchi, sconfitte sul campo e più ancora dentro sé stesse, e non erano pertanto assolutamente in grado di difendersi, per cui Cadorna decise di procedere in quattro e quattr'otto alla costituzione di un estemporaneo ed eccezionale Corpo d'Armata Speciale, un piccolo ed eterogeneo raggruppamento di formazione messo in piedi con tutto ciò che si poteva:  la 10° divisione del Maggior Generale Oreste Chionetti, con le brigate Campobasso del Maggior Generale Gaetano Polver e Verona del colonnello brigadiere Francesco Goggi; la 20° del Maggior Generale Lorenzo Barco, con le brigate Lombardia del colonnello brigadiere Vito Puglioli e Lario del Maggior Generale Luigi Cicconetti; la 30° del Maggior Generale Onorato Mangiarotti, con la sola brigata Livorno del colonnello brigadiere Alberto De Marinis; la 33° del Maggior Generale Carlo Sanna, con la brigata Bologna del colonnello brigadiere Carlo Rocca ed il 137° fanteria della Barletta del colonnello Umberto Crema; la 68° divisione del Tenente Generale Rosolino Poggi, con la brigata Palermo del Maggior Generale Giovan Battista De Negri; ed infine la I° e la V° brigata bersaglieri, unificate al comando dell'ex 47° divisione in un'estemporanea divisione speciale bersaglieri affidata ora al comando del Maggiore Generale Giuseppe Boriani, già alla testa della V° brigata.

Giacinto Ferrero
(Torino, 19 giugno 1862- Torino, 1922)
Questo minuscolo e debole corpo d'armata, composto da non più di 8.000 uomini, venne affidato al prestigiosissimo e carismatico Maggior Generale Antonino Di Giorgio (v. http://www.treccani.it/enciclopedia/antonino-di-giorgio_%28Dizionario-Biografico%29/), un glorioso ufficiale figlio della nobiltà contadina siciliana, appena giunto a Udine in treno in tutta fretta da Roma dove stava presenziando alla sessione di riapertura della Camera nella sua veste di deputato indipendente (eletto nel 1913 al ballottaggio contro il candidato ministeriale giolittiano nella circoscrizione di Mistretta).
Distintosi alla testa del IV° Raggruppamento alpini nella pur sfortunata battaglia dell'Ortigara del giugno precedente, Di Giorgio, che Cadorna apprezzava moltissimo, aveva davanti a sé un  solo, unico e titanico compito: schierare le sue risicate forze controcorrente su un tratto di fronte di 30 chilometri tra Spilimbergo e Trasaghis e qui "resistere sino all'ultimo uomo ed all'ultima cartuccia" per difendere i ponti sul Tagliamento, in quei giorni in piena, e consentirne l'attraversamento alla II° Armata.
Oltre a queste truppe, da parte del Comando Supremo vennero affidate al suo comando anche altre brigate presenti in prima linea o ciò che ne restava (il 138° della Barletta, la Sassari, la Rovigo, la Siena, la Genova, la Siracusa), più altre unità sparse tratte dal Gruppo Sagramoso, composte da reparti di arditi, i tre battaglioni alpini Monte Bicocca, Val Stura del 2° reggimento e Val Leogra del 6° ed il III° battaglione bersaglieri ciclisti aggregato ai resti del 2° e del 9° bersaglieri, più la 2° divisione di cavalleria Veneto del Tenente Generale Vittorio Litta Modignani (III° e IV° brigata di cavalleria, 7° squadriglia autoblindomitragliatrici, II° gruppo di artiglieria a cavallo Le Voloire su due batterie, I° Gruppo autocarreggiato del 61° reggimento di artiglieria da campagna), che come la divisione sorella Friuli doveva svolgere continue azioni di disturbo di retroguardia insieme con gli altri reggimenti indivisionati presenti dell'arma per interrompere o rallentare al massimo i movimenti del nemico.

Com'è di tutta evidenza, si trattava di quanto di più vario ci potesse essere, composto da divisioni che spesso avevano la consistenza di brigate, brigate che avevano quella di reggimenti e battaglioni magari formati con un solo paio di compagnie, le une e gli altri spesso agli ordini di ufficiali subalterni elevati per l'occasione a comandanti superiori, e per di più con poca o nulla artiglieria con poche munizioni!


Carlo Petitti di Roreto
(Torino, 18 dicembre 1862- Torino, 27 gennaio 1933)
Proprio per questo del suo corpo d'armata, come più in generale di tutte le truppe inviate in soccorso delle due armate sotto attacco, facevano parte forti compagnie di mitraglieri, per fare da argine difensivo sulle rive del fiume, ma anche unità assai mobili come i reparti autoblindo e di motomitraglieri, i bersaglieri ciclisti, gli arditi e la cavalleria (ritornata finalmente a combattere a cavallo, dopo che i cavalleggeri erano stati costretti a trasformarsi per necessità da almeno un anno in truppe appiedate di mitraglieri, causando di conseguenza un forte esodo verso la nuova specialità aeronautica, come dimostra la storia del più grande di tutti, Francesco Baracca, già ufficiale del Piemonte Reale).
Al riguardo rimando a http://digilander.libero.it/fiammecremisi/approfondimenti/cavalleria.htm.

Inquadrate come abbiamo visto per lo più nelle due divisioni di cavalleria Friuli e Veneto (ma anche le altre due, più lontane, la 3° Lombardia del Tenente Generale Carlo Guicciardi di Cervarolo,  e la 4° Piemonte del Maggior Generale Warmondo Barattieri di San Pietro, erano state approntate per l'invio), queste truppe, riunite in un unico Comando Truppe Mobili, avrebbero dovuto impegnare ripetutamente le truppe attaccanti nemiche ai fianchi e magari anche dietro le linee per dar loro l'impressione di avere di fronte truppe assai più forti e numerose di quel che erano realmente.

UNA FIUMANA DI GENTE VERSO IL TAGLIAMENTO

I due corpi d'armata speciali dovevano a tutti i costi consentire ai nostri militari in ripiegamento di attraversare felicemente il Tagliamento attraverso gli otto ponti che da sud a nord di quel settore lo scavalcavano:
1) il ponte stradale di Latisana, quello stradale di Madrisio, i due della Delizia (stradale di Casarsa, ferroviario di Codroipo) erano riservati alla III° Armata di Luigi Filiberto di Savoia-Aosta, che però ad onor del vero alle 5,00 del 29 ottobre assegnava Latisana alle truppe del XXIII° C.A. di Diaz (45°, 28°, 61°) e del XIII° di Sani (54° e 14°), i due della Delizia all'VIII° di Grazioli (7°, 59°, 48°) ed all'XI° di Pennella (58° e 31°) ed invece scartava Madrisio, ormai pericolante per la piena (anche se diverse brigate l'avrebbero comunque utilizzato spinte dalla pressione avversaria);
2) quello ligneo di Dignano (Bonzicco), quello stradale di Pinzano, la passerella in legno di Pontaiba gettata dal 4° reggimento genio pontieri nel 1916 ed infine il ponte ferroviario di Cornino della tratta Casarsa-Gemona erano invece tutti per la II° di Montuori.


Il ponte stradale di Latisana attraversato dai profughi civili diretti verso Portogruaro
(Immagine tratta da http://www.labassa.org/it/pgm03.html)




Sembrava tutto quasi compromesso, eppure, in quel caos governato dal puro istinto della sopravvivenza (che coinvolgeva ormai anche quasi 300.000 profughi civili!), in cui ogni giorno si aveva notizia di fucilazioni eseguite dai plotoni d'esecuzione dei Reali Carabinieri sulla base di sentenze fotocopia irrogate da improvvisati tribunali militari per violazioni disciplinari anche minori, quando non addirittura su ordine diretto dei comandanti, si verificarono tuttavia anche molteplici episodi spesso misconosciuti di valore ed eroismo, dovuti per la gran parte alla capacità ed all'iniziativa individuale degli ufficiali subalterni, in qualche modo liberati dal giogo dell'obbedienza cieca, sorda ed assoluta perché la catena di comando semplicemente si era dissolta.
Più che ad una decisa azione di comando dall'alto (anzi, ormai del tutto carente) fu soprattutto quindi grazie a questi uomini ed a queste unità, ed al fatto che il Tagliamento in piena, pur precludendo a molti dei nostri soldati la via della fuga, impedì anche al nemico di poter inseguire chi invece era passato dall'altra parte, che la III° Armata e parte della II° poterono salvarsi.

L'EROICA BRIGATA VENEZIA DEL GENERALE REGHINI

Raffaello Reghini
(Firenze, 14 novembre 1868-
Bolzano, 16 dicembre 1930)
Si distinse sin dall'inizio per valore e coraggio la brigata di fanteria Venezia comandata dal neo promosso Brigadier Generale Raffaello Reghini della 53° divisione, tratta dalla riserva d'armata ed assegnata al XXIV° C.A. della Bainsizza di Enrico Caviglia, il cui fianco destro aveva il compito di tenere a tutti i costi le sue posizioni a cavallo dell'Isonzo per proteggere il ripiegamento di tutti i corpi d'armata a sud: questa, dopo aver bravamente protetto a Quota 383 (Plava) tra il 27 ed il 28 ottobre il trasferimento sulla riva destra dell'Isonzo della II° Armata, ripassò di nuovo l'Isonzo e dirigendosi su San Giorgio di Brazzano giunse ai ponti sullo Judrio, facendoli saltare all'alba del 29, dopo di che arretrò sul Tagliamento.
A questo punto Righini, costretto ormai ad agire in totale autonomia per l'assoluta impossibilità di ricevere ordini superiori a causa del crollo delle comunicazioni, prese il comando anche di unità semisbandate della 10° divisione di Chionetti (brigate Verona e Campobasso) e della 30° di Mangiarotti (Livorno) formalmente appartenenti al C.A. Di Giorgio e con esse sostenne l'urto fino al 30 ottobre dell'intero LI° C.A. tedesco ora passato a von Hofacker, che straripava in Carnia contro il settore meridionale della II° Armata comandato dal Generale Ferrero, scontrandosi con quelle truppe prima a Orgnano, dove i suoi due reggimenti 83° ed 84° riuscivano insieme con elementi della Livorno a rompere con molte perdite l'accerchiamento nemico, e poi a Galleriano, dove oppose una fermissima resistenza proprio al centro dello schieramento contro tutta la massa nemica all'assalto, fianco a fianco con le truppe impegnate più a destra a Pozzuolo, per poi riuscire a superare pur con molte perdite il Tagliamento, dividendosi in due nuclei distinti che poterono transitare sui ponti di Madrisio e Latisana, prima che venissero fatti entrambi saltare.
Righini per la sua vera e propria impresa non solo ottenne la decorazione dell'Ordine Militare di Savoia ma fu addirittura premiato dai britannici con una delle loro onorificenze più alte, l'Ordine del Bagno!


Il ponte ferroviario di Latisana poco prima del suo brillamento, alle 15,40 dell'1 novembre




LA BOLOGNA E LA BARLETTA SI SACRIFICANO A RAGOGNA







Ma non ci fu solo Righini.
Nel settore di Fagagna per tutto il 29 ottobre i reggimenti di cavalleria della 2° divisione del Veneto al comando del Tenente Generale Vittorio Litta Modignani, quelli della III° brigata del Brigadier Generale Luigi Airoldi di Robbiate, il 7° Lancieri di Milano e il 10° Lancieri Vittorio Emanuele II°,  e quelli della IV° del Maggior Generale Arnaldo Filippini, il 25° Lancieri di Mantova ed il 6° Lancieri di Aosta, finalmente liberi di combattere a cavallo e non più come mitraglieri, come avevano fatto anche sul Torre, avevano ripetutamente caricato il nemico, e addirittura intorno a mezzogiorno alla periferia sud-ovest di Ciconicco, nei pressi del bivio stradale per San Vito di Fagagna, in un affascinante, terribile quanto anacronistico cozzo tra cavallerie il 3° squadrone dei Lancieri d'Aosta del colonnello udinese Fedrigo si era persino scontrato frontalmente contro il 4° squadrone del 2° reggimento polacco Ulani, e sul terreno erano rimasti uccisi 6 lancieri e 4 ulani, tra cui un ufficiale che, a giudicare dalle Solennissime Onoranze funebri riservategli e dall'immediata traslazione in Patria, assai probabilmente apparteneva alla Famiglia Imperiale. 
(V.  file:///C:/Users/a/Downloads/P_12%20Ciconicco.pdf)

Nonostante il coraggio della cavalleria italiana, appoggiata anche dalla 7° squadriglia autoblindomitragliatrici divisionale, la sera del 30, occupate ormai prima Majano e poi San Daniele, la 12° divisione slesiana e la 50° austriaca del Gruppo von Stein la 55° e la 22° Kaiserschutzen austriache del Gruppo Krauss stavano convergendo sui ponti di Pinzano, Pontaiba, Bonzicco e Cornino sul Tagliamento, attraverso i quali dovevano passare le truppe della II° Armata del settore nord affidate al Generale Etna, e ad esse facevano seguito anche alcuni reparti della 13° Schutzen austriaca di Kalser appartenente alla riserva d'armata di von Below.
Il C.A. Di Giorgio fu così chiamato a schierarsi in quel settore, con la 20° divisione di Barco tra Trasaghis e Cornino e con la 33° di Sanna (alla quale si era nel frattempo aggiunta anche la brigata Potenza reduce dalla battaglia di Canebola) tra Cornino e Dignano, nei pressi della piccola vetta del Monte Ragogna, purtroppo senza collegamenti telefonici tra loro e con le poche artiglierie di piccolo e medio calibro disponibili sistemate con ridotte munizioni tutte a Pinzano, sulle alture a destra del Tagliamento, proprio di fronte a Ragogna.


Eberhard von Hofacker
(Hemmingen, 25 giugno 1861-
Tubinga, 19 gennaio 1928)
A difesa del ponte di Cornino contro il Gruppo Krauss si disposero sull'isolotto del Clapàt, affiorante nel Tagliamento proprio nel bel mezzo dei due tronconi del ponte, ciò che restava delle due brigate Genova della 43° divisione (col solo 98° reggimento e pochi elementi del 97°) e Siracusa della 16°, uscite entrambe distrutte dai combattimenti dei giorni precedenti e rimaste con meno di 1.000 uomini in totale, affidati al Maggior Generale Giuseppe Tesei comandante della Siracusa, con a tergo il 234° fanteria del colonnello Antonino Palumbo della Lario (20° divisione) a Flagogna e l'intera brigata Lombardia della 58° al comando del colonnello brigadiere Vito Puglioli, posizionatasi al di là del fiume tra Forgaria, l'altopiano di Monte Prat, il Monte Covria e Peonis insieme col 50° fanteria del colonnello Bartolomeo Petrini della Parma (63° divisione) ed il I° e II° battaglione del 138° della Barletta anch'essa della 20° divisione.


Il complesso fortificato del Monte Ragogna






A difesa invece del ponte di Pinzano, poco più a sud, si posizionò proprio sulla nervosa altura di Ragogna, alta 513 metri, la piccola brigata di fanteria Bologna del colonnello  brigadiere Carlo Rocca, aggiunta all'ultimo alla 33° divisione, insieme al I° e II° battaglione del 137° fanteria della Barletta ed a quattro compagnie mitraglieri.
L'attacco nemico cominciò sin dal pomeriggio del 30 ottobre, quando l'intero Gruppo Krauss si lanciò contro il Clapàt per prendere il ponte di Cornino, venendo respinto con perdite dalle mitragliatrici del Gruppo Tesei e dalle artiglierie presenti a Pinzano, mentre contemporaneamente il 63° reggimento slesiano tentava un colpo di mano a Muris per prendere il ponte ligneo di Pontaiba, fermato con coraggio dalla Bologna e dal 137° Barletta.
Anche la indomita ma stremata Potenza combatteva aspramente sull'altura di Dignano, per poi essere però nella notte costretta a sfilare sul ponte di Pinzano, non essendo in grado di reggere oltre, e accantonare a Forgaria.
All'alba del 31 cominciò l'attacco in forze dell'intero Gruppo Stein contro Ragogna, appoggiato dalle potenti artiglierie della 13° Schutzen, che infierivano spietatamente sulle prime linee italiane di fanteria ed effettuavano un potente e preciso tiro di controbatteria sui pezzi italiani di Pinzano: la 12° slesiana di Laquis proveniente da San Daniele del Friuli e la 50° austro-ungarica di Gerabek proveniente dal settore di Tolmezzo riuscirono a prendere la frazione di San Giacomo, mentre l'AlpenKorps attaccò quella di Aonedis nel tentativo di catturare il ponte ligneo di Bonzicco posto proprio di fronte, senza successo, così come non ebbero risultato anche i suoi ripetuti assalti sui costoni di Muris e dell'adiacente Rio del Ponte, tutti respinti dagli italiani, con somma sorpresa dei tedeschi, fino a quel momento non abituati ad avere una simile opposizione!

L'ordine di brillamento del ponte di Cornino
Dall'altra parte, tutti i tentativi della 55° divisione asburgica di forzare l'accesso sul Cornino furono respinti inesorabilmente ogni volta dagli uomini di Tesei, nonostante lo stesso Principe Felix di Schwarzenberg  provasse a guadare a nuoto il fiume in più occasioni con alcune colonne dei suoi, senza successo.
Per tutta quella notte fino all'alba dell'1 novembre gli italiani mantennero saldamente le loro posizioni, poi, ormai sostanzialmente completatosi il ripiegamento dell'intero settore Etna, mentre gli uomini del I° battaglione genio zappatori del tenente colonnello Ossola incendiavano i ponti lignei di Pontaiba e di Bonzicco, bloccando l'avanzata dell'AlpenKorps, sin dalle 08,00 di mattina la Genova e la Siracusa abbandonarono alla chetichella l'isolotto di Clapàt, ripiegando sulla riva destra del fiume nello stesso momento in cui i genieri facevano saltare in aria il viadotto.

Gli uomini di Rocca non ebbero purtroppo altrettanta fortuna.
Attaccati all'alba da entrambe le divisioni del Gruppo Stein, lanciatisi in avanti col supporto ulteriore di un reggimento fresco della 13° Schutzen e di decine di batterie di artiglieria, i fanti della Bologna e della Barletta non potevano cercare scampo che nell'attraversamento dello stesso ponte che difendevano, visto che ormai quello di Pontaiba era in fiamme e non c'era alcuna possibilità di guadare il Tagliamento, in quel momento cattivissimo.
Sotto gli occhi atterriti dei genieri italiani che li incitavano dall'altra parte del fiume, pronti ormai a far saltare il ponte di Pinzano da dove nel frattempo era transitata anche la brigata Belluno, i difensori di Ragogna correvano a perdifiato in cerca di una salvezza sempre più improbabile verso il viadotto condannato a morte, cadendo a decine sotto i colpi delle micidiali mitragliatrici MG 08/15 degli slesiani.
Gli uomini del 40° fanteria Bologna arretrarono insieme con i pochi elementi rimasti dei due reparti d'assalto degli arditi giungendo fino a soli 300 metri dal ponte, mentre quelli del 39°, scacciati dagli austriaci della 50° dalla sommità nord-orientale del Ragogna vennero sospinti con molte perdite sulle propaggini di San Pietro, anch'essi comunque ormai a ridosso del ponte.
Ma era ormai troppo tardi, ed altissimo il rischio che Pinzano potesse cadere intatto in mano tedesca, quindi gli uomini di Ossola, dopo aver aspettato fino all'ultimo secondo utile, con le lacrime agli occhi fecero saltare le cariche e in poco più di un secondo l'arcata occidentale del ponte cadde nel fiume in tumulto con un fragore colossale.
Erano le 11,25 dell'1 novembre 1917.


Il ponte di Pinzano fatto saltare dai genieri italiani



I nostri fanti, anche se ormai intrappolati, continuarono a combattere per ore fino a metà pomeriggio, quando finirono sia le munizioni che i viveri.
Alla fine della battaglia si contarono centinaia di caduti tra le file degli austro-tedeschi, ma dei circa 5.000 uomini iniziali della Bologna e della Barletta presenti a Ragogna solo 800 poterono attraversare il Tagliamento: 400 furono i caduti, 1.200 i feriti e ben 3.050 i prigionieri.
Tra i nostri caduti, almeno 57, ricordati in un cippo eretto dal Dipartimento Cimiteriale Germanico tuttora esistente presso il Cimitero Monumentale di Ragogna, furono dovuti al "fuoco amico" delle nostre artiglierie, che subito dopo la distruzione del ponte saturarono con il cosiddetto fuoco di repressione l'intera altura del Ragogna, credendola comunque piena solo di soldati tedeschi.
Gli austro-tedeschi furono enormemente impressionati dalla "eroica difesa" dei nostri fanti sulla testa di ponte di Ragogna: non solo la relazione ufficiale austriaca usò proprio queste due esatte parole, "eroica difesa", ma quella sera stessa Otto von Below in persona, giunto a San Daniele del Friuli, vedendoli sfilare mestamente prigionieri nella piazza intitolata a Vittorio Emanuele II° concesse a quegli eroici uomini ed al loro comandante Rocca l'Onore delle Armi.
(V. http://www.grandeguerra-ragogna.it/ita/storia.php)

IL SACRIFICIO DEL COLONNELLO ROSSI DEL PIEMONTE REALE 


Particolare del quadro di Achille Beltrame sul sacrificio del colonnello Francesco Rossi nel combattimento di Madonna di Campagna (conservato presso il Reggimento Piemonte Cavalleria)




Nel settore della III° Armata molto onore si fecero a difesa del ripiegamento del XIII° C.A. (divisioni 54° e 14°) del Maggior Generale Sani dal Torre al Livenza i tre reggimenti di cavalleria autonomi, che nello svolgere questo compito assai difficile ebbero parecchie perdite: i Cavalleggeri di Foggia, distintisi soprattutto sulla Livenza ed il Tagliamento, i Cavalleggeri di Caserta, che  furono citati due volte sui bollettini di guerra per come si batterono a Palazzolo sulla Stella (31 ottobre), dove combatterono anche i reggimenti della Pinerolo e della Catania, ed a Case Baldizze (9 novembre), ma soprattutto il Piemonte Reale Cavalleria, che quando era ad un passo dal traguardo perse addirittura il suo comandante, il colonnello Francesco Rossi.


Francesco Rossi
(Paganica, 4 dicembre 1865-
Madonna di Campagna di Cessalto, 9 novembre 1917)
Dopo che il suo reggimento aveva respinto ben due assalti nemici consecutivi il colonnello aveva finalmente ricevuto dal comando l'ordine di far ripiegare i suoi squadroni sulla riva destra del Piave: rimasto da ultimo nell'abitato di Madonna di Campagna di Cessalto (TV), Rossi venne però circondato nella notte tra l'8 ed il 9 novembre col suo intero comando ed attaccato col fuoco di armi leggere una terza volta da un forte nucleo nemico proprio al momento di ripiegare anche lui, subito dopo che erano partiti gli ultimi due squadroni rimasti.
Ferito gravemente al termine di un furioso scontro corpo a corpo, dopo aver rifiutato la resa, ebbe comunque il tempo di vedere il ritorno imperioso dei suoi  due squadroni sgominare per l'ennesima volta il nemico e riportarlo tra le linee amiche oltre il fiume, ma l'indomani mattina chiuse gli occhi per sempre circondato dai suoi uomini.
Sarebbe stato decorato con la medaglia d'oro alla memoria nel 1918.

(V. http://www.frontedelpiave.info/public/modules/Fronte_del_Piave_article/Fronte_del_Piave_view_article.php?id_a=202&app_l2=102&app_l3=201&app_l4=202&sito=Fronte-del-Piave&titolo=Francesco-Rossi)


LA BATTAGLIA DI POZZUOLO DEL FRIULI

La carica del 4° e 5° squadrone dei Cavalleggeri del Monferrato (da una cartolina reggimentale dell'epoca, tratta da http://www.memoriaestoria.it/la-grande-guerra-nell'arte/)
Ma lo scontro forse più famoso in assoluto fu quello sostenuto dalla 1° divisione di cavalleria Friuli, inviata a sud di Udine in una missione apparentemente suicida contro addirittura tre gruppi nemici: il Gruppo Scotti proveniente da quella città con la 1° divisione austro-ungarica e la 5° tedesca, il Gruppo von Stein, con la 117° tedesca, e l'intero Gruppo Boroevic. 
La I° brigata di cavalleria, mossasi da Palmanova la mattina del 29 ottobre coi due reggimenti 13° Cavalleggeri del Monferrato e 20° Cavalleggeri di Roma, si dirigeva su Pasian Schiavonesco (ora Basiliano). 
Due plotoni a cavallo del 2° squadrone Monferrato all'avanguardia intercettavano e caricavano nei pressi di Pozzuolo il nemico avanzante per consentire a tutti gli altri squadroni di schierarsi a sud del quadrivio Campoformido-Basagliapenta-Pasian Schiavonesco-Sclaunicco, dove alle 15,00 venivano attaccati da forti reparti di fanteria muniti di mitragliatrici ed appoggiati dal fuoco dell'artiglieria, cui i cavalleggeri replicavano con le mitragliatrici pesanti reggimentali.
Intorno alle 16,00 la situazione della brigata si faceva critica ed entrambi i reggimenti erano costretti a ripiegare sul fosso Lavia per coprire un aggiramento sulla destra, protetti dal 4° e 5° squadrone del Monferrato, che caricarono ripetutamente il nemico con successo: nello scontro andò perso lo stendardo reggimentale, tenuto prima dal sottotenente Aristodemo Cortiglia e poi dal sergente Calderini, entrambi caduti, il secondo a seguito dell'esplosione di un deposito munizioni che coinvolse sia lui che la sua scorta.
Un contadino del posto, Alfonso Flebus, l'avrebbe ritrovato e nascosto presso la sua casa fino all'avvenuta liberazione, venendo per questo gesto premiato con la medaglia di bronzo al valor militare (ricordato da Cesco Tomaselli ne "Gli ultimi di Caporetto").

Giancarlo Castelbarco Visconti Simonetta
(Milano, 3 giugno 1884-
Campoformido, 29 ottobre 1917)
(Immagine tratta da QUI)
Tra i caduti dei Cavalleggeri di Roma vi fu il capitano Giancarlo Castelbarco Visconti Simonetta, medaglia d'oro alla memoria, che, già ferito alla gamba sinistra, volle restare alla testa del suo squadrone fino a quando venne nuovamente colpito, all'addome, stavolta a morte, dopo essere rimontato per ultimo a cavallo all'ordine del ripiegamento, con gli uomini della 5° divisione tedesca del Brandeburgo ormai a ridosso degli italiani.

Così avrebbe ricordato quei momenti il Generale Krafft von Dellmensingen nel suo libro (cit. QUI):
"Giunti davanti a Basagliapenta, si vedono muovere di qui al galoppo tre squadroni nemici (in realtà due, nota mia), incuranti della morte, con alla testa il comandante e, accanto a lui, un frate dal saio grigio. Nel giro di pochi minuti i valorosi cavalieri cadono falciati dalle mitragliatrici, ma Basagliapenta risulta ancora occupata dal nemico, cosicché si dovette procedere alla sua conquista" .
Ormai attaccati da tutta la forza nemica, i due reggimenti, ridotti nel totale a poco più della metà della forza, furono definitivamente costretti a ripiegare a Zompicchia, nei pressi di Codroipo.
In quel settore nel frattempo le truppe dell'VIII° C.A. di Grazioli, quelle della 48° divisione a Beano San Lorenzo, con i due reggimenti 253° e 254° della brigata Porto Maurizio del colonnello brigadiere Giovanni Albertazzi, arrivati per tradotta ferroviaria da Pradis, e quelle della 7° divisione, con il 4° fanteria Piemonte del colonnello Filippo Taito a Villacaccia ed il 240° fanteria Pesaro del colonnello Achille Taddeini a Mortegliano, insieme con la V° brigata bersaglieri (passata ora al colonnello brigadiere Tullio Papini dopo il passaggio il 27 ottobre del Generale Boriani al comando della divisione speciale bersaglieri), co21° reggimento del colonnello Angelo Cosentini arrivato nel primo pomeriggio a dare direttamente man forte al 240° ed il 4° del tenente colonnello Tommaso Russo inviato nella zona tra Villacaccia e Galleriano, resistevano indomitamente sotto la spinta dell'intera 1° divisione austro-ungarica di Josef Metzger.
Ma non erano le uniche forze italiane presenti, perché sul posto arrivavano anche la valorosa brigata Sassari della 25° divisione e la stremata Palermo della 68°, tutte e due del XXIV° C.A. di Caviglia, le due brigate dell'8° divisione del II° C.A. di Albricci, l'Aquila (269° e 270° reggimento) del colonnello brigadiere Pietro Belloni e l'Udine (95° e 96°) del Maggior Generale Arturo Maggi, e le tre della 4° divisione di Paolini, la gloriosissima Granatieri (1° e 2°) del Maggior Generale Gastone Rossi, la Pinerolo (13° e 14°) del colonnello Carlo Perris e la Catania (145° e 146°) del colonnello brigadiere Giovan Battista Giri, schieratesi sulla linea del torrente Cormor insieme col XXII° Reparto d'assalto degli arditi proveniente da Borgnano.

Tra Codroipo, Talmassons e Flambro si sviluppò quindi un gigantesco scontro in cui i nostri fanti, bersaglieri, arditi e cavalieri si sacrificarono quasi per intero contro cinque divisioni nemiche per proteggere il ripiegamento della II° Armata sconfitta a Caporetto.
A parte i conosciuti meriti in questa disperata battaglia per la sopravvivenza di unità famose come la Sassari, la Granatieri e la Pinerolo, che ancora adesso danno il nome ad alcune delle nostre attuali brigate, non si può non citare qui i due battaglioni XXXVII° e XLIII° del 4° bersaglieri, praticamente annientati per tenere fino alla notte del 30 le loro posizioni, gli arditi del XXII°, rimasti in 100 dei 900 originari, od il coraggiosissimo 67° fanteria Palermo (che il 25 ottobre  nei combattimenti contro il Gruppo Scotti presso le alture della Stretta di Ajba, poco a occidente di Auzza, aveva perso il suo comandante, il colonnello Pietro Boldi), che dopo aver ripetutamente contrattaccato il nemico diverse volte tra Goricizza, Rivolto e Passeriano venne infine annientato, insieme con due battaglioni del gemello 68° intervenuti in soccorso, con persino la cattura dello stesso comandante della 68° divisione, Poggi, e di tutto il suo stato maggiore.
Stessa sorte capitò anche al colonnello Taddeini del 240° Pesaro, catturato insieme con moltissimi uomini del suo coraggioso reggimento, costretto a fuggire da Mortegliano in direzione di Talmassons insieme col 21° bersaglieri, a sua volta ridotto  assai a malpartito, per evitare di essere accerchiato.
Quando purtroppo tra la notte e l'alba del 30 tutte queste unità, ormai stremate, furono costrette a ripiegare, un totale di ben 60.000 soldati in fuga di tutte le armi  e specialità della II° Armata rimasti intrappolati in quella che si era trasformata ormai in una gigantesca sacca sarebbero stati fatti tutti prigionieri davanti a Casarsa della Delizia dalla sopraggiungente 200° divisione tedesca, con la cattura anche di 300 cannoni, anche perché l'impetuosa piena del Tagliamento aveva finito col travolgere anche gli otto tra ponti e passarelle di fortuna stesi tra le due rive dal fiume dai nostri genieri, impedendo così definitivamente loro il passaggio.

Mentre la I° brigata di cavalleria fu l'ultima a transitare sul ponte della Delizia, precedentemente attraversato anche dalla Firenze e dai resti dell'Arno e della Salerno del VII° C.A. di Bongiovanni, il caos creatosi intorno a quel viadotto avrebbe costretto tutte le altre truppe, rimaste di fatto tagliate fuori con il nemico ormai a ridosso, ad aprirsi la strada combattendo per trovare un nuovo sbocco al fiume: alla fine Sassari, Udine, Aquila, Granatieri, Porto Maurizio, il 4° fanteria Piemonte ed i soli battaglioni I° e IV° del 68° Palermo riuscirono tra il 31 ottobre e la mattina dell'1 novembre a passare il Tagliamento sul traballante ponte di Madrisio, sotto la protezione a Varmo anche del LXIV° battaglione del 17° e del LXIX° del 18° bersaglieri della III° brigata del colonnello brigadiere Santi Ceccherini (54° divisione).
La Pinerolo e la Catania, chiamate sin dal 30 a sostenere duri combattimenti contro le avanguardie nemiche giunte nel settore di Palazzolo della Stella, transitarono per ultime anch'esse da Madrisio dopo essere rimaste  a protezione delle residue forze della II° Armata giunte in ritardo sul Tagliamento, seguite dalla brigata Novara del colonnello brigadiere Vittorio Ottolenghi, proveniente dal settore di Porpetto, che dopo essersi schierata tra San Mauretto e Villanova avrebbe passato con loro e la III° bersaglieri la Livenza il 5 novembre per poi il giorno successivo arrivare a Ponte di Piave ed attestarsi a salda difesa del ripiegamento delle unità della 4° divisione e delle altre truppe transitanti, tenendolo fino al giorno 9.
Per come condussero le operazioni delle loro brigate i Generali De Negri, comandante della Palermo, e Maggi, della Udine, sarebbero stati decorati con l'Ordine Militare di Savoia.

Emidio Spinucci
Il colonnello Emidio Spinucci, caduto il 30 ottobre a Talmassons alla testa del suo 2° reggimento Granatieri, avrebbe avuto la medaglia d'oro alla memoria.
Nel proseguo del ripiegamento, compiuto sino alla fine sempre combattendo, gli indomabili uomini della Granatieri (dal 1934 Granatieri di Sardegna), passata la Livenza il 5 novembre tra il ponte di Meduna e quello di Lorenzago, si sarebbero spostati sulla destra prima del torrente Monticano, facendo saltare i ponti di Redigole ed Albano, e poi del Piavon, dirigendosi l'8 novembre nel tratto tra Frassene e Chiarano: qui però giunse purtroppo il solo 2° reggimento, perché il 1° del tenente colonnello Rosario Musarra, attaccato di sorpresa, venne catturato quasi per intero dal nemico, compreso il suo comandante Musarra, morto in prigionia sette mesi dopo.
Solo il 2° reggimento e pochissimi elementi del 1° sarebbero riusciti così a passare il Piave alle 5,00 del 9 novembre a Ponte di Piave, seguiti per ultimi dai 200 arditi superstiti del XX° Reparto d'assalto, mentre più o meno negli stessi momenti l'Aquila e la Sassari transitavano attraverso il ponte della Priula e la Udine il giorno dopo a Vidor.
Entrambi i reggimenti Granatieri avrebbero ottenuto ciascuno una medaglia d'oro ed una d'argento, oltre che diverse citazioni nei bollettini ufficiali, una delle quali proprio riferita agli scontri vittoriosi del 5 novembre sostenuti dall'unità a sud-est di San Vito al Tagliamento (bollettino n. 896 del 6 novembre 1917).

La Granatieri avrebbe avuto dal 24 ottobre al 31 dicembre quasi 3.000 perdite.

La III° bersaglieri, la Novara e le tre brigate della 4° divisione, Granatieri, Pinerolo e Catania (passata però nel frattempo alle dipendenze della 28°) si sarebbero tutte schierate nella zona del Basso Piave, tra Candelù, Fagarè, San Biagio di Callalta, Sant'Andrea di Barbarana, Zenson, San Donà e Capo Sile, dove tra l'11 novembre e la fine di dicembre avrebbero partecipato con successo alla prima battaglia d'arresto sul Piave.


Lo scontro di Pozzuolo del Friuli (da una cartolina reggimentale degli anni '50)


Giorgio Emo di Capodilista
(Padova, 8 giugno 1863-
Padova, 24 dicembre 1940)
Mentre nel settore di Codroipo la lotta si accendeva, più a nord-est, a Pozzuolo del Friuli, arrivava la II° brigata di cavalleria al comando del colonnello Conte Giorgio Emo di Capodilista, formata dai due reggimenti 4° Genova Cavalleria del colonnello Francesco Bellotti e 5° Lancieri di Novara del colonnello Carlo Campari, col compito di "proteggere il fianco sinistro dell'ala destra della II° Armata che retrocede dal Torre al Tagliamento, e ciò in armonia col movimento di ripiegamento che sta effettuando la III° Armata".






I comandi italiani pensavano erroneamente che la XIV° Armata di von Below puntasse ad ovest, per cui su suggerimento del Generale Caviglia, comandante del XXIV° C.A. alle dipendenze di Ferrero, avevano deciso di contrattaccare a loro volta su quello che ritenevano essere il fianco sinistro del nemico nel settore di Pozzuolo del Friuli, affidando l'azione alle due divisioni 48° e 7° rimaste a Palmanova, entrambe agli ordini del Maggiore Generale Agostino Ravelli, comandante della 7°.
Questi, saputo della presenza a Pozzuolo della II° brigata di cavalleria, alle 4,00 di mattina del 30 ottobre dispose pertanto l'invio in quella cittadina anche della brigata Bergamo al comando del colonnello Piero Balbi della 7° divisione, che rappresentava l'ala destra del contrattacco italiano, mentre la brigata Lucca del colonnello brigadiere Alberto Garbasso ed il 3° fanteria al comando del colonnello Attilio Prosdocimi della brigata Piemonte (Brigadiere Generale Eugenio Probati), entrambe della 48° divisione, dovevano costituire le altre due punte di lancia della controffensiva, con obiettivo Campoformido, Pasian Schiavonesco e Orgnano, dove dovevano giungere anche le altre due brigate Lambro e Sele, in ripiegamento dai combattimenti sul Torre, provatissime.
In copertura, il 201° del colonnello Antonio Oliva ed il 202° del parigrado Alessandro Paselli
della brigata Sesia provenienti da Borgnano di Cormons venivano schierati entrambi a Santa Maria di Sclaunicco, poco a sud-ovest di Pozzuolo, mentre il 240° del colonnello Achille Taddeini della Pesaro si distendeva sulla riva destra del Torre tra Trivignano e Jalmicco, a protezione diretta di Palmanova, ed il gemello 239° al comando del tenente colonnello Armando Montanari si posizionava fianco a fianco con la brigata Brescia nel settore di Farra d'Isonzo sul Monte Fortin, presso Villanova di Gorizia, ad impedire eventuali infiltrazioni del Gruppo Boroevic da quel comprensorio.
Alle ore 11,00 le tre colonne di fanteria, la Bergamo, la Lucca ed il 3° Piemonte, dovevano attestarsi rispettivamente sulla linea Carpeneto-Sclaunicco-Galleriano, ma nel frattempo l'intero settore da Codroipo a Pozzuolo si era infiammato dopo l'attacco in massa austro-tedesco, anche per l'arrivo tutte insieme in quel settore di altre brigate semisbandate in ripiegamento, tra cui la Pescara e la Belluno del XXVII° C.A. di Badoglio, la Ravenna del XXIV° di Caviglia ed altre ancora: a quel punto tutto il piano italiano sarebbe evaporato come neve al sole.


La cavalleria a Pozzuolo del Friuli


Incaricata di tenere a tutti i costi Pozzuolo, la II° brigata di cavalleria era arrivata nella zona alle 17,30 del 29 ottobre, occupando con parte della forza il centro abitato e disponendo il grosso del Genova Cavalleria ad est di Pozzuolo e dei Lancieri di Novara ad ovest.
Nella notte, al termine del rapporto ufficiali, Capodilista, dopo aver salutato uno ad uno tutti i suoi ufficiali, li congedò dicendo:


"Signori, questo deve essere il nostro camposanto".

All'alba del giorno 30 sotto una fredda pioggia battente pattuglie di entrambi i suoi reggimenti  in esplorazione a nord, due del Genova al comando dei tenenti Bassi ed Ivancich,  e cinque del Novara agli ordini del tenente D'Afflitto, dei sottotenenti Morosini e Martinozzi e degli aspiranti Bonin e Chigi, avvistarono provenienti da Terenzano nuclei avanzati armati con numerose mitragliatrici della 117° divisione tedesca di Seydel (Gruppo Stein).


Bersaglieri ciclisti con una mitragliatrice in azione a Fossalta di Piave
Mentre nel frattempo la difesa del paese veniva affidata a tutti gli appiedati possibili, lasciando i cavalli nei cortili, i tre battaglioni del I° Gruppo bersaglieri ciclisti aggregati alla brigata (IV° del 4° reggimento, V° del 5° e XII° del 12°) prendevano subito contatto poco più a est a Lumignacco coi tedeschi impegnandoli severamente con le mitragliatrici che si portavano montate sui loro mezzi, ed un primo attacco alle 11,00  contro gli uomini di Capodilista da Terenzano veniva bravamente respinto dai dragoni del Genova Cavalleria con una carica del 2° squadrone supportata dal fuoco delle mitragliatrici.
Un secondo attacco con forze decisamente superiori un'ora dopo venne sia pur a fatica respinto ancora, lottando alla baionetta, col nemico che scompariva rapidamente cercando di dilagare in direzione est-sud, con l'evidente intenzione di circondare Pozzuolo.

Mentre invano si attendeva l'arrivo da Mortegliano di un battaglione del 21° bersaglieri, impegnato nell'impari lotta contro la 1° divisione austro-ungarica di Mezger, preannunciato alle 11,30 dal comando divisionale, ed il Generale Ravelli ordinava di resistere a oltranza, facendo "affidamento sul valore e sacrificio della II° brigata di cavalleria", la lotta continuava asperrima, ed un terzo attacco nemico, un tentativo di aggiramento sull'altro lato, venne sventato da un'altra carica, stavolta del 4° squadrone dei Lancieri di Novara al comando del capitano Giannino Sezanne, con il nemico nuovamente costretto a ripiegare su Terenzano sotto il fuoco delle mitragliatrici: al termine di quella vittoriosa azione venivano catturati dei prigionieri, che confermavano la presenza nella cittadina di un'intera brigata nemica, seguita da presso da alcune divisioni!
Nel frattempo dopo una marcia di cinque ore arrivava verso mezzogiorno la brigata di fanteria Bergamo, che si installò col grosso dei suoi due reggimenti 25° e 26° nella vicina Carpeneto, a nord-ovest di Pozzuolo, e con il comando e due battaglioni, il II° del 25° ed il III° del 26°, in paese, giusto in tempo per affrontare due altre divisioni sopraggiungenti, la 5° tedesca di von Wedel del Gruppo Scotti diretta proprio su Carpeneto e la 60° austriaca di Goiginger della II° Armata dell'Isonzo (Gruppo Boroevic)  diretta invece sul paese.

La carica del 4° squadrone dei Lancieri di Novara (quadro presso la Scuola d'Applicazione d'Arma di Torino, immagine tratta da http://www.memoriaestoria.it/la-gramce-guerra-nellarte/)
Sin dalle 14,00 l'attacco nemico si faceva sempre più forte, sostenuto da un continuo fuoco di mitragliatrici, costringendo molti cavalleggeri a ripiegare in paese: tuttavia, fuori dall'abitato la 117° tedesca era tenuta ancora  alla larga dalle ripetute cariche dei due reggimenti di cavalleria, nel corso delle quali venne ferito a morte il tenente Carlo Castelnuovo delle Lanze del Genova Cavalleria, comandante di una sezione mitragliatrici appostata allo sbarramento, decorato con la medaglia d'oro alla memoria, e l'intero 4° squadrone dei Lancieri di Novara si sacrificò pressoché per intero per difendere la barricata eretta sulla strada di Terenzano dai cavalieri e da decine di civili armati.
Purtroppo alle 16,30 le truppe di Seydel riuscirono finalmente a sfondarla, nonostante il capitano Ticchioni, comandante dello squadrone mitragliatrici del Genova Cavalleria, avesse approntato un nuovo sbarramento sulla strada con tutte le armi disponibili, e così facendo cominciarono a vedere da vicino le prime abitazioni di quel paese tanto conteso.

Elia Rossi Passavanti in un'immagine pittorica della sua impresa
(tratta da http://www.memoriaestoria.it/la-/grande-guerra-nellarte/)
Quando un'ora dopo i tedeschi, superata anche l'ostinata resistenza allo sbarramento di Carpeneto opposta dal 1° squadrone e dallo squadrone mitragliatrici dei Lancieri di Novara, poterono entrare per la prima volta a Pozzuolo e posizionare diverse mitragliatrici tra le case, la situazione per quegli uomini,  ormai completamente accerchiati, si fece insostenibile: dopo otto ore di dura battaglia la II° brigata di cavalleria, ormai costretta a combattere insieme coi fanti della Bergamo anche casa per casa, dovette ritirarsi a cavallo sino al centro di raccolta di Santa Maria di Sclaunicco, protetta dal 4° squadrone del Genova Cavalleria, che caricò per l'ultima volta alla guida del capitano Ettore Laiolo, caduto in combattimento e decorato di medaglia d'oro alla memoria, che prima dell'attacco così spronò i suoi uomini:
"Quando il Genova Cavalleria vede il nemico non gli volta le spalle,  ma si calca l'elmetto e gli galoppa sopra!"
L'ultimo a cedere di quel reggimento, dopo i tenenti Bianchini, Vernarecci e Botta, fu il maggiore Sante Ghittoni, rimasto a coprire la ritirata dei suoi con una mitragliatrice, che finite le munizioni non si arrese e pur ferito continuò a sparare con la pistola d'ordinanza fino all'ultimo colpo in canna, col quale si uccise un attimo prima di essere fatto prigioniero.


Il colonnello Carlo Campari a Bassano nel 1916
(Milano, 19 maggio 1870- Venezia, 21 luglio 1922)
Al centro di raccolta non riuscì ad arrivare la colonna del Novara che proveniva da Mortegliano, compreso l'intero stato maggiore del reggimento, col colonnello Carlo Campari ed i maggiori Sebellin e Starita, tutti catturati alle 23,00 della sera.
Il colonnello Campari dopo una marcia di tre giorni a piedi fino a Gorizia sarebbe stato trasportato in Slovenia in macchina fino a Idrija e poi a Verd (Vrhnika) e da lì in treno attraverso le tappe intermedie di Lubiana e Graz fino alla destinazione finale nel campo di prigionia di Mauthausen, in Alta Austria, 25 chilometri a est di Linz, raggiunta l'8 novembre.
Sarebbe stato rimpatriato il 27 marzo 1918, perché ammalato, pagando tutto con una morte precoce a soli 52 anni nel 1922, dopo aver ricevuto il 25 agosto 1919 la medaglia d'argento al Valor militare per i fatti di Pozzuolo ed essersi ritirato a domanda da comandante del 4° Genova Cavalleria in posizione di ausiliaria speciale l'anno dopo a seguito di gravi problemi di salute (deperimento organico e oligoemia).
V. http://agradenigo.altervista.org/carlo_campari_foto.htm.


Gli uomini di Capodilista dovettero effettuare numerose cariche per tenere lontani gli inseguitori tedeschi: nell'ultima di esse il pluridecorato sergente Elia Rossi Passavanti, un figlio della città di Terni, comandante del 1° plotone del 1° squadrone Genova, già ripetutamente segnalatosi durante gli scontri di Terenzano in cui aveva perso la sua fidata cavalla Vienna, pur rimasto accecato a causa dell'esplosione di una granata continuò a spronare in avanti il suo nuovo cavallo Quò, che riuscì da solo a riportarlo in salvo alla loro caserma di Treviso dopo quattro giorni di perigliosa fuga incalzato dal nemico.
Compiuta la sua missione, subito dopo Quò si accasciò al suolo, morto per lo sforzo sostenuto (sulla sua storia v. http://ilpatriota.blogspot.it/2013/07/elia-rossi-passavanti-unicuique-suum.html).

Riuscita finalmente a seminare il nemico, la II° brigata seguendo come da ordini ricevuti la direttrice Talmassons-Aris-Rivignano-Ponte di Latisana passò finalmente la riva destra del Tagliamento, giungendo indisturbata la mattina del 31 ottobre a Pravisdomini.
Insieme con quegli uomini riuscirono a passare il fiume a Latisana la brigata Lucca, costretta ad una precipitosa ritirata dal nemico avanzante, il 202° reggimento della Sesia ed anche il povero 3° fanteria della Piemonte, i cui reparti di testa, intercettati dal nemico che già aveva occupato Pasian Schiavonesco, erano stati tutti annientati.
La brigata Pescara riuscì a transitare il Tagliamento attraverso il ponte della Delizia a Casarsa, mentre passarono attraverso quello di Madrisio la Sele, la Lambro, il 201° della Sesia, il 239° ed i resti del 240° della Pesaro, uscito a pezzi il 30 ottobre dagli scontri sostenuti a Mortegliano, il 38° e parte del 37° della Ravenna e l'intera brigata Brescia.
I superstiti della Sele, ridotta in tutto a poco più di 800 uomini abili al combattimento e disciolta il 22 novembre, sarebbero andati a formare con le altre truppe di retroguardia il 2° scaglione di marcia della effimera divisione speciale bersaglieri del Generale Boriani, prima di andare a ricostituire la nuova brigata Ravenna, insieme con quelli di quest'ultima e delle brigate Pescara, Palermo, Verona e Campobasso, inquadrata nella riformata 24° divisione.
La povera, bellissima "città stellata" di Palmanova, importante deposito di viveri e vestiario, nonché centro di smistamento e rifornimento per la prima linea, veniva abbandonata in fiamme  (con la perdita di almeno il 60% degli edifici) dalle ultime truppe italiane in ritirata, ligie all'ordine di fare terra bruciata per non lasciare nulla al nemico.

Finiva così ingloriosamente la velleitaria controffensiva condotta da Ravelli, ma questo non sminuiva certo il valore dell'impresa compiuta dalla II° brigata di cavalleria, per la quale furono infatti proposte ben 176 onorificenze: Capodilista sarebbe stato pochi giorni dopo promosso sul campo Maggior Generale e decorato con l'Ordine Militare di Savoia, ma vennero decorati con la medaglia d'argento al valore anche gli stendardi del Genova e del Novara ed in totale vi furono altre 147 decorazioni individuali, 6 medaglie d'oro (15 comprendendo il periodo tra il 24 ottobre ed il 10 novembre), 48 d'argento, 43 di bronzo e 56 croci di guerra, più 20 encomi solenni e 7 promozioni per merito di guerra.

La resistenza in paese contro tutte e tre le divisioni nemiche ormai straripanti continuò fino all'imbrunire da parte dei due battaglioni di fanteria della Bergamo, per poi cessare del tutto intorno alle 19,00 con la cattura di quasi tutti i pochi sopravvissuti tra cui l'intero comando della brigata: circondato ormai da ogni parte, il grosso della brigata posizionato a Carpeneto dovette aprirsi la strada combattendo vigorosamente, ma molti di quei fanti non sarebbero riusciti ad attraversare per tempo il Tagliamento quando anche il ponte ferroviario di Latisana venne fatto saltare, alle 15,40 dell'1 novembre.
Anche in questo caso, entrambi i reggimenti ebbero decorati con la medaglia d'argento i loro stendardi.
Tra caduti, dispersi e prigionieri la brigata Bergamo lasciò in quella battaglia 3.500 uomini di truppa e 80 ufficiali, mentre la II° brigata di Capodilista, che all'alba del 30 contava 65 ufficiali, 903 tra sottufficiali e cavalieri e 908 cavalli, a sera restava con 31 ufficiali, 436 tra sottufficiali e cavalieri e 380 cavalli.
Col loro sacrificio però, cavalleggeri e fanti riuscirono a salvare decine di migliaia di uomini di Ferrero e di Emanuele Filiberto.
In onore di quei prodi l'unica brigata di cavalleria attualmente esistente nell'esercito italiano porta il nome della cittadina in cui essi si fecero onore: Pozzuolo del Friuli.

Il bollettino di guerra tedesco del 30 ottobre avrebbe riconosciuto che
"(...) L'esercito italiano offrì violentissima resistenza sulle posizioni che si protendono verso Udine, Bertiolo, Galleriano e Pozzuolo, allo scopo di proteggere il ripiegamento della III° Armata sopra la riva destra del Tagliamento".
Nello stesso giorno quello italiano scriveva:
"Nella giornata di ieri è continuato il ripiegamento delle nostre truppe sulle posizioni stabilite. La rottura dei ponti sull'Isonzo da noi effettuata e l'azione efficace dei nostri reparti di copertura hanno rallentato l'avanzata del nemico. La nostra cavalleria ha preso contatto con le avanguardie nemiche".
Quello del 31 ottobre invece diceva:
"Nella giornata di ieri ebbero luogo scontri sulle colline di S. Daniele del Friuli, lungo il Canale di Ledra, a Pasian Schiavonesco, ed a Pozzuolo del Friuli. Il valoroso contegno dei reparti di protezione e della cavalleria ha permesso alle nostre truppe di continuare i movimenti per raggiungere le nuove posizioni di schieramento".
IL RIPIEGAMENTO DELLE NOSTRE SQUADRIGLIE AEREE


Un DFW C. V tedesco sui cieli di Caporetto


Pur continuando a combattere e ad impegnare severamente gli austro-tedeschi, soprattutto per proteggere le nostre truppe in ritirata, lanciando loro persino dei viveri, impedendo la ricognizione avversaria (che ormai si spingeva sino al Brenta), bombardando le retrovie nemiche a Udine, Caporetto, Codroipo, San Daniele, San Giorgio di Nogaro, oltre che attaccando le colonne nemiche e facendo saltare ponti, depositi e magazzini in mano all'invasore, anche tutte le nostre squadriglie, seguendo l'ordine di ripiegamento dato alle armate sotto attacco, vennero progressivamente fatte spostare oltre il Piave.
Quelle dei gruppi da ricognizione e da caccia, I°, II°, V° e X°, vennero arretrate dapprima sulle basi di Istrago (Spilimbergo), Casarsa, Aviano, Pordenone, La Comina, Arcade (TV) ed Istrana, poi, affollatasi nei giorni successivi quest'ultima per l'abbandono di tutte le altre, si andarono a distribuire dall'1 novembre in poi fra la stessa Istrana, Ghedi (BS), Padova, Verona, Nove di Bassano.
Quelle del VI° gruppo della Carnia andarono a condividere gli stessi campi del VII° gruppo, a Belluno, Feltre e Santa Giustina.
Infine, quelle da bombardamento del IV° e del IX° gruppo si spostarono fino a San Pelagio (PD), a Verona e sul nuovo campo apprestato da poco a Marcon (VE), destinato a divenire in pochi mesi il più importante del Basso Piave, per la redistribuzione al fronte delle vecchie e nuove squadriglie anche a seguito dell'arrivo a dicembre di 4 squadriglie inglesi (tre su caccia Sopwith Camel ed una su ricognitori R.E. 8) e di 11 francesi, di cui 3 da caccia (2 su Nieuport ed una su SPAD), 7 da ricognizione (4 su Dorand AR 1 e 3 su Sopwith 1 1/2 Strutter) ed una da ricognizione e bombardamento leggero (su Breguet Bre 14), che andarono a dislocarsi soprattutto nelle basi aeronautiche della I° Armata e degli Altipiani, tra Verona, Padova e Brescia.

Mentre la ricognizione fu costretta dopo le primissime missioni a interrompere i voli per qualche giorno, anche per la vetustà e le minori capacità degli aerei impiegati (i Farman erano addirittura in corso di dismissione!), la caccia, gli idrovolanti della Regia Marina e gli aerei da bombardamento non smisero mai un istante di combattere, e soprattutto i bombardieri parteciparono a missioni ad altissimo tasso di pericolosità ben all'interno del territorio occupato dal nemico, poco o per niente protette dalla scorta.
Nel corso di una di esse venne abbattuto proprio l'1 novembre nei cieli di Flumignano presso Talmassons dal Vizefeldwebel tedesco Karl Uberschar dello JaSta 39 (poi abbattuto da Baracca a Falzè di Piave il 23 novembre successivo) il Caproni della 9° squadriglia del IV° gruppo di San Pelagio pilotato dai tenenti Giampiero Clerici di Cavenago (uno dei partecipanti alla leggendaria incursione sulle Bocche di Cattaro) e Ignazio De Lorenzi,  con a bordo il mitragliere Cosimo Pisanello e l'osservatore tenente Principe Ignazio Lanza Branciforte di Trabia (v. QUI). 
Meno di un anno dopo, il 21 agosto 1918, il tenente Manfredi Lanza Branciforte di Trabia, tenente nel Piemonte Reale Cavalleria e fratello di Ignazio (che prima di entrare nel C.A.M. era nei Lancieri di  Firenze), sarebbe morto anche lui al  fronte alla testa del suo squadrone.

Il 9 novembre 1917 il riposizionamento dei nostri reparti volo sulla linea del Piave poteva dirsi comunque concluso: fino a metà novembre vennero contati da parte italiana un totale di 70 combattimenti, con l'abbattimento di 39 velivoli avversari e di 18 nostri, con la morte anche di tre ufficiali osservatori riportati indietro dai nostri piloti, ma alla fine della ritirata 22 sarebbero stati i campi abbandonati e spesso riutilizzati dal nemico, e circa 120 i velivoli andati perduti delle 17 squadriglie interessate.
Tuttavia le cose sarebbero migliorate sensibilmente in breve tempo, a partire dagli aerei da bombardamento, che in soli due mesi sarebbero giunti ad effettuare circa sessanta missioni, con oltre 350 Caproni impiegati e ben 70 tonnellate di esplosivo lanciate sui loro obiettivi, mentre 14 sarebbero state le missioni dei nostri dirigibili, con oltre 14 tonnellate di bombe riversate sul nemico.
Soprattutto, però, già sin dall'ultima settimana di novembre vi sarebbero stati da parte dei nostri caccia altri 10 abbattimenti di aerei nemici, e nell'intero mese di dicembre ne sarebbero stati contati ben 30.





IL NEMICO TRA IL 3 ED IL 5 NOVEMBRE PASSA IL TAGLIAMENTO

Il bollettino del Comando Supremo dell'1 novembre per una volta si era lasciato andare un po', forse pensando che ormai il più fosse fatto:
"Le nostre truppe, eludendo il piano dell'avversario con la rapidità della manovra, prontamente decisa, e ritardandone l'avanzata col valoroso contegno dei reparti di protezione, hanno compiuto, per quanto in condizioni strategiche e logistiche oltremodo difficili, il ripiegamento sul Tagliamento. La 3° Armata, quasi al completo magnifico esempio di compattezza e di forza- la 1° e 2° divisione di cavalleria, specie i reggimenti Genova e Novara, eroicamente sacrificatisi e gli aviatori, prodigatisi instancabili, meritano sopra tutti l'ammirazione e la gratitudine della Patria. La scorsa notte, inutile sfogo di brutale malvagità, velivoli nemici hanno bombardato città indifese, ben lontane dalle linee di tappa, producendone qualche vittima tra la popolazione civile".
Sinceri o no che fossero certi toni, dettati comunque anche dall'evidente disegno di far dimenticare le accuse di soli tre giorni prima contro il nostro esercito, in realtà la lotta era ben lungi dall'essere finita, e soprattutto dall'essere vittoriosa.
Il ponte di Cornino non era infatti stato completamente distrutto di genieri italiani: forse per la scarsa qualità della gelatina utilizzata, forse per la sua scarsa quantità o forse perché danneggiata in qualche modo dall'inclemenza del tempo o dall'umidità, fatto sta che ad esplodere fu solo il suo tronco occidentale, con tutta la carreggiata ferroviaria, ma i piloni rimasero in piedi.
Questo consentì così la sera del 2 novembre agli uomini del 4° battaglione del capitano Eugen Redl del 4° reggimento di fanteria da montagna della Bosnia-Erzegovina inquadrato nella 26° brigata della 55° divisione del Principe di Schwarzemberg, protetti dal fuoco delle artiglierie, di cogliere totalmente di sorpresa sull'opposta riva del fiume il I° ed il II° battaglione del 234° Lario ed il II° del 73° Lombardia dopo aver attraversato silenziosamente una pur traballante passerella di legno fatta scorrere sopra i tronchi intatti del viadotto.
Sin dall'alba del giorno 3 gli austriaci disponevano così di una salda testa di ponte che andava da Flagogna al ponte sul torrente Arzino, che i pur generosi e ripetuti sforzi offensivi della Lombardia nei due giorni successivi tra San Rocco, il Monte Prat ed il Monte Covria, nonostante le tante perdite subite, non sarebbero mai riusciti a schiodare da lì.
Dal canto loro, i tedeschi della 12° slesiana sempre il 3 novembre riuscivano anch'essi a mettere in piedi una passerella provvisoria sui resti di quella di Pontaiba incendiata dagli italiani due giorni prima e ad attraversare in quel punto il Tagliamento, sconfiggendo due brigate posizionate su due linee ravvicinate successive, la Barletta del Maggior Generale Salvatore Ibba-Piras, schierata a sud di Pinzano tra Valeriano e Gaio di Spilimbergo, e la confinante Siena del colonnello brigadiere Guido Bonicelli, distesa a cavallo del torrente Cosa sulla linea Gaio-Vacile-Lestans-Madonna del Zucco-Paludea a protezione di Usago, al termine di un breve ma violento scontro nel quale il tenente colonnello Giulio Laguilhermie, comandante del III° battaglione del 137° fanteria, si guadagnava per il suo valore l'Ordine Militare di Savoia.
Nonostante questo, le due brigate italiane erano costrette a ripiegare in direzione di Sequals e da lì per Tesis, San Leonardo e poi Aviano, lasciando ai tedeschi la strada spianata verso nord per Usago e da lì verso la vicina Travesio, dove cominciavano i primi scontri contro le retroguardie della 26° divisione impiegata nel ripiegamento verso la Val Meduna, in coda alla IV° Armata del Tenente Generale Mario Nicolis Conte di Robilant, mossasi peraltro assai in ritardo.
Non solo, ma quel giorno passava all'attacco anche l'XI° Armata austro-ungarica del Trentino di Conrad von Hotzendorf, avanzando sul Colbricon, sul Passo Tre Croci, nell'Alto Boite: il giorno 5 si sarebbe impadronita di Cortina d'Ampezzo.

Luigi Cadorna avrebbe scritto al figlio Raffaele proprio quel drammatico 3 novembre:
"Qualunque sia la portata dell'immensa tragedia, ti ripeto che non voglio aver nulla sulla coscienza e che fino allo scacco matto giocherò la mia triste partita colla stessa serenità e tranquillità come se lo dessi io all'avversario (...) Ho ordinato il ripiegamento sul Piave perché anche a Pinzano stanno mollando".
Caduta anche Codroipo, Cadorna il 4 novembre non poté che ordinare il ripiegamento generale di tutte le sue truppe sul fiume Piave, dove da circa un mese e mezzo aveva con lungimiranza (glielo si deve riconoscere) fatto approntare numerose fortificazioni e trinceramenti difensivi fino al Monte Grappa, la cui preparazione era proceduta indefessamente grazie alla meritoria opera del nostro genio anche nel corso della catastrofica disfatta, favorita dal sacrificio del C.A. Di Giorgio sul Tagliamento, che aveva fortemente rallentato lo slancio delle truppe austro-tedesche: mentre la II° Armata doveva dirigersi a cavallo della direttrice Pordenone-Conegliano, superando in successione i due fiumi Livenza e Monticano prima di arrivare al Piave, la III° doveva attraversare l'intero comprensorio lagunare veneto nel settore da San Vito a Ponte di Piave.

Quello stesso 4 novembre la 12° slesiana, la 55° austro-ungarica, la 50° austro-ungarica, la 22° Kaiserschutzen austriaca e la Jaeger tedesca erano al di là della riva destra, e ad esse si aggiungeva il giorno 5 anche l'AlpenKorps, che passava da Pontaiba.
Contemporaneamente, anche la X° Armata austro-ungarica di von Krobatin, dopo aver occupato in Carnia alle 8,30 dell'1 novembre Tolmezzo ed Enemonzo oltre il Tagliamento ed essersi proiettata con i quattro battaglioni del gruppo tattico del colonnello von Fasser verso Cima Sappada (1245 m), si era lanciata anche lei da nord all'inseguimento della 26° divisione di fanteria in ritirata attraverso il Passo della Mauria, con l'intento di raggiungerla e tentare di sbarrare il passo addirittura direttamente alla IV° Armata del Cadore di Nicolis di Robilant.

In capo a due giorni il Gruppo Krauss della XIV° Armata di von Below sarebbe entrato in Val Cellina ed avrebbe preso Barcis; la 94° divisione austriaca della X° Armata, ormai aggregata anch'essa a Krauss, avrebbe strappato Casera Razzo ad un distaccamento di retroguardia della 26° divisione;  il Gruppo Fasser avrebbe preso Santo Stefano di Comelico (Cadore); le truppe del  XX° C.A. austro-ungarico dell'XI° Armata si sarebbero impossessate di Borca di Cadore in Val Boite, Alleghe in Val Cordevole e San Martino di Castrozza in Val Cismon.
Da un momento all'altro poteva verificarsi una saldatura tra tutte e tre le armate nemiche.
Tutto sembrava di nuovo nerissimo come la pece...



15. LE ULTIME ABBUFFATE TEDESCHE

LA IV° ARMATA DI NICOLIS DI ROBILANT SI MUOVE IN RITARDO


Mario Nicolis di Robilant
(Torino, 28 aprile 1855-
Roma, 23 luglio 1943)
L'attraversamento prima del previsto del ponte di Cornino da parte degli austro-tedeschi stava assumendo le fattezze di un nuovo possibile disastro.
A farne le spese sarebbero state le tre divisioni italiane dislocate sull'Alto Tagliamento, nel settore fortificato del cosiddetto Ridotto Carnico, la 36° e la 63° del XII° C.A. di Giulio Cesare Tassoni e la 26° passata alle dirette dipendenze del I° C.A. del Tenente Generale Settimio Piacentini della IV° Armata del Cadore.

Sin dalla prima mattina del 27 ottobre Cadorna aveva ordinato a Nicolis di Robilant col fonogramma n. 5015 di portarsi sulla linea Col Trondo-Monte Col-Monte Agudo-Cresta  delle Marmarole-Monte Antelao-Monte Penna-Monte Pelmo-Monte Civetta-Monte Tamer-Forcella Giaion-Monte Alvis-Monte Pavione-Monte Agaro-Pieve di Tesino-Monte Grigno-Cima Caldiera:
"In vista situazione creatasi ala sinistra 2° Armata ho deciso graduale ripiegamento del XII Corpo sulla linea delle prealpi Carniche, colla sinistra a Casera Razzo, e delle armate II e III sulla destra del Tagliamento. Movimento si inizia oggi stesso. In conseguenza codesta armata inizi oggi stesso ripiegamento dall'attuale fronte alla linea gialla, collegandosi con la sinistra alla I Armata a Cima della Caldiera. Per quanto riguarda tratto di fronte Cima della Caldiera-M. Civetta lascio a V.E. di determinare linea di arretramento più conveniente. V.E. si terrà in misura di proseguire non appena ne darò ordine ulteriore ripiegamento su pianura veneta. In vista di ciò V.E. prenda in consegna da I Armata lavori del Grappa, cui occupazione affidata a IV armata. Organizzi perciò immediatamente difesa Grappa per caso ritirata sul medesimo e vi collochi artiglierie da sgombrarsi secondo prescrizioni mio 4998 di ieri. Completi lavori M. Asolone-Presolana-cima dell'Orso per assicurare profondità sistema difensivo. Per sgombro materiali e stabilimenti prenda accordi con Intendenza Generale. Esiga nel ripiegamento calma, fermezza, lentezza e misure immediate del più estremo rigore contro tutte debolezze e contro chiunque. Interrompa e sbarri strade e ponti, incendi magazzini e baraccamenti".

In realtà il comandante della IV° Armata per giorni avrebbe purtroppo nicchiato, forse sottovalutando la gravità della situazione e soprattutto della II° Armata e conseguentemente anche del Gruppo Carnico di Tassoni, che ormai ne costituiva praticamente l'appendice sul versante difeso da Etna, quello più in pericolo, anche se sin dal 30 ottobre Piacentini, comandante del I° C.A., aveva dato gli ordini per il ripiegamento, predisponendo quello delle artiglierie di mezzo e grosso calibro, fornendo le necessarie direttive al genio per le interruzioni stradali, incaricando il comando dei Reali Carabinieri di mantenere l'ordine sulle vie del ripiegamento e preallertando i sindaci delle località interessate al movimento per lo sgombero della popolazione civile e l'internamento dei soggetti sospetti.
Vedendo che la sua armata ancora non si muoveva, il 31 ottobre Cadorna aveva così fatto sapere al suo comandante quanto segue:
"Situazione Tagliamento va aggravandosi. Codesta armata acceleri movimenti di ripiegamento sulla destra del Piave. Per ottenere indispensabile acceleramento abbandoni ogni impedimento e limiti movimento a sole truppe ed artiglierie".
Il timore di Nicolis di Robilant era però che accelerando il ripiegamento si rischiasse di abbandonare e quindi lasciare al nemico le artiglierie, per cui quella stessa sera, alle 21,00, Cadorna rettificò la sua posizione con il fonogramma n. 5199, nel quale era scritto:
"Situazione sempre grave. Permane pertanto necessità accelerare ripiegamento non però al massimo bensì in modo da salvare artiglierie specialmente cannoni 149A et mortai 210 cannoni francesi da 120 et marina et nei limiti del possibile obici 210".
Ma il suo interlocutore concepiva la linea gialla come semplicemente un tratto da "presidiare" ed utilizzare come perno fortificato dell'intero movimento, mentre Cadorna temeva che un ulteriore ritardo potesse far correre alla sua armata il rischio di essere tagliata fuori, per cui pretendeva che tale linea venisse "occupata".
La situazione di incertezza permaneva ancora al 2 novembre, quindi in risposta ai dubbi dell'altro col fonogramma n. 11522 Cadorna gli aveva chiaramente ingiunto:
"Comando Supremo ordina iniziare da domani 3 novembre sollecito ripiegamento dietro linea gialla stabilita da precedenti ordini. Per conseguenza si dia esecuzione a quanto ordinato, scaglionando truppe dietro linea gialla secondo le norme prestabilite, provvedendo efficace protezione contro incursioni avversarie. Per ora ripiegamento si limita alla linea gialla: occorre quindi che essa sia con ogni mezzo garantita in modo da sventare qualsiasi tentativo nemico contro di essa. Truppe esuberanti occupazione siano scaglionate in profondità per essere pronte proseguire arretramento. Raccomando serenità, fermezza e collegamento. Prego assicurare".
Fu così solo il 3 novembre che venne emesso dal comandante della IV° Armata l'ordine operativo di sganciarsi dal Cadore e ripiegare sull'Alta Valle del Piave, sulla direttrice Belluno-Feltre, tra il Montello e Monte Tomba, così quando quella si mosse tutto avvenne un po' all'insegna della fretta, anche se sin dalle 13,00 del 5 novembre l'esodo si poteva dire completato, tanto che le autorità militari informarono i sindaci delle località interessate che "chi voleva partire dal paese era libero di farlo e avrebbe avuto ancora protezione per due giorni".

Ma nel frattempo sia il Gruppo Krauss che il Gruppo von Stein della XIV° Armata austro-tedesca di von Below erano passati sulla riva destra del Tagliamento e tre divisioni italiane, la 36°e la 63° del Gruppo Carnico e la 26° di Battistoni, senza saperlo erano praticamente ormai quasi in trappola, anche perché contemporaneamente da nord-ovest stavano sopravvenendo due divisioni della X° Armata austro-ungarica di von Krobatin, nel frattempo promosso Feldmaresciallo: la 94° del Luogotenente Feldmaresciallo von Lawronski, con la XXV° brigata da montagna del colonnello Wasserthal e la LVII° del parigrado Watterich, supportate dalla XCIV° brigata di artiglieria della riserva, ed il Gruppo del Generale di fanteria Theodor Josef Freiherr von Hordt, con la XXIX° brigata da montagna dell'Arciduca Ferdinando e la LIX° del Feldmaresciallo von Dietrich. 


IL GRUPPO CARNICO SI SCHIERA SULL'ALTO TAGLIAMENTO

Giulio Cesare Tassoni
 (Montecchio Emilia, 27 febbraio 1859-
Roma, 10 ottobre 1942)

Il Gruppo Carnico alla fine di ottobre, con la cessione della 26° divisione al I° C.A. di Piacentini, disponeva di due divisioni, la 36° del Tenente Generale Alfredo Taranto, subentrato il 27 ottobre al Maggiore Generale Isidoro Zampolli,  e la 63° del parigrado Francesco Rocca.
La mattina del 30 ottobre entrambe le divisioni di Tassoni si erano posizionate sulla riva destra del Tagliamento: più a nord la 36°, transitata sul ponte di Avons all'altezza di Tolmezzo poco prima che venisse fatto saltare alle 6,00 del giorno 30, schieratasi nel tratto che va da Preone fino alla depressione di Mena, all'altezza di Somplago; più a sud la 63°, dopo aver transitato il fiume in piena a Trasaghis attraverso il ponte di Braulins, fatto poi saltare alle 23,40 del 29 ottobre, distesa da Somplago fino a Peonis.

La 36° divisione  si era acquartierata al Castello Ceconi, poco a nord  di Pielungo, collegata telefonicamente col comando di Tassoni di Maniago.
Essa era composta dalle seguenti unità:
- la brigata Benevento del Maggior Generale Ernesto Alliana (133° e 134° reggimento), che il 29 ottobre aveva passato il Tagliamento in ripiegamento dalla Val Resia e si era sistemata tra Preone e Cavazzo Carnico;
- i due battaglioni XLIX° e L° del 15° reggimento bersaglieri del tenente colonnello Paolo Dompè, provenienti da Chiusaforte, che dopo esser transitati attraverso il ponte sul Fella di Stazione per la Carnia e poi su quello sul Tagliamento di Avons si erano posizionati sul massiccio del Caurions: nel corso del lungo e penoso ripiegamento dalla Val di Dogna fino alla Val Raccolana a seguito dello sfondamento di Caporetto era andato infatti perso l'intero LI° battaglione in retroguardia, mai arrivato a Chiusaforte perché costretto a seguire nuovi percorsi per l'arrivo degli austriaci provenienti dalla Pontebbana e giunti a Quota 1820 di Monte Slenza, e purtroppo intercettato e catturato sul Canale del Ferro a Moggio Udinese il 31 ottobre dagli uomini della LIX° brigata da montagna della X° Armata austriaca;
- il Gruppo Alpino Stringa (IX° Gruppo alpino) con i tre battaglioni alpini Gemona, Monte Camin e Val Fella dell'8° reggimento  al comando del tenente colonnello Pirio Stringa, con aggregato ciò che restava del Gruppo Rombon e della 229° compagnia del Val Chisone del V° Gruppo, giunti anch'essi da Chiusaforte e sistematisi tra Verzegnis, Intissans e Cavazzo Carnico, col Val Fella in coda costituente retroguardia divisionale.

La 63° divisione, invece, si era posizionata ad Alesso, una frazione di Trasaghis, poco a sud di Somplago, poteva comunicare con Maniago solo utilizzando una serie di posti di corrispondenza lungo la mulattiera della Forca Armentaria.
Ne facevano parte:
- la brigata Pistoia del colonnello brigadiere Giuseppe Bucalo (35° e 36° reggimento), che dopo aver valorosamente protetto il ripiegamento delle due divisioni del Gruppo Carnico, schierata sul forte di Monte Sflincis nei pressi di Resiutta, era stata l'ultima a passare il 29 ottobre il Fella a Stazione per la Carnia prima che il ponte venisse fatto saltare, e passato anche il ponte di Braulins sul Tagliamento si era disposta dalla depressione di Mena a Bordano, a cavallo tra il Monte Festa ed il San Simeone;
- la brigata Parma del Maggior Generale Aurelio Petracchi (col solo comando brigata ed il 49° reggimento del colonnello Francesco Zampieri, essendo stato ceduto il 50° alla 33° divisione), che era stata inviata da Gemona sull'altra riva del Tagliamento a difesa della stretta tra Trasaghis e Monte Brancot;
- il 36° reggimento di artiglieria da campagna, armato con 4 batterie (13°, 14°, 20°, 51°) su 10 pezzi da 75/11 e 6 più vecchi 87B da 80/98;
i tre battaglioni alpini del Gruppo Alliney (Pinerolo del 3° reggimento e Monte Mercantour e Val d'Ellero ex VIII° gruppo, del 1°), al comando del colonnello Emilio Alliney, con aggregata una batteria da montagna ed una pesante campale con obici da 149, giunti anch'essi attraverso una lunga peregrinazione nel settore tra Alesso, Trasaghis, Col del Sole e Monte Covria.

LA PRESSIONE NEMICA AUMENTA

Sfruttando la confusione decisionale degli italiani, che quando era arrivato l'ordine di Cadorna di resistere fino all'ultimo avevano già distrutto le tavole di tiro delle artiglierie in previsione dello sgombero finale, in Val Fella il 30° battaglione Feldjaeger della LIX° brigata  austriaca da montagna aveva conquistato il forte di Chiusaforte, posto a presidio del Canale del Ferro, nonostante il violento fuoco di sbarramento dei suoi quattro pezzi da 120 G (120/21), poi fatti saltare in aria alle 16,00 del 29 ottobre, prima della resa di quella guarnigione.
Non era stato un caso isolato, come dimostra il fatto che analoghe incomprensioni erano accadute nel settore di Ospedaletto, una ventina di chilometri più a sud-ovest, stavolta sulla riva sinistra del Tagliamento, quando solo all'ultimo erano stati fatti saltare in aria dalla squadra di dieci uomini del maresciallo Aurelio Bergamino anche il forte di Monte Ercole ed il deposito di gelatina sul lago Minisini, nonostante l'ordine in tal senso del Generale Di Giorgio risalisse alla mattina del giorno precedente: infatti il comandante della 63° divisione, Rocca, non essendone al corrente, aveva inviato sul posto per difendere il forte il II° battaglione del 49° fanteria al comando del maggiore Francesco Morelli, e  aveva dato per iscritto l'ordine di procedere solo quando finalmente l'ufficiale, preso contatto con Bergamino, l'aveva informato della situazione, con Ospedaletto ormai finita sotto tiro della 22° divisione Kaiserschutzen.

Gli austriaci, provenienti da Gemona, erano arrivati poche ore dopo sul posto facilitati anche dalla decisione di Nicolis di Robilant di far ritirare sin dal 27 ottobre gli ultimi tre cannoni da 149 G (149/23) presenti sul Monte Ercole, così come anche i quattro del forte di Osoppo, pochi chilometri più a sud-ovest, che infatti era stato anch'esso occupato più o meno contemporaneamente, sgombro di uomini e disarmato.
Più a valle, invece, le due abborracciate divisioni 20° e 33° del C.A. Di Giorgio presidiavano il ponte ferroviario di Cornino e quello stradale di Pinzano, in attesa che defluissero le forze del settore della II° Armata affidate alla responsabilità del Generale Donato Etna, tenendo per ora a bada le fameliche divisioni della XIV° Armata di von Below, con la 22° Kaiserschutzen orgogliosamente davanti, dispostesi a sud della curva che il Tagliamento fa tra Cimano, Muris e San Daniele del Friuli.
Le due divisioni di Tassoni trascorsero così sul filo di un precarissimo equilibrio tra la salvezza e la fine alcuni giorni in attesa dell'ordine di ripiegamento, che però non arrivava mai.
Purtroppo, come sappiamo nella notte tra il 2 ed il 3 novembre le truppe austro-tedesche riuscirono a transitare dal ponte di Cornino ed a passare quindi a loro volta dalla parte opposta del fiume.

Immagine tratta da http://www.grandeguerra-ragogna.it/ita/ingrandimento.php?foto=storia9
Tutto si giocò praticamente in quelle poche ore: essendosi i tedeschi insediati a Forgaria dopo aver attraversato il fiume e superato la resistenza della brigata Lombardia, alle 3,00 di notte da Tassoni venne finalmente dato l'ordine alla 36° di ripiegare, con ordine di darne immediata comunicazione anche alla 63°, ma poi non si sa per quale motivo lo stesso Tassoni alle 7,00 inviò il contrordine, disponendo che si sospendesse la manovra.
Subito dopo, le comunicazioni si interruppero.

A quel punto la situazione era drammatica: le due divisioni italiane sapevano che le forze nemiche avevano attraversato il fiume, con la concreta possibilità di tagliarle fuori con una manovra a tenaglia, e in più erano senza ordini e nell'impossibilità di comunicare col comando di corpo d'armata e persino in estrema difficoltà a farlo tra loro.
Dopo un giorno di ulteriore pausa Rocca, superiore per anzianità di grado a Taranto, prese risolutamente il comando delle operazioni, concordando affannosamente col comandante della 36° un deflusso più a nord attraverso la Val d'Arzino e da qui a San Francesco, luogo di concentramento delle due unità: qui i due generali riuscirono a parlarsi di persona quasi a mezzanotte del 4 novembre.
In quest'occasione Taranto riferì all'altro gli ultimi ordini ricevuti da Tassoni prima dell'interruzione dei collegamenti: scendere a sud a Clauzetto, poi ancora nella pianura fino alla vicina Travesio e qui intercettare e distruggere il nemico, per poi dirigersi finalmente al Piave.
Era un piano magari geniale, ma che purtroppo era ormai inattuabile, perché alle 13,00 del 5 novembre Travesio era già in mano degli uomini di von Wodtke: appena occupata quella cittadina, gli Jaeger erano avanzati su Meduno, raggiungendola a sera, e qui avevano subito attaccato il LVIII° battaglione del 16° bersaglieri appartenente alla 26° divisione presente al Bivio d'Agnul per sfondare in Val Meduna, mentre tra la notte del 4 e le prime luci del 5 novembre anche la 55° divisione austro-ungarica, col 7° reggimento carinziano in testa, in pianura aveva ormai occupato Travesio, Meduno, Sequals e Colle, e nel pomeriggio del 5 proprio Maniago e Montereale Cellina.

IL FORTE DI MONTE FESTA BLOCCA LA X° ARMATA DI VON KROBATIN


Immagine tridimensionale del forte di Monte Festa
 (tratta da https://qui.uniud.it/notizieEventi/ateneo/articolo.2013-0606.4022252207)





Al contrario della XIV° Armata di von Below, dal 30 ottobre la X° di von Krobatin era ancora bloccata dalla fiera resistenza del forte di Monte Festa, a 1050 metri di altezza, presso Cavazzo Carnico, proprio alle porte di Somplago.
Giunta alla confluenza del Fella col Tagliamento, infatti, la 94° divisione di von Lawrowski sin dalle 11,00 di mattina di quel giorno era stata fermata dalla violentissima opposizione delle due batterie corazzate del forte, una su 4 pezzi da 149 A (149/35) e l'altra su 4 da 149 G (149/23).
Fino al 6 novembre le artiglierie italiane, di cui facevano parte anche dei pezzi antiaerei da 75 A (75/27), non avevano mai smesso di sparare e nonostante la perdita l'1 novembre di uno dei due osservatori strategici sulla Carnia, conquistato dal nemico, avevano distrutto lo stesso giorno anche una colonna militare diretta a Tolmezzo ed il giorno dopo le installazioni predisposte per ricostruire il ponte sul Fella.


Tuttavia col ripiegamento delle due divisioni carniche, che in risposta alle sue richieste di rinforzi avevano inviato al forte solo un plotone di 25 uomini e due tenenti, il Monte Festa era ormai completamente isolato: ripetutamente battuto dall'artiglieria nemica, il presidio riuscì non si sa come a respingere due attacchi consecutivi, uno nella tarda serata del 5 novembre ed un secondo all'alba del 6 (gli italiani utilizzarono persino dei blocchi di pietre, che lanciarono sulle teste dei nemici quando l'unica mitragliatrice disponibile, una vecchia Perino, si inceppò), ma due ore dopo un tenente delle truppe d'assalto accompagnato da due soldati, avanzatisi con una bandiera bianca innanzi al forte, portarono al comandante, il capitano d'artiglieria Riccardo Noel-Winderling, una laconica proposta scritta di resa: 
"Al Regio Presidio Italiano di Monte Festa: siete circondato da ogni parte ed invitato ad arrendervi. Il nostro parlamentare è atteso di ritorno per oggi alle ore 11,00".

Noel-Winderling, già comandante della 262° batteria d'assedio dietro il Pal Piccolo, dopo aver offerto ai tre uomini la colazione, diede all'ufficiale una risposta in busta chiusa da aprire al suo comando.
Quando la busta fu aperta, in essa gli sprezzanti austriaci trovarono scritto, sullo stesso loro tono:


"Ho l'onore di rispondere negativamente".

Nonostante fosse ormai costantemente sotto il tiro dei pezzi nemici, l'eroica guarnigione, formata dai soli 120 soldati della 7° compagnia dell'VIII° battaglione da fortezza, 30 della IV° sezione antiaerea, 20 del CL° battaglione della milizia territoriale, 5 eliografisti del 3° genio e 2 telefonisti del 1° fanteria, fu capace di tenere bloccata fino alle prime luci del 7 novembre l'avanzata della X° Armata austro-ungarica, cessando il combattimento solo per la fine delle munizioni, dopo esser persino riuscita a far saltare in aria con uno dei suoi ultimi colpi d'artiglieria il deposito munizioni nemico di Tolmezzo!
Alle 19,00 del 6 novembre, dopo aver fatto saltare tutti i pezzi, il comandante, viste chiuse tutte le altre vie di fuga, organizzò un ripiegamento nella notte in direzione sud, lasciando sul posto i feriti, affidati alle cure dell'ufficiale medico, il tenente Domenico Del Duca, ma purtroppo la fuga finì ben presto: il giorno dopo la colonna fu intercettata dal 12° reggimento (von Pappritz), della divisione tedesca Jaeger di von Wodtke, che avanzava dal fondovalle.

Solo il capitano Noel-Winderling, il tenente Umberto Tomei ed il soldato Leon riuscirono ad evitare la cattura ma, dopo aver vagato alla macchia per ben sei settimane, aiutati dalla popolazione, vennero infine presi prigionieri il 15 dicembre nei pressi di Feltre, scampando solo per poco alla fucilazione come spie dato che vestivano abiti civili: un rischio soprattutto per Winderling, per il nome di origine tedesca e la perfetta padronanza di quella lingua, che però venne cavallerescamente riconosciuto dal tenente che gli aveva portato la proposta di resa.

Il bollettino austriaco dell'8 novembre avrebbe riconosciuto:

"Presso Tolmezzo, dietro al nostro fronte, un valoroso gruppo di soldati resistette parecchi giorni contro gli attacchi avvolgenti dei nostri Schutzen e degli Jaeger germanici".

Tornato dalla prigionia in Boemia (in cui gli fu concesso il privilegio di portare la sciabola) esattamente un anno dopo i fatti, Noel-Winderling sarebbe stato onorato con la medaglia d'argento al valore: promosso al grado di tenente colonnello della riserva, sarebbe tornato alla sua professione di ingegnere civile, fondando in seguito tre scuole private in Lombardia e Liguria e persino una rivista, "Pedagogia familiare", tanto da ottenere anche la medaglia d'oro come benemerito per la cultura e la scuola. Si sarebbe spento nel 1967.

(Sulla battaglia di Monte Festa e la vicenda umana del capitano Noel-Winderling v. QUI e QUI)

IL GRUPPO CARNICO ANNIENTATO A PRADIS-TRAMONTI

Né Rocca né Taranto sapevano dell'arrivo a Travesio degli Jaeger tedeschi, per cui si attennero al piano stabilito e per raggiungere quella cittadina diversificarono le truppe in diverse colonne:
- il grosso delle due divisioni, con in testa i due battaglioni alpini Gemona e Val Fella,  appena giunto a tappe forzate proveniente da Verzegnis immediatamente a sud-ovest di Tolmezzo, doveva dirigersi verso Clauzetto attraverso Pielungo ed il Bivio Orton a Pradis di Sopra;
- la Benevento con le salmerie si sarebbe diretta verso Tramonti attraverso la mulattiera di Canal di Cuna, ritenuta la via più breve e sicura, ancorché più accidentata, per raggiungere quella cittadina;
- a copertura di tali movimenti, il 35° Pistoia del tenente colonnello Basilio Fiore sarebbe rimasto a San Francesco, pronto ad intercettare e neutralizzare eventuali movimenti nemici;
- l'imbocco della valle sarebbe stato difeso dai tre battaglioni alpini del Gruppo Alliney che ancora stavano affluendo dal Tagliamento dopo una lunga marcia guerreggiata dall'altura di Sant'Anna di Carnizza nella Val Resia.

Mentre ancora si stavano dando le ultime disposizioni, l'avanguardia nemica, composta dalla 2° compagnia del battaglione prussiano Jaeger della riserva della Guardia dell'11° reggimento (5° brigata di marcia), dopo aver attraversato il Passo di Forchia a nord del Monte Pala si presentò davanti a Pielungo, un piccolo borgo sul versante di destra, circa 100 metri sopra il fondovalle, difeso solo dagli alpini del Gemona e del Canin, milizie territoriali, col supporto del 36° reggimento di artiglieria, e si gettò risolutamente all'attacco, impegnando severamente i sorpresissimi italiani.
A combattimento ancora in corso a Pielungo, arrivava in zona l'intero battaglione tedesco: dopo aver attraversato Anduins, Vito d'Asio e poi Clauzetto si scontrava nella Stretta di Forno dapprima contro l'avanguardia italiana, composta dalla 70° compagnia del battaglione alpino Gemona (tenente G. Monti), che aveva le sue prime perdite della guerra (tra esse il tenente Marcello Bernardi, volontario trentino irridento), poi contro il II° ed il III° battaglione del 36° fanteria Pistoia, ai comandi rispettivamente del capitano Borghi e del maggiore L. Bondi, e la 56° batteria da montagna, cui si aggiungeva infine il I° battaglione del 36°.
Al termine di un durissimo confronto svoltosi tra la cappelletta dell'abitato, nei cui pressi cadde il giovane sottotenente degli alpini del Gemona Giovanni Battista Cravero di Asti, e le case della borgata, passate di mano tra italiani e tedeschi almeno otto volte, il battaglione prussiano era costretto a ripiegare all'imbrunire verso il torrente Foce con 45 caduti, tra cui quattro ufficiali ed il suo comandante, il maggiore  Konrad von Stulpnagel, oltre a 61 feriti, tra cui un altro ufficiale, e finalmente il comandante del 36°, il tenente colonnello Agostino Trionfi, ordinava ai suoi uomini, provatissimi e anche loro con tante perdite, di fermarsi e riposare.

Nel frattempo purtroppo Pielungo cadeva, obbligando gli italiani a riprenderla per non precludersi la via del ripiegamento verso la pianura: una compagnia di mitraglieri di cavalleria tratta dal 2° squadrone dei Cavalleggeri di Alessandria ed una di bersaglieri ciclisti posizionati all'altezza del bivio della strada Regina Margherita impegnavano i tedeschi appostati nella piazza del paese, nel cimitero e sul campanile, mentre gli alpini, due compagnie del Monte Canin, 97° (capitano C. Ricci) e 154° (tenente G. De Vecchi), e due del Gemona, 69° (capitano Garrone) e 70°, scalavano le prime il ripido pendio sotto il cimitero, le seconde quello a est della piazza, per coglierli di sorpresa.
Con uno sforzo inimmaginabile di coraggio e volontà, e con un forte tributo di sangue, alle 13,00 il paese era incredibilmente di nuovo in mano italiana, ma ormai non c'era più tempo da perdere: se non volevano essere tagliate fuori, le forze di Rocca dovevano assolutamente prendere il controllo di Clauzetto, per non vedersi preclusa definitivamente la via della pianura.
Le due divisioni si diressero pertanto verso Forno, con l'avanguardia sulla mulattiera per Sampielungo ed il grosso sulla carrozzabile, protette sul Monte Pala dal gruppo del maggiore Sansoni, formato da altre due compagnie del Gemona, la 71° e la complementare, formata dalle reclute appena arrivate, da assegnarsi alle varie compagnie (tra esse il famoso scalatore Ardito Desio, poi fatto prigioniero), a presidio dei movimenti di fondovalle, mentre il gruppo Alliney si dirigeva verso Fruinz e La Forchia.


AImmagine tratta da http://digilander.libero.it/freetime1836/libri/libri48.htm

Riunitisi finalmente tutti a Forno, Rocca alle 23,00 del 5 novembre comandava di riprendere l'avanzata verso sud in direzione di Pradis, col solito II° battaglione del 49° Parma del maggiore Morelli all'avanguardia, ma trovandosi davanti un ponte distrutto, localmente detto il puint di Spissul, fatto brillare da altri reparti italiani quella stessa mattina, la grossa formazione italiana era costretta a deviare verso una disagevole mulattiera che attraversava a monte il Foce, chiamato in quel punto Rio di Molin, e ad attraversare un ponticello tuttora esistente.
Su questo nuovo itinerario procedevano per primi il II° ed il III° battaglione del 49°, il Val Fella, più due compagnie di mitragliatrici e la 21° batteria da montagna, con il II° battaglione che ad un bivio andava a destra verso la Colletta di Val da Ros attraversando la borgata Fumatins ed il III° del maggiore Sisto Frairia a sinistra per la borgata Tascans.
Neanche il tempo di orientarsi bene e dal bosco di fronte scaturiva un tremendo fuoco di fucileria e mitragliatrici, che costringeva il colonnello Francesco Zampieri comandante del 49° per risparmiare le munizioni ad ordinare alle 2,30 di notte un attacco all'arma bianca, coronato da successo un'ora dopo ma con parecchie perdite, tra cui quella del comandante del III° battaglione, Sisto Frairia.
Le due colonne proseguivano le loro distinte avanzate continuamente disturbate dal nemico nascosto nella boscaglia, dirigendosi con difficoltà verso Clauzetto, del tutto ignare di avviarsi dentro una clamorosa imboscata.
Piazzati su posizioni favorevoli e ben circoscritte, avevano ora infatti di fronte ben tre reggimenti interi di Jaeger tedeschi!
Si trattava dell'11° (tenente colonnello Freiherr von Bettendorf, del 4° Dragoni), posizionatosi tra Tascans e Casera Polpazza su Monte Pala, del 12° (tenente colonnello von Pappritz, del 2° Ulani), verso Campone, a sbarrare il passo della strada per la Val Meduna, e del 13° (tenente colonnello von Bibra, dell'8° Cavalleggeri di Baviera) sulla Val da Ros e le due sottostanti borgate di Paludon e Blanchs, con comando a Gerchia, una frazione di Clauzetto.

All'alba partivano da Forno in direzione di Fumatins anche i due battaglioni del 36°, con altri reparti misti al comando del colonnello Alfredo Cantoni più la 56° batteria da montagna, seguiti poi subito dopo da Rocca, che apprestava una sorta di comando avanzato in un carro ambulanza abbandonato sulla strada poco a valle del cimitero.
Alle 7,00 di mattina del 6 novembre lo schieramento italiano vedeva a destra il II° battaglione del 49° giunto ormai sul punto più alto della Val da Ros, in corrispondenza dell'attuale capanna alpina, con vista sulla sottostante e agognata Valle del Pradis, con al centro il III° ora al comando del capitano Vincenzo Pollio, a sua volta gravemente ferito, con la 269° compagnia del Val Fella al comando del capitano Umberto Telò in contrada Tascans fino all'altezza delle Stalle Cordi, e sulla sinistra la 5° compagnia del 49° con l'appoggio della 21° batteria da campagna sull'altura sopra l'attuale bivio di Orton, il Cuel da l'An, ed infine in riserva il resto del Val Fella, che però avanzava subito in prima linea alla vista di forti movimenti nemici verso la Val da Ros.
Rocca, direttosi verso le sue linee, constata la grande stanchezza dei suoi e nell'impossibilità di usare l'artiglieria pesante rimasta a Pielungo, dal suo posto di comando avanzato ordinava alle 7,35 a Taranto rimasto a Forno di far avanzare tutti i reparti rimasti lì in vista di un risoluto attacco sulla Val da Ros con direzione il Monte Tajet, per raggiungere la Val di Meduna ed attaccare con un grosso concentramento di forze verso Campone.


Mario Sironi, Una marcia di spettri (1922), dedicato alle vicende del battaglione alpino Val Fella


Era la mossa che i tedeschi si aspettavano, ed era il motivo per cui avevano rafforzato proprio quelle posizioni: così, quando gli italiani alle 8,30 stavano per lanciarsi all'attacco, furono proprio i cacciatori prussiani a precederli, sparandogli con le mitragliatrici dalla sommità del Monte Dagn, poi attaccando in forze sulla Selletta della Val da Ros e ricacciandoli sul versante verso il cimitero, con scene di panico e confusione mai viste fino a quel momento in quella divisione, con soldati e interi plotoni che si arrendevano gettando le armi o fuggivano all'apparire dei primi nemici.
La situazione era tragica, e per quanto l'improvvisata resistenza di tre compagnie, due di alpini del Val Fella, la 270° del capitano Pietro Aliata e la 271° del maggiore Giuseppe Urbanis, ed una della Parma, la 6° del 49°, consentisse prima di reggere l'attacco tedesco e poi addirittura di riconquistare metri così da impedire al nemico di prendere il ciglio superiore della colletta, l'artiglieria tedesca dalle sue posizioni di Rope metteva sotto tiro la colonna proveniente da Forno impedendole così di  arrivare a Paludon.

La battaglia alla Selletta della Val di Ros, al Tascans ed al bivio d'Orton si protrasse fino a ben oltre la tarda mattinata, con l'intervento in linea anche del 36° fanteria, del 15° bersaglieri e persino del Gruppo Rombon, ma era ormai perduta, per cui Rocca, vista impedita la via per la Val da Ros, non poteva che ripiegare su San Francesco per tentare la via della mulattiera di Canal di Cuna già imboccata dalla Benevento, nonostante nel frattempo il battaglione alpino Pinerolo del colonnello Giovanni Bodino, costituente la retroguardia del Gruppo Alliney, raggiunta da solo la zona dei Mineres e dei Zattes attraverso la via di Fruinz verso il monte Pala, passasse con decisione all'attacco alle 8,45 sul Cuel d'Orton contro il battaglione Schutzen della riserva della Guardia dell'11° reggimento: purtroppo la sua eroica carica rimaneva totalmente nascosta alla vista dei fanti della Parma, coperti dalla curva ad anfiteatro del cimitero presso cui combattevano, e proprio per questo al termine di un violentissimo scontro nel quale rimanevano uccisi 12 alpini di cui 2 ufficiali e 15 erano feriti il Pinerolo era costretto a ritirarsi, sopraffatto dalla superiorità numerica del nemico, rafforzato nel corso della battaglia anche dall'appena sopraggiunto 20° battaglione Jaeger della riserva del 13° reggimento.
I coraggiosi alpini del Pinerolo sarebbero riusciti a sganciarsi percorrendo un terreno tutto in mano al nemico ed a tornare non si sa come a Pielungo, per poi da lì dirigersi verso il versante nord del Tajet.

Tornato a Forno, Rocca scopriva che il Generale Taranto, travisandone gli ordini, si era spostato col grosso delle truppe a Pielungo e da lì aveva imboccato la mulattiera che si dirige verso il versante nord del Tajet, lasciando sul posto solo il 15° bersaglieri di Dompè, gli alpini del Val d'Ellero del capitano Nussi e la 116° compagnia mitraglieri al diretto comando del colonnello Costantino Cavarzerani, comandante del settore Val Raccolana.
A questo punto, costernato, il Generale alle 11,30 era costretto a ordinare la ritirata a Petracchi, che per mascherare la manovra lasciava in avanti alcune postazioni di mitragliatrici, e poi alle 15,00 faceva scendere i suoi suddivisi in tre scaglioni, con davanti per primi i reparti misti del Gruppo Cantoni prima all'avanguardia.
Rocca sapeva che la via per San Francesco era praticamente preclusa, quindi alle 15,25 preparò per il comandante della Parma un fonogramma comunicandogli che
"Ritirata per San Francesco non è più sicura. Mi segua per sentiero che passa a nord di Monte Rosso. Comand. 15° bersaglieri appostato a Forno per proteggere sua ritirata le indicherà la strada. Generale Rocca".
Il fonogramma non sarebbe mai giunto al destinatario e sarebbe stato ritrovato l'indomani mattina da un abitante del minuscolo centro, tale Antonio Marin.
Rocca, dopo essersi mosso in un primo momento verso Malga Jovet, cambiò idea e si fermò alla cappelletta per vedere da lì l'arrivo delle sue avanguardie.
Sarebbero state le uniche ad arrivare, il secondo ed il terzo scaglione vennero attaccati da tutti i lati, dal costone della Val di Ros a destra, dai Zattes e dai Mineres a sinistra e dal 21° battaglione Jaeger, appena giunto attraverso il Cuel de la Siere dietro al Monte Dagn ed ora posizionato nel settore delle stalle di Palamaior, da cui batteva dall'alto la Valle del Rio Molin contro i poveri fanti ed alpini ormai praticamente circondati.
Non ci fu più niente da fare per il 49° fanteria, per il comando brigata, per il Val Fella, per gran parte del Gruppo Cantoni e per le due batterie da montagna, quasi tutti catturati e fatti prigionieri.
Lo stesso avvenne anche al 15° bersaglieri di Dompè: ritiratosi precipitosamente tra le forre e i dirupi di quelle alture cercò la salvezza dirigendosi verso Tramonti flagellato da un vento gelido e sotto la pioggia, ma dopo aver perso nel corso della perigliosa fuga uomini e quadrupedi si ritrovò infine circondato dai tedeschi e costretto alla resa nei pressi del torrente Chiarzò in località Campone alle 12,00 del 7 novembre, ridotto alla fame e senza quasi più munizioni, mentre con le lacrime agli occhi si accingeva ad uccidere i pochi cavalli superstiti per sopravvivere.
Alle 16,30 del 6 novembre anche Rocca si mosse con i pochi reparti rimasti con lui in direzione del Monte Tajet.

Sarebbe giunto fino a Selis, nell'Alta Val Meduna, in corrispondenza dell'attuale lago del Ciul, dove coi suoi uomini avrebbe sostenuto l'ultimo scontro.
Scampato per un pelo alla cattura insieme a pochi altri, avrebbe vagato per monti e per valli fino al 18 dicembre in cerca di un pertugio dal quale riuscire a oltrepassare il Piave, senza riuscirci.
Sarebbe stato catturato e fatto prigioniero il 18 dicembre a Cesarolo, un paio di chilometri a sud di Latisana.
Un totale tra i 10 ed i 15.000 uomini andò perduto: insieme con loro la brigata Lombardia in fuga disperata da San Rocco di Folgaria, sconfitta sulle mulattiere tra San Francesco e Tramonti, di cui solo alcuni reparti sarebbero riusciti ad arrivare a Conegliano.
Gli unici a salvarsi furono solo sparuti reparti della Benevento, che pur perdendo praticamente per intero le salmerie erano riusciti a raggiungere Tramonti di Sotto: da lì, con l'intera Val Meduna ormai interamente occupata dagli austro-tedeschi, si sarebbero diretti il 6 novembre verso Chievolis e da lì seguendo la strada militare degli alpini la Val Chilisia e la Forcella Clautana, con l'intenzione di giungere a Cimolais e attraverso il Passo Sant'Osvaldo entrare finalmente nella Valle del Piave.

L'ULTIMA UMILIAZIONE A LONGARONE

Ma non si era tenuto conto di Rommel.
Fatte fuori le due divisioni del XII° C.A. carnico, il nemico aveva la concreta possibilità di tagliare fuori anche la 26° divisione del Maggior Generale Giuseppe Battistoni, che marciava in coda alla IV° Armata del Cadore del Tenente Generale Mario Nicolis di Robilant, composta dai tre corpi I°, IX° e XVIII° ed aveva dovuto aprirsi la strada combattendo attraverso il Passo della Mauria (1298 m).


Mussolini bersagliere nella Grande Guerra
Da lì essa era transitata dal settore di Forni di Sopra nella Carnia friulana a Lorenzago, nel Cadore veneto, suddivisa in due gruppi tattici distinti:

- il I° Gruppo agli ordini del colonnello brigadiere Vincenzo Boveri, con la brigata Lazio al suo comando, il 19° bersaglieri del colonnello Guglielmo Marelli e l'11° del colonnello Gino Graziani (in cui aveva militato il caporal maggiore Benito Mussolini, rimasto seriamente ferito a Doberdò il 23 febbraio precedente dallo scoppio accidentale di un lanciabombe), cui si sarebbero dopo il 6 novembre aggiunti i resti dei battaglioni alpini Monte Nero e Tolmezzo dell'8° reggimento e Monte Assietta del 3°;

- ed il II° Gruppo del colonnello brigadiere Adolfo Danise (quello che comandava la Catanzaro al momento della decimazione!), col 16° bersaglieri del tenente colonnello Alessandro Ronca, due compagnie del XLVII° e del LVI° battaglione autonomo bersaglieri, il XVIII° Reparto d'assalto degli arditi ed il battaglione alpino Susa al comando del maggiore Zanetti, anch'esso del 3°, distaccato dal III° Gruppo alpini di cui facevano parte anche il Tolmezzo e l'Assietta.

Mentre Ludendorff cominciava a premere per un ritiro unilaterale delle sue truppe, ritenendo assolutamente preminente lo sforzo sul fronte occidentale, Otto von Below aveva invece deciso di continuare la sua avanzata per catturare più territorio possibile, pienamente consapevole che la disfatta italiana non avrebbe potuto lasciare indifferenti gli alleati franco-britannici, e che non ci sarebbe voluto ancora molto tempo prima che essi intervenissero in soccorso: poiché il suo intento configgeva con quello originario degli austriaci, che non guardavano più in là del Tagliamento, visto che un eccessivo allungamento delle linee d'avanzata avrebbe comportato per loro uno sforzo logistico troppo grosso rispetto a quanto potessero permettersi, il comandante della XIV° Armata aveva richiesto e ottenuto il parere favorevole al proseguimento dell'avanzata da parte di Arz von Straussenburg.
All'inseguimento degli italiani in ripiegamento dal Cadore si era quindi immediatamente posta anche la 22° divisione Kaiserschutzen austro-ungarica, come abbiamo visto, che sin dal 29 ottobre aveva occupato Ospedaletto e Osoppo, sulla riva sinistra del Tagliamento, ma al momento dell'attraversamento del fiume alla sua avanguardia, tolto dagli AlpenKorps in cui era stato inquadrato fino a quel momento, venne assegnato il 3 novembre proprio il battaglione da montagna del Wurrtemberg del maggiore Sproesser, quello nelle cui file militava Erwin Rommel, con un compito ben preciso: forzare il passaggio delle Alpi Carniche tra Meduno e Claut, giungere il più velocemente possibile nell'Alta Valle del Piave e qui tagliare la strada sulle Dolomiti presso Longarone all'armata di Nicolis di Robilant in ritirata verso sud.
Per far questo, l'idea di Rommel, passato nella notte del 4 il Tagliamento attraverso il ponte ferroviario semidistrutto di Cornino, era quella di seguire la stessa, perigliosa strada che in quelle stesse ore si accingevano a fare gli uomini della brigata Benevento: da Travesio a Meduno, da qui a Chievolis, immediatamente a sud di Tramonti di Sotto, e poi, seguendo la strada militare alpina, Forcella Clautana, Cimolais.
Ma col conforto del suo comandante Sproesser il giovane tenente non intendeva fermarsi qui, come prescrivevano gli ordini, ma proseguire fino al Passo Sant'Osvaldo per poi esondare in Veneto, fino a Longarone: proprio dov'erano indirizzate anche la 26° divisione di Battistoni ed i resti della 36° e della 63° del Gruppo Carnico!

I primi pattuglioni di cacciatori ciclisti tedeschi del colonnello von Wotdke, con di seguito gli uomini del 7° reggimento carinziano della 55° divisione austro-ungarica, arrivarono a Meduno poco prima delle 20,00 di sera del 5 novembre provenienti da Travesio e qui subito si trovarono di fronte al Bivio d'Agnul le quattro compagnie del LVIII° battaglione del 16° bersaglieri al comando del capitano De Pace, accasermatosi al crocicchio presso una casa privata: la 5° e la 6° al comando del tenente Mario Tata posizionate a Quota 482 (Case Del Bianco), la 7° del capitano Guglielmo Garzari ai piedi di questa e l'8° distesa verso la strada per Navarons, con all'avanguardia un plotone di quaranta uomini ai comandi dell'aspirante ufficiale Filippo Natali a sbarramento della rotabile ed una postazione di due mitragliatrici al riparo di cinque grossi massi sporgenti comandata dal tenente Raineri.
Dopo un primo scontro con un pattuglione nemico, nel quale rimaneva gravemente ferito alle gambe l'aspirante ufficiale Enzo Cannata con alcuni uomini della sua pattuglia, la battaglia si allargava a tutto quel settore e cadevano falciati dalle mitragliatrici nemiche nascoste nella casa privata di Caterina Andreuzzi ben quindici bersaglieri, mentre il tenente Tata colpito ad un polmone era costretto a lasciare il comando al sottotenente Caruso ed il capitano Garzari ed il suo vice sottotenente Modica venivano fatti prigionieri.
Nonostante Quota 482 venisse persa, gli italiani in sempre maggior inferiorità numerica tenevano comunque per tutta la notte, anche se il sottotenente Caruso restava ferito ad una gamba, ma i tedeschi, ormai rafforzati da rinforzi freschi, alle 6,00 di mattina sferrarono l'assalto finale: nello scontro, durissimo, i bersaglieri attaccarono e contrattaccarono più volte, Natali venne ferito gravemente e morì il sottotenente Francesco Benelli, colpito al polmone destro da una scheggia di granata, ma alla fine l'intero battaglione venne sopraffatto, costretto ad arrendersi, una volta rimasto senza più munizioni, dopo essere stato completamente accerchiato con il sacrificio di 23 caduti e moltissimi feriti.

Da quel momento in poi l'avanzata austro-tedesca tedesca sulla direttrice Val Meduna-Val d'Arzino-Clauzetto- Monte Pala-Pielungo-San Francesco sarebbe stata inarrestabile, come ben sappiamo, favorita dallo studio approfondito delle fotografie aeree prese dai ricognitori, ed avrebbe portato il 6 novembre alla grave sconfitta di Pradis ed alla conseguente cattura di gran parte delle due divisioni 36° e 63°, ma più ad ovest nel frattempo il battaglione del Wurrtemberg all'avanguardia della 22° Kaiserschutzen avanzava risolutamente, contrastato dalle retroguardie della 26° in ripiegamento composte dal II° gruppo del colonnello brigadiere Adolfo Danise, in direzione di Chievolis, dove proprio quello stesso 6 novembre avveniva il primo scontro del reparto del capitano Gossler, che aveva Rommel come vice, contro elementi sparsi di alpini, bersaglieri ed artiglieria, rimasti col compito di trattenere il nemico più a lungo possibile davanti all'imbocco della Forcella Clautana: al centro gli arditi del XVIII°, a sinistra le tre compagnie 34°, 35° e 36° del battaglione alpino Val Susa e a destra sulle pendici del Monte Resettum due compagnie del 16° bersaglieri, appoggiati da 6 cannoni da montagna.
Un primo assalto condotto alle 19,00 da tre compagnie schierate di fronte al passo appoggiate da due sezioni di mitragliatrici alle pendici del Monte Cavasso, ove Rommel aveva posto il suo comando, falliva per la vigorosa reazione degli italiani, pur patendo essi molte perdite, tanto che il giovane tenente avrebbe scritto sul suo diario:
"Concedo un po' di riposo ai miei uomini e nel frattempo vado a dare un'occhiata (...) Riesco a trovare degli appostamenti favorevoli per le mitragliatrici, distanti poche centinaia di metri dal passo".

Ma anche il secondo assalto, condotto nel buio pesto della mezzanotte, falliva, e stavolta con gran disappunto di Rommel, anche se alla fine 4 ufficiali e 230 soldati italiani, rimasti a proteggere il ripiegamento degli altri, erano costretti ad arrendersi a causa dell'esaurimento delle loro munizioni, venendo tutti presi prigionieri.
Nel suo diario, Rommel avrebbe scritto:
"(...) Sono scocciato. È il primo assalto dall'inizio della guerra che mi va male. Duro lavoro di ore andato in fumo. Una ripetizione dell'azione sembra senza speranza".

Nella notte dell'8 novembre il reparto di Rommel, dopo essersi fermato per quasi 24 ore, stremato e quasi alla fame per essere avanzato così profondamente da aver lasciato molto indietro le salmerie, giunto alla Forcella Clautana (1439 m) aveva scoperto che gli italiani erano riusciti a sganciarsi per tempo, e quando alle 14,00 era entrato a Claut vi aveva trovato solo una pattuglia di una trentina di uomini e due ufficiali dell'8° bersaglieri rimasti di retroguardia, costretti alla resa dopo un breve scontro.
Si trattava di uomini del XXXVIII° bersaglieri, che insieme al battaglione alpino Fenestrelle del 3° reggimento e due del 46° fanteria della brigata Reggio costituivano parte del contingente messo a disposizione del Maggior Generale Antonio Marocco, comandante della fortezza Cadore-Moè, ultimo baluardo del cosiddetto Ridotto Cadorino con comando a Pieve di Cadore (v. https://osservatoriomarocco.weebly.com/), per fare da retroguardia dell'intera IV° Armata in ripiegamento.
Il resto del contingente, due compagnie del X° battaglione bersaglieri del 7° reggimento al comando del maggiore Omero Santini,  era stato inviato incontro ai resti delle tre divisioni in fuga sul Passo Sant'Osvaldo, ultimo valico prima di scendere attraverso la Valle del Vajont all'Alta Valle del Piave, e qui nella notte di giovedì 9 novembre erano stati finalmente raggiunti da tutte le truppe in fuga, e precisamente:

- le salmerie di Tassoni, protette dalla 155° compagnia del battaglione alpino Monte Canin e dai quattro battaglioni di fanteria della brigata Benevento discesi a Claut per la Forcella Casarata il giorno 5 dalla Val d'Arzino;

- la colonna Danise proveniente dalla Val Meduna e che aveva fino a quel momento rallentato con successo l'avanzata di Rommel;

- i resti dei battaglioni alpini ex VIII° gruppo Monte Clapier e Val d'Arroscia del 1° reggimento al comando del tenente colonnello Giulio De Negri, provenienti da Barcis nella Val Cellina dove avevano sostenuto aspri combattimenti col nemico ormai strabordante.

La corsa folle verso la salvezza stava stremando tutti, le munizioni cominciavano a scarseggiare e non c'era alcuna possibilità di ricevere ordini per la mancanza di un efficace sistema di collegamento con Longarone, dov'erano andati ad acquartierarsi sia Tassoni che Battistoni.
Di fronte a loro non c'era più soltanto il reparto di Gossler e di Rommel ormai, ma anche il I° battaglione del 26° reggimento Schutzen della 4° brigata, giunto nella serata dell'8 novembre a Cimolais insieme con tutto il resto del battaglione da montagna del Wurrtemberg, ed a tappe forzate stavano arrivando altre forze ancora.
Verificato che le sponde orientali del torrente Cellina, immediatamente a est di Cimolais, erano totalmente deserte, apparentemente abbandonate dagli italiani in fuga, Rommel, insospettito dalla calorosissima accoglienza ricevuta dal sindaco, si era limitato infatti ad inviare in ricognizione avanzata sulla strada verso ovest in direzione di Longarone e sulla mulattiera per Fornace un pattuglione al comando del sottotenente Schoeffel, a cavallo di alcune biciclette dei bersaglieri trovate abbandonate sul posto, per assicurarsi che le sue stanchissime truppe, reduci da 32 ore ininterrotte di marce e combattimenti ed acquartieratesi  nella parte sud di Cimolais, non stessero per cadere in una trappola, e poco dopo era stato raggiunto dagli altri reparti, la compagnia comando del Wurrtemberg, quella collegamenti, il distaccamento Schiellein (con due compagnie fucilieri ed una mitraglieri) ed il battaglione fucilieri del 26°, sistematisi tutti nella parte nord.
Quella sera finalmente il battaglione tedesco poté riposarsi a lungo e mangiare in quantità.
Ormai la valle del Piave era solo a 10 chilometri di distanza, il redde rationem stava per arrivare.


Rommel in mezzo ai suoi soldati


I ciclisti di Schoeffel segnalarono al comando di Sproesser che gli italiani stavano apprestando trinceramenti difensivi alle pendici del Monte Lodina (1996 m) e di Monte Cornetto (1793 m), per cui a mezzanotte, quando finalmente Sproesser e Rommel poterono parlarsi, concordarono un attacco per l'indomani mattina.

Alle 5,00 di mattina il distaccamento Gossler (5° compagnia fucilieri e 3° mitraglieri) tentò di scalare Quota 995 e Quota 1483 in direzione di Erto, pochi chilometri a ovest di Cimolais, e pur patendo la perdita di parecchi uomini scivolati nei dirupi a causa della neve fresca (tra cui proprio il capitano Gossler) riuscì a piazzare diverse mitragliatrici sui lati e di fronte, così quando alle 9,45 cominciò l'attacco tedesco per le due compagnie del X° bersaglieri, uniche forze italiane rimaste sul posto, non vi fu più nulla da fare: protetti dal fuoco dall'alto delle mitragliatrici, il distaccamento Rommel (1° e 2° fucilieri e 1° mitraglieri) aggirò il Lodina, quello Schiellein (4° e 6° fucilieri e 2° mitraglieri) il settore tra il Cornetto ed il Monte Certen (1882 m) anch'esso in direzione di Erto, mentre la restante 3° fucilieri attaccò frontalmente dal margine occidentale di Cimolais, ed al termine di un duro scontro riuscirono ad avere la meglio  sui difensori del passo.
Mentre a fatica i pochi bersaglieri sopravvissuti superavano Erto diretti il più velocemente possibile a Longarone, dove nel frattempo gli altri reparti stavano precedendoli in tutta fretta, altri 120 uomini e 4 ufficiali italiani venivano catturati, ma a quel punto non c'era più tempo da perdere: se Rommel voleva arrivare sul nemico doveva lanciarsi immediatamente al suo inseguimento.
La colonna tedesca dispiegata su tutta la strada verso Erto, ormai all'ingresso della Valle del Vajont, raggiungeva vari chilometri di lunghezza: a parte gli ufficiali a cavallo ed i fanti ciclisti, gli uomini avanzavano per lo più a piedi, con il peso degli zaini e delle armi addosso e le mitragliatrici leggere e pesanti al seguito.
Erano stanchissimi, ma sentivano l'odore della preda impegnata in quella fuga disperata e non intendevano mollare proprio ora.
Mancavano solo quattro chilometri al Piave.

Il Ponte di Colomber
E fu mentre attraversavano la valle che i ciclisti di Schoeffel, andati ancora una volta avanti, individuarono gli italiani in fuga, proprio mentre i genieri facevano brillare le prime opere difensive ed il ponte sul Maè, invano perché i formidabili inseguitori non fecero che aggirare le une e l'altro per continuare imperterriti la marcia.
A mano a mano che avanzavano decine e poi centinaia di soldati italiani vennero scoperti e fatti prigionieri, molti nascosti a decine nelle gallerie tra le rocce, rimaste completamente senza luce, poi all'improvviso si udirono poco lontano gli spari di un conflitto a fuoco in corso, nei pressi del Ponte del Colomber, un viadotto di 40 metri sospeso a 135 metri di altezza, in quel momento il più alto d'Europa, che scavalcava la Valle del torrente Vajont ed immetteva direttamente a quella del Piave: i genieri italiani che avevano ormai predisposto le cariche per farlo saltare in aria avevano reagito con vigore all'arrivo dei ciclisti di Schoeffel, tanto da prenderli prigionieri.
Far saltare quel ponte poteva essere la salvezza per gli italiani, perché era l'unica via a disposizione dei tedeschi per raggiungerli, ma la prontezza di spirito e l'ardimento del sergente Brukner della 2° compagnia mitraglieri lo impedirono: lanciatosi sul ponte a tutta velocità in bicicletta con un'ascia in mano riuscì a spezzare tutti i cavi elettrici delle cariche appena prima che avvenisse l'esplosione!

Alle 11,00 del 9 novembre, in una giornata fredda ma bellissima di sole, davanti alla vista di Rommel, passato il Colomber ed arrivato sulle alture immediatamente a nord-est di Dogna, sulla riva sinistra del Piave, si svolgeva una scena incredibile: la lunghissima colonna italiana di militari di tutte le armi, con autoveicoli, cannoni, carriaggi, animali in lenta marcia verso Longarone, ormai a non più di un chilometro di distanza, diretti verso sud, verso quella salvezza sul Piave che non avrebbero però mai raggiunto, ancora ignari del fatto che il nemico era ormai a pochi passi!
Poco dopo, alle 11,15, gli italiani facevano saltare anche il ponte sul Piave ad est del paese, proprio nello stesso momento in cui a sud del passo di Sant'Osvaldo arrivava anche la 3° divisione "Edelweiss", ma gli uomini di Rommel tenevano ormai sotto tiro dalla zona del cimitero il ponte stradale e la ferrovia nei pressi di Pirago, da dove le truppe tedesche cominciarono ad affluire nella notte in gran numero oltrepassando finalmente il Piave, sistemandosi con la maggior parte delle truppe a sud di Longarone e con una compagnia di fucilieri al comando del tenente Anders all'entrata nord del paese.
Ormai tutti gli italiani di Longarone erano in trappola!

Alle 6,00 di mattina del giorno dopo gli uomini di Anders si avviarono verso la cittadina, con un plotone ed una mitragliatrice sulla strada e gli altri plotoni con una seconda mitragliatrice sulle alture a destra della rotabile: entrato nell'abitato con una bandiera bianca, Anders insieme col sottotenente Brauer chiese di poter parlare con un parlamentare italiano e all'ufficiale che gli si presentò davanti fece presente che tutte le alture intorno erano occupate dalle truppe austro-tedesche e pertanto ogni resistenza sarebbe stata inutile.
In realtà lui non lo sapeva ma ciò che diceva era proprio vero, perché in quel momento  su tutte quelle alture non c'era più il solo battaglione da montagna tedesco, ma erano ormai sopraggiunte anche l'intera 22° Kaiserschutzen e poi di seguito la 3° "Edelweiss" e persino la LIX° brigata di von Dietrich della 94° divisione della X° Armata di von Krobatin!
Gli italiani nemmeno lo sapevano, ma sapevano bene che avevano comunque alle calcagna i trequarti delle divisioni austro-tedesche di quel settore, non avevano più collegamenti coi comandi né disponevano di ordini precisi, senza contare che ormai le loro forze erano al lumicino e le munizioni quasi esaurite, per cui presero la sola decisione possibile.
Un'ora dopo, intorno alle 7,00, Rommel appena entrato in paese si vedeva venire incontro il sottotenente Schoeffel con un foglietto in mano: la resa scritta e firmata di suo pugno dal maggiore Loy, comandante della guarnigione di Longarone!







Intorno al giovane tenente tedesco, nel centro abitato, nella stazione ferroviaria, nella vicina località di Rivalta, migliaia di soldati italiani esausti e rassegnati non attendevano altro che quello.
Alle 16,00 il disarmo di tutte quelle truppe italiane sconfitte era completo.

Due intere brigate di fanteria, la Lazio e la Reggio, parte della Benevento, quattro battaglioni alpini, il XXXVIII° battaglione dell'8° bersaglieri, reparti di artiglieria e tanti sbandati di tutte le armi rimasero in mano degli austro-tedeschi, mentre gran parte dell'11° bersaglieri e tutto il 19° bersaglieri riuscirono a fuggire.
Quest'ultimo in particolare si sarebbe reso autore di una straordinaria impresa, in cui andarono perduti almeno altri 200 uomini, vinti dalla stanchezza, dal freddo e dal sonno improvviso, che li lasciava a terra e li portava a morte sicura in pochi minuti, arrivando dopo una perigliosa, eroica e quasi incredibile marcia di 42 ore nel freddo e nella tormenta di neve  sino a Feltre e dopo altre 23 sino a Valstagna, praticamente quasi senza interruzioni, con poche munizioni, con vestiario e calzature a pezzi e senza viveri (v. http://digilander.libero.it/fiammecremisi/approfondimenti/plezzo-saga-diaciannovesimo.htm).
Rommel avrebbe scritto nel suo diario, in quel giorno:
"200 ufficiali. 8.000 uomini. 20 cannoni da montagna. 60 mitragliatrici. 250 carri carichi. 600 bestie da soma. 12 camion. Perdite 1 morto, 1 ferito grave, 1 ferito leggero. Tempo soleggiato, sereno, freddo".
Nell'insieme, le perdite patite dagli italiani furono in realtà ancora superiori: con quelli presi dagli austriaci, i prigionieri furono probabilmente almeno 11.000 ed i cannoni persi furono addirittura 94, compresi diversi pezzi di grosso calibro.

Il totale delle perdite in quella cavalcata di sei giorni da Cornino a Longarone ammontò per il distaccamento di Rommel a 6 morti, 2 feriti gravi, 19 leggeri e un disperso, mentre poche di più furono quelle del I° battaglione del 26° Schutzen.
Stanchissimo ed affamato, il battaglione del Wurrtenberg per tutto il giorno 11, rientrato nelle formazioni di seconda linea, si sarebbe fermato a Longarone, dove avrebbe letteralmente saccheggiato ogni cosa, nonostante la sventurata cittadina fosse quella di origine della famiglia della stessa moglie di Rommel, Maria Lucia Molin, sposata nel 1916.
Riassegnati qualche giorno dopo alla divisione Jaeger e tornati in prima linea nel settore di Belluno e Feltre contro la IV° Armata di Nicolis di Robilant con obiettivo il Monte Grappa e Bassano, Rommel ed i suoi avrebbero combattuto ancora per un po' in Italia, intervallando la prima linea con brevi periodi di riposo.

ANCHE LA REGIA MARINA PROTEGGE IL RIPIEGAMENTO


Brutto a dirsi, ma forse fu comunque un bene che le migliori e più mobili divisioni austro-tedesche, invece di insistere ad inseguire la II° e la III° Armata, si fossero rivolte (forse per troppa voracità) proprio contro le tre sventurate divisioni di Taranto, Rocca e Battistoni, ingannate dalla facilità apparente di quella campagna.
Si era trattato di un grosso (e presuntuoso) errore di valutazione: tenendo comunque botta per circa una settimana prima di essere definitivamente annientate le tre divisioni carniche avevano infatti concesso alle altre nostre truppe il tempo necessario per ripiegare in maniera meno convulsa e confusa verso il Piave, nei rispettivi settori di competenza, nonostante ovviamente le continue insidie del nemico sia sul terreno che dall'aria, protette come sempre non solo dalle brigate di Di Giorgio e Paolini ma anche dai presidi terrestri e navali della Regia Marina, preallertati sin dal 29 ottobre in vista del ripiegamento e comandati dal Contrammiraglio padovano Paolo Marzolo.
Così avrebbe scritto alla fine delle operazioni in un ordine del giorno il Contrammiraglio Paolo Thaon di Revel, Capo di Stato Maggiore della Regia Marina:
"Sotto l'imperversare degli elementi, dei proiettili, delle bombe durante il recente ripiegamento determinato da esigenze strategiche i Presidi di Marina mantennero con salda disciplina le loro avanzate posizioni costiere fino a movimento assicurato. Adempiuta tale missione essi hanno recuperato e messo in salvo con ordine perfetto, nonostante l'incalzare del nemico e le condizioni del mare quanto mai avverse, il prezioso materiale da guerra loro affidato, ed ora sono già pronti ad affrontare il nemico nelle nuove posizioni".
Fino all'ultimo i presidi della marina avrebbero tenuto le loro posizioni nei settori di Grado e Monfalcone, consentendo non solo di riuscire a salvare la grandissima parte delle batterie, trasportate via mare o per vie interne al sicuro entro le nostre linee, lasciandone comunque alcune fisse in posizione fino a ripiegamento avvenuto, ma anche di alleviare significativamente le condizioni di vita della popolazione civile di Grado, abbandonata solo con l'ultimo convoglio.


Luigi Rizzo
(Milazzo, 8 ottobre 1887-
Roma, 27 giugno 1951)
Mentre a difesa di Venezia venivano schierate tutte le batterie possibili, compresi i due pezzi da 381 del monitore Faà di Bruno ed i 4 pezzi da 343 e 8 da 152 della vecchia corazzata Sardegna veterana della guerra di Libia, appositamente inviata in laguna, a protezione del ripiegamento  sul basso Tagliamento vennero apprestati speciali reparti appiedati di marinai e piccole imbarcazioni fluviali, mentre i due cacciatorpediniere Animoso ed Orsini e squadriglie di torpediniere e di MAS avrebbero incrociato senza posa davanti alla costa per evitare possibili incursioni della squadra navale nemica: tra essi il MAS 9 del famosissimo tenente di vascello Luigi Rizzo, che la notte del 10 dicembre avrebbe compiuto la prima delle sue imprese, affondando la corazzata costiera nemica Wien e danneggiando la nave sorella Budapest nel vallone di Muggia a Trieste e meritandosi per questo la medaglia d'oro al valore.
(V. https://www.lemarcheelagrandeguerra.it/2015/02/12/laffondamento-della-corazzata-wien/).

Per il modo con cui fu portato a termine il suo compito Marzolo avrebbe ottenuto la promozione a Viceammiraglio per merito di guerra e la decorazione di Ufficiale dell'Ordine Militare di Savoia.

Nella sua relazione, Marzolo avrebbe così scritto:
"Né esitazioni né scoramento ebbero i marinai; essi fronteggiarono la dura necessità con animo virile: cosicché si ebbero anche in quelle tristi giornate atti di eroismo e di abnegazione che hanno contribuito a facilitare il mio compito, in un momento in cui la delusione ed il panico avrebbero potuto mutare in disastro quella ritirata".

L'affondamento della Wien (tela di Armando Sansolini, membro dell'equipaggio del MAS 9)







LO SCIOGLIMENTO DEI DUE CORPI D'ARMATA SPECIALI

Con l'ultimo passaggio completato del Piave il 9 novembre, i due corpi d'armata speciali, ormai terminato il loro compito, vennero entrambi sciolti l'indomani.
A Giuseppe Paolini sarebbe stata conferita la medaglia d'argento al valore ed attribuito il comando dell'XI° C.A., basato sulla 23° divisione bersaglieri del Generale Fara (VI° e VII° brigata), col quale avrebbe partecipato alla battaglia del Solstizio ed all'offensiva finale del 1918, alle Grave di Papadopoli sul Piave (http://digilander.libero.it/frontedeserto/biografie/paolini.htm).
Antonino Di Giorgio non ebbe invece alcuna medaglia, ma ottenne la promozione a Tenente Generale ed il suo passaggio al comando del XXVII° C.A. in sostituzione di Badoglio, con il quale, alla testa delle brigate Reggio, Campania, Cuneo e Messina, avrebbe partecipato alla difesa del Monte Grappa, alla seconda battaglia del Piave ed al trionfo di Vittorio Veneto. 
Di lui Rommel avrebbe scritto:

"Ebbi a che fare tra Piave e Tagliamento col famoso esiguo corpo del generale Di Giorgio, il quale ricopriva la ritirata italiana. Fu lottando contro questa unità meravigliosa che compresi come l'esercito di Conrad non sarebbe mai giunto a Milano".

(V. http://digilander.libero.it/fiammecremisi/carneade/digiorgio.htm)

Alla data del 9 novembre l'ultima annotazione sul diario storico della II° Armata prima dello scioglimento ufficiale del suo comando reca scritto:
"Con oggi le truppe rimaste alla 2° Armata hanno ultimato la loro missione che oltre il proprio ripiegamento comprese la protezione di quello della 3° Armata (dal 26 ottobre ai primi di novembre) e di quello della 4° (dai primi di novembre al 9). Nelle fortunose fasi del ripiegamento diedero quanto poterono dare per riparare al primitivo scacco subito al fronte e perciò si tennero ferme al Tagliamento, alla Livenza, al Monticano opponendo tutta la resistenza consentita dalle loro forze stremate ad un nemico forte di numero e baldanzoso per fortunati eventi".
(CCSM, "L'esercito italiano nella grande guerra 1915-1919", IV t.3, Roma, 1967, pagg. 485-486, cit.  in Lorenzo Cadeddu ed Elisa Brando, cit, pagg. 13-14)

(Sui due paragrafi v. http://cronologia.leonardo.it/storia/a1917r.htm)

QUALCOSA STA FINALMENTE CAMBIANDO


Rugantino, 18 novembre 1917


Al momento del passaggio degli austro-tedeschi sul Tagliamento, a maggior ragione dopo le due disfatte di Pradis e Longarone, non pochi commentatori paventavano un possibile, nuovo tracollo delle forze italiane, tanto che qualche studioso ancora adesso parla di una "seconda Caporetto", ma in realtà nonostante gli austro-tedeschi fossero ancora all'offensiva e gli italiani alle corde, in fuga verso la Livenza e quasi sul punto del KO, la situazione rispetto a venti giorni prima era enormemente diversa.
Sul piano militare, perché per la prima volta nonostante tutte le difficoltà gli italiani avevano reagito non solo con vigore (quello l'avevano fatto molte altre volte anche in precedenza), ma pure con estrema efficacia, conseguendo esattamente i risultati che si proponevano, cioè un guadagno di tempo di almeno quattro giorni per consentire alle proprie disperate divisioni di ripiegare a chilometri di distanza, ricompattarsi e prepararsi meglio allo scontro decisivo, su difese preparate da tempo.
Sul piano logistico, perché è vero che gli austro-tedeschi avevano strappato 140 buoni chilometri di terreno al nemico ed erano avanzati di almeno 100 in territorio italiano, ma allo stesso tempo ora questo gli si rivolgeva contro perché avevano più territorio, tra l'altro assai difficile, da controllare, con tutti i conseguenti problemi di comunicazioni, rifornimenti ed approvvigionamenti che ne derivavano, laddove invece gli italiani ora potevano godere del fatto che le linee di rifornimento per loro si erano invece enormemente semplificate ed accorciate, di circa 200 chilometri.
Sul piano strategico, perché non va dimenticato che i tedeschi erano tuttora impantanati a Passchendaele e quella prova si stava rivelando terribilmente pesante anche per le loro forze, per cui si avvicinava comunque sempre di più il momento in cui, molto semplicemente, se ne sarebbero dovuti andare via da un fronte per loro tutto sommato secondario come quello: e la prima avvisaglia di tutto questo sarebbe stata il ritiro dal fronte di tutta l'artiglieria pesante germanica sin da fine novembre, che forse sarebbe stato alla fine uno dei motivi dell'insuccesso dell'offensiva nemica di fine 1917 tra il Piave ed il Grappa.
Sul piano morale, infine, perché di fatto le prime, serie sconfitte o comunque difficoltà subite, sia pure su un piano strettamente ancora locale, avevano scalfito in qualche modo anche quelle certezze sulla propria assoluta invincibilità che il nemico si era costruito in quei primi giorni di sole vittorie, ed al contrario avevano finalmente risollevato gli italiani, che andavano scoprendo tutti in quei giorni, non solo i soldati, non solo i generali, non solo i politici, ma persino la gente comune, chi si era opposto alla guerra, le donne, i ragazzini, tutti, proprio tutti, una nuova sensazione, inedita in quei primi cinquant'anni o poco più dall'unificazione: quella che era ora finalmente di essere tutti uniti, che c'era un motivo se si stava insieme, e che quindi ora veramente o si faceva l'Italia o si moriva, perché non ci sarebbero state altre possibilità.
Ma ora tutte le chiacchiere stavano a zero.
Era lungo il corso di un fiume che si giocava ormai il Destino di un'intera Nazione in armi.
Il Piave.


La celebre scritta sul muro di una casa diroccata, probabilmente presso Fagarè del Piave


16. O IL PIAVE O TUTTI ACCOPPATI!

LA SASSARI CON L'AIUTO DEL GRUPPO GAVOTTI PASSA PER ULTIMA IL PONTE DELLA PRIULA...

Nei due giorni successivi, negli stessi momenti in cui si compiva la disfatta di Longarone, gli ultimi reparti italiani dell'ex settore sinistro di Ferrero della II° Armata (e non solo loro) passavano il Piave nel quadrante che andava dalla stretta di Quero fino al suo sbocco in Adriatico.

Ritirata italiana verso il Piave



Alle 17,00 del 9 novembre, subito dopo il transito dell'ultimo battaglione, il II° del capitano Giuseppe Musinu del 152° reggimento della combattiva brigata Sassari, per ordine del Tenente Generale Giovanni Cattaneo, comandante della piazza di Gorizia, veniva effettuato il brillamento delle cariche appostate sul Ponte stradale della Priula, 4 chilometri a sud-est del complesso collinare del Montello, dai circa 1.000 genieri al comando dell'ora tenente colonnello Nicolò Gavotti, quello del Sabotino, non solo quelli dell'originaria 310° compagnia ma anche quelli di diverse "centurie di lavoratori", tutti inquadrati nel Gruppo Lavoratori Gavotti.


Giuseppe Musinu
(Thiesi, 22 marzo 1891-
Thiesi, 4 aprile 1992)
In verità il ponte doveva essere fatto esplodere ben due ore prima, alle 15,00, ma Gavotti, che da testimone e reduce dallo sfacelo della sua II° Armata si era volontariamente aggregato con la sua unità alla III° rimasta pressoché integra, esitava ancora a farlo saltare, ben sapendo che altre unità italiane erano ancora al di là della riva.
Proprio per questo si era impuntato con uno spocchioso capitano dello Stato Maggiore venuto apposta da lì per sollecitarlo, ed alla sua minaccia di deferirlo alla corte marziale in caso di ulteriori ritardi gli aveva risposto ad alta voce che, corte marziale o no, lui avrebbe aspettato fino all'ultimo secondo utile per salvare eventuali altre truppe ritardatarie che nel frattempo si fossero presentate davanti al viadotto, accollandosene la responsabilità.
La sua risposta aveva creato parecchio subbuglio ai piani alti ed un gruppo di Generali si era precipitato immediatamente in macchina verso la sua direzione, con l'intento nella migliore delle ipotesi di fare un "cazziatone" all'ufficiale reprobo.
Appena arrivati sul posto quegli Alti Ufficiali sarebbero però stati spettatori di uno spettacolo che non avrebbero dimenticato mai più.

Mentre colmi di indignazione chiedevano spiegazioni a Gavotti sul suo mancato rispetto degli ordini, questi gli indicò col dito il punto in cui lo stradone proveniente da Susegana finiva col confluire all'imbocco del ponte: proprio in quel momento i 600 orgogliosi "Dimonios" del battaglione complementare di Musinu, impassibili sotto il fuoco di fucileria nemico proveniente da Collalto, si accingevano a sfilare sul ponte, proprio davanti ai loro occhi, tra l'esultanza incontenibile dei genieri e degli altri reparti della Sassari rimasti ad aspettare con trepidazione i loro commilitoni, ultimi a disimpegnarsi dopo aver combattuto in difesa di San Pietro di Feletto.
Inquadrato per quattro in perfetto ordine di marcia, col fucile a bilanc'arm ed a passo cadenzato, l'intero battaglione sarebbe giunto sulla riva opposta dopo pochi minuti, ed al momento di sfilare davanti a quei generaloni, puntuale, Musinu avrebbe dato platealmente l'ordine di "ATTENTI AAAA DESTR!" per rendere loro gli onori.
Questo il racconto di quella scena memorabile, fatto dal capitano Leonardo Motzo, della compagnia d'assalto della Sassari (gli arditi):
"Passa mezzogiorno, passa l'una e ancora il battaglione non si vede. Finalmente, lontano, avanza una colonna. Sono i nostri! Sotto il fuoco nemico la colonna ondeggia, esita, si scompone. Finalmente imbocca il ponte: sottogola abbassato, passo cadenzato. Il comandante, Giuseppe Musinu, è in testa. Arrivato all'altezza del gruppo dei generali, grida: Attenti a destra! Il battaglione rende gli onori. Forza paris! Avanti insieme".

(V. http://www.qdpnews.it/index.php/susegana/18564-da-san-pietro-al-natisone-a-ponte-della-priula-cent-anni-dopo-la-rievocazione-della-marcia-di-caporetto)

Pochi secondi dopo il ponte sarebbe saltato in aria con un fracasso infernale...


Le arcate centrali del Ponte della Priula fatte saltare dei genieri di Gavotti
Gavotti e Musinu, come Bassi fondatore degli arditi, sarebbero stati tra i migliori nostri ufficiali nell'intero conflitto, ma tranne pochi appassionati non li ricorda più nessuno.


Nicolò Alberto Gavotti
(Genova, 8 marzo 1875-
Albisola Superiore, 11 agosto 1950)
Quella del Ponte della Priula non sarebbe stata l'ultima impresa degna di nota di Gavotti e dei suoi formidabili genieri: dopo aver fortificato il Sabotino, prima e dopo la vittoria di Badoglio, e poi il Kuk, il Vodice, le pendici del San Gabriele (medaglia d'argento al valor militare), dopo l'azione della Priula e le opere di difesa apprestate sul Piave (croce di guerra), la sua Gloria più grande sarebbe stata la trasformazione del massiccio del Grappa in un enorme caposaldo impenetrabile (medaglia di bronzo), capace di reggere alle ultime offensive nemiche del novembre '17 e del giugno '18 fino a trasformarsi il 24 ottobre successivo in uno dei trampolini di lancio per l'attacco finale italiano di Vittorio Veneto, soprattutto grazie alla costruzione in soli 10 mesi della formidabile galleria in roccia Vittorio Emanuele III°, alta 3 metri e larga da 1,80 a 2,50 metri, con un corpo centrale di un chilometro e mezzo più tantissime diramazioni secondarie, per uno sviluppo complessivo di 5 chilometri, attrezzata con numerose cisterne d'acqua, alloggiamenti, infermerie, punti di osservazione e piazzole d'artiglieria e mitragliatrici.
(V. https://www.montagnando.it/montagne/montegrappa/galleriavittorioemanuele/galleriavittorioemanuele.php).



Già sottotenente di complemento di prima nomina nel giugno 1900, dopo essere stato richiamato col grado di tenente nel febbraio 1915 il pluridecorato Marchese Nicolò Gavotti, premiato anche da inglesi e francesi, avrebbe chiuso il servizio attivo col grado di Generale di brigata, pochi mesi dopo la fine della guerra, con ben 5 promozioni in soli 42 mesi, risultando uno dei due soli casi di ufficiali di complemento divenuti ufficiali generali per meriti di guerra nella Grande Guerra!

(V. http://www.montegrappa.org/_monte/index.php/personaggi-grande-guerra/438-gen-b-nicolo-alberto-marchese-ing-gavotti-cav-o-m-s)


Musinu, ferito quattro volte in battaglia, decorato ventisei, morto alla bella età di 101 anni nel 1992, sarebbe stato dal canto suo il più giovane ufficiale ammesso al grado di maggiore, a soli 26 anni, ed avrebbe terminato la carriera militare con il grado di Generale di corpo d'armata nel 1944, dopo 33 anni di servizio di cui 22 nella Sassari.
(V. http://www.brigatasassari.it/default.asp?site_id=300&idpage=493&title=Giuseppe%20Musinu&lang=it)


La brigata Sassari nel corso del difficile ripiegamento dalle sue originarie posizioni a sud di Canale d'Isonzo, sulle alture a nord-est di Buttrio, fino al Torre e poi da lì sino al Natisone,  aveva perso ben 1.112 uomini tra caduti e dispersi, passando il Tagliamento sul ponte di Madrisio dopo aver severamente impegnato il nemico a Codroipo.
Rimasta l'ultima a protezione delle unità ancora in attesa di passare il Piave, si sarebbe meritata un encomio solenne da Antonino Di Giorgio, che l'avrebbe "citata all'ammirazione dell' Esercito e della Nazione per il suo eroico contegno e l'abnegazione durante la ritirata".

(V. https://www.vistanet.it/cagliari/blog/2017/10/24/accadde-oggi-24-ottobre-1917-lepopea-della-brigata-sassari-nella-battaglia-di-caporetto/).

...ED ENTRA NEL MITO MILITARE, LETTERARIO E CINEMATOGRAFICO

Emilio Lussu
(Armungia, 4 dicembre 1890-
Roma, 5 marzo 1975)


Proprio la brigata Sassari sarebbe stata l'ispiratrice di quello che è forse il più famoso romanzo scritto in Italia sulla prima guerra mondiale, "Un anno sull'altopiano", una potente denuncia della guerra scritta dal noto intellettuale e politico antifascista social-repubblicano Emilio Lussu, volontario repubblicano in Spagna ed allora interventista, tanto da arruolarsi come tenente volontario (decorato al valore quattro volte) nel III° battaglione del 151° reggimento di quella brigata (v. https://it.wikipedia.org/wiki/Un_anno_sull%27Altipiano).

L'intento aspramente polemico del libro, scritto tra il 1936 ed il 1937 in polemica aperta col militarismo fascista ed ambientato sull'altopiano di Asiago, e precisamente sul Monte Fior (definito da tutti come "la chiave degli Altipiani") durante l'offensiva austriaca di primavera nel 1916, venne caricato ancor di più, come lo stesso Lussu confermò a Mario Rigoni Stern alla prima, nel film "Uomini contro" di Francesco Rosi del 1970, che ne fu liberamente tratto (https://it.wikipedia.org/wiki/Uomini_contro).


Si tratta però, certo come e più del libro, di un film a tesi, drammatico, sicuramente toccante in certi momenti ed estremamente crudo in altri, contro l'insensatezza e la prosopopea degli Alti Comandi, di cui finivano per fare le spese i semplici soldati e quegli ufficiali che si opponevano a certi ordini assurdi, un film  schieratissimo uscito in un periodo storico assai particolare della storia italiana, quello del post sessantotto, in piena guerra del Vietnam, dominato dalle rivendicazioni sindacali ed operaie, dalla contrapposizione durissima tra destra e sinistra in un mondo spaccato in due blocchi ideologici ben distinti, tra i paventati rischi di colpo di Stato ed il terrorismo nascente, e probabilmente esagera con la descrizione di situazioni, atteggiamenti e personalità che in certi momenti sfiorano il caricaturale, pur nella drammaticità delle vicende raccontate, come per esempio nella figura del Generale Leone (interpretato dall'attore francese Alain Cuny), che in molti identificano, forse anche per alcuni tratti somatici simili, col Generale Giacinto Ferrero, che in effetti fu presente nel settore di Asiago durante l'offensiva nemica.



Il Generale Leone (Alain Cuny), nel film "Uomini contro" (1970)



La brigata Sassari sarebbe stata la prima, l'anno successivo, a ripassare il Piave e a dare il via alla vittoria italiana finale.
Durante la Grande Guerra avrebbe avuto un totale di 15.022 tra morti, feriti, mutilati e dispersi (un totale di 138 ogni 1.000 incorporati, contro una media nazionale di 104), il che significa che, avendola affrontata dal primo all'ultimo giorno, fu ricostruita praticamente tre volte, avendo una brigata di norma circa 6.000 uomini.
Le due medaglie d'oro al valor militare attribuite a entrambi i suoi reggimenti (caso unico nella storia bellica italiana), ed a livello individuale il conseguimento di  6 Ordini Militari di Savoia, 9 medaglie d'oro, 405 d'argento e 551 di bronzo fanno della brigata Sassari di gran lunga l'unità italiana più decorata della guerra.


LA BATTAGLIA PER IL PONTE DI VIDOR

Il crollo del ponte della Priula aveva impedito alla 117° divisione tedesca di proseguire l'inseguimento, mentre nelle ore successive quello dei ponti di Piave, di Grisolera (l'odierna Eraclea) e dei due di San Donà (il ponte ferroviario fatto saltare alle 4,00 di notte dopo il passaggio dell'ultimo convoglio di soldati, quello stradale solo alle 11,00 del 10 novembre, con il nemico già in paese) aveva bloccato gli austriaci della 13° Schutzen.
Restava intatto ancora il solo ponte di Vidor, a nord-ovest del Montello, nell'illusione velleitaria del nostro Comando Supremo di poterlo utilizzare come perno per una vigorosa controffensiva contro l'ala destra delle forze austro-tedesche avanzanti verso la pianura (forse fidando in un vicinissimo soccorso delle divisioni alleate), ma sul quale nel frattempo si stava avventando in forze la solita 12° divisione slesiana.
La difesa di quel viadotto, affidata al Brigadiere Generale Felice Coralli, comandante della II° brigata bersaglieri del I° C.A., che doveva a tale scopo impiegare tutti i reparti di quel corpo nel frattempo sopraggiugenti in quel settore, vedeva schierati da sinistra a destra, su un fronte di circa 4 chilometri:

tre battaglioni alpini, e precisamente il Val Pellice del maggiore Neri del 3° reggimento, dalla riva del Piave lungo la strada Bigolino-San Giovanni fino al ponticello sul Rio Calmaor, il Monte Granero del capitano Robecchi anch'esso del 3°, schierato lungo il Rio Calmaor fino a Quota 227 esclusa, ed  il Val Varaita del maggiore Banfi del 2° reggimento, posizionato sul Col Marcon da Quota 227 a Quota 194 compresa; 

- ciò che restava dei battaglioni di bersaglieri ciclisti VI°, nella selletta tra Col Marcon e l'Abbazia, e VII°, sulla sinistra del Val Pellice; 

- il IV° Reparto d'assalto degli arditi, schierato a difesa ravvicinata della testa nord del ponte; 

- la compagnia volontari alpini Feltre, al comando del tenente Rodoani, sulla collina dell'Abbazia e fino alla riva del fiume; 

- le compagnie mitragliatrici alpine 821°, 980°, 981°, 983°, variamente posizionate.

A sostegno dei difensori del ponte erano, più ravvicinate, una batteria da 65 proveniente da Cima Ombrettola ed una da 70 proveniente dal Sasso di Stria, entrambe su due sezioni, e, a distanza di 5 chilometri dalla testa di ponte, le batterie 2° e 5° da 75 del 7° reggimento di artiglieria da campagna di Novara, in postazione alla Madonna della Rocca sulle pendici del Monte Sulder, a ovest di Cornuda.

Nel corso del duro combattimento, iniziato alle 9,00 di mattina, fu il battaglione alpino Val Varaita, le cui posizioni sul Col Marcon erano state particolarmente prese di mira dall'artiglieria nemica, a patire le maggiori perdite, tra cui quella del capitano Stefanino Curti, medaglia d'oro alla memoria, comandante della 221° compagnia, capace a cavallo delle 15,00 del pomeriggio di contrattaccare ben tre volte in risposta ai ripetuti assalti nemici con le mitragliatrici portatili e di respingerli definitivamente anche grazie all'arrivo dei rinforzi ai comandi del capitano Negro, pure lui caduto, ed all'aiuto degli arditi alpini dell'VIII° Reparto d'assalto fiamme verdi ai comandi del tenente Arduino Polla, ferito ben tre volte piuttosto gravemente, che in una serie di violentissimi scontri alla baionetta riuscirono a bloccare tutte le infiltrazioni nemiche tra i vari reparti.
Dopo che avanguardie della 12° avevano anche attaccato il Granero ed il Val Pellice anche il comandante del Val Varaita, il maggiore Ippolito Banfi, cadeva intorno alle 17,00 mentre faceva la spola tra le altre due compagnie 222° e 223°, ma quando sembrava che ormai tutto fosse finito arrivava anche per i tre battaglioni alpini l'ordine di ripiegamento, effettuato senza problemi sotto la protezione delle fiamme nere, gli arditi della 3° compagnia del IV° Reparto, ultimi a passare il ponte alle 19,00 prima che lo stesso venisse fatto saltare, un'ora dopo, da quello stesso capitano Platania già autore del brillamento del Ponte di Napoleone a Caporetto.
Purtroppo l'ordine di ripiegamento non arrivava alla compagnia di volontari alpini del Feltre ed alla 981° mitraglieri, poste all'estrema destra dello schieramento italiano, che ben presto si ritrovavano così completamente circondate dai tedeschi avanzati impunemente alla loro sinistra: dopo una breve resistenza intorno al caposaldo di Villa Alberini gli alpini sarebbero stati sopraffatti, con i superstiti fatti tutti prigionieri dopo una disperata sortita finita in un cruento scontro corpo a corpo.
Nella battaglia persero la vita tra gli italiani in totale 15 ufficiali e circa 300 soldati, quasi tutti alpini del Val Varaita.


PARTE QUARTA
IL PASSAGGIO DI CONSEGNE 

17. IL GENERALE FUCILATORE

IL TRATTAMENTO DURO PER GLI SBANDATI DISERTORI

Nonostante il superamento del Piave, non sarebbe stato tutto rose e fiori.
Un'ordinanza del 2 novembre emanata dal Comando Supremo prescriveva:
"1) Il militare appartenente all'Esercito mobilitato che per qualsiasi motivo anteriormente al 1° novembre corrente anno siasi sbandato, ha l'obbligo di presentarsi ad un'Autorità militare qualunque entro cinque giorni dalla pubblicazione di quest'ordinanza. 2) Il contravventore è considerato disertore in presenza del nemico e punito di morte col mezzo della fucilazione nella schiena. 3) Gli sbandati che si presenteranno in località ad oriente del Brenta saranno inviati al più vicino dei luoghi di raccolta arretrati istituito dal Comando Supremo o dai Comandi d'Armata. Quelli che si presenteranno in località ad occidente del Brenta saranno avviati alla più vicina delle stazioni ferroviarie di Rovigo-Legnago-Monselice. All'invio degli sbandati alle suddette località di raccolta dovranno provvedere sotto la loro responsabilità e nel più breve tempo possibile, le Autorità alle quali essi si presenteranno. 4) Chiunque entro la zona di guerra dopo cinque giorni dalla pubblicazione di quest'ordinanza si sottrarrà o concorrerà a sottrarre alle ricerche delle Autorità il militare sbandato e gli somministrerà vitto od alloggio, favorirà il reato, e sarà punito con la reclusione da 3 a 15 anni". 

Non era un provvedimento senza significato.

L'UOMO GIUSTO AL POSTO GIUSTO?

Andrea Graziani
(Bardolino, 15 luglio 1864- Prato, 27 febbraio 1931)
Il giorno prima, l'1 novembre, Cadorna aveva nominato quale Ispettore Generale del Movimento di Sgombero, un'inedita figura preposta al compito di "curare la disciplina del movimento ferroviario e per via ordinaria del personale, dei quadrupedi e del carreggio sbandati", il Maggior Generale degli alpini Andrea Graziani, conosciuto ai più per tre cose: per l'efficienza dimostrata nel dare aiuto alle popolazioni martoriate dal terremoto a Messina nel 1908 e nella Marsica nel 1915; per l'aver brillantemente condotto la sua gigantesca 44° divisione sul Pasubio nel corso della battaglia degli Altipiani, tanto da meritarsi l'appellativo di "Eroe del Pasubio"; e per essere un ferreo cultore della disciplina e dell'ordine, ai limiti del vero e proprio sadismo, al punto tale da vedersi così descrivere dal Dizionario Biografico dei Veronesi dell'Accademia di Agricoltura, scienze e lettere di Verona: "Sempre e dovunque si è distinto per la brutalità verso i sottoposti. Fucilazioni, decimazioni, punizioni mortali" (v. QUI).

Il generale Emilio Faldella, storico della prima guerra mondiale e capitano all'epoca della prima battaglia d'arresto sull'Altopiano dei Sette Comuni, aiutante maggiore del I° Gruppo Alpino alle dipendenze del I° Raggruppamento al suo comando, disse di lui che era "notoriamente animato da spirito offensivo, ma anche irrequieto, autoritario, impulsivo, durissimo coi dipendenti, poco propenso a dare importanza alle perdite umane" (vQUI).

Una fonte austriaca (Anton Morl, "Standschutzen Verteidigen Tirol", Innsbruck, 1958), per esempio, cita un episodio accaduto il 24 ottobre 1915 sull'altopiano di Folgaria: dopo una serie di sanguinosissimi assalti delle truppe italiane costati in pochi giorni la perdita di circa 2.000 tra caduti e dispersi, secondo Radio Gavetta, il tam tam che passava tra le trincee italiane (ovviamente non il massimo dell'attendibilità, come tutti i passaparola), Andrea Graziani come capo di Stato Maggiore della I° Armata avrebbe dato ordine all'artiglieria di colpire le posizioni del 2° bersaglieri, colpevole di essersi ribellato all'arrivo di un battaglione della riserva che trasportava a dorso di mulo un carico di razioni speciali ed alcol, al grido: "Voi bastardi, volete farci ubriacare, e quindi portare al macello!", e di aver scaraventato a calci da un burrone la povera bestia con tutto il suo carico! (V. http://digilander.libero.it/fiammecremisi/approfondimenti/leno2.htm per leggere anche la versione in lingua tedesca della fonte austriaca)

Su questo grave episodio rispetto a quelle dell'autore austriaco e della relativamente attendibile Radio Gavetta le posizioni italiane risultano più sfumate (parlando effettivamente di un fuoco d'artiglieria diretto sulle immediate retrovie delle nostre truppe per impedirne la ritirata e successivamente, per punirne la vigliaccheria, contro un gruppo di bersaglieri che si sarebbe ammutinato, gettando viveri ed alcol in un burrone), ed inoltre soprattutto nelle fasi iniziali del conflitto non furono certo rari casi drammatici di "fuoco amico" diretto contro i nostri stessi soldati, per cui può anche darsi che il tutto sia stato ingigantito (da garantista quale sono concedo pure il beneficio del dubbio), ma altri episodi sono invece confermati.
Si sa ad esempio che a Bologna Graziani percosse così duramente un soldato, colpevole solo di aver lasciato cadere il suo fucile durante l'addestramento, da fargli perdere l'uso della mano, ed al rimprovero del tribunale militare che archiviò la sua pretestuosa denuncia di ammutinamento di aver reso inabile un innocente rispose che la cosa non gli importava, tanto "Il ministro della Guerra mi ha assicurato per iscritto che sul mio curriculum militare è stato scritto un encomio" (v. "La guerra bianca. Vita e morte sul fronte italiano 1915-1919", di Mark Thompson, Il Saggiatore, pag. 284).
Le sue ultime "prodezze" accertate risalivano ai tre giorni dal 23 al 26 maggio precedenti, quando aveva lasciato ogni azione di comando della sua 33° divisione per dare letteralmente la caccia coi carabinieri ai suoi uomini sbandatisi o tornati indietro dagli assalti, tanto che "il gen. Ciancio dové cercarlo per 4 ore inutilmente", come scritto dal colonnello Angelo Gatti, segretario particolare di Cadorna, nel suo libro di memorie "Caporetto, dal diario di guerra inedito (maggio-dicembre 1917)" alla data del 14 giugno 1917; ma l'Avanti, il 7 agosto 1919, avrebbe parlato di un altro episodio, accaduto solo pochi giorni prima, nel quale ad andarci di mezzo era stato un soldato novarese, tale Pietro Scribante, del 113° fanteria (brigata Mantova), fucilato al termine di "una parvenza di processo" (e con la bara già approntata!) da un plotone d'esecuzione formato esclusivamente da amici e compaesani del condannato scelti appositamente da Graziani (entrambe queste vicende sono citate in "Materiali di storia", n. 19, aprile 2001, pag. 10, in http://www.centrostudiluccini.it/pubblicazioni/materiali/19/loverre.pdf).

Forse proprio perché il nuovo incarico implicava insieme la competenza logistica ed organizzativa da lui dimostrata nei terremoti,  necessaria per poter convogliare con successo quel milione di militari e 400.000 civili in fuga nelle località di destinazione oltre il Tagliamento, nonché quella prettamente militare verificata sul Pasubio e soprattutto l'esigenza del pugno di ferro per mantenere il controllo su quelle masse sbandate, Cadorna aveva deciso di conferirlo a Graziani (nessuna parentela con il più giovane omonimo Rodolfo), ma la scelta si sarebbe prestata a moltissime polemiche, come vedremo. 

LA STORIA DELL'ARTIGLIERE ALESSANDRO RUFFINI

Già il 3 novembre, infatti, un solo giorno dopo l'entrata in carica effettiva nel nuovo ruolo, il generale fucilatore aveva confermato per l'ennesima volta la sua tetra fama: a Noventa Padovana un artigliere 23enne di Castelfidardo (AN), Alessandro Ruffini, della 10° batteria del 34° reggimento di campagna, aveva avuto il torto di salutare il generale con un'espressione di scherno in viso e senza togliersi il sigaro dalla bocca mentre a piedi col suo reparto sfilava nell'attuale Via Roma davanti a lui, che osservava la scena in piedi a bordo dell'auto di servizio. 

Graziani, deciso a punire quella che riteneva (non a torto, va detto) una provocazione, era sceso dall'auto ed aveva personalmente prima redarguito e poi bastonato il giovane soldato, ma l'intervento in difesa di quest'ultimo di un civile ("Non si trattano così i nostri soldati") aveva ulteriormente esacerbato gli animi: il generale, dopo aver risposto "Dei soldati io faccio quello che mi piace", aveva a quel punto ordinato ai carabinieri al seguito, che considerava alla stessa stregua di una sorta di Guardia Pretoriana che doveva sempre essere con lui passo passo, di legare Ruffini e fucilarlo davanti al muro di una casa vicina, proprio nei pressi della parrocchia, e la sentenza era stata immediatamente eseguita, nel coro delle urla atterrite dei commilitoni e dei civili presenti, tra cui parecchie donne.
Al termine della terribile vicenda, Graziani aveva preso da parte il tenente colonnello Folezzani del 28° artiglieria e gli aveva ordinato di seppellire il corpo dello sventurato, aggiungendo: "È morto d'asfissia", anche se nel suo rapporto l'ufficiale nulla avrebbe scritto sulla causa della morte.
Immagine tratta da http://www.conversomag.com/prima-guerra-mondiale/










Quella sarebbe stata solo la prima delle innumerevoli esecuzioni sommarie che avrebbero caratterizzato l'operato di Graziani in quei giorni: 
1) il 6 novembre avrebbe fatto fucilare a Magrè presso Schio, in provincia di Vicenza, il sergente Adalberto Bonomo di Napoli ed il soldato Antonio Bianchi di Gallarate, ancora una volta per non averlo salutato nel modo prescritto;
2) il 10 novembre sulle rive del Tagliamento avrebbe fatto legare ad un albero e fucilare due altri soldati colpevoli di avere nello zaino dei sacchi di farina da due chili di cui non avevano saputo spiegare la provenienza  (episodio citato anche da Mark Thompson, cit., pag. 284);
3) quello stesso giorno avrebbe fatto fucilare alla schiena 18 soldati e 3 civili a San Pelagio di Treviso;
4) il 13 novembre a Padova avrebbe fatto passare per le armi altri 14 soldati;
5) sempre a Padova il 16 avrebbe fatto fucilare alla schiena 18 soldati e anche 3 "borghesi" (v. il proclama sopra).

Ogni pretesto per fucilare o condannare a gravi pene detentive era buono, basti pensare che il 4 novembre un suo proclama recitava:
"In nome dei poteri conferitimi, tutti i militari, ufficiali e truppa, devono portare sul copricapo il numero del reggimento o del corpo cui appartengono. Il numero deve essere della grandezza regolamentare cucito di stoffa o scritto con matita indelebile o con inchiostro. A datare dalle ore 9 del 5 novembre, qualunque militare sprovvisto del numero o senza copricapo sarà fucilato".

Non sarebbe stato che il primo dei suoi numerosi proclami ai limiti dell'assurdo.
Un altro per esempio stabiliva che i militari "dovranno percorrere solo le strade assegnate" e chiunque sarà trovato al di fuori di esse "sarà passato per le armi".

Ora, a parte la lunarità in sé del provvedimento, che immagino avesse il fine di sventare eventuali infiltrazioni del nemico per altre vie o fughe dei coscritti alla chetichella per le campagne ma apprestandovi un rimedio veramente troppo drastico, dare per scontato che nelle condizioni pessime in cui potevano trovarsi le carrabili venete e friulane in quei giorni, strette, impastate di fango, attraversate da fiumane di gente, militari, civili, con animali, carri, automezzi, interrotte in più punti, sotto il controllo del nemico in altri, piene di buche dovute ai bombardamenti, con collegamenti spesso saltati per aria (ponti, gallerie, sottopassi), si potesse pretendere in chiunque le percorresse un rispetto svizzero della viabilità appare veramente qualcosa ai limiti del ridicolo!

A fine novembre Andrea Graziani venne destinato al comando del I° Raggruppamento alpino schierato sull'Altopiano dei Sette Comuni, in quel momento sotto il vigoroso attacco del Gruppo Conrad, e successivamente gli venne affidata dal 28 marzo del 1918 anche la conduzione della neocostituita divisione cecoslovacca inquadrata nel Regio Esercito, formata da ex prigionieri e disertori dell'esercito asburgico volontari di quella nazionalità.
Anche contro di essi, però, avrebbe dimostrato ancora una volta la sua indole repressiva, facendo mettere a morte nel mese di maggio altri 8 sventurati!

A seguito di due interrogazioni parlamentari sorte dalla pubblicazione sull'Avanti il 28 luglio 1919 di un pesantissimo articolo sull'episodio dell'artigliere Ruffini, teso a discolpare i socialisti e le loro idee "sovversive" dalle cause di Caporetto per dirottarle semmai sull'insipienza e la crudeltà umana degli Alti Comandi, Graziani in una lettera del 6 agosto pubblicata sempre dall'Avanti in prima pagina e dal Resto del Carlino in terza, premettendo gli "inenarrabili delitti o sevizie (...) in danno delle popolazioni" a suo dire compiuti dalle truppe sbandate, tali da richiedere da parte dei Comandi "energiche esemplari misure a tutela della vita e della proprietà dei cittadini", in cui "occorreva imporsi con mezzi straordinari, con qualunque mezzo", poiché "era  in giuoco la salvezza dell'Italia", si sarebbe discolpato così:
"Valutai tutta la gravità di quella sfida verso un generale (...), valutai la necessità, secondo la mia coscienza, di dare subito un esempio terribile atto a persuadere tutti i duecentomila sbandati che da quel momento vi era una forza superiore alla loro anarchia (...)".

La meritoria campagna dell'Avanti continuò per molto tempo, con la pubblicazione di altri articoli e lettere di testimoni diretti sulle nefandezze compiute dal generale Graziani tra il Brenta ed il Piave, rivelatisi tutti corrispondenti al vero, che ne avrebbero attestato il senso di disumanità, ben eccedente le pur giustificate esigenze di mantenimento dell'ordine e della disciplina, e la falsità delle sue parole in merito ai presunti danni inflitti alla popolazione civile dagli sbandati (su cui in realtà qualche conferma sembra esserci...)
Nonostante questo, le polemiche in parlamento e sui giornali, le tante denunce piovute ai suoi danni, Graziani, pur collocato d'ufficio a riposo nel gennaio 1919 a seguito delle risultanze dell'inchiesta su Caporetto, avrebbe continuato la sua carriera  militare ai più alti livelli: schieratosi a  favore del Fascismo, nel 1923 sarebbe divenuto Luogotenente Generale (due stelle) con compiti ispettivi della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e comandante della stessa nelle province di Trento, Vicenza, Verona e Belluno e persino sindaco di un paesino, San Massimo, poi accorpato a Verona nel 1927, proprio l'anno in cui sarebbe anche stato promosso Generale di Corpo d'Armata della Riserva.

IL MISTERO DELLA MORTE DI ANDREA GRAZIANI

La fama di generale fucilatore l'avrebbe però accompagnato sempre per tutta la vita, e forse non fu estranea alle circostanze della sua misteriosissima morte: il suo cadavere fu infatti ritrovato intorno alle 7,00 di mattina del 27 febbraio 1931 sulla scarpata sinistra della massicciata, ad una certa distanza dai binari del tratto ferroviario Prato-Firenze, all'altezza di Calenzano, con in tasca il biglietto del treno per la tratta Roma-Bologna-Verona, recante la data del 26.

Si accertò che l'unico diretto della notte Roma-Bologna con coincidenza Verona-Brennero e carrozza diretta Roma-Verona che poteva passare da lì era il n. 36, che transitava da Prato alle 21,15, per cui la caduta era avvenuta sicuramente qualche minuto prima.
Esclusa quindi la rapina finita male, visto che nelle tasche del cadavere vennero rinvenute 4.100 lire in contanti e 1.500 in una busta chiusa con scritto "appartenente al generale Graziani", così come anche il suicidio (di cui non si trovò alcun eventuale motivo e d'altronde se Graziani si fosse veramente buttato sarebbe stato risucchiato dal convoglio in corsa sotto i binari e maciullato, dato che il corpo venne rinvenuto in direzione opposta a quella di marcia), la logica portava a dedurre che l'uomo, un vigoroso 67enne, potesse essere stato scaraventato giù in corsa dal treno solo con una fortissima spinta da parte di qualcuno.
L'inchiesta condotta dal consigliere istruttore Cosentino del Tribunale di Firenze e durata dalla mattina alla sera invece derubricò la cosa ad una mera caduta accidentale dal treno, per aver Graziani sbagliato ad aprire la porta del vagone, confondendo quella d'uscita con quella del bagno, come se il disgraziato fosse lì per caso o non viaggiasse mai in treno, cosa invece per lui assai abituale dati i suoi incarichi istituzionali e di partito (sembra che fosse di ritorno da Roma dopo aver incontrato Mussolini in persona per chiedergli l'imprimatur ad alcune opere elettriche per la Valpolicella, v. http://www.larena.it/territori/garda-baldo/bardolino/solo-un-giorno-di-luce-per-il-busto-di-graziani-1.3204474?refresh_ce#scroll=1123).


Una morte assurda, forse troppo, quasi ai limiti del ridicolo, di sicuro indegna di un uomo di questo tipo: troppo ingombrante la sua figura di generale eroe di guerra e fedele del Fascismo per andare a sporcarla con scomode storie ormai concluse di quasi quindici anni prima.
Per non sapere né leggere né scrivere, i risultati dell'autopsia restarono segreti persino ai familiari.
Ai funerali solenni, tenutisi a Prato il 28 febbraio, parteciparono tutte le massime autorità, tra le quali si segnalò anche il Segretario Federale, Alessandro Pavolini.
All'arrivo a Verona, nel tardo pomeriggio, la città avrebbe tributato "imponenti manifestazioni di compianto alla salma".

Alla morte di Alessandro Ruffini ed a quella misteriosa del suo mandante Andrea Graziani quest'anno Paolo Malaguti ha dedicato un romanzo, "Prima dell'alba", edito da Neri Pozza (v. http://leggerealumedicandela.blogspot.it/2017/11/paolo-malaguti-prima-dellalba-ed-2017.html).
Curzio Malaparte, nel suo "La rivolta dei santi maledetti", avrebbe scritto:
"Dietro le spalle del popolo di fanti (...) fu drizzata una barriera feroce. L'ombra del generale Graziani, vestito da Carabiniere, si allungò sulle rive del Piave".

I NUMERI DELL'INFAMIA

La verità è che non sapremo mai i numeri esatti delle condanne a morte eseguite: i dati ufficiali forniti dall'Ufficio Statistico del Ministero della Guerra dal maggio 1915 al novembre 1918 parlano di un totale di 4.028 condanne a morte pronunciate dai Tribunali Militari e dai Tribunali Territoriali, 750 delle quali eseguite, 311 non eseguite e 2.967 pronunciate in contumacia.
Si tratta di numeri assai notevoli, forse inferiori a quelli degli eserciti ottomano e russo (ma non ci sono cifre disponibili al riguardo), più o meno equivalenti a quelli della Francia (circa 700, concentrati per lo più nei primi due anni di guerra: v. però https://it.wikipedia.org/wiki/Ammutinamenti_del_1917_in_Francia), ma sicuramente inferiori a Regno Unito (306 esecuzioni su 3.080 condanne) e Germania (46 su 150), che pure erano in guerra da dieci mesi prima di noi e schieravano eserciti ben più numerosi.
Eppure non tenevano conto delle esecuzioni sommarie e delle decimazioni, i cui numeri sono assai meno certi, anche se su esplicita richiesta del Ministro della Guerra Albricci l'Ufficio Giustizia Militare del Comando Supremo nell'estate 1919 fornì il dato di 107 esecuzioni sommarie, numeri che lo stesso ente definì "inesatti ed incompleti", anche perché circoscritti al periodo tra l'ottobre 1916 ed il novembre 1917 (solo 13 mesi sui 41 complessivi del conflitto!), e che d'altronde non trovano corrispondenza ad esempio con le "prodezze" di Graziani: lo stesso ufficio, sbagliando, segnalò 34 sue fucilazioni, quando invece ce ne sono le prove almeno di una sessantina, eppure nemmeno quelle 34 mise nel conto, come ammesso in una nota a margine del documento, conservato presso l'Archivio Centrale dello Stato e pubblicato da Alberto Monticone nel suo saggio "Il regime penale nell'Esercito Italiano durante la Prima guerra mondiale", cit. in "Materiali di storia", n. 19, cit., pagg. 13-14.

Sin dalla prima circolare emanata da Cadorna, la n. 1 del 24 maggio 1915, era scritto:
"Il Comando Supremo vuole che in ogni contingenza di luogo e di tempo regni sovrana in tutto l'esercito una ferrea disciplina", per cui "si prevenga con oculatezza e si reprima con inflessibile rigore".
Il successivo 28 settembre il Reparto disciplina avanzamento e giustizia militare emanava la circolare n. 3525, con la quale dava i criteri con i quali procedere alle fucilazioni sommarie nei casi di "indisciplina individuale e collettiva nei reparti al fronte", prevedendo al terzo punto che
"(...) il superiore ha il sacro diritto e dovere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti ed i vigliacchi. Per chiunque riuscisse a sfuggire a questa salutare giustizia sommaria subentrerà inesorabile quella dei tribunali militari (...)".
Va detto che pur non essendo prescritte espressamente dal codice penale militare, le decimazioni erano possibili sulla base dell'art. 251, che conferiva al Comandante Supremo la facoltà di emanare circolari e bandi aventi forza di legge nella zona di guerra, e di queste Cadorna, così come i comandanti da lui dipendenti, fecero largo uso.

Donato Antonio Tommasi
(Taranto, 17 febbraio 1867-
Roma, 30 giugno 1949)
Un deputato indipendente avrebbe detto, in una seduta della Camera in cui si discuteva della relazione sui fatti di Caporetto e di un'allegata relazione a firma del Tenente Generale Donato Antonio Tommasi, Avvocato Generale della Giustizia Militare, dedicata proprio all'attività repressiva dei reati militari, che "Cadorna agiva come se fosse a capo di un esercito di soldati mercenari e non di cittadini soldati", citando la circolare riservata n. 2910 dell'1 novembre 1916, secondo la quale, dopo aver approvato due decimazioni, forme di punizione sconosciute agli altri eserciti, il Generalissimo aggiungeva:
"(...) ricordo che non vi è altro mezzo idoneo a reprimere reato collettivo che quello della immediata fucilazione dei maggiori responsabili; allorché l'accertamento dei responsabili non è possibile rimane il diritto e il dovere ai comandanti di estrarre a sorte tra gli indiziati alcuni militari e punirli con la pena di morte". 
Il suo non era certo un pensiero lontano da quello degli altri generali: persino Antonino Di Giorgio, pur riconoscendo sempre il valore dei suoi uomini ed additandolo alla propria ed altrui ammirazione, emanò durante il suo comando pesantissimi ordini nei confronti di sbandati e disertori (disponendo di passare immediatamente per le armi tutti coloro che si opponessero alla resistenza), e lo stesso Duca Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, il pur amatissimo comandante della III° Armata, scriveva quello stesso giorno in una circolare a sua firma:
"Intendo che la disciplina regni sovrana fra le mie truppe. Perciò ho approvato che nei reparti che sciaguratamente si macchiarono di grave onta, alcuni, colpevoli o non, fossero immediatamente passati per le armi".
La preoccupazione per la disciplina tra le truppe era d'altronde assolutamente prioritaria, se persino la stessa commissione d'inchiesta su Caporetto avrebbe attestato che tra le sue cause vi fu anche un generale aumento dell'indisciplina, visto che "i soldati spesso sparavano dai treni, insultavano borghesi, operai e ferrovieri quali imboscati, (...) al punto che si dovettero adottare severissime misure per la loro traslocazione", rese note con le circolari di Cadorna del 28 marzo, 5 giugno, 16 luglio 1917, nonché del 5 gennaio 1918 stavolta a firma Diaz.

La relazione di Tommasi prese in esame diverse situazioni (sul tema v. QUI e QUI):
1) esecuzioni sommarie che appaiono giustificate 17 casi accertati;
2) esecuzioni sommarie che appaiono ingiustificate 5 casi accertati;
3) esecuzioni sommarie per le quali l'azione penale è improcedibile 3 casi accertati;
4) esecuzioni sommarie per le quali manca nei rapporti ogni elemento di giudizio.
Vennero riportati alcuni episodi:
- 93° fanteria della brigata Messina: numero imprecisato di vittime per diserzione in complotto al nemico (30 giugno 1915);
- 18° fanteria della brigata Acqui: 3 fucilati per rivolta (22 aprile 1916);
- 141° e 142° fanteria della brigata Catanzaro: 28 fucilati per rivolta (16 luglio 1917);
- 38° fanteria della brigata Ravenna: 7 fucilati per rivolta (21/22 marzo 1917);
- 89° fanteria della brigata Salerno: numero imprecisato di morti per diserzione al nemico (2 luglio 1916) e 8 fucilati per istigazione alla diserzione (3 luglio 1916).

Sono poi citate altre esecuzioni sommarie per le quali manca ogni elemento di giudizio, risultanti da foglietti allegati a semplici elenchi o dichiarazioni molto generiche (lo stesso Tommasi mise in rilievo che spesso la mancata integrazione di documentazione utile richiesta dal Comando Supremo costituiva da parte degli ufficiali interessati una lampante violazione disciplinare):
- 141° fanteria della brigata Catanzaro: 12 fucilati per sbandamento di fronte al nemico (27 maggio 1916 Altopiano di Asiago);
- 131° fanteria della brigata Lazio: 1 fucilato per minacce e vie di fatto, rifiuto d'obbedienza (15 giugno 1916 Basso Isonzo);
- XL° battaglione 14° bersaglieri: 4 fucilati per sbandamento (16 giugno 1916 Altopiano di Asiago);
- 31° compagnia minatori 5° genio: 1 fucilato per vie di fatto contro superiore (26 luglio 1916 luogo imprecisato);
- XLVII° battaglione bersaglieri: 3 fucilati per diserzione (5 agosto 1916 Quota 85 Monfalcone);
- brigata Regina: 6 fucilazioni non confermate per diserzione (13 maggio 1917 Vallone di Doberdò);
- 77° fanteria della brigata Toscana: 2 fucilati per rivolta (23 giugno 1917 retrovie di Monfalcone).

Complessivamente caddero vittime della giustizia sommaria:
1915: 31 soldati + 2 casi con numero imprecisato;
1916: 83 soldati + 2 casi con numero imprecisato;
1917: 155  soldati + 2 casi con numero imprecisato;
1918: 16 soldati.
Insomma, da 107 casi di giustizia sommaria saremmo saliti a circa 300: cifra alta, ma forse comunque ancora ben inferiore alla realtà.

18. IL GENERALE GIUBILATO

IL GENERALE USCITO DAL CILINDRO DEL RE

Il 5 novembre, riandando al famigerato bollettino del 28 ottobre ed alle polemiche ed agli attacchi continui che ormai ogni giorno lo prendevano di mira, Cadorna avrebbe scritto al figlio:
"(...) C'è poco da dire che scarico sull'esercito quando ci sono 200.000 prigionieri e 400.000 sbandati: sono i soliti botoli che ringhiano vilmente alle calcagne. Grossi scontri non ve ne saranno fino al Piave, ma lì resisteremo con ogni possa (...)".
Il 7 novembre il Comandante Supremo avrebbe dovuto dolorosamente ammettere nel suo ultimo ordine del giorno, che
"Con indicibile dolore, per la suprema salvezza dell'esercito e della nazione, abbiamo dovuto abbandonare un lembo del sacro suolo della Patria, bagnato dal sangue glorificato dal più puro eroismo dei soldati d'Italia. Ma questa non è ora di rimpianti. E ora di dovere, di sacrificio, di azione. Nulla è perduto se lo spirito della riscossa, se la volontà non piega. Già una volta sul fronte trentina, l'Italia fu salvata dai difensori eroici che tennero alto il suo nome in faccia al mondo ed al nemico. Abbiano quelli di oggi l'austera coscienza del grave e glorioso compito a loro affidato, sappia ogni comandante, sappia ogni soldato qual è questo sacro dovere: lottare, vincere, non retrocedere di un passo. Noi siamo inflessibilmente decisi: sulle nuove posizioni raggiunte, dal Piave allo Stelvio, si difende l'onore e la vita d'Italia. Sappia ogni combattente qual è il grido e il comando che viene dalla coscienza di tutto il popolo italiano: morire non ripiegare!"
Ma ormai anche per lui il tempo era finito.

Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta
(Genova, 13 gennaio 1869-
Torino, 4 luglio 1931)
Nonostante la sera del 30 ottobre il neo nominato Vittorio Emanuele Orlando gli avesse telegrafato il suo appoggio, sin dal 28 lo stesso Orlando aveva discusso con il Re ed il Ministro Giardino di un eventuale suo avvicendamento, facendo già allora il nome di Armando Diaz, comandante del XXIII° C.A. della III° Armata, non coinvolto direttamente nella disfatta, come suo sostituto.
In realtà il più meritevole appariva il popolarissimo Emanuele Filiberto, Duca di Savoia-Aosta, comandante integerrimo della invitta III° Armata, ma proprio il Re confidò a Bissolati, il leader socialista da sempre interventista, Ministro dell'Assistenza Militare e Pensioni di guerra nell'esecutivo Orlando, che ne scrisse sul suo diario di guerra, che in caso di tracollo lui avrebbe sicuramente abdicato per sé e per il figlio e proprio Emanuele Filiberto sarebbe stato a quel punto il suo prescelto per salvare la Monarchia, per cui doveva preservarlo per tale eventualità (anche se le malelingue asserivano che se l'incarico fosse stato dato al Duca di Savoia-Aosta e questi avesse perso, la sua vicinanza parentale col Re avrebbe potuto mettere nei guai la Monarchia, mentre se avesse vinto sarebbe stato lui, più che il Re, il vero protagonista dell'impresa, il che avrebbe rischiato di oscurare il secondo).
Ma perché allora proprio Armando Diaz?

Armando Diaz
(Napoli, 5 dicembre 1861-
Roma, 29 febbraio 1928)
Be', a favorire la sua nomina concorrevano vari fattori.
Innanzi tutto il suo corpo d'armata, il XXIII° della III° Armata del Duca di Savoia-Aosta, era rimasto praticamente estraneo alla disfatta e nel generale ripiegamento delle forze di Emanuele Filiberto si era assolutamente distinto per ordine e disciplina, senza perdere praticamente un sol uomo, e questo contava assai in un momento in cui così tanti generali, anche assai apprezzati, avevano dato di sé stessi una prova così cattiva, ed anche quelli apparentemente usciti bene dalla battaglia non potevano essere riproposti sic et simpliciter alla testa delle forze armate, per mere considerazioni oggettive, in un momento di così grave tensione militare, politica e presso la pubblica opinione come quello.
In secondo luogo, il napoletano, non conosciutissimo al di fuori della cerchia militare, era comunque per l'ottica italiana un buon generale, pur senza essere pure lui un genio della strategia, tanto che si era anche guadagnato una medaglia d'argento al valore il 3 ottobre 1917, cioè immediatamente prima di Caporetto, quando
"Comandante di corpo d'armata, durante una ricognizione nelle linee più avanzate rimaneva colpito ad un braccio da palletta di granata a doppio effetto. Vincendo l'aspra sofferenza prodotta dalla ferita, riusciva a dissimulare l'una e l'altra, e procedeva oltre, imperturbato, fino all'esaurimento del proprio compito, occupandosi, con la serenità e l'interessamento consueti, di ogni particolare, e lasciandosi curare soltanto alcune ore più tardi: esempio nobilissimo di forza d'animo e sentimento del dovere" .

(Dalla motivazione della medaglia d'argento, che si legge QUI).

Un terzo elemento era il suo carattere, assolutamente opposto a quello di Cadorna: laddove quest'ultimo era un piemontese altezzoso, chiuso, autoritario, accentratore, dai rapporti umani tessuti col contagocce, con poco senso dell'umorismo, schiavo della disciplina, del mantenimento delle distanze e di concezioni strategiche ormai superate dall'evidenza dei fatti (che riteneva tuttavia ancora perfette), Diaz al contrario era il classico napoletano verace (ad onta delle ormai lontane origini spagnole), un frutto quindi di quel Sud fino a quel momento figlio di un Dio minore nell'Italia ancora fortemente nordista del tempo, e intriso in pieno della tradizionale bonomia condita da disincanto delle sue parti, assai più collaborativo coi sottoposti, aperto al dialogo con gli alleati e con gli Stati Maggiori dipendenti, e soprattutto cosciente dei bisogni e delle esigenze della truppa, tanto da essere rimasto ferito in prima linea.

Cosa c'era di meglio quindi, per Vittorio Emanuele, che aveva deciso ormai di seguire in prima persona le vicende belliche ed aveva compreso prima di tutti che i metodi, strategici, umani e comunicativi di Cadorna non erano più riproponibili, di un Generale praticamente invitto pure lui come Emanuele Filiberto (ma senza poter avanzare pretese dinastiche, ovviamente), un eroe di guerra con tanto di medaglia guadagnata in prima linea (probabilmente una scalfittura o poco più, immagino io, ma ferito era rimasto, in prima linea c'era andato e le cure mediche le aveva ricevute solo dopo aver finito), quindi un capo umano, capace e valoroso, presentabile per i soldati e gli ufficiali che li guidavano, per l'opinione pubblica e per gli stessi politici, pronto comunque a cooperare convintamente con gli altri capi inglesi e francesi come sinora non era stato con Cadorna, e disposto a sentire con attenzione gli altri generali sottoposti e magari pure lo stesso Re, e con un'età tale da poter essere comunque sostituito con tutti gli onori una volta finita la guerra, in maniera ponderata, senza la pressione dovuta alla fretta e alla necessità incombente?
Diaz capitava proprio al posto giusto nel modo giusto e nel momento giusto.

A RAPALLO CADE LA TESTA DI CADORNA

Mentre proprio la mattina del 30 ottobre Cadorna, ignaro di quelle manovre, riceveva personalmente a Treviso il generale francese Ferdinand Foch ed il giorno dopo anche quello britannico William Robertson, per metterli al corrente della situazione esatta sul fronte italiano, la nuova macchina governativa si metteva in moto: si trattava, anche in questo caso, di un esecutivo di unità nazionale, con Orlando che si teneva anche gli Interni, Sidney Sonnino confermato agli Esteri, il Tenente Generale Luigi Vittorio Alfieri, grande esperto di logistica e principale suggeritore sin dall'inizio della scelta di Diaz, nominato al Ministero della Guerra al posto del parigrado Gaetano Giardino ritornato a disposizione dell'esercito, ed il Tenente Generale Alfredo Dallolio riconfermato al Ministero delle Armi e Munizioni.
Proprio quest'ultimo comunicò di poter rimpiazzare tutte le munizioni perse entro il 14 novembre, e che entro il mese successivo era in grado di poter far entrare in linea altri 500 cannoni (cui poi se ne sarebbero aggiunti altri 800 alleati).
Ma era necessario, a giudizio degli strateghi italiani, che i franco-britannici dessero una mano, in uomini e armi, soprattutto per coprire nella profondità il fronte davanti al Trentino tenuto dalla I° Armata di Pecori Giraldi, a protezione da una eventuale avanzata austriaca dal settore di Asiago, in quel momento sicuramente il più esposto ad un attacco in forze della XI° Armata di Conrad, magari insieme con la sopraggiungente X° di von Krobatin, più ancora che della XIV° austro-tedesca di von Below che ormai stava esaurendo la sua spinta propulsiva all'inseguimento della II° Armata prima sulla linea del Tagliamento e poi su quella della Livenza.


Sidney Sonnino
(Pisa, 11 marzo 1847- 
Roma, 23 novembre 1922)
Fu pertanto appositamente convocata presso il Kursaal New Casino di Rapallo per il 6 ed il 7 novembre una conferenza interalleata con tutti i maggiori esponenti politici e militari dell'Intesa: Orlando, Sonnino, Alfieri ed il Sottocapo di Stato Maggiore Carlo Porro per l'Italia, insieme col ministro e principale esponente del socialismo interventista e parlamentare, Leonida Bissolati, uno dei più critici verso Cadorna, ed il Conte Luigi Aldrovandi Marescotti, capo di gabinetto agli Esteri; il presidente del consiglio Paul Painlevé, col ministro di Stato Henry Franklin Bouillon, l'ambasciatore in Italia Camille Barrère, il maggiore dello Stato Maggiore Jacques Helbronner ed i generali Ferdinand Foch, Maxime Weygand, Philippe Pétain e Henri de Gondrecourt per la Francia; il premier David Lloyd George, il segretario del Consiglio di Guerra Maurice Hankey, i generali Jan Smuts, William Robertson ed Henry Maitland Wilson per il Regno Unito.
L'importanza delle delegazioni convenute in Liguria attestava la delicatezza del momento.

David Lloyd George
(Chorlton on Medlock, 17 gennaio 1863-
Llanystumdwy, 26 marzo 1945)

Gli italiani richiedevano agli alleati il soccorso di almeno quindici divisioni, ma Robertson replicava che a suo parere otto fossero più che sufficienti, e quando a precisa domanda sul numero delle divisioni tedesche impegnate nell'offensiva fatta dal premier britannico Lloyd George, decimo Conte di Dwyfor, e dal ministro francese Franklin Bouillon, Porro rispondeva che di fronte a 377 battaglioni italiani in totale quelli austro-tedeschi fossero in Trentino 318 e sul Piave 493, il che implicava un numero tra le 21 e le 24 divisioni tedesche, lo stesso Robertson, sempre più sconcertato, replicò che in verità esse, secondo rapporti pervenutigli proprio quel giorno, non assommavano a più di sei identificate.
Gli alleati erano disposti a concedere sei divisioni subito (quattro francesi e due britanniche) e due altre (britanniche) a breve, ma in cambio volevano la costituzione di un organismo permanente di consultazione tra i tre alleati e soprattutto la riorganizzazione dell'intero Stato Maggiore italiano, per avere una migliore e più proficua collaborazione con Roma.

Paul Prudent Painlevè
(Parigi, 5 dicembre 1863-
Parigi, 29 ottobre 1933)
Si era finalmente arrivati al punto: la verità era che gli alleati in cambio degli aiuti volevano la testa di Cadorna!
E lo scaltro Orlando era ben d'accordo a concedergliela.
Fu così che, con il più classico dei Promoveatur ut amoveatur, il giorno dopo la fine del convegno, l'8 novembre, Cadorna venne rimosso dal suo incarico di Comandante Supremo ed inviato a rappresentare l'Italia al neonato Comitato Militare Permanente Interalleato di Parigi, con Foch e Wilson designati dagli altri due paesi.


Armando Diaz assume il Comando Supremo 
Per l'orgogliosissimo, autoritario, egocentrico Cadorna, che il giorno prima ricevette addirittura a Treviso la mattina presto una visita a sorpresa del Re, venuto a tributargli la sua solidarietà, quella decisione fu quasi un'offesa personale, e per diversi giorni fu tentato dall'idea di rifiutarla.
Il suo posto venne preso com'era ormai scontato da Armando Diaz, nominato con Regio Decreto la sera dell'8 novembre, le cui prime parole rivolte all'esercito furono  semplicemente:
"Assumo la carica di capo di Stato Maggiore dell'esercito. Conto sulla fede e sull'abnegazione di tutti. L'arma che sono chiamato a impugnare è spuntata: la rifaremo".

Si dice che quando Diaz gli mostrò la lettera del Ministro Alfieri con la comunicazione ufficiale della sua sostituzione, Cadorna sibilò:
"Così si tratta un furiere per la cessione della fureria!"
Quali Sottocapi di Stato Maggiore in sostituzione del solo Carlo Porro vennero nominati l'ex ministro Gaetano Giardino e l'immarcescibile, indistruttibile, incommentabile Pietro Badoglio, nonostante tutte le perplessità esistenti su di lui, alimentate soprattutto da Caviglia, arrabbiatissimo come non mai, anche perché il suo XXIV° C.A. venne sciolto, al contrario del XXVII° del rivale: quasi una sorta di punizione.


Gaetano Giardino
(Montemagno d'Asti, 24 gennaio 1864-
Torino, 21 novembre 1935)
Ben presto però Giardino sarebbe entrato in urto sia con Diaz, di cui non condivideva le strategie, sia col più giovane Badoglio, per cui il 7 febbraio 1918 sarebbe stato inviato al Consiglio interalleato di Parigi al posto del dimissionario Cadorna per poi, dal 24 aprile, passare al comando della IV° Armata sul Grappa.
Badoglio, così, sarebbe rimasto l'unico Sottocapo di Stato Maggiore, candidato in pectore alla sostituzione di Diaz nel prossimo futuro, nonostante tutti i rumors su di lui.


19. IL GENERALE BENEFICIATO

CHI HA CAUSATO CAPORETTO?


Ma non voglio tirarmi indietro.
Ritorniamo alla domanda posta nel titolo di questo scritto.
Chi ha causato Caporetto?

È molto difficile attribuire storicamente una responsabilità esclusiva ad un evento tragicamente complesso come la disfatta dell'ottobre-novembre 1917, anche se la Commissione d'inchiesta puntò i suoi strali in primis su Cadorna, colpevole di aver creato una sorta di clima di terrore sull'esercito e di aver sbagliato completamente strategia, e su Capello, colpevole a sua volta:
1) "di avere, con sistemi personali di coercizione, giunti talvolta alla vessazione, aggravata la ripercussione dei criteri di governo del generale Cadorna, e di avere, con eccessivo sfruttamento delle energie fisiche e morali, come con prodigalità di sangue sproporzionata ai risultati, contribuito a determinare la depressione di spirito nella truppa";
2) "di non aver tempestivamente valutata la minaccia incombente sulla estrema ala sinistra della II Armata; per non avere con sincera disciplina di intelligenza assecondato il concetto difensivo del Comando Supremo, particolarmente nei riguardi dello schieramento dell'artiglieria e delle disposizioni per la contropreparazione di fuoco".

Su Cadorna parleremo appresso, ma per quanto riguarda Capello va detto che egli nelle sue memorie, per replicare alla prima accusa, oltre a pubblicare diverse testimonianze personali scritte di suoi soldati ed ufficiali che ne attestavano correttezza, competenza ed umanità, tra cui ad esempio una lettera dell'Avv. Gino Bandini dell'agosto 1919, all'epoca fante della brigata Abruzzi, avrebbe fatto presente come la II° Armata fosse definita "Armata della salute" perché schierata su un settore apparentemente inattivo del fronte, il che implicava da parte sua il dovere di tenere sempre impegnati i suoi uomini "a riposo" per non tenerli in una situazione di ozio del tutto improduttivo, sollecitandoli se del caso anche col "pugno duro".
Quanto alla seconda accusa, oltre a pubblicare la testimonianza scritta del colonnello Cannoniere vista in precedenza, Capello fece notare come non fosse possibile in poco tempo far passare sulla difensiva uno schieramento tutto impostato all'offensiva come quello che era quello italiano fino a quel momento, in particolar modo per le artiglierie e soprattutto i servizi logistici, e che comunque al di là di quali fossero i suoi intendimenti personali mai contraddisse le disposizioni di Cadorna: 
"(...) Così non costituii il nucleo di artiglieria centrale e mi limitai a preparare le postazioni per batterie e le linee telefoniche, e quanto alla preparazione delle truppe, mi limitai a riunire ed istruire in modo speciale alcuni nuclei, quali i sei battaglioni d'assalto, la Brigata Sassari e qualche altra. Provvedimenti questi che collimarono con disposizioni esplicite emanate in seguito dal Comando Supremo in data 20 ottobre (Bollettino n. 4889)", quelle che abbiamo già visto in precedenza sulla "tenace difesa attiva", nel cui quadro dovevano trovare posto "risoluti contrattacchi, condotti da truppe appositamente preparate (...) ma con carattere locale".
Al di là delle difese personali dei singoli, tutte egualmente legittime e tutte egualmente opinabili, una cosa è incontestabile.
A differenza di Cadorna, Porro, Capello, Montuori, Cavaciocchi ed altri generali ed ufficiali, tutti usciti in vario modo a pezzi dall'inchiesta ministeriale del 1919 sulle responsabilità delle disfatta, il predestinato Badoglio, cocco del Re ed evidentemente ritenuto appartenente alla riserva dei Grand Commis della Monarchia da tenere sempre pronti per ogni esigenza presente o futura della Nazione, ne sarebbe uscito completamente indenne, l'unico assieme a Bongiovanni (ritenuto più vittima che colpevole della sorpresa tattica tedesca), tanto da divenire poi il 2 dicembre 1919 il nuovo Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, nonostante pesassero come un macigno sulla sua storia personale quelle 13 (TREDICI) pagine a suo nome improvvisamente scomparse dal rapporto finale della commissione dell'11 settembre 1919 (v. http://www.esercito.difesa.it/storia/Ufficio-Storico-SME/Documents/150312/H-4-Commissione-d-inchiesta-Caporetto.pdfper volere dei deputati Orlando, Paratore e Raimondo, che secondo il Generale Fadini "riguardavano più lo sbarramento dell'Isonzo che l'artiglieria" (v. QUI), quindi la sua totale inazione verso le truppe germaniche che risalivano indisturbate il fiume ed in capo a nemmeno tre ore avrebbero fatto fuori due divisioni su tre del IV° C.A. di Cavaciocchi, più ancora che il carente o nullo intervento delle sue batterie, peraltro assodato anch'esso!
Non sapremo mai nulla di più, ma una cosa è certa: i tre deputati che chiesero la cancellazione su quelle 13 pagine erano il presidente del consiglio in carica, il suo sottosegretario all'industria, commercio e lavoro nonché commissario agli approvvigionamenti delle materie prime (e futuro presidente liberale del Senato e senatore a vita della Repubblica) ed un autorevolissimo avvocato interventista dannunziano filo-governativo.
Vittorio Emanuele Orlando voleva dire Vittorio Emanuele III°...

Non posso qui non richiamare quanto avrebbe scritto il futuro Maresciallo d'Italia Enrico Caviglia alla data del 26 maggio 1925 nel suo "Diario (aprile 1925-marzo 1945)", edito da Gherardini Casini Editore, Roma, 1952 (pagg. 4-5), all'indomani della seconda nomina temporanea di Badoglio a Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, prodromica a quella di Capo di S.M. Generale, ricevuta dal Duce:
"Oggi tutti restano silenziosi davanti alla nomina di Badoglio a capo di Stato Maggiore dell'Esercito, con l'incarico di organizzare la difesa della nazione. Nulla di più burlesco che preporre alla difesa della Nazione l'eroe di Caporetto, il quale, essendo stato sfondato il suo corpo d'armata, fuggì abbandonando prima tre divisioni, poi ancora una quarta, e portò il panico nelle retrovie. La sua fuga, indipendentemente dalla sconfitta, causò la perdita di quarantamila  soldati italiani fra morti, feriti e prigionieri, da lui abbandonati il 24 ottobre 1917 al di là dell'Isonzo. Tutti lo sanno e fanno finta di non saperlo. Che cosa debbono pensare gli ufficiali italiani che lo hanno visto fuggire o quelli che ne hanno sentito parlare? Essi non possono che diventare scettici sull'onor militare, sulla giustizia militare, sulle leggi militari, sulla serietà del governo e della Dinastia".

D'altronde, Cadorna stesso avrebbe scritto così al direttore di "Vita italiana" il 12 settembre 1919, all'indomani della pubblicazione delle risultanze della commissione (v. http://www.lastampa.it/2017/05/22/cultura/cinque-luoghi-comuni-sulla-grande-guerra-e-sul-regio-esercito-IWRrlhAKht7aAiDfDr9djM/pagina.html e http://cronologia.leonardo.it/battaglie/batta13.htm:
"La Gazzetta del Popolo ha pubblicato ieri le conclusioni dell'inchiesta su Caporetto. Si accollano le responsabilità a me ed ai generali Porro, Capello, Montuori, Bongiovanni, Cavaciocchi e neppure si parla di Badoglio, le cui responsabilità sono gravissime. Fu proprio il suo corpo d'armata (il 27°) che fu sfondato di fronte a Tolmino, perdendo in un sol giorno tre fortissime linee di difesa e ciò sebbene il giorno prima (23 ottobre) avesse espresso proprio a me la più completa fiducia nella resistenza, confermandomi ciò che già aveva annunciato il 19 ottobre al colonnello Calcagno, da me inviatogli per assumere informazioni sulle condizioni del suo Corpo d'Armata e sui suoi bisogni. La rotta di questo Corpo fu quella che determinò la rottura del fronte dell'intero Esercito. E il Badoglio la passa liscia! Qui c'entra evidentemente la massoneria e probabilmente altre influenze, visto gli onori che gli hanno elargito in seguito. E mi pare che basti per ora!"
D'altronde, sembra che il 63enne Cavaciocchi, vigorosissimo ad onta dell'età,  sia spirato colpito da un mortale attacco cardiaco il 3 maggio del 1925 mentre si esercitava in una palestra nella sua quotidiana dose di scherma, all'udire da un attendente la notizia dell'avvenuta nomina di Badoglio a Capo di Stato Maggiore Generale, pochi secondi dopo avere urlato colmo di rabbia le parole: 


"Quel traditore!!!"

La Commissione d'indagine, nel suo giudizio finale, avrebbe scritto che
"Gli avvenimenti dell'ottobre 1917, che costrinsero l'Esercito italiano a ripiegare da oltre Isonzo fin dietro il Piave, presentarono i caratteri di una sconfitta militare; e le cause determinanti di natura militare, sia tecnica che morale, predominarono sicuramente su quegli altri estranei alla milizia, dalla cui influenza, che la presente Relazione dimostrò esagerata, taluno aveva voluto dedurre che gli avvenimenti fossero da attribuirsi prevalentemente a cagioni politiche" (v. QUI).

Angelo Gatti avrebbe però così efficacemente descritto in maniera plastica ciò che avvenne nei primi tre giorni di battaglia:
"Due uomini sono posti a guardia di una stanza, uno alla porta, l'altro alla finestra: mentre quello alla finestra si difende come può dagli assalti della strada, il compagno della porta lascia entrare il nemico che butta nella via l'affaccendato difensore della finestra; e questi ha il danno e le beffe, e l'altro le lodi e gli onori. Tale è in breve la curiosa storia dei generali Badoglio e Cavaciocchi, che ha dato origine a molti scritti, e sarà giudicata quando la storia prenderà il posto delle commissioni d'inchiesta".

20. IL RE SOLDATO DIVENTA GENERALE

Vittorio Emanuele III°, il Re Soldato

IL CONVEGNO DI PESCHIERA DOMINATO DA VITTORIO EMANUELE

Le conclusioni del convegno di Rapallo sarebbero state ratificate definitivamente e concordate nei particolari l'8 novembre, a giubilazione avvenuta di Cadorna, a Peschiera, alla presenza di S.A.R. Vittorio Emanuele III°, assente nella prima conferenza.
Proprio in queste circostanze emerse prepotente la forte personalità del Sovrano, già da tempo unanimemente definito "Il Re Soldato" per la sua bella abitudine di andare spesso a visitare le prime linee, che decise di "metterci la faccia" e riuscì in tal modo a convincere gli scettici alleati, assai sconcertati dal comportamento mostrato a Caporetto dei nostri Alti Comandi e per niente convinti dalle loro richieste, a darci tutto l'aiuto possibile, senza condizioni, ammettendo certo gli errori dei nostri generali ma dando la sua parola come garante della tenuta dell'Esercito e insieme del Popolo italiano in quell'ora così buia per le sorti del nostro paese.










Alla fine del convegno Vittorio Emanuele III° fece diffondere un potentissimo proclama:
"Italiani, Cittadini e Soldati!
Siate un esercito solo. Ogni viltà è tradimento, ogni discordia è tradimento, ogni recriminazione è tradimento. Questo mio grido di fede incrollabile nei destini d'Italia suoni così nelle trincee come in ogni remoto lembo della Patria, e sia il grido del Popolo che combatte, del popolo che lavora. Al nemico che, ancor più che sulla vittoria militare, conta sul dissolvimento dei nostri spiriti e della nostra compagine, si risponda con una sola coscienza, con una voce sola: Tutti siam pronti a dar tutto, per la Vittoria, per l'Onore d'Italia!" 

Noi, la guerra, cominciammo a vincerla proprio da qui.

PRONTI ALL'ESTREMA RESISTENZA

Quattro giorni dopo il convegno di Peschiera, il 12 novembre 1917, la battaglia di Caporetto si poteva ormai definire chiusa: a fronte di "sole" 50.000 perdite austro-tedesche da parte italiana vi erano 11.600 caduti, 30.000 feriti, 265.000 prigionieri e 350.000 sbandati (molti dei quali peraltro recuperati in seguito, ed appartenenti comunque per lo più come emerge dalla commissione d'inchiesta a unità organicamente disarmate, della sussistenza, delle salmerie, attendenti, dei trasporti, etc., oltre a 50.000 disertori), più 3.152 cannoni, 1.732 bombarde, circa 3.000 mitragliatrici e 300.000 fucili, 73.000 quadrupedi, 1.600 autocarri e 115 ospedali da campo, con la perdita di 14.000 Kmq di territorio nazionale e di 1.500.000 civili (e circa 400.000 sfollati, che nel tempo sarebbero stati mandati a migliaia in Emilia Romagna, nel Lazio, tanti persino nel Sud Italia, ad esempio in Puglia, Calabria ed in Sicilia, con gli ovvi problemi di accoglienza ed integrazione che si possono immaginare, soprattutto a lungo termine, sull'onda anche della generale diffidenza che avrebbe circondato tutti i reduci a vario titolo della disfatta).
La II° Armata italiana, la più forte di tutte, era stata praticamente annientata, la IV° aveva perso la 26° divisione, più le due aggregate del Gruppo Carnico (36° e 63°), ma per il resto aveva ordinatamente eseguito il ripiegamento, mentre la III° era praticamente integra, così il Regio Esercito era ridotto a circa 700.000 uomini, 400.000 dei quali però appartenenti al III° C.A. ed alla I° Armata non interessati dai combattimenti e quindi gli unici in piena e indiscutibile efficienza.

Il dramma delle tre armate finite sotto il torchio austro-tedesco si rispecchiava nei numeri dei prigionieri catturati tra il 24 ottobre ed il 4 novembre 1917: su 260.900, 202.000 appartenevano alla II° Armata (il 77,42%, pari al 30,6% degli effettivi dell'armata), 27.650 alla III° (10,60% sul totale, il 9,1% degli effettivi), 19.600 alla Zona Carnia (7,51% sul totale, pari al 21,5% degli effettivi), 11.650 alla IV° (4,47% sul totale, pari al 5,1% degli effettivi).
Da quel giorno, però, la linea difensiva italiana, arretrata di 140 chilometri rispetto a solo venti giorni prima e con uno sviluppo di soli 400 chilometri, più corta di 250 rispetto a solo 19 giorni prima, disposta senza soluzione di continuità dal Trentino all'Adriatico, si predispose a sostenere l'urto finale del nemico.
Ormai tutta l'impalcatura era stata apprestata per l'estrema resistenza, militare, logistica, infrastrutturale, morale.




Una delle prime trincee italiane in posizione sull'argine destro del Piave
Il comando era ormai passato come abbiamo visto al semisconosciuto Diaz, napoletano, uomo di buon senso, assai meno duro di Cadorna, più attento alla diplomazia e collaborativo con gli alleati, ed i cui primi provvedimenti, sembra richiesti in primis da Vittorio Emanuele III° in persona, furono in effetti tesi a dare respiro ai suoi uomini, con meno punizioni, un vitto migliore e più abbondante, licenze più lunghe, rotazioni in prima linea più frequenti, e addirittura la predisposizione di una tutela assicurativa obbligatoria e gratuita in caso di morte o invalidità in combattimento che rendessero gli uomini inabili al lavoro: questo aveva anche favorito il ritorno ai loro reparti di tanti sbandati, allettati dall'idea di un perdono senza conseguenze, tanto che in molte occasioni sarebbe bastato che i singoli comandanti si ripresentassero nei settori ov'era avvenuto lo sbandamento per vedersi spontaneamente raggiungere dai loro soldati. 
Rugantino (24 novembre 1917)




Il mutato clima psicologico, umano e morale della nazione, finalmente e per la prima volta sentitasi tutta insieme nella difficoltà un intero Popolo in Armi, favorito anche dalla predisposizione di una sistematica ed efficiente propaganda a favore delle truppe e degli stessi civili, affidata dalla primavera del 1918 ad un apposito Ufficio P (ma secondo un autore, Gian Luigi Gatti, in realtà già anticipato a grandi linee da una circolare del generale Giardino del 9 gennaio 1918, come si legge QUI), col compito di organizzare spettacoli, conferenze, "giornali di trincea" affidati a penne, intellettuali e vignettisti tra i migliori d'Italia, unito a queste se vogliamo ovvie ma allo stesso tempo epocali innovazioni portate da Diaz, contribuì molto a risollevare lo spirito combattivo dei nostri soldati, di chi li doveva guidare all'assalto, oltre che di tutta la nazione (una popolare vignetta vedeva due soldati sulle trincee opposte, con il tedesco che diceva:"Dio è con noi", e l'italiano che rispondeva: "E Diaz è con noi!"), ma va anche detto per onestà intellettuale che nemmeno la bonomia napoletana ed il buon senso del suo successore Diaz sarebbero serviti a granché di fronte ad un nemico in quel momento così potente e quasi inarrestabile senza la preveggente decisione di Cadorna di apprestare per tempo sin dai primi di settembre del 1917 le difese in profondità dal Piave all'Altopiano di Asiago passando per il Grappa.

ARRIVANO GLI ALLEATI

L'apporto degli alleati sul fronte italiano era stato fino a Caporetto assai limitato, circoscritto  all'invio a partire dalla primavera del 1917 da parte francese di consulenti militari e soprattutto di alcune squadriglie aeree da caccia e batterie d'artiglieria con una sessantina di pezzi da 120 mm schieratesi sul Globoçak alle dipendenze della II° Armata, e da parte britannica di 10 batterie della Royal Garrison Artillery per un totale di 40 Howitzer da 152 mm, alle dipendenze della III° Armata.
A seguito delle disperate richieste di Cadorna a Foch e Richardson sin dal 6 novembre (le avanguardie addirittura sin dal 31 ottobre) cominciarono ad affluire sul fronte italiano:

- da parte inglese, quattro squadroni aerei, due del No. 51 Wing (il 28° su caccia Sopwith Camel, il 34° su ricognitori R.E. 8), presso l'aeroporto di Grossa, a Gazzo Padovano, e due del No. 14 Wing (45° ad Istrana, 66° a Grossa, entrambi su Sopwith Camel), e soprattutto le cinque divisioni del B.E.F. (I) (British Expeditionary Force in Italy, Forza di Spedizione britannica in Italia), un totale di 110.000 uomini al comando del celeberrimo Lord Plumer,  il protagonista della vittoria di Messines (v. https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Messines), ma diretto sul campo da Lord Cavan: quelle 7°, 23° e 48° del XIV° C.A. al suo diretto comando e 5° e 41° dell'XI° C.A. di Sir Richard Hacking, inviate nel settore di Brescia;

- e sei francesi (un totale di 130.000 uomini, peraltro non di primissima qualità), poste al comando del Generale d'armata Marie Emilie Fayolle, che doveva rapportarsi direttamente col Comando Supremo italiano, ma col comando effettivo devoluto al Generale di divisione Denis August Duchene: le due 64° e 65° del XXXI° C.A. del Generale di divisione Marie Sixte Francois Rozée d'Infreville e le due autonome 46° e 47° di Chasseurs des Alpes, inviate nei settori di Mantova, Brescia e Vicenza, cui andarono poi ad aggiungersi dal 20 novembre le altre due 23° e 24° del XII° C.A. di Nourisson.

LE LOSCHE TRAME DEI FRANCESI

L'intendimento franco-britannico, come si può ben capire dalle loro iniziali sedi di destinazione, poste molto in profondità nelle retrovie del fronte, era semplicemente quello di fungere da riserva d'armata in caso di sfondamento da parte del nemico, anche se ben diverso era l'atteggiamento psicologico che muoveva i due alleati: se i britannici avevano un più sincero desiderio di dare una mano, nei limiti delle loro non enormi possibilità, anche perché non vedevano direttamente messa in pericolo la loro terra, in verità i francesi ritenevano di "dover salvare l'Italia da una disfatta generale", ritenuta praticamente quasi certa (tanto da arrivare a scavare trincee persino nei pressi di Custoza!) anche per gli enormi pregiudizi che avevano nei nostri confronti, vedendoci in fondo come un popolo quasi sottosviluppato di poveracci sfigati, troppo superstiziosamente devoti alla Madonna, alla Chiesa ed ai Santi, guidato da un "nano bastardo piemontese travestito da Re", con un esercito in cui era tutto sbagliato, dai generali incapaci agli ufficiali imbelli, dai soldati lavativi e cagasotto alla logistica cervellotica, fino persino alle razioni alimentari, considerate scarse e ripugnanti rispetto alle loro, che addirittura prevedevano il lusso del pesce ed in particolare del baccalà (per fortuna nel Vicentino non sarebbe stato un problema...)

In verità il retropensiero malevolo di Foch era quello, una volta defenestrato Cadorna, di poter condizionare le linee politico-strategiche anche sul fronte italiano, ritenuto assolutamente secondario e servente rispetto a quello occidentale, e se possibile dirigerlo in prima persona mettendovi a capo proprio Fayolle, tanto che Emilio Faldella riporta una lettera del 24 novembre inviata da un suo alto ufficiale al colonnello Herbillon in cui c'è scritto testualmente:
"La prima crisi che si prepara consentirà di mettere le mani sul comando italiano".
Insomma, la verità è che ai francesi sotto sotto andava bene, anzi diciamolo chiaramente se l'auguravano, una nuova disfatta italiana! 
Qui però sbagliarono clamorosamente i calcoli, traditi proprio dalla loro supponenza ("Gran boria e aria di sicurezza" l'avrebbe definita lo scrittore ed ex militare Paolo Caccia Dominioni,  così descrivendo le sue impressioni alla vista dei primi convogli di soldati francesi arrivati in Italia): credevano di poter venire a fare i capi in casa d'altri con un corpo di spedizione impressionante (anche perché sul loro fronte a parargli le terga stavano arrivando gli americani, sennò non l'avrebbero fatto), ma proprio l'aver mandato truppe di non eccelsa qualità, col preciso intento tra l'altro di tenerle lontane dal fronte "vero", dando precise e stringenti direttive in tal senso a Fayolle, fece sì che il nuovo arrivato Diaz, non un genio ma nemmeno un cretino, non si facesse affatto condizionare proprio da nessuno, tanto meno da chi, come loro, non era certo in prima fila, e non solo si rifiutò quindi di mettere sotto diretto comando alleato cinque divisioni italiane, come da loro richiesto, ma nemmeno si abbassò a chiedere agli anglo-francesi che inviassero in prima linea le loro forze.
"Vogliono tenere le loro truppe al riparo in retroguardia? Vogliono ficcare il naso nei miei affari? Si credono i nostri padroni? E allora faremo da noi!", 
questa in succo fu la risposta di Armando Diaz.

Così, di fatto di francesi e inglesi non ci sarebbe stato alcun bisogno, anche se la indomita resistenza italiana sul Piave, sul Montello, sul Grappa e sull'Altopiano di Asiago stupì e colmò di ammirazione così tanto gli alleati, che ad un certo punto, ai primi di dicembre, fu proprio il Generale Lord Herbert Charles Onslow Plumer, I° Visconte di Messines, il comandante del corpo di spedizione britannico, colui che facendo saltare dai suoi zappatori (sappers) del Royal Engineers Tunneling Corps in contemporanea 19 mine sulle alture di questa località delle Fiandre aveva creato la più grande esplosione della storia umana, ad offrirsi spontaneamente di mandare alcune divisioni in prima linea sul Montello, la 23° e la 48° del XIV° C.A. di Lord Cavan, costringendo così di malavoglia i francesi ad accodarsi, mandando a loro volta sul Grappa gli Chasseurs des Alpes della 47° divisione insieme con un reggimento rinforzato di artiglieria.

(V. https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=13065)

Armando Diaz avrebbe salutato così la loro entrata in prima linea, con un, diciamolo apertamente, "ipocritissimo" Ordine del Giorno del 5 dicembre 1917:
"Ufficiali e soldati d'Italia! In nome vostro io porgo il saluto delle armi italiane agli Alleati di Francia e d'Inghilterra prontamente accorsi tra noi, e oggi entrati in linea al nostro fianco. Nel passato, in salda fratellanza d'armi con loro, noi abbiamo combattuto e vinto per gli ideali supremi della giustizia e del diritto. Ancora una volta noi affrontiamo decisi l'avvenire che ci porterà alla vittoria accanto al magnifico esercito che l'inflessibile volontà del popolo inglese ha saputo creare, ed alle forti armate francesi che sanno la gloria secolare di mille battaglie. Ufficiali e soldati di Francia! Ufficiali e soldati d'Inghilterra! Oggi che le vicende della lotta, affratellandoci nella fusione del sangue versato, rendono la nostra unione più intima, io vi do con animo grato il benvenuto, e con fede convinta rinnovo l'augurio del comune trionfo".
...E POI ARRIVA IL MOMENTO PER NOI DI RESTITUIRE IL "FAVORE"

Tutto ciò che era stato dato sarebbe comunque stato reso.
Ad aprile del 1918, per la legge del contrappasso, con le truppe inglesi dell'XI° C.A. di Lord Hacking reinviate in Francia sin da gennaio e quelle francesi del XXXI° C.A. di Rozée d'Infreville (un totale di circa 100.000 uomini) ritornate in patria appena un mese prima per far fronte alle nuove, pesanti offensive tedesche, sarebbero stati stavolta gli sfigati italiani ad accorrere in soccorso dei cugini d'Oltralpe, col II° C.A. del Tenente Generale Alberico Albricci, composto dalla 3° e dall'8° divisione, rispettivamente ai comandi dei Maggior Generali Vittorio Emanuele Pittaluga e Giovanni Beruto, da due squadroni del 15° Cavalleggeri di Lodi e dal II° Reparto arditi (ex XIII°) del maggiore Ettore Guasco, per un totale di 25.000 uomini.
   
 (V. https://it.wikipedia.org/wiki/II_Corpo_d%27armata_italiano_in_Francia)

IL COLONNELLO BASSI SI PRENDE L'ULTIMA SODDISFAZIONE

Faceva parte di questo corpo di spedizione anche il colonnello Giuseppe Bassi, inviato al comando del 76° reggimento della brigata Napoli.
Alla testa di una colonna composta dal II° Reparto d'assalto, da un battaglione del 76° e dell'89° fanteria Salerno, uno del 43° fanteria francese, un gruppo d'artiglieria campale ed una compagnia mitraglieri francese, sfondò per 5 chilometri all'interno di un settore tenuto dai tedeschi, catturando parecchi prigionieri, armi e munizioni e persino una gabbia con 6 piccioni viaggiatori.
Siccome pochi giorni prima un giornale tedesco aveva scritto che
"(...) come a Caporetto, scacceremo gli italiani dal suolo francese con la punta dei nostri stivali", 

il colonnello ne approfittò per liberarne alcuni con un biglietto scritto in tedesco:
"Al Gen. Von Bohem, Comandante l'Armata dell'est. Da Goeux a Mary Premecy sventola la bandiera italiana. Sono stati catturati 30 Ufficiali, 350 uomini di truppa, mitragliatrici, una batteria da campagna, da quegli italiani che credevate scacciare dal suolo di Francia con la punta dei vostri stivali- Col. Bassi".

(V. QUI)


PARTE QUINTA 

NON DEVONO PASSARE

  21. LA BATTAGLIA D'ARRESTO 

Immagine tratta da https://www.ladigetto.it/permalink/2061.html

La linea difensiva era ormai delineata, con circa 700.000 uomini disponibili.
Il III° Corpo d'Armata del Tenente Generale Vittorio Camerana era schierato con due divisioni (3° e 6°) dallo Stelvio al Lago di Garda, poi seguivano la I° Armata del Trentino di Pecori Giraldi con altre 12 divisioni (XXIX°, V°, X°, XXVI°, XXII° e XX° C.A.) fino al Brenta, a protezione di Verona (e Milano), la IV° Armata del Grappa di Nicolis di Robilant al centro, attestata con 7 divisioni dal Brenta fino a Nervesa (XVIII°, IX° e I° C.A.), a protezione della pianura veneta (Vicenza, Padova, Rovigo e poi Mantova), infine la III° Armata del Piave di Emanuele Filiberto distesa a destra con 8 divisioni da Nervesa fino all'Adriatico (VIII°, XI°, XIII° e XXIII° C.A.), a protezione diretta di Treviso, Mestre e Venezia.
Erano 29 divisioni italiane in prima linea, con meno di 3.000 cannoni, quasi senza riserve: a parte le 5 divisioni anglo-francesi disposte molto in profondità dietro Brescia e Mantova, restavano infatti solo 4 divisioni di fanteria disponibili abbastanza efficienti ed il Corpo di  Cavalleria, uscito provatissimo dalla dura manovra di ripiegamento, mentre  circa altri 300.000 uomini, ciò che restava del XII° C.A. carnico di Tassoni e soprattutto della II° Armata di Montuori, restavano a leccarsi le ferite in retrovia, tra Vicenza, Padova e Rovigo.

Contro di loro erano schierati a specchio il Gruppo austro-ungarico Conrad, dallo Stelvio alla Valsugana (fiume Brenta), composto da 17 divisioni, 14 della sua XI° Armata dall'Astico alla Val Brenta (di cui 9 di riserva), 3 della X° Armata di von Krobatin tra Trento e Longarone (1 di riserva) ed a seguire, formalmente dipendenti dal Fronte Sud-Ovest al comando del Feldmaresciallo Arciduca Eugenio di Asburgo-Teschen, la XIV° Armata austro-tedesca di von Below, in posizione dal Brenta fino a Tezze (a sud del Ponte della Priula), con le 15 divisioni dei Gruppi Krauss (4), Stein (4), Hofacker (4) e Scotti (3, tutte di riserva), e da lì lungo il Piave fino al mare il Gruppo austro-ungarico Boroevic con altre 19 divisioni (4 di riserva), 11 della I° Armata dell'Isonzo, schierata dal Ponte della Priula fino alle Grave di Papadopoli, e 8 della II° da qui a Cortellazzo, sull'Adriatico.

Si trattava di oltre un milione di uomini, ben addestrati, ben armati, motivatissimi, col morale a mille, senza problemi di vettovagliamento (non parliamo del vino!), ma schierati sui 120 chilometri dall'Astico al mare in maniera un po' irrazionale, col settore più vitale, quello montano dal Pasubio al Grappa, di competenza di sole 12 divisioni austro-ungariche contro 8 italiane, e di contro quello lungo il Piave con ben 23 austro-tedesche contro le sole 11 italiane, senza gran parte delle artiglierie pesanti e delle bombarde tedesche, di cui Berlino aveva richiesto l'immediato ritiro non appena raggiunto il Piave, e con una catena logistica ormai comunque sempre più stressata ed in grave crisi soprattutto per l'approvvigionamento del munizionamento d'artiglieria, che poteva essere trasportato solo per ferrovia, con un sistema viario abbandonato però in fiamme dagli italiani e continuamente bombardato dall'aria dai Caproni...




Il piano degli austro-tedeschi era semplice: sfondare col Gruppo Conrad sull'Altopiano dei Sette Comuni in Val Frenzela e poi in Val Brenta verso Valstagna e Bassano e contemporaneamente coi Gruppi Krauss e Hofacker sulle confinanti pendici orientali del Grappa, il Monte Tomba ed il Monfenera, in tal modo tagliando fuori lo schieramento italiano sulla sponda destra del Piave, per dirigere immediatamente su Vicenza e Padova, raccordandosi col Gruppo Stein giunto a Treviso proveniente dal Montello ed il Gruppo Boroevic giunto a Venezia attraverso il litorale, e muovere tutti insieme su Verona, l'Adige, il Mincio, Milano...
Pare che fosse allo studio addirittura, una volta ottenuto questo già strabiliante risultato, un piano ancor più ambizioso, cioè l'attacco attraverso la Pianura Padana e da qui addirittura la neutrale Svizzera contro la Francia!
Gli austro-tedeschi avevano fatto comunque i conti senza l'oste.
Per oltre un mese e mezzo, fino al 26 dicembre 1917, con una breve pausa di una decina di giorni a cavallo della fine di novembre e la prima settimana di dicembre, 33 divisioni italiane (erano 65 ad ottobre), per un totale di 423 battaglioni appoggiati da 3.500 pezzi d'artiglieria, pur ripetutamente sconfitte in precedenza, stanche, depresse per le batoste ricevute e attestate su posizioni difensive ancora precarie e non ben scaglionate in profondità, ma animate da un rinnovato furor pugnandi, avrebbero finalmente tenuto duro contro 55 divisioni nemiche (736 battaglioni) ben sostenute da 4.500 bocche da fuoco, fino al punto di costringere i tedeschi a ritornare sul fronte occidentale, lasciando di nuovo gli austriaci soli, nella piena consapevolezza che ormai nessuno sarebbe più riuscito a sconfiggere l'esercito italiano.

LA PRIMA BATTAGLIA SUL PIAVE


Immagine tratta da https://www.magicoveneto.it/Trevisan/GrandeGuerra.htm



La battaglia d'arresto sul Piave cominciò sin dall'11 novembre, in due distinti settori, quello del Montello e quello dell'Ansa di Zenson.
Mentre quello stesso giorno cominciava il tentativo di sfondamento austriaco sull'Altopiano dei Sette Comuni, quello di Asiago, annunciando così l'inizio di una nuova fase della guerra, inutili si sarebbero rivelati nei due giorni successivi i ripetuti tentativi del Gruppo Von Stein, schierato tra Bigolino e Colfosco con la 12° slesiana di Lequis e la 13° Schutzen austro-ungarica di Kalser, di forzare comunque il Piave sul Montello, nella zona compresa tra Nervesa a est fino a Montebelluna e Crocetta, a partire da Vidor, anche perché ormai l'artiglieria tedesca veniva assai efficacemente controbattuta da quella italiana schierata in massa a difesa del fiume.

Passarella congiungente le arcate del Ponte di Vidor, fatto saltare dagli italiani in ritirata
Krafft von Dellmensingen avrebbe scritto:
"(...) La 12° divisione aveva tentato di travolgere la testa di ponte nemica a Vidor, sperando di riuscire a passare il ponte mescolandosi ai reparti nemici in ritirata: ma l'impresa incontrò una seria resistenza, sostenuta dall'intervento di numerose batterie postate sulla sponda destra del Piave. A sera la divisione ancora non era riuscita ad avvicinarsi al ponte, che verrà fatto saltare dal nemico durante la notte sull'11 novembre. (...) In base al medesimo ordine d'idee, fin dal mezzogiorno del 14 novembre era stato impartito al Gruppo Stein l'ordine di strappare di forza un passaggio sul Piave. La coincidenza era certamente favorevole e la sera del 15 l'incarico di eseguire il tentativo venne commesso alla 12° divisione ed alla 13° Schutzen, rispettivamente a San Vito a sud di Valdobbiadene ed a Mina (nord di Nervesa). Una volta che l'azione fosse riuscita, le unità adiacenti [50° austro-ungarica e 117° tedesca, nota mia] dovevano accodarsi immediatamente. I tentativi di superamento del Piave condotti la sera del 15 novembre dalla 12° divisione e dalla 13° Schutzen trovarono un nemico forte e attento. La preparazione d'artiglieria non era stata sufficiente per ridurre completamente al silenzio le mitragliatrici italiane; infatti ad essa era mancato l'intervento delle bombarde di medio e grosso calibro già in gran parte restituite al fronte francese. Nemmeno si riuscì a far arrivare in tempo i traini con gli equipaggi da ponte: così i tentativi fallirono in tutti e tre i punti stabiliti. Il comando d'armata ne proibì la ripetizione, poiché ormai era evidente che soltanto un'azione in grande stile e ben programmata avrebbe portato al successo; e per questo bisognava oltretutto disporre di munizioni in quantità e un loro più consistente afflusso ormai poteva avvenire soltanto dalla riattivazione delle linee ferroviarie".
Come nel prospiciente settore del Basso Piave, anche sul Montello, nonostante i ripetuti tentativi offensivi del Gruppo Stein puntualmente frustrati dai difensori italiani, la situazione sarebbe rimasta praticamente invariata, e le divisioni italiane sarebbero state addirittura affiancate ed in certi tratti sostituite in prima linea il 4 dicembre dalle due inglesi 23° e 41° del XIV° C.A. del Tenente Generale Frederick Lambart, X° Conte di Cavan, su espressa richiesta del comandante del corpo di spedizione britannico, Lord Plumer, ammiratissimo della indomita resistenza italiana, una richiesta reiterata addirittura due volte a Diaz, il 24 ed il 26 novembre!


Baccio Maria Bacci, Alle grave di Papadopoli (Sul Piave), 1917

Molto duri furono anche i combattimenti sostenuti nel settore da Cimadolmo al mare, ov'era  schierato contro gli italiani l'intero Gruppo d'Armate austro-ungarico Boroevic, costituito da tre corpi d'armata, il II° da Cimadolmo a Ponte di Piave (28° e 57° divisione), il VII° da Ponte di Piave a Noventa di Piave (44° e 14°), il XXIII° da lì al mare (10° e 41° più la 1° brigata Landsturm), più altre sei divisioni di riserva (9°, 12°, 20°, 35°, 48° e 60°).


Immagine tratta da http://www.guardiagreleweb.net/focus/storia/3064/andrea-bafile-nella-difesa-del-basso-piave


In particolare fu accesissima la battaglia avvenuta nella strategica Ansa di Zenson, a mezza strada tra Ponte di Piave e Fossalta, non lontano da San Donà, in cui il fiume si insinuava in profondità ben all'interno delle linee italiane, tra i settori del XIII° e del XXIII° C.A.: qui gli austro-ungarici riuscirono il giorno 12 a costituire con due battaglioni del 73° fanteria della 44° divisione Schutzen del Luogotenente Feldmaresciallo Schonauer una testa di ponte ed a passare dall'altra parte, ma il successivo assalto il giorno seguente della 57° divisione del parigrado Joseph Hrozny sul settore dell'XI° C.A. venne facilmente respinto dalla brigata Venezia ed un altro più a sud della 41° Honved ungherese del Maggior Generale Rudolf Schamschula Simontornya venne respinto a San Donà dalla brigata Arezzo ed a Intestadura dalla Bari.
Gli austriaci riuscirono così ad insinuarsi alle spalle delle difese fluviali solo a Cortellazzo, senza poter andare oltre, anche per la ferrea opposizione del XXI° Reparto d'assalto degli arditi e dei neonati quattro battaglioni di marinai appiedati Monfalcone, Grado, Caorle e Golametto del Reggimento Marina agli ordini del capitano di vascello Conte Alfredo Dentice di Frasso (i progenitori dell'attuale San Marco), supportati dai cannoni di medio e grosso calibro del Raggruppamento Artiglieria della Regia Marina del capitano di fregata Antonio Foschin.

Un grosso impatto anche psicologico sulla battaglia ebbero pure le continue incursioni notturne dei neonati Caimani del Piave, uno speciale reparto di 800 arditi nuotatori creato in pochi giorni dall'Ammiraglio Vittorio Tur con volontari del posto, esperti quindi delle acque, delle correnti e delle secche del Piave, tutti abilissimi nuotatori addestrati all'uso dell'arma bianca e per la prima volta alle arti marziali, apprese da istruttori reduci dall'Oriente e dalla Guerra dei Boxer in Cina (ma anche da una singolarissima figura di intellettuale, il giapponese residente in Italia Harukichi Shimoi, innamoratissimo della nostra cultura, arruolatosi volontariamente negli arditi), con lo scopo di combattere una spietata guerriglia fluviale andando in azione indossando una muta completamente nera dalla testa ai piedi quando non addirittura esclusivamente dei calzoncini da bagno, col corpo coperto di una mistura di grasso (per proteggersi dal freddo) e di nerofumo (per emergere invisibili dall'acqua).

Proprio a loro, che inquadrati nella 1° divisione d'assalto del Maggior Generale Ottavio Zoppi avrebbero partecipato al trionfo di Vittorio Veneto, sarebbero stati dedicati due monumenti, uno a Falzè di Piave ed un altro a Sernaglia della Battaglia, da dove in quell'occasione varcarono il Piave, e un film, "Il caimano del Piave", con Gino Cervi, uscito nel 1951 con la regia di Giorgio Bianchi.

La progressione degli austro-ungarici venne tuttavia definitivamente fermata alle Grave di Papadopoli e a Grisolena, ov'era la foce del Piave, un insieme di isolette, acquitrini, paludi salmastre e malsane che divideva il fiume per diversi chilometri in due o più parti ed in cui la malaria imperversava: qui la brigata Lecce (265° e 266° reggimento) del Brigadier Generale Ugo Cei della 31° divisione e la Novara (153° e 154°) del colonnello brigadiere Vittorio Ottolenghi e la III° bersaglieri (17° e 18°) del parigrado Santi Ceccherini della 54° distrussero tra il 15 ed il 17 novembre all'altezza di Molino della Sega, con l'appoggio anche delle batterie della Regia Marina, sia fisse che montate su pontoni armati e su cannoniere naviganti sul basso corso del fiume, le forze avversarie che sotto la protezione di un poderoso fuoco di artiglieria provavano a passarlo su barconi e passarelle di legno tra Salettuol e Sant'Andrea di Barbarana, facendo anche parecchi prigionieri.


Immagine tratta da http://leggerealumedicandela.blogspot.it/2017/11/paolo-malaguti-prima-dellalba-ed-2017.html





Nel violentissimo scontro la sola brigata Lecce annientò con un formidabile contrattacco nel settore di Folina un intero battaglione, facendo 300 prigionieri con 10 ufficiali e catturando col 266° reggimento 8 mitragliatrici e molto altro bottino, mentre in quello di Fagarè, a cavallo della ferrovia Treviso-Oderzo,  la Novara e la III° bersaglieri, col concorso anche del 13° fanteria del tenente colonnello Giovanni Brolis della Pinerolo (4° divisione) e del 268° della Caserta (28° divisione) del tenente colonnello Pilade Pucci, sconfissero e disarticolarono completamente truppe ancora superiori di numero, due battaglioni del 92° fanteria, costretti a ripiegare in disordine sotto gli impietosi colpi delle artiglierie navali lasciando sul terreno centinaia di caduti ed in mano italiana almeno 600 prigionieri.


Altra scritta famosa, erroneamente ascritta al fascismo, presente invece in una casa di Sant'Andrea di Barbarana , verso Ponte di Piave
Harukichi Shimoi
(Fukuoka, 20 ottobre 1883-
Fukuoka, 1 dicembre 1954)
I successi difensivi del 16 e 17 novembre, che fruttarono agli italiani un totale di 51 ufficiali e  1.212 uomini di truppa fatti prigionieri e la conquista di 27 mitragliatrici, vennero celebrati, citandone le truppe protagoniste, nei due bollettini nn. 907 e 908, ma non impedirono comunque il giorno dopo un nuovo tentativo del nemico, diretto proprio sull'Ansa di Zenson difesa dal XXIII° C.A., pochi chilometri più a sud-est, con lo scopo di dare una profondità più verso l'interno alle due teste di ponte conquistate comunque il 16 novembre nel Basso Piave, con un rapido colpo di mano, a Cavazuccherina (l'attuale Jesolo) e Chiesa Nuova, che però da sole significavano ben poco perché le acque malariche della laguna veneta davanti a loro impedivano ogni immediata avanzata.

Ancora una volta, però, l'attacco del Gruppo Boroevic fu frustrato dai soliti, eroici ed inesauribili bersaglieri della III° brigata, quelli dei battaglioni LXIV° del 17°, LXVIII° e LXIX° del 18° reggimento, insieme stavolta col XXI° Reparto d'assalto degli arditi (alla fine di novembre ne sarebbero sopravvissuti solo 300 su 900) ed i quattro reggimenti 1° e 2° della Granatieri (4° divisione) e 145° e 146° della Catania (28° divisione), il cui comandante Giri era stato ferito nei giorni immediatamente precedenti.
Anche in questo caso il bollettino del Comando Supremo n. 909 del 19 novembre citò espressamente tutti questi reparti.
Il comandante del LXIX° bersaglieri, capitano Francesco Rolando, caduto sul campo, avrebbe ottenuto la medaglia d'oro alla memoria, mentre quello del 18° reggimento, il colonnello Filippo Zamboni, la croce di cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia.
La III° brigata bersaglieri per la sua resistenza sul Piave nella prima battaglia d'arresto e nella successiva battaglia del Solstizio fu decorata nel 1920 con la medaglia d'oro al valore.
L'insuccesso degli affondi nemici tra il 16 ed il 18 novembre decise di fatto la contesa sul Piave, orientando gli Alti Comandi austro-tedeschi a rivolgere le proprie attenzioni soprattutto sul massiccio del Grappa, anche se Boroevic tentò un ultimo, infruttuoso assalto all'antivigilia di Natale, così il 31 dicembre gli austriaci decisero di interrompere definitivamente l'offensiva.

LA BATTAGLIA SULL'ALTOPIANO DEI SETTE COMUNI (ASIAGO)


L'Altopiano dei Sette Comuni (detto anche Altopiano di Asiago)









Ma la battaglia infuriava come detto su tutto il fronte tenuto dalle tre armate italiane, a partire dal settore di Asiago, sulla linea delle Melette, un gruppo montuoso con altezza che variava dai 1300 ai 1800 metri situato nella zona centro-orientale dell'Altopiano dei Sette Comuni, in provincia di Vicenza.
Qui il Comando Truppe degli Altipiani del Tenente Generale Armano Ricci Armani, inquadrato nella I° Armata di Pecori Giraldi e formato dal XXVI° C.A. di Augusto Fabbri (11° e 12° divisione), schierato da Astico ad Asiago, dal XXII° di Antonio Gatti (2° e 57° divisione), da qui al Monte Zomo, dal XX° di Giuseppe Francesco Ferrari (29° e 52° divisione), dallo Zomo al Col Moschin, si contrapponeva direttamente all'ala sinistra del Gruppo d'Armate Conrad, composta dal III° C.A. del Generale di fanteria Joseph Ritter Krautwald  von Annau (19°, 52°, 21°, 6° divisione, 41 battaglioni in totale, da Val D'Astico a Monte Dorole) e dal Gruppo Kletter (18° e 106° divisione, 13 battaglioni, dal M. Dorole al canale del Brenta), alla testa del parigrado Ernst Kletter Edler von Gromnik, con altre due divisioni di riserva nella zona di Trento-Lavarone (16 battaglioni).

Dal Sisemol alle Melette erano schierate fianco a fianco tre divisioni italiane, una del XXII° C.A. e due del XX°, a loro volta strettamente collegate al settore della IV° Armata posizionata sul massiccio del Monte Grappa:

- la 2° divisione del Maggior Generale Arturo Nigra (XXII° C.A.), con la brigata di fanteria Liguria del colonnello brigadiere Umberto Zamboni e la IV° bersaglieri del Brigadier Generale  Renato Piola Caselli (coi due reggimenti 14° e 20° ed il 5° aggregato);

- la 29° del Maggior Generale Giuseppe Boriani, con le brigate Pisa, Perugia e Toscana rispettivamente dei colonnelli brigadieri Paolo Cornaro, Euclide Turba e Marcello De Luca e la I° brigata bersaglieri del Maggior Generale Adolfo Leoncini, a ranghi ridotti ed appena innervata dai contingenti della classe '98 e del I°/'99, col 12° ed il 6° reggimento insieme coi resti del 4° e del 21° ex V° brigata distrutti a Caporetto;

e la 52° alpina del Tenente Generale Angelo Como Dagna Sabina, con la brigata Regina del colonnello brigadiere Pietro Biancardi ed il I° e il IV° Raggruppamento alpino, ai comandi dei  parigrado Ernesto Fornari e Michele Eraldo Rho, con le batterie del I° Raggruppamento di artiglieria da montagna, su quattro gruppi ognuno su tre batterie, il XXX° (batterie 31°, 94° e 95°), il XXXII° (49°, 50° e 65°), il LIII° (30°, 38°, 47°) ed il LVII° (117°, 124°, 158°): v. QUI.

Dopo che già il 9 novembre le nostre truppe della 2° divisione avevano preferito ritirarsi sin da subito a est di Asiago, lasciando un po' interdetto Conrad che non se lo aspettava, sotto i primi attacchi diretti in direzione del Monte Bertiaga dal Gruppo Vidossich della 6° divisione (III° C.A.) ora al comando del Maggior Generale Joseph Ritter Schilawsky von Bahnbruck,  quelle della 29° disposte a difesa delle Melette avevano magnificamente retto alla ben più potente offensiva scatenata tra l'11 ed il 12 novembre tra Ferragh e Gallio, in cui si erano distinti nella difesa gli arditi del XVI° Reparto d'assalto e le  brigate Pisa (29° e 30°) e Toscana (77° e 78°), nonché il 5° bersaglieri del colonnello Roberto Raggio (citati tutti nel bollettino n. 901 dell'11 novembre), ed in particolare nella notte tra l'11 ed il 12 novembre il 9° fanteria ed elementi del 10° della brigata Regina ed il battaglione alpino Verona del 6° reggimento (citati nel bollettino n. 903 del 13), ma nulla avevano potuto alle prime luci dell'alba del 13, quando l'intera linea venne attaccata in massa dal Gruppo Conrad dopo un intenso bombardamento di artiglieria, con obiettivi in particolare le Melette di Foza (1083 m), col Gruppo Kletter, e di Gallio (1676 m), con cinque battaglioni della 6° divisione nemica preceduti da reparti d'assalto.
Costretta nel pomeriggio ad abbandonare Asiago ed il Monte Longara (1610 m), vanamente conteso al nemico dal 77° fanteria, ed a ripiegare sul Monte Sisemol (1242 m), la 29° divisione, rimasta ormai completamente scoperta sul suo fianco sinistro, nei giorni successivi avrebbe comunque respinto il nemico prima nella notte del 14 sul tratto Sisemol-Meletta Davanti, poi poche ore più tardi su quello Meletta Davanti-Monte Fior-Monte Castelgomberto, presidiato dai battaglioni alpini Bassano, Verona e Sette Comuni del III° Gruppo.

La battaglia allora si scatenò in tutto il settore dei monti Miela (1782 m), Fior (1824 m) e Castelgomberto (1771 m): contro un nemico ora molto più numeroso e potente i fanti della Perugia, della Regina, della Toscana e della Liguria, i bersaglieri e gli alpini, tra cui si distinsero in particolare il Monte Baldo del 6° reggimento (IX° Gruppo) ed il Monte Cervino del 4° (VI° Gruppo), che avrebbe patito la perdita di 30 ufficiali e quasi 1.000 uomini, venendo per questo decorato con la medaglia d'argento al valore, gareggiarono in coraggio e valore per tenere le posizioni, che passarono più volte di mano dall'uno all'altro schieramento.
Sui contrafforti del Tondarecar (1673 m) il battaglione alpino Monte Marmolada del maggiore Cesare Boffa del 7° reggimento, chiamato a difendere con gli altri due battaglioni del III° Gruppo del tenente colonnello Ettore Milanesio, il Cuneo ed il Val Dora, la linea che andava da quella vetta fino al Badenecche (1444 m), per ben sette volte respinse il nemico intenzionato a sfondare per straripare in pianura, ed allo stesso modo si comportarono sul Monte Zomo (1257 m) i due reggimenti 157° e 158° della brigata Liguria e sulla Meletta Davanti (1693 m) il 129° del colonnello Paolo Paolini della Perugia.
Tutti questi reparti, citati insieme nel bollettino n. 908 del 18 novembre, riuscirono con l'appoggio delle artiglierie a tenere fino al 23 novembre, quando l'Imperatore Carlo in persona, presente al fronte in quei giorni, ordinò di sospendere l'offensiva a causa delle perdite subite, anche se negli ultimi scontri prima della pausa proprio la Perugia dovette sopportare le gravi perdite il 22 novembre a Meletta Davanti del tenente Raffaele Stasi del 130° reggimento, decorato con la medaglia d'oro alla memoria per essere caduto colpito da una mitragliatrice mentre conduceva un assalto della sua compagnia alle trincee nemiche; il 23 a Castelgomberto proprio del suo comandante Euclide Turba, anch'egli decorato con la medaglia d'oro alla memoria per essere stato colpito a morte dopo aver respinto ben cinque volte gli assalti del nemico con forze molto inferiori di numero; ed infine il 24 di quello del 130° reggimento, il tenente colonnello Cesare Cappelli, finito disperso.
In totale la sfortunata brigata Perugia avrebbe avuto in quei 13 giorni di combattimento ben 67 ufficiali e 796 militari di truppa caduti o dispersi.
La bandiera del 129° fanteria sarebbe stata decorata con la medaglia d'argento al valore.




La situazione permase stazionaria fino alla mattina del 4 dicembre,  quando, al culmine di un fuoco d'artiglieria via via crescente d'intensità iniziato sin dal giorno precedente, Conrad lanciò un attacco avviluppante sull'intero massiccio, a sinistra sul Monte Zomo (1257 m), con la posizione laterale di Stenfle, a destra sul Badenecche-Tondarecar, con obiettivo seguente Castelgomberto e gli strapiombi della Val Frenzela, cui vennero destinati:

- da nord-ovest il III° C.A., con 14 battaglioni e mezzo, mossosi all'attacco  della Val Frenzela e dei bordi dirupati del torrente Miela con l'ala sinistra del Gruppo Vidossich rinforzato della 6° divisione, e contro Stenfle con l'ala sinistra della 21° Kaiserchutzen del parigrado ceco Alois Podhajsky;

- e da nord-est il Gruppo Kletter, con 26 battaglioni ed una compagnia, con la 18° divisione di Julius Vidalè (1° e 3° brigata da montagna e 11° di fanteria) sul Tondarecar ed il Badenecche, e la 106° del Luogotenente Feldmaresciallo Karl Kratky su Castelgomberto.

La linea del fronte era presidiata sullo Zomo ancora dalla brigata Liguria; sul Gallio dal XXXVI° battaglione del 12°  bersaglieri, chiamato a rilevare dal 30 novembre il 130° Perugia; a cavallo della Val Miela da due battaglioni del 129°; sulle alture a nord dal IV° Raggruppamento alpino (con i battaglioni Monte Cervino, Monte Pasubio e Monte Saccarello del neocostituito XV° Gruppo provvisorio del tenente colonnello Umberto Faglia verso Monte Fior e con i tre del III° Gruppo, con il Cuneo ed il Marmolada in prima linea ed il Val Dora di rincalzo, su Castelgomberto e fino alla Val Segantini); ed infine dal Monte Tondarecar al Benedecche dal resto della I° brigata bersaglieri ora passata al colonnello brigadiere Enrico Novelli (il VI° ed il XIX° battaglione del 6° reggimento, il XXVII° del 4° al comando del colonnello Pietro Anselmi ed i resti del 21°).

Annunciati da potenti azioni di mitragliamento a bassa quota dei caccia austriaci e da un nuovo, terribile tiro di distruzione effettuato alle 8,00 di mattina da parte di ben 500 bocche da fuoco (384 pezzi di piccolo calibro, 87 di medio, 26 di grosso e 6 di grossissimo), preceduto alle 5,00 da quello condotto con granate cariche di gas lacrimogeni e della terribile yprite, da un lato sul Monte Valbella, sul Col del Rosso e sulla Val Chiana, e dall'altro nella zona di Malga Lora, i 43 battaglioni e mezzo austro-ungarici si scagliarono contro i 21 italiani, nemmeno a ranghi completi, sostenuti questi ultimi solo dai 160 pezzi delle poche batterie alpine del Sasso Rosso e dei roccioni di San Francesco.
La 29° divisione (nominalmente composta all'1 dicembre da 800 ufficiali e 23.000 uomini di truppa, ma con ben 252 dei primi e 9.144 dei secondi arrivati proprio quel giorno) venne letteralmente travolta: nonostante l'intrepida resistenza di due battaglioni del 158° Liguria di fronte all'intero Gruppo Vidossich sullo Zomo, in rapida successione vennero persi sotto l'attacco della 106° divisione austriaca i presidi della Meletta di Gallio, dello Sbarbatal (1566 m), del Tondarecardel Badenecche, dello Spil (1808 m) e di Castelgomberto, con gli alpini del Marmolada (il cui comandante maggiore Boffa, fatto prigioniero, avrebbe potuto mantenere le armi a titolo d'onore), che furono gli ultimi ad arrendersi sul Tondarecar alle 14,00 del 5 dicembre, ormai totalmente accerchiati da un battaglione Schutzen dell'Alta Austria, dal 4° battaglione del 27° fanteria e dal 5° del 1° reggimento bosniaco, tanto da meritarsi la medaglia d'argento.
Nell'azione si distinse particolarmente da parte austriaca il maggiore Costantino Valentini, dalle chiarissime ascendenze italiane, che condusse sul campo il 3° reggimento Kaiserschutzen "Innichen" del colonnello Joseph Hadaszcock, catturando in Val Miela centinaia di prigionieri ed un notevole bottino in armi e materiali, tanto da ottenere la più alta decorazione militare austro-ungarica, l'Ordine di Maria Teresa.
I presidi italiani dello Zomo e del Sisemol, attaccati in massa tra il 5 ed il 6 dicembre rispettivamente dalla 52° divisione (Feldmaresciallo Heinrich Goiginger) e dalla 21° Kaiserschutzen, erano a quel punto ormai condannati: per coprire l'affannoso inevitabile ripiegamento della divisione il Maggior Generale Graziani (proprio lui!), passato ora al comando del I° Raggruppamento alpino, gettò nella mischia anche i suoi battaglioni Tirano, Vestone, Stelvio, Valtellina e Spluga, del I° Gruppo del tenente colonnello Antonio Ferrari, e quelli del X° Gruppo del colonnello Celestino Bes (Morbegno, Val D'Adige, Monte Berico e Vicenza), venuti a sostituire in prima linea gli stremati Verona, Bassano, Monte Baldo e Sette Comuni del IX° Gruppo del tenente colonnello Guido Scandolara, facendoli schierare sul fondo della Dolina Val Vecchia (1520 m).

Mentre il 77° Toscana (che perdeva il suo comandante, tenente colonnello Ugo Giulio Bassi), isolati reparti soprattutto di alpini e bersaglieri ed anche il IX° Reparto d'assalto continuavano a tenere duro il 5 dicembre nei settori di sinistra e centrale della 29°, e le batterie italiane, in particolare quelle del III° gruppo del 35° artiglieria da campagna, ormai quasi tutte circondate e rimaste senza munizioni, erano costrette a buttare i loro pezzi nei burroni, con gli artiglieri obbligati a tentare una improbabile via di fuga sotto il naso del nemico ormai dilagante, per rafforzare le difese a protezione di Valstagna venivano inviati un battaglione complementare della brigata Regina e i due reggimenti 253° e 254° della brigata Porto Maurizio (57° divisione), giunta in ferrovia a San Nazario dopo essere stata riassemblata in fretta e furia a Bassano, che venivano a schierarsi a sbarramento del Brenta, tra Col D'Astiaga, Pra Lungo, Merlo e la stessa Valstagna, con lo scopo di formare un fronte unico direttamente collegato al X° Gruppo alpino a sua volta inviato a protezione del Col Moschin (1279 m), al confine col settore della IV° Armata, praticamente fianco a fianco alla 51° divisione schierata sul Monte Asolone nel massiccio del Grappa, continuamente sferzato dalle artiglierie austro-tedesche di Krauss, sempre più dannatamente vicine.

Il neo comandante della I° brigata bersaglieri Novelli veniva preso prigioniero, come quello del III° Gruppo alpino Milanesio, quello del 4° bersaglieri Anselmi rimaneva ferito, ma la lotta era ancora viva il 6 dicembre (come attestano le 5 medaglie d'oro individuali conferite, 4 alla memoria, al sottotenente Giacomo Pallotti ed al sergente Francesco Rossi del 6°, ai tenenti Guido Maifreni e Giuseppe Mancini del 12°, ed una al sopravvissuto tenente Emilio Pantanali del 14°), anche se ormai andava spostandosi sulle linee arretrate tra Monte di Valbella e Sisemol, con il coinvolgimento anche degli altri otto battaglioni della IV° brigata bersaglieri: sulla Malga Stenfle (1158 m) i tre XIV°, XXIV° e XLVI° dell'aggregato 5° reggimento del colonnello Roberto Raggio, a seguire quelli del 14° reggimento, sulla cima il XL°, sulla ridotta il LIV° e fino a Bertigo (1099 m) il LXI°, ed infine di riserva tra Bertigo ed i rovesci est-nord-est del Sisemol i due del 20° (LXXI° e LXXII°).

L'attacco decisivo avveniva alle 13,00 nel punto di sutura tra le linee del 5° e del 14° bersaglieri, quando a ondate il nemico si fiondava tra Roncalto Perk e Fonte, sfondando alle 14,45 tra la destra del 5°, tenuta dal XIV° battaglione, e la sinistra del 14°, ov'era il XL°.
Nonostante l'impegno profuso ed il tantissimo sangue versato dai due reggimenti, che sarebbero stati decorati con la medaglia di bronzo, gli austro-ungarici sfondavano tra le 15,00 e le 16,00 l'intero settore, esondando verso le pendici orientali del Sisemol tenute dal 20° bersaglieri, con la messa fuori combattimento di 69 su 86 ufficiali e 2.456 uomini di truppa su 3.000, di cui 1.060 presi prigionieri secondo i rapporti del nemico: dopo 12 ore di accanitissima lotta, gli eroici difensori furono costretti a ripiegare, col conseguente collasso di tutta la linea difensiva e la inevitabile perdita definitiva e completa del Miela, del Sisemol ed infine da ultima della Malga Stenfle, ma le nostre truppe, costrette ad arretrare sulla cosiddetta Linea dei Tre Monti, Col d'Echar (1366 m)-Monte Valbella (1312 m)-Col del Rosso (1281 m), fino al ciglio destro della Val Frenzela, riuscirono a reggere ben sei consecutivi attacchi del nemico, riuscendolo finalmente a fermare.
Al termine di tre giorni la cosiddetta "Battaglia delle Melette" si concludeva: i conti per gli italiani, soprattutto bersaglieri, alpini ed artiglieri, erano impietosi, registrando la perdita complessiva di 700 ufficiali e 18.000 uomini, di cui 14.000 prigionieri, con il 75% della 29° divisione andato perduto, oltre a 81 pezzi, più di 200 mitragliatrici, 400 bombarde e molto altro materiale conservato nei depositi di Foza in fiamme, che finirono per estendersi anche all'intero paese, occupato dalla 18° divisione di Vidalè.

Vi era ormai per gli italiani il gravissimo rischio di lasciare aperta la porta per Valstagna, con la possibilità per il nemico di prendere alle spalle anche la IV° Armata e fiondarsi su Bassano e la Valsugana, ma ormai anche le truppe austro-ungariche erano stremate, tanto da abbisognare, secondo Conrad, di almeno tre divisioni fresche, ed in più intervenne copiosa anche la neve, così le operazioni offensive del nemico cominciarono nuovamente a ristagnare, anche per l'attività incessante della nostra aeronautica, che impegnò tra il 6 e l'8 dicembre circa 150 aerei complessivamente, bombardando ripetutamente coi Caproni e coi dirigibili le retrovie e le trincee avversarie e battagliando in tanti duelli con quelli nemici, abbattendone tre: proprio il 7 dicembre il maggiore Francesco Baracca della 91° squadriglia, col suo nuovo SPAD XIII, avrebbe ottenuto sul Monte Kaberlaba la sua trentesima vittoria, quella che gli sarebbe valsa, insieme con la citazione nel bollettino dell'8 dicembre, anche la medaglia d'oro al valore, una delle tante decorazioni anche internazionali che avrebbe ricevuto nella sua pur breve vita.


Reparti della Sassari sul Col del Rosso







Proprio a ridosso del Natale le ostilità sarebbero riprese, in quella che sarebbe stata appunto chiamata la "battaglia di Natale": favoriti da un imprevisto miglioramento del tempo, che fece sciogliere gran parte della neve a medio-bassa quota, con nebbia nelle valli ma sufficiente visibilità più in alto, nonostante la temperatura di -3°, un totale di 24 battaglioni e mezzo austriaci più 8 di riserva appoggiati dal fuoco intensissimo di 559 cannoni (441 di piccolo, 88 di medio, 20 di grosso e 10 di grossissimo calibro) appartenenti al III° Corpo (12° brigata e Gruppo Vidossich, con la 56° brigata in seconda linea) ed al Gruppo Kletter (1°e 9° brigata da montagna della 18° divisione,  con la 181° brigata di riserva), attaccarono l'intero settore presidiato dalla 2° divisione italiana, rispettivamente sul Monte Valbella e sul tratto Col del Rosso-Col d'Echele (1107 m).

Preceduti dal solito bombardamento caricato preventivamente a gas, essi si scagliarono sulle difese italiane, schierate lungo una linea molto frastagliata con andamento da nord-est a sud-ovest, con la neo arrivata brigata Verona del Maggior Generale Gaetano Polver dal ciglio destro di Val Frenzela per il Buso, Zaibena e le Portecche con tre battaglioni in prima linea e tre in seconda, a seguire l'intera Livorno del colonnello brigadiere Alberto De Marinis posizionata quasi ad angolo retto sul Valbella, col 78° Toscana del tenente colonnello Ernesto Polli in seconda linea, e sulla sinistra da Cima Echar fino alle pendici occidentali del Kaberlaba  la Pisa del Maggior Generale Giulio Corradi ed in seconda linea la Mantova del colonnello brigadiere Pasquale De Angelis.
Nonostante l'inaspettata reazione delle nostre povere artiglierie (meno di 200 pezzi), che impediva il movimento alle riserve nemiche tanto da rendere necessario batterle di nuovo a gas, il formidabile tiro di distruzione di quelle nemiche causava vuoti spaventosi soprattutto sul Valbella difeso dalla Livorno, costretta alla fine ad arretrare sul lato del 33° fanteria all'irruzione di forze nemiche numericamente strapotenti.
Si apriva così la strada prima del Col d'Echele (1107 m) ed una volta conquistato questo del Col del Rosso presidiato dalla Verona, il cui fianco sinistro costituito dall'86° fanteria, ormai battuto da tre lati dalle mitragliatrici nemiche, veniva ben presto tagliato fuori, con l'effetto di creare una spaventosa falla esattamente al centro delle difesa italiana che minacciava di estendersi anche all'intera ala destra.
Erano a questo punto obbligati ad intervenire  per cercare di tamponare la breccia le riserve, un battaglione del 30° Pisa ed entrambi i reggimenti della Toscana, ma invano: alle 14,30 il caposaldo sul Valbella del 33° cadeva.

La situazione in serata precipitava, con la Verona in gran parte catturata ed il Monte Melago ed il ridotto di Costalunga minacciati da vicino, tanto da causare una notevole crisi nell'intero dispositivo italiano, che portò ad affidare il Comando Truppe Altopiani all'anziano Tenente Generale Gaetano Zoppi in sostituzione di Ricci Armani ed il XXII° C.A. al Tenente Generale Arcangelo Scotti comandante della 57° divisione al posto di Gatti.
Mentre tra il 27 ed il 29 dicembre venivano con regolarità bombardate dall'aria Treviso, Montebelluna, Castelfranco Veneto e soprattutto Padova, gli ormai disperati difensori, con l'enorme contributo di sangue loro e delle sopravvenute brigate Porto Maurizio (57° divisione), Sassari, Regina, del 213° Volturno (12° divisione), degli alpini del Bassano, del 5° bersaglieri (citato nel bollettino del 25 dicembre insieme col 78° Toscana) e del XVI° e XXIV° Reparto d'assalto, quest'ultimo praticamente annientato con la perdita di 188 uomini, riuscirono tuttavia a consolidarsi saldamente nella retrostante linea corrente tra la cima dell'Echar (1366 m), Busa del Termine, Monte Melago (1281 m) e Pizzo Razea (972 m), inducendo a questo punto il nemico a fermare le operazioni per cominciare a predisporre nuovi trinceramenti difensivi in vista dell'inverno incombente, con sommo rincrescimento di Conrad che ormai si vedeva a Bassano e recriminava per la mancata autorizzazione di Berlino a mettergli a disposizione quelle due o tre divisioni che gli sarebbero state necessarie per sfondare l'ormai stremato schieramento italiano...
Tra il 27 ed il 28 gennaio 1918, tuttavia, un poderoso contrattacco italiano preceduto da un terrificante bombardamento d'artiglieria (a gas in Frenzela e Val Miela), condotto in prima fila dalla brigata Sassari e dai bersaglieri, i due battaglioni LXI° e LXX° del 20° reggimento con gli arditi del IV° reparto d'assalto e tutto il 5° reggimento, avrebbe consentito di riprendere in tre giorni il Valbella, il Col d'Echele ed il Col del Rosso, al termine di quella che sarebbe stata chiamata la "Prima battaglia dei Tre monti".
Sarebbe stato il primo, concreto segno dell'inizio della riscossa italiana, ma ne parleremo eventualmente un'altra volta.

LA BATTAGLIA D'ARRESTO SUL MONTE GRAPPA





Analoga fine avrebbe avuto infine anche la battaglia d'arresto condotta ai 1775 metri del massiccio del Monte Grappa, l'unica sul fronte italiano nella quale, un po' per la forza dell'avversario, un po' per la situazione assai critica della IV° Armata di Nicolis di Robilant, venne adottato da parte nostra, con indubitabile successo, il concetto della "difesa elastica" tanto caro ai generali tedeschi (e a Capello).
Ancora il 13 novembre, precedute anche qui da un violentissimo fuoco di preparazione dell'artiglieria, le quattro divisioni del I° C.A. di Krauss attaccarono su tutti i lati del massiccio, suddividendosi a loro volta in due gruppi, la 3° "Edelweiss" e la 22° Kaiserschutzen austriache al comando di Wieden von Alpenbach comandante della prima con obiettivo Bassano e la 55° austriaca e la Jaeger tedesca alla guida del Principe di Schwarzenberg comandante della 55° con obiettivo Pederobba.

Sorprendentemente la IV° Armata, sulla quale i nostri Alti Comandi per primi non riponevano molta fiducia, giunta su quelle cime solo il 9 novembre dopo una ritirata a rotta di collo di 80 chilometri, oppose sin da subito una vivacissima resistenza, capace in 13 giorni di svuotare progressivamente l'imponente sforzo offensivo del nemico.
Dapprima gli otto battaglioni del III° Raggruppamento Alpino del colonnello Abele Piva (Cividale, Val Tagliamento, Monte Arvenis e Monte Matajur del IV° Gruppo, al comando del tenente colonnello Gabriele Nasci, futuro comandante delle truppe alpine in Grecia e Russia, e Feltre, Val Cismon, Monte Rosa e Val Camonica dell'XI° del tenente colonnello Francesco Benussi) e i due del Gruppo Sirolli al comando appunto del tenente colonnello Federico Sirolli (Monte Pavione e Val Brenta), posti a copertura del ripiegamento della 56° divisione del XVIII° C.A. sul rovescio del Grappa, pur cedendo al termine di due giorni di lotta il 14 novembre i due capisaldi di Monte Peurna (1170 m) e Monte Sassumà (1510 m) sotto gli assalti della 55° divisione del Principe di Schwarzenberg (un totale di sette battaglioni in prima linea e sei in seconda, con l'appoggio di quattro batterie), consentendole di avanzare per tre chilometri sulla riva destra del Piave, ed il giorno dopo anche quelli del Roncone (1168 m), del Tomatico (1595 m), del torrente Cismon e del Monte Santo (1538 m), riuscirono però a fermarla all'altezza di Santa Maria, ben prima della Stretta di Quero.


Truppe sul Grappa durante la battaglia d'arresto, forse sotto un attacco aereo


Nell'accanita difesa contro quel fortissimo nemico, che puntava su tutte le cime che a raggiera convergevano sul Grappa, vennero quasi totalmente annientati il battaglione Val Tagliamento, ridotto a 200 effettivi, ed il LXII° bersaglieri del 13° reggimento del tenente colonnello Luigi Peluso, che ne perse metà, ma col soccorso del 149° reggimento della brigata Trapani gli italiani riuscirono a formare una forte linea di resistenza che andava da Cismon del Grappa, sulla riva sinistra del Brenta, attraverso il Pressolan ed il Solarolo fino al Piave: tutto questo costrinse Krauss a disperdere le sue forze e ad avanzare su tre linee distinte di attacco, più a occidente contro Cismon, al centro contro ancora il Pressolan e ad oriente sul Cornella ed il paese di Quero, strenuamente difeso ora dalla brigata Como del Maggior Generale Guido Fiastri della 17° divisione posizionatasi poco più a nord, attaccata dal 55° Sturmbataillon del capitano von Graeve.
Fallito nei pressi della vicina località di Collicello l'attacco su Cismon, riuscirono invece  quelli sul Pressolan, dove stavolta il 149° fu costretto a ripiegare sul costone di Monte Pertica, perdendo il comandante tenente colonnello Pietro Gilberti, rimasto ferito e preso prigioniero, e più a est sul Cornella e su Quero, un piccolo villaggio dove i coraggiosissimi due reggimenti 23° e 24° della Como alla fine vennero praticamente annientati: alle 1,30 di notte il paese venne definitivamente occupato dagli assaltatori di von Graeve tagliando fuori gli ultimi nuclei di retroguardia del 23° fanteria ma la forte resistenza sulla posizione della Rocca Cisa soprattutto del 24° venne superata solo la mattina del 17 novembre dal 2° battaglione del 7° reggimento carinziano e dal 2° del 2° bosniaco, con addirittura la cattura di altri 2.400 italiani.
Proprio a Quero andò ad acquartierarsi, in ritardo di almeno 8 ore sul previsto, il Gebirgsbataillon del Wurrtenberg di Rommel, pronto a ritornare in azione dopo una settimana di riposo in retrovia a seguito della vittoria di Longarone.

La brigata Como in soli sei giorni, dall'11 al 17 novembre, perdette 3.000 uomini e 92 ufficiali, meritandosi due citazioni nei bollettini ufficiali n. 906 e n. 908 del 16 e del 18 novembre ed ancora il 16 novembre un encomio solenne di Nicolis di Robilant, comandante della IV° Armata, inviato al comando del IX C.A. da cui l'unità dipendeva: col suo sacrificio però consentì alle nostre truppe di guadagnare 24 ore vitali per risistemarsi su nuove posizioni, perché la 55° divisione austro-ungarica poté muoversi solo nella notte tra il 17 ed il 18 novembre, tanto più che nella sera del 15 era fallito anche l'attacco della 13° divisione austro-ungarica Schutzen nel settore del Montello diretto su Fenèr, appena al di là del Piave, a solo due chilometri da Alano, causando il mancando ricongiungimento del Gruppo Stein col gruppo Krauss e vanificando al contempo anche l'azione del Gruppo Boroevic, che era riuscito a forzare l'attraversamento del fiume all'altezza dell'Ansa di Zenson e nel settore di Cavazuccherina, proprio davanti a Cortellazzo.
Ciò che restava della gloriosa e sfortunata unità italiana andò a raggiungere il resto della 17° divisione, schierato sulla strategica dorsale tra il Monte Tomba ed il Monfenera.

Krauss, perfettamente consapevole del prossimo arrivo degli americani sul teatro bellico europeo, decise di accelerare i tempi, inviando contro il Grappa anche la 94° divisione austro-ungarica della X° Armata di von Krobatin, ora passata ai suoi ordini, insieme con parte della 50° e tutto l'AlpenKorps, ma anche gli italiani non stavano a guardare.
Utilizzando la "Grande Strada Cadorna", un'arteria di 28 chilometri voluta espressamente dal Generalissimo che collegava Bassano direttamente al Grappa e grazie ad un esteso reticolo di mulattiere metteva in comunicazione tra loro le fortificazioni del Pallone, del Tomba e del Monfenera, gli italiani avevano ora la possibilità di rifornire costantemente con tempestività ed efficienza le loro prime linee con uomini, armi, mezzi, materiali, equipaggiamenti e viveri in quantità, così anche la IV° Armata venne via via potenziata con l'arrivo di reparti provenienti quasi tutti dalla sconfitta ed umiliata II° Armata e formati interamente dai giovanissimi coscritti della classe '99, come il 264° reggimento della brigata Gaeta della 24° divisione (ex VI° C.A. di Lombardi), o per buona parte, come i due battaglioni alpini Val D'Adige e Morbegno, ex X° Gruppo, la brigata Re della 44° divisione (ex II° C.A. di Albricci), la Massa Carrara della 13° e successivamente la Messina della 23° (entrambe ex XXVIII° C.A. di Saporiti)...

Ormai, di fronte alle sette divisioni austro-tedesche ne erano schierate nove italiane, un po' raffazzonate ma su posizioni ben solide e costantemente rifornite, le tre del XXVII° C.A. di Antonino Di Giorgio (51° sull'Asolone, 15° sul Grappa e 23° in riserva), le due del XVIII° del parigrado Adolfo Tettoni (56° sul Monte Spinoncia e 24° sul Monte Pallone), le due del IX° di Cesare Ruggeri Laderchi, la 17° e la 18° sul Monte Tomba, ed infine le due in riserva del VI° di Giacomo Lombardi, la 66° e la 67°.
Grazie al supporto della forte artiglieria ai comandi del Maggior Generale Salvatore Pasqualino, disposta soprattutto sui contrafforti del Monte Pallone (1305 m) e dello Spinoncia (1296 m) e di tre gruppi caccia del C.A.M., il II°, il VI° ed il XII°, tutte quelle brigate erano pronte a difendere il Grappa con le unghie e coi denti.

La lotta continuava assai aspra, ma anche grazie alla Via Cadorna per gli italiani era ora possibile scegliere scientemente di lasciare al nemico determinate posizioni che fino a pochi giorni prima si sarebbero difese ad oltranza per poi invece riconquistarle con mortiferi contrattacchi al momento opportuno (la "difesa elastica", appunto): fu questo il caso di quelle nel settore Monte Tomba-Monfenera, presidiato dalla 17° divisione del IX° C.A., con in prima linea il 91° ed il 92° reggimento della brigata Basilicata del colonnello brigadiere Giuseppe Ratti insieme coi resti della decimata Como ed alcuni reparti della Calabria del colonnello brigadiere Filippo Martinengo (sulla cima il I° ed il II° battaglione del 60°, e tra Monte La Castella e San Sebastiano l'intero 59°), e verso Pederobba il XVIII° battaglione del 3° reggimento bersaglieri del tenente colonnello Matteo Bernasconi dipendente dalla stessa Basilicata.
Dopo una serie di ripetuti ed intensi attacchi compiuti tra il 18 ed il 19 novembre, l'intera dorsale dal Monte Tomba (869 m) alla Casera di Fontanasecca (1608 m) andò persa la mattina del 22 per opera della divisione Jaegerche avvalendosi anche dei lanciafiamme sfondò col 12° reggimento (von Pappritz) ed il 55° battaglione d'assalto (von Graeve) al centro sul Tombacol 14° (von Bettendorf) sul Monfenera (780 m), dove però il battaglione alpino Val Cordevole del 7° reggimento riusciva comunque a tenere la cima,  e nel settore tra Fenèr e Case Sengie col 13° (von Bibra), sostenuto ad ovest, sul fianco destro, dal 26° Schutzen (von Pasetti), mentre nelle stesse ore anche Alano di Piave, fino a poche ore prima sede del comando del XVIII° C.A., cadeva in mano del Gebirgsbataillon del Wurrtenberg di Sproesser e Rommel, aggregato ora alla divisione Jaeger, che aveva sostituito in prima linea la stanca 55° austro-ungarica.

Il 23 novembre dopo una serie di incertissimi tira e molla gli Jaeger prendevano  anche Monte Pertica (1549 m), a nord-est della cima del Grappa, difeso strenuamente da nove battaglioni italiani, ma per la prima volta il battaglione di Rommel conosceva la sua prima, vera sconfitta, sullo Spinoncia, dove veniva respinto con gravissime perdite: questo significava che il saliente dov'erano posizionate le letali artiglierie italiane era ancora saldamente in loro possesso, e tale restava anche il giorno dopo, quando Rommel clamorosamente falliva una successiva incursione sul Grappa, nel quale finiva addirittura per sbagliare direzione arrivando in tutt'altra parte, tanto che il suo reparto veniva mandato a riposo per qualche giorno.
La battaglia comunque continuava, durissima, sul Col dell'Orso (1679 m), ancora il Monfenera ed il Col della Beretta, con le artiglierie italiane libere ancora di imperversare con somma precisione ed efficacia sulle prime linee e persino le retrovie tedesche, mentre nel frattempo nella notte del 23 venivano fatti affluire per la prima volta al fronte anche 4 pezzi di artiglieria francesi, prontamente messi in batteria, opportunamente mimetizzati,  a Costalunga di Cavaso. 

Proprio al Col della Beretta un ennesimo attacco il 26 novembre da parte della fortissima "Edelweiss", con tutti i 15 battaglioni dei suoi 3 reggimenti, si infranse sotto l'impavida resistenza di 12 battaglioni italiani della 51° divisione, tutti appartenenti alla brigata Aosta del Brigadiere Generale Roberto Bencivenga (5° e 6° fanteria), al battaglione alpino Val Brenta del 6° reggimento ed al 94° fanteria del colonnello Lorenzo Ferraro della Messina: dopo aver in un primo momento conquistato la vetta infatti i montanari austro-ungarici furono ributtati indietro da un violento contrattacco del II° battaglione del 5° fanteria, condotto insieme con la 7° compagnia del 6°, due plotoni del Val Brenta ed un battaglione del 94°.
Per il coraggio dimostrato in azione tutti questi reparti sarebbero stati citati dal bollettino n. 917 del 27 novembre del comando Supremo (per il Val Brenta era la seconda volta, dopo quella del n. 468 del 4 settembre 1916).
Entrambe le bandiere dei due reggimenti dell'Aosta sarebbero state premiate con la medaglia d'oro al valore anche per gli scontri sul Col della Beretta, ed un analogo riconoscimento, purtroppo alla memoria, ottenne il 18enne aspirante ufficiale Roberto Carabelli della 1518° compagnia mitragliatrici del 5° fanteria (un classe '99), mentre il maggiore Carmelo Provenzano del 6° fanteria fu decorato con l'Ordine Militare di Savoia. 
Successivamente sarebbe stato premiato con la medaglia d'oro alla memoria anche un soldato semplice, Luigi Giannettino di Palermo, caduto il 18 dicembre in Valle Duga.

Anche qui per una quindicina di giorni il fronte sarebbe entrato in una precaria fase di stallo, dovuta alla necessità delle forze contrapposte di leccarsi le ferite e riposarsi un po', con la necessità di riordinare le prime e le seconde linee, così mentre per il nemico gli Jaeger si posizionavano nel settore centrale del Monte Tomba e l'AlpenKorps andava ad occupare il settore orientale del Monfenera, altre brigate giunsero a rafforzare anche le posizioni italiane, tra cui la ricostituita Ravenna, che andò a schierarsi tra Col dell'Orso e Monte Solarolo (1670 m), con il 37° reggimento sulla linea Monte Spinoncia-Valle Scura ed il 38° su quella Fontanelle-Monte Valderoa.
Soprattutto, però, dal 3 dicembre, quasi contemporaneamente all'arrivo delle due divisioni britanniche di Lord Cavan sul non lontanissimo Montello, dalle retrovie bresciane e vicentine venne fatta affluire in tradotta la 47° divisione francese Chasseurs des Alpes del Generale G.B. Dillemann: nati originariamente in contrapposizione diretta contro i nostri alpini all'epoca dell'alleanza dell'Italia con gli Imperi Centrali, il Destino ora voleva che al loro primo, vero impegno in prima linea sul loro terreno preferito, la montagna, i cacciatori delle Alpi venissero a difendere proprio il suolo italiano.
Un totale di 9 battaglioni di chasseurs (11°, 12°, 14°, 30°, 51°, 52°, 54°, 70°, 115°), riuniti nel 5° Gruppo al comando del colonnello Ferreol-Francois Bel, con il 51°, il 70° ed il 115° immediatamente operativi in prima linea, andarono a schierarsi sul Monte Tomba, scosso ogni giorno dai continui, pesantissimi, mortali scambi di artiglieria tra le forze contrapposte: proprio nel corso di uno di questi il loro comandante Bel sarebbe rimasto ucciso in località Càmpore il 13 dicembre alle 16,00 dalle schegge di un obice di artiglieria.

La battaglia riprese all'improvviso l'11 dicembre, quando la 5° divisione tedesca di von Wedel riuscì a conquistare la cima del Monte Spinoncia nonostante la forte resistenza del 38° fanteria della Ravenna e del battaglione alpino Cividale, un cui contrattacco riuscì però a frenare l'avanzata dei branderburghesi, mentre analoga azione sul versante del  Fontanasecca non ebbe successo sia per il mancato coordinamento di quelle truppe con quelle della 5° divisione, sia soprattutto per la feroce opposizione del 136° fanteria della Campania (51° divisione) del Maggior Generale Gaetano Vaccari (una brigata che infatti insieme col III° Raggruppamento alpino e le altre due Ravenna e Umbria sarebbe stata citata nel bollettino ufficiale n. 935 del 15 dicembre).
Purtroppo cominciarono invece a dare i primi segni di cedimento le posizioni su Col della Beretta e Monte Asolone (1560 m), il bastione orientale del Grappa, tenute dalla 51° divisione ed attaccate dal 7° reggimento carinziano (55° divisione) e dal 14° e 59°, anche se un vigoroso contrattacco della Massa Carrara e del battaglione alpino Monte Clapier del 1° reggimento sarebbe riuscito a recuperare parte del terreno perduto dal pur rocciosissimo 57° fanteria della brigata Abruzzi del colonnello brigadiere Gennaro Catalano e del battaglione alpino Matajur.
Il 18 dicembre, al termine di nuovi, terribili scontri, in cui vennero definitivamente annientate la Massa Carrara e soprattutto la sventurata Abruzzi, che ebbe ben 2.200 perdite tra morti, feriti e prigionieri (tra cui 70 ufficiali), stavolta il Col dell'Orso, Col Caprile ed il Col della Beretta caddero, seguiti da presso dal Monte Asolone.
Bassano, che vedeva drammaticamente vicine anche le truppe austro-ungariche del Gruppo Conrad impegnate sul fronte asiaghese, era ormai finita direttamente sotto tiro, tanto da essere sgomberata in tre giorni da tutta la popolazione, circa 7.000 persone, e da subire ben 30 incursioni aeree, con 527 bombe sganciate, 330 morti, quasi tutti militari, ed almeno 250 edifici distrutti o gravemente danneggiati.
Ma il Monte Asolone sarebbe stato la punta più avanzata di penetrazione nemica, Krauss non sarebbe più riuscito ad andare oltre.

Rommel era di nuovo rientrato in azione, ma le avanzate dei suoi uomini non erano più così travolgenti come nei primi quindici giorni, e per quanto il 18 dicembre riuscissero anche a prendere il Monte Spinoncia, tenuto da un battaglione del 37° fanteria Ravenna del colonnello Alberto Borasio, costretto a ripiegare con la perdita di 16 ufficiali e circa 450 uomini di truppa, ed a catturare sul Valderoa (1575 m) 120 bersaglieri aggregati a quella brigata, non riuscirono però a prendere quest'ultima vetta, difesa coraggiosamente ancora una volta dal 38° fanteria del tenente colonnello Gaetano Hueber all'enorme prezzo di 23 ufficiali e 900 uomini di truppa fuori combattimento!
Era evidente che ormai il loro slancio offensivo, come quello di tutte le divisioni austro-tedesche, stava inesorabilmente scemando, fiaccato oltre che dalla resistenza di alpini, bersaglieri e fanti, anche dalle ripetute incursioni della nostra aeronautica e dalle potenti artiglierie di Monte Pallone, ulteriormente rinforzate nel frattempo e capaci di colpire con inesorabile puntualità non solo le loro posizioni, ma persino quelle assai più arretrate di Alano di Piave, dove Sproesser aveva fissato il suo comando, alternando anch'esse granate normali e quelle a gas.

Dopo che l'ultimo attacco a fondo dei tedeschi, il 19 dicembre, venne frustrato da un nuovo contrattacco italiano, favorito dalla giovanile baldanza dei classe '99, che il 21 dicembre consentì di riprendere delle posizioni perse in precedenza, la situazione andò definitivamente cristallizzandosi, ma a partire dal 27 dicembre il continuo aumento d'intensità del fuoco delle artiglierie italo-francesi sul Monte Tomba, dove nel frattempo stava avvenendo il cambio in prima linea tra la divisione Jaeger e la 50° austriaca, sembrò preannunciare qualcosa.
Era proprio così: il 30 dicembre dopo un lunghissimo e terrificante bombardamento a tappeto delle artiglierie franco-italiane (i francesi schieravano 7 gruppi da 75, 3 da montagna, 4 da 155 a tiro rapido e 2 batterie da 58, gli italiani sotto il loro comando un gruppo da 75, una batteria di obici da 149, 24 bombarde e 3 batterie di artiglieria pesante), cui fece seguito alle 16,04 una brevissima scarica dei pezzi a tiro rapido, alle 16,05 i francesi attaccarono.
Tre battaglioni dei chasseurs des Alpesil 70° del tenente colonnello Masson schierato sulla sinistra, ad ovest, tra Quota 877 (Case Damini) e trincea "D'Elleau" (Case Cappello), il 115° del tenente colonnello Touchon, al centro fino alla linea Case Farnea-Val Ròspega, ed  il 51° del tenente colonnello De Fabry-Fabreguès, fino a Casera Naranzine, più un distaccamento al comando del capitano Lalande schierato in copertura tra Bosco Grande e La Castella tratto dall'11° e dal 12° battaglione, attaccarono le trincee nemiche sulla cima, riconquistandola in poco più di mezz'ora lasciando sul terreno 600 caduti nemici, con la cattura di ben 1.450 prigionieri e di molte artiglierie, munizioni e materiali vari, ed in più acquisendo preziose informazioni dai tanti prigionieri sulla disposizione, la consistenza ed il grado di approntamento delle loro forze in quel settore, al prezzo di "soli" 36 caduti.
Il loro amatissimo colonnello Bel era stato vendicato.
Sul fronte italiano i cacciatori delle Alpi avrebbero avuto un totale di 480 caduti, anche se almeno la metà di essi perirono a metà di dicembre a causa del deragliamento in Savoia del treno che li riportava in licenza in Francia... 
(V. http://www.frontedelpiave.info/public/modules/Fronte_del_Piave_article/stampa.php?id_a=205).

Il Generale Krafft von Dellmensingen avrebbe scritto:
"Così si arrestò, a poca distanza ancora dal suo obiettivo, l'offensiva ricca di speranze, e il Grappa diventò il "monte sacro" degli italiani. D'averlo conservato contro gli eroici sforzi delle migliori truppe dell'esercito austro-ungarico e dei loro camerati tedeschi essi, con ragione, possono andare superbi" (V. http://www.icsm.it/articoli/ri/primabattagliapiave.html).
Con la riconquista del Monte Tomba sul Grappa e dei tre monti Valbella, Col d'Echele e Col del Rosso sull'Altopiano d'Asiago un mese dopo gli italiani, ormai assestati su migliori e più favorevoli posizioni difensive, erano così pronti alla sfida finale con gli austro-ungarici, che tutti sapevano inevitabile per la primavera prossima.

LA BATTAGLIA AEREA DI ISTRANA 

Mentre erano in corso gli ultimi giorni della battaglia d'arresto sul Piave, il 26 dicembre 1917 si svolgeva sui cieli di Montebelluna tra i caccia italiani e quelli tedeschi  la maggiore battaglia aerea della prima guerra mondiale sui cieli italiani ed una delle più grosse dell'intero conflitto, nata a seguito di due distinte incursioni aeree tedesche sulla base di Istrana, poco più di tre chilometri a sud dell'abitato di Trevignano (TV), la prima di ben 40 aerei, la seconda di una decina, alle quali furono chiamati a rispondere i nostri caccia Hanriot HD. 1 del VI° Gruppo. 


La base di Istrana
Il primo attacco, condotto da 25 tra biposto ricognitori-bombardieri DFW C. V delle squadriglie FA 2 e FA(A) 219 e bombardieri AEG G. IV della KaSta 19, con la scorta di 15 caccia Albatros D. III e D.V di tutte e tre le squadriglie da caccia tedesche in Italia, voleva essere una puntuale ritorsione a quello compiuto a mo' di sfottò il giorno prima, Natale, contro la base di Motta di Livenza della squadriglia FA 204, da parte di 3 caccia Sopwith Camel canadesi del No. 28 Squadron del Royal Fliyng Corps decollati dall'aeroporto di Grossa (Gazzo Padovano) alla guida del capitano William George "Billy" Barker, un asso molto "estroso" che avrebbe terminato la guerra con 50 aerei nemici abbattuti: al termine dell'azione, un mitragliamento con proiettili incendiari di pista e baraccamenti, finito con la morte di 12 uomini, il ferimento di altri 4, il danneggiamento di 4 aerei e la distruzione di un quinto, Barker aveva lasciato infatti cadere sulla superficie dell'aerodromo un cartello con scritto "To the Austrian fliyng corps from English RFC wishing you a very Merry Christmas"!
Barker davanti al suo Sopwith Camel
Accolta la sfida, i tedeschi si lanciarono quindi alle 9,15 del 26 mattina contro la nostra base di Istrana, credendola probabilmente ad uso esclusivo inglese, ma quando già erano scoppiate le loro prime bombe vennero affrontati da 17 nostri caccia Hanriot HD.1: 7 della 82° squadriglia (tenenti Flaminio Avet, Paolo Benvenuti, Andrea Teobaldi, Alberto Comandone, sergenti Mario D'Urso e Alessandro Contardini, soldato Clemente Panero); 1 della 70° (sergente Attilio Ferrandi), che però uscì subito dai giochi per l'inceppamento della sua mitragliatrice; 3 della 76° (tenenti Silvio Scaroni e Mario Fucini, sottotenente Giorgio Michetti); 6 della 78° (capitano Antonio Riva, tenenti Amedeo Mecozzi, Giacomo Brenta, Guido Masiero, maresciallo Guglielmo Fornagiari, sergente Antonio Chiri).
Ad essi ben presto si aggiunsero 4 ricognitori-bombardieri R.E. 8 inglesi del No. 34 Squadron già in volo di ricognizione avanzata al momento dell'attacco e 3 Sopwith Camel proprio del No. 28.


Il DFW C.V abbattuto a Musano di Trevignano (TV)

Nella girandola che ne seguì, incredibilmente, non si sa perché, gli Albatros tedeschi di scorta, che volavano ad una quota più alta, si defilarono, lasciando gli altri 25 aerei connazionali alla mercé dei 24 caccia italo-britannici.
Scaroni (con 26 abbattimenti il secondo nostro asso dopo Baracca), Fucini e Michetti della 76° abbatterono due DFW, caduti uno su Musano e l'altro su Camalò, in probabile condivisione quest'ultimo col sottotenente Arthur Jarvis del 28°, e ne danneggiarono un terzo, costretto ad un atterraggio forzato a San Gaetano e distrutto dal suo stesso equipaggio: uno dei primi due aerei tedeschi era quello pilotato dal tenente della riserva Johann Edebohls del FA 2, perito tra le fiamme del suo velivolo precipitato al suolo, al contrario del suo osservatore tenente Pallasch, soccorso e fatto prigioniero da degli artiglieri italiani.
Era però la 78° squadriglia la più "fortunata": sopra Volpago del Montello Mecozzi e Brenta abbattevano mortalmente un altro DFW, ed un altro ancora cadeva su Falzè  per opera di Masiero e Fornagiari, poi Chiri ne buttava giù ancora uno a Biadene, presso Montebelluna, ed infine Riva faceva addirittura una doppietta, abbattendone due, uno a Signoressa, presso Trevignano, quello dell'Unteroffizier Hedessinski e del tenente Kessler del FA 2, e un secondo ancora a Camalò, quello del Vizefeldwebel Pohlmann e del tenente Schlamm del FA(A) 219, con tutti e quattro questi piloti fatti prigionieri.


Il sottotenente Giorgio Michetti sul suo Hanriot HD.1



Non era finita, perché alle 12,30 sopravveniva la seconda ondata, di una decina tra DFW ed AEG G. IV dello KaSta 19, che però stavolta trovavano ad attenderli già sul Montello tutta la caccia italo-inglese: dopo che due DFW furono abbattuti a Pederiva dai Sopwith Camel inglesi del 28° squadrone al comando del capitano James Mitchell ed un altro, stavolta l'AEG pilotato dall'Unteroffizier Franz Hertling, perito insieme agli altri due membri dell'equipaggio, il tenente George Ernst ed il tenente della riserva Otto Niess, precipitò poco più tardi sotto i colpi dei soliti Scaroni e Brenta a Biadene, probabilmente in condivisione proprio con Mitchell, i bombardieri preferirono a quel punto ritirarsi sganciando le bombe su Montebelluna per liberarsi del carico e fuggire più veloci, mentre nel frattempo un caccia Albatros D. III precipitava alle porte di Treviso ed un altro DFW a Susegana.
Al termine delle due ondate 11 aerei tedeschi risultavano sicuramente abbattuti, mentre le perdite italiane assommavano a 4 specialisti della 70° squadriglia, deceduti nel corso della prima ondata, più 5 HD 1 della 70° e 2 dell'82° squadriglia distrutti al suolo, oltre a due danneggiati a seguito dell'incendio dell'hangar Bissenau, con l'altro hangar Centocelle adibito ad alloggiamento truppa danneggiato anch'esso.

Il bollettino n. 984 del 27 dicembre avrebbe scritto al riguardo:
"Una grande battaglia aerea alla quale hanno partecipato squadriglie da caccia ed artiglierie antiaeree inglesi ed italiane si è combattuta ieri nei cieli di Treviso. Nella mattinata 25 apparecchi nemici, favoriti dalla foschia, giunsero sopra un nostro campo di aviazione ad occidente della città iniziandone il bombardamento. Accolti dal fuoco violento delle batterie antiaeree ed attaccati impetuosamente dagli apparecchi del campo levatisi in caccia, dovettero ripiegare prima di aver compiuto l'operazione; 8 velivoli avversari, colpiti precipitavano al suolo. Più tardi, verso le 12,30, una squadriglia nemica di 8 aeroplani ritentò la prova, ma venne affrontata nel cielo di Montebelluna e costretta a ripiegare perdendo 3 apparecchi. Degli 11 aeroplani nemici abbattuti, 8 sono caduti dentro le nostre linee e 3 entro quelle avversarie. Tutti i nostri apparecchi hanno fatto ritorno ai propri campi. I danni provocati dal bombardamento sono quasi insignificanti".
A seguito di questa battaglia aerea, comunque strategicamente irrilevante nel contesto generale del conflitto, l'aeronautica austro-tedesca avrebbe sempre evitato i bombardamenti diurni, a maggior ragione con poca o nulla scorta (ci sono alcune voci secondo cui diversi se non tutti i piloti degli Albatros che si defilarono dal primo scontro furono passati per le armi al loro ritorno alla base), mentre quella italiana decise di non concentrare più molti reparti ed aerei in una singola base ma semmai di disperderli in più basi, anche più piccole, con opportuni mascheramenti mimetici, tanto che immediatamente la 72° e l'80° squadriglia furono trasferite a San Pietro in Gu.
Al VI° gruppo aeroplani venne conferita la medaglia di bronzo al valor militare.

FINISCE IL 1917

Il 1917 si chiudeva quindi con i due grandi exploit dell'affondamento della corazzata Wien davanti a Trieste e della vittoriosa battaglia aerea di Istrana, ma soprattutto vedeva l'esercito ancora clamorosamente in piedi dopo le batoste di fine ottobre e tutto novembre, ed al contrario quello austro-tedesco ormai logorato da più di due mesi di assalto ventre a terra, in piena crisi di rifornimenti e senza quella fiducia incrollabile nella vittoria che nei primi, tracimanti successi friulani aveva fatto più volte gridare i suoi soldati le parole: "A Milano! A Milano!"

La "Neue Freie Presse" di Vienna avrebbe scritto:
"L'esercito italiano è in piedi. I vuoti sono stati colmati e specialmente l'artiglieria è stata ricostituita. Non si possono negare ai soldati italiani grandi elogi per il loro spirito e la loro resistenza agli attacchi".
Il generale prussiano Max Schwarte, autore ed editore del saggio "Der grosse Krieg", ammise che
"Pareva quasi impossibile che un esercito il quale usciva da una immane catastrofe come quella di Caporetto avesse potuto riprendersi così rapidamente".
Ma forse il riconoscimento più grande all'impresa del Regio Esercito è quello dato dal Maresciallo Hindenburg, quando nelle sue Memorie lasciò scritto:
"Il nostro tentativo di impadronirci delle Alpi veneziane che dominano per un gran tratto la pianura italiana e di fare così crollare la difesa nemica sul Piave fallì. Io mi dovetti convincere che le nostre forze non bastavano per il raggiungimento di tale compito. L'operazione era giunta ad un punto morto. La più tenace volontà dei comandanti che erano sul posto e delle loro truppe dovette, davanti a questa realtà, lasciare cadere le armi".
(V. http://cronologia.leonardo.it/storia/a1917t.htm)

Fu così che ai primi di gennaio, dopo che sin dal 3 dicembre le prime tre divisioni tedesche, la 12°, la 26° ed infine la 5°, insieme con diverse batterie (per un totale di 16 pezzi di grosso e medio calibro), erano state progressivamente ritirate dal fronte italiano, anche il Gebirgsbattalion del Wurrtenberg, ridotto ormai ad avere diverse compagnie con un organico di meno di quaranta uomini, sarebbe stato costretto a ripiegare fino alle posizioni dell'Alto Piave che aveva attraversato solo due mesi prima, per poi essere definitivamente rimandato in Patria, insieme con l'intero AlpenKorps, la divisione Jaeger, la 117° e la 200° divisione e persino da ultime tre divisioni austro-ungariche.
Senza di loro, le divisioni austro-ungariche rimaste, pur mantenendo le posizioni conquistate sino a quel momento, non sarebbero di fatto mai più riuscite ad avanzare oltre.
Ricominciava la guerra di trincea.
Il peggio era passato!


22. IL GENERALE BISTRATTATO (FORSE)

Forse a questo punto, la lancio qui, da questo piccolo pulpito di periferia, a tanti anni dai fatti, fatta la tara a tutti gli indubbi difetti, contraddizioni, errori, idiosincrasie e assolutismi concettuali, ideologici ed etici di cui era imbevuta la mentalità ancora pienamente fine-ottocentesca di Luigi Cadorna (peraltro in assoluta buona compagnia, italiana e straniera), sarebbe anche ora di rivalutarne l'opera se non la figura tout courtad onta di una vulgata ancora largamente, forse pigramente colpevolista verso di lui (ma descrivendo la Storia si ragiona col senno del presente, non con quello del poi).

Quanto alle sue capacità di comandante, una prima valutazione si può fare per esempio alla luce di quanto emerge dalle parole dei suoi tre più acerrimi rivali, i Generali Svetovar Boroevic von Bojna, "Il Leone dell'Isonzo", Alfred Krauss, il comandante del I° C.A. austro-tedesco, e Conrad von Hotzendorf, l'indomabile nemico degli italiani, citate in quest'articolo de La Stampa.

Secondo Boroevic, a proposito del fatto che l'Italia era entrata nel conflitto dieci mesi dopo il suo inizio e certo non preparata come le nazioni che già si erano impegnate da prima di lei:
"I soldati italiani sono migliorati presto e si deve per debito di onore riconoscere che essi assaliscono (sicora con grande valore e grande slancio".
Questo invece il pensiero di Conrad:
"Fu un Comandante eccellente ed un ottimo organizzatore. La sua opera di organizzazione delle Forze italiane va ammirata. Egli è un tenace e prudente uomo; perciò uomo metodico. Tutto quanto si pone in mente, vuole raggiungere ad ogni costo. I suoi meriti verso l'Italia sono grandi. Cadorna, come un vecchio leone, prima di cadere ci ha sferrato una tremenda zampata sul Piave. Egli ha saputo rianimare gli Italiani e noi abbiamo assistito ad un fenomeno che ha del miracoloso. Gli Italiani si sono riavuti con una rapidità inattesa e combattono con grande valore".
Alla moglie, dopo Caporetto, sempre von Hotzendorf avrebbe scritto:
"Se Dio vuole, Cadorna è stato eliminato dalla carica di Comandante italiano. Siamo riusciti a rovesciarlo e questo è forse il maggior vantaggio conseguito da tutta l'operazione".
Ma le parole forse più a favore furono quelle dette da Krauss: 
"Soltanto una potente, energica volontà poteva trascinare gli italiani, il cui temperamento non è tanto tenace, a sempre nuovi, continui attacchi, a così lunghi sforzi, malgrado i loro insuccessi. Nel fatto stava a capo dell'esercito questo forte uomo così poco corrispondente al carattere italiano, Cadorna. Cadorna fu senza dubbio l'uomo più ragguardevole che l'Italia ha prodotto nella guerra mondiale (...) Soltanto la sua forte volontà, la sua determinazione, la sua tenacia, hanno spinto gli italiani agli undici possenti assalti contro il fronte dell'Isonzo, e se gli Alleati (cioè i tedeschi, nota mia) non gli avessero con più forte mano strappato la palma della vittoria, passando essi stessi all'attacco nella dodicesima battaglia dell'Isonzo, egli avrebbe, nel dodicesimo attacco al quale egli avrebbe spinto con forte volontà i suoi italiani, rotto certamente il fronte e si sarebbe impadronito di Trieste, il sospirato scopo degli italiani. Perciò sia qui reso a quest'uomo l'onore che gli è dovuto. Egli fu, nella guerra dell'Austria contro l'Italia, il più grande, il più ragguardevole nemico; avere condotto a fine vittoriosa il combattimento contro di lui riesce di onore a noi stessi".

(Le parole di Krauss sono tratte dal profilo ufficiale facebook dell'Associazione Culturale Italia Storica, alla data del 17 novembre 2017)

E quanto al discorso di Cadorna "cattivo" e Diaz "buono"?
Be', a parte il richiamo volante alla circolare del 5 gennaio 1918 a firma Diaz per la repressione dell'indisciplina fatto in precedenza parlando di Graziani, non certo diversa da quelle emanate dal dimissionato Cadorna nei mesi passati, vi invito a leggere molto semplicemente QUI.
Si tratta di un articolo del ricercatore storico Jacopo Lorenzini, scritto dopo aver attentamente esaminato la corrispondenza da lui rintracciata prodotta dal comando della II° Armata italiana dopo l'avvento di Diaz al comando: da essa emerge con sufficiente chiarezza come, pur di fronte alle indiscutibili novità più favorevoli ai soldati introdotte dal futuro Duca della Vittoria, all'intenzione di adoperarsi attivamente per la nascita di uffici di propaganda anche all'interno dei singoli reparti ed al fatto che dal novembre 1917 non si sarebbero più fatte praticamente decimazioni (d'altronde, diciamo la verità, evento abbastanza raro anche in precedenza), nell'esercito italiano quel clima di diffidenza al limite del parossismo verso i "disfattisti", i divulgatori di "precetti evangelici" al fronte e soprattutto verso i socialisti, accusati, spesso a sproposito, spesso anche per troppo zelo, quando non vera e propria incompetenza, fobia o malafede, di volere la rivoluzione in Italia e di lavorare attivamente per fomentarla tra le trincee e nei luoghi di lavoro, fosse se possibile ancora aumentato.

Una convinzione favorita anche dal fatto che, sul fronte dei comandi, in basso, ormai praticamente tutti gli ufficiali inferiori erano di complemento, quindi "borghesi in uniforme" (così li definisce il Generale Montuori), in automatico pertanto individui sospetti, perché assolutamente permeabili a quelle idee rivoluzionarie provenienti dall'esterno, di cui potevano essere, consapevolmente o no, deleteri portatori; e, in alto, i generali succeduti a quelli sconfitti a Caporetto (in primis proprio Diaz, Giardino, Badoglio e Montuori) non intendevano ricadere nei medesimi errori di evidente sottovalutazione che secondo loro erano stati compiuti in precedenza (tanto da spingere lo stesso Vittorio Emanuele Orlando a prendere tutte quelle misure normative ed amministrative di polizia che prima aveva sempre negato da Ministro dell'Interno a Cadorna nei confronti di sovversivi, socialisti, sindacalisti rivoluzionari ed i loro organi di stampa), ma allo stesso tempo restavano immersi nella medesima mentalità di sempre, tutta ordine e disciplina.
In mezzo, come metteva in rilievo un generale come Giovanni Croce, comandante del XXVIII° C.A. in un documento dell'1 gennaio 1918, c'era una truppa veterana ormai disillusa, stanca e comunque scettica, contrapposta a quella di nuova introduzione, in particolare quella della famosa "classe 99", piena al contrario di entusiasmo patriottico e giovanile baldanza, da tenere costantemente sotto controllo.

E per farlo, come all'epoca di Cadorna e forse ancora più invasivi, non c'erano che provvedimenti come la censura della corrispondenza in partenza od in arrivo, il controllo strettissimo delle biografie di ogni singolo ufficiale, soprattutto i nuovi, la delazione, l'utilizzo persino degli agenti provocatori sotto copertura (in genere Regi Carabinieri travestiti, ma anche addirittura ufficiali in incognito), etc., con un progressivo e quasi patologico aumento dell'isteria degli Alti Comandi verso ogni e qualunque elemento che potesse attestare una qualsiasi forma di ribellione all'ordine, anche quando si giungeva a rasentare il ridicolo, come in presenza di auguri natalizi religiosi che sperassero in un pronto ritorno a casa (induzione alla diserzione?), o ad autentiche goliardate come l'affissione in alcuni settori del fronte di cartelli con scritto "APPIGIONASI PER IL I° MAGGIO", (induzione alla disubbidienza ed all'ammutinamento?), entrambi casi divenuti oggetto di specifiche circolari.
Si trattava di situazioni da punirsi sempre col massimo della severità possibile, e le continue sollecitazioni in tal senso non facevano che richiamare anche quelle circolari e quei provvedimenti normativi speciali che parificavano i civili ai militari nella soggezione ai tribunali militari nel caso di ogni e qualunque anche minima infrazione che avvenisse in zona di guerra, e/o per reati puniti dal codice militare e/o in complicità e/o a danno di militari...
Insomma, nulla di nuovo sotto il sole, altro che discontinuità con Cadorna!

23. UNA VITTORIA TUTTA E SOLA ITALIANA

GLI ALLEATI NON SERVIRONO

Se comunque sulla figura di Cadorna e sui suoi metodi, mentalità e strategie si potrà discutere fino all'infinito, è indubbio tuttavia che mai resistenza fu così fondamentale ai fini della vittoria delle Potenze dell'Intesa nella Grande Guerra come quella opposta dalle nostre truppe sul Piave, da lui così preveggentemente fortificato dalla sua foce fino al Grappa e di seguito all'Altopiano di Asiago: se l'Italia avesse ceduto, in presenza del contestuale crollo russo in Oriente tutte le forze dell'Impero Asburgico si sarebbero affiancate sul fronte occidentale a quelle di Guglielmo II°, alterando probabilmente in maniera decisiva i rapporti di forze anche su quel settore, ben prima che gli U.S.A. potessero intervenire massicciamente nel conflitto a favore di Francia e Regno Unito.


Ernest Hemingway
(Oak Park, 21 luglio 1899-
Ketchum, 2 luglio 1961)
Un grande merito, che va ascritto praticamente per intero alle sole armi italiane, così come l'esito finale dello stesso conflitto, visto che, dopo la vittoriosa seconda battaglia del Piave, chiamata anche  battaglia del Solstizio (15-23 giugno 1918), in cui venne frustrata definitivamente la spallata che voleva essere finale da parte dell'esercito austro-ungarico, ormai libero dalle preoccupazioni del sedato fronte orientale, alla decisiva battaglia di Vittorio Veneto (24 ottobre- 4 novembre 1918) avrebbero partecipato:
solo due divisioni britanniche di fanteria, la 7° e la 23° del XIV° C.A., inquadrate nella X° Armata, schierata tra Palazzon e Fagarè di Piave, a ovest di Ponte di Piave, al comando di Lord Cavan (di cui faceva parte anche l'XI° C.A. italiano affidato a Paolini, con tre divisioni, la 31° e la 37° territoriale e la 23° bersaglieri):
- più solo una francese, la 23° di fanteria di linea su tre reggimenti, più uno di cacciatori a cavallo, uno di artiglieria campale ed un gruppo di artiglieria pesante, inquadrata nella XII° Armata al comando del Generale d'Armata Jean Cesar Graziani, un valente ufficiale di origine corsa, e schierata tra Monte Tomba, Pederobba e Vidor (insieme con  la 52° divisione alpini ed il I° C.A. italiano di Etna, con la 24° divisione di linea e la 70° territoriale).


Quanto al "contributo statunitense", a parte la presenza della Croce Rossa Americana, con proprie strutture sanitarie ed ambulanze, si tradusse nei fatti in un solo reggimento di fanteria, il 332° del colonnello William Wallace della 83° divisione Ohio, prima posto alle dipendenze della 31° divisione italiana della X° Armata di Lord Cavan e poi passato alla III° del Duca di Savoia-Aosta, che ebbe alla fine un solo caduto e sei feriti! 

Anche se vi fu anche qualche decina di volontari americani arruolatisi nelle file dell'esercito italiano ma sempre sotto i colori della Croce Rossa Americana (due su tutti, John Dos Passos ed Ernest Hemingway, quest'ultimo conduttore di autoambulanza decorato di medaglia d'argento al valore, autore del celeberrimo e parzialmente autobiografico "A farewell to Arms", tradotto "Addio alle armi", ambientato proprio nel periodo di Caporetto e trasposto al cinema nel 1932 da Frank Borzage con protagonista Gary Cooper e nel 1957 da Charles "King" Vidor, con Rock Hudson, Jennifer Jones, Vittorio De Sica e Alberto Sordi), ed altri soprattutto di origine italiana che combatterono nella nostra nascente aeronautica, come ad esempio Fiorello La Guardia, divenuto poi mitico sindaco e deputato per tre legislature di New York, che fu maggiore nella 5° squadriglia bombardieri sui Caproni e comandante dei piloti americani in Italia, l'apporto statunitense alla nostra guerra fu quindi decisamente marginale.
No, decisamente la vittoria sul fronte italiano, il nostro fronte, fu solo e solamente merito del sangue italiano, della volontà italiana, persino dei difetti, delle grandi e piccole viltà, delle gelosie, ma anche dell'improvvisazione, delle intuizioni, delle capacità di soffrire italiane, e nessuno questo può negarcelo.

Nella sua disincantata amarezza di fondo, tutto questo ce lo dice anche il più grande affresco cinematografico mai fatto in Italia sul conflitto del 1915-18, "La Grande Guerra" di Mario Monicelli, uscito nel 1959, con grandissimi protagonisti Vittorio Gassman e Alberto Sordi nei panni di due soldati lavativi e fifoni, rispettivamente il milanese Giovanni Busacca ed il romano Oreste Jacovacci, capaci però alla fine di riscattarsi.
Immagino che chi mi legge l'abbia già visto, magari anche più di una volta, ma per i pochi che non l'hanno fatto non dirò di più.
Vi invito solo a guardarlo: lì c'è tutto.
Tutto.

Forse è vero, come dice qualcuno, che Caporetto, mettendoci di fronte all'ineluttabile, ci mise a nudo, costringendoci a pensare allo stesso modo, sulla medesima lunghezza d'onda, a mettere da parte le nostre storiche e spesso inestirpabili divisioni per tirare fuori il nostro lato migliore ed ottenere insieme un fine comune, cioè la salvezza del nostro paese, e quindi senza di essa non ci sarebbero stati né il Piave né Vittorio Veneto.
L'Italia come Nazione è nata lì.

(V. http://www.lastampa.it/2017/10/24/societa/la-caporetto-inedita-una-sconfitta-che-salv-litalia-e-lintesa-wyvdMwU2grpOprRapIp6fK/pagina.html).

UNA DEDICA

Dedico questo pezzo al mio bisnonno Antonio Abrusci ed a tutti i caduti italiani della Grande Guerra.

AVVERTENZA
Come dico spesso in questi casi, questo lavoro è un work in progress: eventuali  precisazioni, chiarimenti, correzioni, di nomi, situazioni, date, etc. non solo sono accettate, ma sono addirittura benvolute.
Le foto, quando non diversamente indicato, sono tratte da Wikipedia e comunque le ho trovate tutte in rete, ritenendole pertanto liberamente pubblicabili.
A parte le fonti già citate direttamente nel corso della narrazione, mi preme anche ricordare di seguito quelle che più in generale mi hanno guidato in questo lavoro.


BREVE BIBLIOGRAFIA UTILE:

1) Sulla battaglia di Caporetto

Francesco Apicella, Da Caporetto a Vittorio Veneto 90 anni dopo (http://www.tempiocavalleriaitaliana.it/public/biblioteca/pubblicazioni/Francesco%20Apicella%20-%20Da%20Caporetto%20a%20Vittorio%20Veneto.pdf)

Alessandro Barbero, Caporetto, Laterza Cultura storica, 2017

Saverio Cilibrizzi, La disfatta di Caporetto - I responsabili tra storia e leggenda Cadorna Capello e Badoglio, Res Gestae, 2014

Basilio Di Martino- L'aviazione italiana a Caporetto (con prefazione di Alberto Monticone), Gaspari Ed., 2012

Paolo Gaspari, La verità su Caporetto, Gaspari Ed., 2012

Paolo Gaspari, Le bugie di Caporetto - La fine della memoria dannata (con prefazione di Giorgio Rochat), Gaspari Ed., 2011

Camillo Pavan, Caporetto: storia, testimonianze, itinerari, Camillo Pavan Ed., 1997

Claudio Razeto, Caporetto una storia diversa, Edizioni del Capricorno, 2017

Pierluigi Romeo di Colloredo Mels, Caporetto l'utile strage, Italia Storica E-Book SoldierShop

Pierluigi Romeo di Colloredo Mels, Luigi Cadorna: Una biografia militare, Italia Storica E-Book Soldier Shop

Mario Silvestri, Caporetto una battaglia un enigma, BUR, 2014

CONFERENZA DI ALESSANDRO BARBERO 
(https://www.youtube.com/watch?v=jSiJSvE7oy8)

https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Caporetto_(pianificazione_e_preparazione)

http://www.lagrandeguerra.net/ggcaporetto.html

http://www.esercito.difesa.it/storia/pagine/o12-battaglia-caporetto.aspx

https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Caporetto

http://www.artericerca.com/Pubblicazioni/La%20Battaglia%20di%20Caporetto%201917.htm

http://www.filmportal.de/video/bis-ins-hauptquartier-cadornas) (inedito video sull'occupazione di Cividale e Udine ed i prigionieri italiani)

http://www.tuttostoria.net/storia-contemporanea.aspx?code=966 (panoramica sulle battaglie dell'Isonzo)

2) Sulle prime 52 ore di Rommel

http://www.repubblica.it/super8/2017/10/06/news/l_altra_caporetto-177498603/

3) Sulla battaglia di Pozzuolo del Friuli

http://umanitadentrolaguerra.it/wp-content/uploads/2017/11/Gen.B.-Ugo-CILLO_CTEBPOZZUOLO_-discorso-100-pozzuolo_v-003.pdf

http://www.aghedipoc.it/index.php?option=com_content&view=article&id=34&Itemid=214

http://www.esercito.difesa.it/storia/pagine/battaglia-pozzuolo.aspx.

4) Sulle battaglie di Pradis e Longarone

http://propordenone.org/wp-content/uploads/2015/01/18-3.pdf

http://www.vivinfvg.it/immagini_sentieri/sentieri_famiglia/Le_grotte_di_Pradis/Battaglia%20di%20Pradis.pdf

http://digilander.libero.it/trombealvento/indicecuriosi/tomasellipradis.htm

http://digilander.libero.it/freetime1836/libri/libri48.htm

http://www.montegrappa.org/_monte/index.php/personaggi-grande-guerra/393-generale-mario-nicolis-di-robilant

5) Sulla battaglia di Vidor

http://www.frontedelpiave.info/public/modules/Fronte_del_Piave_article/Fronte_del_Piave_view_article.php?start=4&app_l2=102&app_l3=&app_l4=&app_l5=&app_l6=

http://www.sulmontello.org/arresto.html

6) Sul generale fucilatore Andrea Graziani

https://it.wikipedia.org/wiki/Andrea_Graziani

http://www.centrostudiluccini.it/pubblicazioni/materiali/19/loverre.pdf

http://digilander.libero.it/fiammecremisi/carneade/grazianiandrea.htm

https://www.lemarcheelagrandeguerra.it/2015/04/19/alessandro-ruffini-da-castelfidardo-fucilato-per-un-sigaro/

http://www.corriere.it/extra-per-voi/2017/09/09/romanzo-caporetto-giallo-morte-generale-fucilatore-0a26a156-94eb-11e7-add3-f41914f12640.shtml

http://jacopogiliberto.blog.ilsole24ore.com/2017/11/05/oggi-centanni-fa-il-generale-serial-killer-fa-fucilare-lartigliere-perche-fuma-il-sigaro-2/?refresh_ce=1

http://pochestorie.corriere.it/2017/10/16/alessandro-ruffini-lartigliere-fucilato-per-un-sigaro/

7) Sulle fucilazioni sommarie nell'esercito italiano nella Grande Guerra

http://www.tuttostoria.net/storia-contemporanea.aspx?code=1064

http://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/servizi/la-grande-guerra-morire-mano-amica/

http://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/servizi/la-grande-guerra-i-fucilati-e-la-giustizia-sommaria/

http://www.museodellaguerra.it/wp-content/uploads/2017/09/annali_23_Cadorna-e-le-fucilazioni.pdf

http://www.storiaememoriadibologna.it/files/vecchio_archivio/prima-guerra/f/fucilazioni.pdf

http://digilander.libero.it/fiammecremisi/schede/giustizia.htm

8) Sulle conferenze di Rapallo e Peschiera

https://it.wikipedia.org/wiki/Conferenza_di_Rapallo

https://it.wikipedia.org/wiki/Convegno_di_Peschie

9) Sulla battaglia d'arresto tra il Piave, il Grappa e l'Altopiano di Asiago

Luciano Luciani- La riscossa dopo Caporetto, Collana Sism N. 2-2013
(http://www.societaitalianastoriamilitare.org/COLLANA%20SISM/2013%20LUCIANI%20La%20riscossa%20dopo%20Caporetto.pdf)

Francesco Lamendola-La prima battaglia del Piave (10 novembre-25 dicembre 1917) tratto da Istituto di Cultura e Storia Militare on line (http://www.icsm.it/articoli/ri/primabattagliapiave.html)

Maggiore Tosti: La resistenza italiana sull'Altopiano dei Sette Comuni attraverso la relazione del Maresciallo v. Conrad (Continuazione e fine), pagg. 1413-1437, in Rivista Militare Italiana, Anno III-Settembre 1929-N.9 
(http://www.esercito.difesa.it/comunicazione/editoria/Rivista-Militare/archivio/Documents/1929/Rivista%20militare%201929%20n.9.pdf)

Lorenzo Cadeddu ed Elisa Brando, Baluardo Grappa- Il massiccio del Grappa prima e durante la Grande Guerra, a cura di Stefano Gambarotto, Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano-Comitato di Treviso
(http://www.istrit.org/download/montegrappa.pdf)

10) Sulla battaglia aerea di Istrana

https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Istrana

http://www.ilfrontedelcielo.it/files_3/36_istrana.htm

http://espritdecorps.ca/new-blog-3/2016/3/11/q31ctfblhfeub6rlmihsfqjpgtcjiq (resoconto canadese in lingua inglese della battaglia)

https://www.youtube.com/watch?v=Xef2zVz7G6Q (raffigurazione con la computergrafica della battaglia aerea)

11) Sul discutibile assioma tradizionale Cadorna "cattivo"-Diaz "buono"

Jacopo Lorenzini- Disfattisti e traditori. I comandi italiani e il "nemico interno" (novembre 1917- novembre 1918), in Percorsi storici- Rivista di storia contemporanea 
http://www.percorsistorici.it/component/content/article/20-numeri-rivista/numero-2/106-jacopo-lorenzini-disfattisti-e-traditori.html?layout=edit

Video-intervista al colonnello in pensione Carlo Cadorna, pronipote di Luigi Cadorna (https://www.youtube.com/watch?v=PqVIHtfR98c)

12) Bollettini ufficiali maggio-dicembre 1917

http://www.cimeetrincee.it/maggio17.pdf

http://www.cimeetrincee.it/giugno17.pdf

http://www.cimeetrincee.it/luglio17.pdf

http://www.cimeetrincee.it/agosto17.pdf

http://www.cimeetrincee.it/settembre17.pdf

http://www.cimeetrincee.it/ottobre17.pdf

http://www.cimeetrincee.it/novembre17.pdf

http://www.cimeetrincee.it/dicembre17.pdf

14) Testimonianze, diari, poesie, ricordi di Carlo Emilio Gadda, Clemente Rebora, Giovanni Comisso, Federico De Roberto, Mario Rigoni Stern, Guido Morselli

http://www.sogisnc.it/siti/fogazzaro/admin/downloadAllegati.php?idFile=5444

15) Memorie di guerra di autori italiani e stranieri (elenco)

http://www.valgame.eu/trincee/files/memorie.htm

16) Altri siti e link che ho consultato

http://www.notiziedalfronte.it (giorno per giorno, la prima guerra mondiale)


http://www.gurekian.com/leon/caporetto.pdf (DIARIO DOPO CAPORETTO, di Lèon Gurekian)

http://www.lagrandeguerra.info/ (dedicato soprattutto alle vicende belliche in Friuli, l'ho consultato soprattutto per le battaglie di Cividale e Udine e le imprese degli arditi)

http://arditiditalia.com/ (sito dell'Associazione Nazionale Arditi d'Italia)

https://arditi-di-guerra.blogspot.it/ (blog dedicato anch'esso agli arditi)

http://www.associazionelagunari.it/notizia_2017_03_13_rgt_lag_conferenza_arditi.htm (il resoconto di una conferenza sulle tecniche di combattimento degli arditi tenuta il 13 marzo 1917 da Antonio Merendoni, esperto di combattimento all'arma bianca, presso la caserma Mater di Mestre)

http://www.frontedelpiave.info/ (per le vicende della battaglia, delle brigate, dei vari reparti alpini e di bersaglieri)

http://www.storiaememoriadibologna.it/prima-guerra-mondiale/ (come sopra)

http://www.cimeetrincee.it/brigate.htm (sulla storia delle brigate italiane nella Grande Guerra)

http://www.frontedolomitico.it/ (soprattutto per quanto concerne le vicende del XII° C.A. carnico, della IV° Armata, delle battaglie di Pradis-Tramonti e Longarone)

https://www.bersaglieri.net/i-bersaglieri-nella-battaglia-di-caporetto/ (dedicato soprattutto alle vicende della I°, IV° e V° brigata bersaglieri a Caporetto)

http://digilander.libero.it/fiammecremisi/ (sito dedicato soprattutto ai bersaglieri)

http://www.vecio.it/cms/ (sito dedicato al corpo degli alpini)

http://piave1918.it/i-decorati.html (sulla guerra sul Piave, l'ho seguito soprattutto per la battaglia di Vidor)

http://www.fortificazioni.net/Le_Piazzaforti_del_Friuli.htm (in particolare sul Ridotto Carnico)

http://associazione-legittimista-italica.blogspot.it/ (sito filo-austriaco)

http://www.netwargamingitalia.net/forum/threads/lesercito-austro-ungarico-k-u-k.6324/ (sulle particolarità delle forze armate asburgiche, divise in tre)

https://de.wikipedia.org/wiki/Liste_der_Gro%C3%9Fverb%C3%A4nde_der_k.u.k._Armee  (elenco delle grandi unità del K.u.K., in lingua tedesca)

https://de.wikipedia.org/wiki/K.k._Landwehr (elenco e dati sulle unità territoriali austriache, in lingua tedesca)

http://www.weltkriege.at/Brigaden/Gebirgsbrigaden/gebirgsbrigaden.htm (elenco brigate da montagna austro-ungariche, in lingua tedesca)

http://www.austro-hungarian-army.co.uk/ (sull'esercito austro-ungarico, in lingua inglese)

http://www.museobadoglio.altervista.org/docs/integrali/Quirico.pdf
(sito dedicato al Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, che nello specifico link contiene il ritratto al vetriolo del protagonista scritto da Domenico Quirico nel suo Generali-Controstoria dei vertici militari che fecero e disfecero l'Italia, edito da Mondadori, pagg. 374-399)

http://www.webalice.it/penna77/I%20Armata/I%20armata%20-%20protagonisti.html (noterelle biografiche su alcuni generali italiani)

http://www.centro-destra.it/wordpress/grande-guerra-un-secolo-caporetto/ (sulla dimensione politica della Grande Guerra)

http://www.arsmilitaris.org/pubblicazioni/grandeguerra.pdf (sulla vita di trincea e la mentalità di quel tempo dei generali italiani)

http://www.warfare.it/storie/dottrine_ww1.html (sulle contraddizioni delle dottrine belliche nella Grande Guerra)

http://www.assocavalleria.eu/prima-guerra-mondiale.html (sulla cavalleria italiana nella Grande Guerra)

http://www.esercito.difesa.it/organizzazione/armi-e-corpi/Cavalleria/Documents/Storia_cavalleria.pdf (come sopra)

https://forum.axishistory.com//viewtopic.php?t=114533 (elenco delle divisioni italiane nella Grande Guerra con i rispettivi comandanti)

http://www.austro-hungarian-army.co.uk/divcomd1.htm (elenco delle divisioni austro-ungariche coi rispettivi comandanti)

http://win.storiain.net/arret/num160/artic4.asp (sulla nascita e lo sviluppo della brigata marina)

http://www.ilfrontedelcielo.it/ (sulla guerra aerea sul fronte italiano)

http://www.instoria.it/home/intervista_generale_basilio_di_martino.htm (come sopra)

http://digilander.libero.it/fiammecremisi/schede/alleati.htm (sull'apporto degli alleati anglo-francesi)

http://www.valgame.eu/trincee/files/stranieri.htm (sul valore ed il numero delle forze tedesche, inglesi e francesi giunte sul fronte italiano nel 1917)

https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=13065 (sulla battaglia d'arresto del Piave e le trame dei francesi contro i comandi italiani)

http://digilander.libero.it/fiammecremisi/dopoguerra1/prigionia.htm e http://digilander.libero.it/fiammecremisi/approfondimenti/plezzo-saga-prigionieri1.htm (sulla tragedia dei prigionieri italiani, di quelli austriaci e degli internati civili di etnia slovena)

http://win.storiain.net/arret/num168/artic2.asp (sugli stupri commessi dagli austro-tedeschi)

http://www.lastampa.it/2017/10/22/societa/laltro-cadorna-centoanni-dopo-caporetto-dMUNjpTsLO8F9CNxroecTO/pagina.htm (sul giudizio positivo degli austriaci su Cadorna)

http://home.deib.polimi.it/spinelli/GG/gg.shtml (brevissima panoramica su alcuni romanzi e film sulla Grande Guerra)

https://www.kobariski-muzej.si/ita/ (sito del Museo di Caporetto)

LA GRANDE GUERRA (FILM, con Alberto Sordi e Vittorio Gassman)

LA TRINCEA (SCENEGGIATO TELEVISIVO R.A.I.,  trasmesso il 4 novembre 1961, per l'inaugurazione del secondo canale)

VIDEO-DOCUMENTARIO MUTO: BATTAGLIA DALL'ASTICO AL PIAVE (ESERCITO, 1918) 
(https://www.youtube.com/watch?v=wnUoEcB5uaY)

4 commenti:

  1. Buono , un solo appunto; non viene quasi mai citato Enrico Caviglia il vero difensore della ritirata della terza Armata e futuro vincitore di Vittorio Veneto

    RispondiElimina