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Diavolo che scrive al pc

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Tic tic tic tic tic tic

martedì 12 luglio 2016

Sotto il sole di Sicilia noi combattemmo





"...Su Monte Castelluccio ho innalzato un monumento ai miei morti. Ai piedi di esso ho posto una lampada votiva sempre accesa che io solo vedo, come io solo vedo il monumento.  Questa lampada è il mio cuore: io non potrò mai spegnerla finché sarò in vita perché io soltanto so quanto grande e glorioso sia stato il loro sacrificio..."

(Tenente colonnello Dante Ugo Leonardi, comandante del III°/34° fanteria Livorno)
PROLOGO
Era notte a Gela. 
Scendeva una fitta pioggia.
Taormina era stata attaccata dagli Spitfire inglesi di Malta nella mattina e a metà pomeriggio, con obiettivi il comando tedesco del San Domenico e il ripetitore radio di Castelmola, ma nel tardo pomeriggio B-25 Mitchell ed i B-26 Marauder americani avevano bombardato proprio la piana alle spalle della città, le vicine Butera, Niscemi, Mazzarino, Caltagirone, Acate e anche Caltanissetta.
Nel capoluogo 54 bombardieri avevano battuto a tappeto in due ondate di 27 alle 17,30 e alle 23,00 la Cattedrale, la caserma dei carabinieri, la posta centrale, la corte d'appello, numerosi edifici pubblici e privati: una terza incursione sempre di 27 aerei avrebbe colpito alle 08,00 dell'indomani, e nell'insieme ci sarebbero state addirittura 350 vittime e migliaia tra feriti e sfollati!
Le campane della Chiesa Madre erano suonate a distesa e la gente era fuggita verso le campagne.
Mentre in quel preciso momento Licata poco più a ovest era bombardata dal mare, come dall'altra parte dell'isola era capitato alle 20,00 di sera Siracusa Catania, tre finanzieri in bicicletta percorrevano il litorale tra il vecchio pontile ed il caricatore.
Da tempo si succedevano voci su presunti sbarchi di infiltrati, su sabotaggi, su misteriosi incontri clandestini tra personaggi altolocati della nobiltà baronale siciliana e "stranieri" non ben definiti, e forte era il timore che una grande armata di navi fosse pronta a fiondarsi davanti alle coste siciliane dall'Africa: il comando della VI° Armata temeva molto il periodo senza luna iniziato il 26 giugno, per cui dal comando legione di Palermo raccomandavano una stretta sorveglianza delle spiagge, nelle ore di maggior buio.
Per fortuna il periodo illune andava a finire proprio quella notte...

Sacramentando sotto gli scrosci di pioggia alimentati da un tesissimo vento da ovest i tre militari, al comando del brigadiere Santo Arena, pedalavano sulla strada sterrata che costeggiava la spiaggia quando, all'improvviso, a uno di loro era sembrato di vedere delle ombre in movimento sulle acque agitate dalla tempesta: insospettito, l'uomo aveva chiamato il superiore e insieme, buttate le bici a terra, si erano acquattati tra i canneti sferzati dal vento ed infradiciati dalla pioggia, puntando le torce verso il mare.
Una corrente molto forte increspava visibilmente la superficie delle acque formando altissimi e rumorosi cavalloni, ma una pesante foschia gelatinosa ovattava la vista dell'orizzonte, senza che le torce potessero aiutare granché.
"Vitale, vedi qualcosa lì? Buttaci un po' più di luce..."
La voce apparentemente fredda del brigadiere trasudava tensione: qualcosa si intravedeva lontano, quando qualche lampo rompeva il buio della notte, ma non si capiva cosa... 
"Torna al comando e riferisci che buttino un occhio nel settore del vecchio pontile", disse rivolto al terzo finanziere, attardato da un bisogno fisiologico.
Mentre l'altro si allontanava, Arena estrasse la sua piccola Beretta 34 d'ordinanza dalla fondina, tolse la sicura e inginocchiandosi tra le canne sferzate dal vento e dalla pioggia disse, guardando in quella direzione: "Vitale, punta il 91 verso il mare e spara!"
L'appuntato Mario Vitale, un po' intimorito, imbracciò affannosamente il fucile, mirò ad un punto immaginario davanti a sé e al segno del superiore fece fuoco insieme con lui.

All'improvviso, come obbedendo al medesimo ordine, si accesero le potentissime luci di alcuni proiettori alle loro spalle, illuminando a giorno per un breve, lunghissimo attimo, tutto il nero che fino a quell'attimo incombeva davanti a loro: decine di imbarcazioni avanzavano silenziosamente tra le onde verso la spiaggia!
Subito dopo le batterie costiere italiane aprirono anch'esse il fuoco ma quasi contemporaneamente, dal mare, decine, forse centinaia di lampi rossi si accesero lungo la linea sconfinata dell'orizzonte, seguiti da una serie di sibili.
"Via da qui, porca puttana!!!", urlò Arena.
Dopo pochi secondi decine di proietti di grosso calibro, in rapida successione, uno più preciso dell'altro, uno più mortale dell'altro, cominciarono a cadere proprio lì, di fronte agli stupiti finanzieri.
Era successo che pochi secondi prima il comandante del CDXXIX° battaglione costiero, il maggiore Arnaldo Rabellino, aveva segnalato al comando brigata i primi mezzi da sbarco in direzione di Senia Ferrata: le artiglierie costiere avevano aperto il fuoco, rivelando la loro posizione alla forza navale diretta su Gela, la Task Force 81 ai comandi del Contrammiraglio John Leslie Hall Jr., presente sulla nave comando Amphibious Personnel Attack APA-26 Samuel Chase
Che aveva immediatamente risposto.

I due militari, inforcate in fretta e furia le biciclette, si fiondarono verso il comando, ma una granata esplosa poco lontano li fece cadere a terra: Vitale si rialzò, spaventato ma illeso, ma una scheggia aveva gravemente ferito Arena, che si lamentava penosamente.
Il giovane appuntato lo sollevò con cautela e lo strinse a sé, cominciando a correre verso la città, con Arena che pure cercava di spingere sui piedi per non gravare troppo col suo peso.
Con l'affanno che mozzava il respiro, sporchi di pioggia, sangue e sabbia, i due finanzieri cercavano di ripararsi dietro le dune e i fitti canneti, con la spiaggia sempre più incenerita dagli scoppi, mentre alle loro spalle li inseguivano centinaia di proiettili, creando vistosi sbuffi di sabbia sulla spiaggia resa compatta dalla pioggia battente: erano le mitragliatrici pesanti da 12,7 mm dei mezzi anfibi, gli LCVP (Landing Craft Vehicle and Personnel), usciti dalle prime navi da sbarco per la fanteria ed i carri, le più grosse LSI (Landing Ship Infantry)LST (Landing Ship Tanks) e le più piccole LCI (Landing Craft Infantry) LCT (Landing Craft Tanks).

Sotto i colpi del cacciatorpediniere Shubrick si spensero due proiettori delle difese costiere, uno dietro l'altro, e subito dopo saltò in aria la polveriera di Ospizio Marino.
Lo spostamento d'aria scagliò lontano i due finanzieri.
Arena restò incosciente a terra, coperto di sangue: Vitale lo prese sulle spalle e cominciò a risalire la spiaggia, con le esplosioni che sembravano prenderli accuratamente di mira ad ogni passo, ed a portarlo presso un conoscente, ormai in gravi condizioni, per farlo sdraiare su un letto morbido.
Santo Arena sarebbe morto dopo sei giorni d'agonia senza più riprendere conoscenza, in una nave ospedale americana: come tradizione quando si muore in mare, le sue spoglie riposano ora da qualche parte in fondo al Mediterraneo.
Vitale sarebbe tornato a fare il suo dovere di soldato, scomparendo dalla Storia come accadde a quasi tutti i 650 finanzieri che, suddivisi in unità di poche decine di uomini pomposamente chiamate brigate litoranee, si trovarono improvvisamente chiamati a combattere in prima linea nei Posti di Osservazione Costiera (POC), nei Posti di Osservazione e Allarme (POA), nei Posti di Blocco Costiero (PBC).

Mentre le fotoelettriche inondavano il mare ribollente di pioggia e di urla belluine, e l'aria, satura dei suoni e degli odori della battaglia, era solcata dai traccianti dell'una e dell'altra parte, i piccoli LCA (Landing Craft Assault) lunghi 13 metri, ognuno con 36 uomini armati di tutto punto più 4 d'equipaggio, si avvicinavano a riva protetti dalla nebbia artificiale, tra gli sbuffi dei proietti scagliati dalle batterie campali italiane da 75/27 del XXI° gruppo CK della Guardia alla Frontiera del tenente colonnello Salvatore Lauritano.

Gli orologi segnavano le 03,10 di notte di sabato 10 luglio 1943.
Era cominciata l'Operazione "Husky": sarebbe passata alla Storia come lo Sbarco di Sicilia.
Gela era proprio al centro dell'area attaccata.

PRIMO ATTO
L'ATTACCO ALL'ITALIA


1. L'ITALIA, "VENTRE MOLLE" DELL'ASSE

LA CONFERENZA DI CASABLANCA (14-24 GENNAIO 1943)
L'idea di attaccare l'Italia era stata presa in Marocco, nella Conferenza interalleata di Casablanca (denominata in codice "Symbol"), tenutasi lì dal 14 al 24 gennaio 1943 tra il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, il premier britannico Winston Churchill ed il riottoso leader della Francia  Libera, il Generale Charles De Gaulle, giunto solo il 22 gennaio dopo essersi fatto rappresentare dal Generale Henri Giraud, comandante delle truppe francesi in Africa.
Totalmente dominato da Churchillil vertice aveva stabilito di imporre all'Asse la resa senza condizioni, decisi gli obiettivi dello sbarco (al contrario degli americani, che puntavano più ad uno sbarco nella Provenza francese, Churchill invece guardava proprio alla Sicilia, parte di quell'Italia ritenuta il "ventre molle" dell'Asse) ed infine scelto anche i capi dell'azione, con nettissima prevalenza inglese.

L'OPERAZIONE "MINCEMEAT"
In una riunione tenutasi il 27 giugno con i rispettivi Stati Maggiori, il Generale italiano Alfredo Guzzoni, neo comandante della VI° Armata, ed il Generale tedesco Albert Kesserling, comandante delle truppe germaniche in Italia, avevano discusso delle mosse da farsi in Sicilia.
A differenza degli italiani (e dello stesso Kesserling), Hitler si era convinto che lo sbarco sarebbe avvenuto in Grecia, ingannato da una geniale operazione di disinformazione degli Alleati  chiamata in codice "Mincemeat", cioè carne tritata, polpetta (v. QUI), ideata da uno sconosciuto capitano di corvetta della Naval Intelligence Division, appartenente al Combined Operation Command alleato, tale Ewen Edward Samuel Montagu.


Montagu, collega di stanza del parigrado Ian Fleming, il famoso inventore dell'Agente 007, forse ispirato proprio da lui aveva fatto ritrovare il 30 aprile 1943 al largo di Cadice, in Spagna, il cadavere di un finto maggiore inglese, tale William Martin dei Royal Marines, apparentemente morto per un incidente aereo.

Il cadavere in realtà era quello di un 34enne gallese, Michael Glyndwr, morto suicida per avvelenamento da topicida, non rilevabile coi mezzi dell'epoca, ed era stato trasportato in incognito su un apposito contenitore piombato e poi rilasciato in favore di corrente da un sommergibile britannico, il Seraph (solo il comandante Norman Limbury Aushinlek "Bill" Jewell e due altri ufficiali sapevano tutto).
La gendarmeria spagnola trovò nella divisa un falso tesserino con la foto del finto maggiore, oltre a lettere inventate di sana pianta e inviate al padre e alla fidanzata Pam ed effetti personali creati ad hoc, tra cui persino una lettera di sollecito della Lloyds Bank, ma soprattutto recuperò dalla cartelletta legata al polso dell'uomo con una catenina due lettere assolutamente false, una del Vicecapo di Stato Maggiore Imperiale, il Generale Archibald "Archie" Nye, l'altra addirittura dell'Ammiraglio Lord Louis Mountbatten in persona, capo dello stesso COC, firmate veramente dai due, pienamente a conoscenza del falso, e indirizzate entrambe all'ignaro Maresciallo Sir Harold Rupert Leofric George Alexander, Conte di Tunisi, capo del XVIII° gruppo di armate in Nord Africa.
Le due lettere facevano chiaramente capire, per la colloquialità insieme falsissima e credibile, per i notori rapporti di amicizia tra i due personaggi, per le informazioni di cui potevano benissimo essere a conoscenza, per i toni, per alcune corrette annotazioni strategiche, etc., come luogo designato per lo sbarco principale fosse il Peloponneso in Grecia, operazione indicata in codice proprio con il nome di "Husky", quello del cane siberiano da slitta, con in più due sbarchi secondari di copertura sulle coste tirreniche siciliane ed in Sardegna, in codice "Brimstone" (Zolfo).
Nella lettera di Mountbatten era altresì chiaramente spiegato come il falso maggiore Martin fosse destinato al Nord Africa, dove avrebbe dovuto collaborare con l'Ammiraglio Cunningham per la stesura dei piani per l'assalto alla "patria delle sardine". 

Ovviamente il servizio segreto spagnolo aveva passato le copie delle due lettere all'agente locale dell'Abwehr, il servizio militare tedesco, Adolfo Clauss Kindt, un cittadino ispano-tedesco, figlio del console onorario tedesco di Huelva, e da qui esse erano finite direttamente sulla scrivania del Fuhrer.
Ewen E. S. Montagu
Hitler ci era cascato in pieno, disponendo l'invio di ben 10 divisioni nei Balcani, di cui 5 aviotrasportate ed una corazzata, e ben 7 solo in Grecia, oltre ad una in Corsica ed un'altra in Sardegna, mentre interi stormi aerei tedeschi erano stati inviati dalla Sicilia nelle basi sarde: quando la macchina decrittatrice ULTRA del Secret Service britannico intercettò i messaggi in codice inviati il 12 maggio con ENIGMA dal servizio informazioni dell'esercito tedesco (Wermacht-Fuhrungsstab) a tutti i comandi nel Mediterraneo con l'avvertimento a prepararsi a difendere Sardegna e Peloponneso da possibili sbarchi nemici Ewen Montagu capì di aver fatto bingo ("Mincemeat swallowed, rod, line and sinker", cioè "Polpetta inghiottita con canna, lenza e piombino", fu il messaggio in codice inviato a Churchill).
L'isola era ora quasi indifesa.

Il cadavere del finto maggiore William Martin, restituito solo il 13 maggio al viceconsole inglese di Huelva tra mille proteste inglesi per il ritardo, fu sepolto con tutti gli onori militari proprio a Huelva: la tomba, che ora reca anche il nome del "vero" Michael Glyndwr, è tuttora ospitata lì.
Su soggetto dello stesso Montagu, nel 1956 venne fatto un film di discreto successo, "L'uomo che non è mai esistito" ("The Man Who Never Was"), per la regia di Ronald Neame.

LA SCONFITTA DELL'ASSE IN AFRICA
L'11 maggio 1943 nel settore di Enfidaville in Tunisia la 5. PanzerArmee tedesca di  Hans Jurgen von Arnim, l'ex Deutsches Afrika Korps (tre divisioni corazzate, 10°, 15° e 21°, cui era stata aggregata dalla Francia la 1° corazzata Hermann Goering, più la 90° e la 164° di fanteria leggera e la brigata paracadutisti Ramke), si era arresa agli anglo-americani e ai francesi, seguita solo alle 12,30 del 13 maggio dalla I° Armata italiana di Giovanni Messe, il migliore generale italiano, dei bersaglieri, già comandante del Corpo di Spedizione Italiano in Russia (v. QUI e QUI).
Lottando fianco a fianco coi tedeschi i tre corpi d'armata italiani, il XXX° di Vittorio Sogno (con la divisione corazzata Centauro del Conte Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, marito di Iolanda di Savoia, quella di fanteria Superga di Fernando Gelich, la 50° brigata speciale di Giovanni Imperiali ed il 1° reggimento di fanteria di marina San Marco), il XX° di Taddeo Orlando  (divisioni motorizzate Trieste di Francesco La Ferla e Giovani Fascisti di Nino Sozzani) e il XXI° di Paolo Berardi (divisioni di fanteria La Spezia al comando di Gavino Pizzolato, caduto in combattimento, Pistoia di Giuseppe Falugi e Raggruppamento sahariano di Alberto Mannerini) avevano sconfitto ripetutamente a nord-ovest la I° armata britannica di Kenneth Arthur Noel Anderson, il XIX° CA francese di Alphonse Juin e l'inesperto II° CA americano dell'inetto Lloyd Fredendall, sostituito subito dopo il disastro di Kesserine da George Smith Patton Jr., prima di arretrare sulla linea del Mareth sotto la spinta da nord dei fanti della 1° e 3° divisione americane e dei corazzati del Combat Command B del colonnello Paul McDonald Robinett della 1° corazzata ed infine cedere definitivamente all'attacco da est della sopravveniente VIII° armata britannica di Bernard Law Montgomery, vittoriosa ad El Alamein.

Nonostante gli eroismi del 7° bersaglieri a Sidi Bou Zid (dove cadde falciato da una mitragliatrice americana il colonnello Luigi Bonfatti, comandante del 7°), del 5° bersaglieri e dei carristi della Centauro a El Guettardei carristi e del 66° fanteria della Trieste a Mèdeninedel III° battaglione Tobruch del San Marco e del 5° e 10° bersaglieri allo Uadi Akarit, dei resti del 5°, dell'8°, del 9° e del 10° bersaglieri ad Enfidaville, tutti aggregati alla Giovani Fascisti, l'ultima divisione a mollare (l'unica del Regio Esercito composta interamente da volontari della GIL, la Gioventù Italiana del Littorio), Messe si era visto rifiutare ostentatamente dai francesi l'Onore delle Armi.
Pur circondato e senza speranze, Messe non aveva quindi accettato di arrendersi a Henri Giroud, ritenendo "disumano" il trattamento da lui riservato ai prigionieri italiani, e solo dopo che Benito Mussolini il 12 maggio gli ebbe telegrafato "Cessate il combattimento. Siete nominato Maresciallo d'Italia. Onore a Voi ed ai Vostri prodi" si era presentato per la resa al Generale Bernard Cyril Freyberg della 2° divisione neozelandese dell'VIII° armata. 
Giovanni Messe sarebbe stato il prigioniero dal grado più alto catturato dagli Alleati nell'intero conflitto.

Il bollettino di guerra italiano n. 1083 del 13 maggio 1943 recitava:

"La I Armata italiana, cui è toccato l'onore dell'ultima resistenza dell'Asse in terra d'Africa, ha cessato per ordine del Duce il combattimento. Sottoposta all'azione concentrica ed ininterrotta di tutte le forze angloamericane terrestri ed aeree, esaurite le munizioni, priva ormai di ogni rifornimento, essa aveva ancora ieri validamente sostenuto, con il solo valore delle sue fanterie, l'urto nemico. E' così finita la battaglia africana durata, con tante alterne vicende, 35 mesi".

Mussolini, per una volta che i tedeschi si erano arresi per primi, ci aveva tenuto a farlo rimarcare, tuttavia con la resa andavano perduti 250.000 veterani che sarebbero stati utili per la difesa dell'Europa.

2. I "BOMBARDAMENTI DI SATURAZIONE" SULL'ITALIA 

Da tempo l'Italia era finita nel raggio d'azione dei grossi quadrimotori alleati, gli Short Stirling, i De Havilland Halifax e gli Avro Lancaster della RAF (Royal Air Force), attivi soprattutto sul nord, ed i B-17 Flying Fortress ed i B-24 Liberator della USAAF (United States Army Air Force), attivi sul centro-sud partendo dalle basi algerine.
Tutto questo aveva imposto la riunificazione di tutte le forze aeree alleate nella NAAF (Northwest African Air Force), con aggregate anche la 9th Air Force del Maggior Generale Lewis H. Brereton e la 12th Air Force del Maggior Generale James "Jim" Doolittle, ideatore e protagonista del famoso Raid su Tokyo del 18 aprile 1942 (v. QUI).
Posta alle dirette dipendenze del Mediterranean Air Command (MAC) del Maresciallo dell'Aria Sir Arthur Travers Harris, la NAAF era stata affidata al Tenente Generale americano Carl Andrew "Tooey" Spaatz, e comprendeva, suddivise in vari sottocomandi territoriali:

-la Strategical Air Force (NASAF), assegnata proprio a Jim Doolittle, con i Wellington inglesi della RAF e canadesi della RCAF del 205th Bomber Group (Heavy) del Commodoro dell'Aria John H. T. Simpson, i B-17 Flying Fortress ed i P-38 Lightning del 5th Bomber Wing (Heavy) del Brigadier Generale Joseph Atkinson, i B-17 ed i B-24 Liberator della 9th e  12th AF, i B-25 Mitchell ed i P-38 Lightning del 47th Bomber Wing (Medium) del Brigadier Generale Carlyle Ridenour ed i B-26 Marauder ed i P-40 Warhawks del 42nd Bomber Wing (Medium) del Brigadier Generale Robert M. Webster (v. QUI); 

-la Tactical Air Force (NATAF) del Maresciallo dell'Aria Sir Arthur "Mary" Coningham (che il 30 gennaio 1948 sarebbe scomparso nel nulla attraversando in volo il famoso Triangolo delle Bermude), con i bombardieri medi e leggeri della Tactical Bomber Force (TBF) del Commodoro dell'Aria Sir Laurence Frank Sinclair, i caccia tattici del XII Air Support Command (ASC) del Maggior Generale Henry Harvey "Hap" House e gli intercettori della Desert Air Force (DAF) del Vice Maresciallo dell'Aria Sir Harry Broadhurst;

-la Coastal Air Force (NACAF) del Vice Maresciallo dell'Aria Sir Hugh Pughe Lloyd, deputata alla lotta antisommergibile ed antinave ed al soccorso in mare con due squadroni di idrovolanti Walrus dell'Air Sea Rescue della RAF;

-ed il Troop Carrier Command (TCC) del Brigadier Generale Paul Williams, adibito al trasporto, soprattutto con i Dakota C-47 americani del 51st e 52nd Troop Carrier Wing e gli Albemarle, Halifax e Stirling inglesi del No. 38 (Airborne Force) Wing.

Secondo le linee strategiche messe a punto da Churchill e Roosevelt nella Terza Conferenza di Washington ("Trident"), tenutasi dopo la vittoria in Tunisia, tra il 12 ed il 25 maggio 1943, era necessario conseguire la totale paralisi dei collegamenti tra il sud Italia, la Sardegna e la Sicilia, colpendo strade, porti, aeroporti, scali ferroviari, stabilimenti industriali, depositi di nafta, caserme
 (il termine tecnico usato di "bombardamenti di saturazione" era, nella sua asettica oggettività, tremendamente esplicito): furono inviati oltre 600 aerei a Malta (tra cui Hurricane e Spitfire, i caccia pesanti bimotori notturni Beaufighter e Mosquito, i caccia tattici americani P-49 Airacobra e P-38 Lightning), e schierati in Africa tutti i velivoli disponibili, tra cui i quadrimotori pesanti Halifax Mk. II del 462nd Bomber Squadron australiano della RAAF, capaci di portare fino a 5.897 chili di bombe (13.000 lb) e difesi da ben 9 mitragliere da 7,7 mm, basati in Libia a Hosc Raui.

I TERRIBILI BOMBARDAMENTI SU BATTIPAGLIA
Da maggio l'Italia meridionale venne colpita da numerosi bombardamenti "terroristici", tanto cari al Maresciallo dell'Aria Harris, uno che per quelli sulla Germania sarebbe stato soprannominato "Bomber Harris" (Harris il bombardiere) o "Butcher Harris" (Harris il macellaio), e a farne le spese furono anche centri apparentemente insignificanti come Battipaglia (SA).
Essa aveva il solo torto di trovarsi esattamente al centro del sistema viario su rotaia e su strada tra Napoli, Salerno e la Calabria, da tempo sotto attacco dei Wellington: venne bombardata dai bimotori americani B-25 Mitchell il 21 giugnosenza danni alle infrastrutture ma con 55 vittime civili, poi il 30, con la distruzione completa di binari, vagoni e tonnellate di materiale bellico, e di seguito quasi ogni giorno fino al 14 settembre, insieme al vicino aeroporto di Montecorvino, quasi sempre dai caccia tattici americani P-47 Thunderbolt.


 North-American B-25 Mitchell
Di tali bombardamenti esistono filmati girati da William Wyler, il regista di "Vacanze romane", per anni coperti da segreto militare ed ora in possesso anche della cineteca RAI, alcuni visibili nel film di propaganda del 1946 "Thunderbolt" (v. QUI), diretto dallo stesso Wyler e presentato da James Stewart, pluridecorato pilota di B-17 durante la guerra.
Battipaglia avrebbe avuto in totale 117 vittime, tanto da vedersi conferire dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi nel 2006 la medaglia d'argento al merito civile.

PALERMO CITTÀ MUTILATA*
Già il 23 giugno 1940 alcuni bombardieri francesi dall'Algeria avevano attaccato il porto di Palermo, colpendo il solo centro abitato e causando 25 morti.
In tutto il 1941 c'erano stati altri 11 bombardamenti, per opera di quelli britannici di Malta, ma nel 1942, con Malta stessa sotto attacco, le incursioni aeree erano drasticamente calate a 3, anche se tra agosto e dicembre formazioni alleate sempre più grosse avevano cominciato a lanciare sulla città volantini minacciosi, nel segno della più subdola guerra psicologica (v. QUI).
L'anno della svolta fu il 1943: nella notte del 2 gennaio i Wellington del 205° BG sganciarono bengala e bombe dirompenti sul porto e le zone limitrofe, colpendo  alcune case in Corso dei Mille e Frazione Guarnaschelli,  con 6 morti e 4 feriti, mentre il 7 10 B-24 D Liberator dei BS 93°, 98° e 376° della 9° AF, quadrimotori di 28 metri di lunghezza e 34 di apertura alare capaci di portare 3.600 chili di bombe, decollati dall'aeroporto egiziano di Fayid al comando del capitano M.T. Fennell con bombe di 1.000 libbre (453,6 Kg), sbucarono a sorpresa tra le 16,25 e le 17,10 sulla città  coperta da una spessa coltre di nubi e dopo aver costeggiato il Monte Pellegrino dal mare riuscirono indisturbati (scambiati dalla FlaK tedesca per connazionali FW 200 Kondorad affondare il cacciatorpediniere Bersagliere di 2.300 tonnellate, centrato da due bombe sulla dritta e rovesciatosi in soli 9 minuti, con 13 morti a bordo (tra cui il comandante, capitano di fregata Anselmo Lazzarini), a danneggiarne altri tre (con un morto a bordo del caccia Antonio Da Noli) e a colpire anche il centro storico, con un totale di 139 morti e 329 feriti.

Wellington, B-17 e B-24 ritornarono a colpire  il porto, il Borgo Vecchio, Piazza Magione, Corso dei Mille, il centro storico, i cantieri navali, l'aeroporto di Boccadifalco, Mondello, Villabate e San Lorenzo il 23 gennaio e poi il 3, il 5, il 15, il 20 ed il 22 febbraio, con un totale di 324 morti e 297 feriti, e poi ancora a marzo, il giorno 1, il 3, l'8 e l'11, colpendo ancora il porto ma anche il portico meridionale della Cattedrale, l'Albergo delle Povere di Corso Calatafimi, il complesso monumentale dei Cappuccini nel quartiere Zisa.
Ancora, il 22 marzo, altri 22 B-17 della 12° AF, ognuno con 12 bombe da 227 chili, fecero saltare in aria alle 15,45 la nave portamunizioni Volta, devastando tutto in un raggio di 700 metri anche per le tantissime schegge volanti (il fusto di una delle due ancore della Volta, del peso di circa 600 chili, ora esposto nella caserma Caramanna dei Vigili del Fuoco, sfondò il tetto della Banca d'Italia in Via Cavour!): il fumo dell'enorme esplosione, sentita a chilometri di distanza, salì fino ad oltre 4.000 metri di altezza, oscurando l'intero cielo, ed alla fine furono contati 24 morti tra gli operai della compagnia portuale, annegati dopo che l'acqua sollevata da uno degli scoppi aveva allagato il rifugio antiaereo sul molo, e altri 38 nell'abitato, con 183 feriti.
Ma le incursioni continuavano, anche con bombe incendiarie ed al fosforo, e furono ben 9 ad aprile (il 4, il 5, il 7, il 10, il 12, il 15, il 16, il 17 ed il 18), con 44 vittime in totale, con obiettivi ancora il porto, ormai praticamente raso al suolo, l'aeroporto di Boccadifalco, il centro storico nei mandamenti Tribunali e Castellamare, ma anche la periferia, il Foro Italico ed il quartiere Brancaccio.
Fu a questo punto che il Regime decise di dare alla città il simbolico riconoscimento di "Città mutilata", con la consegna pubblica in Piazza Bologni al podestà Francesco Sofia di una medaglia il 9 maggio 1943, la "Giornata dell'Impero".

IL BOMBARDAMENTO A TAPPETO SU PALERMO DEL 9 MAGGIO 1943*
Mussolini intendeva dare a quella cerimonia un forte impatto propagandistico, ma gli Alleati volevano volgere quell'avvenimento a loro favore per accrescere l'onda emotiva che cominciava a serpeggiare contro di lui (i primi scioperi, le prime manifestazioni di dissenso, addirittura i sabotaggi nelle fabbriche): fu così che quella mattina Radio Londra avvisò la popolazione di non partecipare alla cerimonia ed anzi se possibile di evacuare la città.
L'avvertimento non era senza significato.

Due  Lookheed P-38 Lightning sui cieli siciliani
Un'incursione dei caccia tattici bimotori Lightning del 1° Fighter Group (FG) Aut vincere aut mori del maggiore Joseph Peddie su Boccadifalco fu il preludio del terrificante bombardamento.
Presentatisi da est intorno alle 11,00 sull'obiettivo dopo aver evitato Capo Zafferano (dov'era posizionata una forte difesa antiaerea), i Lightning sorpresero a terra 70 caccia italiani distruggendoli tutti, inibendo così ogni possibilità di difesa.
Subito dopo, a partire dalle 12,35 si presentarono su quei cieli, scortati da circa altri 150 Lightning, ben 211 tra bimotori B-25 C Mitchell e B-26 B Marauder della NASAF, ognuno con 1.360 chili di carico bellico, e quadrimotori B-17 della 9° AF, più piccoli e con meno autonomia dei B-24 ma proprio per questo capaci di trasportare il doppio del carico bellico, ben 7.800 chili,  che sganciarono da alta quota un totale di 1.114 bombe da 500 libbre (227 chili).
Al termine della prima ondata, altri 90 bombardieri medi scortati da 60 Lightning lanciarono su Palermo altre 456 bombe da 300 libbre (136 chili). 
Infine, quella stessa sera completarono l'opera 23 Wellington inglesi, capaci di trasportare fino a 4.500 libbre di carico bellico (2.041 chili), sganciando altre 76 bombe, tra cui alcune al fosforo e persino due ad alto potenziale da 1.800 chili addirittura, capaci di distruggere intere aree residenziali!
Fu il primo bombardamento a tappeto su una grande città in Italia, secondo in assoluto solo a quello terrificante subito dalla non lontana Trapani il 6 aprile precedente, quando perirono sotto le bombe delle Fortezze volanti americane addirittura 6.000 persone, quasi tutti marinai delle navi affondate in porto e viventi nel popoloso quartiere San Pietro ad esso adiacente, raso praticamente al suolo come Piazza Scarlatti, la Stazione ferroviaria, il Teatro Garibaldi, la Chiesa di Sant'Agostino e la Caserma Fardella, piena di militari in partenza per la Tunisia (v. https://www.natalesalvo.it/6-aprile-1943-72-anni-fa-gli-alleati-radevano-al-suolo-trapani/)!
Palermo, distrutta per il 90%, venne decorata nel 1964 con la Medaglia d'Oro al Valore Militare come Genova e Torino (v. https://www.youtube.com/watch?v=55njjO_R0hs): nonostante le vittime fossero ufficialmente "solo" 373 esse furono in realtà tra le 800 e le 1.500, con migliaia di feriti e di sfollati. 
Trapani venne decorata tre anni prima, nel 1961, ma la Medaglia d'Oro fu conferita al Valore Civile.

* https://ninobadalamenti.wordpress.com/2014/05/09/palermo-9-maggio-1943/

LA SICILIA BRUCIA
Trapani, poco attaccata fino a tutto il 1942 dopo essere stata colpita la prima volta da bombardieri francesi già il 22 giugno 1940, avrebbe avuto 17 incursioni tra il 31 gennaio ed il luglio di quel 1943, ma solo a maggio Palermo ne ebbe 43, Catania 45 e Messina 32 (v. QUI).
Palermo e Boccadifalco vennero bombardate dai B-17 anche il 12, il 15, il 27 ed il 30 giugno e con azioni di spezzonamento e strafing (mitragliamento), fatte anche su tutte le altre basi e idroscali dell'isola, dai P-38 Lightning, dagli Spitbomber (Spitfire da attacco al suolo) e dagli A-36 Apache.

Una "fortezza volante" Boeing B-17
Tra il 6 ed il 30 giugno i B-17 e B-24 americani, gli Halifax australiani e i Wellington del 38° BS del Middle East Air Command (MEAC) del Maresciallo dell'Aria Sir Sholto Douglas attaccarono gli scali dei traghetti, le rotaie ed i trasporti ferroviari, i porti e gli aeroporti di Reggio Calabria, Villa San Giovanni e Messina, che sarebbe stata letteralmente spianata al suolo, tanto che tra i piloti alleati si sarebbe diffusa la "simpatica" espressione "Messina in a mess" (Messina nei guai).
Un Consolidated B 24 Liberator  

Il sistema aeroportuale catanese fu invece preso particolarmente di mira tra il 9 ed il 13 giugno, con una sessantina di vittime, dai B-17 e dai B-24 americani, ma anche Siracusa, più volte colpita dagli inglesi sin dal 1941 e duramente ferita anche il 27 febbraio precedente in Borgata Santa Lucia dai Spitbomber maltesi della R.A.F., con 56 morti (molti purtroppo bambini presenti ad una manifestazione ginnica nel prospiciente stadio cittadino), venne attaccata il 18 giugno dai Wellington inglesi e due giorni dopo ancora dai cacciabombardieri americani.
Tutte le città costiere siciliane vennero dichiarate dal governo "zone di guerra", con l'ordine per chi vi abitava di sfollare entro tre settimane.

3. LA GRANDE BATTAGLIA AEREA DEL  5 LUGLIO 1943



Franco Lucchini
Il 2 luglio iniziò l'offensiva finale, con un pesantissimo attacco dei B-24 americani sulla Puglia (la povera Foggia, strategico nodo ferroviario circondato da 30 aeroporti, il 18 settembre era distrutta per il 90%, con 21.000 vittime complessive!), seguito il 3 da uno su Sicilia Occidentale e Sardegna, il 4 sulla Sicilia Orientale ed infine il 5 sul sistema aeroportuale catanese, messo talmente in difficoltà che il 7 luglio sarebbe venuto clamorosamente a mancare tutto il munizionamento antiaereo da 90/53!
In quei giorni, "prodighi di sé stessi fino alle estreme possibilità", avrebbe detto Guzzoni, i piloti italiani effettuarono ben 212 sortite il 4 luglio, 165 il 5 e 95 il 6 luglio, abbattendo 53 aerei nemici al prezzo di soli 15 nostri (93 ne avrebbe distrutti la Luftwaffe).
Proprio in uno di quei giorni caddero due nostri assi, tutti e due dell'84° squadriglia del 10° gruppo Francesco Baracca del 4° stormo CT (Caccia Terrestre) di Gerbini, il famoso Cavallino rampanteil capitano Franco Lucchini di Roma (26 abbattimenti includendo la guerra di Spagna, 52 condivisi con altri), comandante del 10° (v. QUI), ed il sottotenente Leonardo Ferrulli di Brindisi (22 abbattimenti individuali e 10 condivisi).

Quando il 5 luglio 1943 vennero avvistate ben 900 fortezze volanti scortate da altrettanti caccia in direzione dell'Italia meridionale, i 13 caccia disponibili del 10° gruppo ebbero l'ordine di intercettare una formazione di 52 B-17 degli squadroni 346°, 347°, 348° e 416° del 99° BG della 12° AF (colonnello Faye R. Upthegrove) che si stavano dirigendo proprio verso di loro scortati da decine di Spitfire IX del 73° e del 243° squadrone della RAF.
Decollati alle 10,25 dalla pista satellite di San Salvatore i piloti del 10° gruppo (i 7 della 84° squadriglia, con i Macchi 202 Folgore di Lucchini, dei sottotenenti Francesco Palma ed Enzo Dall'Asta e del capitano Luigi Giannella e i nuovissimi Macchi 205 Veltro del tenente Alessandro Mettimano, caposquadriglia, del sergente maggiore Piero Buttazzi e del sergente Livio Barbera; i 3 Folgore della 90°, con il tenente Luigi Cima, caposquadriglia, il maresciallo Massimo Salvatore e il sergente maggiore Giambattista Ceoletta, e i 3 della 91°, con il caposquadriglia tenente Mario Mecatti e i sottotenenti Giovanni Silvestri ed Elio Miotto) si diressero contro le fortezze volanti americane.
Insieme con loro c'erano quelli del 9° gruppo Gamba di ferro di Sigonella guidati dal capitano Giulio Reiner (73°, 96° e 97° squadriglia), per un totale di 27 tra Folgore e Veltro, cui si aggiunsero in quota i Messerschmitt Me 109 G Gustav delle squadriglie 363°, 364° e 365° del 150° gruppo autonomo Gigi Tre Osei di Sciacca, al comando del tenente colonnello Antonio Vizzotto.

I piloti italiani, intercettato il nemico nei pressi di Ragusa a 23.000 piedi d'altezza, poco più di 7.000 metri, si lanciarono subito sui soli bombardieri: Lucchini, Giannella, Mettimano, Dall'Asta e Buttazzi dell'84° danneggiarono visibilmente tre B-17, il maresciallo Salvatore della 90° ed il tenente Vittorio Squarcia della 73° ne abbatterono due in condivisione con dei Me 109, mentre il capitano Reiner e lo stesso Salvatore, il sergente Ettore Chimeri ed il parigrado Bruno Biagini della 73°, Cima e Ceoletta della 90° ed il tenente Mecatti della 91° ne abbatterono uno a testa, ed ancora Mecatti danneggiò pure uno Spitfire mentre Lucchini ne abbatté a sua volta un altro.


Lucchini sul suo M 202 Folgore
Alle 11,55 i caccia italiani erano di ritorno, ma mancava proprio quello di Lucchini!
Il sottotenente Dell'Asta l'aveva visto attaccare nuovamente i bombardieri e poi cadere all'improvviso, col tettuccio chiuso, probabilmente colpito proprio dal poderoso fuoco difensivo di quei mostri, armati di ben 13 mitragliere Browning M 2 cal. 50 (12,7 mm) ad alta cadenza di tiro, pochi chilometri ad est di Catania.
Proprio lui si recò con una macchina del gruppo sul posto dell'abbattimento, ma dovette tornare indietro perché era in corso un bombardamento: solo due giorni dopo sarebbero stati individuati i rottami dell'aereo, ma tra le lamiere accartocciate e fumiganti del Folgore venne però recuperata solo una parte della mano sinistra dello sfortunato ufficiale, tanto che il riconoscimento fu reso possibile solo dalla fede nuziale portata al dito. 
Solo nel 1952, nove anni dopo la sua morte, a Lucchini sarebbe stata concessa postuma la medaglia d'oro, che si sarebbe aggiunta alle precedenti cinque d'argento, una di bronzo, alle tre croci di guerra ed alla croce di ferro di seconda classe conferitagli dai tedeschi.
Ora i suoi pochi resti riposano presso il Sacrario dell'Aeronautica Militare al Verano (Roma).
Lucchini sarebbe stato citato nel bollettino n. 1137 del 6 luglio 1943 insieme con quello di altri cinque piloti del 4° stormo (il capitano Raniero Piccolomini Clementini Adami di Siena, caposquadriglia della 90°, succedutogli al comando del gruppo, il capitano Luigi Giannella di Barletta ed i tenenti Vittorino Daffara di Milano, Alvaro Querci di Lucca e Mario Mecatti di Perugia).

Ma quella non fu l'unica missione del 4° stormo in quella giornata: sin dalle 07,15 era partita la prima, di ricognizione sul mare, da parte del tenente Giorgio Bertolaso (padre del famoso Guido, ex capo della protezione civile in questi anni) e del sergente Ambrogio Rusconi della 91° squadriglia; subito dopo tra un bombardamento e l'altro sulle loro basi alle 11,55 erano decollati il tenente Daffara, il tenente Lamberto Martelli, il tenente Giuseppe Ferrazzani ed un quarto sconosciuto della 91°, poi alle 13,00 era toccato al tenente Renato Baroni della 90°, alle 13,25 prima a 3 Folgore e 2 Veltro dell'84° (il capitano Giannella, il sergente maggiore Corrado Patrizi, il sergente maggiore Mario Veronesi, il tenente Mettimano, il sergente maggiore Buttazzi), subito dopo a uno della 90°, il sottotenente Sforza Libera, a uno della 73°, il tenente Squarcia, ed uno della 91°, ancora il tenente Martelli.
Tra le 14,15 e le 14,20 partivano altri 3 Folgore della 91° (tenente Bertolaso, sottotenente Leonardo Ferrulli e sergente Giulio Fornalè), alle 15,35 il Folgore di Giannella ed il Veltro di Buttazzi, alle 17,00 altri due Macchi, uno dell'84°, quello del maresciallo Salvatore, ed uno della 90°, quello del tenente Fabio Clauser, alle 17,35 un altro Folgore non identificato ed il Veltro del sottotenente Ugo Picchiottini, ed infine alle 20,00 ancora Clauser, con un pattugliamento di 15 minuti sopra la base di San Salvatore, senza esito.
Insomma, il solo 5 luglio 1943 furono impegnati da 30 a 32 piloti del 4° stormo in almeno 41 sortite individuali, il tutto in sole 13 ore, mettendo in mezzo rifornimento, riarmo, un minimo di riposo e di ristoro.
Un ritmo alla lunga insostenibile...

Bertolaso danneggiò quattro quadrimotori, Daffara abbattè un Lightning e danneggiò due quadrimotori e due Spitfire, Fornalè danneggiò lievemente un altro bombardiere, ma soprattutto gli 8 Macchi delle 13,25 si scontrarono sui cieli di Gela, Enna e Caltagirone, insieme con altri velivoli italo-tedeschi, contro ben 70 B-17 di ritorno da Catania scortati da 30 P-38 Lightning dei FS 95°, 96° e 97° dell'82° FG dell'USAAF (colonnello John Weltman) e da 20 Spitfire del 126° e del 1435° FS della RAF: Martelli, Patrizi, Squarcia e Mettimano danneggiarono alcuni bombardieri, Giannella, Veronesi, Sforza Libera ed ancora Mettimano abbatterono ognuno un Lightning (Mettimano anche un altro probabile, come Patrizi), mentre dal canto loro i Lightning avrebbero comunicato 5 nemici abbattuti: il primo tenente Gerald Lynn Rounds ed il secondo tenente Russell C. Williams del 97° un Me 109 ciascuno, il primo tenente William Judson Sloan del 96° un altro Me 109 ed un Reggiane Re. 2001, il secondo tenente James V. O'Brien dello stesso squadrone un altro Re. 2001.

Leonardo Ferrulli
Durante questo scontro vennero abbattuti, senza perdere la vita, il sergente maggiore Corrado Patrizi (dallo Spitfire JK 611/MK-M del Flying Officer Geoff White del 126° FS), salvatosi col paracadute, ed il parigrado Veronesi dell'84°, riuscito comunque ad atterrare in emergenza, ma purtroppo altri due caddero per sempre: il sottotenente Sforza Libera della 90° squadriglia, di Busseto (PR), alla sua prima missione, che col compagno Squarcia (tornato incolume alle 14,20) venne attaccato da 4 Lightning sul cielo di Comiso e precipitò dopo averne abbattuto uno, e appunto il sottotenente Leonardo Ferrulli dell'84°, che dopo aver abbattuto un Lightning e un B-17 (con tre uomini dell'equipaggio lanciatisi col paracadute) venne colpito nei pressi di Scordia da uno Spitfire, non si sa se quello del Pilot Officer Chandler (JK 139/V-X) o del Flight Sergeant F.K. Halcombe (JK 368/V-J) del 1435° FS della RAF: prima di lanciarsi col paracadute volle evitare che il suo aereo si schiantasse contro le case, e quando lo fece era ormai troppo tardi.
La sua salma venne composta nella Casa del Fascio di Scordia: anche a lui venne attribuita la medaglia d'oro alla memoria, che andò ad aggiungersi alle tre d'argento guadagnate in vita.

Quella giornata parteciparono alla battaglia anche un centinaio di Me 109 G tedeschi del I°- II°- III°/JG 53 Pik As (Asso di picche) di Comiso e del I°-II°/JG 77 Herz As (Asso di cuori) di Sciacca, che sostennero di aver abbattuto 12 bombardieri al prezzo di 4 dei loro, tra cui quello del maggiore Johannes Steinhoff, comandante del JG 77, un asso pluridecorato che peraltro non solo sarebbe sopravvissuto, ma sarebbe stato tra il '71 e il '74 presidente del comitato militare della NATO!
Il 99° BG  avrebbe ammesso l'abbattimento di tre B-17 del 348° BS (42-29486, 42-29483, 42-29492), con un membro dell'equipaggio di uno di essi portato prigioniero a San Salvatore.
Gli Spitfire avrebbero rivendicato due Gustav danneggiati, i bombardieri addirittura 45 caccia abbattuti!
Al 9 luglio, 7 dei 12 campi di Gerbini, come Comiso e Boccadifalco, risultavano devastati da 1.400 tonnellate di bombe, Castelvetrano era inutilizzabile e Milo e Sciacca solo parzialmente efficienti, con 220 nostri velivoli distrutti al suolo (104 solo il 5)!
Dal 10 luglio al 17 agosto i nostri caccia avrebbero fatto  650 missioni, quelli del 4° stormo fino a 6 al giorno.


4. LE FORZE IN CAMPO

L'IMPONENZA DELLE FORZE ALLEATE
Sulla Sicilia si stavano fiondando circa 3.000 navi da trasporto e da sbarco, 280 da guerra e oltre 1.800 mezzi anfibi, con una prima ondata di ben 600 carri armati, 14.000 automezzi, 1.800 cannoni e 3.462 aerei, di cui 2.510 impiegabili subito.


Montgomery parla coi carristi canadesi dell'11° Ontario
Erano in arrivo l'VIII° armata britannica del Generale irlandese Bernard Law Montgomery, "Monty", Visconte di El Alamein, famoso anche per il vezzo di indossare un cappotto di panno con cappuccio e chiusura con alamari, divenuto un classico dell'abbigliamento sportivo e identificato solo in Italia proprio col suo nome, e la VII° armata statunitense del Tenente Generale californiano George Smith Patton Jr., erede del II° CA di Tunisia, un totale di circa 181.000 uomini (115.000 britannici, tra cui ben 23.000 canadesi al loro primo impiego in così larga scala, e 66.000 americani), destinati poi a diventare 478.000 (250.000 britannici e 228.000 americani). 
Dovevano sbarcare i britannici a est, gli americani a ovest di Capo Passero sulla cuspide meridionale dell'isolalungo un fronte continuativo di circa 170 Km.
A capo delle due forze navali erano per i britannici l'Ammiraglio Sir Bertram Ramsay e per gli americani il Vice Ammiraglio Henry Kent Hewitt, mentre le forze aeree erano guidate per i primi dal Vice Maresciallo dell'Aria Sir Harry Broadhurst e per i secondi dal Maggior Generale Henry Harvey "Hap" House.

L'APPARENZA CONTRO LA REALTÀ 
Patton sulla spiaggia di Gela
Alle truppe alleate si contrapponevano direttamente circa 180.000 soldati italiani, con altri 57.000 adibiti ai servizi, e 28.000 tedeschi, con circa altri 30.000 della FlaK antiaerea, della sussistenza e dell'amministrazione.
Il totale faceva 295.000 italo-tedeschi contro 247.000 anglo-americani, ma in realtà tra le due forze c'era un abisso.
Le fanterie americane, tutte motorizzate (un'enorme impressione facevano quegli strani mezzi anfibi a 6 ruote utilizzati per trasbordare a terra e scarrozzare sulle strade i soldati americani, i famosi DUKW, soprannominati "Ducks", anatre, rivelatisi fondamentali per superare i bassifondi siciliani e derivati dai diffusissimi autocarri terrestri General Motors CCKW 353), erano sempre equipaggiate con armi semiautomatiche o automatiche, dai fucili a ripetizione Garand ai potenti mitragliatori Thompson ed alle mitragliatrici di squadra BAR, Browning Automatic Rifles M. 1918, utilizzabili anche come armi individuali, nonché dei lanciarazzi spalleggiabili anticarro Bazooka, leggeri, agili e precisi, con una gittata fino a 700 metri (ma utile di 200). 

Gli anglo-canadesi, anch'essi motorizzati, disponevano dei datati ma affidabili fucili ad otturatore girevole-scorrevole Lee Enfield Mk. I e II, coevi e più o meno equivalenti ai Mod. 91 nostri e Mauser Karabine K98k tedeschi, ma inferiori ai semiautomatici tedeschi Walther Gewehr G 41/43, e dei rustici ed economici mitra Sten, superiori nel combattimento ravvicinato ai nostri MAB ma largamente inferiori ai tedeschi Machinenpistole Mp 40, mentre come mitragliatrice di reparto, a parte la vecchia mitragliatrice pesante Vickers Mk 1 da 7,7 mm, usavano l'affidabile e preciso Bren, derivato dal BRNO cecoslovacco, superiore alla nostra Breda 30 ma inferiore alle tedesche MG 34 ed MG 42, conosciute anche come Spandau, dalla scritta "Spandau Waffenfabrik" presente sul carter portamolla delle MG 08 della prima guerra mondiale, e soprannominate "le motoseghe di Hitler" per la loro altissima cadenza di tiro (1.200 colpi al minuto), e, si dice, per la capacità di segare in due un uomo...

I tedeschi avevano anche sviluppato un'arma affine al Bazooka, il Panzerschrek, di calibro superiore (88 e non 60 mm) ma con gittata massima minore, di 150 metri, e maggiore ingombro, e disponevano pure del Panzerfaust, un ottimo cannone spalleggiabile senza rinculo che usava un'efficace granata a carica cava, penalizzato però dalla brevissima gittata utile (non più di 60 metri) e dal fatto di essere monouso, mentre i britannici preferivano il PIAT (Projector Infantry Anti Tank), un lanciabombe che scagliava ad una distanza utile fino a 300 metri granate opportunamente sagomate di calibro superiore a quello del lanciatore.

Niente di simile aveva il Regio Esercito, che utilizzava, di norma con 6 pezzi a battaglione, il fucile anticarro semiautomatico svizzero a corto rinculo Solothurn S-18/1000 da 20 mm: arma affidabile e precisa, con una gittata utile di ben 500 metri, ma ormai poco efficace contro le maggiori corazzature moderne e soprattutto pesante ed assai ingombrante, perché andava trasportata a spalla su due blocchi, la canna che era sui 20,5 chili ed il separato castello di 30, o su un carrello a ruote utilizzabile anche come cavalletto per il tiro.

Quanto alle armi pesanti ed alle artiglierie, poi, mentre i britannici disponevano del pesante (1.118 chili) ma ottimo controcarro scudato a tiro rapido Ordnance Quick Firing QF 6 Pounder  Mk IV da 6 libbre (57 mm), che scagliava una granata di 2,85 chili ad una gittata di 4.600 metri con una velocità alla bocca di 900 m/s, e dell'ottimo obice-cannone da 25 libbre (87,6 mm) Ordnance QF Mk II 25 lb, anch'esso scudato, capace di scagliare un proietto di poco più di 11 chili a 12.253 metri di gittata massima con una velocità alla bocca di 532 m/s,  gli americani avevano cannoni controcarro di ultima generazione M 3 da 37 mm, capaci di sparare 25 colpi al minuto fino a 11.500 metri di distanza, maneggevolissimi obici M 2 A1 da 105 con una cadenza di 4 colpi al minuto e 11.300 metri di gittata,  obici M 114 da 155 con una cadenza di 2 colpi al minuto e gittata di 14.500 metri, e persino i grossi cannoni campali Long Tom M 1 da 155, che scagliavano un proietto al minuto di 43 chili di peso sino a 23.500 metri!
Sempre gli americani avrebbero utilizzato con spaventosa efficacia per la prima volta i mortai chimici carrellabili M 2A1 a canna rigata da 107 mm (4,2 pollici): di fatto un'artiglieria campale portatile, erano i diretti eredi dei tubi lanciagas del 1° reggimento gas americano della Grande Guerra e sparavano a poco più di 2.900 metri ben 12 granate al minuto ad alto esplosivo o al fosforo bianco, persino più letali ancora di quelle degli obici da 105! 

LE ARMI A DISPOSIZIONE DEL REGIO ESERCITO
Di fronte a tutto questo Roma poteva contrapporre ben poco.
Per lo più appiedati ed armati col fucile ad otturatore scorrevole-girevole cal. 6,5 mm Mannlicher-Carcano Mod. 91, famoso perché usato da Lee Harvey Oswald per uccidere John Fitzgerald Kennedy, gli italiani disponevano di pochi fucili mitragliatori, gli ottimi Moschetti Automatici Beretta MAB Mod. 38, per la convinzione erronea degli Alti Comandi che sarebbero stati solo una fonte di inutile spreco di munizioni (nonostante ce ne fossero parecchi nei magazzini) e si dovevano arrangiare con poche centinaia di mitragliatrici di reparto: come armi di squadra c'erano le Breda 30 delle compagnie fucilieri, poco potenti per il calibro 6,5 mm, oltre che facili ad incepparsi perché la loro sofisticata meccanica necessitava di un sistema di lubrificazione delle munizioni talmente macchinoso da comprometterne anche la cadenza di tiro; come armi pesanti di accompagnamento c'erano le affidabili FIAT-Revelli 14/35, un'evoluzione più potente in calibro 8 mm dell'arma da 6,5 della prima guerra, usate dalle fanterie e nella difesa di punto delle postazioni fisse, e soprattutto le ottime Breda 37, in uso alle compagnie mitraglieri, anch'esse in 8 mm e munite di treppiede, robuste, affidabili e precise, con una gittata fino a oltre 5.000 metri, anche se pesanti e di grosso ingombro. 

Una camionetta "sahariana" degli arditi nel deserto libico
Nell'isola il Gruppo tattico di Schiusa Sclafani (PA) del XII° C.A. disponeva anche di 13 autoblindo 4x4 FIAT-Ansaldo AB 41 da 7,5 tonnellate, tratte dal 10° squadrone del capitano Carlo Alberto Orsi del reggimento Cavalleggeri di Lodi di Pinerolo, trasferitasi ai primi di giugno a Palazzo Adriano (PA).
Armate dalla Breda con un cannoncino leggero da 20/65 e due mitragliere da 8 mm in torretta ed in casamatta erano probabilmente migliori delle Leichte Panzerspahwagen Sd. Kfz. 222 4x4 dei reparti esploranti tedeschi, pesanti 4,8 tonnellate ed armate con un cannoncino KwK 30/38 da 20 mm ed una mitragliatrice MG 34 da 7,92, e pure delle T 17 Staghound (Segugio) 4x4 americane usate dai britannici, pesanti 14 tonnellate ed armate con un cannone M 3 da 37 mm e 3 mitragliatrici Browning da 7,62.
Erano però troppo poche, così gli italiani usavano per i medesimi compiti le sperimentate camionette "sahariane" scoperte AS 42 degli arditi, armate come le AB 41.
D'altronde gli stessi americani, in attesa delle ottime autoblindo M 8 Greyhound (Levriero), utilizzavano le ben più modeste M 3 Scout Car, armate solo di tre mitragliatrici Browning, una da 12,7 e le altre da 7,7 mm.

Molto grave era la situazione dei corazzati: mentre gli Alleati potevano schierare carri armati "medi" come gli M 3 Grant di 27 tonnellate, con un cannone fisso in casamatta da 76 mm ed uno in torretta da 37, più quattro mitragliatrici da 7,62, e soprattutto gli M 4 A 1 Sherman di oltre 30 tonnellate, con un cannone da 76 mm e tre Browning ad alta celerità di tiro, una da 12,7 mm e le altre due da 7,65, ed i grossi semoventi M 7 Priest di 23 tonnellate, armati con l'obice campale da 105 ed una Browning da 12,7, oltre ai più affrontabili carri leggeri M 5 Stuart (Honey per gli inglesi), di solo 13 tonnellate, con un cannone da 37 millimetri, 3 Browning da 7,7 ed una da 12,7, ed ai rustici semoventi canadesi Bishop da 17 tonnellate, costruiti sullo scafo del carro Valentine ed armati con l'ottimo obice da 25 libbre ed un Bren da 7,7 mm, ma piuttosto lenti e dalla limitata elevazione, che riduceva la gittata a 5.800 metri, in Sicilia gli italiani potevano contare solo su 102 carri leggeri francesi Renault R 35 da 10 tonnellate del 131° reggimento carri ex Ariete, distribuiti su due battaglioni autonomi (CI° e CII°), armati con un cannoncino corto da 37 ed una mitragliatrice da 7,5 mm, e su 60 semoventi L 40 di scarso significato militare assegnati a tre battaglioni autonomi tratti dal 33° carri ex Littorio (CXXXII°, CXXXIII° e CCXXXIII°), pesanti 7 tonnellate, armati col solito pezzo da 47/32 e costruiti sullo scafo dei pessimi carri leggeri L 6/40 (pure presenti come carri comando o portamunizioni).
C'erano in effetti anche 18 scalcinati FIAT 3000 degli anni '20, ridenominati L 5/30, copie di un carro francese della prima guerra, di appena 5 tonnellate ed armati solo con due mitragliere da 6,5 mm in torretta fissa, ma erano ritenuti inidonei persino per l'addestramento!

I nostri comandanti erano ben consapevoli delle nostre manchevolezze, tanto che lo stesso Mario Roatta, all'epoca comandante della VI° Armata, nel Promemoria n. 5300 del 10 marzo 1943 aveva definito gli R 35 come "carri francesi di preda bellica, antiquati, male armati, lenti e senza pezzi di ricambio" (i comandanti dei singoli reparti si rivolgevano alle officine locali!), liquidando i FIAT 3000 con un laconico "antidiluviani".
Quanto alla ventina di "carri veloci" CV33, ridenominati L 3/35, del XII° battaglione Cangialosi del 4° carri L di Palermo, distribuiti tra Pantelleria, le Isole Pelagie e Paceco (TP), dov'erano in carico al Gruppo mobile A del tenente colonnello Renato Perrone come carri comando, si trattava di piccolissimi carri biposto di 3 tonnellate, affini ai Bren carriers britannici, con due mitragliatrici binate Breda da 8 mm ed una corazzatura di solo 1,5 cm, tanto da essere soprannominati "Arrigoni" dai loro stessi equipaggi, come le note scatole di sardine...

Colonna di semoventi da 90/53 del 10° Raggruppamento mobile contraereo
Di veramente buono insomma c'erano solo i 24 nuovi semoventi d'artiglieria M 41 da 90/53 di 17 tonnellate del 10° Raggruppamento mobile antiaereo di Canicattì (AG) del colonnello Ugo Bedogni, che fungeva da riserva mobile del comando d'armata con una forza totale di tre gruppi (il CLXI° di San Michele di Ganzaria, il CLXII° di Borgasati-Salemi, ed il CLXIII° di Paternò), tutti su tre batterie di 4 mezzi, una però su carri portamunizioni L 6/40 armati di una Breda contraerea da 8 mm, indispensabili perché a causa del lungo cannone c'era spazio solo per due uomini d'equipaggio (pilota e capocarro) e 8 granate, con i serventi obbligati a seguirli su altro veicolo: peraltro poiché solo 26 erano i proietti trasportabili dagli L 6/40,questi erano dotati di apposito rimorchio Viberti per altri 40 colpi!
Progettati dalla FIAT-Ansaldo sullo scafo del carro M 14 per essere usati in Russia contro i T-34, nonostante certi difetti gli M 41 avevano gittata, precisione e potenza, ma erano poco protetti, più adatti come artiglieria mobile che come cacciacarri, per la macchinosità e lentezza delle procedure di tiro: avrebbero fatto comunque bene contro gli Sherman, ma erano veramente troppo pochi per poter sovvertire l'esito di un confronto già segnato in partenza.

Insufficienti erano anche le nostre artiglierie controcarro, basate in parte sui 65/17 Mod. 1913, nati come cannoni da montagna con gittata di 6.400 metri (500 nel tiro controcarro) ed utilizzati soprattutto dalla Guardia alla Frontiera e dalla Milizia sugli autocannoni, ma soprattutto sui nuovi e leggeri (277 chili) 47/32 Mod. 39, dell'austriaca Bohler, a tiro teso come i precedenti, con cadenza di tiro più che doppia di 28 colpi al minuto, gittata massima di 2.000 metri ed efficaci fino a 500, ma poco utili contro i carri più moderni (salvo che con le munizioni EP Effetto Pronto, con un calo drastico però della cadenza).
Solo due nostre batterie in Sicilia disponevano anche di 12 ottimi PanzerabwehrKanone PaK 40 tedeschi da 75 mm: nati anch'essi per contrastare i T-34, tanto da armare i cacciacarri Marder II ed i più grossi SturmGeschutz StuG III, mobilissimi al traino, con un affusto su ruote a gomme piene, i PaK 40, provvisti di scudo eppure invisibili perché alti solo 1.245 mm, potevano scagliare a 7.680 metri un proietto di 6,8 chili ad alto esplosivo con una velocità alla bocca di 750 m/s, efficace fino a 2.000 metri contro corazzature di 70 cm, ed erano quindi perfetti per gli agguati.
Insieme coi lanciarazzi multipli Nebelwerfer da 210 mm del 1° battaglione del Werfer-Regiment 71 presente in Sicilia avrebbero sempre dato seri grattacapi agli Alleati.

Le artiglierie campali, per lo più ippotrainate e someggiate, si fondavano soprattutto su obici della Grande Guerra spesso di preda bellica, gli austriaci Skoda da 100/17 e da 100/22, che sparavano proietti di poco più di 10 chili fino a 7.500 metri, e i tedeschi Krupp da 149/12, capaci di sparare al massimo 2 granate al minuto di 40 chili fino a 6.900 metri, nonché sui cannoni italiani Ansaldo da 105/28 Mod. 1916, che scagliavano proietti da 15,5 chili a 11.425 metri.
Quelle d'accompagnamento erano basate soprattutto sui diffusi pezzi da 75/27 a tiro rapido, di derivazione tedesca, ippotrainati, nelle due versioni Mod. 1906 e 1911 (quest'ultima chiamata CK, Cannone tipo Krupp, e prevista anche in versione antiaerea), capaci di sparare 6 granate al minuto da 6,5 chili ognuna, e in misura minore sugli ottimi obici da 75/18 a traino meccanico (t.m.) Mod. 35 e soprattutto sui moderni cannoni da 90/53 t.m. Mod. 1939, in carico in Sicilia al 505° Raggruppamento autonomo antiaereo, scopertisi formidabili controcarro come gli 88 tedeschi, che sparavano una granata di 10,1 chili fino a 17.400 metri (11.300 nel tiro contraereo) con una velocità alla bocca di 840 m/s.

Le batterie costiere erano affidate al Regio Esercito, alla Guardia alla Frontiera (GaF), alla Regia Marina ed alla Milizia Marittima di Artiglieria (MILMART), composta come la cugina Milizia di Artiglieria Contro Aerea (MACAda coscritti siciliani anziani non abili alla prima linea, e si basavano soprattutto sui cannoni da 149/35 ad affusto rigido, concepiti addirittura intorno al 1890 e impiegati per la prima volta nella guerra di Libia, che lanciavano a poco più di 19.000 metri di distanza un proietto di 41 chili, ma solo uno ogni sei minuti perché a ogni colpo il pezzo doveva essere rimesso in posizione a causa del rinculo di un paio di metri! 
Erano però usati pure i più moderni Ansaldo da 102/35 e 102/45 mod. 1917, anche antiaerei, che lanciavano 7 proietti al minuto di 16 chili a 11.700 metri di distanza, mentre preferiti dalla MILMART erano gli Ansaldo da 152/50 Mod. 1918, costruiti su licenza della britannica Armstrong, che scagliavano granate di 50 chili fino a 19.700 metri.
Molto diffuse (492 pezzi nel 1940) erano infine le artiglierie antiaeree da 76/40 Mod. 1916 e le più anziane 76/45 Mod. 1911 (242 pezzi nel 1940), in uso solo ad esercito e MACA: potevano sparare in un minuto 15-20 granate di circa 7 chili ma erano penalizzate da una gittata massima non eccezionale (6.000 metri), che le rendeva inferiori ai nuovi modelli 75/46 Mod. 1934 e soprattutto al già citato 90/53.
Infine, c'erano anche 10 treni armati, antiaerei (con pezzi cal. 76 mm), antinave (120 e 152), o binari (102): due a Porto Empedocle, gli altri a Termini Imerese, Carini, Mazara del Vallo, Licata, Siracusa, Catania, Siderno (RC) e Crotone: solo il TA 120/3/S a Porto Empedocle ed il TA 76/2/T a Licata avrebbero dato fastidio alle forze sbarcanti della JOSS Force.

LE FORZE AEREE DELL'ASSE
Contro i 259 squadroni della NAAF, 113 britannici (con anche unità greche, francesi, canadesi, sudafricane, australiane e neozelandesi) e 146 americani, con più di 4.300 velivoli moderni disponibili (ma soltanto 670 sarebbero stati impiegati in Sicilia), i circa 1.500 aerei dell'Asse (800 tedeschi e 700 italiani), di cui non più di 600 effettivamente impiegati, potevano fare ben poco.
Il Comando Aeronautica della Sicilia di Palermo (già 2° Squadra Aerea) del Generale di Squadra Aerea Adriano Monti, che poteva contare su 12 basi aeree e diversi campi secondari mimetizzati (v. QUI), comprendeva 15 squadriglie caccia, 2 da osservazione, 4 sezioni di ricognizione marittima (su idrovolanti Cant. Z 501 Gabbiano schierati negli idroscali di Augusta, Siracusa, Stagnone di Marsala e Milazzo), per un totale nominale di 146 aerei di sei tipi diversi, ed una squadriglia di aerosiluranti di soli 4 S.M. 79.
Erano presenti 49 batterie antiaeree del Regio Esercito, 57 della Regia Marina (anche su treni blindati) e ben 114 della MACA, alcune delle quali asservite da radar, con un sistema di 12 stazioni RTL tedesche (Capo Passero, Santo Pietro di Caltagirone, Licata, Agrigento, Erice, Capo San Vito, Capo Gallo, Cefalù, Ustica, Pantelleria, Lampedusa e Stromboli), 4 italiane (Pozzallo, Capo Granitola, Marettimo e Lampedusa), 3 centrali guida caccia (Taormina Sud, Gela e Sciacca), più il Centro Radio Intercettazioni della Regia Aeronautica (CRIRA) di Monte Renna, a 8 chilometri da Ragusa, di cui esistevano anche apposite sezioni mobili autocarrate sparse in giro attorno a Villa Arezzo, un'isolata casa di campagna  tra Ragusa e Comiso chiamata dagli italiani in codice CD 2 (Centro di Disturbo n. 2) per distinguerla da un'analoga postazione tedesca della Luftwaffe presente a Noto, fondamentali per captare a distanza le trasmissioni radio tra la guida caccia di Malta e gli intercettori inviati contro i nostri bombardieri notturni.
Le difese erano completate dalle batterie della FlaK della Luftwaffe: pesanti da 88, con tangenza fino a 8.000 metri, e leggere da 37, 30 e 20 mm, quest'ultime a canne multiple, fino a 3.000.

La 2. Luftflotte del Feldmaresciallo Wolfram von Richtofen, quarto cugino dei due famosi assi della prima guerra mondiale, Manfred (80 aerei abbattuti) e suo fratello Lhotar (40), disponeva innanzi tutto di una forte componente da bombardamento, con 42 moderni e potenti Junkers Ju 88 C e 77 tra Messerschmitt Me. Bf 110 G-2, Me. Bf 210 A e Me. Bf 410 Hornisse (Calabrone).
I Ju 88, capaci di trasportare 2.000 chili di bombe, armavano due gruppi dello stormo da caccia notturna NJG 2 (NachtJagdGeschwader 2), il I° a Castelvetrano ed il II° a Comiso, ed il 10.(N)/ZG 23 (10. Nacht-ZerstorerGeschwader 23) da assalto notturno Horst Wessel; gli altri, ancora più prestanti, i 62 Me 110 del III°-NJG 23 e del II°-ZG 1 Wespe (Vespa) ed i 15 Me 210/410 del III°-ZG 1, tutti basati a Milo (TP), erano  utilizzabili anche come caccia pesanti notturni.
Sulla Sicilia sarebbero intervenuti anche i bombardieri Heinkel He 111 del KampfGeschwader KG 26 Lowen (Leone) basati a Decimomannu in Sardegna ed i  bombardieri notturni Dornier Do 17 del KG 100 Wikings (Vichinghi) basato in Francia a Istres e subito trasferitosi a Foggia, capaci di trasportare ben 4.000 chili di bombe, che dal 26 luglio fino al 23 agosto avrebbero ripetutamente attaccato soprattutto Palermo, usando spesso anche le bombe radioguidate plananti Ruhrsthal Fritz X da 1.568 chili con testata perforante di amatolo da 320, famose perché una di esse, il 9 settembre successivo, avrebbe affondato la nostra corazzata Roma diretta a Malta per la resa.

Quanto alla caccia, i tedeschi disponevano dei 312 ottimi Messerschmitt Me 109 G-4 e G-6 Gustav montati sui quattro JG-JagdGeschwader 27, 51, 53 e 77, rispettivamente a Milo e Santo Pietro i primi due, a Comiso e Sciacca il terzo ed ancora a Milo e a Chinisia l'ultimo, e di 70 ancor migliori Focke Wulf FW 190 A-5 Wurger (Averla), nei due stormi SKG-SchnellKampfGeschwader 2 e 10 distribuiti tra Gerbini, Castelvetrano e Santo Pietro, poco più veloci dei primi (656 rispetto a 650 Km/h), e soprattutto molto più armati (2 mitragliere MG 131 da 13 mm entrambi, ma gli FW 190 con 4 cannoni MG 151/20 da 20 mm e non uno solo), e con migliori capacità di supporto tattico.*

Me 109 italiani del 150° gruppo di Sciacca
Da parte italiana, a parte i 49 Me 109 G-6 del 3° e 150° gruppo di Sciacca, solo i manovrabilissimi  Macchi 202 Folgore e 205 Veltro (entrambi con ottimi propulsori tedeschi in linea Daimler Benz, che consentivano una velocità massima di 596 Km/h ai Folgore, il DB 601, e di 642 Km/h ai Veltro, il DB 605), pur poco armati (solo 2 ottime mitragliere Breda-SAFAT da 12,7 mm il Folgore, con in più 2 cannoncini MG 151/20 da 20 mm il Veltro), erano competitivi coi principali caccia alleati impiegati in Sicilia, gli Spitfire (il Mk. IX andava a 656 Km/h ed aveva 2 cannoni Hispano II da 20 mm e 4 mitragliere Browning da 7,7 mm), i P-38 Lightning (667 Km/h, 2 cannoni da 20 mm e 4 mitragliere Browning da 12,7 mm), gli A-36 Apache, versione da attacco al suolo dei P-51 Mustang (590 Km/h, 6 Browning da 12,7 mm e 1.000 kg di carico bellico) ed i P-40 Warhawk (per i britannici Kittyhawk), capaci di volare a 563 Km/h ed armati come i precedenti: una trentina di Veltro erano montati sul 155° gruppo del 51° stormo di Chinisia e sul 9° e 10° gruppo del 4° stormo di Gerbini, mentre circa un centinaio di Folgore erano col 4° stormo ed altri tre gruppi (il 161° autonomo a Castelvetrano, il 21° aut. ed il 153° del 53° stormo Asso di spade a Chinisia).

Se i pur superati Macchi 200 Saetta (12 a Reggio Calabria col 157° gruppo) erano equivalenti in robustezza e prestazioni ai P-40 ed ai primi Hurricanerispetto a cui erano più manovrieri, anche se molto meno veloci a causa del poco potente motore stellare (503 Km/h i Saetta, 547 gli Hurricane) e soprattutto molto meno armati (le solite due Breda-SAFAT da 12,7 contro 4 cannoni Hispano II da 20), inadeguati apparivano i FIAT G 50 bis Freccia, i primi caccia monoplani italiani della storia, anch'essi maneggevoli, ma col tettuccio semiaperto (su richiesta dei piloti!), sottopotenziati  e poco veloci (483 Km/h a 4.500 m), tanto da essere usati come cacciabombardieri a tuffo, e soprattutto gli ormai improponibili biplani FIAT CR 42 Falco I, 15 dei quali impiegati come cacciabombardieri d'assalto nella 20° e 53° squadriglia del 46° gruppo del 15° stormo cacciabombardieri (CB), dall'11 luglio a Boccadifalco: aerei robusti, acrobatici, ma senza tettuccio, col carrello fisso, molto lenti (342 Km/h, persino meno dei bombardieri), oltre che miseramente armati come i precedenti, tanto da essere relegati dopo l'8 settembre a compiti addestrativi.

Macchi 205 Veltro

L'invio a Gerbini e Fontanarossa di 8 modernissimi Reggiane Re. 2005 Sagittario della 362° squadriglia del 22° gruppo CT Spauracchio di Capodichino (NA), veloci (628 Km/h), molto maneggevoli grazie al motore tedesco DB 605 ed armati di due Breda-SAFAT da 12,7 mm e 3 cannoncini MG 151/20non avrebbe ovviamente mai potuto cambiare le cose: anche se si disputano coi Macchi 205 Veltro ed i FIAT G 55 Centauro il titolo di migliori caccia italiani della guerra, ai reparti ne arrivarono in tutto meno di 40.

Due Sparviero S.M. 79 su Sciacca
Gli enormi trimotori Savoia Marchetti S.M. 82 Marsupiale (lunghi 22,90 metri per 29,68 di apertura alare), apprezzatissimi aerei da trasporto (tanto da restare in servizio fino al 1960 e da essere ordinati in 200 esemplari dai tedeschi), potendo trasportare fino a 4.000 chili di bombe con autonomia di 3.000 chilometri a 370 Km/h (il massimo consentito dai tre motori radiali Alfa-Romeo 128), armati con una Breda-SAFAT da 12,7 mm in torretta dorsale, 2 Lewis da 7,7 sui fianchi ed una in gondola di puntamento, vennero sporadicamente usati anche come bombardieri, come all'inizio della guerra, quando avevano attaccato Gibilterra e Malta e, nella notte del 19 ottobre 1940, persino i pozzi petroliferi di Manama nel Bahrein (v. https://aerostoria.blogspot.com/2014/04/missione-impossibile-attaccare-le.html), in quella che fu la missione in assoluto più lunga e impegnativa della Regia Aeronautica, svolta da 4 aerei del 41° stormo bombardamento terrestre (BT) di Gadurrà (Rodi) al comando del maggiore Ettore Muti!
I bombardieri italiani più impiegati in Sicilia furono però soprattutto i trimotori S.M. 79 Sparviero (15,60 metri di lunghezza per 21,20  di apertura alare) e Cant. Z 1007 bis Alcione (18,35 per 24,80), costruiti come gli S.M. 82 in legno, tela e tubi di acciaio, ma sottopotenziati e quindi con una non eccelsa autonomia (rispettivamente 1.900 e 1.750 chilometri) e un ridotto carico di bombe (1.300 chili al massimo).
Gli Sparviero erano ormai superati per alcuni problemi strutturali rimasti sempre irrisolti (stivaggio in verticale delle bombe, con conseguente sfarfallio nella caduta e quindi poca precisione, velocità di 430 Km/h a 4.000 metri ormai non più adeguata, armamento difensivo insufficiente di sole 3 Breda-SAFAT da 12,7 mm ed una Lewis da 7,7 mm), tanto da ottenere risultati migliori come aerosiluranti (con un siluro da 450 mm e 878 chili), mentre gli Alcione, inquadrati nel Raggruppamento Bombardamento di Perugia e sparsi tra Viterbo, Pistoia, Chinisia, Alghero e Decimomannu, erano più veloci (465 Km/h a 4.000 metri), ma strutturalmente più delicati ed ancor meno armati, con 2 mitragliatrici SAFAT-Scotti da 12,7 mm ed una Lewis da 7,7.

In Sicilia si sarebbero fatti molto onore, forse favoriti anche dal fatto che le regole d'ingaggio della NAAF prevedevano un preavviso minimo di 12 ore per un'azione combinata (ma un terzo buono dei combattimenti si consumò in un intervallo minore di tempo!), i famosi Picchiatelli, cioè gli Junkers Ju 87 Stuka (Sturzkampfflugzeug), montati da due gruppi autonomi, il 103° di Chilivani (SS) ed il 121° di Gioia del Colle (BA).
Cacciabombardieri a tuffo biposto di fattura germanica, potenti e robusti, protagonisti dei primi "Blitzkrieg", erano tuttavia superati sin dal '41 perché vulnerabili ai nuovi caccia a causa del carrello fisso che li rendeva scarsamente manovrabili e poco veloci (410 Km/h), oltre che dell'insufficiente e mal posizionato armamento difensivo (a parte le due mitragliatrici alari MG 17 da 7,92 mm, il mitragliere era alle spalle del pilota-bombardiere con le mitragliere binate MG 81 Z da 7,92, una sola nella versione B, rivolte verso la coda dell'aereo, lasciando senza protezione gli altri lati e soprattutto il vulnerabilissimo ventre, indifeso durante le risalite).
Italianissimi erano invece i nuovi caccia tuffatori Reggiane Re. 2002 Ariete II del 5° stormo d'assalto, entrati in linea subito dopo i discreti intercettori Re. 2001 Ariete I: meno veloci di questi (545 Km/h i 2001, 530 i 2002), ne conservavano però alcuni elementi strutturali e lo stesso armamento di lancio (4 Breda-SAFAT, 2 da 12,7 e 2 da 7,7 mm) ed in più potevano portare bombe da 250, 100 e 50 chili, torpedini e serbatoi supplementari fino a 650 chili di peso.
Anche i Re. 2002 si sarebbero comportati bene, pur se penalizzati dal poco affidabile motore stellare Piaggio P. XIX R.C. 45 Turbine, preferito al tedesco DB 601 montato sui 2001 perché più economico e di più rapida e facile costruzione.

L'aver puntato sul motore stellare e non in linea, sulla penalizzante formula trimotore per i bombardieri, sui biplani invece che i monoplani, e soprattutto l'aver disperso per esigenze puramente "politiche" le poche risorse disponibili su decine di tipi diversi di velivoli, si sarebbero rivelati alla lunga errori gravissimi, aggravati dall'inadeguatezza strutturale del nostro sistema produttivo, penalizzato anche dalle "inique sanzioni" conseguenti alla Guerra d'Etiopia e ridotto ai minimi termini sotto le bombe alleate.
Ben 120 nostri piloti anche per questo non sarebbero più ritornati indietro.

*Su numero, dislocazione, reparti aerei italiani e tedeschi  in Sicilia v. http://www.lambadoria.it/bunker/articoli/finocchiaro-c1/sicilia%201943%20finocchiaro-k.pdf).

IL RUOLO MARGINALE DELLA REGIA MARINA
Nonostante la Regia Marina disponesse ancora di 6 corazzate, 8 incrociatori leggeri, 32 caccia e 48 sommergibili, praticamente in Sicilia non intervenne mai, si disse per la lontananza della Sicilia dalle loro basi, o per la carenza di unità di scorta, o per timore di perdere tutte le unità in un attacco suicida, o per la cronica mancanza di nafta, o forse per altri oscuri motivi di cui tanto si sarebbe parlato nel dopoguerra...
A parte lo scontro nella notte del 17 luglio nello stretto tra Reggio Calabria e Pellaro tra l'incrociatore leggero Scipione l'Africano del capitano di fregata Ernesto De Pellegrini Dai Coi, equipaggiato con un Radar EC. 3ter Gufo, e 4 motosiluranti britanniche classe ELCO della 10° flottiglia in agguato 8 chilometri più avanti (MTB-260, 313, 315, 316), in cui fu affondata la 316 del tenente di vascello R.B. Adams, con la perdita di tutto l'equipaggio, e danneggiate lievemente le altre tre, con 12 caduti ed un ferito in totale tra gli inglesi (v. QUI), Supermarina si limitò ad organizzare due azioni su Palermo occupata, con gli incrociatori della VII° divisione di La Spezia dell'Ammiraglio di Divisione Romeo Oliva (Eugenio di Savoia e Montecuccoli) e quelli dell'VIII° di Genova del parigrado Giuseppe Fioravanzo (Garibaldi ed Emanuele Filiberto Duca d'Aosta), ma i primi ripiegarono la mattina del 6 agosto dopo un breve scambio di colpi con LST britanniche nelle acque di Ustica che pose fine alla sorpresa (v. QUI), mentre i secondi, dopo aver navigato nella nebbia senza radar, col Garibaldi impossibilitato a navigare a più di 28 nodi, si ritirarono la sera dell'8 agosto quando vennero avvistati gli incrociatori PhiladelphiaSavannah ed i caccia Bristol e Ludlow della Task Force 88, la "flotta di Patton", preallertati da ULTRA.

Le uniche missioni della Regia Marina in Sicilia, al comando dell'Ammiraglio di Squadra Piero Barone, si limitarono così alle sortite di 18 unità sottili di MAS e motosiluranti di Trapani ed Augusta: in una di esse al largo di Capo Campolato, la notte del 21 luglio, morì il capitano di vascello Curzio Castagnacci, medaglia d'oro alla memoria, comandante della V° flottiglia motosiluranti, intervenuto con successo con la sua MS 66 con tutte le mitragliere di bordo in soccorso della MS 53 finita sotto tiro mentre era impegnata con la MS 21 e la MS 52 contro due caccia, il Quantock britannico e l'Adras greco, entrambi usciti danneggiati e con qualche perdita dallo scontro (v. QUI).
Vi furono però anche i ripetuti attacchi di una ventina di sottomarini al largo di Capo Passero, in cui si distinsero il Nichelio del tenente di vascello Claudio Celli, che il 14 luglio, attaccato a sud dello stretto di Messina da più motocannoniere britanniche, affondò a cannonate la MGB-641, e l'Enrico Dandolo del tenente di vascello Aldo Turcio, che alle 02,57 di notte del 16 luglio silurò al largo di Siracusa l'incrociatore leggero britannico Cleopatra, danneggiandolo gravemente, con 23 vittime a bordo,  tanto che esso sarebbe ritornato operativo solo ai primi del 1945 nelle Indie Orientali, mentre l'Ascianghi del sottotenente di vascello Mario Fiorini si contende con l'U-407 tedesco del tenente di vascello Ernst Ulrich Bruller il siluramento alle 13,41 del 23 luglio, al largo di Augusta, dell'altro incrociatore leggero inglese Newfoundland, costretto in bacino di carenaggio fino al novembre 1944, e in quella circostanza venne tuttavia a sua volta affondato dai due caccia di scorta Laforey ed Eclipse (v. QUI).
Oltre all'Ascianghi perdemmo altri 5 nostri sottomarini: il Flutto (11 luglio), il Bronzo (12 luglio), il Nereide (13 luglio), l'Acciaio (13 luglio) ed infine l'Argento (3 agosto), con 153 marinai caduti (49 sul Flutto, 8 sul Bronzo, 21 sul Nereide, 46 sull'Acciaio, 23 sull'Ascianghi  e 6 sull'Argento).
Il contributo maggiore della marina sarebbe stato quindi proprio il trasferimento delle forze italiane in continente attraverso lo Stretto di Messina

LE DIVISIONI MOBILI ITALIANE IN SICILIA
La Sicilia, a parte le tre Piazze Militari Marittime di Augusta-Siracusa, Messina-Reggio Calabria e Trapani, era stata divisa in due settori operativi, separati da una linea immaginaria che partiva ad est di Cefalù e finiva ad est di Licata, in cui operavano quattro divisioni di fanteria, da 12.000 uomini circa ciascuna, più otto Gruppi mobili tratti dai battaglioni corazzati presenti in Sicilia (tre, i gruppi mobili A, B e C, erano assegnati, come Raggruppamento mobile Ovest, al XII° CA; cinque, D, E, F, G, H, erano assegnati, come Raggruppamento mobile Est, al XVI° CA) e otto Gruppi tattici.


Mario Arisio
In Sicilia Occidentale, tenuto dal XII° CA di Corleone (PA) di Mario Arisio (dal 12 luglio sostituito da Francesco Zingales), erano presenti:
- la 28° Aosta di Salemi (TP) di Giacomo Romano, deputata alla difesa di Trapani;
- la 26° da montagna Assietta di Eriberto Papini (dal 26 luglio sostituito da Ottorino Schreiber), schierata nella Valle del Belice a presidio di Marsala (TP).
Carlo Rossi

In Sicilia Orientale erano invece presenti le due divisioni del XVI° CA di Piazza Armerina (EN) di Carlo Rossi, e precisamente:
- la 54° Napoli di Giulio Cesare Gotti Porcinari, con sede a Vizzini-Poggio Impiso (CT), schierata in due gruppi, uno tra Ramacca e Scordia nel Catanese ed uno a Palazzolo Acreide (SR),  a protezione della piana di Catania;
la 4° meccanizzata Livorno di Enna di Domenico Chirieleison, pronta a proteggere Gela, schierata tra Mazzarino e San Cataldo, nel Nisseno.

In Sicilia sarebbe anche arrivata la nuova 184° divisione paracadutisti Nembo di  Ercole Ronco: il 185° reggimento paracadutisti ed il III° gruppo del 184° artiglieria, lanciatisi dai grossi tuttofare S.M. 82 Marsupiale il 3 agosto sull'ultima linea di difesa verso Messina, tra Barcellona Pozzo di Gotto, Milazzo e Castroreale, sulle falde settentrionali dei Monti Peloritani, sarebbero rimasti a protezione del ripiegamento italiano fino al 13 agosto.

LE DIFFERENZE TRA LA LIVORNO E LE ALTRE 
Dopo la riforma del 1938 del Generale Alberto Pariani le divisioni italiane erano su due unità base e non tre, per l'intenzione di puntare di più sui corpi d'armata, di cui le divisioni dovevano essere un mero braccio operativo, più agile, coeso e meno dispersivo.
Purtroppo si erano lasciate invariate modalità d'impiego, strutture di comando, prassi addestrative e soprattutto mentalità, ed il risultato era stato l'indebolimento di fatto delle nostre divisioni, senza alcun miglioramento al livello superiore, non certamente ottenuto col ricorso alle legioni della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN), sia perché una legione era numericamente equivalente a metà reggimento, sia perché non tutte le divisioni le avevano, sia perché avevano addestramento ed equipaggiamenti mediamente inferiori.

La divisione Livorno, comandata dal 55enne artigliere Chirieleison, tutta motorizzata a parte due battaglioni e costituita appunto da due reggimenti di fanteria (su tre battaglioni di cui uno reclute, più una compagnia mortai ed una batteria d'accompagnamento da 65/17), un reggimento di artiglieria (su quattro gruppi e tre batterie a/a), l'XI° battaglione guastatori, il IV° misto del genio, il IV° controcarro, con i semoventi da 47/32 ed una compagnia fuciloni, il IV° mortai da 81, il XCV° CC.NN., il IV° gruppo motorizzato tricicli ed i servizi (sezioni sanità, sussistenza, panettieri), si era addestrata per il progettato sbarco su Malta ed era di gran lunga la migliore delle italiane.
Mentre l'Aosta e l'Assietta avevano forti deficienze nel parco mezzi ed a livello addestrativo, la Napoli aveva la sfortuna di essere formata da soldati in parte reduci dalla Russia, logorati nel fisico e nel morale, e per un'altra parte malarici e scabbiosi, e per di più era afflitta da gravi carenze logistiche: si pensi che molte munizioni erano da esercitazione, c'era solo un'autobotte per il servizio idrico, una disponibilità solo del 20% per le pile per telefoni e radio, ed appena del 50% degli automezzi e del 70% dei quadrupedi, per i quali mancavano addirittura i ferri, tanto che era stato inviato apposta un suo tenente a Modena con un ordine di requisizione.
Strutturate anch'esse come la Livorno su due reggimenti su sei battaglioni, più uno d'artiglieria, un battaglione mortai da 81 ed uno misto del genio, quasi tutte le loro fanterie erano però appiedate, mentre le artiglierie avevano due batterie da 20 e non tre ed erano ippotrainate per due gruppi su quattro (e nell'Assietta, divisione da montagna, un terzo era someggiato): dalla Livorno poi differivano in tutto il resto, avendo un battaglione mitraglieri, una compagnia controcarro con pezzi da 47/32, una legione CC.NN. (su due battaglioni ed una compagnia mitraglieri) ed i servizi.
Infine, l'Aosta e l'Assietta, per il 70% degli effettivi, e la Napoli, per il 60%, erano reclutate su base regionale, anche se con classi di età più giovani rispetto alle unità costiere (nella Livorno erano solo il 9%), e questo non poteva non avere effetti sul morale dei militari.
Aggravavano la situazione per tutte e quattro l'insufficiente vitto, la bassa qualità del vestiario e delle calzature, le pessime condizioni di equipaggiamenti e armi.

LE FORZE COSTIERE ITALIANE
Se la forza della Livorno era considerata all'incirca pari al 50 % delle divisioni alleate, e le altre tre largamente sotto, con l'Aosta si e no al 25%, certe percentuali crollavano nelle divisioni costiere, tutte sottodimensionate, con un ridottissimo parco mezzi, formate da coscritti siciliani anziani richiamati ed equipaggiate ed addestrate alla bell'e meglio, con dotazioni vecchie e spesso risalenti alla Grande Guerra, elmetti tipo Adrian compresi: costituite di solito da 2 o 3 reggimenti di fanteria, su 2 o 3 battaglioni sotto organico con due compagnie di fucilieri e due di mitraglieri su quattro plotoni di tre armi, con un totale di 24 mitragliatrici di squadra e 24 fucili mitragliatori, più un gruppo o due di artiglieria, con un paio di batterie per gruppo su 4-6 pezzi, servizi e stop, nell'insieme difficilmente arrivavano a più di 9.000 uomini, la metà per le brigate autonome (v. QUI).
Insomma, si trattava di carne da cannone destinata solo al primissimo contrasto dello sbarco sulle spiagge.
(V. http://www.icsm.it/articoli/daicsm/oob/costiere.html).

A nord vi erano, nel Palermitano, alle dipendenze del XII° CA di Arisio:
- il 136° reggimento autonomo del colonnello Domenico Caruso, da Santa Flavia a Cefalù, dipendente insieme coi quattro battaglioni autonomi CCCIV°, CCCXLIV°, CDLXXVI° e DCCCXXV° dal Comando Difesa Porto Nord di Palermo del Generale Giuseppe Molinero, col 51° Raggruppamento di artiglieria pesante campale ed aggregato il I° gruppo del 25° reggimento di artiglieria Assietta;
la XIX° brigata autonoma di Giovanni Bocchetti, con compiti di difesa della fascia tirrenica tra Santo Stefano di Camastra e Capo Rasocolmo, nel Messinese, col 61° Raggruppamento d'artiglieria costiera della GaF;
- i due battaglioni aut. CXVI° e CXIX°, dipendenti dal Comando PMM di Messina-Reggio Calabria dell'Ammiraglio Piero Barone, con due gruppi obici della GaF, il CCLV° da 100/22 in Calabria ed il CLVIII° da 149/19 in Sicilia.

Sul settore occidentale tirrenico erano schierati da nord a sud, anch'esse sotto il XII° CA:
- la 208° divisione di Giovanni Marciani, tra Partinico (PA) e Marsala (TP), stanziata ad Alcamo (PA), con il 28° Raggruppamento di artiglieria della GaF;
- il 137° reggimento aut., dipendente dal Comando PMM di Trapani dell'Ammiraglio Giuseppe Manfredi, con le batterie dell'8° legione MILMART;
- la 230° divisione di Egisto Conti, tra Marsala e Mazara del Vallo nel Trapanese, nata in vitro a inizio luglio sottraendo alla 202° il 120° ed il 184° reggimento, nonché il 43° Raggruppamento di artiglieria della GaF;
- la 202° di Gino Ficalbi, tra Mazara del Vallo (TP) e Sciacca (AG), coi residui due reggimenti 124° e 142° con le sole mitragliatrici ed armi leggere;
- la 207° di Ottorino Schreiber, tra Sciacca e Licata, nell'Agrigentino, col 12° Raggruppamento di artiglieria della GaF, quasi tutto schierato sul fronte di Agrigento.

Nel settore orientale ionico erano invece presenti da sud a nord sotto il XVI° CA di Rossi:
- la XVIII° brigata autonoma del Generale Orazio Mariscalco, in difesa del litorale gelese e basata a Niscemi (CL), supportata dal 6° Raggruppamento di artiglieria della GaF;
- la 206° divisione di Achille d'Havet, con comando a Modica (RG), responsabile della difesa della costa tra Marina di Ragusa, Siracusa e Catania, col 44° Raggruppamento di artiglieria della GaF;
- il 121° reggimento aut. del colonnello Francesco Damiani, dipendente dal Comando PMM di Augusta-Siracusa del Contrammiraglio Priamo Leonardi, con le poderose artiglierie della 7° MILMART;
- la 213° divisione di Carlo Gotti, tra Acireale (CT) ed Alì (ME), con un solo reggimento, il 135°, più aggregato il CCCLXXII° battaglione autonomo, col 22° Raggruppamento di artiglieria pesante campale della GaF;
- infine i battaglioni autonomi CDXXXIV° e CDLXXVII°, inquadrati nel Comando Difesa Porto Est di Catania del Generale Azzo Passalacqua.

LE  DUE DIVISIONI TEDESCHE NELL'ISOLA
I generali tedeschi, sviati da Montagu, dopo aver invano offerto cinque divisioni a Mussolini in primavera ne avevano dislocate a giugno in Sicilia solo due, sulla carta assai forti ma in realtà meno di quanto gli Alleati stimassero, la 15. Panzergrenadieren e la Goering.
Eberhard Rodt
Erede diretta dell'ex 15. Panzer Division andata distrutta in Africa, la 15. Panzergrenadieren, ex Sizilien, del 48enne Generale Eberhard Rodt, unità di 12.000 uomini, con comando a Caltanissetta, disponeva però, a parte una certa aliquota di piccoli semoventi leggeri Marder II da 10 tonnellate in forza al reparto esplorante corazzato, il Panzer Aufklarungs Abteilung, solo di 65 tra Panzer III  e IV del 215. Panzer Abteilung al comando del pluridecorato capitano Kurt Gierga: i primi, di 23 tonnellate, spina dorsale dei reparti corazzati tra il '39 ed il '41, ormai erano superati per via dell'insufficiente calibro del loro pezzo da 50 mm (in via di sostituzione col 75 corto), oltre che della inadeguata corazzatura, mentre i secondi, di circa 25 tonnellate e con un pezzo di 75 mm lungo 43 calibri, con una velocità alla volata di 933 m/s, erano più moderni e decisamente superiori.

Un'altra deficienza, stavolta strategica, comune anche alla Goering, era che la 15° era suddivisa sin dall'inizio in due Kampfgruppen, gruppi tattici campali:
- quello del colonnello Karl Ens, pari a circa due terzi dell'intera unità, con i reparti corazzati, il 104. Panzergrenadieren Regiment rinforzato da una compagnia del genio, una della Flak, un plotone controcarro ed il 2° battaglione del 33. Artillerie Regiment (mot.) con cannoni pesanti da 170 mm, era posizionato nel settore di San Cataldo, immediatamente ad ovest di Caltanissetta;
- quello del colonnello Fritz Fullriede, col 2° ed il 3° battaglione del suo 129. Panzergrenadieren Regiment, il 1° ed il 3° del 33° artiglieria armati di obici medi, una compagnia del genio ed una della Flak, si trovava invece sul saliente di Canicattì (AG), col 1°/129° PzrGr assegnato invece al settore di Comiso, dove avrebbe avuto parecchi scontri coi paracadutisti americani.

Giunta in Sicilia solo a fine giugno, la 1. Fallschirmpanzer Division Hermann Goering, posizionata a Caltagirone (CT), prendeva il nome dal n. 2 del regime hitleriano, il comandante della Luftwaffe, da cui dipendeva, ed era considerata il vero fiore all'occhiello dei tedeschi.
Guidata dal Generale 47enne Paul Conrath, ex alto ufficiale di polizia, amico personale di Goering, e composta da 16.000 uomini, a dispetto del suo pomposissimo nome non disponeva di alcun reparto di paracadutisti ed era da considerarsi al massimo come una divisione motorizzata.
Paul Conrath
Presente in Tunisia con il nome di Kampfgruppe Schmidt, qui aveva perso gran parte dei suoi elementi, tanto da essere difficoltosamente riallestita a Santa Maria Capua Vetere (CE) prendendo pezzi un po' qui un po' lì dalle truppe corazzate e meccanizzate in Francia e Italia: non aveva tuttavia ancora completato l'addestramento ed era fortemente sotto organico, non disponendo di due battaglioni di fanteria (arrivati solo l'11 luglio, a formare il 2° reggimento), di uno corazzato (almeno 70 carri!) e di varie batterie d'artiglieria, ed inoltre molti dei suoi ufficiali, provenienti dall'aeronautica, erano assolutamente impreparati alla guerra di terra.

Un Panzer VI Tiger I in Italia




A fare paura agli Alleati era soprattutto il 2. Schwere Panzer Abteilung 504 coi suoi temutissimi Tiger I di 57 tonnellate, muniti di un potente cannone anticarro L/56 KwK 36 da 88 mm installato in una torretta con una corazzatura di 110 mm, e due mitragliatrici MG 34 da 7,92 mm.
Per gli americani per distruggere un Tiger ci volevano 4 Sherman, mettendo in conto di perderne 3 (!), ma si trattava pur sempre di una sola compagnia su due plotoni, con appena 17 Tiger, tutti ceduti proprio da Rodt in cambio di una mai arrivata compagnia di semoventi StuG III!
Uno StuG III della Goering


A onor del vero va aggiunto comunque che il totale dei carri saliva a 97 considerando i 46 Panzer III ed i 34 Panzer IV dei due battaglioni del Panzer Regiment, cui erano da aggiungersi anche 29 semoventi StuG III da 22 tonnellate, costruiti sullo scafo del Panzer III, armati con un cannone StuK L/24 da 75 mm in casamatta ed una mitragliera MG 34 da 7,92, che componevano il reparto cacciacarri (Panzerjager Abteilung), ed un'aliquota di più piccoli Marder II di 10 tonnellate.

Al comando diretto di Conrath, nell'interno dell'isola, erano la compagnia dei Tiger, il Panzer Regiment del colonnello Hans Urban (un ex pilota di bombardieri declassato ai servizi di terra a causa di una malattia nervosa!), il  Panzer-Artillerie Regiment del parigrado Hans Oehring (su due gruppi medi, uno leggero ed un altro in formazione), il 1. Panzergrenadieren di Helmut Funck (su un solo battaglione, quello del capitano Johann Dingelstaedt, con un altro ancora in fase di formazione), quello della FlaK di Friedrich Meyer (incompleto, con tre batterie pesanti da 88 e due leggere da 20), due compagnie del reparto esplorante (Panzer Aufklarungs Abteilung) del maggiore Joachim Preuss ed il Panzerpionieren Battalion del capitano Paul Haeffner.
Al colonnello Wilhelm Schmalz, invece, proiettati più a sud-est verso la piana di Catania, vennero affidati il nuovo 2. Panzergrenadieren Regiment, formato coi due battaglioni giunti appunto solo l'11 luglio (il 1° del maggiore Waldemar Kluge ed il 2° del capitano Weber), la compagnia cacciacarri di StuG III del capitano Gerd Schmock ed una delle tre compagnie esploranti.
Wilhelm Schmalz
I due kampfgruppen ad un certo punto si sarebbero definitivamente separati, agendo il primo sulla direttrice Gela-Caltagirone-Enna-Leonforte-Agira-Adrano-Randazzo,  il secondo su Gerbini-Primosole-Catania-Acireale-Taormina-Messina.

DUE ALTRE DIVISIONI TEDESCHE IN ARRIVO
Richard Heidrich
A partire dal 12 luglio sarebbero giunti a difesa della piana di Catania i paracadutisti della 1. Fallschirmjager Division della Luftwaffe (Gen. Richard Heidrich), i famosi diavoli verdi, chiamati così per la mimetica, tenuti fino a quel momento a Flers (Avignone): subito il 3° ed il 4° reggimento, rispettivamente dell'energico tenente colonnello Ludwig Heilmann e del parigrado Erich Walther, poi il 1° gruppo di artiglieria paracadutista del maggiore Schraum e gli altri elementi della divisione, con buon ultimo il 1° reggimento del tenente colonnello Schultz, tutti aggregati al Kampfgruppe Schmalz, col 2° restato di riserva in Francia.
Walter Fries
Sarebbe invece arrivata in Sicilia il 18 luglio la 29. Panzergrenadieren Division Falke (Falco) del Generale Walter Fries, erede della 29. Infanterie Division (Mot.) annientata a Stalingrado, ricostituita in Francia e posta alle dipendenze del XIV° CA corazzato del Generale Hube.
Sin dall'11 luglio sarebbero invece arrivati il  battaglione "Oria" del 382° reggimento Panzergrenadieren, assegnato a Schmalz, i tre battaglioni da fortezza 904° e 923°, dati a Rodt, e Reggio, inviato a Conrath, e forti batterie della FlaK. 

IL PIANO D'INVASIONE ALLEATO
La forza d'invasione alleata era la più grande vista fino ad allora: americano era il comandante, il Generale Dwight David "Ike" Eisenhower, mentre inglesi erano il suo vice, il Maresciallo Sir Harold Alexander, a capo delle truppe di terra, nonché il comandante delle due flotte d'invasione, l'Ammiraglio Lord Andrew Browne Cunningham, e quello delle forze aeree, il Maresciallo dell'Aria Sir Arthur Tedder.
Sarebbero sbarcati in totale ben 67 battaglioni di fanteria, con una potenza di fuoco incomparabilmente superiore a quelli italiani.
Il piano della Task Force 141 (dal numero della stanza d'albergo di Algeri in cui si riuniva) prevedeva un duplice attacco contemporaneo sulla costa sud-orientale della Sicilia.



Le truppe di Monty, sbarcate tra Punta Braccetto (RG), a sud est del golfo di Gela, e Capo Ognina (SR), dovevano occupare verso nord i porti di Siracusa, Augusta e Catania e puntare su Messina.
Quelle di Patton, sbarcate tra Palma di Montichiaro (AG) ad ovest e Scoglitti, una frazione di Vittoria (SR), a est, dovevano avere un mero ruolo di supporto e copertura sul loro fianco sinistro, limitandosi ad "accompagnare" l'avanzata britannica, per raggiungere prima la "Linea gialla", un esteso semicerchio da ovest ad est sul tratto Palma di Montechiaro-Caltagirone, poi la successiva "Linea blu", sulla direttrice Canicattì-Piazza Armerina.
E poi? Poi boh, si sarebbe visto...
Nel frattempo, coperti da poderosi bombardamenti aeronavali circa 3.000 paracadutisti americani scesi a nord e a est di Gela dovevano sabotare gli aeroporti locali e tagliare le linee di comunicazione, 1.200 commandos e 2.000 paracadutisti inglesi dovevano neutralizzare le batterie costiere di Augusta ed alcuni capisaldi sulla costa ed altri 2.000 aliantisti dovevano attaccare la penisola della Maddalena e prendere lo strategico Ponte Grande sul fiume Anapo.
Mesi e mesi di preparazione uniti ad un intenso lavoro di "intossicazione" della realtà siciliana facevano pensare ad un'autentica passeggiata di salute: Alexander pensava di cavarsela in 15 giorni, Eisenhower addirittura in una sola settimana.

LO SCHIERAMENTO ALLEATO
Le divisioni britanniche, costruite su tre brigate di tre battaglioni, con tre reggimenti d'artiglieria campale, uno controcarro ed uno contraereo, erano tutte veterane d'Africa.
La loro forza d'invasione (East Naval Task Force, ENTF) doveva sbarcare nella costa orientale su un fronte di circa 110 chilometri  su tre distinte direttrici:

1) Più a nord la A/B FORCE con obiettivo Noto, Cassibile e Siracusa, con la 5th Infantry Division al comando di Horatio Pettus Mackintosh Berney-Fincklin e quattro squadrons della Commando Brigade dei Royal Marines (nn. 40, 41 e 3, col n. 2 di riserva), con un ulteriore reparto SRS (Special Raiding Service) deputato al sabotaggio della batteria Lamba Doria di Capo Murro di Porco. 

2) Al centro la ACID FORCE su Avola, con la 50th Northumbrian Infantry Division di Sidney Kirkman. 
La Acid Force e la A/B Force costituivano il XIII° CA del Generale Miles Dempsey, conosciuto anche coi due soprannomi "Lucky" e "Bimbo".

3) Più a sud la BARK FORCE su Pachino, con la 51st Highlands Infantry Division (Douglas Neil Wimberley), accompagnata a sinistra dalla 1th Canadian Infantry Division (Guy Granville Simonds) e a destra dalla 231st Infantry Brigade Malta di Robert Elliott "Roy" Urquhart (che Sean Connery avrebbe interpretato nel film "Quell'ultimo ponte" del 1977), inquadrate nel XXX° CA  del Generale Sir Oliver Leese.

Era poi pronta di riserva in Africa anche la formidabile 78th Infantry Division Battleaxe (Ascia da battaglia) di Vivyen Evelegh.
Omar Nelson Bradley


La forza d'invasione americana (West Naval Task Force, WNTF) si sviluppava su un fronte a mezzaluna di circa 60 chilometri anch'essa su tre teste di ponte, suddivise in compositi Regimental Combat Teams (RCT), gruppi reggimentali di combattimento.

1) La JOSS FORCE (Joint Operations Support System Task Force), con la 3rd Infantry Division Rock of the Marne (Lucian King Truscott), che disponeva di 3 reggimenti di fanteria (7°, 15° e 30°), 4 battaglioni di artiglieria campale (9°, 10°, 39° e 41°), del 3° battaglione mortai chimici, del 2°/540° genio combattente, più il 3rd Rangers Battalion del tenente colonnello Hermann W. Dammer, doveva puntare su Licata e la Valle del Salso.

Lucian King Truscott
2) La DIME FORCE, con la 1st Infantry Division The Big Red One ("Il Grande Uno Rosso" dell'omonimo film del 1980) al comando di Terry de la Mesa Allen, con il 16°, 18° e 26° reggimento di fanteria, il 5°, 7°, 32° e 33° battaglione di artiglieria campale, il 1° reparto esplorante, il 70° battaglione corazzato leggero su carri Stuartpiù la Forza X del tenente colonnello William Orlando Darby, composta da due altri battaglioni Rangers, il 1° dello stesso Darby ed il 4° del maggiore Roy Murray (v. QUI), oltre alle compagnie A, B e C dell'83° battaglione mortai chimici (la D era assegnata al 16° fanteria), il 1°/39° combattente del genio ed il 1°/531° del genio costiero, era diretta su Gela e l'aeroporto di Ponte Olivo.
Terry de La Mesa Allen


3) Infine la CENT FORCE, con la 45th Infantry Division Thunderbird di Troy Houston Middleton, un ex preside del collegio militare dell'Università della Luisiana di cui lo stesso Eisenhower era stato allievo, con  il 157°, 179° e 180° fanteria,  i battaglioni di artiglieria campale 158°, 160°, 171° e 189°, il 45° reparto esplorante, il 753° battaglione corazzato medio su carri Shermanil 2° mortai chimici, più il 120° battaglione ed il 40° reggimento combattenti del genio (il primo destinato ad eliminare gli ostacoli dalle spiagge, il secondo i fortini agli incroci delle strade), aveva nel mirino Scoglitti e gli aeroporti di Comiso e di Santo Pietro.

La Dime Force e la Cent Force costituivano il II° CA al comando di Omar Nelson Bradley.

Un ruolo fondamentale avrebbe avuto infine la 2nd Armored Division Hell on Wheels (L'inferno su ruote) di Hugh Gaffey, suddivisa in due Combat Commands completamente autonomi ed indipendenti, il CCA di Maurice Rose, destinato a sbarcare subito a Licata, ed il CCB del colonnello Isaac David White, previsto con la seconda ondata a Gela.
In Africa fremeva anche la 9th Infantry Division Old Reliables (I vecchi indomabili) di Manton Eddy, coi reggimenti di fanteria 39°, 47° e 60°, i battaglioni di artiglieria 26°, 34°, 60° e 84°, il 15° genio combattente ed il 9° reparto esplorante.

LA 45° DIVISIONE DI FANTERIA THUNDERBIRD
Troy Houston Middleton


La 45° divisione, arrivata direttamente dagli USA, disponeva come le altre di ben 17.000 uomini, su 9 battaglioni, con armamento standard di 100 carri armati, 45 autoblindo, 100 cannoni campali, 350 controcarro (si pensi che una nostra divisione aveva un totale teorico di 48 cannoni campali e 36 controcarro), ma a differenza delle altre due, nate nel 1917 e già sperimentate in Nord Africa, era nata solo nel 1923 all'interno della Guardia Nazionale dell'Oklahoma e faceva parte dell'US Army solo dal settembre 1940.
Il "Thunderbird", simbolo della 45°
L'Oklahoma è una tipica terra "indiana" (il suo nome è nato dalla fusione di due parole Choctaw, cioè okla e humma, che letteralmente significano "persona rossa"), esattamente come quelle che la circondano (l'Arizona, il New Mexico ed il Colorado): da esse provenivano per legge tutti i soldati della Thunderbird, molti cow-boys e "pellerossa", Cherokee, Seminole, Choktaw, Apache e Sioux.
Lo stesso nome ed il simbolo tattico della divisione si richiamavano espressamente al "Thunderbird", l' "uccello del tuono", quello dei Totem, raffigurato come un rapace giallo con le ali spiegate su sfondo rosso, famoso elemento iconografico della cultura religiosa dei nativi americani, anche se in realtà il simbolo originario era però un altro: la famosissima svastica, anch'essa tratta da quella tradizione, divenuta però simbolo del nazionalsocialismo e quindi sostituita nel 1930!
Il vecchio simbolo della 45°
Magari fu anche per questo, o per l'inesperienza di combattimento, o forse per la volontà di non sfigurare con le altre due divisioni, o per il troppo entusiasmo tipico dei novellini, o per le origini etniche di molti dei suoi soldati, o forse magari fu solo un caso, uno dei tanti dannati casi che ogni guerra propone, ma proprio la 45° Thunderbird sarebbe stata la principale protagonista delle cosiddette "stragi dimenticate".



5. L'OPERAZIONE "CORKSCREW"

Subito dopo la vittoria in Tunisia partì l'Operazione "Corkscrew" (Cavatappi), l'occupazione di Pantelleria e delle Pelagie (v. QUI e QUI), dov'erano imponenti strutture della Regia Marina e della Regia Aeronautica: in particolare a Pantelleria c'erano un grosso deposito munizioni, una centrale radar tedesca e soprattutto un enorme shelter corazzato in caverna, progettato da Pierluigi Nervi.

PANTELLERIA (11 GIUGNO)
La prima a cadere, in modo francamente vergognoso, sarebbe stata proprio Pantelleria, "la Malta italiana", munitissima isola fortificata di 83 chilometri quadrati con circa 12.000 abitanti situata a soli 80 chilometri dalla Tunisia ed a 110 dalla Sicilia, difesa da 12 cannoni da 152 mm su 3 batterie, 13 da 120 su 3, 12 da 90 su 2 più 50 almeno da 76 su 14 batterie e 110 mitragliere antiaeree di vario calibro.


Sottoposta sin dal 9 maggio ad un rigoroso blocco navale della Royal Navy, l'isola venne bombardata in un crescendo rossiniano sia dal mare, da 5 incrociatori leggeri e 12 cacciatorpediniere inglesi ed una cannoniera olandese, che dall'aria: dal 18 maggio al 10 giugno i Wellington inglesi, i B-17 e gli A-36 Apache americani e gli Halifax australiani, vanamente contrastati dai Macchi del 6° e 17° gruppo del 1° stormo di Ciampino Sud, sganciarono più di 24.000 bombe (293 per Kmq), per 6.400 tonnellate complessive (3.600 solo negli ultimi 4 giorni!), prima sui campi d'aviazione, poi sulle strutture militari ed infine sulle batterie costiere.
Dopo aver respinto due intimazioni di resa, il comandante dell'isola, l'Ammiraglio Gino Pavesi, informato da un aeroricognitore tedesco della partenza alle 18,20 del 10 giugno da Sousse in Tunisia di una forza da sbarco inglese diretta sull'isola, la Force B del Contrammiraglio Rhoderick McGrigor, ottenne da Mussolini nella notte l'autorizzazione alla resa, a causa di una grave emergenza idrica.
Gli 11.657 uomini del Generale Mattei si arresero così senza condizioni alle avanguardie della 3° brigata della 1° divisione di fanteria del Generale Walter Edmund Clutterbuck sbarcate alle 10,00 dell'11 giugno, ben due ore prima dell'arrivo del messaggio ufficiale del Duce: "Radiotelegrafate a Malta che per mancanza d'acqua cessate ogni resistenza". 
In verità però non c'era alcuna emergenza acqua, visto che l'isola era stata rifornita dalla nave cisterna Arno proveniente da Porto Empedocle e da un Ju 52 tedesco: non solo, ma al 9 giugno il 50% delle difese antinave della 9° legione MILMART e l'80% di quelle antiaeree della 22°  MACA erano ancora intatte!
Anche per questo Pavesi, fatto prigioniero e condotto in Inghilterra, venne processato in contumacia dalla RSI e condannato a morte per alto tradimento dal Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato di Parma  nel maggio 1944 (v. QUI).

La propaganda alleata diede un enorme risalto in tutto il mondo a questo tutto sommato facile successo (v. QUI), ma Pantelleria era pur sempre il primo pezzo di territorio dell'Asse occupato dagli Alleati, conquistato con soli 45 caccia abbattuti e un pugno di caduti tra i fanti inglesi (uno addirittura per il calcio di un mulo!): per parte italiana vi furono 4 Folgore abbattuti (ed alcune decine di aerei distrutti al suolo), 40 morti e 150 feriti tra i soldati, quasi tutti camicie nere della 22° MACA, e 5 morti e 6 feriti tra i civili.

LAMPEDUSA (12 GIUGNO)
Più contrastata fu la presa della ben più piccola Lampedusa (20 chilometri quadrati), isola principale delle Pelagie, a 113 chilometri dalla Tunisia, 150 da Malta e ben 205 dalla Sicilia, abitata da circa 3.000 anime.
La guarnigione di 4.400 uomini,  al comando del capitano di vascello Orazio Bernardini della Regia Marina e del tenente colonnello Giovanni Paleologo del Regio Esercito, era costituita da poche artiglierie costiere della GaF e della 9° MILMART e antiaeree della 22° MACA al comando del seniore (maggiore) Adinolfi, più tre compagnie di fanteria del 77° reggimento Lupi di Toscana, una lanciafiamme, una comando, la 653° mitraglieri della GaF del capitano di complemento Carlo Pipitone, alcuni plotoni anticarro e di mortai da 81 e uno di 4 carri veloci L 3 della 3° compagnia del XII° carri L Cangialosi.
Dopo i primi 7 giorni di bombardamenti aeronavali, nella notte tra il 6 ed il 7 giugno alcune unità britanniche si fecero avanti per distogliere le difese costiere, seguite alle 05,00 di mattina dalle tre motosiluranti MTB 68, 268 e 313, che dopo aver lanciato falsi messaggi per farsi credere tedesche tentarono di sbarcare a Cala Coniglio un nucleo di commandos del 2° Special Air Service (SAS) dell'esercito e del gruppo "Z" dello Special Boat Squadron (SBS) della Royal Navy, col compito di sabotare la stazione radar italiana, respinti da due compagnie dei Lupi di Toscana nel Vallone Fonduto, con la morte di due incursori e la cattura di molti altri: almeno un mezzo navale fu colpito dalle batterie antinave e altri tre costretti a ritirarsi coperti da cortine fumogene.
Non solo, ma la mattina successiva due motozattere scortate dai MAS 539 e 564 al comando del tenente di vascello Enrico Ricciardi riuscirono incredibilmente a violare il blocco inglese e a consegnare rifornimenti e posta!
In pochi giorni tutte le difese antiaeree ed antinave dell'isola furono comunque neutralizzate dagli incrociatori Newfoundland, Orion, Aurora e Penelope e dai caccia Laforey, Lookout, Jervis, Nubian più il greco Queen Olgacosì, quando anche il MAS 539 fu affondato in rada dai bombardieri con la perdita del silurista Bruno Saettone e del sergente nocchiere Gino Mantelli, alle 18,30 del 12 giugno Lampedusa si arrese, ottenendo alle 09,00 di domenica 13 giugno l'Onore delle Armi (v. QUI).

LINOSA E LAMPIONE (13 GIUGNO)
Il 13 giugno toccò alla vulcanica Linosa, poco più di 5 chilometri quadrati di terra a 42 chilometri a nord-est di Lampedusa, dove il presidio di 170 uomini si arrese senza sparare un colpo, e persino del minuscolo isolotto di Lampione (lungo 200 metri e largo 180, di soli 0,036 chilometri quadrati!), 18 chilometri a nord-ovest di Lampedusa, abitato solo da un faro automatico (da cui il nome), che venne raggiunto da alcuni mezzi anfibi.
Il 13 giugno Pantelleria venne occupata dal 3° battaglione Coldstream Guards della 201° brigata Guardie, e Lampedusa e Linosa da una compagnia del 2° omonimo della 1° brigata Guardie (v. QUI).
La divisione di Clutterbuck non avrebbe partecipato alla campagna  di Sicilia, con grande scorno delle bellicosissime Guardie.

IL GENERALE GUZZONI NON SI TIRA INDIETRO
Alfredo Guzzoni
Dal 30 maggio 1943 al comando della VI° Armata in Sicilia era il Generale Alfredo Guzzoni, di Mantova (nel suo curriculum il governatorato dell'Eritrea nel 1936, l'occupazione dell'Albania nel 1939 ed il comando della IV° Armata sul fronte alpino francese).
Comandante esperto e dotato di grande buon senso, Guzzoni nel poco tempo a sua disposizione avrebbe cercato in tutti i modi di trasformare in una credibile forza militare una massa informe di ufficiali di carriera un po' in disarmo, di complementi arrivati da ogni parte d'Italia, di camicie nere raccogliticcie e di soldati costieri richiamati, quasi tutti siciliani, spesso analfabeti, vecchiotti, indisciplinati e addirittura privi di scarpe e vestiario militare adeguato, tanto da scambiarseli tra di loro al momento di fare la guardia, con grande scandalo dei camerati tedeschi.


Per far questo aveva cercato di instillare nei suoi soldati quell'Orgoglio e quel Senso di Appartenenza che costituiscono l'autentico motore ideale del combattente, anche se un proclama diretto al popolo siciliano il 9 maggio, redatto dal modenese Mario Roatta, aveva quasi rovinato tutto, pieno com'era di più o meno inconsapevoli accenti razzisti verso i siciliani, trattati quasi da non italiani e primitivi, a partire da quella distinzione: 
"Voi, fieri Siciliani, e noi, militari italiani e germanici (...)"

Bisogna però dire che non molto diversa sembrava essere l'opinione su di essi dei comandi alleati, così come emergeva dagli opuscoli sulla Sicilia fatti distribuire ai loro soldati, in cui i siciliani venivano descritti in pratica come poveri, analfabeti, umorali, facili al coltello, sporchi e quasi africani... 
Roatta, nominato Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, prima di lasciare aveva scritto in un promemoria riservato inviato a Mussolini che:
"(La difesa costiera) non è in condizioni di impedire lo sbarco, ma solo in misura di ostacolarlo, di ritardarlo, e di contenere per un tempo più o meno lungo l'avversario sbarcato".
Lo stesso Guzzoni non aveva mancato di rilevare, in un rapporto ufficiale al Duce, l'insufficienza dei mezzi di difesa (in particolare la difesa passiva, i corazzati, i pezzi anticarro e dell'artiglieria in generale) ed il morale basso di truppe e popolazione civile, descritta come "rassegnata, agnostica, priva di volontà": una conseguenza sicuramente dei ripetuti bombardamenti aerei e della asfissiante opera di propaganda degli Alleati, che non facevano altro che lanciare dall'aria volantini inneggianti alla diserzione come quello qua sotto...

Per risolvere tutti questi problemi Guzzoni preferì usare un approccio diverso dal solito, fatto non solo di esercitazioni, ma soprattutto basato sul rispetto della disciplina fondato più sull'esempio che sulle punizioni, anche ideando vere e proprie cerimonie solenni per assegnare i reparti ai vari capisaldi,  così da fortificarne spirito di corpo e capacità combattiva.

6. IL DISCORSO DEL BAGNASCIUGA 
(24 GIUGNO)

Il popolo italiano era stanco, le nostre forze armate allo stremo, lo stesso partito fascista cominciava a sfaldarsi al suo interno e molto probabilmente Mussolini per primo ne era pienamente consapevole.
Lo possiamo capire esaminando il famoso "Discorso del bagnasciuga" tenuto al Direttorio del Partito Nazionale Fascista a Palazzo Venezia il 24 giugno 1943 e poi trasmesso alla radio dall'EIAR il 3 luglio successivo.
Da sempre ridicolizzato per i suoi toni dialettici apparentemente vaniloquenti, ottimistici, visionari e passato alla storia per l'uso del termine "bagnasciuga" (la parte della carena di una barca fra la linea d'immersione massima e quella minima, alternativamente bagnata o asciutta) invece del più esatto "battigia" (la linea della spiaggia al confine tra l'acqua del mare e la sabbia), in realtà quel discorso era stato assai più sincero e scettico sulle nostre possibilità di respingere l'invasore di quanto forse lo stesso Duce pensasse.
Esaminandolo a tanta distanza di tempo infatti non si può non notare come in realtà Mussolini:
1) desse per scontato uno sbarco in massa contro le coste italiane, evidentemente ritenendo impossibile per le nostre forze dell'aria e del mare di impedirlo;
2) insistesse sul concetto di fermarlo a tutti i costi sul "bagnasciuga", in attesa del sopravvenire delle forze tenute di riserva ("che ci sono", sembra quasi quello che gli anglosassoni chiamano un "wishful thinking", un pio desiderio);
3) facesse intendere come o lo sbarco veniva fermato sulla spiaggia o la sconfitta era sicura;
4) facesse leva sui più puri sentimenti religiosi, patri, identitari, e soprattutto sull'Onore del Partito, delle Forze Armate e soprattutto del Popolo, come fanno tutti coloro che l'Ora del Destino chiama alla fine a rendere conto del proprio operato;
5) e proprio per questo, per la prima volta, cominciasse anche a trovare delle giustificazioni alle sue errate scelte politiche, diplomatiche e militari degli ultimi tre anni, come chi in vista del redde rationem si precostituisca un alibi.
Cito qui vari estratti del testo, che traggo da QUI.
"(...) E ancora bisogna distinguere tra "sbarco", che è possibile, "penetrazione", e, finalmente, "invasione"(...) Bisogna che non appena il nemico tenterà di sbarcare sia congelato su quella linea che i marinai chiamano del "bagnasciuga", la linea della sabbia dove l'acqua finisce e comincia la terra. Se per avventura dovessero penetrare, bisogna che le forze di riserva, che ci sono, si precipitino sugli sbarcati, annientandoli sino all'ultimo uomo (...) Il dovere dei fascisti è questo: (...) Stare in mezzo al popolo, assisterlo, perché il popolo merita di essere assistito. Parlargli il linguaggio della verità. E tenere duro. Tenere duro perché questo è voluto dall'Onore (...)Poi ci sono gli interessi supremi della Nazione e la conquista di una vittoriosa pace (...) Per quello che riguarda la mia responsabilità, la rivendico, naturalmente, in pieno. Un giorno dimostrerò che questa guerra non si poteva, non si doveva evitare, pena il nostro suicidio, pena la nostra declassazione come Potenza degna di storia (...)I soldati di tutte le Forze Armate sentono la grandezza del momento e dei loro compiti. Il popolo italiano possiede risorse morali ancora intatte (...) Oggi che il nemico si affaccia ai termini sacri della Patria, i quarantasei milioni di italiani, meno trascurabili scorie, sono in potenza ed in atto quarantasei milioni di combattenti, che credono nella Vittoria perché credono nella forza eterna della Patria".

Altro che parole magniloquenti e boriose, semmai il classico discorso di chi non ci crede più.

Lo sbarco della 1° divisione americana di Allen sulla spiaggia di Gela

SECONDO ATTO
 LO SBARCO

PRIMO QUADRO
ARRIVANO GLI AMERICANI

La nave comando AP-64 Monrovia del capitano di fregata T. B. Brittain, su cui era imbarcato il Vice Ammiraglio Henry Kent Hewitt, comandante della Task Force 80, formava con il caccia MacLanahan del capitano di corvetta H. R. Hummer il TG 80.1, ed era scortata dagli altri nove caccia del TG 80.2 del capitano di vascello Charles Wellborn.
Tutt'intorno a loro erano ben 580 navi da guerra e da sbarco e 1.124 LCVP, la West Naval Task Force al completo.

              7. L'INCURSIONE DELLA 82° DIVISIONE PARACADUTISTI

Sottomarini e ricognitori aerei dell'Asse avevano rilevato tre flotte in movimento verso la Sicilia, una più grossa proveniente dall'Africa, con direzione nord-nordest, le altre due da Malta, una verso nord-est ed un'altra per nord-ovest, per cui sin dalle 19,30 del 9 luglio Guzzoni aveva dichiarato lo "stato di allerta".
Quando alle 01,10 era giunta notizia di lanci di paracadutisti a nord-est di Gela era stato diramato lo "stato di allarme", e già alle 01,50 si era disposto, con ordine trasmesso telefonicamente dal colonnello Orazio Bogliaccino, sottocapo di Stato Maggiore del Comando FF.AA. di Palermo, il brillamento dei pontili di Porto Empedocle, Licata e Gela, prontamente eseguito dai genieri.


Matthew Bunker Ridgway
Partiti alle 20,45 di sera da Qairouan in Tunisia a bordo di 226 Douglas C-47 Dakota del 52° stormo del colonnello Harold Clark, i 3.400 paracadutisti facevano tutti parte del 505° PIR (Parachute Infantry Regiment), del 3° battaglione del 504° agli ordini del tenente colonnello Charles W. Kouns, del 456° battaglione campale di artiglieria aerotrasportato, della compagnia B del 307° genio paracadutisti, più alcune unità ausiliarie (tra cui squadre di osservazione per l'artiglieria navale), e appartenevano alla 82nd Airborne Division del Maggior Generale Matthew Bunker Ridgway, la prima grande unità aerotrasportata americana, creata da Bradley nell'agosto 1942 trasformando ex novo una divisione di fanteria nata il 5 marzo 1917, soprannominata sin da allora "All American" perché formata da soldati di tutti gli allora 48 Stati USA (da qui il famoso simbolo con la doppia A).
A guidare l'attacco era il colonnello 36enne James Maurice Gavin ("Jumping Jim"), comandante del 505° (interpretato da Robert Ryan nel film "Il giorno più lungo" del 1962 e da Ryan O'Neal in Quell'ultimo ponte).


L'intersezione a Y tra la S.S. 115 e la S.P. 11 (Tratto da USA-MTO-Sicily-p.137)










Obiettivo dell'azione era prendere il controllo a nord-est di Gela dell'intersezione a forma di Y in località Piano Lupo tra la strada statale S.S. 115, principale rotabile in direzione est-ovest della Sicilia meridionale, e la strada provinciale S.P. 11 che collegava Case Priolo alla cittadina collinare di Niscemi più a nord, su cui vigilava un complesso di 16 "pill-box" (fortini di calcestruzzo) armati di mitragliatrici.
Una volta preso il controllo di quello strategico incrocio, i paracadutisti dovevano tagliare le linee di rifornimento e di comunicazione nemiche e conquistare il vicino aeroporto di Ponte Olivo poco più a sud, tenendolo fino all'arrivo della 1° divisione di Allen.

Già la decisione di far intervenire in quella massiccia azione l'82° e non la 101° divisione, guidata dall'inventore delle operazioni aerotrasportate, il Generale William C. Lee, era stata un'autentica sorpresa, ma a complicare le cose era intervenuto un cambio di programma: originariamente l'attacco doveva essere eseguito dai paracadutisti del 504° PIR e dagli aliantisti del 326° reggimento, ma la carenza di alianti aveva portato a sostituire all'improvviso il 326° col 505° PIR, quindi Gavin fin dal loro arrivo in Nord Africa in maggio aveva sottoposto i suoi uomini ad un durissimo addestramento specifico al lancio notturno, ma il verificarsi di molti incidenti l'aveva spinto ad annullare tutti i lanci fino al momento dell'invasione!
Quello era però per tutti il primo lancio notturno di guerra, paracadutisti e piloti, diversi dei quali in quella notte illune avrebbero scambiato addirittura Siracusa per Gela!
Vi fu così un'estrema dispersione dei lanci per il forte vento di maestrale che spirava a 64 chilometri all'ora in quota: molti finirono nel settore britannico, tra Avola, Cassibile, Siracusa ed Ispica, altri dispersi nell'entroterra o addirittura in mare, anche se paradossalmente i comandi italo-tedeschi furono indotti a credere che fosse in corso un attacco più grande, tanto da disperdere ancor di più le loro difese!


James Maurice Gavin
I paracadutisti furono così costretti a combattere spesso in inferiorità numerica, e nel settore di Scicli (RG) almeno un centinaio di essi venne neutralizzato dal 123° costiero del colonnello Primaverile, quasi tutti consegnati ai carabinieri, anche se presso il lago del Biviere, ad una decina di chilometri da Gela, sorpresero nel sonno in piena notte il POA delle camicie nere della 22° legione MACA al comando di Francesco Faraci, gelese, classe 1893, presente col figlio 12enne Pippo: i legionari reagirono subito coi loro 91 e le mitragliatrici, ma i paracadutisti risposero coi mitra, le bombe a mano ed i mortai, dando vita ad un durissimo scontro che ben presto si spostò nella campagna circostante fino all'alba, quando gli italiani si arresero.
Il corpo decapitato di Faraci sarebbe stato rinvenuto solo l'indomani.
Tuttavia, solo 200 dei 425 uomini atterrati nell'entroterra di Gela, quasi tutti della compagnia I del 1°/505° PIR del 28enne tenente colonnello Arthur F. Gorham, soprannominato "Hard nose" (naso duro, termine gergale per indicare il fegataccio tutto d'un pezzo), sarebbero scesi a Piano Lupo, muniti solo di un paio di mortai da 60 mm con 50 granate e di 3 BAR con 6.000 cartucce.

LO SCONTRO TRA GAVIN ED IL 457° NAP

Lo stesso Jim Gavin, lanciatosi a circa 20 miglia da quell'obiettivo, si sarebbe ritrovato al buio totale in una zona del tutto sconosciuta con soli 6 uomini e 2 bravi ufficiali, il capitano Alfred W. "Irish" Ireland, ufficiale S-1 addetto al personale, e il maggiore Benjamin H. Vandervoort, ufficiale S-3 addetto a piani ed operazioni (interpretato da John Wayne ne Il giorno più lungo).
Diventati cammin facendo una ventina, quegli uomini riuscirono a catturare un soldato italiano e a farsi dire dov'erano con la minaccia della baionetta di Vandervoort puntata alla gola: erano nella valle del Dirillo, un piccolo fiume chiamato anche Acate, nei pressi dell'omonima cittadina, a sud-est dal loro obiettivo.

Costretti più volte a nascondersi presso dei casolari disabitati per sfuggire ai rastrellamenti, in cui Conrath aveva impegnato da Caltagirone un'intera compagnia di fanteria della Goering e persino un plotone di carri con due Tiger, oltre che la compagnia esplorante del capitano Paulus (probabilmente quella che si scontrò contro i paracadutisti lanciatisi da un Dakota caduto in fiamme in Contrada Casazza nei pressi della rotabile Acate-Vittoria: v. QUI), i paracadutisti furono scoperti quando l'italiano riuscì a fuggire e a dare l'allarme all'ex convento settecentesco dei Cappuccini: la caserma del 457° Nucleo Anti Paracadutisti, guidato dal 27enne sottotenente Orazio Dauccia, un ex maestro elementare di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) richiamato nel 1940 per la Grecia e congedato da quel fronte perché rimasto congelato ai piedi.

Partiti in piena notte a bordo di un paio di autocarri insieme con i carabinieri, gli italiani ebbero con Gavin un primo duro scontro in Contrada Santissimo in cui cadde il caporale Filippo Currò, 31enne di Messina, e fu ferito un membro del partito locale, Arturo Lello, presente con il collega Gaetano Albani, per cui alle prime luci dell'alba Dauccia decise di aggirare il nemico attraverso Contrada Canali.
Qui gli uomini di Gavin, nascostisi in una vigna sulla sommità di una piccola e ripida altura ricoperta di canneti che scendeva su quella strada, aprirono il fuoco per primi da circa 70 metri, uccidendo il sergente Gaetano Galletta, coetaneo di Currò e messinese come lui, e ferendo gravemente il vice di Dauccia, ma per la pronta reazione italiana due paracadutisti caddero ed altri furono feriti.
Respinti con le spalle addosso ad un muro di pietra, gli americani erano sul punto di cedere, anche perché i Garand di Gavin e Vandervoort si erano inceppati, ma proprio a quel punto una scarica del Thompson di Ireland fulminò proprio Dauccia e nella confusione che ne seguì tra gli italiani i paracadutisti, pur lasciando sul posto i feriti, poterono raggiungere gli avamposti del 180° RCT della 45° divisione, 5 miglia a sud-ovest verso Vittoria!
Nel percorso avrebbero incontrato molti altri commilitoni: ogni volta che succedeva sussurravano la parola d'ordine, "George", sperando di sentirsi rispondere "Marshall", il nome ed il cognome del capo di Stato Maggiore Generale USA.
Per il coraggio e la capacità di comando dimostrati in quest'azione e negli scontri sul Dirillo Irish Ireland si sarebbe meritato la Silver Star.

A giorno fatto la fidanzata di Dauccia, Carmela "Melina" Modica, avrebbe ricevuto da un mezzadro la brutta notizia: la sorella più piccola, la 14enne Francesca, riconosciuto il corpo senza vita del povero ufficiale delicatamente disteso dai suoi uomini ai piedi di un albero, l'avrebbe pietosamente avvolto, tra le lacrime, con una coperta (v. QUI QUI).
Il corpo dell'uomo, seppellito in una fossa comune, sarebbe poi stato traslato dopo la guerra nel cimitero della sua città natale.

                                   8. A GELA INIZIA LA BATTAGLIA

Di fronte alla costa gelese si erano presentate le 26 navi trasporto del Task Group 81.2 al comando del capitano di vascello C.D. Edgar, presente a bordo dell'APA-5 Burnettcomprendente 7 navi AP, 17 LCI e le due LSI inglesi Prince Charles e Prince Leopoldcon 5 piccole unità antisommergibili a fare da schermo, insieme con le 14 LST del TG 81.3 del parigrado W.D. Wright e le 16 LCI del TG 81.4 di J.H. Leppert.
(V. Sicily-Salerno-Anzio, January 1943-June 1944, di Samuel Eliot Morison, University of Illinois Press, in Appendix 1, pag. 385 ss.)
Col sottomarino Shakespeare utilizzato come faro guida, i 10 cacciatorpediniere del TG 81.6 del capitano di vascello D.L. Madeira facevano da schermo protettivo insieme con le 9 unità antisom del TG 81.7 del capitano di corvetta R.D. Lowther ed ai 7 cacciamine del TG 81.6 del parigrado M.H. Harris, mentre da 15.000 metri il TG 81.5 del capitano di vascello L. Hawlett Thebaud, coi due incrociatori leggeri Savannah del parigrado R.W. Cary e Boise dello stesso Thebaud  ed i due caccia Shubrick del capitano di corvetta L.A. Bryan e Jeffers del parigrado W.T. McGarry assicuravano il supporto di fuoco (v. S. E. Morison, cit.).
I colpi delle artiglierie italiane causavano il panico agli attaccanti, per di più  con lo stomaco in subbuglio per il clima avverso, col mare sferzatissimo dal vento ed onde che in taluni punti del litorale soprattutto al largo di Scoglitti giungevano a superare i 4 metri: molti LCVP finirono così ben lontano dagli obiettivi assegnati (il 180° RCT della 45° divisione, trasportato a bordo delle navi APA-32 Calvert, il 1° battaglione, APA-9 Neville, il 2°, ed APA-89 Frederick Funston, il 3°, finì sparso lungo 20 chilometri di costa), o si scontrarono addirittura tra di loro (almeno due di essi andarono a fondo, portando con sé 38 fanti).
Ma non di rado finirono direttamente nei mirini italiani, come quando nelle acque davanti a Contrada Grotticelli, tra i fiumi Gela e Dirillo, difesa dal 121° Macerata del maggiore Eugenio Lanza della difesa fissa di Ponte Olivo, una granata spezzò la fune che reggeva la rampa di sbarco di un mezzo anfibio, allagandolo in pochi secondi e mandando a fondo un intero plotone del 4° ranger.

Gli americani avevano però di fronte, oltre al CXII° battaglione mitraglieri della GaF, sparso tutto lungo la costa (la 616° compagnia a Gela, la 537° a Scoglitti e la 552° al Poggio Lungo, verso Butera), solo i quattro battaglioni della XVIII° brigata costiera di Niscemi del 57enne Generale di brigata Orazio Mariscalco.
Ai due del 134° reggimento del colonnello Giuseppe Altini, il CCCLXXXIV° del tenente colonnello Angelo Alberti sull'argillosa collina di Montelungo, a ovest di Gela, tra Punta Due Rocche ed il torrente Gattano, con aggregata la  compagnia mitraglieri autonoma del capitano Vincenzo Pietrasanta a Manfria, ed il CDXXIX° del maggiore Arnaldo Rabellino, schierato tra il Gattano e la foce del fiume Dirillo, si aggiungevano infatti i due del 178° di Vittoria (RG) del colonnello Tommaso Franceschelli,  più a ovest il CCCLXXXIX° del tenente colonnello Gaetano Roccuzzo, tra la foce del Dirillo e Capo Camarina, con comando a Scoglitti, e a est il DI° del maggiore Emilio Zotta, tra Capo Camarina e Punta Braccetto, con sede a Fattoria Randello, alla foce del fiume Irminio.
Su tutto il litorale erano schierate le batterie del 6° Raggruppamento di CA di Niscemi della GaF del colonnello Giustino Freda: più a nord-ovest le tre da 100/22 Skoda del CCIX° gruppo, due sul Poggio Lungo ed un'altra sul Monte San Nicola; a Manfria, a quasi 12 chilometri a ovest di Gela, la 181° da 75/34 del CCXVIII°; più ad est a partire da Montelungo le cinque da 75/27 del XXI°la 49° e la 330° tra lì e la vicina Capo Soprano, alla periferia ovest della città, la 451° a Punta Zafaglione, alla foce del Dirillo, l'81° a Case Spinasanta e l'ultima, la 452°, a Punta Braccetto, impegnata contro gli anglo-canadesi contemporaneamente sbarcati a Pachino.
Tutta questa era la difesa dei circa 41 chilometri di costa da Punta Due Rocche, verso Licata, a Punta Zafaglione, verso Scoglitti: circa 7.000 uomini in totale, male armati, poco equipaggiati, con addestramento e disciplina sommari, contro ben 35.000 soldati americani su 18 battaglioni, armatissimi, addestratissimi e stramotivati!

Alle 02,50 i genieri della 21° minatori fecero saltare i 300 metri centrali del pontile sbarcatoio con le piazzette,
mentre centinaia di razzi e proiettili illuminanti provenienti da una parte e dall'altra rischiaravano a giorno tutti gli 8 chilometri del litorale gelese.
Alle 02,54 il tenente colonnello Lauritano avvisò il comando che imbarcazioni nemiche si stavano avvicinando a Senia Ferrata; alle 02,57 che le artiglierie navali avevano aperto il fuoco contro le quelle postazioni e la 330° batteria a Capo Soprano; alle 03,02 ancora lui segnalò i primi sbarchi,  con comunicazioni interrotte, che trovarono conferma quando alle 03,06 il maggiore Pettinato del CCCLXXV° costiero di Pozzallo riferì al comando della 206° costiera di sbarchi all'altezza del POC 355 di Senia Ferrata, mentre alle 03,37 fu il maggiore Rabellino a comunicare al comando brigata che il nemico stava cercando di sbarcare sulla destra del pontile di Gela.


Telegramma dei carabinieri di Pozzallo  (Archivio  di Stato di Ragusa)
I tre ufficiali non potevano saperlo, ma a sbarcare in quel settore fortemente minato protetti dal fuoco dell'incrociatore Boise e del caccia Jeffer erano in quel momento:
- sulla destra del pontile di Gela, appena a est della città e dell'omonimo fiume, sulle spiagge Yellow e Blue, il 26° RCT del colonnello John W. Bowen, con il 1° battaglione del maggiore Walter H. Grant, pronto ad attraversare il fiume ed aggirare Gela per congiungersi alla Forza X, ed il 2° ed il 3° dei tenenti colonnelli Darrel Daniels e John T. Corley con la missione di attraversare la pista aeronautica di Farello, passare a lato della città, superare la S.S. 117 ed occupare le alture sull'aeroporto di Ponte Olivo, a 9 chilometri circa a nord-est di Gela;
- ancora più a destra, sulle spiagge Red 2 e Green 2 (che con le confinanti Yellow e Green del settore Cent costituivano la zona di sbarco Wood's Hole), il 16° RCT del colonnello George Taylor, col 1° ed il 2° battaglione al comando dei tenenti colonnelli Charles L. Denholm e Joseph Crawford, col compito di attraversare la ferrovia verso nord, fiancheggiare la palude del Biviere e seguire la S.S. 115 fino all'incrocio di Piano Lupo, dove avrebbe dovuto congiungersi con il 505° PIR  di Gavin e puntare su Niscemi.
Pronti per la seconda ondata erano il 18° RCT del colonnello George A. Smith ed il 1°/540° genio combattente, ma soprattutto la  KOOL FORCE (su cui v. QUI), punta di lancia del Combat Command B agli ordini del colonnello Isaac David White, con gli Sherman del 67° reggimento corazzato del colonnello Paul Disney, il 1°/41° di fanteria corazzata del tenente colonnello Martin J. Morin,  l'82° squadrone esplorante, il 78° campale con gli Half-Track M 3 muniti di obici da 105 del parigrado Hugh M. Exton ed il 17° genio corazzato di Lewis W. Correll.

9. IL CDXXIX° BATTAGLIONE COSTIERO SI IMMOLA SULLA SPIAGGIA

Il CDXXIX° battaglione costiero del maggiore Arnaldo Rabellino, con la compagnia comando a Gela, era schierato su due linee di difesa: una esterna, proiettata sulla spiaggia, presidiata dalla 616° del capitano Domenico Mascherpa del CXII° mitraglieri GaF e dalla 3° del capitano Ferdinando Angelini più a est a Senia Ferrata; una scaglionata in profondità fin verso il Castelluccio, il castello svevo a cielo aperto, antico baluardo contro le incursioni saracene, posto su un'altura gessosa in Contrada Spadaro, a 7 chilometri a nord della città, ed a poco meno di 3 dall'aeroporto militare, con la 1° e la 2° rispettivamente dei capitani Mario Rocchini e Antonio Menchini schierate più a nord-ovest fino al torrente Gattano e la 4° del parigrado Alfonso Della Minola con due plotoni più a nord-est a Villa Priolo ed un terzo ancora più a est a Feudo Nobile, a protezione di uno strategico ponte della S.S. 115 sul fiume Dirillo (ringrazio l'amico Salvo Reale per le preziose informazioni).
Il Comando Difesa Fissa Aeroporto 502 del tenente colonnello Ettore Zanoletti comprendeva il reparto avieri, la compagnia comando (tenente Santino Balsamo) e la 13° fucilieri (capitano Giuseppe Correnti) del IV°/121° Macerata la 4° fucilieri motorizzata del capitano Vincenzo Randazzo del DI° costiero distaccata dal Gruppo mobile E, più una batteria autonoma di artiglieria da 149/12 della GaF (tenente Eugenio Giusti), tre contraeree della 22° MACA, la 333° e la 334° da 37/54 del capomanipolo (tenente) Francesco Barbato e la 523° da 75/46 del capomanipolo Pietro Galli, ed una del Regio Esercito, la 320° autonoma da 20/65 del capitano Salvatore Settineri. 

Le difese erano completate dalla 268° compagnia fucili controcarro S (Solothurn) del capitano Napoleone Monaco del 134° costiero, posta a difesa del Caposaldo n. 31, dalla 105° controcarro da 47/32 e la 106° autonoma mortai del capitano Pasquale Paolini posizionate a Capo Soprano, dalla 21° minatori del capitano Achille Suarez del 12° Raggruppamento del genio, più quattro batterie a/a da 20/65 mm della Livorno tra Niscemi e Scoglitti, quattro sezioni fotoelettriche, alcuni nuclei antiparacadutisti (il 552° NAP a Poggio Lungo, il 352° a Montelungo, il 455° a Case Priolo, il 456° a Niscemi, il 457° ad Acate, il 531° a Santo Pietro, il 458° a Vittoria ed il 526° a Ponte Olivo), ed ovviamente carabinieri, finanzieri e camicie nere della Milizia locale.
Poco o nullo valore militare avevano nelle immediate retrovie gli uomini del XVII° battaglione presidiario di fanteria, tutti coscritti siciliani 30/40enni, inabili al servizio di prima linea, spesso sposati o addirittura vedovi con figli.

Molti mezzi anfibi del 26° RCT che attaccò a destra del pontile vennero colpiti ed incendiati dalle artiglierie costiere a soli 100 metri dalla riva, ma a scagliarsi specificamente sulle due spiagge Red e Green di Gela fu l'intera Forza X.
Il capitano Walter Nye del 4° battaglione rangers, vice del comandante Murray, avrebbe ricordato:
"Alle 02,45 del D-Day eravamo già 5 miglia nautiche avanti alla Prince Charles, sulla linea di partenza, dritti sugli obiettivi sulle spiagge assegnate, Red e Green, con sul fianco destro da qualche parte l'incrociatore Boise ed il caccia Jeffers, su quello sinistro l'incrociatore Savannah ed i caccia Shubrick e MaddoxEra una esperienza veramente sgradevole, i conati di vomito ed il mal di mare rendevano le cose ancor più brutte, ma la cosa più strana, a parte i segni ed i suoni della battaglia, era il rumore delle eliche quando il nostro mezzo da sbarco rimaneva sospeso per un attimo sulla cresta delle onde, più forte di quelle di un aereo...All'improvviso una unità armata di supporto con la prua tozza si accostò a noi a sinistra ed una voce urlò al megafono: <<Fermatevi qui! Che reparto siete?>> Misi a coppa le mani sulla bocca e appena i motori rallentarono gridai:<<Primo plotone, compagnia F!>> La nave si accostò pigramente sottobordo e a quel punto potemmo riconoscere la voce. Era quella del colonnello Darby.<<Siete davanti a tutta la flotta- ruggì- State fermi qui fino a quando il resto vi raggiunge!>> <<Va bene, signore>>. <<In bocca al lupo- ruggì ancora- e sparate bene!>>"
Sbarcati con oltre un'ora di ritardo, i rangers, gravati con un carico supplementare di 50 o 60 chili di munizioni e rifornimenti, erano costretti a risalire a piedi il costone sulla spiaggia passando attraverso dune e canneti per superare uno ad uno ogni bunker di mitragliatrici.
Un intero plotone di una compagnia pontieri del 1°/39° del genio venne annientato, mentre un altro della compagnia D del 4° rangersappena sbarcato dall'LCA 7/12 e finito su un campo minato, venne inchiodato sulla spiaggia dal fuoco incrociato delle mitragliatrici di due casematte: mentre tanti altri morivano attorno a lui, fu così il primo sergente, Randall Harris, "Harry", seriamente ferito allo stomaco due secondi dopo aver visto cadere il suo comandante, il tenente Walter Wojcik, colpito in pieno petto ("Harry, mi hanno preso!"),  a condurre col nastro delle munizioni tutto stretto attorno alla ferita l'assalto al costone, "alto forse 15 piedi e piatto in cima", irto di casematte:
"Insieme al caporale Howard Andre facemmo piazza pulita. In guerra eravamo una squadra. (...) Ci alternavamo: lui apriva la porta e io tiravo una bomba dentro. Alternandoci in questo modo ne neutralizzammo dodici di fila. Giunti più in basso, verso l'ultimo bunker, venne uno dei miei uomini, il caporale Peter Deeb, e chiese: <<Questo bunker è stato svuotato?>> Io risposi: <<Credo di no, faresti meglio a controllare>> (...) Sentii l'esplosione delle bombe di Deeb e lui disse: <<Nel bunker c'erano tutti italiani con le mani in alto>>
Proprio Harris avrebbe raccontato commosso tanti anni dopo la storia del plotone affogato: la granata mortale era esplosa a pochi metri di distanza dal suo LCA, e proprio lui aveva tratto in salvo il timoniere, l'unico superstite!
Portato alla fine di quella giornata in una nave ospedale al largo ed operato da sveglio su sua espressa volontà, Harris rimase due mesi ricoverato: sarebbe stato premiato per quest'azione con la Distinguished Service Cross (DSC). 
Howard Andre sarebbe invece morto pochi mesi dopo, ad Anzio.
(http://www.thedropzone.org/europe/Sicily/harris.htm, cit. da Andrea Augello, in Uccidi gli italiani, Ed. Mursia, 2009, pagg. 65-67).

I PRIMI COMBATTIMENTI IN CITTÀ
Alle 04,05 il colonnello Altini segnalava infiltrazioni nell'abitato, ed infatti, puntualmente, alle 04,10 il maggiore Rabellino comunicava che lo sbarco era riuscito ed il nemico stava infiltrandosi dal lato del Belvedere.
Mentre dal circondario affluivano in fretta e furia tutti gli uomini possibili della 1° e della 2° compagnia, con la 3° impegnata disperatamente contro il 16° RCT a Senia Ferrata e la 4° contro i paracadutisti in zona Abb.io Priolo (Abbeveratoio Priolo), accesi combattimenti erano segnalati nel corso principale, tra i rangers ed una trentina di carabinieri (scambiati forse per militi fascisti a causa della divisa) nei pressi della Chiesa Madre e dell'ex albergo Trinacria, dove si svolgeva un furiosissimo scontro addirittura stanza per stanza, tra esplosioni di granate e raffiche di mitragliatrici, ed ai giardini pubblici, dove intervenivano anche i finanzieri, le camicie nere e alcuni civili.
Cadevano le camicie nere della 22° MACA Tommaso Sanzo, mentre con la Beretta sfidava i rangers coi Thompson che l'avevano sorpreso mentre si dirigeva dal suo reparto in Santa Maria del Gesù, e Piero Mondarini, classe 1890, freddato un'ora dopo mentre, ancora in borghese, cercava di estrarre la pistola dalla tasca contro gli americani apparsi nella sua via.
Morivano sotto i colpi dei rangers anche la 20enne Carmela Ferrara in Rodinò e i suoi due bambini di uno e tre anni, Grazio e Lucia, e persino un noto antifascista locale, il 33enne Rocco Tignino, uscito con un tricolore in mano da casa sua in Via Bastione (oggi Via Matteotti), forse scambiato per un nemico.
Sulla spiaggia i genieri americani del 1°/39° con i lanciafiamme e le granate ad alto potenziale distruggevano sistematicamente tutte le casematte ed i nidi di mitragliatrice della GaF, mentre risalendo il terrapieno attaccavano con quelle a frammentazione le case dov'erano appostati i fanti costieri.

Filippo Lembo
Nel centro abitato si combatteva casa per casa.
Mentre in via Butera un plotone s'immolava contro un'intera compagnia nemica, a qualche centinaio di metri di distanza anche il tenente di complemento Filippo Lembo, un 33enne ufficiale catanese, veniva sorpreso dai rangers mentre cercava di raggiungere il comando coi suoi uomini.
Circondati nella centralissima Via Giacomo Navarra Bresmes e costretti infine ad un feroce combattimento corpo a corpo, vennero quasi tutti uccisi, molti davanti alla scalinata della Cattedrale.
L'ultimo a cadere fu proprio Lembo, preso alle spalle mentre sparava gli ultimi colpi della sua Beretta e ferocemente sgozzato all'interno di un magazzino.
Gli sarebbe stata concessa la medaglia d'argento alla memoria.

CIRCONDATI
Con il cedimento anche del presidio del consorzio agrario la situazione precipitava, anche perché alle 04,25 Mariscalco comunicava che a Case Priolo la 4° compagnia del capitano Alfonso Della Minola, 37enne di Stresa (NO), intervenuta con i suoi due plotoni a sostegno del 455° NAP, era circondata da un centinaio di paracadutisti: lui non lo poteva sapere, ma erano la compagnia A del 1°/505° PIR di Gorham al comando del capitano Edwin B. Sayre, tra i pochi uomini atterrati entro tre chilometri dall'obiettivo previsto.
Alle 04,57 Rabellino comunicava che al largo vi erano parecchi natanti, e che aveva l'impressione che essi avessero fatto un movimento di va e vieni dalla spiaggia, ma soprattutto che aveva parecchi morti e feriti, anche se la popolazione gelese si manteneva tranquilla nelle case.
Alle 05,35 il centro raccolta notizie del capomanipolo Giuseppe Messina della 22° MACA comunicava che ormai si combatteva nel pieno centro abitato, mentre alle 05,50 il comando brigata telefonava al XVI° CA riferendo che il comando del CDXXIX°  era accerchiato.
Alle prime luci dell'alba capitolava il caposaldo del cimitero tenuto con due Breda dagli uomini del 31enne sottotenente Giuseppe Gentile, di Melito di Porto Salvo (RC), e subito dopo alle 06,28 Altini comunicava che l'intero presidio della città era ormai del tutto circondato la 181° batteria di Manfria aveva subito parecchie perdite, disponeva di un solo pezzo efficiente ed era ormai controbattuta con violenza dal fuoco navale, mentre la 49° e la 330° tra Montelungo e Capo Soprano avevano solo 3 pezzi efficienti ognuna ed erano piene di morti e feriti, molti gravi, tanto da essere necessario che affluissero ambulanze.
Cadeva anche il capitano Della Minola, medaglia d'argento alla memoria, la cui 4° compagnia, barricatasi in una fattoria, dopo aver perso 15 uomini era costretta ad arrendersi, lasciando ai paracadutisti di Sayre l'intersezione stradale a Y di Piano Lupo, con 50 prigionieri, 16 pill-box, 20 mitragliatrici e ben 500.000 proiettili (v. QUI). 
Alle 07,10  Altini comunicava che le navi nemiche avevano aperto fuoco d'interdizione sul rovescio dei nostri capisaldi, che l'81° batteria, rimasta senza cannoni, apprestava nidi di mitragliatrici mentre la 49° e la 330° avevano solo 4 cannoni che continuavano a sparare contro i mezzi da sbarco, ormai però sotto tiro dei cannoni navali americani.
Alle 08,00 tre compagnie di rangers erano ormai insediate in città e Darby fissava il comando nell'ex albergo Trinacria, così che alle 08,02 un drammatico messaggio, l'ultimo, partiva dalla stazione radio del CDXXIX°:
"Siamo circondati!"
Subito dopo cadevano prima il presidio dei giardini pubblici, poi quello dei carabinieri, ormai rimasti senza munizioni e completamente circondati con un caduto e vari feriti  nei pressi del Duomo dai rangers provenienti da Corso Vittorio Emanueleinfine verso le 09,00  anche il comando battaglione di Rabellino.

Alle 09,20 Altini comunicava che la 330° batteria aveva fatto saltare i suoi pezzi e la 49° di Capo Soprano era stata costretta ad arrendersi perché il nemico era venuto avanti facendosi scudo dei prigionieri italiani, mentre alle 09,57 giungeva notizia che il 526° NAP si era spostato dal Castelluccio a Niscemi.
(V. Rel. cron. del Comando XVIII° brigata costiera, presso l'Archivio dell'Ufficio Storico dello S.M.E.-AUSSME, Cartella 2124, recentemente trovata dallo storico gelese Nuccio Mulè).

L'ATTACCO DAL CAMPANILE 
I rangers del capitano James B. Lyle avevano istituito lungo la S.S. 117 varie postazioni difensive ed un osservatorio e Darby aveva piazzato i mortai da 107 delle tre compagnie A, B e C neo sbarcate dell'83° battaglione chimico attorno alla periferia nord-orientale di Gela, ma proprio in quel momento gli veniva comunicato che sul campanile della Chiesa Matrice erano appostati dei cecchini!
Recatosi sul posto, Darby vide due plotoni di rangers sotto la chiesa ed un sottufficiale italo-americano che urlava in dialetto di scendere: quando ad un suo cenno essi fecero irruzione nel campanile, in cima trovarono però solo una cassetta vuota di bombe a mano.
Solo tanti anni dopo si sarebbe saputo che Rosario Cacciatore, figlio del custode del Parco delle Rimembranze, con il 20enne Ferdinando Incardona, figlio di un salumiere, il più grande, e Francesco Zafarana, quello che sessant'anni e passa dopo, unico sopravvissuto, avrebbe raccontato l'episodio allo storico locale Rosario Medoro (v. "10 luglio 1943, breve storia dello sbarco delle truppe americane a Gela", edito a Gela, 2006), avevano sottratto delle bombe a mano SRCM Mod. 35 tipo Balilla ad alcuni soldati italiani morti e, saliti di nascosto sul campanile, ne avevano scagliate tre dall'alto sui G.I.
Scappati di nascosto sul retro, i tre ragazzotti sarebbero stati catturati mezz'ora dopo dai paracadutisti e tradotti nell'arena del cinema, per poi essere pochi giorni dopo riconsegnati ai genitori.

Piazza Umberto è cosparsa di cadaveri di soldati italiani: quelli americani non compaiono, eliminati dal fotomontaggio (era una foto su LIFE, la battaglia di Sicilia prevedeva pochi americani morti)
L'eroica resistenza del CDXXIX° costiero era ormai finita, dopo oltre quattro ore di lotta, con ben 197 tra morti e feriti (con 5 ufficiali morti e 12 feriti), il 45% degli effettivi, ed oltre 200 prigionieri.
I pochi sopravvissuti sarebbero saliti sul vicino Monte Castelluccio: tutti tranne uno...

10. L'EROISMO DEL CAPORALMAGGIORE CESARE PELLEGRINI 

A Gela, se vi fermate all'altezza di Porta Marina, una lapide ora quasi cancellata ricorda il sacrificio del caporalmaggiore Cesare Pellegrini, un impiegato di banca del 1909, padre di famiglia, lucchese di Querceta: soprattutto, un richiamato del CDXXIX°.
Al momento dello sbarco lui, un semplice scritturale di battaglione, si trovava lì, proprio a Porta Marina, chiamato dal suo comandante Rabellino a fare da improvvisato portaordini tra il suo comando ed il presidio ai giardini pubblici: come fosse capitato a quel bastione nessuno lo saprà mai, ma c'era capitato e aveva capito che in quel momento, in quel preciso momento, quel posto, proprio quel posto, era esattamente il posto dove doveva essere.
Proprio quando i rangers, col 1° battaglione di Darby sbarcato ad est del pontile ed il 4° di Murray ad ovestavevano preso a risalire le dune sabbiose del litorale che portavano ai primi contrafforti cittadini.

Proprio davanti a lui un nido di mitragliatrici della 616° mitraglieri era disperatamente impegnato a spazzare la spiaggia, mentre l'atmosfera satura degli odori e dei suoni della battaglia rendeva irrespirabile l'aria.
Cesare però ad un certo punto vide cadere con un grido strozzato in gola il mitragliere davanti a lui ed allora non ci pensò su due volte: lui, un semplice scritturale, uno che doveva svolgere il suo compitino e basta, uno senz'arte né parte, si buttò in avanti e si mise a sparare. 
Perché lo fece, non si sa. 
Ma lo fece.
Da solo.
Contro migliaia di soldati diretti tutti lì, protetto solo da un muretto di calcinacci, sacchi di sabbia e soprattutto tanto, tantissimo coraggio.
Ma l'uomo non aveva paura, era un tignoso toscanaccio, in quel momento non si sarebbe fatto mettere i piedi in faccia da nessuno, piuttosto che arrendersi o fuggire si sarebbe fatto ammazzare lì, sul posto, a oltre mille chilometri da casa, senza che nessuno dei suoi sapesse dov'era, cosa faceva, se era ancora vivo...
Ta-ta-ta-ta-ta-ta...
I proiettili cominciarono a fluire dalla canna della sua mitragliera, tutti diretti verso il nemico avanzante in massa che sembrava non finire mai, e più uomini cadevano e più aumentavano...
Lui e i pochi altri attorno a lui difendevano quel lembo d'Italia, avamposti di una Nazione che per qualche anno si era creduta veramente grande ed ora si trovava sotto attacco sul suo stesso suolo, quel suolo che però loro avevano giurato davanti al Re ed Imperatore di difendere.
Ta-ta-ta-ta-ta-ta...
Cadevano come birilli davanti e dietro di lui, alla sua destra e alla sua sinistra, ma lui sembrava protetto da un alone di magia, un Qualcosa che lui per primo non si sapeva spiegare...
Mai aveva sparato tanti colpi tutti insieme e così in poco tempo in vita sua, ma li tenne inchiodati lì, su quella maledetta spiaggia, per quattro ore, impedendogli di avanzare, dialogando fitto fitto in dialetto toscano con Dio e soprattutto con la sua Breda 37 sempre più incandescente, che non lo tradisse inceppandosi sul più bello, che era l'arma più bella del mondo e non doveva tradirlo, che era pazzo a stare lì a rischiare la vita e a farsi impallinare come un tordo, quindi doveva aiutarlo a farne fuori il più possibile...
Ta-ta-ta-ta-ta-ta...

Non si fermò un attimo, Cesare Pellegrini, continuò a sparare, colpi su colpi, per un tempo che sembrava infinito, mentre tutt'intorno a lui era l'orrore, gli scoppi delle granate rimbombavano sulla sua testa, le schegge volavano impazzite per ogni dove, ed urla di dolore e di morte, imprecazioni, preghiere frammiste a bestemmie s'innalzavano intorno a lui, amiche e nemiche, e davanti ai suoi occhi si svolgeva la gigantesca battaglia.
Ta-ta-ta-ta-ta-ta...
Nel settore di spiaggia coperto dalla sua mitragliatrice gli americani furono addirittura costretti ad interrompere temporaneamente le operazioni di sbarco!!!
A Porta Marina non c'era più nessun soldato italiano vivo, ormai, era rimasto solo lui, il mite impiegato di banca, a combattere come una furia.
Ta-ta-ta-ta-ta-ta...
Ma erano semplicemente troppi per uno solo.
Fu così che Cesare Pellegrini, scritturale di battaglione, caporalmaggiore del CDXXIX°, capitato per caso nel bastione di Porta Marina, vide compiersi il suo destino: aggirato in silenzio da una squadra di rangers, venne accoltellato a morte alle spalle da un gigantesco soldato di colore.
Morì senza un grido, confondendosi tra i tanti che quel giorno ci avrebbero rimesso la vita.
Di lui non resta nulla, se non una medaglia di bronzo alla memoria.

Alle 6,30 di mattina Darby comunicava a Patton che l'obiettivo era raggiunto.
Proprio in quel momento però un tossicchiante frastuono di motori, scoppi e crepitii di mitragliere annunciava l'arrivo dei tanto favoleggiati carri armati tedeschi.
Solo che non erano affatto tedeschi!!!

11. IL PRIMO CONTRATTACCO ITALIANO SU GELA

L'ATTACCO DEL III°/33° DELLA LIVORNO
Guzzoni, pur non riuscendo a contattare il comandante tedesco von Senger, aveva infatti dato ordine di contrattaccare, quindi per prima cosa aveva inviato alle 04,37 di mattina il III°/33° di Mazzarino del tenente colonnello Nicola Bruni verso il Poggio Lungo, dove la 552° mitraglieri del capitano Riccardo Maccecchini del CXII° era impegnata in una disperata resistenza contro l'inarrestabile avanzata americana.
Il battaglione era arrivato alle 8,00 sulle sue pendici a nord, ma qui era stato sorpreso dal fuoco delle due compagnie A e B al comando del capitano Lyle del 1° rangerche avevano occupato le pendici a sud e catturato intatti persino 3 pezzi italiani da 75, cui si era aggiunto subito dopo il frastuono dei pezzi da 152 dell'incrociatore Birmingham, che appoggiava l'azione della 3° divisione davanti a Licata.
Ma non c'era solo il battaglione di Bruni all'attacco...

IL GRUPPO MOBILE E ARRIVA QUASI ALLA SPIAGGIA
All'inizio di Via Matrice, a Gela, un po' alla destra della Chiesa Madre, su un muro, a circa un paio di metri o poco più di altezza, c'è un'altra lapide che comincia a sbiadire: ricorda il sacrificio di un giovane ufficiale del Regio Esercito, morto proprio in quel punto, tanti anni fa, all'inizio dello sbarco.
Si tratta del sottotenente carrista Angiolino Navari, un maestro elementare richiamato alle armi sin dalle prime fasi del conflitto, con esperienza di guerra anche in Africa, anche lui lucchese come il caporalmaggiore Pellegrini ma di Forte dei Marmi.
Proprio lui fu uno degli uomini chiamati da Guzzoni per scatenare il primo contrattacco verso la città: preallertati due ore prima e partiti alle 05,40 di mattina sotto il primo albeggiare da Niscemi, i 12 carri R 35 della 1° compagnia del CI°/131° carri cui Navari apparteneva costituivano la punta di lancia del Gruppo mobile E del tenente colonnello Davide Conti.
Quei piccoli corazzati francesi di preda bellica, nati negli anni '30 per le esigenze di accompagnamento della fanteria, avanzavano lungo la S.S. 117 a non più di 20 chilometri all'ora, sparando a più non posso contro tutto ciò che si muovesse davanti a loro.

Disegno di Alberto Parducci
Dietro di loro scendevano la 2° compagnia del CII° battaglione motorizzato controcarri del capitano Luigi Emilio Ferrari, con pezzi da 47/32, la 155° bersaglieri motomitraglieri del capitano Giorgio Venturini, la 9° batteria del tenente Francesco Marchegiani del III° gruppo del 54° artiglieria della Napoli, con 8 obici t.m. da 75/18, e persino la 1° sezione della 326° batteria a/a da 20/65 autocarrata della divisione Assietta.

La 9° batteria, che già nella notte durante la marcia da Niscemi aveva avuto un vittorioso scontro a fuoco con i paracadutisti americani, catturandone alcuni, si era posizionata all'aeroporto di Ponte Olivo, in un fossato protetto da un argine paraschegge da cui era agevole tenere sotto tiro la S.S. 117 e da lì aveva cominciato a sparare sin dalle 07,30, colpendo alcune batterie avversarie da 105 ancora non in posizione.
Alla stessa ora la 155°, preso contatto col nemico all'altezza del passaggio a livello sulla S.S. 117, veniva inchiodata lì dal preciso fuoco aeronavale, mentre il 3° ed il 4° plotone della 2° controcarro agli ordini del giovane tenente Amedeo Fazzari, spintisi troppo avanti, venivano inquadrati da meno di 300 metri dai mortai e dai cannoni leggeri controcarro da 37 di alcuni plotoni di fanteria nascosti tra le abitazioni: due pezzi venivano purtroppo colpiti, con molti caduti tra cui lo stesso Fazzari ed il 22enne sottotenente Ottavio Bazzoli Righini, romagnolo di Forlimpopoli, medaglia d'argento alla memoria, fulminato mentre attendeva in piedi sotto il preciso fuoco nemico alle operazioni di preparazione al tiro.

Fu allora che Conti ordinò ai tre plotoni carri del capitano Giuseppe Granieri di avanzare ad ondate successive, sparando a più non posso.
Alcuni di loro, giunti vicino alla cinta cittadina ormai a corto di munizioni e quasi a secco di carburante, erano stati costretti a ritornare indietro al centro di raccolta, finendo così sotto tiro anche di un paio di battaglioni del 16° RCT in via di posizionamento a est della S.S. 117: uno di essi con il suo equipaggio non vi arrivava, un altro senza veniva rimorchiato ma non poteva più riprendere il combattimento.
Ne restavano nove, ma andavano avanti.

Lyle avvisò via radio Darby, che richiese subito l'intervento delle navi: gli incrociatori Savannah e Boise ed i caccia Shubrick e Jeffers cominciarono a sparare, favoriti dal fatto che si poteva colpire con estrema libertà sulla piana. 
Tra le 8,00 e le 12,55  ben 572 colpi da 152 sarebbero caduti su di loro!
I carri, rimasti ormai soli, cominciarono a fermarsi. E a morire. Uno a uno. Inesorabilmente. Implacabilmente. Senza pietà.
Uno saltò in aria, un altro venne colpito ad un cingolo, un terzo, proprio quello di Granieri, che avrebbe ottenuto per quest'azione una medaglia d'argento al valore, si fermò per un'avaria.
Ne restavano cinque all'ingresso in città.

Gli yankees si ritiravano nella confusione, convinti che stesse sopraggiungendo il grosso del nemico.
Un carro si fermava, col motore spento: ormai ne restavano quattro, tutti del plotone di Navari.
Un altro, senza più munizioni, tornava indietro.
Ora erano solo tre.
Uno di essi venne colpito nel centro abitato, ma gli altri due imboccarono la strada parallela alla vecchia ferrovia, con gli americani che davanti a loro fuggivano senza ritegno!
Improvvisamente però uno dei due si fermò all'imbocco del corso principale, forse per orientarsi, o per far uscire dall'abitacolo i fumi delle armi: la botola in torretta si aprì e ne discese il carrista 22enne Antonio Ricci, di Cerveteri (RM).
Proprio lì vicino però si era accasermato nell'ex albergo Trinacria il comando provvisorio americano: senza dargli nemmeno il tempo di rendersene conto, dopo pochi secondi un'inaspettata scarica di fucileria e di bombe a mano lo abbatté. 
L'anziano padre contadino sarebbe venuto con un barroccio attaccato ad un cavallo dalla natia Cerveteri fino a lì per riportare a casa loro i poveri resti del figlio.

Il suo capocarro, il sergente Cannella, desideroso di vendetta, decise di ripartire da solo.
I due carri cominciarono a procedere uno dietro all'altro, dandosi reciproca copertura, lungo la centralissima Via Carrubazza (ora Via Generale Cascino), ma improvvisamente all'altezza di Porta Caltagirone il carro davanti venne colpito e fu costretto a ritornare indietro: giunto all'incrocio con la circonvallazione per Vittoria venne nuovamente centrato da un anticarro da 37 mm, manovrato proprio da Darby!
Era il mezzo di Cannella.
Una ragazza, con le lacrime agli occhi, lo abbracciò appena uscito barcollante dal mezzo in fiamme, lacero com'era, sporco e visibilmente traumatizzato, asciugandogli con un panno bagnato il viso sudato, appena prima che i fanti americani lo prendessero.
Ma l'altro carro andava avanti: era proprio quello di Angiolino Navari.
Lo guidava solo lui, anche il suo conducente mitragliere era morto.
Angiolino era consapevole del Destino che l'attendeva: prima di partire da Niscemi aveva consegnato tutti i suoi effetti personali al suo attendente, Ivo Masoni (che alla fine della guerra, recatosi a Forte dei Marmi per restituire ogni cosa alla famiglia Navari, avrebbe conosciuto e poi sposato la sorella dello sfortunato ufficiale, Maria Assunta, v. QUI).
Era l'ultimo sopravvissuto di quei carri, doveva dare un senso al loro sacrificio, non poteva essere proprio lui a mollare....
Riuscì ad arrivare in vista della spiaggia ormai quasi tutta occupata.


William Orlando Darby

Giunto quasi all'incrocio tra corso Umberto I° e la piazza centrale, a 300 metri in linea d'aria dalla spiaggia, il suo carro all'improvviso si fermò, col motore spento, per la seconda volta in quella giornata!
Navari fu visto aprire la botola e sporgersi dalla torretta, ferito, con la pistola in pugno: non si sa cosa volesse fare, se fermarsi, arrendersi o continuare a sparare, non lo saprà mai nessuno...
Perché fu allora che ancora Darby, l'unico americano rimasto tra lui e la spiaggia, lo fulminò con un colpo di Garand alla testa.
Erano le 10,30 di mattina del 10 luglio.
Navari non aveva ancora compiuto 26 anni.
L'ultima sua azione era durata cinque ore in totale.
Sarebbe stato decorato con una medaglia d'argento alla memoria, ma anche di lui non resta neppure la tomba.

I resti del suo carro, rimasti fermi per giorni tra Via Giacomo Navarra Bresmes e Via Matrice, sarebbero stati fotografati, insieme con quelli del carro di Cannella, dai corrispondenti di LIFE.
L'indomani sarebbe apparso un fantasiosissimo articolo su una gigantesca "Tank battle" avvenuta a Gela tra corazzati americani e inesistenti carri tedeschi: le foto dei due carri, indicati come appartenenti "ad una divisione corazzata italiana", sarebbero state pubblicate nei giorni successivi.

Quando alle 11,00 i bersaglieri della 155°, ridotti alla metà e col loro comandante Venturini rimasto gravemente ferito al viso e sostituito dal tenente Franco Girasoli, vennero contrattaccati presso la "Saia mulinu"Conti diede ordine di ritirarsi sul Castelluccio: ai 5 R 35 rimasti e ai bersaglieri si aggiunse anche il III° battaglione di Bruni, costretto a ripiegare coi resti della 552° mitraglieri dopo tre ore di accanita resistenza sui capisaldi di Poggio della Femmina e di Monte del Falcone, sconfitto solo dai cannoni navali.
Il rapporto di Conti avrebbe riportato un ufficiale caduto, 4 feriti, un centinaio tra morti, feriti e dispersi nella truppa, un carro colpito rimasto a Gela, due inefficienti rientrati a Niscemi, due autocarrette e un numero indeterminato di tricicli distrutto, metà delle armi perdute.

Sulla Niscemi-Gela un carro R 35 distrutto con il cavallino rampante della 1° compagnia del Gruppo mobile E


12. IL GRUPPO MOBILE H DI LUIGI CIXI SI SCONTRA COI PARACADUTISTI* 

Nel frattempo anche i circa 500 uomini del Gruppo mobile H, guidati dall'esperto tenente colonnello Luigi Cixi, comandante del 131° carri, venivano inviati verso l'aeroporto militare di Santo Pietro, tra Piano Lupo e Case Priolo, ove erano stati segnalati molti paracadutisti: una quindicina di essi, al comando del primo tenente William J. Harris della compagnia comando del 3°/505° PIR del maggiore Edward C. Krause "Cannonball", erano stati intercettati e catturati al termine di un cruento scontro dall'attivissimo 458° NAP di Vittoria del tenente Giulio d'Alì Staiti.


Il reparto di Cixi si era mosso alle 05,00 verso Poggio Guazzella, a 5 chilometri da Caltagirone, con i 9 carri leggeri della 2° compagnia FIAT 3000 del capitano Francesco Angelotti, trasportati a bordo di appositi rimorchi trainati da trattori militari del XXIII° autogruppo, la 7° batteria da 75/18 t.m. del III°/54° artiglieria Napoli del capitano Aldo Giocoli, la 9° compagnia fucilieri ciclisti del III°/76° fanteria Napoli al comando del tenente Augusto Bussetto e la 3° del CIII° controcarro da 47/32 del tenente Stefano Scappellato, più un plotone mortai da 45/32 comandato dal sottotenente Pietro Lombardi, un altro di mortai da 81 ed uno mitraglieri del I°/76°.
Mentre Cixi in persona col grosso delle sue forze e 8 carri prendeva contatto verso le 07,30 col maggiore d'artiglieria Pasquale Quinto, comandante del LXXIII° gruppo GaF e responsabile della difesa a Santo Pietro, un violento conflitto a fuoco avveniva a Piano Chiazzina tra alcuni paracadutisti ed il plotone del sottotenente Cammarata della 9°, che ne uccideva quattro e ne catturava due.
Cixi procedeva allora col rastrellamento dei paracadutisti avvistati nei pressi del torrente Ficuzza a Piano Giaquinta, ma il tenente Scappellato, inviato con un plotone di fanteria ed uno controcarro con due FIAT 3000 a rastrellare Poggio Terrana, al limite ovest di Piano Stella, gli riferiva che un nucleo di paracadutisti aveva messo in fuga poco dopo le 12,30 il suo reparto autocarrato, con la perdita di un carro, di 3 uomini, il ferimento di altri 10 e la cattura da parte del nemico dei due pezzi da 47/32: molto probabilmente erano i circa 50 uomini del 3°/504° PIR di Kouns messi insieme dal primo tenente Peter J. Eaton, della compagnia comando, capo plotone mortai, che disse di aver teso un'imboscata sulla strada, usando le mine ed i mortai da 81 presi da tre Dakota precipitati, ad una colonna tedesca con due anticarro ed un carro armato avvistata mentre si dirigevano a piedi nella direzione di Niscemi.
Impadronitosi dei due 47, con uno di essi il sergente Suggs aveva distrutto il carro e disarticolato e messo in fuga il reparto nemico. 
Poiché Poggio Terrana era troppo vicino all'aeroporto, Cixi, finito sotto tiro anche delle artiglierie navali, preferì rimandare a Santo Pietro i carri, trattenendo solo la batteria da 75/18 e le fanterie, e andare in soccorso di Scappellato, ma a Piano Stella la vista da lontano del 2°/16° RCT del tenente colonnello Joseph Crawford in avanzamento sulla S.S. 117 con due Sherman del 67° corazzato  lo indusse verso le 18,00 a ritornare a Santo Pietro, con 8 prigionieri.
Alle 19,30 il maggiore Quinto telefonava per l'ennesima volta al comando del Generale Rossi, affermando che l'intero settore era ormai invaso da centinaia di paracadutisti, che i rastrellamenti continuavano con due carri armati ed avevano portato alla cattura di una cinquantina di nemici, ma appariva necessario l'invio di un'altra compagnia di fanteria.

* Sullo scontro tra il gruppo mobile H ed i paracadutisti mi sono rifatto alle ricostruzioni fatte da Andrea Augello, cit., e da Domenico Anfora, La battaglia degli Iblei. 9-16 luglio 1943, pagg. 117-121).

13. LA PRIMA CONFUSA AZIONE DELLA DIVISIONE GOERING

Frido von Senger 
Nella realtà i tedeschi intervennero molto tardi e male in battaglia il 10 luglio 1943.
Per quanto avvisato sin dalle 06,00 dello sbarco, il Generale Fridolin von Senger und Etterlin, un nobile del Baden-Wurttemberg, laureato ad Oxford, capace di parlare italiano, inglese e francese, fervente cattolico (addirittura terziario benedettino!), tutt'altro che convinto nazista, solo un'ora dopo si era sentito con Paul Conrath, che dal canto suo  sin dalle 22,00 del 9 luglio aveva messo in preallarme la sua divisione, e concordato con lui, senza però dire nulla a Guzzoni, un contrattacco su due direttrici:

- da Niscemi verso Piano Lupo, contro i paracadutisti, col Kampfgruppe Rechts, di destra, a capo del tenente colonnello Hans Urban, con la 2° compagnia Tiger più una di Panzer III e IV, un gruppo del reggimento di artiglieria del tenente colonnello Oehring, il gruppo esplorante del maggiore Preuss ed una compagnia del 1° PzrGr integrata da elementi del genio utilizzati come fanteria;

- lungo il corso del fiume Dirillo verso Scoglitti, contro la 45° di Middleton, col Kampfgruppe Links, di sinistra, comandato dal colonnello Schmalz, col gruppo Panzerjaeger (cacciacarri) sugli StuG III del capitano Gerd Schmock, il resto del 1° PzrGr e la compagnia esplorante del capitano Paulus coi due Tiger ed una compagnia di Panzer III e IV inviati da Niscemi al comando del Lieutnant Haem.

Era un piano ai limiti dell'impossibile: tra le due formazioni tedesche c'era uno spazio vuoto di ben 18 miglia da affrontare sotto il costante fuoco navale.


IL KAMPFGRUPPE RECHTS SI SCONTRA COI PARACADUTISTI DI GORHAM
Fin dall'inizio le cose andarono male: attardato dalle incursioni aeree e dalle bombe navali alleate, il Gruppo Urban era partito solo alle 14,00 ed a causa delle difficoltà dei Tiger a muoversi nelle strette stradine siciliane e a superare i terrazzamenti coltivati a vigneto solo intorno alle 15,00 aveva fatto irruzione a Piano Lupo, sotto il fuoco delle artiglierie navali.
I carri sin da subito costrinsero a ritirarsi l'appena arrivato 1°/16° RCT di Denholm, che insieme alla compagnia G del 2°/16° di Crawford presidiava il settore a nord di Case Priolo, arrivando ben presto all'incrocio stradale a Y tra la rotabile Gela-Vittoria e la provinciale per Niscemi dov'erano i paracadutisti di Gorham.
Una decina di essi sfondarono le difese, ma fu proprio in questi drammatici frangenti che "Hardnose" Gorham si guadagnò la prima delle sue due DSC.
Dopo aver visto cadere un fante armato di bazooka il coraggioso ufficiale raccolse la sua arma e non esitò ad usarla contro lo stesso carro che l'aveva ucciso, colpendolo al motore ed incendiandolo, per poi guidare la resistenza dei suoi uomini, ordinandogli di spostarsi continuamente e di mirare alle feritoie dei carri per colpire i conducenti!
Improvvisamente, i carri tedeschi cominciarono a ripiegare in totale disordine, ed alcuni fanti persero completamente il controllo, fuggendo ed arrendendosi con le mani alzate!

IL PRIMO GIORNO DI BATTAGLIA SULLA COLLINA DI BIAZZO
Nel frattempo, il Gruppo Schmalz si muoveva a sua volta con ben due ore di ritardo dopo aver perso i contatti col comando.
Non appena superato sulla S.S. 115 lo strategico ponte sul fiume Dirillo, dove poche ore prima il caposaldo italiano di Feudo Nobile tenuto dal plotone del tenente di complemento Ignazio Marone della 4° compagnia del CDXXIX°, al margine estremo sinistro del suo settore, era stato travolto da 85 paracadutisti appartenenti alla compagnia G del capitano James McGinity del 3°/505° PIR di Krause, con la cattura di tutti i soldati sopravvissuti compreso lo stesso Marone, la colonna di sinistra veniva duramente contrastata dal 180° RCT del colonnello Forrest E. Cookson solo da poco sbarcato a Scoglitti, appoggiato dagli obici da 105 del 171° battaglione campale, anche perché alcuni carri si erano fermati, bloccando gli altri, ed un battaglione di fanteria si era addirittura perso!
Dopo aver ripristinato finalmente i collegamenti e ricostituito l'integrità della colonna, e dopo che Conrath in persona ebbe immediatamente sostituito il comandante del battaglione che si era perso col tenente colonnello Helmut Bergrenguen, intorno alle 16,00 i panzer del tenente Haem contrattaccarono violentemente il 1°/180° sulla collina sovrastante Biazzo, una frazione nordorientale di Vittoria, trascinando in avanti le loro fanterie: venne catturato persino il comandante nemico, il tenente colonnello William H. Schaefer, detto "King Kong" per la sua imponenza fisica, ma il successivo intervento di alcune compagnie del 3°/180° del tenente colonnello Bryan W. Nolan e dei paracadutisti di Jim Gavin, per lo più ancora del 3°/505°, sostenuti dal fuoco poderoso delle artiglierie navali e dei mortai da 107 del 2° chimico, costrinse i tedeschi a ripiegare.
Schmalz sarebbe stato tuttavia costretto ad attestarsi col nuovo 2° PzrGr sulla S.S. 114 costiera Siracusa-Catania, dove già alcuni suoi reparti corazzati stavano combattendo sin dall'alba contro gli inglesi, per fronteggiare le tre brigate della 5° divisione di Berney-Fincklin, la 13° di Lorne MacLaine Campbell, la 15° di G.S. Rawstone e la 17° di G.W.B. Tarleton, ormai giunte a Priolo Gargallo appoggiate dal 44° carri e dal 3° County of London Yeomanry della 4° corazzata di John Cecil Currie.


14. INFURIA LA BATTAGLIA AERONAVALE



Nel frattempo i primi bombardieri partiti dalle basi sarde e centro-meridionali si scagliavano sull'enorme flotta al largo, mentre i Gustav, i Saetta, i Folgore, i Veltro del 9° e del 10° gruppo del 4° stormo, degli altri 5 gruppi operativi in Sicilia (il 21°, il 3°, il 150°, il 153° ed il 161°) e del 157° gruppo di Reggio Calabria, i Dawoitine Da 520 di preda bellica francese della 164° squadriglia del 160° gruppo sempre di Reggio ed i Reggiane 2001 Ariete I del 167° di Littoria (l'odierna Latina) affrontavano disperatamente i primi P-40 Warhawk, P-38 Lightning e A-36 Apache americani partiti dalla Tunisia e gli Spitfire inglesi ed i P-39 Airacobra americani decollati da Malta, comparsi sui cieli di Licata sin dalle 04,25 di notte per compiere azioni di pattugliamento, strafing ed utility (esplorazioni in profondità in cerca di bersagli).

Mentre sui cieli di Trapani 4 bombardieri leggeri sudafricani A-20 Boston Mk. III (Havoc per gli americani) del 24° BS del 3° BW della SAAF del 30enne colonnello James Thom Durrant decollati da Souk-El Khemis in Tunisia per una missione su Chinisia venivano abbattuti dai Me 109 del I°/JG 77 e del 150° gruppo del colonnello Arturo Vizzotto decollati da Sciacca (v. QUI), su quelli di Licata già tra le 0,40 e le 01,50 di notte 13 trimotori Cant. Z 1007 bis Alcione del Raggruppamento Bombardamento di Perugia e della 264° squadriglia ex 88° gruppo decollati dalla base di Alghero sganciavano 91 bombe da 100 chili sulle navi al largo, colpendo con tre ordigni una grossa unità non identificata, ritornando alla base senza tre velivoli e con un quarto costretto ad un ammaraggio di emergenza nel golfo di Oristano.
Per evitare le bombe i cacciatorpediniere americani Roe e Swanson si scontravano tra di loro, e le LST-382 e 345 e la piccola corvetta antisom PC-621 riportavano grossi danni: in quell'enorme confusione la contraerea alleata abbatté persino alcuni aerei di osservazione navali americani e probabilmente lo Spitfire Mk. IX EN 466 del Flight Commander Lt. William Raoul "Daddy Longlegs" Daddo-Langlois del 93° FS del 324° FW della RAF.

Nel corso di un attacco a più ondate di 90 Ju 88 tedeschi del II°/KG 54 Totenkopf (Testa di morto) di Gerbini scortati dai Me 109 Gustav del III°/JG 53 di Sciacca contro l'incrociatore Philadelphia, il caccia Tillman ed il trasporto APA-30 Thomas Jefferson venivano colpiti alle 04,56 il cacciatorpediniere Maddox di 2.320 tonnellate del capitano di corvetta Eugene S. Sarsfield, che andava a picco in soli due minuti per l'esplosione del deposito munizioni della torretta contraerea n. 5 di poppa con la perdita di 211 uomini, di cui 7 ufficiali tra cui il comandante, con soli 74 superstiti (salvati dal sottomarino inglese Safari e dal rimorchiatore ST-181 Intent dopo 17 ore in mare circondati dagli squali), e alle 05,10 il dragamine AM-113 Sentinel del capitano di corvetta George L. Phillips, che affondava dopo poche ore con 10 morti e 51 feriti tra l'equipaggio, anche se gli Spitfire britannici abbattevano due Ju 88.
Non mancò neppure un episodio inspiegabile: venne dichiarato disperso in azione (MIA, "Missing in action") un pilota di un Warhawk precipitato in acqua per cause sconosciute, il Lt. William W. Bonner del 33° FG Fire from the Clouds, nonostante lo stesso fosse stato visto benissimo aprire il tettuccio ed uscire dall'abitacolo con le proprie gambe!

Il primo attacco sulle navi al largo di Gela venne effettuato alle 06,35 di mattina da 12 S.M. 79 Sparviero del 130° gruppo aerosiluranti (AS) decollati da Littoria insieme a 5 bombardieri S.M. 84 del 43° stormo BT e a 4 enormi quadrimotori Piaggio P 108 B della 274° squadriglia autonoma Bombardamento a Grande Raggio (BGR) di Guidonia (RM) del tenente colonnello Gori Castellani inquadrata nel 46° stormo di Pisa, gli unici bombardieri pesanti dell'Asse equiparabili a quelli alleati, per dimensioni (22,92 m di lunghezza e 32 di apertura alare), armamento difensivo (2 mitragliatrici Breda-SAFAT da 7,7 e 6 da 12,7 mm) e capacità di carico (4.600 chili di bombe), con l'unico difetto di essere solo 24!
Cadevano tre Sparviero ed un P 108, colpiti dalla contraerea o abbattuti dai caccia notturni bimotori di Malta, i De Havilland Mosquito NF XII del 256° squadrone dello Squadron Leader (maggiore) Allan ed i più pesanti Bristol Beaufighter VIf del 600° squadrone City of London del Wing Commander (colonnello) Green, ed un altro quadrimotore era costretto ad un atterraggio forzato a Capua, ma fu danneggiato gravemente il trasporto APA-5 Burnett, che ebbe un grosso squarcio a prua con 7 uomini uccisi e 35 feriti, e furono colpite proprio la nave comando AP-64 Monrovia, a bordo della quale erano Hewitt, Patton ed i rispettivi Stati Maggiori, ed i trasporti AP-24 Orizaba e AP-26 Joseph T. Dickman, ma soprattutto l'intera formazione americana cadde anche qui nel panico, tanto che il trasporto AP-8 William P. Biddle e la LST-38 carica di carri armati entrarono in collisione.
Poco dopo attaccavano due ondate successive di Me 110 del II°/ZG 1, una alle 07,30 con l'appoggio di FW 190, con 6 formazioni ognuna di 8 aeroplani, l'altra alle 08,10 di venti bombardieri scortati dai caccia Me 109 del III°/JG 53: nella seconda ondata venne colpita ed esplose nelle acque antistanti Licata la LST-158, 1.625 tonnellate di stazza, carica di automezzi, munizioni e mine, costringendo anche la LST-318 ad allontanarsi per evitare guai, ma un Me 110 venne abbattuto dal cacciatorpediniere Beatty.
Una squadriglia di 7 Spitfire Vb americani del 307° FS, 31° FG Return with Honor del tenente colonnello Frank Hill partiti da Pantelleria al comando del capitano Paulk abbattevano 3 caccia di scorta, tra cui un FW 190, quello del Stfw. Paul Rapp, precipitato nei pressi di Mazzarino, danneggiandone un quarto, ma i tenenti John E. Johnson e John E. Conley venivano clamorosamente abbattuti dal fuoco amico: il 31° FG il giorno dopo avrebbe perso ancora allo stesso modo il caccia FS 340 del Lt. August L. Goldenberg, rimasto ucciso ("Killed in Action", KIA).

In appoggio al contrattacco della Goering, intorno alle 15,00 intervennero anche 35 Junkers Ju 88 del I°/KG 76 scortati dai Me 109 contro i cargo del TG 80.6 del capitano di vascello K.S. Reed, con tutti gli uomini e le dotazioni del 18° RCT e gran parte della 2° corazzata assegnati al CCB: mentre diverse bombe sfioravano soltanto le navi classe Liberty Ezra Meeker, Francis Parkman, Nicholas Gilman, Joseph Pulitzer e Tabitha Brown, la stessa fortuna non arrideva alla K-40 Robert Rowan di 8.000 tonnellate, carica di equipaggiamenti, munizioni e benzina, colpita alla stiva verso le 16,00 da tre ordigni, di cui due esplosero: lo sventurato trasporto s'incendiò ed esplose alle 16,35 spezzandosi in due e andando a fondo in pochi minuti, ma si riuscì miracolosamente a sbarcare prima tutti i suoi 400 marinai con l'aiuto dei caccia Benson, Murphy, rimasto lievemente danneggiato, e McLanahan


La U.S.S. Rowan, colpita al deposito munizioni, esplode (U.S. Army Signal Corps, Foto MM-43-L-1-23)





Sulla via del ritorno 7 Spitfire inglesi del 92° FS East India del 244° Wing di Luqa (Malta) abbattevano tre Ju 88, ma il Wing Leader Peter Oliver era costretto a lanciarsi col paracadute e veniva fatto prigioniero ("Prisoner of War", POW).
I P-38 Lightning e gli A-36 Apache a 12 alla volta decollavano ogni 30 minuti per attaccare le principali rotabili su cui transitavano i contrattacchi nemici e per tenere al contempo gli aerei dell'Asse lontani, ma senza riuscirci: nel pomeriggio alle 15,46 intervenivano anche 16 bombardieri bimotori Heinkel He 111 del KG 26 scortati dai Me 109 del JG 53 e si segnalavano prima e dopo numerosi attacchi degli FW 190 del SKG 10, seguiti da quelli di 12 S.M. 79 alle 22,16 e ben 76 Ju 88 in più ondate alle 22,34, fino ad un'ultima incursione senza esito alle 23,35 di un pugno di S.M. 79 aerosiluranti.
A fine giornata si contarono oltre 500 sortite complessive e risultarono lievemente danneggiati anche i due incrociatori Birmingham e Brooklyncon la perdita di almeno 8 aerei tedeschi, 4 italiani ed almeno 8 caccia alleati, tra cui i due Lightning del Lt. Robert J. Kuba del 27° FS, visto infrangersi a Piazza Armerina contro un carro armato (KIA), e del Lt. Howard A. Gilliam Jr. del 94° FS, caduto a 5 miglia ad ovest di Caltanissetta (MIA), entrambi del 1° FG, oltre a 4 bombardieri e tutti gli idroricognitori Seagull del Savannah (uno per opera dei Re. 2002 italiani sui cieli di Avola).

Già dal giorno dopo l'attività degli aerei dell'Asse su Gela e Licata si sarebbe attenuata, cessando quasi definitivamente a partire dal 13 luglio, quando nel pomeriggio 4 Folgore e 4 Veltro della 73° squadriglia del 9° gruppo, decollati su allarme dalla pista satellite di Finocchiara, ripetutamente bombardata come le altre gemelle dai Marauder dei BG nn. 17, 319 e 320 della NASAF nei giorni precedenti, intercettarono 6 Lightning che dovevano colpire le colonne italo-tedesche sulla S.S. 117 a nord di Gela, scortati ad una quota più alta da altri 12.
La 73° era reduce da uno scontro avuto la mattina precedente, quando 7 Macchi alla testa del tenente Vittorio Squarcia ne avevano soccorsi altri del 4° stormo impegnati contro 40 Spitfire, metà inglesi del 93° FS della RAF e metà sudafricani del 40° della SAAF: pur perdendo un Folgore per opera di un caccia RAF ed avendo altri 3 Macchi danneggiati ne avevano abbattuti a loro volta 4 nemici, tra cui sicuramente gli Spitfire sudafricani EP 690 del Capt. G.C. Le Roux ed ER 706 del Lt. E.C. Webb (in realtà precipitato per l'esaurimento del carburante col pilota poi recuperato in mare), gli unici ammessi dai britannici, reclamati in collaborazione da Squarcia, dal sottotenente Dal Molin e dal sergente Martinoli


Giulio Reiner
Caposquadriglia della 73° era il 28enne capitano Giulio Reiner, di Como: con lui volavano i sottotenenti Pier Ugo Gobbato, Paolo Voltan, Armando Dal Molin, Enrico Dallari e i sergenti Teresio Martinoli, Ettore Chimeri e Leonardo Rinaldi.
I Macchi si lanciarono sui bombardieri, costringendoli a fuggire: tre caccia di scorta furono danneggiati e Reiner ne abbatté uno, esploso al suolo a circa 10 chilometri a nord della città, col suo pilota che riuscì tuttavia a paracadutarsi in tempo, ma un improvviso sbalzo di pressione gli causò la rottura del timpano dell'orecchio sinistro, costringendolo a ritornare a Finocchiara, inseguito vanamente da due aerei nemici, con seri danni al motore ed in coda  (v. QUI in lingua inglese).
Quella sera stessa il 4° stormo si sarebbe trasferito a Ciampino Sud, per poi spostarsi il 2 agosto a Castrovillari (CS), ed infine il 14 a Gioia del Colle (BA).

Il bollettino italiano di guerra n. 1141 del 10 luglio 1943 diceva: 
"Il nemico ha iniziato questa notte, con l'appoggio di poderose formazioni navali ed aeree e con lancio di reparti paracadutisti, l'attacco contro la Sicilia. Le forze armate alleate contrastano decisamente l'azione avversaria; combattimenti sono in corso lungo la fascia costiera sud orientale".
15. LA 207° COSTIERA SOTTO ATTACCO NEL SETTORE JOSS*  

Sin dalle 23,00 del 9 luglio una sortita esplorativa ai margini dei campi minati davanti a Porto Empedocle del TG 80.3 del capitano di corvetta Robert Brodie a bordo del caccia Ordronaux, alla testa di 17 motosiluranti del 15° squadrone del parigrado Stanley M. Barnes, aveva appurato l'assenza in rada di E-Boote tedesche e MAS italiani (che alle 19,30 su ordine di Supermarina si erano diretti verso Augusta) ed era stata costretta a ritirarsi in tutta fretta dal fuoco preciso e letale di due batterie sull'Altopiano Lanterna, entrambe servite da un impianto radar, l'italiana A. Glena da 120/50 del centurione Giuseppe Morello del III° gruppo autonomo MILMART una tedesca da 88 della FlaK.
Poche ore dopo il comandante di un POA, avvistata all'orizzonte l'intera TF 86 del Contrammiraglio Richard L. Connolly, sulla nave comando Amphibious Vehicle Personnel AVP-11 Biscayne del capitano di fregata R.C. Young, giunta sin lì grazie al sottomarino Safari come faro guida e con l'appoggio del TG 86.1 del Contrammiraglio Laurence Toombs DuBose, con gli incrociatori leggeri Brooklin e Birmingham dei capitani di vascello H.W. Ziroli e John Wilkes ed i caccia Buck e Ludlow dei capitani di corvetta M.J. Klein e L.W. Creighton, aveva invano richiesto via radio l'immediato intervento dell'aeronautica.
Dopo essersi sentito dire di rimanere sul posto aveva risposto che senza gli aerei non ci sarebbe stato nemmeno lui: quindi, radunati tutti i suoi uomini e distrutti tutti gli impianti e i documenti si era ritirato senza sparare un solo colpo!

GLI SBARCHI
La 3° divisione di Lucian King Truscott era sbarcata a Licata tra le 03,00 e le 04,00 di mattina: Guzzoni ne fu informato alle 04,45 dal maggiore Giovanni Guida, capo di Stato Maggiore della 207° divisione costiera del 53enne Generale di brigata Ottorino Schreiber.
Aggrediti sin da subito da un impetuoso fuoco navale (coordinato dall'alto da un lento, minuscolo e rustico biplano Piper Cub!), in prima linea quella notte erano il CCCXC° battaglione del maggiore Caruana ed il  CDXIX° del tenente colonnello Antonino Galfo, entrambi del 139° reggimento del colonnello Sebastaniello, ed il DXXXVIII° del maggiore Marino Maglio del 138° del colonnello Giovanni Polastri, appoggiati dalle sole tre batterie del CXLV° gruppo GaF del maggiore Luigi Nardelli del 12° Raggruppamento d'artiglieria del colonnello Corrado Ravaioli e dal treno armato TA 76/2/T della MILMART che proteggeva il porto di Licata.

Presso la spiaggia Ciotta, Red Beach, circa 6 chilometri ad ovest di Licata, si era affacciato, protetto dal mare dai caccia Roe e Swanson dei capitani di corvetta R.L. Nolan e E.L. Robertson, il gruppo d'attacco Gaffi del capitano di corvetta Lorenzo S. Sabin, a bordo della LCI-10, pronto col TG 86.2 con 7 LST, 17 LCI e 21 LCT a sbarcare in tre ondate il 7° RCT del colonnello Harry B. Sherman munito di carri Stuart e Shermancol compito di marciare ad est verso la città lungo la panoramica e prendere Poggio Sant'Angelo, con il 1° battaglione del tenente colonnello Moore approdato per primo alle 03,50.
Il nome prendeva spunto dalla Torre di Gaffe, un fortilizio in pietra del XVI° secolo posto su un costone roccioso alto circa 20 metri che costituiva, con la coeva Torre di San Nicola, due chilometri più a est, ed il più lontano ed imponente Castel Sant'Angelo, edificato alle porte di Licata un secolo dopo, un potenziale triangolo difensivo assai temuto dagli americani, che temevano la presenza lì di forti artiglierie costiere.
Le continue incursioni a bassa quota degli aerei dell'Asse rallentavano pesantemente gli sbarchi: Sherman era stato costretto a sospenderli più volte, l'ultima alle 06,45, anche per la collisione avvenuta alle 02,55 tra i due cacciatorpediniere, costretti a ritornare l'uno a Malta e l'altro a Biserta dopo essere rimasti fermi per due ore in balia degli aerei dell'Asse (pur abbattendo all'alba il Roe un Ju 88 e lo Swanson un Me 110).
Le due batterie 485° e 487° da 149/35 e la 150° da  105/27 avevano così potuto sparare senza problemi, ma questo non aveva impedito lo sbarco di tutti i battaglioni: tra le 04,35 e le 05,00 scese infatti anche il 2°/7° del maggiore Everett W. Duvall, insieme coi primi pezzi dei tre battaglioni di artiglieria, subito entrati in azione, e lo seguì alle 08,00 il 3°/7° del tenente colonnello John A. Heintges.
Sin da subito gli uomini di Moore avevano agevolmente superato i soli 50 uomini del presidio sulla spiaggia tenuto da un plotone della 3° compagnia del capitano di complemento Cesare Marcello Tadini del CCCXC°, mentre più resistenza aveva fatto più tardi la 3° compagnia dell'omonimo parigrado Carlo Tadini del CDXIX° al Pozzo Gradiglia, poi arresasi con tutto il battaglione di fronte all'intero 7° RCT ed ai sopravvenuti rangers di Dammer.
I cannoni dell'incrociatore Brooklyn e del caccia Buck, subentrati alle prime luci dell'alba ai ritirati Roe e Swanson, avevano infine polverizzato tutta l'area da Mandranova a Sconfitta, silenziando le batterie italiane sin dalle 07,15.

A Poliscia e Mollarella, le Green Beaches, era sbarcato in due ondate il gruppo d'attacco Molla, il TG 86.3 al comando del capitano di corvetta Robert M. Morris sulla LST-6, per unirsi al Gaffi nell'avanzata ad est, col rangers del tenente colonnello Dammer, trasportato per primo alle 03,00 da due LSI britanniche, la Princess Charlotte e la Princess Astrid, ed il 2°/15° RCT, agli ordini del tenente colonnello William H. Billings,  sbarcato alle 03,40 da 1 LCI, 6 LST e 3 LCT, appoggiati entrambi dal Brooklyn, dai caccia Edison e Bristol dei capitani di corvetta H.A. Pearce e J.A. Glick e dal dragamine Sentinel.
I rangers di Dammer, superata la blanda resistenza sulla spiaggia, si erano incamminati sulla strada vicinale San Michele, mentre i fanti di Billings solo alle 11,30 avevano avuto ragione sulla Serra Mollarella della ostinata opposizione di una compagnia di mitraglieri, ma nel frattempo il Bristol, messo a tacere alle 05,45 il fastidiosissimo treno armato di Licata, aveva ripetutamente colpito il centro storico, Pizzo Caduta, Monserrato, il Belvedere ed il Cimitero, dov'erano alcune batterie, ed ancora i 152 del Brooklyn avevano annientato quelle sul Monte Sole, circa 3 chilometri a ovest di Licata, consentendo al 2°/15°, guidato dal vice di Billings, il tenente colonnello Brookner W. Brady, di oltrepassare i rangers e muoversi risolutamente verso Licata.

A Plaia e Montegrande, Yellow Beach, a un paio di chilometri dalla foce del fiume Salso, ben marcata dagli scout incursori del guardiamarina della riserva navale P.H. Bucklew, il gruppo d'attacco Salso, il TG  86.4, con 1 LCI, 12 LST e 25 LCT agli ordini del capitano di corvetta William O. Floyd, sulla LCI-95, aveva sbarcato tra le 03,40 e le 04,45 il 1° ed il 3° battaglione del 15° RCT del colonnello Charles E. Johnson, ai comandi dei tenenti colonnelli Leslie A. Pritchard ed Ashton H. Manhart, coperti dai caccia Buck e Woolsey e da 9 Landing Craft Gun (Rockets) LCG(R) britanniche armate di lanciarazzi, col compito di chiudere la tenaglia su Licata e costituire una testa di ponte sul Colle Gallodoro per occupare la valle del Salso.
Qui clamorosamente l'intero comando del CCCXC° si era dato alla macchia sin dalle 03,30: un siparietto quasi farsesco (v. S. E. Morison, cit, pag. 87) si era svolto nella primissima fase quando un corrispondente italo-americano, Michael Chinigo, sbarcato col 1° battaglione di Pritchard, sentito squillare un telefono e risposto in italiano "Chi è?", si era sentito chiedere da un generale italiano come andassero le cose lì visto che era stato svegliato nel sonno dalla notizia di sbarchi americani, ed ovviamente l'aveva tranquillizzato dicendogli che tutto era tranquillo...
Nonostante la perdita dei segnali di riconoscimento sulle spiagge, le 9 LCT del capitano di corvetta della riserva navale Robert G. Newbegin erano comunque approdate a riva alle 08,00 ed avevano sbarcato tutti i carri armati già alle 09,14, permettendo così ai due battaglioni di arrivare quasi senza opposizione all'ingresso di Licata, per congiungersi col 2°/15° di Brady proveniente da Mollarella ed accerchiare la città, dopo aver travolto la resistenza del posto di blocco del ponte sul fiume Salso.

A Falconara, nel settore Due Rocche, la Blue Beach, margine destro dell'area di sbarco, il mancato approdo della nave con gli scout non aveva impedito al gruppo d'attacco Falconara, con il 30° RCT del colonnello Arthur H. Rogers (col 1° battaglione del tenente colonnello Fred W. Sladen Jr., il 2° del parigrado Lyle Bernard ed il 3° di Edgar C. Doleman), data la sagoma inconfondibile delle alture, di riconoscere sin da subito e toccare la spiaggia con il 2°/30° già alle 03,15, ben 25 minuti prima del gruppo Salso: guidato dal capitano di corvetta Roger E. Nelson sulla LCI-86, il TG 86.5, con 10 LST, 9 LCT e 16 LSI, più l'incrociatore Birmingham ed i caccia Wilkes, Nicholson e Ludlow, aveva sbarcato con circa 60 LCVP l'intero gruppo Falconara con l'incarico di riunirsi al Grande Uno Rosso e conquistare il Monte Desusino,  presidiato dalle batterie da 100/22 Skoda del CCIX° gruppo del 6° Raggruppamento di Freda sulle quali si stava accanendo il Buck da circa 12.000 metri.
Alle 05,30 anche i 9 DUKW sbarcati dalla LST-318 sotto il fuoco avevano preso terra senza patire grossi danni, e nonostante la prima LCT avesse toccato terra solo alle 06,27 in breve tempo l'intero 30° RCT era a terra, per poi sfilare ai lati del castello dei Bordonaro col 3°/30° di Doleman all'avanguardia ed il supporto di fuoco degli Sherman della compagnia I del 66° corazzato, primo nucleo sbarcato del Combat Command A del Brigadiere Generale Maurice Rose, conseguendo tutti gli obiettivi previsti già alle 09,30.
Le batterie italiane di Gallodoro, Canticaglione e Desusino avevano colpito 4 LCVP ed una LCI, ma il solito, implacabile Brooklyn le avrebbe messe tutte a tacere alle 09,18, dopo aver sparato contro di loro a partire dalle 04,45 ben 713 proietti da 152!
Alle 05,00 il Comando FF.AA. di Sicilia comunicava la perdita di Punta Due Rocche.
Alle 07,35 il Tricolore sabaudo veniva ammainato dal Castel Sant'Angelo per mano degli uomini di Brady, sostituito dalle "Stars and stripes"
Alle 07,45 Schreiber ordinava  di far brillare le interruzioni di Vallone Rio Secco.


Biagio Massimo (Max) Corvo

Alle 07,50 a Falconara la seconda ondata sbarcava anche gli agenti della centrale italiana dell'OSS (Office of Strategic Services, il progenitore dell'attuale CIA), tutti italo-americani al comando del discusso maggiore 23enne Biagio Massimo (Max) Corvo, nome in codice "Maral", nato ad Augusta ma cittadino americano (v. QUI): a riceverli trovarono il maggiore Frank E. Toscani (v. QUI), presente in zona da settimane sotto la falsa identità di commerciante di pomodori.
Il castello di Falconara sarebbe diventato la prima sede operativa dell'OSS in Italia e Toscani il primo amministratore di Licata per conto dell'AMGOT (Allied Military Government of Occupied Territories), il governo militare alleato dei territori occupati, con sede nell'ufficio del podestà.
Max Corvo avrebbe ottenuto dal Congresso la Silver Star, Frank E. Toscani la Bronze Star.
(V. anche QUI).

CADE LICATA (10 LUGLIO)
Poiché il Brooklin aveva neutralizzato le due batterie costiere del CXLV° GaF sulle alture di Contrada Calandrino e Sant'Olivia, a 12 chilometri a nord-ovest di Licata, Schreiber, dal suo comando sulla Rupe Atenea, che sovrasta da est la città di Agrigento, aveva disposto alle 05,07 proprio in direzione di Sant'Olivia l'intervento del Gruppo tattico di Ravanusa del console (colonnello) Negroni, costituito dal I° gruppo squadroni autocarrato del 30° cavalleggeri Palermo, dalla 259° centuria (compagnia) autonoma CC.NN. motomitraglieri dell'Assietta del centurione (capitano) Lorenzo Bernardino e dal reparto comando col XVII° battaglione della 17° legione d'assalto CC.NN. Cremonacol compito di coprire l'arretramento da Casa Urso verso Canicattì del comando del 139°, oltre che del I°/29° Assietta: tuttavia il I° squadroni era stato messo in fuga dagli Sherman, tanto che Negroni aveva deciso "per motivi inesplicabili" (così avrebbe scritto Schreiber) di ripiegare addirittura su Caltanissetta!

Così, respinto un disperato contrattacco del DXXXVIII° sulla stazione di Sant'Olivia e messa a tacere la terza batteria di Nardelli a nord-ovest del Poggio Safarello, gli americani avevano fatto ingresso poco dopo le 11,00 a Licata: il 2°/30° RCT da est sulla strada costiera, il 1°/15°, guadato il Salso, da nord e il 3° rangers di Dammer ed il 2°/15° da nord e da est.
Alle 11,30, neutralizzato un nido di mitragliatrici dei carabinieri, la "Stars and Stripes" sventolava sul pennone del municipio, e mentre Truscott installava il suo comando a Palazzo La Lumia e la polizia militare nell'ex Casa del Fascio, il porto veniva rimesso in funzione.
Dalle 12,00 il CCA di Rose era finalmente quasi tutto a terra, con gli Sherman del 66° corazzato del colonnello John H. Collier, la compagnia B dell'82° squadrone esplorante, il 2° ed il 3° battaglione del 41° fanteria del colonnello Sidney R. Hinds, il 1° del tenente colonnello Wilson D. Coleman ed il 2° del parigrado Marshall L. Crawley Jr, gli howitzer da 105 del 1°/77° campale del maggiore George R. Quarles ed anche i Priest del 14° semoventi del  tenente colonnello Carl I. Hutton, cui si sarebbero aggiunti a metà pomeriggio quelli del 62° di Donald Vivian Bennett.

I BERSAGLIERI SI IMMOLANO A PALMA DI MONTECHIARO
Gli americani sin da metà mattina, impossessatisi della strada e della ferrovia Licata-Agrigento, si dirigevano a raggiera all'interno, a nord col 15° RCT di Johnson su Campobello e ad ovest col 7° RCT di Sherman su Contrada Sillitti Alta, in direzione di Palma di Montechiaro, costringendo Schreiber ad inviare da Agrigento il plotone esploratori del capomanipolo Fausto Maianti della 1° centuria motomitraglieri del XVII° battaglione CC.NN. 
Maianti aveva preso posizione ad est di Palma, ma ben presto era stato costretto a ripiegare a ovest, costringendo a chiamare da Aragona la 2° batteria del CCXXIII° gruppo da 100/22 Skoda del capitano Giorgio Rota, un'altra da 105/28 del XXII° di Chiusa Sclafani e soprattutto due battaglioni bersaglieri autotrasportati, il DXXIII° ed il DXXV° del 177° reggimento del pluridecorato colonnello Alessandro Venturi
I bersaglieri purtroppo erano stati annientati: solo i motomitraglieri e parte del DXXV° del maggiore Mario Salvatore, rimasto con un solo pezzo della batteria da 105/28 e l'intera 2° batteria da 100/22, erano riusciti a ripiegare nei pressi del ponte sul fiume Naro, ma erano dovuti intervenire da Favara anche il resto della motomitraglieri al comando del centurione Roberto Grandi, il DXXVI° bersaglieri del maggiore Giuseppe Maritati e addirittura gli otto semoventi da 90/53 del CLXI° gruppo del maggiore Carlo Bosco, concessi da Arisio dopo ben tre rifiuti!
Assestatisi a Favarotta, a sbarramento della S.S. 123, in quel momento, mentre il colonnello Fritz Fullriede in persona si metteva coi suoi uomini completamente a disposizione di Schreiber, gli italiani stavano resistendo ai ripetuti assalti del 15° RCT e del 3° rangers condotti col supporto di fuoco degli obici da 105 del 1°/77° campale: si contavano sinora 173 caduti americani, 123 italiani, 40 tedeschi e 73 civili.
* V. Sicily-Salerno-Anzio, January 1943-June 1944, di Samuel Eliot Morison, edito da University of Illinois Press, in lingua inglese, nonché http://www.militarystory.org/wp-content/uploads/2015/12/Sicilia-1943.-Da-Licata-ad-Agrigento-10-16-luglio.pdf

16. IL 178° ED IL 123° VENGONO TRAVOLTI NEL SETTORE CENT

Nel Ragusano, i due battaglioni del 178° reggimento del 54enne colonnello teatino Tommaso Franceschelli della XVIII° brigata costiera ed i due del 123° del colonnello Giuseppe Primaverile della 206° divisione costiera combattevano fianco a fianco contro il 505° PIR di James Gavin, il 16° RCT del colonnello George Taylor, sbarcato a Senia Ferrata, il 179° RCT del colonnello Robert B. Hutchins della 45° divisione, sbarcato sulle spiagge Yellow, in Contrada Berdia, sulla sinistra, col 1° battaglione del tenente colonnello Edward F. Stephenson, con obiettivi Vittoria e poi Comiso, e  Green, in Contrada Anguilla, sulla destra, col 3° del parigrado Earl A. Taylor seguito dal 2° di "Chet" James, con obiettivo Scoglitti, ed il 157° RCT  del colonnello "Uncle" Charlie Anckorn, uno dei pochi ufficiali di carriera della 45°, sbarcato nelle due piccole spiagge di Cannitello e Spera, Yellow 2 e Green 2, un'area denominata in codice Bailey's Beach, a Capo Scalambri, a sud-est di Scoglitti, tra Punta Branco Grande e Punta Braccetto, con obiettivo Santo Stefano di Camerina.

Per la 45° divisione di Middleton lo sbarco nel settore Cent era stato complicatissimo: le proibitive condizioni atmosferiche, il vento fortissimo, le onde alte, ma soprattutto gli infidi banchi di sabbia e le pericolosissime rocce affioranti a pelo d'acqua, pressoché invisibili nel buio della notte, avevano creato enormi problemi alla TF 85 del Contrammiraglio Alan Goodrich Kirk (sulla nave comando AGC-4 Ancon), presentatasi davanti alla costa col sottomarino Seraph come faro guida ed il supporto del TG 85.3 del Contrammiraglio Lyal Ament Davidson, con l'incrociatore leggero Philadelphia del capitano di vascello Walter Ansel, il monitore britannico Abercrombie e 15 cacciatorpediniere.
Almeno 200 mezzi anfibi dell'Attack Group 1, il TG 85.1 (con 12 AP, 8 LST, 6 LCT e 6 LCI, protetti da uno schermo di 5 caccia e 4 dragamine) e dell'Attack Group 2, il TG 85.2 (con 6 AP e 5 LST protetti da 4 caccia) erano sbarcati lontano dai punti stabiliti e molti di essi, quando non erano stati costretti a stazionare per ore ed ore in attesa davanti alla costa, erano così andati letteralmente ad infrangersi sugli scogli o addirittura tra di loro, costringendo a sospendere le operazioni e ad usare spesso i tubi Bangalore per aprirsi varchi tra le dune di altre spiagge, spesso per consentire l'accesso ai mortai da 107 trasportati su carrelli dei Red Dragons, il 2° battaglione chimico del tenente colonnello Robert Breaks, l'unico dei tre usati in Sicilia addestrato a sbarcare sulle spiagge.
C'erano stati notevoli ritardi e soprattutto il 180° RCT del colonnello Forrest E. Cookson della 45°, sbarcato solo alle 04,35 a Macconi, a due chilometri dalla foce del Dirillo, con obiettivo proprio il fiume e poi Biscari, aveva avuto molti morti annegati.
Eppure, pur in una situazione così favorevole la 288° batteria cannoni da 155/36 di Capo Camarina del capitano Giuseppe Piscicelli e la 366° obici da 155/14 PB di Modica del parigrado Egisto Zanca non avrebbero sparato quasi mai, disponendo di sole munizioni italiane, non adatte per quei pezzi di preda bellica francesi...

CADE  SCOGLITTI (10 LUGLIO)
"Il 389° btg a Canale Mangiauomini combatte contro 500 uomini sbarcati. È impiegata la 4° cp dello stesso battaglione e la cp Casa Strasattata. Comando btg chiede invio qualche rinforzo. Questo comando non può aderire alla richiesta avendo già impegnato la cp di riserva (...) Il mare d'innanzi a Scoglitti è in parte ingombro di grossi natanti. La situazione va chiarendosi con l'aggiramento di forze nemiche da parte del Canale Mangiauomini-Berdia e da parte di Punta Braccetto-Randello. Ore 07,50: navi antistanti Scoglitti calano in mare zatteroni con direzione Scoglitti. Magg. Zotta, sempre a mezzo 389°, comunica che il nemico è sbarcato anche a Branco Piccolo. Col. Franceschelli" 
(Rel. cron. Com. XVIII° brg. cost., cit., pag. 5, AUSSME, v. http://www.italreport.it/home/approfondimenti/la-presa-vittoria-la-citta-deuropa-caduta-capitolazione/).

Sul Canale Mangiauomini alle 04,00 era sbarcato il 16° RCT,
 fronteggiato dalla 4° compagnia del capitano di complemento Cosimo Parisi, e dopo che alle 04,35 erano state interrotte da elementi del 3°/505° PIR del maggiore Cannonball Krause le comunicazioni tra il 178° e la XVIII° brigata, costringendo ad utilizzare i motociclisti, i paracadutistimuniti di 3 obici della batteria C del 456° battaglione campale aerotrasportato, avevano attaccato insieme al 1°/179° RCT di Stephenson il settore di Casa Strasattata, una volta messa a tacere dal mare dopo un'ora di fuoco la 451° batteria da 75/27 del capitano Giosuè Fiorino.
Sull'estrema destra, la 3° compagnia del 50enne capitano G. Barletta di Caltagirone, insegnante, vedovo e padre di una bambina (già sottotenente nella Grande Guerra, terminata con una ferita alla gamba destra, e promosso capitano nel 1935) si batteva disperatamente con i suoi 150 uomini e 3 pezzi sciolti di artiglieria sulla spiaggia di Macconi contro l'intero 180° di Cookson.
I suoi due capisaldi alla foce del Dirillo, a protezione di ben 4 chilometri di arenile, ai comandi dei sottotenenti Ciraulo e Migneni, resistevano eroicamente per circa tre ore prima di cedere, attaccati dall'entroterra anche dai paracadutisti: tra i tanti caduti, il povero Ciraulo, pugnalato alle spalle nei pressi di Fossa Nera.
Ormai circondato, il povero Barletta, rimasto con soli 20 uomini nel comando di Contrada Mogli presso Casa Iacono, alle 09,30 era costretto ad arrendersi: sbarcato a Napoli il 29 luglio 1944 di ritorno dalla prigionia a causa di malattia, si sarebbe recato in treno a Palermo per ricevere le cure all'ospedale militare, per poi infine tornare finalmente a casa in licenza di convalescenza il 10 agosto.
(Ringrazio Salvo Reale per le preziose informazioni su Barletta e la sua compagnia).

Sotto la pressione americana la situazione per i poveri fanti costieri precipitava.
Cedeva anche il caposaldo del capitano Bovio, travolto dai primi carri sbarcati del 753° battaglione corazzato, così come uno ad uno tutti i posti di blocco di carabinieri e finanzieri.
Alle 16,00 Scoglitti cadeva dopo la resa della 537° compagnia del CXII° mitraglieri della GaF e della 2° compagnia e del comando del CCCLXXXIX°, presi alle spalle dal 1°/179° di Stephenson con una manovra avvolgente da nord-ovest.
Il Generale Bradley, sbarcato a terra dalla Ancon, fissò il suo quartier generale nella caserma dei carabinieri.
Il 16° RCT procedeva verso Piano Lupo, incontro ai paracadutisti del 1°/505° PIR di Gorham.

RESISTERE SUL POSTO *
L'intero settore di Santa Croce di Camerina, presidiato da nove capisaldi della 511° compagnia del capitano Giuseppe Maestri del CIV° battaglione mitraglieri di posizione della GaF, era stato conquistato in poche ore, anche perché per la prima volta erano state utilizzate dai caccia Knight e Tillman munizioni al fosforo bianco accecante.
La 74° batteria da 149/35 di Cozzo Cappello del XXV° gruppo del maggiore Petruzzella, inquadrato nel 44° Raggruppamento costiero della GaF, dalle 04,00 di mattina fin verso le 11,00, quando venne neutralizzata dalle artiglierie navali (con due ufficiali ed una decina di artiglieri caduti), aveva centrato ben 7 LCVP davanti a Scoglitti, mentre la non distante 491° autonoma del capitano Guglielmo Tarro, dopo aver richiesto istruzioni al tenente colonnello Francesco Milazzo, comandante del CCCLXXXIII° battaglione, in mancanza di comunicazioni radio e telefoniche efficienti, aveva ricevuto un laconico messaggio scritto:
"Alla 491° Batteria. Resistere sul posto. Viva l'Italia Viva il Re. 10 luglio 1943 7,50".
Guglielmo Tarro

Anch'essa, all'esaurirsi delle munizioni, aveva così preferito  alle 11,00 arrendersi al nemico, dopo aver prima distrutto i cannoni e bruciato i documenti segreti (v. QUI).
Il documento ingiallito con le istruzioni di Milazzo è ora al Museo della Provincia Regionale di Catania.

L'AVANZATA DEI PARACADUTISTI
A Punta Braccetto i paracadutisti del 2°/505° PIR agli ordini del maggiore Mark Alexander, l'unico atterrato pressoché integro, sia pure disceso per errore 25 miglia a sud-est dall'obiettivo assegnato, uccidevano in un conflitto a fuoco presso il POA della Guardia di Finanza di Torre Vigliena due militi ragusani, Antonio Carnemolla, di 42 anni,  e Salvatore Tribastone, di 47, e dopo aver annientato nei pressi di Marina di Ragusa il 361° NAP di Contrada Pianicella attaccavano il presidio tenuto dalla 2° compagnia del capitano Vincenzo Anzalone del DI° battaglione del 178°, che resisteva fino alle 05,00, quando cadeva anche la vicina 452° batteria da 75/27 del capitano Giuseppe Barchi del XXI° gruppo di Lauritano.
I paracadutisti, avanzati sulla S.P. 25, a 6 chilometri da Ragusa all'intersezione con la S.P. 37 Santa Croce Camerina-Scicli affrontavano un lungo e durissimo scontro al PBC 452 di Villa Criscione (ora c'è un'azienda agricola) col plotone del tenente Giuseppe Sajia, armato di tre mitragliatrici ed un pezzo da 47/32.
A tarda mattinata si contarono almeno 30 caduti americani e solo 3 italiani: tra essi il ragusano Giuseppe Rinaldi, il cui figlio Filippo solo in questi anni è riuscito a scoprirne la storia.
Tra i 10 feriti, il tenente Sajia ed il caporalmaggiore Rosario Granata sarebbero stati decorati con la medaglia d'argento, il tenente Antonio De Francisco con quella di bronzo.

Giunio Sella
Nel frattempo, il 157° RCT di Anckorn,  avanzato con gli Sherman del 753° battaglione corazzato, dopo aver travolto sulla spiaggia la 3° compagnia del CCCLXXXIX° di Roccuzzo si era scagliato sui due posti di blocco che presidiavano Santa Croce, a Villa Comitini quello di 22 uomini del 46enne capitano Vincenzo M. G. Serra, di Roccapalumba (PA), ed a Casa Camemi quello dei 15 fanti del 31enne tenente degli alpini Giunio Sella, di Quarona (VC), stanziato a Villa Spadola Bertini (ora è un B&B), costringendoli alla resa alle 07,30 di mattina, con molti caduti tra cui entrambi i comandanti, medaglie d'argento alla memoria.

CADONO SANTA CROCE CAMERINA, MARINA DI RAGUSA E VITTORIA (10 LUGLIO)
Non lontano, a soli 8 chilometri da Gela, sulla S.S. 115 in direzione di Ragusa, dopo un breve scontro a fuoco anche il caposaldo di Passo di Piazza dei carabinieri ai comandi del vicebrigadiere agrigentino Carmelo Pancucci si arrendeva ai paracadutisti, che inspiegabilmente ne fucilavano tre a sangue freddo, pur disarmati e con le mani in alto.
L'intero settore collassava in poche ore, dopo che presso la Fattoria Randello del Marchese Arezzo cedeva anche il comando del DI° battaglione del maggiore Zotta.
Nonostante il CCCLXXXIII° battaglione di Milazzo, rinforzato dai carabinieri, dai militari in licenza e persino da 15 volontari civili, si battesse con foga, il 1/157° RCT del tenente colonnello Murphy ed il 2/505° PIR del maggiore Alexander entravano sembra all'insaputa l'uno dell'altro alle 15,45 a Santa Croce Camerina, qualche minuto dopo che Monsignor Vincenzino Di Quattro, visto un colpo di mortaio colpire un cornicione della Chiesa Madre, aveva contro la volontà di Milazzo fatto esporre dal campanile un lenzuolo bianco: tra i 500 prigionieri vi fu proprio Milazzo, poi decorato con la medaglia d'argento.
Cedevano il caposaldo di Punta Secca ed il PBC 451, a sud di Santa Croce, nonostante il rinforzo da parte dei marinai della Regia Marina, e poi di seguito in un'ora si arrendevano in successione sulla costa Marina di Ragusa, occupata dai paracadutisti di Alexander, e più a nord Vittoria, occupata dal 3°/179° RCT di Earl Taylor rinforzato da circa 60 uomini del 3°/505° PIR di Krause muniti di tre obici da 75 del 456° campale aerotrasportato  (v. http://www.italreport.it/home/approfondimenti/la-presa-vittoria-la-citta-deuropa-caduta-capitolazione/).
Ormai circondata da almeno due battaglioni e difesa solo dalla compagnia comando del 178°, dalla 813° batteria a/a da 20/65 del centurione Ermes Varini della 22° MACA e da una batteria a/a della FlaK, Vittoria si arrese alle 14,40 dopo una breve resistenza dei tedeschi presso la scuola elementare di Via Milano, quando Franceschelli venne convinto a capitolare con i suoi 80 uomini proprio dal tenente Harris fatto prigioniero poche ore prima dal 458° NAP di Staiti.
Il 178° quella sola mattina ebbe 187 tra morti e feriti e 800 prigionieri.

CADE RAGUSA (11 LUGLIO)
Ragusa, ormai indifesa, sarebbe caduta alle 12,40 del giorno dopo, occupata contemporaneamente dal 157° RCT sulla destra e dal 179° RCT a sinistra, con la cattura da parte di una compagnia fucilieri del podestà, del capo della polizia, di una batteria italiana intatta e del centralino: per le successive 24 ore i soldati americani si sarebbero divertiti a rispondere alle concitate telefonate dei comandi italiani sulla situazione in quelle spiagge...
* Molte informazioni su questi fatti le ho tratte dal video https://www.youtube.com/watch?v=6a90VTQ7-f4 e da http://www.comune.ragusa.gov.it/doc/users/4/64248att_delcc_61_14.pdf

17. IL DISASTROSO ATTACCO DEI PARACADUTISTI DEL 504° PIR


Mentre sui cieli di Gela alle 17,50 due Spitfire britannici venivano abbattuti dai Me 109 tedeschi, con il Fl. Ldr. Anthony Noel Snell (ER 856) fatto prigioniero (POW), e poco dopo cadeva un P-40 Warhawk della scorta di alcuni bombardieri leggeri A-20 Havoc del 47° BG impegnati nell'attacco alla Goering a Caltagirone, sul terreno addirittura nessun obiettivo era stato raggiunto, ma soprattutto un nuovo peggioramento del mare aveva imposto la sospensione degli sbarchi dal pontile a est dei primi Sherman del 67° corazzato del colonnello Paul A. Disney, iniziati peraltro solo alle 17,00 e solo perché Allen si era impuntato!
A terra ne erano scesi solo due della compagnia H assegnata al 26° RCT, entrambi in estrema difficoltà a muoversi su quella sabbia resa soffice dalla pioggia.

Reuben Henry "Rube"  Tucker III°
Fu a questo punto che partì un nuovo attacco notturno dall'aria con il 504° PIR del 32enne neo colonnello Reuben Henry Tucker III°, uno dei più giovani comandanti di reggimento della guerra, con il 1° e il 2° battaglione, il 376° campale aerotrasportato e la compagnia C del 307° genio paracadutisti, più una sezione sanità ed una trasmissioni.
I 144 Dakota del 52° stormo con i 2.304 paracadutisti, partiti nel tardo pomeriggio del 10 luglio da Qairouan, vennero però clamorosamente accolti dal fragorosissimo fuoco amico, da terra e dal mare: volando a 250 metri dal suolo illuminati solo da un quarto di luna vennero infatti scambiati per bombardieri nemici, senza che venissero compresi i segnali lampeggianti gialli di riconoscimento, e nonostante l'immediato ordine di disperdersi moltissimi furono colpiti e ben 23 di essi precipitarono, con altri 37 gravemente danneggiati.
I paracadutisti ebbero 141 caduti, 16 dispersi, tra cui il Brigadier Generale Charles L. Keerans, vice comandante della divisione, e 132 feriti, mentre tra piloti ed equipaggi i caduti furono 60 ed i feriti 30, ed in più 8 Dakota tornarono indietro con 12 ufficiali e 92 paracadutisti, con 4 morti e 6 feriti a bordo: solo quella notte in totale ben 403 uomini finirono fuori combattimento!
Solo 400 dei 1.600 uomini che si lanciarono arrivarono come previsto a Gela-Farello, e lo stesso aereo di Tucker, sforacchiato da oltre 2000 colpi, riuscì ad arrivarvi solo dopo aver percorso due volte la lunghezza della costa siciliana: quando alle 07,15 di mattina Tucker contattò Ridgway riferì di avere con sé solo l'equivalente di una compagnia di fanteria aerotrasportata e di una batteria di obici, mentre nel tardo pomeriggio gli effettivi contavano solo 37 ufficiali e 518 uomini di truppa! (Sicily and the Surrender of Italy di Albert N. Garland e Howard McGaw Smyth, con l'assistenza di Martin Blumenson, Center of Military History, United States Army, Washington D.C., 1993, pag. 182)
Il previsto attacco del 319° e 320° battaglione di artiglieria campale aliantista e del 325° reggimento aliantista venne immediatamente annullato.
Tutta quella zona cosparsa di cadaveri avrebbe ingenerato nella 45° divisione l'errata convinzione che gli italiani si fossero accaniti su di loro a tradimento: un tragico equivoco forse alla base dei sanguinosi episodi dei giorni successivi.

18. LA DRAMMATICA TELEFONATA TRA GUZZONI E MUSSOLINI

Alle 06,30 del 10 luglio Guzzoni e Mussolini si erano sentiti per telefono. Ne abbiamo il resoconto stenografico del servizio d'intercettazioni del Ministero dell'Interno:
Mussolini:"Ho ricevuto la comunicazione fatta questa notte. Quali sono le novità?"Guzzoni:"Il nemico ha attaccato con poderose forze navali ed aeree e con lanci di paracadutisti lungo la fascia costiera, ed è riuscito a mettere piede a Gela".Mussolini:"Ma la difesa?"Guzzoni:"Ha fatto nettamente il proprio dovere, ma la preponderanza del nemico era addirittura spettacolosa! Ci sono stati numerosissimi atti d'eroismo, ma contro il numero ed i mezzi non c'è stato niente da fare"Mussolini:" Ma ora che succede?"Guzzoni:"Le nostre truppe, insieme a quelle tedesche, hanno subito contrattaccato, anche perché sono giunti rinforzi di uomini e mezzi che sono stati fatti affluire nella zona di Gela da altre località arretrate. In diversi punti hanno pure ottenuto sensibili successi ed in uno sono anche riusciti a farli ripiegare".Mussolini:"Però non bisogna crearsi soverchie illusioni. Voi che state sul posto potete rendervi esatto conto della situazione".Guzzoni:"Per la verità, io direi di essere guardinghi, perché l'avversario sta continuamente bombardando le vie di comunicazione, dato che si è accorto dell'arrivo dei rinforzi. Noi faremo tutto quanto è umanamente concepibile, ma bisogna tenere conto che, mentre i nostri rifornimenti diventano di ora in ora più difficili, quelli del nemico sembra che attingano sempre nuova linfa".Mussolini:"Fate il possibile per ributtarli a mare o, quanto meno, inchiodarli sul litorale".Guzzoni: "Faremo il nostro dovere fino all'estremo!"
Al termine della telefonata Guzzoni avrebbe diramato un proclama:
"Il nemico ha iniziato le operazioni di sbarco in Sicilia. Ho ferma fiducia che la popolazione italianissima dell'Isola darà alle truppe che si accingono a difenderla il suo concorso spirituale e materiale. Uniti da una sola volontà, cittadini e soldati opporranno all'invasore un fronte unico che stroncherà la sua azione e manterrà integra questa terra preziosissima d'Italia. Viva il RE-Viva il DUCE".
(V. Ezio Costanzo, Sicilia 1943, Breve storia dello sbarco alleato, con introduzione di Carlo D'Este, Le Nove Muse Ed., 2003, Pagg. 86 e 87).

19. LA CARICA DELLA DIVISIONE LIVORNO
"Oh sì, credo che l'inferno di Satana sia nulla di fronte alla lotta sostenuta nella piana di Gela!" (Tenente colonnello Dante Ugo Leonardi)
Guzzoni e von Senger avevano potuto finalmente concordare per la mattina seguente un contrattacco combinato della Livorno e della Goering su Gela, simultaneo con quelli della Napoli su Siracusa e della 207° costiera su Licata.



IL PIANO D'ATTACCO DELLA LIVORNO
La Livorno avrebbe attaccato ad ovest della S.S. 117, dopo un bombardamento della Regia Aeronautica sulle navi americane alle fonda, con tre colonne:

- la colonna di sinistra del colonnello Carlo Martini, comandante del 34°, preceduta da un bombardamento di dieci minuti dell'artiglieria, si sarebbe mossa lungo la piana direttamente contro la città alle 06,00 di mattina in due distinte formazioni, una corazzata da Ponte Olivo con i carri R 35 del Gruppo mobile E e gli altri R 35 e semoventi di altri gruppi più gli autocannoni disponibilil'altra dal Castelluccio col III°/34° del tenente colonnello Dante Ugo Leonardi, più la 155° bersaglieri motomitraglieri ora al comando del tenente Girasoli, una mortai da 81 e l'appoggio del I° gruppo del maggiore Enrico Artigiani del 28° artiglieria Monviso da 105/28 del colonnello Adamo Telò;

- la colonna centrale del colonnello Mario Mona, comandante del 33°, partita da Butera alla stessa ora verso le postazioni fisse dei Monti Falcone, dell'Apa e Zai doveva muoversi alle 07,30 a cavallo della S.P. 8 Butera-Gela per attaccare Gela dal lato occidentale col I°/33° del tenente colonnello Osvaldo Alessi a destra ed il I°/34° del parigrado Di Gregorio a sinistra (senza due compagnie, rimaste di riserva una a Casa Le Schiette e l'altra a San Cataldo), appoggiati dal II°/28° del maggiore Remo Torroni e dal resto del battaglione mortai del tenente colonnello Vittorio Carta, con la 1° compagnia del capitano Pietro Cravero di copertura ad ovest della rotabile;

- la colonna fiancheggiante di destra del tenente colonnello Mastrangeli, protetta su Licata dal III°/28° del maggiore Alessandro Baduel schierato sul Monte San Nicola di rinforzo alla preesistente batteria da 100/22 del CCIX° gruppo, doveva muovere sempre da Butera alle 06,00 col II°/34° del maggiore Carmelo Coco, che però doveva essere trasportato in loco dagli autocarri del Kampfgruppe Neapel promessi da Rodt, e col II°/33° dello stesso Mastrangeli (con la 5° compagnia sul fianco destro, rinforzata con le armi d'accompagnamento, la 6° compagnia dietro di lei in posizione di riserva e la 7°, anch'essa rinforzata da armi d'accompagnamento, schierata a sinistra a stretto contatto col battaglione di Alessi), appoggiati dai pezzi del IV°/28° del tenente colonnello Palano, con il compito di tenere indenne la colonna Mona da attacchi provenienti da Licata.

Il tenente colonnello Leonardi, veterano 45enne di tre guerre, notò subito, guardando col binocolo dal Castelluccio, che la prima linea del nemico, tenuta dal 3°/26° RCT di Corley, si trovava a circa 800 metri di distanza, in un terreno brullo e privo di vegetazione, essendo stato da poco falciato il grano.
L'attacco sarebbe stato condotto totalmente allo scoperto!

IL PIANO D'ATTACCO DELLA GOERING*
La Goering doveva attaccare a est della S.S. 117 su due colonne, protette dalle artiglierie posizionate sulle alture di Niscemi, con l'ordine di muoversi alle 06,00:

- quella al comando del tenente colonnello Helmut Funck, con i due battaglioni del 1° PzrGr (uno dei quali di nuovissima formazione), la compagnia Tiger ed un battaglione di artiglieria corazzata su due sole batterie, messi insieme anche con elementi del 1°/129° PzrGr di Rodt, doveva muovere da Acate lungo la valle del Fiume Dirillo, verso Senia Ferrata;

- quella affidata al parigrado Hans Urban, più prossima a Gela, era a sua volta suddivisa in due distinte formazioni: una a sinistra, con il 1° carri su 21 Panzer III e IV, due compagnie del 923° da fortezza ed uno motorizzato di artiglieria, con autoblindo e cingolati, doveva muovere da Niscemi in direzione di Priolo verso Case Spinasanta; quella a destra, con  il 2° carri su Panzer III e IV ed il battaglione pionieri di Haeffner usato come fanteria, doveva muovere da Ponte Olivo lungo la piana di Gela in parallelo con la colonna Martini.

La prima colonna tedesca aveva troppa fanteria e pochi carri, la seconda al contrario troppi corazzati e pochissima fanteria, tuttavia un totale di ben 82 corazzati tedeschi ed una trentina almeno italiani stava per scatenarsi sulla piana!
*Si veda anche https://www.flamesofwar.com/Default.aspx?tabid=111&art_id=533&kb_cat_id=30.

INTERVIENE LA REGIA AERONAUTICA
Cant. Z 1007 Bis Alcione della 191° squadriglia

Come previsto, alle 05,30 dell'11 luglio sulla rada di Gela 9 trimotori Cant. Z 1007 bis Alcione provenienti dalla Sardegna sganciarono una decina di bombe a testa da alta quota per evitare la contraerea senza peraltro poter verificare i risultati, rientrando stavolta senza perdite.
Ma era solo l'inizio: tra le 07,30 e le 09,00 numerosi attacchi contro le truppe alleate venivano lanciati infatti dai Me 109 del I° e del IV°/JG 53, dagli FW 190 del SKG 10, dai Me 110 del II°/ZG 1 e dai Macchi 202 Folgore del 4° stormo, affrontati dagli Spitfire inglesi del 126°, 152°, 229° e 1435° FS della RAF e sudafricani del 1° SAAF.
L'Asse avrebbe avuto almeno 4 caccia abbattuti e tre danneggiati, contro 3 Spitfire caduti ed un altro costretto ad un atterraggio di emergenza dietro le linee americane.

Infine, alle 12,45 attaccarono 4 Picchiatelli della 207° squadriglia del 103° gruppo tuffatori di Chilivani (SS) del capitano Cesare Zanazzo, giunti in mattinata a Boccadifalco, scortati da 7 Macchi 205 Veltro della 350° e 360° squadriglia del 51° stormo di Chinisia.
Gli Spitfire del 229° attaccarono i Veltro ma non videro gli Stuka, assai più bassi: risaliti all'improvviso a 3.000 metri questi poterono picchiare così contro sole sulle navi al largo di Licata, sganciando da 350 metri due bombe a testa da 250 chili, non si sa con quale esito.
Tutti quanti sarebbero ritornati incolumi a Chinisia.

GLI ITALIANI TRAVOLGONO LE PRIME DUE LINEE AMERICANE
La colonna sinistra di Martini partì per prima, con mezz'ora di ritardo e per ordine del suo vice Leonardi, a causa del ritardato arrivo del comandante, giunto appena prima della partenza, senza alcuna preparazione di artiglieria per le precarie comunicazioni radio tra Artigiani, anch'egli in ritardo, e il suo gruppo d'artiglieria, che alle 05,30 risultava ancora a San Cataldo.
Con i soli quattro pezzi da 47/32 e i sei mortai disponibili del tenente Aldo Sampietro della 12° mortai, più 12 mitragliatrici e le armi di accompagnamento dei bersaglieri, il III° battaglione cominciò  a muoversi su tre colonne, una a sinistra composta dalla 9° compagnia del capitano Dante Capello con due pezzi da 47 ed una squadra lanciafiamme, una a destra con la 10° del capitano Aldo Ferrara con gli altri due pezzi controcarro, e infine subito dietro la terza con l'11° del tenente Carlo Florio, di riserva subito dietro la compagnia comando del capitano Giuseppe Billone, mentre il resto della 12° mortai del tenente Giuseppe La Torre restava un po' più arretrato.
Nel frattempo, le colonne centrale di Mona e destra di Mastrangeli, distanti tra loro 3,5 chilometri, partite solo alle 07,30 per incomprensioni sugli schieramenti dovuti alla cronica mancanza di efficienti collegamenti radio che aveva costretto all'utilizzo di staffette, avanzavano in parallelo sulla S.P. 8, ripetutamente mitragliate a bassa quota dai caccia e costantemente sotto il tiro delle artiglierie navali coordinate da sei palloni frenati, anche se alle 09,00 le compagnie avanzate del  I°/33° di Alessi superavano senza difficoltà la casa cantoniera sullo Zai ed alle 9,15 i plotoni esploranti erano già di fronte al margine settentrionale del centro abitato, fatti segno da fuoco nemico di piccolo e medio calibro proveniente dalle case.

Il III°/34° fanteria  del tenente colonnello Leonardi all'attacco (foto tratta da QUI)
Marciando allo scoperto sulla piana di Gela ad ovest della S.S. 117 con il sole già cocente del primo mattino la 9° compagnia all'avanguardia del III°/34° di Leonardi finì subito sotto il fuoco delle armi automatiche dei rangers di Lyle e dei mortai da 107 della compagnia B dell'83° chimico, tanto che Capello rimase ferito, ma il tenente Giuseppe La Torre coi suoi mortai riuscì ad espugnare una casa colonica facendo prigionieri otto americani e già alle 08,15, nello stesso momento in cui finalmente anche i cannoni di Artigiani cominciavano a sparare, vennero raggiunte e superate tra Poggio Frumento e Poggio Mulinazzo le prime linee nemiche, con la cattura anche di un centinaio di prigionieri: Capello e La Torre sarebbero stati decorati con la medaglia d'argento al valore.

Il battaglione, coi bersaglieri a destra ed i corazzati del gruppo mobile a sinistra, si lanciò contro la seconda linea americana formata dalla compagnia K del 3°/26° RCT, rimasta al riparo di un terreno tutte collinette e dossi posto 500 metri più avanti, a Poggio Rosario e Case Scalera.
La 9° patì perdite enormi: venne nuovamente colpito Capello, ferito il sottotenente Terzo Bettini, caddero il giovanissimo parigrado Enrico Zupo di Cerreto Sannita (BN), appena uscito dall'Accademia di Modena, colpito al petto mentre sparava col MAB alla testa del suo plotone fucilieri, ed il sergente Quinto Ghione, entrambi medaglie d'argento alla memoria...
Con la 9° costretta a fermarsi, la 10°, rimasta scoperta sul suo fianco sinistro, venne attaccata da Lyle su quel lato: Ferrara, già colpito una prima volta, mentre da terra incitava i suoi uomini veniva centrato una seconda, svenendo per il dolore, e subito dopo cadevano il tenente 22enne Amilcare Ragazzini di Firenze, medaglia d'argento alla memoria, ed il sottotenente 25enne Salvatore Carbone di Minervino Murge (BA).
La 10°, alla guida ora del sottotenente Umberto Riggio, tre volte ferito, era a ridosso del nemico, ma i cannoni navali la stavano letteralmente facendo a pezziveniva gravemente ferito il sergente Cesare Zucchetti e cadevano il caporalmaggiore Bruno Braconi, il sergente maggiore  Gualtiero Santambrogio, i fanti Antonio Martini, Enzo Meschini, Giuseppe Spallone, Antonio Sofia, Giovanni Bassi.
Capello, Ferrara, Riggio, Zucchetti e Santambrogio sarebbero stati decorati con la medaglia d'argento, l'ultimo purtroppo solo alla memoria.
Mentre il sergente mitragliere Ezio Benassi, modenese di San Damaso, duellava con la sua Breda contro un BAR americano che da un'altura di fronte aveva messo sotto tiro il comando battaglione, balzando da un riparo all'altro per sfuggire alla mira sempre più precisa del nemico senza nome, Leonardi tentò l'ultima carta, l'11° compagnia alla guida di Florio e del sottotenente di complemento Aldo Busatti:
"AVANTI SAVOIA!!!"
L'urlo di guerra rimbombò per tutta la piana, dando nuova energia anche alla 9° e 10° compagnia, a quella comando e pure alla 12° mortai, rimasta senza il tenente Sampietro colpito da una granata.
Quei 600 uomini, come a Balaklava, si scagliarono tutti insieme in avanti, correndo affannosamente sotto i colpi impietosi del nemico, e proprio quando Benassi riusciva clamorosamente a centrare tra l'esultanza di tutti il mitragliere di fronte gli italiani sfondavano finalmente anche la seconda linea americana!

LA COLONNA URBAN SI SCONTRA CON IL 16° RCT
Mentre il 2°/16° RCT di Crawford e gli uomini del 1°/505° PIR di Gorham avanzavano sulla S.S. 117 verso Case Priolo per mettere in sicurezza il fianco orientale del 26° RCT vennero sorpresi dalla colonna sinistra di Urban partita puntualmente alle 06,00 da Niscemi.
Nel corso del durissimo scontro Crawford, spostatosi in prima linea col suo vice, il capitano Bryce F. Denno, venne gravemente ferito tra collo e spalla da un panzer con due colpi di MG ed immediatamente evacuato, ma soprattutto la perdita di sette dei nove anticarro impose l'arrivo in soccorso del 1°/16° di Denholm, che con la compagnia D dell'83° chimico seguiva l'altro battaglione sul suo fianco destro sulla S.S. 115 Gela-Vittoria per far fronte a infiltrazioni nemiche dalla valle del Dirillo, preceduto da un plotone di 4 Sherman della compagnia G del primo tenente James A. White del 67° corazzato.
Nel frattempo, dal suo posto d'osservazione sulla spiaggia il tenente colonnello Briard P. Johnson, vicecomandante del CCB, avvistò anche la colonna corazzata proveniente da Ponte Olivo: partiti solo alle 07,45 a causa del ritardo dei carri nell'attraversare Niscemi, alle 09,30 ben 30 corazzati si presentavano a Case Aliotta, proprio davanti al 2°/16° affidato ora a Denno!

L'ARRIVO DEI TIGER DI FUNCK

Ma era solo l'inizio, perché alle 10,00 altri 3 panzer tedeschi vennero avvistati sulla S.S. 115 a 4.000 metri dalla spiaggia di Gela mentre si facevano incontro al 1°/18° RCT del tenente colonnello Henry G. Learnard Jr., sbarcato solo da poche ore ed immediatamente inviato a sud-est di Piano Lupo.
Avvertito via radio dal suo vice, fu proprio il comandante del CCB, il colonnello Isaac D. White, a guidare dal suo carro comando un altro plotone di 4 Sherman della compagnia G contro i panzer, neutralizzandone con l'aiuto degli obici del 32° campale due e mettendo in fuga il terzo, mentre mezz'ora dopo anche il 7° campale faceva fuoco su altri carri, colpendone ed incendiandone un altro.
All'improvviso verso le 11,00 autoblindo e cingolati d'artiglieria tedeschi preceduti da sei Tigercomparsi da dietro le alture, travolsero il 1°/16° sospingendolo fin quasi al Biviere, in un terreno paludoso quasi inaccessibile ai carri ma che poteva tagliarlo fuori dalla battaglia: con il comandante Denholm a sua volta ferito ed evacuato, fu Johnson in persona a precipitarsi sin lì per guidare gli Sherman di White, i pochi obici rimasti ed i mortai pesanti, impegnati a far fuoco disperatamente contro i carri nemici sulla rotabile ormai in fiamme!

GORHAM SI SACRIFICA SULLA COLLINA 41
I Tiger di Funck però aggirarono da ovest le posizioni americane attaccando direttamente il 2°/16° sul lato difeso dai paracadutisti.
Denno chiese a Johnson un semovente Priest da 105 ed un obice da 75, ma quando entrambi arrivarono a disposizione della compagnia cannoni reggimentale il primo venne centrato da un panzer dopo aver sparato solo cinque colpi, mentre il 75 fu subito colpito da un 88!
Gorham decise di prendere l'iniziativa, spostandosi su un'altura di fronte, identificata come Collina 41, e dopo aver imbracciato un bazooka mirò sul primo carro: stavolta però a differenza del giorno prima era allo scoperto ed in piena luce, così venne immediatamente individuato.
Il Tiger sparò ed una scheggia di 88 lo prese in piena fronte, uccidendolo sul colpo e ferendo gravemente anche il suo vice accanto a lui (v. QUI).
Arthur Fulbrook Gorham

I paracadutisti senza le loro guide ripiegarono scompostamente, lasciando sul terreno ben 39 caduti, mentre i Tiger ormai padroni della situazione si dirigevano verso Biazzo.

Arthur Gorham sarebbe stato decorato alla memoria con la sua seconda ed ultima DSC: con Gavin, Tucker, Ridgway e Vandervoort fu uno dei soli 5 uomini della sua divisione.
Dopo la guerra avrebbe ricevuto anche la Purple Heart. 
Riposa ora nel cimitero di Bellevue, in Ohio.

IL SECONDO SCONTRO DI BIAZZO
Nel frattempo, le avanguardie di Funck, seguendo la linea ferroviaria costiera Vittoria-Gela, sin dalle 09,00 avevano impegnato battaglia sul crinale di Biazzo contro circa 1.000 uomini, per lo più fanti del 1° e del 2° battaglione del 180° RCT di Cookson e paracadutisti del 3°/505° di Krause rinforzati da quelli di Jim Gavin, accorsi da mezzo miglio di distanza con un mortaio da 81 e due obici da 75.
Erano proprio i paracadutisti a guidare la resistenza: dopo aver scavato con gli elmetti piccole buche, coraggiosamente si sporgevano per colpire coi bazooka i possenti Tigerma senza nemmeno scalfirli, come constatò proprio Gavin, vedendosi tornare indietro una granata sparata da soli tre metri di distanza!
L'atteggiamento di Funck appariva titubante, anche per l'arrivo a spizzichi e bocconi dei suoi Tiger, che non incoraggiava l'azione delle poche fanterie: proprio per questo Middleton, a sole tre miglia di distanza, ordinò di inviare su quella cresta tutto ciò che si poteva, obici da 105 e 155 autotrainati, mortai, half-track cingolati con cannoni anticarro da 75 a rimorchio, tanti bazooka...
Era un'enorme potenza di fuoco, ma, avrebbe confessato Benjamin Vandervoort, "i tedeschi potevano benissimo prendere quell'altura", quindi "either their mission was to defend or their commander was lousy", cioè "o avevano una missione solo difensiva o avevano un comandante scarso" (cit. in The battle of Sicily, di Friedrich von Stauffenberg e Samuel W. Mitcham Jr., pag. 126, Stackpole Military History Series).

I CARRI AVANZANO SOTTO IL FUOCO NAVALE
A Case Priolo tutte le compagnie fucilieri del 1°/16° erano ormai ridotte a metà forza, mentre il 2°/16° non aveva più di 200 uomini validi, compresi i paracadutisti, ma i due battaglioni avevano comunque tenuto, sia pure ad altissimo costo (36 caduti, 73 feriti e 9 dispersi il 1°; 56 caduti, 133 feriti e 57 dispersi il 2°), tanto da ricevere diversi riconoscimenti.
Non avevano però impedito ai tedeschi di raggiungere la S.S. 115: passata Case Spinasanta, le avanguardie di sinistra di Urban arrivarono così presto a Serra Galera, completando l'aggancio a quelle di destra e formando con queste nella Piana del Signore un unico cuneo corazzato diretto senza opposizione su Gela, ormai a soli 1.000 metri dalla spiaggia!!!
Con la maggior parte degli Sherman ancora da sbarcare insieme col 2° ed il 3° battaglione del 18° RCT e quasi senza armi anticarro, dopo l'affondamento da parte dei nostri Re. 2002 della LST-313 con tutta la dotazione del 26°, l'unico argine al disastro restavano il 1°/18° RCT e i due plotoni del 67° corazzato!
Tutto sembrava precipitare per gli americani, ma al largo c'erano le navi...

AD UN PASSO DALLA VITTORIA
Patton dà disposizioni sulla spiaggia di Gela
Diretti dagli osservatori a terra, avevano aperto il fuoco alle 06,47 il cacciatorpediniere Glennon, alle 07,37 il Beatty, sulle posizioni di Farello, alle 08,29 l'incrociatore Savannah e subito dopo il gemello Boise, entrambi muniti di 15 cannoni da 152 mm e 8 da 127!
Alle 09,17 tutti i cannoni del Savannah erano stati puntati sulla colonna di sinistra della Livorno, così come i 48 pezzi da 105 del 7° campale e tutti i mortai da 107 della compagnia B.
La A, la C e la D si occupavano dei carri tedeschi, sui quali intorno alle 10,00 avevano cominciato a sparare anche i pezzi del 32° e del 33° campale e due batterie del 5°.

Alle 10,12 le avanguardie della Livorno da nord e poco dopo della Goering da est irrompevano in città, tanto che alle 11,30 il comando della VI° armata intercettava un messaggio radio nemico in chiaro (peraltro sempre negato dagli americani) con l'ordine di "sotterrare i materiali sulle spiagge e prepararsi al reimbarco".
Patton in persona scendeva per la prima volta a terra a scuotere i suoi ufficiali terrei in volto!

20. IL FUOCO NAVALE DECIDE LA CONTESA

Giunto poco dopo le 11,00 al posto di blocco di Gela, il III°/34° disponeva ormai solo di metà effettivi: la 9° compagnia aveva meno di 100 uomini e la 10° era senza tutti gli ufficiali e con 170 tra morti e feriti, tanto da essere affidata al giovane tenente Luigi Petrillo, capo plotone della 9°.
Tra i tanti morti c'era anche il valoroso maggiore Enrico Artigiani: il 37enne ufficiale di Castelnuovo di Farfa (RI) era stato colpito all'addome da una scheggia di granata mentre dirigeva in prima linea il fuoco dei suoi pezzi ed era spirato tra le braccia dei suoi uomini dopo una breve agonia.
Sarebbe stato decorato con la medaglia d'argento alla memoria.

LA LIVORNO SI FERMA
Il sottotenente Aldo Baldassare, comandante del plotone esploratori del III°/34°, ferito anche lui, aveva confermato la totale assenza del nemico da lì in avanti, ma Martini pur coi suoi uomini a meno di 2.000 metri dalla spiaggia era stato costretto a ordinare la "difesa ad oltranza".
La colonna centrale Mona, infatti, era arrivata coi suoi plotoni esploranti al passaggio a livello di Casa Femmina Morta, tra Punta Secca e l'altura di Montelungo, ma era anche stata costretta ad usare tutti i rincalzi dopo aver perso circa i 2/3 degli effettivi, mentre ormai soprattutto gli A-36 Apache  infierivano spietatamente sulle alture di Butera, Niscemi, Mazzarino e Caltagirone.
Il III°/28° di Baduel sul San Nicola ed il I°/28° nel settore di Butera venivano ripetutamente colpiti dalle azioni in picchiata della caccia avversaria, che rallentavano ulteriormente il movimento del ritardatario II°/34° del maggiore Coco: un giovane sottocomandante di batteria del I°/28°, il sottotenente 23enne Manlio Siddi, sardo di Mandas (CA), riusciva a spegnere da solo un incendio scoppiato presso la riservetta delle munizioni, guadagnandosi così la medaglia di bronzo.

Quando però alle 11,30 Mona venne attaccato all'altezza della ferrovia parallela alla S.S. 115 anche dal 30° RCT appoggiato dagli Sherman del 66° corazzato si capì che purtroppo il contrattacco italiano su Licata era fallito.
Nello stesso momento infatti si era scatenato ancora in totale libertà il fuoco navale americano, anche quello dei caccia Jeffers, ShubrickLaub, Tillman e Cowie, ed a partire dalle 12,00 pure della Royal Navy, con gli incrociatori antiaerei  Colombo e Dehli ed il monitore Abercrombiemunito di due cannoni da 381.
Le navi sparavano su fronti di 100 metri per poi avanzare progressivamente di 100 metri in 100 metri, facendo a pezzi tutto: proprio un cannone della batteria del tenente Lionello Savelli, la stessa di Siddi, si volatilizzò nell'aria con tutti i suoi serventi, preso in pieno da un 152! 
Ebbene, ben 3.296 di questi colpi si contarono in quella sola mattina sulla piana, 862 diretti soltanto dal Savannah sulla Livorno!
Un totale di 107 mezzi corazzati dell'Asse sarebbero rimasti in fiamme sul terreno!

LA COLONNA MONA VIENE TRAVOLTA


Mario Mona
Alle 13,10 Chirieleison dal suo posto di comando sul San Nicola, dopo aver richiesto invano a Guzzoni l'intervento dell'aviazione contro le navi al largo, inviava a Di Gregorio del I°/34° un disperato fonogramma:
"Resistete in posto invieremo munizioni".

Patton, recatosi nel settore sotto pressione di Lyle, prima di andarsene, infuriatissimo, urlava a quest'ultimo:
"FATE FUORI TUTTI QUEI MALEDETTI BASTARDI!!!"
Nel primo pomeriggio il 3° rangers  di Dammer riuscì però ad attraversare il torrente Gattano e ad arrivare fino al Km 28,00 della S.P. 8 Butera-Gela, tagliando a Mona la strada della ritirata e costringendo a quel punto Chirieleison ad inviare subito sull'Apa e lo Zai, a sbarrare la strada per Mazzarino, due batterie del III°/28°, e sulla Gela-Butera un plotone mortai da 81, per poi dirottare le due compagnie appena arrivate del II°/34° di Coco prima alle Quote 263 e 211 sul San Nicola, poi un'ora dopo sulla fondovalle tra i due monti sotto tiro, dove scorreva il nastro stradale.
(http://www.militarystory.org/wp-content/uploads/2015/05/Ordine-d_operazione-n_-2-Div.pdf).

La 1° compagnia di Cravero tentò invano di rompere l'accerchiamento: Alessi venne ferito e catturato alla testa delle sue due compagnie, rimaste con non più di 30 uomini ciascuna, così come Di Gregorio, preso prigioniero coi suoi a circa 100 metri dal passaggio a livello presso Gela.
Mona, rimasto solo stordito ma dato per morto dallo scoppio di una granata insieme col suo aiutante maggiore, Torquato Locci, si ripresentò invece inaspettato nel pomeriggio da Chirieleison, giusto in tempo per organizzare il ripiegamento a Butera, con la città bombardata entro un raggio di 7 miglia (un sacerdote si presentò davanti agli americani con un drappo bianco per chiedere che la risparmiassero), ma poi non fu più ritrovato.
Un testimone oculare riferì che il 50enne "gigante di Butera" venne travolto coi lanciafiamme dopo aver rifiutato la resa chiestagli dai rangerssi dice che di lui sia rimasto solo un pezzo di manica con le mostrine!
Sarebbe stato decorato con la medaglia d'oro alla memoria, mentre il maggiore Locci, 39enne di Siliqua (CA), caduto con lui dopo essergli rimasto accanto fino alla fine, con quella d'argento.

Lo Sherman "Eternity" appena sbarcato a Red Beach (https://ww2db.com/image.php?image_id=4164)
LA COLONNA MASTRANGELI COSTRETTA A RIPIEGARE
Verso le 16,30 la colonna destra di Mastrangeli, arrivata in Contrada Rabbito, a causa del cedimento definitivo sotto i colpi degli incrociatori al largo di Licata delle poche posizioni d'artiglieria di Montelungo e Manfria, veniva affrontata proprio 
all'altezza di Manfria dal 30° RCT proveniente da Riesi: sul fianco destro del II°/33° i controcarro del tenente Rossi ed i fuciloni Solothurn della compagnia del capitano Tito Cottini del IV° controcarro riuscivano a fermare una trentina di camionette, con molte perdite tra cui quella di Rossi, caduto, e di Cottini, catturato, mentre il IV°/28° ora al comando del maggiore Baduel distruggeva coi suoi pezzi tre carri nemici, ma un'ora dopo, giunto comunque a 1.500 metri dall'abitato, il battaglione veniva preso d'infilata anche dalle granate esplosive dei mortai dell'83° chimico.
Non avendo più alcuna possibilità di resistere, il II°/33° fu costretto a ripiegare insieme col III°/33° di Bruni sui capisaldi di Monte della Femmina (Quota 101) e Monte Falcone, con la copertura della 6° mitraglieri del capitano Mantovani e di un plotone controcarro da 47/32.
Del II°/33° restavano solo 14 ufficiali su 32 e circa 200 uomini di truppa su 783!

URBAN SCONFITTO NEL BOSCO LITTORIO
Alle 12,28 il fuoco navale era ormai tutto contro la colonna Urban, a 1.000 metri dalla città rimasta totalmente isolata a est, finita però sotto tiro anche di tutta l'artiglieria divisionale del Brigadiere Generale Clift Andrus: quel giorno il 7° campale esplose ben 914 proietti, il 5° 583, il 32° 304!
Attaccati alle spalle nel primo pomeriggio tra la S.S. 115 ed il mare, in una striscia sabbiosa tutta alberata lungo le pendici sudorientali della collina, il Bosco Littorio, dove una volta c'era l'emporio della città greca ed ora l'immenso siderurgico, i panzer superstiti furono così facilmente sconfitti dagli 8 Sherman del 67° corazzato sbarcati fino a quel momento, con l'appoggio dei mortai da 107 della compagnia D e dei semicingolati M 3 anticarro del 78° campale del tenente colonnello Exton sbarcati ormai in gran numero: 15 carri tedeschi andarono distrutti, con solo tre feriti tra le file americane. 
Per molto tempo quel posto sarebbe stato conosciuto come "il bosco dei carri".

IL VANO ASSALTO DEI TIGER DI FUNCK A BIAZZO
A Biazzo il 180° RCT di Cookson si era praticamente dissolto e lottavano solo i paracadutisti di Gavin: un obice da 75 del 456° campale aerotrasportato aveva messo fuori uso un Tiger, ma le perdite erano molte, anche perché gli alberi sradicati dalle esplosioni cadevano sui difensori, e persino Gavin ed i suoi ufficiali si erano dovuti riparare in una conduttura di cemento!
Dopo un aggiramento delle fanterie sventato a metà pomeriggio dun plotone della compagnia B del 307° genio aerotrasportato, alle 17,51 i 13 Tiger rimasti lanciarono però un ultimo disperato assalto.
Tutto sembrava crollare sotto i colpi di quei mostri poderosi, ma improvvisamente si presentarono sul campo di battaglia sei Sherman inviati da Middleton!
Gavin, ferito dolorosamente alla gamba da una scheggia di mortaio, schierò allora tutti coloro in grado di sparare, compresi cuochi, autisti di camion, feriti leggeri e due ufficiali di marina, con l'appoggio dei mortai di alcuni plotoni del 2° battaglione chimico, ma a quel punto, poco prima del tramonto, i Tiger cominciarono a ripiegare.
Era arrivato l'ordine di ritirata verso Caltagirone!

Oltre al Tiger distrutto ed alla perdita di decine di uomini, i tedeschi lasciarono intatti al nemico alcuni cannoni, 12 mortai da 120 mm e persino un altro Tigerriferisce Carlo D'Este, preso con tutto l'equipaggio dai 40 uomini del primo tenente Harold H. Swingler del 505° (caduto poi il D-DAY in Normandia), che già erano stati capaci all'alba di conquistare un caposaldo ad un incrocio sulla Santa Croce di Camerina-Vittoria!
La vittoria di Biazzo fu il primo di una lunga serie di trionfi per Jim Gavin: divenuto uno degli ufficiali più decorati della storia, sincero fautore della piena integrazione degli americani di colore nelle forze armate, dopo essersi congedato da tenente generale nel marzo 1958 sarebbe stato nominato ambasciatore in Francia sotto Kennedy prima di andare in pensione da affermato manager nel 1977.
Sarebbe morto 83enne il 23 febbraio 1990. Ora riposa nella vecchia cappella di West Point.
(V. https://it.wikipedia.org/wiki/James_Maurice_Gavin).

Middleton, intenzionato a sostituire il sin troppo remissivo Cookson, avrebbe proposto a William Orlando Darby la promozione ed il comando del 180° RCT, ma quest'ultimo rifiutò, preferendo restare al suo reparto.
Il pluridecorato Darby sarebbe caduto a 34 anni il 30 aprile 1945, lo stesso giorno di Hitlercolpito al cuore da una scheggia di granata da 88 a Torbole (TR), nel piazzale della Colonia Pavese, da colonnello vicecomandante della 10° divisione da montagna, quando sapeva già che il General-Oberst tedesco Heinrich von Vietinghoff aveva firmato la resa incondizionata dal 2 maggio.
Sul posto dove fu ucciso c'è ora una stele a perpetuarne il ricordo.
Poiché proprio il 30 aprile era entrato in promozione, il 15 maggio con un provvedimento postumo unico nel suo genere Darby sarebbe stato promosso Brigadier Generale.

21.  L'ULTIMA DIFESA  DELLA LIVORNO

LA COLONNA MARTINI SCONFITTA AD UN PASSO DA GELA

Il III° battaglione di Leonardi fermo al posto di blocco di Gela  era stato impegnato in uno stillicidio di scambi di fucileria, mortai ed armi automatiche coi rangers, ricevendo come unico rinforzo solo la 3° mortai da 81 del capitano Antonio Abbate.
Purtroppo col mancato sfondamento tedesco la tenaglia su Gela non si era chiusa: ibattaglione alle 17,45 dovette così prendere posizione al km 26,00 insieme coi resti del gruppo mobile per far fronte al nemico avanzante, in stretto collegamento con la destra della Goering.
Venne respinta alle 22,00 una prima infiltrazione dei rangers di Lyle nel settore della 9° compagnia, all'estrema sinistra, ma Leonardi nulla poté contro il secondo attacco, condotto a mezzanotte insieme dal 26° RCT di Bowen e dal 18° di Smith con 7 Stuart del 70° battaglione corazzato, nonostante la 9° batteria di Marchegiani posizionata presso l'aeroporto riuscisse a distruggerne 5, pur perdendo un pezzo preso in pieno da un colpo navale.
Coperto dalla 9° compagnia il resto del battaglione insieme con la 155° bersaglieri furono costretti a ripiegare al Castelluccio: nel corso della marcia le esplosioni e le raffiche delle armi automatiche fecero capire che era cominciata l'ultima battaglia della 9°...

Alle 23,00 dell'11 luglio il maggiore R. Monaci ed il capitano A. Falco dello Stato Maggiore di Chirieleison avrebbero amaramente annotato: 
"Notizie avute dal cap. Canziani la sera del giorno 11 a M.S.Nicola. Il III°/34° verso le ore 12 ha raggiunto il margine abitato di Gela. Se il btg. fosse stato sostenuto da altre forze e specialmente da tiro antinave e da azione aerea contro le unità nemiche che dalla rada di Gela eseguivano violenti tiri contro il btg., Gela sarebbe stata occupata".
CADONO I MONTI DELL'APA E ZAI
Ben quattro colonne americane avevano cominciato l'ultimo assalto.
Sui monti dell'Apa e Zai, fortificati con postazioni circolari monoarma (PCM), controcarro e per l'artiglieria, da ore e ore sotto il tiro dei cannoni navali, restavano ormai, con l'ordine di resistere ad oltranza anche disponendo sulla strada mine anticarro, solo il presidio fisso, l'11° compagnia fucilieri del capitano Armando Ceci del III°/33°, un plotone cannoni controcarro da 47/32 ed elementi sparsi costieri, non più di 250 uomini a esser larghi...
Nella notte tra l'11 ed il 12 luglio quelle misere forze vennero attaccate sul Monte Zai dal 1° rangers di Darby e dalla compagnia A dell'83° battaglione chimico, salita sin lì a bordo di alcuni DUKW, con la protezione sul lato sinistro del 4° rangers di Murray e l'appoggio di un plotone di 5 Sherman della compagnia H del 67° corazzato, e sul Monte dell'Apa da due compagnie del 1°/41° di fanteria del tenente colonnello Morin, sbarcato appena alle 18,00 del giorno precedente, appoggiate da alcuni Stuart e vari semicingolati M 3 con gli obici da 105 del 78° campale..
Alle 05,00 di mattina le due colonne, nonostante il disperato fuoco di sbarramento del I° gruppo ripiegato al Bivio Gigliotto e dei pochi pezzi residui del III° sul più vicino e dominante San Nicola, erano ormai a poche centinaia di metri.
Precedute da alcuni Sherman muniti del sistema antimine Scorpion del 17° genio corazzato del tenente colonnello Correll le avanguardie si scagliarono in avanti, coperte da una cortina fumogena stesa col fosforo bianco dai mortai da 107, ma vennero respinte con perdite dai pochi mortai e controcarro italiani, ed il 1°/41° sull'Apa anche da una isolata mitragliatrice Breda 37 che sparava dall'ultima casamatta ancora in piedi, così fu di nuovo l'inesorabile fuoco aero-navale intervenuto dalle 10,00 di mattina a decidere l'impari confronto.
Lo Zai cadde nel primo pomeriggio, l'Apa poco più tardi, intorno alle 15,00, con la cattura dei due mitraglieri della Breda, uno dei quali ferito, gli ultimi italiani vivi rimasti (V. QUI).

CADONO PONTE OLIVO E IL CASTELLUCCIO 
Dal Bivio Gigliotto, presso un sughereto a metà strada tra Caltagirone e Piazza Armerina, 4 chilometri a ovest di San Michele di Ganzaria, dove si era rifugiato col comando, la compagnia mortai di Abbate e il I°/28° artiglieria, il colonnello Martini poté assistere all'ultima resistenza del III° battaglione di Leonardi.

Alle 02,30 di notte il 2°/26° RCT di Daniels ed il fresco 2°/18° di John Williamson partirono all'attacco, il primo sulla sinistra con obiettivo il Monte della Guardia, il secondo a destra contro l'aeroporto di Ponte Olivo.
Un primo tentativo di accerchiamento venne arginato dal 2° plotone fucilieri del tenente La Torre alle 04,30, poi alle 05,00 il fuoco devastante soprattutto del Boise (ben 255 proietti da 152!) e del 33° campale diretto sulla cresta del Castelluccio e sulle più lontane postazioni d'artiglieria italiane annunciò un nuovo e più deflagrante attacco, il quarto consecutivo in meno di dieci ore, condotto a partire dalle 07,00 sia da Daniels e Williamson che alle spalle dei difensori sulla S.S. 117 dal 2°/16° di Denno e dal 1°/18° di Learnard, avanzati nella notte da Piano Lupo con l'appoggio di altri cinque Sherman della compagnia G del 67° corazzato, che alle 10,00 costrinsero il presidio dell'aeroporto alla resa.
Il Castelluccio, ormai indifeso sul suo lato orientale, era condannato.

Cadde per primo il posto di medicazione, con la morte del sottotenente medico 28enne Armando Ercoli, ma solo verso le 11,00 gli americani riuscirono a sfondare le ultime resistenze coi blindati armati di lanciafiamme e gli half-track dell'82° esplorante corazzato, prendendo prigionieri circa 200 uomini, tra cui il tenente colonnello Leonardi, il tenente medico Mario Zocca, decorato con la croce di guerra, e il sottotenente medico Giuseppe Vitone (che subito dopo vennero trattati insolentemente e addirittura schiaffeggiati dagli americani).
Gli ultimi a cedere, mezz'ora dopo, furono gli artiglieri della 2° cannoni da 47/32 del capitano Ferrari del Gruppo mobile E, sull'altura di Poggio del Mulino nei pressi di Casa Russo: pur circondati, senza munizioni e con una ventina di caduti, essi riuscirono tuttavia a fuggire dalla sacca, dopo aver reso inservibili i pezzi, utilizzando il fossato che costeggiava la camionabile.
Dopo oltre 24 ore di battaglia, la Livorno era sconfitta.

I cannoni del Boise smisero di sparare alle 14,47, quelli del Savannah alle 16,21, mentre l'ultimo colpo in assoluto fu del Glennon alle 20,57 del giorno dopo: il primo a sparare, l'ultimo a finire.
Circa 7.200 corpi erano rimasti su quella piana: quasi 4.000 gli italiani, 600 i tedeschi di cui 30 ufficiali su 8.739 uomini impiegati (con 43 carri distrutti su 99, di cui 3 Tiger), gli altri americani (nel non più esistente cimitero accanto alla base aerea ne erano sepolti fino al 1947 ben 3.090, tra cui due tenenti donne e due crocerossine).
La piana di Gela è di fatto un enorme Sacrario militare a cielo aperto.

LA 9° BATTERIA NON CI STA
Bruno Causin
Il padovano Bruno Causin, allora 22enne caporale puntatore della 9° batteria, avrebbe raccontato tanti anni dopo quelle vicende (v. QUI).
La 9° batteria, tornata a fatica in piena notte a Niscemi, aveva trovato la scuola dov'era accampata completamente vuota (persino le coperte, i pagliericci e la cucina erano stati portati via!), oltre che devastata dai bombardamenti: la mattina presto, all'arrivo dei camion con le nuove munizioni, era giunto l'ordine di ripiegare a Caltagirone, ma proprio in quel momento Marchegiani col binocolo vide la "Stars and Stripes" issarsi sul pennone del Castelluccio al posto del Tricolore sabaudo.
Non poteva accettarlo, non dopo tutti i sacrifici fatti fin lì, non dopo tutti quei morti, non dopo che i suoi uomini, 36 ore prima, pur rimasti con sole 12 granate in tutto quando un camion di munizioni era saltato in aria, avevano deciso spontaneamente di risalire per circa 10 chilometri la strada verso Niscemi trainando a braccia i cannoni, visto che tutti i trattori erano stati distrutti dalle bombe americane.
Marchegiani indicò la bandiera:
"Causin, vedi quella bandiera? Buttamela giù!"
La bandiera cadde giù al secondo colpo.

LA FURIA DI CONRATH CONTRO I SUOI UOMINI
Conrath il 12 luglio avrebbe inviato alle sue truppe un messaggio nel quale, dichiarando di avere "personalmente assistito a episodi indegni di soldati tedeschi, ed in particolare della Divisione Hermann Goering", citava "uomini che sono scappati piangendo istericamente verso le retrovie, perché avevano udito la detonazione di un solo colpo sparato da qualche parte (...) Altri, di un'unità della sussistenza, i quali influenzati da false voci si sbarazzavano dei viveri, distribuendone anche ai civili! Voglio precisare che tutto questo non è stato fatto soltanto da soldati giovani, ma anche da ufficiali e sottufficiali", preannunciando già il ricorso alla corte marziale per i responsabili, "sabotatori della lotta per la libertà della nostra nazione".
Proprio quel giorno il generale costituì dei nuovi kampfgruppen*, mentre il 15 luglio avrebbe addirittura destituito Hans Urban dal comando del Panzer Regiment, promuovendo al suo posto il colonnello Georg Hanning von Heydebreck, ed Helmut Funck dal comando del 1° Pzgr, sostituendolo col neopromosso colonnello Lothar von Corvin-Wiersbitzki.
Sotto von Corvin venne posto il Kampfgruppe Oehring, al comando del tenente colonnello Hans Oehring, promosso comandante del reggimento di artiglieria, che disponeva di 9 batterie su tre gruppi, uno leggero (con 2 batterie su pezzi da 105) e due medi (rispettivamente con 3 e 2 batterie da 150 ed una da 100 entrambi), più un battaglione di granatieri, il battaglione pionieri del capitano Paul Haeffner con qualche StuG III, il 1° carri con Panzer III e IV ed i carri Tiger, con base a Caltagirone.
Sotto von Heydebreck fu formato il Kampfgruppe Hahm, al comando del maggiore Konstantin Hahm, comandante del 2° carri, munito di Panzer III e IV e di 4 Tiger, posti al comando del tenente Haem, inviato a Grammichele.
Infine fu costituito il Kampfgruppe Rebholz, al comando del 28enne comandante di una delle compagnie del reparto esplorante, il capitano Robert Rebholz, barone di Bad Honnef, con il battaglione di fanteria Reggio, arrivato in tutta fretta dalla Calabria, la compagnia esplorante del capitano Paulus, il nuovo 2° gruppo pesante di artiglieria con 3 batterie da 150 ed una da 100 per un totale di 16 pezzi, una compagnia di carri del 2° battaglione, più una sezione della FlaK da 88 ed una batteria controcarro con sei pezzi da 75.
Il Gruppo Rebholz il 13 luglio avrebbe raggiunto, sulla sinistra dello schieramento tedesco, Vizzinisul fiume Gornalunga, tra il Ponte Favotto e Serralunga.
*http://www.milistory.net/forum/operazione-husky-vt8617-13.html

CADE COMISO (12 LUGLIO)
Nel pomeriggio del 12 luglio, mentre stava chiudendosi la battaglia di Gela, venne conquistata dagli americani anche la base aerea di Comiso (RG). 
Il 1°/157° RCT del tenente colonnello Preston C. Murphy della 45° proveniente da Santa Croce Camerina era entrato in città alle 12,00, dopo un furioso scontro con alcuni carri leggeri italiani R 35, mentre il 3°/157° di Weygand si era lanciato direttamente contro l'aeroporto, con una manovra aggirante da est oltre l'altopiano sovrastante.
Contemporaneamente, il 179° RCT del colonnello Robert B. Hutchins si spostava sulla rotabile Vittoria-Acate: qui il 189° battaglione di artiglieria campale del tenente colonnello Muldrow aveva messo in posizione a ovest di Vittoria i suoi grossi howitzer da 155 mm e fatto fuoco sui Tiger tedeschi in ripiegamento verso Caltagirone, mentre tutte le batterie da 105 del 160° campale del tenente colonnello Larson e del 158° del parigrado Funk avevano cominciato a sparare sull'aeroporto per proteggere l'avanzata del 157° RCT, iniziata alle 15,40.
Al Comando Difesa Fissa Aeroporto 508 (520 uomini, con la 14° fucilieri del tenente Gino Cremonini ed un plotone della 16° mitraglieri del tenente Irzio Pasini del IV/121° Macerata, più la 63°, 64° e 65° batteria da 149/12 del LXIII° gruppo GaF del capitano Carlo Di Pietrantonj, che aveva anche il comando dell'intera postazione) si erano aggiunte la 2° e la 4° batteria del 192° FlaK, l'8° da 75/18 t.m. del III°/54° artiglieria Napoli al comando del capitano Luigi Grillo, la 3° sezione della 1501° autonoma a/a da 20/65 del tenente Giuseppe Pomponio, la 799° autosezione pesante del sottotenente Walter Malattia ed il Gruppo mobile G del tenente colonnello di fanteria Martino Antonio Porcu (col 1° plotone della 2° carri R 35 del CI° battaglione al comando del 27enne sottotenente Vittorio Maria Blandini di Mineo, la 3° centuria del centurione Ercole Cappellani del CLXIX° CC.NN. Syracusae della 173° legione d'assalto Salso al comando del seniore Giuseppe Vaccari e la 3° da 47/32 del CII° controcarri del capitano Castrense Coppa).
Alle 16,30 tutti e tre i battaglioni del 157° RCT, preceduti da un pesantissimo bombardamento da terra, dal mare e dall'aria, scattarono all'offensiva, coordinati dalla rete radiofonica delle artiglierie: mentre i 3 carri R 35 scagliatisi in un disperato contrattacco venivano colpiti e incendiati, con la morte di Blandini, i mortai da 107 del 2° battaglione chimico di Breaks fecero a pezzi con le granate esplosive ed al fosforo bianco tutte le posizioni difensive, e nonostante un'estrema difesa nei boschi a nord in breve tempo il presidio venne circondato e costretto alla resa.
Alle 17,00 del 12 luglio tutto era finito, con la cattura di 450 prigionieri, 125 aerei (20 ancora operativi), 200.000 galloni di carburante e di tutte le bombe da 250 e 500 libbre trovate accatastate intatte nel campo.
Non sarebbe finita qui: il 1°/179° di Stephenson ed il 2°/179° di James, scontratisi quello stesso giorno a cavallo del Dirillo contro il Kampfgruppe Rebholz in ripiegamento verso Vizzini, dopo essere riusciti a distruggere due Tiger coi mortai da 107 consolidavano le loro posizioni sulla rotabile S.P. 3 Chiaramonte-Biscari, mentre più ad est il 2°/157° del tenente colonnello Irving O. Schaefer entrava a mezzogiorno senza opposizione a Chiaramonte Gulfi, ed il 3°/157° di Weygand distruggeva un altro carro armato, un carro attrezzi ed un cannone anticarro di Rebholz.
Con il grosso dei tedeschi in ripiegamento verso il Monte Altore, ormai nel mirino a 15 miglia di distanza c'erano più a nord Monterosso Almo, dov'era il battaglione reclute del 75° fanteria della Napoli, su cui puntava il 1°/157°, e Licodia Eubea, in quel momento presidiata solo da un plotone pionieri tedesco con uno StuG III e dalla 28° sezione di sanità italiana del capitano Martinez, ove si dirigeva il 3°/157° risalendo il Dirillo.

   22. LE FORMICHE CONTRO I LEONI

Quella sera tutti i cannoni italiani disponibili erano ai 608 metri di Caltagirone, puntati sulla piana di Gela, pronti a proteggere il ripiegamento a nord della Goering: tra essi quelli della 9° batteria, passata al comando del tenente Barnabà dopo che Marchegiani era stato colpito alla spalla da un aereo e portato in ospedale.
Quando quelle alture furono scosse dal fragore di tutte le artiglierie italiane, alla vista dei binocoli degli ufficiali italiani tutto apparve però chiaramente inutile: per quanti colpi andassero a segno, ed erano tanti, la lunghissima carovana nemica non si fermava!
Barnabà si sarebbe fatto sfuggire davanti a Causin una frase amara:
"Siamo formiche contro i leoni".
Alle prime luci dell'alba finirono le munizioni e tutte le batterie cominciarono mestamente a ripiegare verso Belpasso (CT), così il 13 luglio una grossa colonna motocorazzata di rangers del 1° e 4° battaglione, fanti del 1°/41°, half-track M 3 del 78° campale e camionette, Stuart e Scout Car dell'82° battaglione esplorante corazzato del CCB poté occupare Butera, mentre il giorno dopo fu la volta di Mazzarino, presa dal 26° RCT con l'appoggio degli Sherman della compagnia H del 67° corazzato, e di Niscemi, presa dal 18° con gli Sherman della compagnia G.
Il 18 luglio i resti della XVIII° brigata costiera sarebbero passati sotto la XIX°.

GELA PIANGE LA SCONFITTA DIVISIONE LIVORNO
Su 11.400 effettivi la Livorno in soli due giorni aveva perso 214 ufficiali e circa 7.000 tra sottufficiali, graduati e truppa, quasi il 70%, mentre i reparti costieri il 50%.
Il capitano Lyle tempo dopo avrebbe detto: "Continuammo a trovare brandelli umani appesi agli alberi per almeno una settimana..."
Nel nisseno ci furono anche 751 vittime civili: 136 a Gela (con anche 1.300 case su 14.000 distrutte); 92 a Niscemi; 51  a Mazzarino; 9 a Butera.

Il lento e penoso sfilamento dei prigionieri italiani in Corso Vittorio Emanuele fu accolto da uno sgomento e tragico silenzio, ma tanti gelesi non esitarono a offrir loro del pane, dell'acqua, una sigaretta, sfidando l'ostilità dei G.I. americani: Rosario Medoro (cit.) avrebbe sempre ricordato con grande commozione una giovane ragazza che un soldato americano praticamente denudò, strappandole con la punta della baionetta il vestito e facendola scappare per la vergogna tra le risate dei suoi commilitoni, solo per aver offerto a un soldato una bottiglia d'acqua.
I 2.000 prigionieri, molti feriti, furono tutti portati in un campo provvisorio sulla spiaggia, sotto l'attuale Municipio, in attesa dell'imbarco per l'Africa.

Prigionieri in Via Generale Cascino: quanta dignità nell'ufficiale di artiglieria al centro, nonostante tutto...

SECONDO QUADRO
ARRIVANO I BRITANNICI
23. IL VITTORIOSO DISASTRO DELL'OPERAZIONE "LADBROKE"

Poiché le temutissime difese costiere di Augusta, "le più potenti del Mediterraneo" come le magnificava il Regime, sei batterie costiere medio-pesanti, sei antiaeree, undici a doppio scopo, schierate su un fronte di ben 91 chilometri, rendevano praticamente impossibile un attacco diretto dal mare, gli strateghi alleati avevano scelto un'azione combinata dall'aria e da terra proveniente dall'interno, assai più debolmente presidiato in quel settore lungo 52 chilometri e profondo 13, così da prendere Siracusa e Augusta alle spalle.
L'attacco dall'aria, denominato in codice Operazione "Ladbroke", venne affidato ai 2.075 uomini della 1st Airlanding Brigade del Royal Army britannico al comando del 48enne Brigadiere Generale Philip "Pip" Hugh Whitby Hicks, le speciali truppe d'assalto trasportate sugli alianti inquadrate nella 1st Airborne Division, i paracadutisti del Maggior Generale George Frederick Hopkinson, i famosi Red Devils (per il basco che indossavano).
Gli aliantisti avevano il compito di conquistare la penisola della Maddalena e in particolare il Ponte Grande sul fiume Anapo, un viadotto di 120 metri posto sulla Via Elorina a sud di Siracusa che collegava due zone fortificate a sud e sud-est della città.

Partecipavano all'azione il 1° battaglione Border Regiment ed il South Staffordshire Regiment insieme con la 9° compagnia campale del genio e la 181° unità di sanità campale aerotrasportata, più un distaccamento di artiglieria con 7 pezzi controcarro e 10 mortai da 3 pollici (76 mm) e 6 jeep.
Dopo aver volato ad alta quota per sfuggire alla contraerea, gli aerei-guida dovevano rilasciare a 2.500 metri dalla costa gli alianti, a essi collegati da un cavo di 100 metri: si trattava di ben 120 WACO CG-4 americani, da mollare a 600 metri di altezza, e 8 Airspeed Horsa inglesi, da mollare a 1.200 metri di altezza.
Il piano prevedeva che le compagnie A e C degli Staffords, a bordo di 6 Horsa, arrivassero alle 23,15 del 9 luglio nelle contrade Pantanelli e Carrozziere, oltre il Canale Mammaiabica, a mezza via dal porto cittadino, in una zona di frutteti e campagne piena però anche di massi e muriccioli tirati su a secco, potenzialmente letali per gli alianti ma invisibili dalle foto prese dall'alto, e catturassero intatto il ponte con un colpo di mano, mentre il resto della brigata doveva atterrare alle 01,15 del 10 luglio in diverse Target Zones tra i 3 ed i 5 chilometri di distanza a ovest della Maddalena nei pressi di Torre Milocca per mettere fuori gioco le batterie navali, raggiungere gli altri sul ponte e tenerlo fino all'arrivo della 5° divisione di Berney-Fincklin.

Montgomery, indeciso se far intervenire anche i paracadutisti, solo negli ultimi giorni aveva optato finalmente per i soli aliantisti ma, una volta cancellata la prevista azione della 2nd Parachute Brigade su Augusta, solo allora si era accorto che gli aerei-guida inglesi disponibili erano troppo pochi, quindi aveva chiesto di utilizzare i Dakota americani del 51° stormo, con cui la 1° Airborne inglese era già abituata a collaborare: poiché però non avevano alcuna esperienza con gli alianti, a differenza del 52° stormo, fu a quest'ultimo che ci si dovette rivolgere, anche se da mesi si addestrava solo con l'82° Airborne americana!
Non solo, ma sia gli Horsa che i WACO, più piccoli e leggeri, quindi più sensibili al vento ed al clima, erano giunti a spizzichi e bocconi solo ad aprile ed in cattive condizioni in Nord Africa, quindi si era perso molto tempo per assemblarli (in certi casi mancavano anche le istruzioni su come montarli!): i piloti degli alianti, tutti inglesi, con nessuna esperienza di combattimento e spesso senza prontezza operativa, poterono così effettuare solo due esercitazioni complete, e solo di giorno, in condizioni perfette di luminosità, tempo atmosferico e soprattutto senza che nessuno gli sparasse addosso...
I piloti inglesi avevano quindi in media sole 8 ore di volo su aliante alle spalle; 4,5 in formazione; 1,2 sui WACO; nessuna in volo notturno e tanto meno di guerra!

IL CAOS NEI CIELI DELLA SICILIA ORIENTALE
Ecco perché, presi d'infilata da un fortissimo maestrale che soffiava a 40 nodi, solo 59 dei 128 alianti impiegati, agganciati a 109 Dakota del 52° stormo e a 7 Halifax del 295° squadrone e 12 Albemarle del 296° del 38° stormo RAF del Commodoro dell'Aria William Primrose, riuscirono ad arrivare a terra, alcuni a 60 chilometri dagli obiettivi!
Solo 12 di essi atterrarono nelle Target Zones, uno dei quali, quello pilotato dal capitano Ian McArthur, al termine della discesa s'impennò dopo aver urtato con la coda un muricciolo, fermandosi di schianto col muso nel terreno: fratturato ad un piede, McArthur sarebbe stato curato alla meglio e lasciato sul posto dai passeggeri, tutti sani e salvi, lesti poi a lanciarsi verso gli spari.
Di tutti gli altri alianti, 18 finirono a Malta o in Tunisia, uno in Sardegna ed almeno 69, sganciati prima del previsto, caddero in mare, tra cui 5 sui 6 della 181° unità di sanità, mentre i restanti furono abbattuti dalla contraerea o sparirono nel nulla (v. Ezio Costanzo, cit., pagg. 99-100, QUI e QUI).

Philip "Pip" Hugh Whitby Hicks
Lo stesso Horsa di "Pip" Hicks, pilotato dal tenente colonnello William Chatterton, comandante del Glider Pilot Regiment, venne sganciato troppo presto.
Accortosi che nel buio della notte lui ed i suoi uomini sotto il tiro della contraerea stavano praticamente precipitando nella tempesta sulle scogliere, Hicks con macabro "sense of humour" si sarebbe volto a Chatterton dicendo:

"Non va affatto bene, Bill!"

I suoi uomini sarebbero comunque riusciti ad abbandonare l'aliante caduto in mare, a raggiungere la riva a nuoto e ad attaccare una batteria costiera, facendo meritare a Hicks una seconda Distinguished Service Order (DSO) dopo la prima guadagnata a Dunkerque.
Hicks avrebbe combattuto fino ad Arnhem in Olanda nel settembre 1944, ma la decisione di Montgomery di rilevarlo dagli incarichi operativi a causa dell'età e dell'usura fisica l'avrebbe portato ad una precoce pensione nel 1948: sarebbe morto, appena 72enne, nel 1967.



TRENTA INVECE DI TRECENTO
Solo un aliante dei 10 previsti, l'Horsa n. 133 pilotato dal sergente Dennis Galpin,  riuscì ad atterrare all'alba a circa 500 metri dalla spalla sud del ponte, con i 30 uomini di un plotone del 2° South Staffordshire, guidato dal giovane tenente Lennard Whiters*.
Questi lanciò lo stesso i suoi all'attacco, divisi in due gruppi, in sei a nuoto sul canale Mammaiabica e sull'Anapo ed il resto frontalmente verso il ponte, accerchiando da nord e da sud il presidio del CCCLXXXV° battaglione del tenente colonnello Aliotta del 121° costiero di Augusta, protetto alle due estremità da due bunker circolari medi per armi leggere, con un nido di mitragliatrice sulla sola riva nord, e neutralizzandolo dopo una breve lotta.
Disattivate le mine già predisposte dagli italiani, gli inglesi rimasero in attesa delle avanguardie della 5° divisione e vennero nel frattempo raggiunti da altri 87 uomini, tra cui molti del Border Regiment e sette ufficiali del quartier generale di brigata al comando del tenente colonnello A. G. Walsh, scesi da tre Horsa atterrati a circa tre chilometri di distanza.
Subito dopo che l'Horsa pieno di munizioni del capitano Denholm esplose nell'impatto al suolo a circa 180 metri dal ponte uccidendo tutti gli occupanti, gli aliantisti dovettero far fronte al primo timido contrattacco di una compagnia del battaglione marinai inviato dal Contrammiraglio Priamo Leonardi: era però solo un antipasto.
Sin dalle 03,00 infatti Leonardi aveva inviato iGruppo tattico di Canicattini Bagni del maggiore Vincenzo Guzzardi a bordo di 22 autocarri in soccorso del CDXXX° battaglione della 206° costiera sotto attacco a Cassibile: il I°/75° fanteria della Napoli di Guzzardi, insieme con i 95 uomini della 2° compagnia ciclisti del capitano Torquato Panusa e la 1° batteria da 75/27 t.m. del capitano di complemento Mario Cadeddu del CXXVI° gruppo erano riusciti a catturare addirittura 160 prigionieri, ma poi erano stati dirottati sulla Maddalena sotto attacco. 
Così, alle 08,00, preceduto di pochi secondi da una motopompa dei vigili del fuoco di Siracusa che tornava in città dopo aver domato un incendio, l'intero gruppo tattico irruppe sul ponte!

Sotto le raffiche degli Sten dei britannici nascosti tra gli alberi caddero subito tre pompieri, i siracusani Luciano Di Natale e Francesco Sicuso, ed il canicattinese Antonino Rubera, e due militari saliti sul loro mezzo al posto di blocco presso la casa cantoniera di Faro Carrozziere, il vicebrigadiere di polizia Calisto Calcagno, 43enne di Piazza Armerina, sposato con due figli, colpito al petto dopo aver esploso pochi colpi con la sua Beretta, e Nunzio Formisano, un milite disarmato dell'Unione Nazionale Protezione Antiaerea (UNPA), 23enne di Siracusa, anche lui sposato e con una figlia, colpito alla testa, ma appena dopo un paio di compagnie di Guzzardi attaccarono su tre lati insieme con i marinai e un'altra compagnia dello stesso CCCLXXXV°.
Poiché la 5° divisione era sbarcata a Pachino solo alle 06,30, con due ore e mezza di ritardo, sia per la reazione delle difese costiere italiane sia soprattutto per il mare mosso che aveva reso assai difficoltosi e dispersi gli approdi, gli aliantisti alle 15,30, ormai stremati, senza più munizioni e ridotti dopo oltre sette ore di lotta a soli 15 uomini validi, furono costretti ad arrendersi.
Quando però tutto sembrava perduto, all'improvviso alle 16,00 il suono delle cornamuse annunciò l'arrivo dei carriers del 2° Royal Scots Fusiliers della 17° brigata, ormai padrone di quell'area dopo aver travolto prima la batteria rimasta di retroguardia al Km 11,00 della rotabile Canicattini Bagni-Siracusa, con il maggiore Paoli comandante del CXXVI° gruppo caduto pugnalato, e successivamente la 1° compagnia del I°/75° al posto di blocco del Km 04,00, con la morte tra gli altri del sergente Antonio Tonellotto di Cittadella (PD) e del soldato portaordini Sebastiano Mangiafico di Canicattini, entrambi medaglie d'argento alla memoria.
Lo scontro col CCCLXXXV° presso la casa cantoniera al Km 405,00 della S.S. 115 era segnato già in partenza: dopo mezz'ora di lotta, il ponte, cosparso di cadaveri, tornava inglese.
Poco più tardi il 2° battaglione Northamptonshire Regiment della 17° riusciva anche a liberare i prigionieri che si stavano avviando scortati verso Siracusa, costringendo Guzzardi ad un'affannosa ritirata con molte perdite verso Floridia, già sotto assedio però dei carri armati sbarcati a Fontane Bianche: la 1° compagnia del capitano Francesco Carbonaro a Faro Carrozziere e la 3° del parigrado Mario Lucchesi a Punta Milocca vennero catturate quasi al completo, la 2° fucilieri del capitano Osvaldo Avallone e quella comando del parigrado Giglio Consoli, invece, sarebbero riuscite a sganciarsi insieme con i resti del CCCLXXXV°.
In quegli scontri si distinsero il capitano Francesco Carbonaro, medaglia d'argento, ed il sottotenente Vincenzo Sparti, medaglia di bronzo, entrambi del CCCLXXXV°,  e tre uomini della 2° ciclisti del I°/75° fanteria, il capitano Torquato Panusa ed il caporale Olindo Venturi, medaglie di bronzo, ed il sottotenente Pietro Bianco, comandante del 3° plotone, croce di guerra.
I corpi di Calisto Calcagno e Nunzio Formisano, intrappolati con quello di un terzo italiano sconosciuto nelle reti di sbarramento, sarebbero stati ripescati sette giorni dopo e seppelliti in una fossa comune sull'argine, con tre croci bianche recanti la scritta "Soldati italiani sconosciuti", prima di essere riconosciuti ufficialmente (v. QUI e QUI).
Sono ora citati in una lapide posta sulla riva sud il 10 luglio 2008 dall'Associazione "Lamba Doria" sui resti del vecchio ponte, demolito negli anni '50, di cui restano le sole spalle laterali, ora dedicato ai "Caduti del 10 luglio 1943".
A Calcagno il comune di Siracusa ha dedicato una via.
*http://www.operation-ladbroke.com/galpins-glider-new-photo-operation-ladbroke-star-landing/

SIRACUSA È IL PRIMO CAPOLUOGO A CADERE (10 LUGLIO)
Alle 17,00 il ponte veniva attraversato dai primi Sherman provenienti da Cassibile, lo squadrone B del maggiore A.W. Grant del 3° reggimento County of London Yeomanry del tenente colonnello G.G.L. Willis, gli Sharpshooters (I tiratori scelti) della 4° brigata corazzata The Black Rats (I topi neri), che alle 21,00  arrivarono a Siracusa.

Ben 314 diavoli rossi e 14 piloti trovarono la morte nell'Operazione Ladbroke (252 annegati in mare), e 174 degli uni e 87 degli altri figurarono tra i feriti e i dispersi.
La 1° brigata aliantista già dal 13 luglio venne rimandata in Nord Africa.
Tutti i caduti riposano ora al War Cemetery di Siracusa.

24. SBARCANO I COMMANDOS

Più volte, nei giorni precedenti, le spiagge dello sbarco erano state visitate in kayak, a due alla volta, dai commandos esploratori dello SBS, i COPP (Combined Operations Pilotage Parties)trasportati fin lì da sottomarini, e proprio ad Augusta un commando era stato ferito.
Ora si trattava però di utilizzare ben 4 squadroni da 400 uomini, il 3° del tenente colonnello 28enne John Frederick Durnford-Slater, il 40° del parigrado James "Pop" Calvert Manners ed il 41° di Bruce J.D. Lumsden, più un quarto di riserva, il 2° di John Malcolm Thorpe Fleming Churchill, lontano parente del premier, soprannominato "Fighting Jack" (Jack il combattente) o "Mad Jack" (Jack il pazzo) dai suoi per la sua mania di combattere sempre in prima fila munito di arco lungo, frecce e spada scozzese a lama larga!

Trasferitisi ad Algeri, al comando del Maggior Generale Robert Laycock, e suddivisi in 5 unità, ognuna con 3 ufficiali, due mortai da 3 pollici e due mitragliatrici Vickers, alle 02,45 di notte i commando n. 40 e 41 vennero sbarcati ad ovest di Capo Passero, con due Landing Craft Guns (cannoniere da sbarco), le LCG 9 e 10, rispettivamente a Punta Castellazzo e Punta delle Formiche, per coprire il fianco sinistro degli anglo-canadesi, mentre il n. 3 con aggregato uno squadrone SAS sudafricano sbarcò con la LCG 3 alle 02,35 Scoglio Imbiancato, 50 chilometri più a nord, tra Fontane Bianche ed Ognina, per catturare le postazioni della 206° costiera a Torre Cuba e Spinagallo.

L'ATTACCO ALLA LAMBA DORIA
Un obiettivo prioritario per i britannici era l'imponente sistema difensivo costiero della Penisola della Maddalena, poco più a sud di Siracusa, un forte complesso di tre batterie navali a doppia funzione antinave ed antiaerea formato dalle due imponenti gemelle Lamba Doria ed Emanuele Russo, situate alle due estremità della penisola, la prima a Capo Murro di Porco, la seconda a Punta della Mola, insieme con la più modesta A.S. 493, armata con 6 pezzi da 102/35 e l'ancor più piccola A.S. 365 antiaerea di Punta Caderini, con 6 pezzi da 76/40.
Sei nidi di mitragliatrice tenuti dai 120 uomini della 4° compagnia del capitano Giuseppe Siracusano del CCCLXXXV° erano sparsi per tutta la Maddalena.

La Lamba Doria, dedicata al grande ammiraglio genovese vincitore l'8 settembre 1298 dei veneziani nella battaglia navale di Curzola in cui fu catturato Marco Polo, era composta da tre pezzi navali scudati da 152/50 che tenevano sotto tiro l'intero Golfo di Noto, più una postazione illuminante da 120/40 e tre mitragliere antiaeree fisse svizzere Oerlikon da 20/72.
Affidata al seniore Antonino Pandolfo di Siracusa, della 7° legione MILMART, era temutissima  perché posizionata su un'alta scogliera a strapiombo sul mare, con gli uomini al riparo di bunker ed anfratti naturali: incaricato della missione fu quindi lo Special Raiding Squadron (SRS), Squadrone Speciale di Incursori, un reparto d'élite delle SAS al comando del duro ed atletico tenente colonnello irlandese 28enne Robert Blair "Paddy" Mayne, fino a pochi anni prima nazionale irlandese di rugby, promettentissimo peso massimo di pugilato nonché ottimo golfista.

Dopo un durissimo addestramento ed uno speciale corso di roccia effettuato in Palestina quei 287 uomini partirono il 7 luglio da Porto Said a bordo del piroscafo Ulster Monarch sbarcando a terra alle 02,00 del giorno 10 nel buio di quella piovosa notte senza luna: in tre scaglioni, prima la sezione del capitano John Anthony Marsh, poi quella del tenente Peter Davis, infine i genieri del tenente Derrick Harrison pur bagnati fradici si diressero verso le pareti a picco del promontorio, mentre sulle loro teste il cielo era illuminato dalle luci delle fotoelettriche e dai rumorosi traccianti che solcavano il buio della notte, punteggiato dagli scoppi della contraerea e dalle sagome degli aerei in volo da cui scendevano centinaia di fiori grigi quasi invisibili...
I commandos presero a scalare le rocce, viscide di pioggia ed acqua marina ma non protette con reticolati o campi minati perché ritenute inviolabili, arrivando silenziosamente in cima: mentre gli ignari legionari della MILMART sparavano con le Oerlikon contro i velivoli britannici vennero uccise le sentinelle di guardia, poi Marsh da un lato e Davis dall'altro attaccarono le piazzole dei cannoni con gli Sten e le bombe a mano, cogliendoli totalmente di sorpresa.
La batteria cadde alle 04,00 di mattina, senza perdite per gli inglesi e con 7 morti e 10 feriti gravi tra i legionari, ed alle 05,30 i cannoni vennero fatti saltare dai genieri di Harrison.
Gli uomini di Paddy Mayne attaccarono anche la batteria A.S. 493 con i mortai da 3 pollici, dopo aver distrutto una stazione radio, inducendo i legionari a far saltare i pezzi ed abbandonare il presidio, così creando uno spaventoso effetto a catena che coinvolse subito anche la vicina A.S. 365 di Punta Caderini, abbandonata facendo saltare i pezzi quando arrivarono anche gli aliantisti di Hicks, e la mattina seguente la gemella A.S. 309 di Capo Farruggia.
In totale in solo 17 ore i commandos dell'SRS sarebbero riusciti a neutralizzare tre batterie costiere, catturando circa 450 artiglieri e mettendo fuori combattimento 300 altri soldati italiani (v. QUI) al costo di un caduto, tre feriti e 23 dispersi!


25. LA DEFEZIONE DELLE ALTRE BATTERIE COSTIERE

Tra gli italiani prese a diffondersi il panico, alimentato da un mefistofelico passaparola arricchito di particolari spesso agghiaccianti, tra i quali l'usanza degli Alleati di fucilare sul posto tutti quelli che indossavano la divisa nera, per cui nelle successive 24 ore tutte le altre batterie della 7° MILMART defezionarono, in certi casi senza nemmeno sparare un colpo, a cominciare proprio dalla Emanuele Russo di Punta della Mola, abbandonata all'alba del giorno 10, senza però neppur far saltare i pezzi, per evitare l'accerchiamento di commandos e aliantisti, vanamente contrastati dai pochi finanzieri della brigata litoranea di Massoliveri, che ebbero anche un caduto, l'appuntato Giuseppe Ferro, classe 1894.
Persino l'enorme Opera A di Siracusa di Capo Santa Panagia, con due cannoni da 381/40 appartenuti alla corazzata Caracciolo capaci di sparare proietti da 900 chili a 30 chilometri di distanza, si limitò a sparare 17 colpi la mattina del 10, salvo poi essere abbandonata quella sera stessa coi pezzi messi fuori uso, come accadde ad altre batterie antinave, e antiaeree da 76/40 e postazioni di mitragliere da 20 e 30 mm della MACA...
Un collasso generale assolutamente intollerabile, morale prima ancora che militare, che sarebbe culminato nella resa senza combattere di Augusta.
(V. http://www.lambadoria.it/bunker/articoli/Piazza%20Militare%20Marittima%20di%20Augusta.pdf).

Robert Blair "Paddy" Mayne
Mayne sarebbe stato decorato con la seconda delle sue quattro DSO (uno dei soli 7 ufficiali a riceverne così tante), mentre avrebbero ottenuto la Military Cross (MC) il capitano Harry Poat ed il tenente Johnny Wiseman, che catturarono 40 italiani, e la Military Medal (MM) riservata ai subordinati il sergente maggiore Albert Reginald "Reg" Seekings, già premiato con una Distinguished Conduct Medal (DCM) in Nord Africa, capace di neutralizzare da solo con le bombe a mano ed il suo revolver un pill-box armato di mitragliatrice ed una vicina postazione di mortaio.
La notoria indisciplina di Mayne gli precluse sempre l'ambitissima Victoria Cross: divenuto avvocato, sarebbe morto solo 40enne nella notte del 14 dicembre 1955 in un incidente stradale, al ritorno, forse un po' brillo, da una riunione della sua loggia massonica.

Sbarco della 51° divisione "Highland" britannica



26. LA DISPERATA RESISTENZA DELLA 206° DIVISIONE COSTIERA

Achille d'Havet
Sul fronte ionico a combattere si trovò quasi da sola la 206° divisione costiera del Marchese Achille d'Havet, un pluridecorato generale bolognese degli alpini che aveva combattuto a fianco dei britannici contro gli austriaci nel '15-'18 e conosceva benissimo l'inglese.

Il colonnello Gian Felice Grosso, capo di Stato Maggiore del XVI° CA del Generale Rossi, non aveva fatto che ricevere tra le 17,55 e le 22,10 del 9 luglio puntuali e dettagliate telefonate dal comando della VI° armata, almeno sette secondo il diario storico del CA, che gli segnalavano un'imponente forza navale diretta da Malta e Pantelleria verso la Sicilia orientale: dopo l'ultima dal Comando FF.AA. era giunto al maggiore Missi dell'ufficio operazioni l'ordine di diramare a tutti i comandi e reparti dipendenti lo stato d'allarme.
Per difendere quei 132 chilometri di costa dall'assalto in due ondate di ben  39 battaglioni in totale più quattro squadroni di commandos, oltre a una brigata di aliantisti, d'Havet disponeva appena di tre reggimenti di fanteria, con solo 215 mitragliatrici, 474 fucili mitragliatori, 34 mortai da 81 (uno ogni 3,88 chilometri), 22 pezzi anticarro (uno ogni 6), 15.000 mine e due sole linee di filo spinato, oltre che dei cinque gruppi d'artiglieria del 44° Raggruppamento della GaF del colonnello Romeo Escalar, con 56 cannoni campali per lo più ippotrainati (uno ogni 2,36 chilometri), di cui 8 ad affusto rigido, serviti da pochissimi uomini.
Anche per questo la difesa, che disponeva di una sola rete di comunicazioni per comando ed artiglieria, con poche pile disponibili e pochi motociclisti, e di rari autocarri e motociclette, spesso in non buone condizioni (il 50% dei copertoni sarebbe stato da cambiare!) non poteva che avere carattere solo locale e di breve durata.

LE FORZE DELLA 206° DIVISIONE COSTIERA*
Più a nord-est, al confine col Comando Piazza Militare Marittima di Augusta-Siracusa, difeso dai circa 3.000 uomini del 121° reggimento costiero autonomo del colonnello Francesco Damiani (battaglioni CCXLVI° del maggiore Franco Rollo fronte mare ad Augusta, CCCLXXXV° del tenente colonnello Aliotta fronte mare a Siracusa, DIV° del maggiore Vincenzo De Lorenzis nel settore di terra Augusta-Melilli, DXL° del maggiore Campolillo in quello di terra Belvedere-Grottone), era posizionato a difesa di 42 chilometri di costa il 146° reggimento di Noto del colonnello Felice Bartimmo Cancellara, un pluridecorato ex ufficiale di carriera 63enne di nobile famiglia di Venosa (PT), che, congedato da maggiore nella Grande Guerra per le gravissime ferite da granata riportate in combattimento, era stato richiamato in servizio a novembre da tenente colonnello, strappandolo alla sua tranquilla quotidianità di professore, umanista, curatore di mostre, nonno e podestà della sua città, e subito promosso colonnello dopo un breve corso alla scuola di guerra.
Alle sue dipendenze erano il CDXXX° battaglione di Cassibile del maggiore Federico, schierato sui 18 chilometri da Massa Palma a Caponegro, il CCCLXXIV° di Avola del maggiore Umberto Montemaggi, tra Caponegro e Vendicari, e di riserva a Noto il CCXXXIII° semoventi da 47/32 del tenente colonnello Giovanni Maria Giacomo Elena, piemontese di Villalba, col comando battaglione, il plotone comando e la 2° e la 3° compagnia, con la 1° distaccata a Pachino alle dipendenze del 122°, e solo 15 cingolati sui 54 previsti, e infine il CDXXXVII° del tenente colonnello Albesano, anch'esso con un'altra compagnia distaccata a Pachino.
Si trattava, parole del suo diario, di "un'accozzaglia di anziani riservisti, per lo più siciliani, carichi di figli e senza nessuna voglia di battersi per difendere l'Italia imperiale, equipaggiati e armati con fondi di magazzino. Avevo ai miei ordini quanto di peggio armato, equipaggiato e addestrato avesse mai avuto l'Italia" (Domenico Anfora, "La cresta a coltello", pag. 76).

Al centro 
era dislocato il 122° di Pachino del colonnello Camillo D'Apollonio, con soli due battaglioni per 55 chilometri di costa, il CCXLIII° del tenente colonnello Rosario Cataldi a Capo Passero tra Marzamemi-Vindicari e Marza-Punta Castellazzo e il CCCLXXV° di Pozzallo del maggiore Pettinato, con tre compagnie schierate da ovest di Punta Castellazzo fino a Punta Religione e una quarta di riserva a nord di Pozzallo. 

Più a sud-ovest, sulla linea di Punta Braccetto, 
era infine il 123° di Scicli del colonnello Giuseppe Primaverile: ne facevano parte il CCCLXXXI° del maggiore Ottorino Carpi a Cava d'Aliga, tra Donnalucata e Sampieri, il CCCLXXXIII° del tenente colonnello Francesco Milazzo a Santa Croce Camerina e le due compagnie  del capitano Nereo Tixi del DXLII° territoriale mobile dei bersaglieri a Scicli, con altre due una a Pachino e l'altra a Rosolini, dov'era anche il Gruppo mobile F, aggregato alla 206° dal 22 maggio insieme al Gruppo tattico Sud di Ispica e alla 3° guastatori dell'XI° Livorno del capitano Casertano, armata solo di lanciafiamme.
Il totale della divisione saliva così a circa 9.600 uomini e 450 ufficiali (solo 50 quelli in s.p.e.).

Infine, a parte il Comando Difesa Fissa Aeroporto 517 di Pachino del maggiore Motta, con la 15° fucilieri del capitano Leopoldo Cereda e i due plotoni della 16° mitraglieri dei sottotenenti Luigi Barbieri e Francesco De Rosa del IV°/121° Maceratala 815° batteria a/a da 20/65 della 13° MACA del capo manipolo Mario Nencioni (ma v. QUI) e la 321° autonoma della GaF da 149/13 del capitano Carlo Domenighetti, alle dipendenze dirette del XVI° CA era il CIV° battaglione mitraglieri della GaF del tenente colonnello Vittorio Clerici (la 511° compagnia a Santa Croce Camerina, la 512° a Pachino, la 513° a Sampieri, la 537° ad Avola, la 542° a Vindicari, la 625° a Pozzallo), che insieme con altre batterie autonome, cinque NAP (ognuno con soli 5 MAB sui 35 previsti, con poche munizioni), un autoreparto su quattro sezioni, una compagnia mista del genio e le locali stazioni di carabinieri e finanzieri completava le difese in quel settore.

*Si veda anche http://www.museosicilia1943.it/site/la-guerra-nel-ragusano/

UNA IMPONENTE FORZA NAVALE PROTEGGE LO SBARCO
Lo spettacolo affascinante e terribile di quelle 818 navi da guerra e da sbarco e delle oltre 700 unità anfibie della Eastern Naval Task Force dell'Ammiraglio Sir Bertram Ramsay, presente con Lord Mountbatten a bordo del cargo armato Antwerp, lasciava senza fiato!
Cinque flotte erano comparse davanti alla costa ionica:
- a sud della Maddalena la Force A del Contrammiraglio Thomas Hope Troutbridge, a bordo della Landing Ship Headquarters LSH Bulolo, con la 5° e la 50° divisione imbarcate su due convogli, col sottomarino Unruffled come faro guida;
- verso Pachino la Force N del capitano di vascello Lord Edward Russell Gibson, terzo barone di Ashbourne, a bordo della nave comando Keren, con la 231° brigata su due convogli, con davanti il sottomarino Unseen;
- al largo di Capo Passero, la Force B del Contrammiraglio Rodherick McGrigor, sul cargo armato Largs, con la 51° divisione, su tre convogli, col sottomarino Unison;
- verso la costa ovest di Pachino la Force V del Contrammiraglio Sir Philip Vian, sulla nave comando Hilary, con la 1° canadese a bordo di due convogli, col sottomarino Unrivalled.
Appoggiava lo sbarco la Support Force East del Contrammiraglio Sir Cecil Harcourt, schierata a sud-ovest di Siracusa, con gli incrociatori leggeri Newfoundland, Mauritius, Uganda e Orion, i contraerei Carlisle, Colombo e Dehli, l'altra unità antiaerea Palomar, tutti muniti di numerosi pezzi da 152 e 127, e i due monitori Erebus e Roberts, ognuno armato con due pezzi da 381, 8 antiaerei da 100 e 16 antiaerei Pom Pom da 40, scortati a loro volta da 51 caccia britannici, 5 greci e due polacchi, due cannoniere olandesi, 6 fregate, 18 corvette (una greca), una decina di più piccole ausiliarie di varie nazioni e 8 dragamine.
Più al largo c'erano infine la Force H del Viceammiraglio Sir Algernon Usborne Willis, con le quattro navi da battaglia Nelson e Rodney provenienti da Alessandria e Warspite e Valiant da Malta, che scagliavano da 25.000 metri proietti da 406 mm le prime due, da 381 le altre, più gli incrociatori leggeri Aurora, Penelope, Cleopatra ed Euryalus, 18 altri caccia (di cui uno greco ed uno polacco), e soprattutto le due portaerei FormidableIndomitable, con a bordo 55 Seafire ed Albacore della FAA-Fleet Air Arm.
Di riserva generale ad Algeri erano le due navi da battaglia della Force Z, la King George V e la Howe, armate con 10 pezzi da 360 mm l'una e 356 l'altra, con gli incrociatori leggeri Dido e Syrius e 6 altri caccia in attesa a sud della Sardegna!

IL SETTORE DI NOTO SOTTO ATTACCO DEGLI INCURSORI 
Il 146° fanteria sui 42 chilometri tra Capo Ognina e Vindicari dovette affrontare le due divisioni del XIII° CA di Dempsey (la 50° di Kirkman e la 5° di Berney-Fincklin), due squadroni commandos, il 3° dei Royal Marines di Durnsford-Slater e lo SRS di Paddy Mayne, e gli aliantisti di Hicks.
Cancellara avrebbe scritto nella sua relazione che dalla terrazza del suo comando di Palazzo Trigona a Noto al levar del sole si potevano vedere circa 600 navi, per lo più davanti a Pachino, avvolte dalla foschia accentuata dai nebbiogeni, senza nostre navi ed aerei in vista.
Gli sfortunati quattro capisaldi del CDXXX° battaglione del maggiore Federico, posizionati da nord-est a sud-ovest tra Santa Teresa Longarini, Torre Cuba, Fontane Bianche e la foce del Cassibile, avrebbero retto fino alla tarda serata a ben 18 battaglioni nemici sbarcati in più ondate lungo i 18 chilometri di spiagge finissime da Capo Ognina a Caponegro, i sottosettori ACID North e ACID Center affidati alla 5° divisione di Berney-Fincklin e su cui avrebbero particolarmente battuto i due pezzi da 381 del monitore Erebus.
Per Cancellara i combattimenti, accesisi sin dalla notte, restarono sempre circoscritti perché i fanti sparavano solo se attaccati direttamente, avendo una visibilità assai scarsa al buio, e la mancanza di campi minati permetteva al nemico di infiltrarsi facilmente tra i vari capisaldi ed aggirarli alle spalle.

A Santa Teresa Longarini in Contrada Mottava la 3° compagnia del capitano Domenico Valle riuscì a reggere agli aliantisti inglesi addirittura fino alle prime ore del giorno 11,
quando solo l'intervento dei carri armati della 4° corazzata l'avrebbe costretta alla resa: caddero tra gli altri, tutti medaglie d'argento alla memoria, il 30enne tenente Giuseppe Ferrari di Genova, comandante di un plotone ciclisti sopravvenuto da Cassibile, animatore della resistenza fino al punto di coinvolgere nella lotta gli operai che lavoravano al fossato anticarro, il sergente Giovanni Cicchetti, 21enne aquilano di Pereto, trovato dal cappellano Don Silvagno sgozzato con la sua stessa baionetta, e il 43enne carabiniere Francesco Cascone di Santa Croce Camerina, ucciso nel vicino passaggio a livello dopo ore di solitaria opposizione al nemico, cui dal 26 giugno 2010 è intitolata la caserma dei carabinieri di Cassibile.

A Capo Ognina il 2° plotone della 2° mitraglieri del capitano Alfredo Covatta fu attaccato addirittura coi lanciafiamme dal 2° Royal Scots Fusiliers e dal 6° Seaforth Highlanders della 17° brigata della 5° divisione, con 8 caduti tra cui il capo plotone, tenente Giulio Tartarelli, medaglia d'argento alla memoria: ormai tagliato fuori, il presidio di 17 uomini a Torre Ognina veniva circondato e preferiva a questo punto arrendersi.

A Torre Cuba, una posizione sopraelevata protetta da quattro mitragliatrici ai suoi quattro vertici, 53 soli uomini tennero testa per ore ad alcuni plotoni di aliantisti e della 17° brigata, cedendo solo dopo uno scontro finale di un quarto d'ora con il 3° scaglione del 3° commando del maggiore Peter Young, decorato con la MC per quest'azione, giunto in ritardo perché sbarcato erroneamente a Fontane Bianche, con 8 italiani feriti da una parte ed un aliantista ed un commando presi prigionieri dall'altra.

Proprio a Fontane Bianche i due battaglioni scozzesi sbarcati nella George Beach, la meravigliosa spiaggia del Gelsomineto, considerata la più bella dell'isola, sconfissero solo dopo molte ore di resistenza i 26 uomini del sottotenente Delio Bertolini della 4° compagnia, con 13 caduti tra cui lo stesso Bertolini.

Alla foce del fiume,
quando i commandos di Durnford-Slater riuscirono ad aggirare il caposaldo del tenente genovese 42enne Damocle Marcucetti di Rivarolo Ligure, caduto  con sette dei suoi sparando con la Breda, ed a prendere intatto il ponte sulla S.S. 115 che portava a Siracusa, sia Cassibile che Casanuova caddero subito dopo, nonostante la disperata opposizione del comando battaglione e degli otto uomini  al posto di blocco cittadino al comando del caporalmaggiore Bruno Agosti di Caprino Veronese, tutti caduti in mezzo ad un mare di altri feriti
Marcucetti ed Agosti ebbero la medaglia d'argento alla memoria ed in totale al battaglione furono attribuite 4 medaglie d'argento e 6 di bronzo alla memoria, più 2 a viventi (una al maggiore Federico), ma Cassibile e gran parte della rotabile per Siracusa già alle 10,00 erano in mano inglese tanto che alle 10,08 il Contrammiraglio Troutbridge della Force A comunicava che l'opposizione sulle spiagge era cessata, salve isolate sacche di resistenza.
Il sergente Stockman, un veterano scozzese del 6° Seaforth, anni dopo però avrebbe detto: "Ci vollero tre maledette ore per prendere Cassibile e ridurre al silenzio quei cannoni, il che causò al 6° Seaforth 40 perdite, tra cui tre ufficiali uccisi".
(Tullio Marcon, Assalto a tre ponti - Da Cassibile al Simeto nel luglio 43, pag. 41, cit. in Domenico Anfora, "La battaglia degli Iblei", pag. 75).

RESISTONO GLI ARTIGLIERI DEL 44° RAGGRUPPAMENTO
Erano infatti tre gruppi d'artiglieria del 44° Raggruppamento costiero della GaF a tenere botta: tra Santa Teresa Longarini e Cassibile, il XXVII° gruppo (ex CLXIV°) del maggiore Giuseppe Liberti, con tre batterie, due da 149/35 (79° e 81°) ed una munita di pezzi Skoda da 76/32 (80°); sulla costa a Villadorata, a cavallo del fiume Noto, il CII° del tenente colonnello Stringa, su tre batterie someggiate da 75/13 (47°, 48° e 227°); a Cozzo Mazzonena Sichilli la 1° batteria del capitano Amerigo Scanzio ed al bivio Bonivini-Modica la 2° del CCXXIV° di Noto del maggiore Vittorio Mambrini, coi pezzi Skoda da 100/22.

Il CII° ed il CCXXIV° gruppo avrebbero colpito sino almeno a metà mattinata le navi, i mezzi anfibi ed i battaglioni nemici sbarcati tra Avola e Cassibile: il 2° Royal Scots Fusiliers ed il 6° Seaforth Highlanders della 17° brigata (5° divisione), approdati alle 02,55 a Punta del Cane; i tre 6°, 8°, 9° Durham Light Infantry della 151° brigata (50° divisione), sbarcati alle 03,20 in parte sulla spiaggia di Capo Negro, Jig North, ed in parte per errore a mezzo chilometro a sud di Marina di Avola, "Jig South"; il 1° King's Own Yorkshire Light Infantry della 15° brigata (5° divisione), sbarcato con ritardo alle 03,45 a causa di rotte sbagliate sulla spiaggia How.


L'80° BATTERIA VIENE ESPUGNATA DAGLI ALIANTISTI
Le batterie più temute dagli inglesi erano tuttavia quelle del XXVII° gruppo: se della 79° si sa solo che cessò di sparare la mattina del 10, ben di più si sa della sorte dell'80° del capitano Giuseppe Di Lorenzo, posizionata presso la Masseria Scatà, in Contrada Platania, a 4 chilometri da Cassibile.
Essa venne espugnata dagli aliantisti guidati dal vice di Hicks, il colonnello Osmond Luxmoore Jones, il cui aliante, a bordo del quale c'erano uomini del quartier generale, era precipitato sui bordi di una scogliera finendo sotto tiro di una postazione italiana munita di riflettore a 100 metri di distanza: Jones ed i suoi, sfuggiti avventurosamente a parte il cappellano ed un segnalatore alla cattura, si erano imbattuti per caso nella sezione n. 2 del 1° plotone da ricognizione del Border Regiment. 
Essendo solo 15 uomini avevano deciso di nascondersi alle 04,00 in un casolare disabitato con l'idea di attaccare all'alba la vicina stazione ferroviaria di Santa Teresa.
Quando però diversi colpi provenienti dal mare alle 07,00 di mattina sfiorarono il loro rifugio si accorsero un'ora dopo, grazie ad alcuni esploratori mandati avanti, di essere a poche centinaia di metri da quella batteria di 5 cannoni, sparsa su un'area di circa 100 metri per 40, con diverse tende e postazioni protette da sacchetti di sabbia: proprio quella contro la quale le loro navi stavano sparando!
Alle 11,15, coperti da una cortina fumogena creata dal soldato Cox con alcune bombe a mano lanciate sull'erba lunga e secca in prossimità della batteria, mentre 4 uomini distraevano le difese sparando da due posizioni diverse con due Bren, una squadra composta dal tenente Budgeon con tre piloti britannici (due di Horsa ed uno di WACO), tutti armati di Sten, ed un'altra guidata dallo stesso Jones col maggiore Tompkins e 4 fucilieri del plotone ricognizione si avvicinarono in silenzio fino a 40 metri: poi, al segnale concordato si gettarono urlando all'attacco e dopo aver lanciato granate nelle tende e contro le postazioni protette dai sacchetti di sabbia riuscirono a conquistare l'intera posizione, con 6 caduti tra gli italiani, 6 feriti e 40 prigionieri e nessuna perdita per gli inglesi, anche se subito dopo venne scoperto in una delle tende dell'accampamento un pilota catturato e ferito.
Proprio mentre Tompkins stava completando l'opera di distruzione dei cannoni e di tutte le installazioni, facilitata dall'incendio sviluppatosi a seguito dello scontro, arrivò sul posto una compagnia del 2° Northamptonshire che si ritrovò fatto il lavoro che avrebbe dovuto fare lei.
Per quest'azione Jones ebbe la DSO (v. QUI, in lingua inglese).
Tra gli italiani caduti il sergente Salvatore Duminuco di Montedoro (CL) e l'artigliere Stefano Palminteri di Calamonaci (AG) vennero decorati alla memoria con la medaglia d'argento e quella di bronzo; altre decorazioni ottennero il tenente Pappalardo, rimasto ferito, decorato con la medaglia di bronzo, ed il sottotenente Ruggerini e l'artigliere Sgarlata, con la croce di guerra.

LA STORIA DI SALVATORE OCCHIPINTI
Ma per la sua posizione sopraelevata era proprio l'81° batteria, situata alla Masseria Cafici in Contrada Spinagallo, a nord di Fontane Bianche, il principale obiettivo del 1° scaglione del 3° commandos di Durnsford-Slater, sbarcato a Scoglio Imbiancato con 180 uomini alle 03,00.
L'artigliere telegrafista Salvatore Occhipinti, 29enne di Ragusa, nella vita civile venditore di formaggi, era stato assegnato all'81° per punizione per essersi assentato più volte senza permesso dal caposaldo di Contrada Camemi per recarsi dalla moglie di 23 anni e dal figlio di 2.
Quando furono tagliate le comunicazioni il giovane, incaricato di scoprire il motivo del guasto, seguendo a piedi tutta la linea telefonica al riparo dei cespugli si imbatté nei commandos di Durnford-Slater e ritornò subito indietro per avvertire i suoi commilitoni.
Il destino della batteria era comunque segnato: orientandosi nel buio con le bussole, i commandos, ucciso un contadino che gli aveva sparato addosso con una doppietta, la localizzarono presso il Vallone Mortellaro, circondandola silenziosamente, e poi la colpirono di sorpresa coi mortai e le mitragliatrici, attaccando infine con le bombe a mano, i mitra e le baionette quando esplose la prima riservetta delle munizioni.
Salvatore Occhipinti protesse la ritirata dei suoi sparando da solo con una Breda, fino a quando venne preso di mira dai mortai di Durnford-Slater, che per quell'inaspettata resistenza aveva perso 3 uomini: alle 08,30 di mattina giaceva riverso sulla sua arma, come il 70% del personale della batteria.
Il suo corpo, sommariamente seppellito dietro la masseria dagli inglesi, sarebbe stato ritrovato mesi dopo da Salvatore Licitra, fratello della moglie Giuseppa, che lo riconobbe per la collanina d'oro al collo, dono di fidanzamento della sorella.
Il 15 aprile 1947 gli sarebbe stata conferita la medaglia di bronzo alla memoria.
Nel 2014, nel centenario della sua nascita, Ragusa gli ha intitolato una via, con una cerimonia alla presenza di una nipote e del commosso figlio Carmelo (v. QUI e QUI).

LA RESISTENZA TRA CAPONEGRO, AVOLA  E CALABERNARDO

Tra Caponegro e Calabernardo, difese dal CCCLXXIV° battaglione del maggiore Umberto Fontemaggi, i tre Durham della 151° brigata della 50° divisione Northumbrian, sbarcati nel sottosettore ACID South nelle due spiagge Jig, ne dichiararono  sin dalle 06,19 l'avvenuta conquista, ma in realtà per molte ore si ritrovarono anch'essi sotto il tiro delle artiglierie italiane, soffrendo molte perdite.


Avola: soldati inglesi osservano i cadaveri di alcuni italiani
Nei dintorni di Avola, in Contrada Santa Venericchia, avvenne quello che fu probabilmente lo scontro singolo più duro dell'intera battaglia di Sicilia, quando il PBC n. 458 al Km 384,00 sulla statale S.S. 115 per Noto, difeso dai 22 soldati del tenente Alfonso Passaniti, 34enne di Butera, armati di fucili, mitragliatrici ed un cannone da 100/17 sulla sponda sinistra del torrente Mammaledi, puntato verso il mare, venne attaccato nella notte da paracadutisti americani, cui si aggiunsero alle prime luci dell'alba da nord proveniente dalla stazione di Avola una compagnia del 9° e da sud una del 6° Durham: soccorso dai finanzieri di Fontane Bianche del maresciallo capo Luigi Leopardi, comandante della brigata di Avola, quel plotone si arrese solo alle 10,00 con 14 caduti (tra cui il tenente Passaniti, medaglia di bronzo alla memoria, ed il sergente Gazzetto), contro ben 105 del nemico, e tutti gli 8 superstiti feriti.


Luigi Ignazio Adorno
Tra i caduti vi fu un 26enne studente di giurisprudenza che si era arruolato nel 1940 sospendendo gli studi al terzo anno, il sottotenente di complemento Luigi Ignazio Adorno: il giovane, pur colpito al petto, aveva continuato  a sparare con la pistola, con l'altra mano sulla ferita per tamponare il sangue, ma poi, una volta catturato, si era liberato ed era riuscito a distruggere con una bomba a mano un automezzo britannico, uccidendone gli occupanti, prima di essere definitivamente colpito a morte.
Secondo il fante Corrado Belfiore il suo corpo venne seppellito dagli stessi inglesi con l'Onore delle Armi.
Sarebbe stato decorato con la medaglia d'oro alla memoria, e nel dopoguerra avrebbe ottenuto la laurea Honoris Causa a Catania.

Non fu l'unico caso di eroica resistenza: in Contrada La Guardiola il plotone del tenente Biagio Spina di Catania cadde dopo ore di lotta, con la morte di molti uomini tra cui lo stesso Spina, mentre a Calabernardo il presidio di fanti e finanzieri, sul Trivio per Siracusa-Noto-Marina di Noto, venne annientato solo a mezzogiorno, ormai circondato, dopo aver inflitto serissime perdite al nemico.
Un artigliere della 47° batteria, Sebastiano Russo di Buccheri (SR), falciato da una raffica di mitragliatrice mentre difendeva energicamente il deposito munizioni dall'assalto di forze superiori, avrebbe ottenuto la medaglia di bronzo alla memoria, mentre al Lido di Avola il presidio tenuto dal plotone del tenente Salvatore Giardina della 2° compagnia del capitano Diego Burgio, coperto dalla batteria di Cozzo Cappello, cedette solo dopo tre ore.
Alle porte della cittadina, presidiata da un paio di eroici plotoni della 2° compagnia, si sacrificarono tutti i pochi fanti barricati in una casamatta armata con una mitragliatrice tra Via Nizza e Via Siracusa, e l'ultimo a cedere fu il mitragliere Giuseppe Borbone, di Raddusa, medaglia d'argento alla memoria, pugnalato alle spalle come più o meno capitava negli stessi momenti al caporalmaggiore Pellegrini a Gela.
Le ultime resistenze cessarono fuori dall'abitato, presso il comando battaglione, quando alle 17,00 il maggiore Fontemaggi, medaglia d'argento come il tenente Cammarata, si arrese con gli ultimi 70 uomini: il sergente Giovanni Inglandi ed il fante Salvatore Rao ebbero la medaglia di bronzo alla memoria.

I SEMOVENTI DEL CCXXXIII° PROTEGGONO NOTO  
Sin dalle 08,00 del 10 luglio i 5 corazzati della 1° compagnia  del tenente modenese Mario Pittigliani del CCXXXIII° battaglione semoventi da 47/32, di pattuglia sulle rotabili San Lorenzo-Marzamemi e Pachino-Noto, dopo aver intercettato alle prime ore dell'alba numerosi paracadutisti, catturandone diverse decine, erano andati tutti perduti in un impari scontro con gli Sherman del 50° carri della 23° corazzata provenienti da Avola, anche se il sottotenente Ugo De Cesare, il parigrado Dante Locatelli e i sergenti Ezio Cara e Aldo Crippa avevano distrutto alcuni carri nemici.
Erano caduti una ventina di carristi tra cui Giovanni Grecchi, medaglia d'argento alla memoria, ma Pittigliani aveva apprestato coi suoi uomini rimasti appiedati degli improvvisati sbarramenti controcarro e con quelli stava coraggiosamente rallentando il nemico.
Il colonnello Bartimmo Cancellara, inviata alle 09,00 la 3° compagnia del tenente di complemento Guido Tomasone incontro a mezzi blindati in avvicinamento a Noto, respinti con successo, una volta sgombrato il deposito munizioni aveva incaricato alle 10,00 anche la 2° del pluridecorato capitano in s.p.e. Franco Calissoni, eroe di Spagna ed El Alameindi presidiare gli accessi ai bivi di Pachino e Rosolini.
Un semovente italiano da 47/32
Ormai senza più notizie da Federico e Fontemaggi, con le batterie costiere quasi tutte neutralizzate e le comunicazioni col comando divisione ed il 122° interrotte dalle 15,00, Cancellara aveva deciso di appoggiare il CCXLIII° battaglione di Cataldi in ripiegamento da Pachino, che con l'aiuto delle artiglierie del CII° e del CCXXIV° gruppo aveva costituito un forte coagulo di resistenza proprio a Torre Cuba e Villa Noto.
Inviava quindi a metà pomeriggio verso Villa Petrosa di Noto, dov'era ripiegato il comando del CII° gruppo d'artiglieria, la 3° compagnia di Albesano e la 3° semoventi di Tomasone.

Dopo esser stati ricacciati indietro fino alla Villa Comunale, con la perdita dei sergenti Montesi e Natoli, dei soldati Bonetti e Ricò, di due carristi e di metà del plotone ciclisti, un immediato contrattacco guidato dal capitano Giulio Valzani (professore d'italiano nella vita civile ed aiutante maggiore di Cancellara ora) e dal parigrado Angeletti aveva consentito di riconquistare quella posizione, al prezzo di due morti e cinque feriti.
Circondato ormai da ogni parte, alle 18,30  il caposaldo era però caduto, costringendo i sopravvissuti a ritornare a Noto, protetti ancora dal CCXXXIII°, con la 1° compagnia appiedata di Pittigliani risoluta a resistere in una fattoria lungo la Pachino-Noto, la 2° di Calissoni ripiegata a Testa dell'Acqua nei pressi di Palazzolo e la 3° di Tomasone giunta a San Corrado di Fuori dopo ore di lotta contro il nemico proveniente da Avola.

In quel primo giorno ben 6 corazzati e 40 uomini del CCXXXIII° erano andati perduti.
Il 23enne sottotenente Ugo De Cesare, capace  nonostante le gravi ferite subite di distruggere due carri nemici, avrebbe ottenuto la medaglia d'argento, i capitani Pittigliani e Calissoni quella di bronzo ed il tenente Tomasone la croce di guerra, come il sottotenente Renzo Benedetti, il parigrado medico Roberto Granelli ed i sergenti Vito Colella ed Ezio Cara.
(Per ricostruire questi scontri ho fatto riferimento al testo di Pierluigi Villari, citato in calce, nonché al diario storico del capitano Calissoni, visibile ai  link 1, 2 e 3).

L'ANABASI DEL 146° FANTERIA 
Per Felice Cancellara, si legge sul suo diario di guerra, "rimanere in Noto voleva dire anche far distruggere la città e farci catturare tutti senza beneficio per l'azione generale": da qui la decisione di portare fuori dalla splendida  capitale del Barocco siciliano il suo reggimento, che aveva patito 100 caduti  e circa 200 feriti, lasciati per metà ad Avola e per metà lì (dov'erano anche 400 feriti sfollati da Palazzolo Acreide, bombardata per ben due volte dai B-17).
I resti del battaglione di Cataldi, il comando del 146° fanteria, il comando battaglione di Elena e quello di Albesano ripiegarono sotto i continui attacchi aerei a bordo di soli 9 autocarri FIAT Dovunque 35 stipati all'inverosimile, seguiti dalle artiglierie e dal plotone comando dei semoventi, prima verso la Villa Comunale e poi alle 22,00 su Noto Alta e San Giovanni, ma a mezzanotte un attacco alle loro spalle su S. Corrado li costrinse ad un nuovo arretramento sulla S.S. 287 verso Villa Vela, oltre il ponte minato Castagna, con l'intenzione di ricongiungersi al 75° fanteria a Palazzolo.
Nel furore degli scontri, sei semoventi del CCXXXIII° sarebbero ripiegati al Bivio Gigliotto con Elena, tre della 2° compagnia al comando del sottotenente 22enne Litterio Villari sarebbero invece rimasti con Cancellara.

Dal diario personale di Villari e da quello reggimentale sappiamo cosa accadde alla colonna Cancellara.
Fermatasi per la notte a Villa Messina, essa perse il comandante dell'artiglieria, il maggiore 47enne Vittorio Mambrini, falciato da una mitragliatrice al Km 13,00 all'altezza del bivio del mulino mentre si recava con i suoi ufficiali a Vizzini.
Quando il 146° giunse alle 06,30 a Palazzolo la trovò deserta, semidistrutta ed apparentemente sul punto di cadere, visto che il 75° si era spostato a Solarino e Canicattini Bagni era già in mano inglese, anche se in realtà l'incrocio era presidiato da un battaglione del 75° e da un gruppo d'artiglieria, con l'ordine di proteggere il fianco sinistro della Goering: l'impossibilità di comunicazioni radio e l'esistenza di una sola linea telefonica, funzionante ad intermittenza, possono essere stati il motivo dell'equivoco e della decisione di Cancellara di proseguire verso il comando della Napoli a Vizzini, raggiunta solo alle 12,00.
I 600 uomini si schierarono con fronte verso Buccheri, ma un ufficiale di collegamento, il capitano Silvio Avetta, spiegò che il comando tattico si era trasferito a Solarino e quello amministrativo a Caltagirone: Cancellara mandò a Caltagirone i suoi uomini e si recò personalmente a Piazza Armerina al comando del XVI° CA.
Qui gli fu detto di lasciare artiglieria e genio al CA ed i tre semoventi di Villari al loro battaglione e di riportare la sua fanteria a Vizzini, dove avrebbe dovuto arrivare anche il battaglione reclute di Monterosso Almo del maggiore Rosario Catanzaro del 75°: ma proprio in quelle stesse ore esso veniva catturato dai tre battaglioni della 153° brigata del Generale Murray provenienti da Giarratana, il  Black Watch (Highland Regiment) ed i due 1° e 5°/7° Gordon Highlanders.
Ciò che restava del 146° si sarebbe così schierato a Vizzini Scalo.

LA VALOROSA RESISTENZA SULLA PENISOLA DI PACHINO
La penisola di Pachino, difesa dal 122° costiero di Camillo D'Apollonio, attaccato dall'intero XXX° CA di Leese, con la 1° canadese a sinistra, la 51° Highland scozzese al centro e la 231° brigata autonoma Malta a destra, sarebbe rimasta in bilico addirittura fino a metà del giorno 11, pur difesa dal solo CCXLIII° battaglione di Cataldi, da due compagnie di bersaglieri del DXLII°, dai residui cannoni del CII° gruppo del tenente colonnello Stringa e dal CIV° mitraglieri della GaF, con punte di resistenza fino alla sera inoltrata presso Punta RagazzinoPozzallo, a Sampieri, a Donnalucata, dove si batterono energicamente la  2° compagnia del CCCLXXXI° costiero e la 615° compagnia mitraglieri del capitano Giannino Belli,  con l'aiuto dei carabinieri, dei finanzieri, dei marinai e addirittura di 27 civili.

Sulla Green Beach di Marzamemi, l'antica "Baia delle allodole" araba, "Marzà al Hamen", appoggiati dagli Sherman dello squadrone B del 46° reggimento carri Liverpool Welsh della 23° brigata corazzata del Generale G.W. Richards erano sbarcati alle 03,00 i tre battaglioni scozzesi della 231° brigata di Urquhart, il 2° Devonshire, il 1° Hampshire ed il 1° Dorsetshire: qui l'intero plotone del sottotenente di complemento modicano Vincenzo Barone, attaccato alle prime luci dell'alba, si immolò completamente insieme con il suo giovane comandante,  colpito al viso da una scarica di mitragliatrice dopo aver lanciato le ultime bombe a mano una volta finite le munizioni. 
Al giovane, non ancora guarito dalle ferite riportate in un bombardamento aereo, fu concessa la medaglia d'oro alla memoria (v. QUI).
A BARK South, nella zona di Portopalo, i circa 15 finanzieri del maresciallo capo Giuseppe Magnani della brigata di Marzamemi, armati di fucili e di una sola mitragliatrice, impegnavano per oltre tre ore gli aliantisti di Hicks atterrati a Pachino, fino a quando, costretti a ripiegare su Punta Spinozza, finite le munizioni erano costretti ad arrendersi alla 51° divisione di Wimberley sbarcata in due scaglioni sin dalle 03,00, uno nella spiaggia Green, a nord della baia, con il 1° Gordons Group del tenente colonnello Hamilton Fausset-Farquhar, e l'altro in quelle ad ovest denominate Red, con il 154° Brigade Group del Generale Thomas Rennie.
Cadevano l'appuntato 47enne Salvatore Scifo di Palazzolo ed il 51enne finanziere Giovanni Fidone di Scicli, medaglie d'argento alla memoria, e Magnani veniva gravemente ferito: lui avrebbe avuto la medaglia d'argento, altri sei quella di bronzo e tre la croce di guerra.

L'INARRESTABILE AVANZATA DEI CANADESI
Il CCXLIII° battaglione di Cataldi era stato costretto sin dalle 10,00 a ritirarsi dalle sue posizioni a nord di Pachino ed a dirigersi verso Contrada Bonivini per sfuggire all'accerchiamento, lasciando praticamente la strada libera al Royal Canadian Regiment del valente tenente colonnello Ralph Crowe della 1° brigata canadese, sbarcato alle 05,30 sulla spiaggia Roger, nel settore BARK East, non lontano da Punta delle Formiche dove un'ora e mezzo prima era approdato il 41° commando di Bruce Lumsden.
Crowe aveva neutralizzato  nella zona di Maucini la 54° batteria da 100/22 del XVIII° gruppo (ex CLXI°) del maggiore Leonida Ascani, posizionata presso una fattoria circa due chilometri a nord-est di Roger, ed occupato alle 09,00 il vicino aeroporto di Contrada Chiaramida, dopo uno scontro molto acceso tra la compagnia A del Royal Canadian ed il presidio fisso del maggiore Motta: i canadesi avevano avuto due morti e due feriti e i primi riconoscimenti al valore nella campagna siciliana, attribuiti ai soldati J. Grigas e J. W. Gardner, ma la loro vittoria aveva consentito di ospitare sin dalle 12,15 su quella stessa pista i Kittyhawk australiani del 3° e del 450° FS della RAAF.
Mentre cadeva anche la 236° batteria a/a del capitano di complemento Camillo Cornaggia Medici, preso prigioniero, la compagnia C, catturati circa 150 artiglieri della 54°, prendeva sulle alture a nord-est di Pachino anche l'89° e la 90° da 149/35 del XVIII° gruppo ai comandi dei capitani di complemento Gino Salvatorelli e Nazareno Tognacci, per poi imbattersi negli Sherman del 50° carri reduci dallo scontro coi semoventi di Pittigliani.
Al contempo l'Hastings and Prince Edward Regiment del tenente colonnello Bruce A. Sutcliffe della 2° canadese, sbarcato per primo alle 04,45 sulla spiaggia Sugar, alla sinistra del settore BARK West, avanzava sulla sinistra del Royal Canadian, attendandosi in un vigneto poco ad ovest della base aerea, mentre il 40° commando di Pop Manners, sbarcato alle 02,35 sull'estrema sinistra, tra Punta Castellazzo e Punta Ciriga, praticamente gomito a gomito col 41° di Lumdsen, prendeva contatto intorno alle 06,40 presso la Palude Longarini con i Seaforth Highlanders of Canada del tenente colonnello Bert M. Hoffmeister della 2° canadese sbarcati anch'essi a Sugar in contemporanea col Royal Canadian, alla sua sinistra.

Porto Ulisse, non lontano da Ispica, i canadesi erano stati inchiodati per ore sulla spiaggia dagli anziani finanzieri dei due vicini POC 56 e 57, difeso ognuno da sei uomini con due Breda a disposizione, al comando il primo del 35enne brigadiere Lorenzo Greco di Palagianello (TA), ed il secondo del 39enne brigadiere Raffaele Bianca di Siracusa, e solo l'intervento alle loro spalle degli aliantisti provenienti da Portopalo aveva costretto alla resa i sopravvissuti: tra essi non c'erano Greco, Bianca e i due finanzieri Emanuele Giunta di Modica e Pietro Nuvoletta di Avola, tutti poi onorati alla memoria, con la medaglia d'argento Greco, di bronzo gli altri*.

I canadesi si sarebbero sempre vantati di aver perso nello sbarco solo 75 tra morti e feriti, trascurando però di ricordare che ad affrontarli trovarono non più di 250 uomini!

VENGONO GETTATE NELLA MISCHIA LE ULTIME RISERVE 
Favorito dal poderoso intervento sotto costa dei due monitori Roberts ed Erebus e dei due incrociatori Dehli e Newfoundland contro Ispica, Pozzallo, Modica e Ragusa, il crollo delle difese italiane sembrava ormai imminente: sin dalle 08,30 Simonds a bordo della Hilary aveva così dato l'ordine di far partire la seconda ondata (con il 48° Highlanders of Canada della 1° brigata di fanteria; il Princess Patricia's Canadian Light Infantry ed il Loyal Edmonton Regiment della 2°, il 22° Royal Regiment, il Carleton and York Regiment ed il West Nova Scotia Regiment della 3°, con il 12° carri Three Rivers of Quebec Armoured Regiment della 1° brigata corazzata ultimo a prendere terra alle 10,15).
Tutto il contingente canadese era ora praticamente a terra, tranne le artiglierie, che sarebbero sbarcate solo il 14, con in meno 8 cannoni anticarro da 76 mm, 10 obici campali da 87,6 mm e 6 antiaerei Bofors da 40, quasi tutti del 3° campale, più molti veicoli del quartier generale divisionale, oltre ad un centinaio di uomini: tutti affondati nelle acque algerine con le navi che li trasportavano, il City of Venice, il St. Eseylt ed il Devis, silurate nei primi giorni di luglio da due sottomarini tedeschi, l'U-376 del tenente di vascello Jurgen Konenkamp i primi due, e l'U-593 del parigrado Gerd Kempling il terzo.
Solo il 142° campale Royal Devon Yeomanry coi semoventi Bishop sarebbe sbarcato quel giorno, alle 17,30, catturando sin da subito 300 soldati costieri italiani, mentre il giorno dopo sarebbe disceso il quartier generale: la sua lenta colonna in moto verso nord, azzoppata dalla mancanza di molti mezzi, sarebbe stata attaccata il 12 luglio da sei caccia, registrando la prima perdita ufficiale tra gli artiglieri canadesi, quella del cannoniere Howard Schultz, distaccato dal 1° campale...

Ormai per d'Havet era giunta l'ora di muovere le riserve, il Gruppo mobile F di Rosolini del maggiore carrista Stefano Argenziano ed il Gruppo tattico Sud di Ispica del console Giuseppe Busalacchi, anche se ormai la 1° divisione canadese poteva già schierare ben 50 pezzi controcarro e 156 Sherman!

ISPICA PRIMA CITTÀ  CONQUISTATA DAI CANADESI (10 LUGLIO)*
Al Gruppo tattico Sud, un reparto motorizzato basato sul CLXXIII° battaglione CC.NN. del primo seniore (tenente colonnello) Dino Fancello della 173° legione d'assalto Salso di Caltanissetta, un plotone della 54° compagnia controcarro divisionale con 2 pezzi da 47/32, e la 2° compagnia del LIV° battaglione mortai da 81 della Napoli, per un totale di 1.200 uomini, con 38 mitragliatrici e 16 cannoni (compresi i due 47/32), venne chiesto di muoversi sulla direttrice Marza-Pachino-Bonivini Modica, per riunirsi col 122° di d'Apollonio, il Gruppo mobile F di Argenziano e le altre truppe presenti.

Busalacchi inviò il primo seniore Fancello al comando di una di due colonne, la più grossa, verso Maucini, dove essa si imbatté proprio nei commandos di Manners, che con quelli di Lumsden avevano travolto i capisaldi della 4° compagnia del CCCLXXV°: Fancello attaccò senza indugio con le armi pesanti, incuneandosi tra loro e i Seaforth Highlanders di Hoffmeister, e nonostante l'intervento dal mare dell'Erebus e del Newfoundland riuscì a riconquistare senza perdite Casa Gradante, Casa Bruno e Casa Basile.
Manners, che aveva perso 8 uomini, richiese allora via radio l'immediato soccorso del No. 2 Infantry Brigade Support Group formato dal gruppo comando e dalla compagnia mortai del battaglione mitraglieri Saskatoon Light Infantry del maggiore T. de Faye, appena sbarcato dai DUKW (v. anche https://www.saskatoonlightinfantry.org/during-the-war.html).
In poco tempo piovvero sugli italiani ben 160 colpi di mortaio da 3 pollici (76 mm), costringendoli a ripiegare protetti da un obice ippotrainato da 100/17 posizionato in Contrada San Basilio: finiti anch'essi sotto tiro dei mortai e ben presto circondati dai commandos, gli eroici artiglieri, muniti di fucili 91, sarebbero caduti tutti compreso il comandante, il tenente Girolamo De Miranda, medaglia d'argento alla memoria.

Nel frattempo, l'altra colonna tra Rosolini ed Ispica sulla S.S. 115, finita in bocca ai reggimenti appena sbarcati della 3° brigata canadese, era a sua volta costretta a ritirarsi, insieme col 447° NAP: così, mentre il Dehli con i suoi 6 pezzi da 152 e dalle 15,30 anche il Roberts coi suoi due da 381 bombardavano l'intero settore, Busalacchi, costretto a ripiegare più a nord verso Frigintini, dovette abbandonare a malincuore Ispica, dove un plotone di 7 uomini aveva appena fucilato su ordine di d'Apollonio due portaordini sospetti di diserzione, l'ispicese Carmelo Lisandrello ed il modicano Giorgio Avola, nonostante  il contrordine di d'Havet, giunto in ritardo di minuti con un motociclista!
Alle 11,30 i carri del 12° Three Rivers of Quebec del tenente colonnello Erich Leslie Booth della 1° brigata corazzata del Brigadier Generale Robert Andrew Wyman,  superata la resistenza del 532° NAP del tenente Bruno Zappieri e della 59° mitraglieri da 20 del capitano di complemento degli alpini Emilio Boragine, fatti prigionieri entrambi, entravano per primi nella cittadina, seguiti verso le 12,00 dal Loyal Edmonton del tenente colonnello Jim Jefferson della  2° brigata di Christopher Vokes: proprio Jefferson ricevette la resa del commissario prefettizio Saverio Alfieri Bruno.

Alle 17,00 entrava in città anche il Princess Patricia's Light Infantry del tenente colonnello Bob Lindsay: il tenente Charles Sidney Frost, 21enne comandante di un plotone esplorante, sarebbe stato nominato Town Major per conto dell'AMGOT dal 16 luglio al 3 agosto 1943.
Frost, congedatosi da colonnello onorario, avrebbe contribuito nel dopoguerra ad erigere lapidi commemorative dei caduti canadesi ed italiani di Porto UIisse, San Basilio ed Ispica (compresi sei civili, tra cui un'intera famiglia, periti a causa dei bombardamenti), ricevendo l'8 luglio 2004 la cittadinanza onoraria.
*V. http://www.storiapatriaispica.it/wp/wp-content/uploads/2016/02/20.HYSPICAEFUNDUS-GIUGNO-2013.pdf.

ARGENZIANO SFUGGE ALL'ACCERCHIAMENTO DEGLI INGLESI
Al Gruppo mobile F, che disponeva di 10 carri R 35 (la 2° compagnia del CI° carri meno un plotone assegnato al Gruppo mobile G di Comiso), della compagnia motomitraglieri del capitano Aldo Mioletti del DXLII° bersaglieri, di una controcarro con pezzi da 47/32 e di una batteria autotrainata da 100/22 Skodad'Havet ordinò di lanciarsi in due colonne, una sulla direttrice di Casa Bonivini-Modica in ricerca del 122° ed una sulla S.P. 19 Marzamemi-Pachino, in direzione dell'aeroporto.
Argenziano quella mattina aveva già inviato un sottotenente con un paio di plotoni contro dei paracadutisti americani segnalati in zona: l'ufficiale aveva fatto alcuni prigionieri, riferendogli anche di aver sentito urla disperate in Contrada Saracena, presso Caltagirone, vicino all'aeroporto di Biscari, e che gli era stato detto che dei soldati nemici avevano fucilato sul posto dei civili che stavano partecipando ad un funerale, uccidendo sicuramente una donna e ferendone gravemente altri, credendoli tutti fascisti perché indossavano gli abiti neri!

Anche l'esperto maggiore aveva suddiviso le sue forze in due gruppi: un plotone motomitraglieri inviato sulla rotabile per Pachino si era sfortunatamente imbattuto al Km 16,00 della strada S.P. 26 in forti avanguardie moto-corazzate nemiche che l'avevano costretto ad una brusca retromarcia, con forti perdite, ma l'altra colonna, più forte, aveva preso contatto con Cataldi proseguendo con quelle forze sulla S.P. 19 Noto-Pachino in direzione della 2° batteria del CCXXIV° gruppo da 100/22 che sparava ancora all'altezza del km 17,00.
Argenziano, lasciata al bivio per Rosolini sulla S.P. 26 la batteria autotrainata, dispose i carri sulla sinistra, i motomitraglieri sulla destra ed i controcarro in retroguardia, per proteggere la ritirata in caso di un tentativo di aggiramento nemico.
Tra le 13,00 e le 15,00 tre R 35 mandati in avanscoperta verso Marzamemi, ormai alle porte di Pachino in mano saldamente alla 231° brigata di Urquhart, furono però intercettati e distrutti dagli Sherman dello squadrone C del 50° carri, quello che aveva annientato i piccoli semoventi di Pittigliani, mentre il carro del 25enne sottotenente Carlo Cuschini di Fiume venne incendiato coi lanciafiamme nel corso di un accesissimo scontro in cui veniva fatto prigioniero anche il tenente colonnello Cataldi.
Altri sei Sherman stavolta del Three Rivers provenienti da Portopalo intercettavano intorno alle 16,00 il resto della colonna, nel frattempo pesantemente martellata dall'aria e dal mare, costringendo Argenziano a ordinare a tutti i suoi pezzi anticarro di concentrare il fuoco su di loro: due carri nemici venivano distrutti, ma gli altri riuscirono ad aggirare i poveri artiglieri, facendoli poi a pezzi.
Tutti gli R 35 si immolarono in loro soccorso, con la perdita di quasi tutti i nostri carristi, ma il resto dell'unità riuscì a raggiungere il caposaldo Bonivini-Modica, appena a sud-est di Rosolini, dov'era la batteria italiana del CCXXIV°.

Costretto alla difensiva sotto l'attacco congiunto di due compagnie del 5° Queen's Own Cameron Highlanders della 152° brigata della 51° Highland, di una compagnia mitraglieri del Middlesex e di alcuni Sherman, Argenziano dalle 01,30 fino alle 05,50 dell'11 luglio fu costretto a respingere con tutti i suoi pezzi i ripetuti attacchi condotti sotto i nebbiogeni dai carri.
Alle 10,00 di mattina gli Sherman riuscirono ad aggirare le posizioni italiane sul loro fianco sinistro ed a prendere d'infilata i cannoni, costringendo il maggiore, che invano aveva inviato al comando divisione un motociclista a chiedere rinforzi, mai tornato indietro, a ordinare di rendere inutilizzabili i pochi pezzi rimasti, e di salire tutti sugli autocarri per ripiegare per una via interna verso Modica, essendo Rosolini quasi occupata dai canadesi.

MODICA SI ARRENDE E D'HAVET VIENE CATTURATO (12 LUGLIO)
Argenziano raggiunse d'Havet insieme a Busalacchi, giunto in tarda mattinata da solo dopo essere sfuggito ancora ai canadesi ormai giunti a Giarratana: il primo ricevette l'ordine di presidiare il Quadrivio Modica-La Sorda, Busalacchi invece quello di difendere la linea PBC 454-La Sorda-Villa Caterina, dov'erano già presenti le compagnie del genio, dell'artiglieria e del quartier generale.
Il suo Gruppo Sud sarebbe stato costretto a respingere coi sette pezzi rimasti una forte colonna motocorazzata nemica sulla rotabile Rosolini-Frigintini prima di arrivare in città, strematissimo, a tarda sera, sotto i continui attacchi aerei.
Solo il comando del 123° del colonnello Giuseppe Primaverile, la 513° mitraglieri della GaF del capitano Osvaldo Casalini ed alcune unità del CCCLXXXI° del maggiore Carpi resistevano a Scicli, mentre il DXLII° bersaglieri di Tixi teneva sull'Irminio contro gli americani.
Il cerchio attorno a Modica ormai si era chiuso e d'Havet lo sapeva.
Nell'ultimo cablogramma così scriveva al Generale Carlo Rossi:
"Ho l'orgoglio di assicurare V.E. che 206° div. cost. ha fatto fino all'ultimo il proprio dovere. Tutti si sono battuti valorosamente cedendo solo per stragrande superiorità nemica. Fanti, artiglieria, gruppo mobile "F" e tattico sud hanno gareggiato nel resistere all'attacco. Non ho più collegamento con alcuno. Mio comando sta per essere sopraffatto. Viva l'Italia-Viva il Re".
All'alba del 12 luglio il Loyal Edmonton Regiment, appoggiato dal 12° carri, attaccò La Sorda, difesa dalla 3° guastatori del capitano Antonio Casertano, dalla  mortai da 81 del capitano Raffaello Amato e dalla 3° batteria da 100/17 del maggiore Giuseppe Nuccio del I° gruppo ippotrainato del 54° artiglieria della Napoli al comando del tenente colonnello Egidio Polcari.
Vennero colpiti lo Sherman di testa e diverse camionette e carriers, con la morte dell'ufficiale carrista all'avanguardia, ma alle 06,00 Busalacchi riferiva che gli restavano solo 218 camicie nere e circa 300 tra artiglieri e mortaisti, tanto che alle 08,30, dopo aver fatto togliere i primi lenzuoli bianchi apparsi ai balconi ed alle finestre, d'Havet decideva di recarsi personalmente a La Sorda, tornando subito indietro all'apparire dei primi carri armati provenienti da Ispica, dove solo alle 12,00 di quello stesso giorno sarebbe stato catturato con 60 uomini il duro colonnello D'Apollonio.
Precedute dai semoventi Bishop del 142° Royal Devon Yeomanry, che in soli 15 minuti demolivano letteralmente La Sorda sotto un inferno di 575 proietti ad alto esplosivo, alle 10,00 le fanterie entravano in città.
A quel punto un parlamentare canadese si presentò al comando con la bandiera bianca per chiedere la resa ed evitare la distruzione di Modica da parte del monitore Roberts, invitando d'Havet a recarsi personalmente da Simonds, ma il generale preferì inviare invece il suo capo di Stato Maggiore, il tenente colonnello Luigi Lambardi, ordinandogli di invitare tutti i reparti a cessare ogni resistenza, anche se sia Argenziano che Busalacchi ottennero il permesso di raggiungere le linee italiane.

Modica cadde intorno alle 11,30 del 12 luglio, con circa 1.200 prigionieri, tra i quali anche il colonnello Escalar comandante del 44° Raggruppamento, il capitano Cadeddu, già comandante della 1° batteria da 75/27 del CXXVI° gruppo, e soprattutto il maggiore Argenziano, circondato alle 11,30 in città dai carri armati.
Il console Busalacchi, fatte distruggere tutte le armi dai suoi uomini, tentò di fuggire da solo in moto verso Scicli ma qui venne invece fatto prigioniero da una pattuglia americana.
Ormai sgominata l'orgogliosa resistenza della 513° mitraglieri, anche il combattivo colonnello Primaverile infatti, col quartier generale di Villa Mormina ormai circondato, con alla sua sinistra il CCCLXXXI° ripiegato al presidio al Km 08,00 della S.P. 66 Pozzallo-Sampieri ed alla sua destra le due compagnie bersaglieri del DXLII° sotto assedio sul fiume Irminio, aveva preferito alle 11,00 accettare la resa intimatagli da un ufficiale del Loyal Edmonton scortato dai carri del Three Rivers e da alcuni paracadutisti americani.
Alla stessa ora d'Havet con tutto il suo Stato Maggiore venne intercettato in macchina ad un incrocio stradale da un plotone esplorante del Princess Patricia's Canadian Light Infantry di Bob Lindsay: poiché a guidarlo era un semplice sergente, d'Havet chiese che a prenderli in consegna fosse un ufficiale e da Ispica fu inviato il maggiore R.S. Malone.
Al comando canadese avrebbe ritrovato Argenziano, il tenente di vascello Prenej comandante del presidio marina e l'Avv. Giardina, il podestà di Modica, e sarebbe stato ospite riverito di un pranzo di ricevimento con annesso brindisi organizzato apposta per lui, primo generale nemico fatto prigioniero dai canadesi.
Gli fu concesso il privilegio di tenere la pistola: solo allora Malone si accorse di non aver mai disarmato né lui né i suoi ufficiali! (Ezio Costanzo, cit., pag. 95).
Il generale stimò i caduti della sua divisione in circa 35/40 ufficiali e tra 500 e 700 sottufficiali e soldati.

Il bollettino di guerra n. 1143 del 12 luglio 1943 così avrebbe recitato:

"In Sicilia la lotta è continuata aspra e senza posa nella giornata di ieri, durante la quale il nemico ha tentato invano di aumentare la modesta profondità delle zone litoranee occupate. Le truppe italiane e germaniche, passate decisamente al contrattacco, hanno battuto in più punti le unità avversarie, obbligandole in un settore a ripiegare. Lo spirito combattivo dei reparti italiani e tedeschi è elevatissimo: il contegno della popolazione dell'isola e quello dei fieri soldati siciliani, che appartengono in gran numero alle nostre unità, superiore ad ogni elogio. Per la magnifica difesa delle posizioni ad essa affidate merita l'onore di speciale citazione la 206. divisione costiera, comandata dal gen. Achille d'Havet".

27. LA BATTAGLIA DI SOLARINO (10-13 LUGLIO)

L'ESTREMO SACRIFICIO DI GUIDO SIGNORELLI
Ormai tutte le speranze italiane erano riposte solo nella divisione Napoli del Conte Giulio Cesare Gotti Porcinari di Gagliati, Generale dei bersaglieri, Patrizio fiorentino di antica nobiltà volterrana e di solide idee risorgimentali, intimo amico di Umberto di Savoia.
Quando il I°/75° fanteria del maggiore Vincenzo Guzzardi reduce dallo scontro del Ponte Grande a fine mattina del 10 luglio era ripiegato a Canicattini Bagni gli Sherman della 4° brigata corazzata sbarcati a Fontane Bianche l'avevano costretto a ritirarsi a Floridia, protetto all'altezza del bivio dai pezzi da 75/27 di una sezione, l'ultima sopravvissuta, della 1° batteria del CXXVI° gruppo, quella del 23enne sottotenente di complemento Guido Signorelli, di Savona.
Questi, pur ferito al petto da una raffica di mitragliatrice, aveva continuato a combattere in prima linea con le bombe a mano, fino a quando, colpito una seconda volta, era spirato tra le braccia dei suoi artiglieri. 
Il suo sacrificio gli sarebbe valsa la medaglia d'oro alla memoria, ma soprattutto aveva salvato la 2° compagnia ed il comando del battaglione, che si erano così potuti ricongiungere a Floridia alla 2° motomitraglieri del Gruppo mobile D del capitano Aldo Carletti.

GLI ITALIANI RIPIEGANO A SOLARINO

Alle 12,45, guidato dallo stesso comandante del 75°, il colonnello Francesco Ronco, anche il II° battaglione del tenente colonnello Giovanni Sisino era giunto a Floridia, a piedi perché tutti gli autocarri erano andati persi sotto gli attacchi aerei, cui si erano unite alle 14,30 anche consistenti forze della riserva, e precisamente la 7° compagnia del II°/76° del tenente Giuseppe Cucinotta ed il resto del Gruppo mobile D di Misterbianco alla guida del plurimedagliato tenente colonnello carrista Massimo D'Andretta, comandante del CI° battaglione del 131°carri, con la 3° compagnia del CI°, su 16 carri R 35, quella controcarro di 6 pezzi da 47/32 del tenente Maltese, la 1° sezione della 354° batteria a/a da 20,65 mm della Napoli e la 174° CC.NN. motomitraglieri del centurione Bernardino Arnone distaccata dal Gruppo tattico Sud.
Mano a mano arrivarono anche la 10° batteria del III°/54° artiglieria con 4 ottimi pezzi da 75/18 t.m. al comando del maggiore Vincenzo Vitello, che si schierava sulle alture a nord di Solarino, dove la raggiungevano due sezioni della FlaK, ognuna con due pezzi da 88 e due mitragliere quadrinate da 20, e due gruppi del 40° Raggruppamento d'artiglieria del colonnello Gennaro Francesco, ognuno però con solo 8 vecchi cannoni Schneider da 105/28 privi di proietti perforanti: il X° del maggiore Pietro Jacarelli proveniente da Grammichele ed il XVI° del capitano Luigi Gioia da Buccheri, ben presto dirottato su Palazzolo Acreide.
Sotto gli attacchi continui della RAF, di cui faceva le spese il II°/75°, pesantemente colpito in Contrada Bibbinello, con parecchi caduti, si decideva a questo punto di ripiegare, coperti dal fuoco del pezzo del tenente 30enne Antonio Gallo della 10° batteria, medaglia di bronzo al valore militare, su Solarino, dove nel frattempo erano giunti anche il LIV° mortai da 81 del tenente colonnello Salvatore Dejean di Noto e proveniente da Ragusa il resto della 354° batteria a/a da 20/65 del capitano Alberto Galante, col comando batteria e la 2° e la 4° sezione, con un totale di 8 cannoncini, schieratesi  a fianco del X° gruppo insieme con la 1° distaccata dal Gruppo mobile D (la 3° era su un treno armato antiaereo sulla tratta ferroviaria Gela-Siracusa).
Da subito impegnata contro le continue incursioni aeree, la 354° di lì a poco avrebbe perso il suo primo uomo, l'artigliere Andrea D'Iginio, decorato con la medaglia d'argento alla memoria.

FALLISCE LA CONTROFFENSIVA SU SIRACUSA (11 LUGLIO)
Alle 04,30 di mattina dell'11 luglio fu dato l'ordine per la prevista controffensiva su Siracusa: con il X° gruppo e la 354° batteria rimasti di copertura sulle alture, due colonne alle 06,00 si avviarono verso la città.
La colonna principale si mosse dal Km 14,00 della S.S. 124 verso Floridia: all'avanguardia erano due plotoni ciclisti, uno controcarro da 47/32 del gruppo mobile, uno di mortai da 81, la batteria da 75/18, mentre il grosso era costituito dalla compagnia reggimentale zappatori del tenente Di Quattro, dal resto del battaglione mortai, da un pezzo da 88 con mitragliera della FlaK e dalla compagnia comando di reggimento; in retroguardia erano la 2° motomitraglieri, la 7° del II°/76°, quella c/c reggimentale da 47/32 e 12 carri R 35 del gruppo mobile.
Al suo fianco la colonna di sinistra, formata dal II°/75° molto provato e senza la 6° compagnia ciclisti, dal I°/75° di Guzzardi con soli 150 uomini con le sole armi individuali, da un plotone di 4 carri del Gruppo mobile D, uno della compagnia cannoni divisionale da 47/32 del capitano Franco Gaetano Di Natale e dall'altra sezione della FlaK, aveva il compito di proteggere l'altra sulla direttrice Ponte Diddino-Belvedere-Siracusa.

Alle 08,00 le avanguardie della 13° brigata della 5° divisione scozzese di Berney-Fincklin, 8 carri dello squadrone C del 3° County of London Yeomanry  del capitano R. Gale, sbarcati solo alle 12,00 del giorno prima sulla George Beach e posti al servizio del 2° battaglione The Cameronians (Scottish Rifles)erano finalmente entrati a Floridia dopo aver superato per ultima l'ostinata resistenza di un nido di mitragliatrici tenuto da soli 4 fanti sul Ponte Mulinello, tutti uccisi a sangue freddo con una raffica di mitra, si dice, nonostante si fossero arresi con le mani in alto una volta esaurite le munizioni (v. QUI, pag.8).
La colonna principale italiana venne a contatto dopo appena un chilometro proprio contro di loro, cui si era aggiunto nel frattempo il 2° battaglione The Wiltshire Regiment appoggiato dal 91° Field Regiment (4th London) Royal Artillery del tenente colonnello C.G. Hendrey.
Efficacemente controbattuti frontalmente dagli 88 tedeschi, tre Sherman venivano neutralizzati ed i restanti cinque deviavano allora a nord su Taverna per tentare l'aggiramento in direzione del Ponte Diddino: abbandonato il rettifilo cercarono di risalire la collina tra molte difficoltà, per la presenza di frutteti chiazzati da muretti a secco e rocce affioranti, ma un'ora dopo giunsero a contatto col II° battaglione.

Cinque mortai da 81 ed alcune mitragliatrici venivano colpiti con la morte dei loro serventi e la cattura di una ventina di italiani, ma lo Sherman 4A fu colpito ed incendiato da un 88, con la morte di 4 uomini (il sergente Lloyd, il caporale Marley ed i carristi Thompson e Ford) e mentre i restanti quattro carri si ritiravano sulla strada principale per attaccare frontalmente i tedeschi anche il 4B del sergente Barker, rimasto ferito coi carristi Dobson e Duncan, veniva centrato dall'altro 88 posizionato sul bordo di un frutteto.
Sisino ed il comandante della Flak segnalarono però un'infiltrazione con armi automatiche all'altezza della Masseria Cavallara: era il 2° battaglione irlandese The Royal Inskilling Fusiliers del tenente colonnello Joseph Patrick O'Brien Twohig, proveniente anch'esso da Floridia, che avanzava con in testa la compagnia A del maggiore A.F.F. Cooke a sinistra della strada e la D del capitano P.M. Slane sulla destra.
Sotto un preciso fuoco di mortai e mitragliatrici cadeva il tenente degli Innisks G.T.M. Turnbull, centrato a bordo del suo veicolo sulla strada per Solarino, e poco dopo un colpo diretto distruggeva un anticarro da 57 mm e altri cannoni ferendo gravemente il tenente J.E. Glastonbury: la compagnia A, inchiodata allo scoperto dal fuoco proveniente dagli uliveti di fronte, non individuabile per il notevole sottobosco che lo copriva, era costretta ad avanzare strisciando a terra, così il comando battaglione, posto a seicento metri circa a nord-ovest di Taverna, con le compagnie B del capitano R. Alexander e C del maggiore L.O.M. Meade di riserva, inviava sulla destra della D gli altri 8 Sherman dello squadrone C agli ordini del comandante, il maggiore H.M. Matthews, essendo impossibile fiancheggiare a sinistra la A, su un terreno tutto terrazze e muretti in pietra.

Poiché era minacciata da tergo la colonna sinistra all'altezza del bivio per Sortino proprio dov'era la Flak, a Cugno Cardone, Ronco, recatosi di persona a verificare la situazione e sfuggito miracolosamente ad un'imboscata che aveva ridotto a un colabrodo la sua auto, fu costretto ad inviare sul posto un plotone di 4 carri, uno di motomitraglieri e la compagnia fucilieri del battaglione mortai.
Proprio però quando gli italiani si preparavano a contrattaccare ed il comando battaglione di Twohig era ormai sotto il tiro dei mortai e delle artiglierie nemiche, comprese le Breda del capitano Galante, tutto cambiava verso le 11,30, quando uno dei due 88 della FlaK sotto attacco di Matthews veniva colpito in pieno dal 91° campale: la morte del comandante tedesco mandava infatti nel panico il suo vice, che ordinava di far saltare l'altro pezzo e disponeva il ripiegamento senza avvisarne Ronco, inducendo a defilarsi anche l'altra sezione della FlaK di Masseria Corruggi, con le due gravi conseguenze di demoralizzare gli italiani e lasciare il II° battaglione e le truppe intervenute di rinforzo del tutto alla mercé degli Innisks.
Nonostante il II° battaglione reggesse anche sotto il fuoco impietoso degli obici da 25 libbre del 91° di Hendrey, tanto da catturare il tenente C.L. Grant della compagnia A, proprio quest'ultima sfondava le linee italiane coi tre plotoni dei tenenti P.J. Long, G.R. Hingston e C.J.A. Paulley, rimasto leggermente ferito ad una spalla, trascinando avanti la B e la C supportate da un plotone mortai dei Cameronians con la D passata in riserva.
Alle 13,00 Sisino era costretto purtroppo alla resa, pur al prezzo per gli irlandesi di 5 caduti, 20 dispersi e 30 feriti in totale, con  un centinaio di caduti e circa 450 prigionieri tra gli italiani, più un carro leggero, un camion di munizioni ed una fattoria con mortai e munizioni distrutti dai carri e la cattura di due pezzi da 47/32, 4 mortai da 81 e due Breda 37.
Per evitare l'accerchiamento, Ronco era costretto ad ordinare il ripiegamento su Cugno Randazzo, ad ovest di Solarino.
(V. Domenico Anfora, La battaglia degli Iblei, pagg. 121-127).

CADE PALAZZOLO ACREIDE (12 LUGLIO)
Palazzolo Acreide, ritenuta uno "strategico centro di arroccamento stradale", era stata bombardata da bassa quota con bombe da 100 e 200 chili sin dalle 18,45 del 9 luglio, insieme con Grammichele, Mineo, Palagonia, Militello e Caltagirone, da due ondate successive di 15 B-24 e B-17 dell'USAAF scortati dai Lightning, tanto da soffrire ben 1.848 vittime, quasi tutti vecchi, donne e bambini, oltre a 5 soldati ed a un mulo della compagnia cannoni.
Al comando del Generale d'artiglieria Rosario Fiumara, vicecomandante della Napolierano presenti già il 10 luglio a Palazzolo, al centro, il III°/75° fanteria del maggiore Giuseppe Carrabba proveniente da Buccheri, meno la 10° compagnia ed il plotone esploratori, con una batteria da 105/28 del XVI° gruppo del capitano Gioia, a sbarramento della S.S. 287 Noto-Palazzolo; sul fianco destro una seconda batteria del XVI°, con il plotone esploratori ed uno della 10°, a protezione della vecchia rotabile in terra battuta che da Noto per Testa dell'Acqua portava a Torre Judica; a sinistra un'ultima batteria con tre plotoni della 10°, a sbarramento della strada che proveniva da Canicattini Bagni nella zona di Monte Grosso.

Fermatisi per la notte in località Testa dell'Acqua, dove finalmente alle 02,00 dell'11 luglio poterono riprendere contatto col loro battaglione in ripiegamento, i tre semoventi di Villari su ordine scritto di Gotti Porcinari dato personalmente alle 04,30 al sottotenente Calcidonio Loffredi vennero mandati all'alba in avanscoperta sulla Palazzolo-Noto oltre il bivio con la S.P. 14 verso Canicattini Bagni.
Poiché l'intero settore era ormai occupato dal nemico, il plotone ripiegò al bivio e qui si nascose nella folta vegetazione: in un primo scontro alle 10,30, in cui si distinsero i sergenti Scrivani e Morini ed il caporalmaggiore Grisenti, i semoventi al riparo dei loro nascondigli distrussero ben 5 Sherman nemici mettendo in fuga gli altri, ma successivamente alle 17,30, dopo aver attaccato in campo aperto altri carri di minor tonnellaggio, ne distrussero 4 catturandone un altro integro, con un'azione fulminea in cui si misero in luce i caporali Romano e Frigoli ed il carrista Meduri.
In uno dei mezzi distrutti vennero addirittura trovate delle mappe topografiche top secret con indicate le linee di avanzamento su Palazzolo, che loro stessi portarono al comando divisione di Vizzini, dove ritrovarono Calissoni con gli altri due semoventi.

La presenza dei combattivi semoventi italiani suggerì a Wimberley di investire la città con l'Harpoon Force, la Forza Arpione al comando del Generale Richards della 23° corazzata, composta dalla  compagnia A del 1°/7° battaglione mitraglieri Middlesex (Duke of Cambridge's Own) appoggiata da almeno una sessantina di corazzati, tutti carri medi Sherman e Grant tratti dai suoi tre reggimenti, il 40° The King's, il 46° Liverpool Welsh ed il 50°, e semoventi M 7 Priest dell'11° Royal  Horse Artillery (R.H.A.).
Nel frattempo, mentre il 146° sfilava davanti a Palazzolo senza fermarsi, da Vizzini arrivavano rifornimenti di munizioni e materiale sanitario, con un'aliquota della 96° sezione di sanità e persino la 78° batteria a/a con 8 mitragliere da 20/65 mm, e nella prima mattina del 12 si decideva di schierare sulla rotabile che portava allo sbarramento del bivio della vecchia rotabile per Noto, a Torre Judica, anche la modestissima riserva, una mezza compagnia di fanteria,  posizionando infine un pezzo da 47/32 sul campo che costeggiava la strada: il capo pezzo, il 28enne sergente maggiore Giuseppe Cunsolo di Francofonte, si era opposto al primo ordine di Carrabba di posizionarlo direttamente sulla via perché mancava di granate perforanti, le uniche in grado di fermare i corazzati inglesi.
Il nuovo rischieramento veniva approntato appena in tempo, perché la Harpoon Force sin dalle 08,00 di quella mattina attaccava il bivio di Torre Judica dalla vecchia rotabile di Noto, accolta dal fuoco dei mortai da 81 e dei pezzi da 105.
Camionette ed autocarri venivano ripetutamente colpiti, costringendo le fanterie nemiche a scendere dalla strada per provare l'aggiramento sui fianchi, mentre i carri venivano frenati dal terreno accidentato e pieno di insidie nascoste.
Gli italiani, attaccati con le armi automatiche sul fianco sinistro, reggevano con gravi perdite dalle posizioni di Torre Judica e dell'Osservatorio di Quota 697, ma Fiumara si avvide che i britannici non puntavano più sul bivio ma proprio contro Palazzolo, e perciò mandò alle 11,00 un motociclista da Gotti Porcinari per chiedere rinforzi, ma invano: mezz'ora dopo la lunga colonna inglese, segnalata da un'enorme nuvola di polvere, irruppe improvvisamente nel centro abitato, seguita dai carri armati.
Una volta dentro i carri armati si volsero da tergo verso il bivio per Noto, prendendo alle spalle anche il III° battaglione: lo scontro sarebbe durato asperrimo fino alle 12,00, quando il sottotenente Michele Schiavo, capocentro collegamenti, lanciò l'ultimo SOS, poi la radio smise di funzionare, anche se si registrarono isolati focolai di resistenza fino alle 14,00.
Fiumara riuscì a salvarsi a stento con tutti i suoi ufficiali scendendo a piedi il burrone sul fiume Anapo alla spalle di Villa Messina, il suo ultimo comando in città.

LA DISPERATA CARICA DEI CARRI DEL SOTTOTENENTE PROFICO
Gotti Porcinari, scampato a due mitragliamenti aerei, si era rifugiato sulle alture di Case Melilli, a 7 chilometri da Solarino, e qui chiamò a rapporto tutti i suoi ufficiali alle 14,00 per organizzare le difese a seguito dell'arrivo a Floridia di tutta la 4° corazzata proveniente da Priolo Gargallo.
Decise di incaricare un plotone di quattro carri R 35 del Gruppo mobile D, appoggiato dal fuoco del X° gruppo da 105/28, di lanciarsi sulla Solarino-Floridia alla testa delle fanterie per cercare di liberare la S.P. 28 Solarino-Sortino e consentire al Kampfgruppe Schmalz di arrivare in soccorso.
L'impresa appariva sproporzionata per quelle poche forze e pericolosissima per la presenza sulla strada di mine a cassetta lasciate dai tedeschi, per cui D'Andretta pretese che l'ordine fosse messo per iscritto, causando l'ira del Generale che, dopo averlo apostrofato come "pavido", lo esautorò dal comando passandolo alle salmerie.

Il plotone, guidato dal sottotenente di complemento Adamo Profico di Messina, si mosse alle 17,00 del 12 luglio, con l'ordine tassativo di non fermarsi mai fino all'obiettivo, nemmeno per dare soccorso ai mezzi eventualmente colpiti.  
La strada era a mezza costa ed in leggera discesa, tortuosa nel suo primo tratto: Profico, accortosi subito di essere finito su un tratto di strada minato, continuò ad avanzare, ma dopo poco il suo mezzo saltò in aria, col fondo squarciato e la rottura del tubo della benzina, finendo contro un muro.
Lui ed il suo pilota riuscirono miracolosamente a salvarsi, ma il secondo carro, avanzato senza indugi secondo gli ordini ricevuti, venne centrato al cingolo destro appena svoltata una curva, rovesciandosi nella scarpata sottostante la strada nazionale, all'altezza dell'Ospedale Vasquez, sede fino a poco prima del NAP, ov'era un posto di blocco del Wiltshire.
Il terzo carro, sopraggiunto al massimo della velocità, superata la curva fu preso in pieno davanti da un'altra granata perforante ed esplose, portando alla morte il sergente maggiore capocarro 22enne Guido Bitussi di Ravascletto (UD) ed il caporale pilota Edoardo Abampasini di Domodossola (VB): quel giorno compiva 21 anni e pur febbricitante era salito lo stesso sul carro, per cui proprio per questo ebbe la medaglia d'argento alla memoria.
Il quarto carro, su cui Profico era salito al volo sdraiandosi tra il pilota ed il capocarro, tirato dentro da quest'ultimo per le gambe, proseguì lo stesso, nonostante una granata lo colpisse di striscio alla torretta proprio mentre il giovane ufficiale vi saltava sopra, ferendolo alla mano destra.

Era in corso in quel preciso momento il cambio a Solarino tra il 2° Wiltshire della 5° ed il 6° Durham della 50° divisione e nel rettifilo verso Floridia il carro italiano si imbatté proprio in 25 automezzi carichi di rifornimenti ed uomini del 6° Durham preceduti da due autoblindo.
Il piccolo carro riuscì a distruggere l'intera autocolonna a partire dalle due autoblindo e ad entrare ben dentro Floridia, ma qui subito dietro una curva in Corso Vittorio Emanuele si trovò davanti uno Sherman del 3° carri: fece subito fuoco a bruciapelo ma ottenne il solo risultato di "sverniciargli la corazzatura" (come lo stesso Profico avrebbe detto circa settant'anni dopo QUI), per cui i suoi tre occupanti non poterono che arrendersi.
Quella missione disperata finì lì, con quattro carri persi, due caduti e tre feriti (v. Domenico Anfora, cit., pagg. 166-168).

LA CATTURA DEL GENERALE GOTTI PORCINARI (13 LUGLIO)
Mentre questo accadeva, gli Sherman dello squadrone A del 44° carri del tenente colonnello E.D. Rash irrompevano da Palazzolo dietro le posizioni italiane, costringendo Gotti Porcinari a richiamare le sue truppe, mentre da Solarino uscivano coperti dalla nebbia artificiale i tre battaglioni Durham della 151° brigata protetti dai semoventi Priest da 105 mm del 98° reggimento Surrey & Sussex Yeomanry, Queen Mary's del tenente colonnello C.G. Cubitt, cui si opponevano con molte perdite i resti della compagnia zappatori, di quella motociclisti, del battaglione mortai e del gruppo mobile.
La 10° batteria del III° gruppo schierata a Loco di Zaiera e quelle del X° del maggiore Pietro Jacarelli, un ternano di Giove, medaglia d'argento, riuscivano a bloccare l'attacco degli Sherman al prezzo di 4 pezzi distrutti, una sessantina di artiglieri catturati e parecchi caduti, tra cui il sottotenente Ferdinando D'Avanzo Biancardi di Avella (AV), medaglia d'argento alla memoria, comandante di sezione della 10°, colpito mentre era praticamente in prima linea, ed i suoi artiglieri Filippo Fiorentini, di Perugia, Tommaso Maiorana, di Milazzo, Costante Pozzi, di Varese, e Mario Zecchi, cremonese, tutti decorati con la medaglia di bronzo alla memoria.
Eroico fu anche il sottotenente molisano Domenico Cavaiola, del 2° plotone della 2° motomitraglieri: già ferito seriamente alla gamba sinistra nel primo scontro a Floridia, venne colpito nuovamente allo stesso punto da una granata verso mezzanotte e scelse coraggiosamente di tagliarsi da sé il moncone sanguinante, tamponando l'orrendo sfregio con dei tovaglioli!

Con Sortino assediata sin dalle 18,00 del giorno precedente dalla 69° brigata del Generale Edward Cunliffe Cooke-Collins proveniente da Palazzolo, alle 04,00 del mattino del 13 luglio iniziò l'attacco finale sulle alture di Cugno Randazzo da parte delle fanterie Durham della 151° precedute da una terrificante preparazione di artiglieria di tre quarti d'ora. 
Con l'artiglieria rimasta ormai con due soli pezzi efficienti, i fanti erano costretti alle 09,00 a retrocedere per costituire con gli artiglieri un unico caposaldo, e nel ripiegamento cadeva tra i tanti il 37enne tenente Luigi Supino di Airola (BN), comandante di compagnia, medaglia d'argento alla memoria, e veniva anche ferito e catturato il tenente colonnello Dejean, comandante del battaglione mortai, poi decorato con la medaglia di bronzo.

Alle 13,00 l'Harpoon Force scatenava l'attacco finale, cui partecipavano anche altri sei Sherman dello squadrone C del 44° carri: Gotti Porcinari era costretto ad ordinare, protetto ancora una volta dai pochi R 35 rimasti e dai cinque semoventi di Calissoni, nuovamente chiamati a svolgere un compito enormemente superiore alle loro possibilità, un nuovo precipitoso ripiegamento in direzione di Contrada Trigona, in cui gli italiani per rallentare l'avanzata degli Sherman giungevano persino a posizionare sulla rotabile barriere di automezzi preventivamente incendiati o fatti addirittura saltare in aria!
Braccato, isolato e senza più collegamento radio col comando d'armata, ormai senza più munizioni, viveri ed acqua, Gotti Porcinari si arrese al tenente colonnello W.I. Watson del 6° Durham, in località Case Rosse, al Km 20,00 della S.S. 124 Solarino-Palazzolo, e venne fatto prigioniero insieme con il vicecomandante Generale Fiumara, il tenente colonnello Tancredi Tucci, suo aiutante maggiore, il maggiore Nicolò Amadeo, capo sezione operazioni ed il colonnello Armando Moscato comandante del 54° artiglieriaavrebbe avuto l'Onore delle Armi ed il privilegio di tenere con sé la pistola d'ordinanza, ma dopo essersi rifiutato di fornire delle informazioni a Montgomery in persona, questi, arrabbiatissimo, agitandogli in faccia il frustino avrebbe strappato proprio davanti a lui una preziosa foto di famiglia trovata all'interno del suo portafoglio (v. QUI).
Lui e i suoi ufficiali avrebbero fatto tre anni terribili di prigionia in Egitto.
Sarebbe morto appena 58enne in Italia il 7 luglio 1946, lasciando un figlio in tenera età.

CADE ANCHE SORTINO 
Sortino, poco più a nord-ovest, cadde definitivamente alle 10,00 di quella mattina sotto l'assalto coordinato di tre battaglioni della 69° brigata, il 5° East Yorkshire Regiment all'avanguardia ed i due Green Howards, il 6° del tenente colonnello R.H. Hastings a seguire ed il 7° del parigrado Smith rimasto di riserva, appoggiati da un altro squadrone di Sherman del 44° carri, però solo dopo che i tedeschi, posizionati sulle alture un miglio a sud dell'abitato, dopo una rabbiosa resistenza iniziale a colpi di mortaio sin dalla mezzanotte avevano cominciato a ripiegare verso Carlentini.
Accolto calorosamente dalla cittadinanza, il 5° East Yorkshire sarebbe rimasto lì di presidio, mentre i due Green Howards si sarebbero diretti a Carlentini, nel frattempo raggiunta dai paracadutisti tedeschi del 3° battaglione del maggiore Kratzert.


Tutto si compiva: tra le 13,30 e le 14,00 al Km 21,00 della rotabile Solarino-Palazzolo cadeva anche il sottotenente catanese Antonio Santangelo Fulci, caposezione della 1° batteria da 105/28 del X° gruppo, rimasta ormai con soli due cannoni costretti a sparare ad alzo zero.
Ufficiale di carriera, figlio di un generale, alto, snello, con gli occhi verdi, molto somigliante ad Amedeo Nazzari, già gravemente ferito da una raffica di mitragliatrice e riverso sulla coda del suo cannone venne centrato in pieno da distanza ravvicinata da una scheggia di granata mentre stava consegnando la carica di lancio al suo servente, il caporalmaggiore Eduardo Ferrari, ferrarese di Copparo, anch'egli già ferito.
Avevano solo 21 anni lui e 23 Ferrari: furono entrambi decorati alla memoria, il primo con la medaglia d'oro, il secondo con quella d'argento.
Catania ha dedicate al suo nome una via ed una caserma in Piazza Carlo Alberto.

In quel terribile scontro la 2° compagnia di Calissoni perse tutti i suoi mezzi, compreso il corazzato nemico catturato il giorno prima, ma sarebbe riuscita a raggiungere sia pure con molte perdite il comandante Elena al Bivio Gigliotto, a differenza del 75° fanteria di Ronco che venne interamente annientato, come il Gruppo mobile D di D'Andretta.
Andarono persi ben otto R 35, anche se uno di essi riuscì persino a neutralizzare sulla strada il carro Sherman di testa, quando il suo proietto da 37 si infilò esattamente dentro la canna del cannone nemico: nel corso di questo scontro il tenente carrista Franco Rodriguez avrebbe ottenuto la medaglia di bronzo.
Alle 15,00 del 13 luglio era tutto finito.
Secondo il parroco di Solarino Don Raimondo ed il suo seminarista Paolo Mallia (morto pochi mesi dopo per una malattia contratta durante questo pietoso incarico), 20 sono i morti riconosciuti sepolti nel cimitero locale, 13 quelli rimasti non identificati, ma almeno 175 furono i corpi che restarono sul terreno insepolti, preda degli animali e delle intemperie.
(Domenico Anfora, cit., pagg. 169-182, e anche QUI).

Il tenente Profico, ricoverato per la ferita alla mano destra all'ex ospedale psichiatrico di Siracusa, avrebbe qui incontrato l'amico sottotenente Cavaiola, amputato della gamba: entrambi prigionieri in Egitto, avrebbero avuto la medaglia d'argento, come il tenente colonnello Massimo D'Andretta, catturato il 15 luglio a Sortino, e il colonnello Francesco Ronco, che insieme con l'aiutante maggiore nascose la bandiera di guerra del 75° in una cisterna.
Ora è conservata al Vittoriano di Roma, decorata anch'essa con la medaglia d'argento.
In tre giorni di battaglia la divisione Napoli aveva perso l'80% degli effettivi.

AUGUSTA NEL MIRINO (12 LUGLIO)
Nel frattempo, il settore di Augusta-Siracusa difeso dal 121° reggimento costiero del colonnello Francesco Damiani veniva progressivamente circondato dalla 5° divisione britannica: con il CCCLXXXV° battaglione del tenente colonnello Aliotta ormai evaporato ed il CCXLVI° del maggiore Rollo tuttora rinserrato ad Augusta, la sempre più forte pressione del nemico era sostenuta soprattutto dal DIV° del maggiore De Lorenzis, dal DXL° del parigrado Campolillo e dal II°/76° Napoli del maggiore Alessandro De Nobili proveniente da Scordia.
Verso mezzogiorno del 12 luglio il 1° battaglione King's Own Yorkshire della 15° brigata muovendo sulla S.S. 114 avanzava su Villasmundo, nonostante la durissima opposizione dei panzer di Schmalz e della 3° batteria del CXXVI° gruppo da 75/27 aggregata al II°/76°, costata la perdita di 4 Sherman ed il danneggiamento di altri 2 dello squadrone A del 3° carri County of London Yeomanry della 4° corazzata.
Alla stessa ora il 2° Wiltshire della 13° entrava a Melilli, dov'era localizzato l'importante Centro Radio della "Colombaia", spazzando via il DIV° costiero situato a nord in Contrada Cugnitiello, con due compagnie rimaste completamente isolate per l'abbandono  per "mancanza di ordini" dei capisaldi del DXL° più a sud in Contrada Grottone e soprattutto per l'improvviso arretramento dei carri del maggiore Kruger, impegnati contro 15 Sherman intervenuti in appoggio al 2° Royal Scots Fusiliers della 17° brigata in Contrada San Focà a Priolo.
Qui, dopo aver distrutto ben 6 Sherman e danneggiati altri due dello squadrone B del 3° carri, con 6 feriti e 10 caduti tra gli equipaggi (tra essi il secondo tenente J.N. Crews), i tedeschi erano stati messi in fuga dai cannoni degli incrociatori Mauritius e Uganda e dei caccia Nubian ed Eskimo, intervenuti quando gli Sherman al comando del capitano J.B. Woods, vice del maggiore J.C. Caunce, rimasto ferito anche lui, erano ormai circondati in un bosco.
Il pomeriggio del 13 luglio gli italo-tedeschi erano così costretti ad abbandonare Villasmundo, facendo anche esplodere il ponte sul torrente Belluzza.
Augusta, una ventina di chilometri più ad est, era ormai nel mirino.

TERZO QUADRO
IL PASTICCIACCIO BRUTTO DI AUGUSTA

La cittadina era stata ripetutamente colpita nei tre mesi precedenti dai caccia tattici della RAF di Malta e quasi rasa al suolo il 13 maggio da 52 B-24 D Liberator del 345° e del 415° BS del 98° BG del colonnello J.R. Kane della 9° AF, partiti da Berka (Libia) ognuno con 9 bombe da 500 libbre (227 chili): da un'altezza di 6.000 metri, al fine di vanificare il fuoco contraereo, un totale di quasi 12 tonnellate di bombe venne scagliato su Augusta, 230 da una prima ondata di 26 bombardieri alle 12,50 sul porto e le zone limitrofe, nel tentativo fallito di affondare la nave cisterna Carnaro da 8.257 tonnellate, riparatasi in salvo a Siracusa, altrettante da una seconda di altri 26 alle 13,40 sul centro abitato!
Nonostante la città fosse quasi disabitata, ben 62 erano state le vittime civili, anche per il lancio a volo radente di piccole bombe incendiarie da 2 chili (v. QUI).

28. LA PRESA DI AUGUSTA (13 LUGLIO)

Alle 05,00 di mattina del 12 luglio, mentre al largo  di Avola era in corso un'incursione dei Ju 88 tedeschi, a sud di Capo Murro di Porco quattro Picchiatelli italiani del 121° gruppo autonomo BaT (Bombardamento a Tuffo) attaccarono il cacciatorpediniere inglese di 2.290 tonnellate Eskimo, nave bandiera di Troutbridge, reduce dal bombardamento contro costa di Priolo, sganciando i loro ordigni da 500 chili in modo che rimbalzassero più volte sull'acqua prima di colpire (skip bombing).
Una bomba colpì la nave all'altezza della torretta X ed esplose tra i serbatoi dell'olio nn. 5 e 6, causando 19 morti e danneggiando la camera di manovra a causa dell'incendio, domato dopo 40 minuti: l'Eskimo, costretto a tornare a Malta, raggiunta alle 17.00 al traino del Tartar, venne sostituito come nave ammiraglia della Force A dall'Exmoor.
Quella restò praticamente l'unica opposizione vera alla forza d'invasione navale di Augusta: la città infatti mai avrebbe visto gli invasori in faccia fino alle 10,35, quando si presentarono in rada praticamente indisturbati, salvo qualche isolato colpo sparato dalle batterie di Monte Tauro, proprio l'Exmoor e gli altri due caccia Brocklesby, inglese, e Kanaris, greco.
Tutto taceva nell'area portuale, c'erano solo enormi macerie fumiganti.

Sin dal pomeriggio del 12 luglio gli uomini di Paddy Mayne poterono così entrare per primi nella città, aprendo la strada alla 17° brigata di Tarleton ed ai carri della 4° corazzata di Currie, anche se nella tarda mattinata 9 biplani CR 42 del 15° stormo d'assalto di Boccadifalco sganciarono a sud della rada sulle truppe britanniche bombe da 50 chili, e due squadriglie di FW 190 tedeschi dello SKG 10 del maggiore Gunther Tonne di Crotone attaccarono il porto in due ondate, alle 17,00 ed alle 19,00.
Un solo duro scontro di rilievo si verificava tra le 16,00 e le 20,00 ad ovest della città, sulla S.S. 193 presso il Ponte della Peppa sul fiume Marcellino, tra la 5° e la 6° compagnia del II°/76° Napoli ed il 6° The Seaforth Highlanders della 17° brigata: gli italiani, dopo aver distrutto alcune autoblindo Staghound e carri leggeri Honeyerano stati infine costretti a ripiegare da due Sherman del 3° carri, nonostante un tardivo intervento dall'aria di 12 Re. 2002 del 102° gruppo del 5° stormo di Crotone.

Purtroppo sin dal 10 luglio i 400 marinai tedeschi dopo aver fatto saltare le loro installazioni ed i depositi siluri avevano abbandonato la città, creando panico e confusione a catena tra i militari italiani, molti anziani e di ridotte attitudini militari, con la conseguenza di lunghe file di sfollati in direzione di Catania.
Lo stesso Priamo Leonardi sin dalla sera del 10 si era trasferito nelle alture di Case Melilli, a 20 chilometri nell'interno, e qui aveva incaricato alle 22,00 il capitano di fregata Luigi Gasparrini, suo capo di Stato Maggiore, di disporre la distruzione delle batterie secondo gli ordini operativi del giorno prima (prevista però solo come extrema ratio e col nemico in vista).
Si era verificato così un vergognoso fuggi fuggi generale: il primo era stato il colonnello Antonino Criscione, ufficiale di collegamento con Guzzoni (poi catturato ad Agnone il 20 luglio), seguito dalla compagnia comando del 121° costiero, che andò a raggiungere il CCXLVI° ormai sotto tiro dei carri armati inglesi a Masseria Arcile; seguirono il battaglione avieri, i marinai dei due pontoni armati, entrambi fatti saltare in aria, tanti legionari della MILMART e della MACA, spesso appena richiamati, ed infine l'11 luglio anche il capitano di fregata Pietro Turchi, comandante della base navale, con tutti i suoi marinai.
Il panico aveva contagiato tutte le batterie della 7° MILMART, il DXL° battaglione del maggiore Campolillo in Contrada Grottone, a sud di Melilli, e gran parte dello stesso II°/76°, ripiegato a Carlentini a tarda notte senza 13 ufficiali e 552 tra sottufficiali e militari di truppa, tutti disertori o prigionieri "consenzienti": una scelta, avrebbe spiegato lo stesso colonnello Giuseppe Salerno, comandante del reggimento, probabilmente dettata dall'aver visto tutta quella gente scappare, e dalla convinzione di chi se ne andava che quelli fossero gli ordini...

Proprio questa fu la difesa di Leonardi nelle controversie giudiziarie del dopoguerra: tutto il caos sarebbe nato proprio per l'autonoma decisione della 7° MILMART di far saltare le sue 6 batterie antinave da 381, 254, 203 e 152 mm, cui si erano accodate le 17 antiaeree MACA da 102 e 76, equivocando gli ordini ricevuti...
Ecco perché non c'erano più i cannoni antinave, erano stati distrutti le postazioni antiaeree, la stazione radio, il treno armato della stazione di Targia con i suoi 6 pezzi da 102/35, le mitragliatrici antiaeree, i depositi di munizioni e carburanti di Punto Cugno, abbandonati i due pontoni armati, autoaffondati in rada cinque rimorchiatori, anche se inspiegabilmente pieni erano quasi tutti i magazzini ed i depositi dell'area portuale ed intatti persino gli otturatori dei cannoni da 381 (sul punto v. QUI).

29. LA TRISTE VICENDA DI GIUSEPPE CATANZARO

Di questa situazione assurda avrebbe fatto le spese per tutti il capomanipolo Giuseppe Catanzaro, un ingegnere 42enne, sposato, con due figli ed un terzo in arrivo, comandante di una batteria di 4 cannoni da 76/40 della MILMART alla Playa di Catania, tra il Faro Biscari e la foce del Simeto.
Lascio la sua storia alla penna del più grande giornalista italiano, Indro Montanelli, che ne scrisse in un volume della sua monumentale "Storia d'Italia" ("L'Italia della disfatta", Rizzoli Ed. 1982, pagg. 295, 296):

"La città [Catania, nota mia] fu investita, il 14 luglio, da violenti bombardamenti navali ed aerei, compiuti dagli alleati indisturbatamente. Ne seguì un veloce squagliamento delle autorità e dei reparti. Al generale Passalacqua, che comandava la difesa del porto, fu segnalato, nel caos, che gli addetti alla batteria comandata dal Catanzaro avevano abbandonato il posto. Ne informò Roma che replicò con un telegramma di Superesercito nel quale era scritto che "se le cose stanno come sopra, Duce ordina che il comandante la batteria sia fucilato". L'esecuzione avvenne il giorno successivo, nonostante le disperate proteste del Catanzaro, e la sua affermazione che un ordine telefonico del comando difesa di Catania gli aveva ingiunto di rendere inutilizzabile la batteria e abbandonarla. La vedova del capomanipolo non si dette pace e volle ne fosse riabilitata la memoria: lo ottenne nel 1955. Il ministero della Difesa stabilì che lo sventurato ufficiale aveva eseguito "un ordine da lui ritenuto legittimo, ma che tale comando (di Catania) non aveva né veste né autorità di emanare"
Purtroppo per lui Catanzaro come comandante della contraerea dipendeva dal comando MACA, cioè dal seniore Bonazzi (che peraltro faceva parte della giuria, presieduta proprio da Passalacqua), mentre per la difesa di superficie era sottoposto al Regio Esercito: una gravissima distonia, acuita dalla oggettiva difficoltà delle comunicazioni, dall'assenza di tanti interlocutori credibili di grado superiore e dalla riluttanza ad assumersi precise responsabilità di comando (si veda La Sicilia, del 12 settembre 2003).

30. A ROMA NON CI CAPISCONO NIENTE

Il povero Giuseppe Catanzaro sarebbe stato l'unico ufficiale italiano fucilato per ordine del Tribunale Militare di Guerra in tutta la campagna siciliana: una decisione severissima, probabilmente dovuta alla rabbia accumulata per un pesantissimo telegramma inviato a Mussolini dal Generale Enno Von Rintelen, addetto militare tedesco a Roma, sgomento perché nonostante gli accordi intervenuti tra Leonardi, De Nobili e Schmalz in Contrada Ciricò, a sud-ovest di Villasmundo, il Kampfgruppe Schmalz, arrivato sin dalle 20,00 del 10 luglio ad ovest di Augusta proveniente da Paternò e Misterbianco, si era trovato praticamente da solo nel settore di Priolo Gargallo contro l'intero XIII° CA britannico:
"Sino ad oggi nessun attacco nemico ha avuto luogo contro Augusta. Gli inglesi non ci sono mai stati. Ciò nonostante il presidio italiano ha fatto saltare cannoni e munizioni e incendiato un grande deposito di carburanti. L’artiglieria contraerea in Augusta e Priolo ha gettato in mare tutte le munizioni e poi ha fatto saltare i cannoni. Già il giorno 11 nel pomeriggio nessun ufficiale e soldato italiano si trovava nella zona della brigata di Schmalz. Molti ufficiali avevano già nel corso della mattinata abbandonato le loro truppe e con autoveicoli si erano recati a Catania e oltre. Molti soldati isolati o in piccoli gruppi si aggirano per le campagne, taluni hanno gettato le armi, le uniformi e indossano abiti civili ".
Proprio il 14 luglio 1943 ancora il Duce in una nota inviata al capo di Stato Maggiore Ambrosio con una lista di ben 9 quesiti a lui diretta, al punto n. 3 chiedeva:
"Bisogna sapere che cosa è accaduto a Siracusa, dove il nemico ha trovato intatte le attrezzature del porto, e ad Augusta, dove non fu organizzata alcuna resistenza degna di questo nome e si ebbe l’inganno provocato dall’annuncio di una rioccupazione di una base che non era ancora stata occupata dal nemico".
Il segno della confusione che regnava anche a Roma si può rilevare indirettamente leggendo il bollettino di guerra n. 1144 del 13 luglio, il quale nel suo primo capoverso recita (la sottolineatura è mia):
"La battaglia prosegue con immutata violenza nella regione meridionale della Sicilia dove il nemico cerca di ampliare la testa di sbarco che ha potuto costituire a Licata, Gela, Pachino, Siracusa e Augusta".
Una testa di ponte ad Augusta? Ma se fino al 12 luglio non si era visto nessun nemico!!!

31. IL GIUDIZIO DELLA CORTE D'ASSISE DI APPELLO DI MILANO

Leonardi, catturato il 19 luglio, rimase prigioniero in Inghilterra fino al novembre 1944.
Guzzoni propose invano il suo deferimento alla Corte Marziale, mentre la RSI lo condannò a morte in contumacia, ma una successiva inchiesta nell'immediato dopoguerra lo scagionò, tanto che gli venne concessa nel 1947 addirittura la medaglia d'argento: pare che il 12 luglio, tornato all'improvviso ad Augusta, avesse personalmente aperto il fuoco da solo con un cannone contraereo abbandonato contro il primo cacciatorpediniere di Troutbridge entrato in rada scaricando un'intera riservetta di munizioni!
La Corte d'Assise d'Appello di Milano, nell'ottobre 1954, nell'assolvere dall'accusa di vilipendio delle forze armate e di diffamazione nei confronti di vari ammiragli il giornalista Antonino Trizzino, autore del discusso "Navi e poltrone", edito da Longanesi nel 1952, querelato e chiamato in giudizio dal Ministero della Difesa e dai vari soggetti interessati, così si espresse su di lui (le sottolineature sono mie):
la distruzione delle batterie si deve ascrivere "in parte ad iniziative non bene individuate e in parte ad un fenomeno di panico collettivo non imputabile all'ammiraglio Leonardi, il quale, per la dislocazione del suo comando, per l'interruzione dei collegamenti e per il fragore della battaglia che infuriava nel settore sud della piazza, non poté avere esatta nozione di quanto accadeva nel settore nord". Tuttavia, proseguiva la sentenza, "è ammissibile il giudizio che l'ammiraglio avrebbe dovuto preoccuparsi della resistenza, richiamando i reparti al senso del dovere, predisponendo insomma gli animi all'estrema difesa", anzi "è estremamente grave che nella giornata del 10 sia stata distrutta ogni cosa, batterie antinave, postazioni della difesa contraerea, stazione radio, treno armato, depositi di munizioni e carburante, e siano rimaste intatte soltanto le attrezzature portuali: quelle attrezzature che poi furono di valido aiuto alle forze nemiche nello sviluppo delle operazioni di sbarco per la conquista totale dell'isola".
Lascio ai lettori il giudizio su di lui, tuttavia personalmente ritengo che il contrammiraglio, morto a Parma il  16 marzo 1984, fosse quanto meno inadeguato ai compiti attribuitigli.

Montgomery dopo la presa di Augusta scrisse ad Alexander di poter arrivare a Catania intorno al 14 luglio.
Si sbagliava.
QUARTO QUADRO
 IL GELO TRA PATTON E MONTGOMERY

32. LA CONQUISTA DI SANTO PIETRO (13-14 LUGLIO)

L'aeroporto militare di Santo Pietro era piccolo, meno importante di Comiso e Ponte Olivo, una corta pista in terra battuta con un hangar di medie dimensioni, qualche officina e 50 ricoveri per esplosivi, sede dei FW 190 del III°/SKG 10, ma era essenziale per la sua posizione centrale rispetto agli altri due, che lo rendeva idoneo a fungere sia da campo alternativo che da ottimo schermo difensivo della Goering schierata a Caltagirone, quindi era un obiettivo assai importante per le forze alleate.
Il campo insisteva a ridosso di Piano Stella, un pianoro assegnato sin dal 1938 ai contadini locali nell'ambito di un grande programma di redistribuzione delle terre una volta coltivate a latifondo: ne era sorto un borgo, Mussolinia, in cui coesistevano insieme 38 poderi di circa 10 ettari ciascuno coltivati a fave, orzo, avena e uva, sia pure in modesta quantità, utile a produrre un poco di vino, ognuno con una casa colonica di due stanze, cucina e una stalla per due mucche, utili all'aratura ed a produrre il latte.
In questa zona italiani e tedeschi avevano combattuto prima contro i paracadutisti di Gavin, Alexander e Kouns, poi anche contro il 180° RCT del colonnello Forrest E. Cookson sbarcato con enorme ritardo, avanzato da Vittoria fino ad Acate, dove aveva trovato l'opposizione di una piccola guarnigione italiana e di una compagnia di fanteria della Goering con qualche 88, cui si erano in seguito aggregati alcuni carri e due compagnie del 923° battaglione di fortezza.
Acate  era stata occupata alle 20,00 di sera del 12 luglio dal 3°/180° del tenente colonnello Nolan al termine di un confuso scontro nel quale erano intervenuti anche i terribili mortai da 107 del 2° battaglione chimico e gli obici da 105 del 171° campale schierati sul Monte Calvo, ma Nolan si era fatto sfilare da sotto il naso gli italo-tedeschi in ripiegamento ed aveva addirittura rischiato di far radere al suolo dall'artiglieria l'intero centro abitato: ad impedirlo era stati un anziano profugo d'Africa con qualche padronanza dell'inglese, Luigi Fidone, un semplice calzolaio, Giovanni Gallo, ed un giovane prete, Don Biagio Mezzasalma, spintisi a spiegare addirittura al Brigadier Generale Raymond S. McLain in persona, il comandante dell'artiglieria di Middleton, che in città non c'erano più soldati nemici!

A quel punto il 180° aveva avuto il compito di prendere Santo Pietro.
Lì, a parte il Comando Difesa Fissa Aeroporto 504 del capitano Mario Talante, erano presenti anche la 342° e la 345° batteria da 149/35 del LXXIX° gruppo GaF del maggiore Pasquale Quinto, responsabile della difesa, unitamente a due compagnie di fanteria, l'11° fucilieri del III°/120° Emilia del tenente Brenno Buccolini e la 3°/CLIII° mitraglieri di CA del capitano Dante Gili, mentre tra i boschi e le caverne dei dintorni erano nascoste la 18° e la 19° batteria a/a da 76/40 e la 827° batteria a/a da 20/65 ai comandi del capo manipolo Francesco Nanna del XXXI° gruppo MACA del seniore Vittorio Zoccola, insieme con gli avieri e personale tecnico della Luftwaffe e alcune batterie della FlaK.
Sin da metà giornata del 10 luglio si erano aggiunti infine alle difese il Gruppo mobile H di Cixi ed un plotone carri della Goering, tutti quelli inviati ad Acate tranne un Tiger reso inservibile dai tedeschi ed abbandonato in città in Contrada Quattro canti.
Preceduti da un intensissimo bombardamento del 171° campale, supportato anche dai mortai del 2° chimico, dalle 22,30 del 13 luglio contro queste variegate forze si scagliarono per diverse ore il 1°/180° ora del maggiore Roger Stark Denman, col compito di aggirare da est l'aeroporto lungo la S.P. 34 Acate-Santo Pietro, ed il 3°/180° del parigrado John R. Patterson, sostituto di Nolan trasferito al comando, che doveva attaccare da sud-ovest attraverso le contrade Ficuzza e Scalazza.

L'attacco finale cominciò alle 05,40 del mattino del 14 luglio.
Alle 07,00 due comandanti di compagnia del 1°/180° erano già fuori combattimento, il capitano Dunn catturato ed il capitano Robert Dean ferito da una scheggia di mortaio, e gli americani cominciavano a soffrire enormi perdite (le due compagnie B e C del 1°/180°, su un totale di 384 uomini ne avrebbero persi ben 242, restando con 68 uomini la prima e 74 la seconda!).
A detta del memorialista del reggimento, George A. Fischer, fu proprio durante questi momenti che il sergente della C, Ben Clemons, un pellerossa, caduto poi quello stesso giorno, caricò alla baionetta con un compagno un nido di mitragliatrici, uccidendo 4 uomini: tra essi c'era molto probabilmente Lutz Long, argento nel salto in lungo alle Olimpiadi di Berlino del '36 dietro al grande amico Jesse Owens, ora tra i 4.561 caduti del Cimitero Monumentale Germanico di Motta Sant'Anastasia (CT).
Tutto si decise quando la squadra esplorante del sergente Kastian J. Adams della compagnia A del secondo tenente David C. Duncan riuscì ad aggirare da destra con i suoi carri e blindati le postazioni avversarie, prendendo l'altura dopo aver ucciso tutti i mitraglieri tedeschi, mentre un plotone della compagnia D armi di accompagnamento, guidato dal primo tenente Edward L. Kerker, attaccando allo scoperto dal piazzale riusciva a conquistare anche l'ultima collina prima dell'aeroporto, distruggendo due postazioni avversarie e prendendo la sommità a colpi di bombe a mano, con 5 nemici morti e 25 catturati.
Mentre il 3°/180° attaccava direttamente la base, 6 carri tedeschi e 4 italiani furono affrontati in campo aperto dal 2°/180° del tenente colonnello Clarence Cochran, fino a lì tenuto di riserva: la compagnia E lanciarazzi del capitano Ellis B. Richie e quella cannoni reggimentale del capitano Joseph C. Sandlin costrinsero al ripiegamento verso Caltagirone i panzer, mentre tutti gli R 35 furono annientati dai sopravvenuti Sherman del 753° battaglione corazzato.
Alle 11,00 di mattina cinque FIAT 3000 e 80 aerei sfrigolavano in fiamme. 
Si sarebbero contati 135 caduti tra le file dell'Asse, la maggior parte italiani.
(Ho tratto questa ricostruzione da Domenico Anfora, La battaglia degli Iblei, cit., pagg. 183 ss.)


33. LO SCONTRO AL BIVIO GIGLIOTTO (14 LUGLIO)

Per ordine del XVI° CA, che proprio quel 14 luglio avrebbe trasferito il suo comando da Piazza Armerina (EN) a Biancavilla (CT), il giorno prima la Goering si era spostata verso Vizzini, mentre il II°/34° Livorno del maggiore Carmelo Coco, originariamente destinato a Priolo per sostituire il presidio tedesco, era stato inviato alle 12,00 del 12 luglio al Bivio Gigliotto, all'incrocio tra la S.S. 117 e la S.S. 124, in un sughereto tra San Michele di Ganzaria e Mazzarino, per creare uno scoglio difensivo a protezione dell'intero ripiegamento tedesco insieme con gli altri reparti che via via si fossero aggiunti.
Tra essi vi era adesso anche il provatissimo CCXXXIII° semoventi: non solo le tre compagnie, quelle appiedate di Pittigliani e Calissoni e quella di Tomasone, l'unica rimasta con i suoi semoventi, erano stremate e quasi senza munizioni dopo i durissimi scontri precedenti, costati diverse decine di uomini e 10 mezzi in totale, con due dei 5 superstiti anche danneggiati, ma il plotone comando aveva perso molti uomini ed era senza l'autofficina Lancia 3 Ro Mod. 38, l'autocarro soccorso SPA 37 e quelli di munizioni e carburanti, tutti inceneriti dagli spezzoni incendiari degli aerei alleati, e per di più sin dal 12 sera i 3 semoventi disponibili di Tomasone erano passati alle dipendenze della 1° compagnia del tenente Aungensteur del battaglione pionieri di Haeffner!

Poiché all'alba del 14 luglio il 26° RCT di John W. Bowen aveva occupato le alture a nord e ad ovest di Mazzarino, Chirieleison dal suo comando di Aidone decise un nuovo spostamento a nord-est sull'alto corso del torrente Gornalunga, alla destra della Goering: per primo il maggiore Coco avrebbe guidato nel ripiegamento il II°/34° privo della 6° compagnia ed il I°/28° artiglieria; poi sarebbe stata la volta del tenente colonnello Mastrangeli, col I°/33° ed il II°/28°; poi del tenente colonnello Bruni, col III°/33° ed il IV°/28° più la compagnia di formazione del CCXXXIII° al comando di Calissoni messa insieme con la 1° e la 2° appiedate; infine si sarebbe mosso il tenente colonnello Giovanni Vittorio Carta col suo IV° battaglione mortai, la 6° mitraglieri del capitano Mantovani, la 4°, 5° e 6° batteria del III°/28° ed i pochi carri e semoventi disponibili posti tutti al comando del tenente colonnello Elena.
Intorno alle 11,00 fu avvistato l'intero 18° RCT di George A. Smith, compreso il 3° battaglione del tenente colonnello Courtney P. Brown, avanzare con circospezione sulle pendici a nord di Monte della Curma e di Passo Lesagne, a cavallo della rotabile per Mazzarino, protetto dagli Sherman della compagnia G del 67° corazzato preceduti dagli Stuart e gli M 3 Half-Tracks dell'82° esploranteper mettere in sicurezza il fianco destro del 26°.
I piccoli corazzati italiani si nascosero nel sughereto, dove i grossi Sherman non potevano manovrare con facilità, ma prima Elena volle stringere la mano a Calissoni in partenza, consapevole che quella sarebbe stata probabilmente l'ultima sua battaglia.
Appena gli americani furono a tiro, il III° gruppo dalle alture aprì il fuoco, seguito dai mitraglieri e dai mortaisti: costretti a ripiegare con molte perdite, i fanti vennero sostituiti in prima linea dagli Sherman, controbattuti dai corazzati di Elena nascosti nel sughereto.
Gli italiani resistettero per almeno cinque ore, fino a quando l'intera artiglieria di Clift Andrus cominciò a sparare prima contro il bosco e poi contro i cannoni e mortai italiani.
Intorno alle 16,00, con l'intero sughereto ormai in fiamme, un fonogramma di Chirieleison autorizzò i difensori rimasti a ripiegare, lasciando sul posto la sola 6° batteria del capitano Ettore Ippolito, quella più avanzata.
Tra i tanti carristi che persero la vita vi fu proprio l'indomito comandante Elena, arso vivo nel suo semovente colpito in pieno senza che di lui restasse alcuna traccia (ed incredibilmente decorato alla memoria con la sola medaglia d'argento!), e perdite non minori ebbero anche gli artiglieri, che non esitarono ad usare i moschetti e le bombe a mano una volta finite le munizioni o distrutti i loro pezzi.
Ippolito ed il maresciallo maggiore Giovanni Villa sarebbero stati promossi al grado superiore, mentre ebbero la medaglia d'argento il caporalmaggiore Alberto Teglio, quella di bronzo il sergente Garos Gabbieri, la croce di guerra il capitano Lello Baldelli, il tenente Raffaele Cristani, il sottotenente Arturo Favilla e gli artiglieri Vittorio Guaini, Corrado Zuanetti, Ervebelli Gava.
Alle 18,30 la battaglia era finita, con la cattura da parte americana di 200 prigionieri ed 11 pezzi di artiglieria (Garland e McGaw Smyth, cit., pag. 223).
Mentre il 18° RCT consolidava le sue posizioni, il 26° entrava finalmente a Mazzarino.

LA LIVORNO COMBATTE ANCORA!
Nella notte del 16 luglio Bruni era schierato a Portella Grado, a nord di Caltanissetta, col III°/33° fanteria, il IV°/28°, 3 sezioni dell'80° batteria da 20/65 e la compagnia di formazione appiedata del CCXXXIII°  semoventi di Calissoni; Mantovani tra la stazione di Raddusa e quella di Pirato, con una compagnia del III°/33° ed una mortai, quasi a diretto contatto con i Kampfgruppen Hahem e Oehring della Goering; Coco presso la stazione di Pirato, con il II°/34° ed il I°/28°; Mastrangeli  a nord di quella di Dittaino con elementi del II°/33° ed il I°/34°, una batteria da 149/13 del CIX° gruppo e la 3° semoventi di Tomasone, ricongiuntasi agli italiani presso  Aidone lungo la rotabile da Mirabella nel primo pomeriggio del 14.

34. LA GRANDE DISPUTA DEL CONFINE

Guzzoni aveva intuito che la rivalità tra Monty e Patton poteva fargli gioco: la vicenda del cambio di programma imposto dal primo ai suoi due corpi d'armata, il XXX° di Leese ed il XIII° di Dempsey, gli avrebbe dato clamorosamente ragione.
Questi dovevano originariamente attaccare insieme da est sull'Etna e sulla costa, mentre le forze di Patton dovevano aggirarlo da ovest per chiudere la morsa: sviato però dai facili successi delle sue truppe Monty decise di spostare il XXX° CA più a ovest perché fosse proprio quest'ultimo il braccio sinistro dell'azione a tenaglia, tagliando fuori Patton.
Così facendo però il XXX° CA andò ad intasare la stessa direttrice Caltagirone-Enna-Lentini impegnata dagli americani, finendo con l'occupare quella S.S. 124 Vizzini-Caltagirone che nei programmi originari sarebbe stata di esclusiva loro competenza: il 13 luglio su quella strada vennero così a transitare nello stesso momento sia il II° CA di Bradley, del tutto all'oscuro della genialata di Montgomery, sia il XXX° CA di Leese, tutti e due diretti su Vizzini, dove nel frattempo era diretto sin dalla sera precedente il Kampfgruppe Rebholz!
Sarebbe passata alla storia come "la grande disputa del confine" avrebbe rallentato tutte le operazioni alleate, perché Alexander dovette avallare l'iniziativa di Monty, invertendo nelle prime ore del 14 a favore degli inglesi l'esclusiva su quella strategica rotabile: ma ormai il danno era stato fatto e Patton proprio da qui maturò l'idea di catturare per ripicca Palermo.

Uno storico ha qualificato questa come "la decisione più fuorviante presa dagli Alleati in Sicilia" (v. QUI), perché la 51° di Wimberley vittoriosa a Solarino, che col nuovo dispositivo doveva prendere Vizzini e Francofonte, e la 1° canadese di Simonds proveniente da Giarratana, destinata alla conquista di Caltagirone, erano ancora ben lontane dai rispettivi obiettivi, al contrario del 157° RCT americano di Charlie Anckorn, giunto sin dal 12 luglio a Licodia Eubea, che venne invece costretto a ripiegare ad ovest sulla lontana Mazzarino!
Quest'errore, fatto proprio mentre la conquista di Augusta sembrava prefigurare una facile cavalcata verso Catania, avrebbe concesso all'Asse ben due giorni in più per posizionarsi sulla linea difensiva Gangi-Leonforte-Agira
Non solo, ma Guzzoni avrebbe ottenuto i rinforzi richiesti per coprire il buco di 30 chilometri da Caltagirone-Vizzini a Lentini: così sin dal 12 sera il 115. Panzer Regiment di Rodt al comando del colonnello Karl Korner venne inviato in soccorso di Schmalz per coprirne lo sganciamento da Sortino, e soprattutto vennero direttamente aggregati alle sue forze il neoarrivato 2°/382° PzrGr proveniente da Napoli e ben tre reggimenti della 1. Division Fallschirmjaeger del Generale Richard Heidrich provenienti dalla Francia, il 1° di Schultz,  il 3° di Heilmann ed il 4° di Walther, che vennero paracadutati dai Ju 52 e dagli enormi Me 323 Gigant sul comprensorio di Gerbini. 


35. GLI SCOZZESI PRENDONO VIZZINI (14 LUGLIO)

Vizzini, più volte colpita dagli aerei alleati e prostrata dalla fame, dalle malattie, dalle distruzioni e con la maggior parte dei suoi 15.000 cittadini fuggiti nelle campagne e sulle alture circostanti, era ormai circondata: il 13 luglio la 154° e la 231° brigata uscite da Palazzolo avevano occupato Buscemi e Buccheri; lHarpoon Force era a soli 5 chilometri; la 153° a Monterosso Almo aveva catturato il battaglione reclute del 75°; infine, il 1°/157° RCT era a Licodia Eubea, addosso a Vizzini Scalo.
Per tutto il giorno 13 la 1° compagnia appiedata di Pittigliani, sfuggita all'accerchiamento di Noto e giunta a Vizzini non si sa come, aveva protetto il ripiegamento della colonna Cancellara combattendo come una normale unità di fanteria insieme a pochi elementi della Napoli ed al 529° NAP del sottotenente Francesco Pingitore, ma quando si era avviata verso il Bivio Gigliotto il povero capitano Avetta aveva richiesto con urgenza rinforzi al tenente colonnello Augusto Cesare Tron, capo di Stato Maggiore di Gotti Porcinari, così questi aveva inviato in fretta e furia la 71° compagnia artieri-minatori del capitano Andrea Amore ed elementi del quartier generale, cui si erano aggiunte truppe sbandate della 173° legione CC.NN. col centurione Arnone ed il seniore Vasta sfuggite dalla sacca di Modica: non più di 300 uomini in totale, muniti di solo armamento individuale e qualche mitragliatrice, schieratisi tra la stazione ed il cimitero.
Ad essi si aggiungevano all'ultimo sulla S.S. 124 al Bivio Mineo-Grammichele i 42 uomini della 65° sezione fotoelettricisti del capitano Francesco De Sena (2 ufficiali, 3 sottufficiali e 37 genieri giunti sin lì con un autocarro BL 18, una bicicletta e 17 muli) ed un centinaio circa della 54° compagnia mista TRT del capitano Camillo Vinci già presenti sul posto, oltre che i 250 avieri pressoché disarmati del 107° deposito militare della RA di Contrada Salonia, nei pressi della ferrovia per Licodia di Vizzini Scalo, ai comandi del tenente dalmata Valter Sempter, con il relativo piccolo presidio della Napoli del tenente Contaldi.
Non erano certo la crema dell'esercito italiano, ma nel frattempo il Kampfgruppe Rebholz aveva occupato sia Vizzini Scalo, dov'era il 146° di Cancellara, col 1° PzrGr, che Vizzini Città, col Reggio, e da ultimo coi reparti carri ed esplorante di Haeffner anche il Poggio Impiso, 2 chilometri più a nord, un'altura di 700 metri dov'erano gli acquartieramenti, i magazzini, le stalle dei quadrupedi della Napoli, occupati ora dai tre battaglioni del 76° fanteria, dalla 3° batteria T.M. da 75/27 del CXXVI° gruppo e dalla compagnia controcarro del 76° su 6 pezzi da 47/32 del capitano Enrico Talone.

Vizzini era un formidabile bastione naturale: posta a 586 metri di altezza sull'altopiano collinare dei Monti Iblei, su una "cresta a coltello" formata dai monti Maddalena, Calvario e Castello (il più alto coi suoi 613 metri) e dominata dall'alto dei suoi 986 metri dalla vetta del Monte Lauro, ov'erano anche tre batterie antiaeree, una da 88 della FlaK, la 720° da 20/65 del II°/22° MACA e la 1° CK da 75/27 dell'XI°/4° artiglieria c/a Mantova del capitano Luigi Forlenghi, sembrava il classico castello turrito ed inviolabile in cima alla montagna...
Era tuttavia uno snodo fondamentale per tenere sotto tiro la strategica S.S. 124, impossibile da aggirarsi perché le due rotabili entravano direttamente nell'abitato.
L'ordine di attaccare le alture ad est del paese fu dato alla 231° di Urquhart ed alla 154° di Thomas Gordon Rennie provenienti da Buccheri, ma l'avanguardia della 154°, una compagnia del 1° Black Watch (Royal Highland Regiment), fu colpita per errore circa 5 chilometri prima di Vizzini dagli obici da 105 del 158° e 160° campali americani di Funk e Larson, intervenuti in appoggio al 157° RCT (non a conoscenza dei piani di Wimberley!), quando, avvistato sulla S.S. 124 il reparto esplorante di Paulus, misero sotto tiro l'intera area.
Con una trentina tra morti, feriti e dispersi, il 1° battaglione era costretto a fermarsi!

La 153° brigata di Horatio Murray proveniente da Monterosso Almo dovette pertanto subentrare alla 154°: col 5°/7° Gordon Highlanders tenuto di riserva, avanzarono così da sud il 5° Black Watch del tenente colonnello Thompson sulla sinistra e il 1° Gordon Highlanders del tenente colonnello Hamilton Fausset-Farquhar sulla destra, con l'appoggio dei pezzi da 25 libbre (87,6 mm) del 127° artiglieria campale: di fianco al 5° Black Watch era anche il 1°/157° RCT del tenente colonnello Murphy, con l'ordine scritto di Anckorn di collaborare con gli inglesi per evitare di intralciarsi a vicenda: qualcuno finalmente l'aveva avvisato!
Nonostante questa precauzione Anckorn aveva già perso 5 uomini quando, nello stesso momento in cui i britannici avevano il primo contatto col nemico all'altezza di Contrada Torretta, un ordine scritto di Alexander controfirmato da Patton costrinse nel primo pomeriggio Middleton a comunicargli per telefono di ripiegare!

Risalito con estrema difficoltà sotto il fuoco nemico attraverso gli aranceti, il Black Watch riuscì prima di sera ad entrare nel quartiere di San Vito con la compagnia A del capitano John McGregor e, dopo aver impiantato un'infermeria presso la parrocchia di San Gregorio Magno di Don Michele Tiralosi,  a conquistare con le tre compagnie A, C e D la parte ovest del paese e con la B la strada d'accesso, con 6 caduti, tra cui il tenente 29enne William Stitt, e diversi feriti (tra essi due comandanti di compagnia, i 32enni capitani Campbell Adamson della C e Donald Murray della D, quest'ultimo morto in ospedale due giorni dopo), mentre i Gordons, avanzati a fatica sulla rotabile in direzione del Monte Conventazzo, la vetta più alta, riuscirono anch'essi con due compagnie alle 21,00 di sera ad occupare il campanile della cattedrale ed il cimitero, con 4 caduti.

In quel preciso momento scattava da sud-est anche l'attacco sul Conventazzo della 231° brigata, ma il 2° Devonshire del tenente colonnello A.W. Valentine, due plotoni mitraglieri Die-Hards (duri a morire) del 1°/7 Middlesex, sin dalle 19,30 mandati in avanscoperta sulle alture a nord-est, ed i semoventi Priest della batteria B dell'11° RHA più alcuni Sherman del 50° furono respinti dal Reggio, con 12 caduti tra cui il comandante dei Priest, il 26enne maggiore David Rowlandson, costringendo ad intervenire, poco oltre mezzanotte, il 1° Hampshire di J.L. Spencer ed il 1° Dorsetshire di W.B.H. Ray, che però nonostante i 9 caduti non facevano progressi.
Gli italiani si sfilarono alla vista dei carri provenienti da Buccheri: la 71° artieri e gli uomini del quartier generale si rifugiarono nelle gallerie della ferrovia, così come fuggirono gli artiglieri sul Monte Lauro, sia gli italiani che i tedeschi, e pure il colonnello Tron si spostò a Caltagirone, dove sin da prima della battaglia erano andate a rifugiarsi la 53° sezione sussistenza del tenente Mastrosimone e la 54° panettieri!
Combattè solo lo stremato 146° di Cancellara, per oltre quattro ore, lottando fianco a fianco con una compagnia mitraglieri tedesca contro gli americani, prima di ritirarsi a Mineo seguito alla spicciolata dagli avieri, così a cadere quel giorno fu solo il povero sergente Salvatore Lacagnina di Custonaci (TP), della 74° sezione di posta militare del Q.G., arso vivo dai lanciafiamme delle pattuglie esploranti della 23° corazzata sotto gli occhi dell'amico e compaesano Amorelli, con cui era stato mandato in bicicletta dal tenente Giovan Battista Di Vincenzo sulla Vizzini-Buccheri per scoprire perché il presidio di Contrada Paradiso non rispondesse alla radio.
Il capitano Silvio Avetta avrebbe amaramente annotato*:
"Durante il giorno scontro tra elementi nemici ed il gruppo tedesco risolto favorevolmente per i tedeschi. Alla sera gli ufficiali del comando, il comando del genio, il ten.col. Bombonato ed il ten. Bentley e circa 40 uomini del Q.G. scendono in Vizzini e si rifugiano nelle gallerie della linea ferroviaria. Brucio i documenti segreti. Rimango al comando tattico con un ufficiale, 3 sottufficiali, 3 uomini di truppa, 1 motociclista e 1 ciclista per mantenere il collegamento col 54° art. (2° gruppo) e il 76° ftr." 
*Domenico Anfora, La battaglia degli Iblei, cit., pagg. 251-252; La cresta a coltello, cit., pag. 88 ss.
Il giorno dopo Vizzini Scalo era sul punto di cedere sotto i colpi dell'artiglieria americana, mentre a Vizzini Città ancora il 5° Black Watch combatteva aspramente casa per casa.
A metà mattinata, al termine di un nuovo bombardamento del 127° campale condotto dal Monte Lauro e dalla valle del Dirillo, sotto una calura infernale anche la 154° brigata scattò all'attacco, sulla destra col 7° Black Watch del tenente colonnello Oliver in direzione ancora del Monte Conventazzo, in appoggio alla 231° brigata, e a sinistra sulla S.S. 124 insieme coi corazzati col 1° Black Watch del tenente colonnello Blair, per aggirare il paese da est ed occupare il Monte Calvario ed il Poggio Impiso.
Alle 15,30 arrivò però a Conrath l'ordine di ripiegare a nord-ovest sulla via per il Gornalunga, dove Rebholz doveva raggiungere il Kampfgruppe Hahm per formare una nuova barriera difensiva a Grammichele: coperti da un plotone di paracadutisti giunti da Francofonte con qualche controcarro e qualche mortaio i tedeschi cominciarono quindi ad avviarsi verso Militello.
Il Monte Conventazzo, verso l'imbrunire, e il Poggio Impiso, poco prima dell'alba, vennero così facilmente occupati: sulla brulla e pietrosa cima del Conventazzo si contarono 45 morti scozzesi e oltre 50 tedeschi, tanto che due frati di S. Maria di Gesù, Padre Ludovico ed il novizio Gaetano Ippolito, accorsi per benedire i caduti, fuggirono piangenti.
Almeno 8 furono comunque i caduti italiani, e testimonianze inglesi parlano di molti altri morti il 14 luglio nell'attacco alla loro colonna in fuga verso Francofonte (Domenico Anfora, La cresta a coltello, cit., pagg. 255-259).
I prigionieri italiani furono 700: tra essi l'aviere Sebastiano Cunsolo, fratello minore di quel sergente maggiore Giuseppe, capopezzo di un 47/32 a Palazzolo, fatto prigioniero anche lui il giorno prima, ed il 22enne Giovanni Altamore, aviere della contraerea, di Grammichele, l'unico italiano che si fermò a combattere volontariamente a Vizzini, con un plotone di mitraglieri tedeschi.

36. I CANADESI PRENDONO GRAMMICHELE (15 LUGLIO)

La confusione creata dai nuovi ordini aveva fatto sì che Grammichele fosse ancora nelle mani dell'Asse: ben presidiata dal Kampfgruppe Hahm, la cittadina era stata attaccata il 13 luglio dal 179° RCT di Hutchins con i due battaglioni di Stephenson e James ed il 2° mortai di Breaks.
Il battaglione di testa però, attraversate senza problemi le campagne di Mazzarrone e Granieri, era stato impegnato per tutta la giornata a Quota 398 a sud delle caserme di Caltagirone da alcuni panzer e 4 Tiger della 5° e della 6° compagnia al comando di Haem: erano andati perduti 2 panzeruno in combattimento ravvicinato e l'altro reso inservibile dagli stessi tedeschi.
La mattina del 14 un improvviso contrattacco tedesco con il supporto di un gruppo pesante d'artiglieria del Kampfgruppe Oerhing ed una trentina di carri tra cui 10 Tiger ed alcuni carri leggeri italiani era stato frustrato solo dall'arrivo in prima linea del 3°/179° di Weygand e soprattutto dal prepotente intervento delle artiglierie americane, con la perdita di 2 Tiger, ma proprio quella sera, nonostante distasse ormai solo 3 chilometri a sud dall'obiettivo, il 179° RCT venne costretto da Alexander a ripiegare verso Scoglitti per fare spazio ai canadesi!
Così, con i tedeschi ripiegati a Caltagirone e Piazza Armerina attraverso la S.S. 124 non più sotto tiro (gli americani avevano il divieto di sparare entro un miglio), solo la mattina del 15 luglio l'Hastings and Prince Edward del tenente colonnello Sutcliffe della 1° brigata canadese, con gli Sherman dello squadrone A del Three Rivers guidato a bordo di un carrier dal maggiore Casimir Bowen van Straubenzee, vice di Wyman, furono alle viste di Grammichele.
Qui però era pronti a riceverli la 7° carri, con una compagnia di fanteria, elementi pesanti della FlaK e diversi carri leggeri italiani.

Il coraggioso ma inesperto Sutcliffe si era avventurato sino al paese senza farsi precedere da pattuglie esploranti, così lo Sherman di testa, appena imboccato il corso principale, venne preso in pieno da un 88 scudato appostato in una via laterale: davanti al caporale Ernie Madden, alla guida di un vicino Bren Carrier, apparve la terribile visione del capocarro che si sforzò urlando di uscire dalla torretta in fiamme, mozzato di una gamba, senza riuscirvi...
Madden scagliò la sua cingoletta sul cannone, uccidendo tutti i serventi e scatenando l'immediata reazione dei canadesi.
Per fortuna di Sutcliffe l'88 aveva sparato troppo presto, altrimenti quelle strette viuzze si sarebbero trasformate in un'autentica trappola mortale per i carri impossibilitati a manovrare: i canadesi così si salvarono, ma poterono entrare in paese solo in tarda mattinata, quando furono i difensori a ritirarsi spontaneamente.
Nello scontro i canadesi ebbero in totale 7 caduti e 18 feriti (tra essi van Straubenzee ed il tenente Ryckman), più la perdita dello Sherman, di tre Carrier e di 12 autocarri, mentre il maggiore Hahm perse un Panzer III ed un IV (i primi neutralizzati dai corazzati canadesi nella guerra), l'88 scudato coi 7 serventi, svariati cannoni multipli da 20 mm e l'unico semovente da 47/32 sopravvissuto al Bivio Gigliotto, con la morte del caporalmaggiore Oretto Bitossi di Signa (FI) e del carrista Dino Caisutti, friulano di Santa Maria La Longa (UD).
Nel corso del ripiegamento proprio il Tiger n. 211 di Haem, fermatosi in avaria sulla S.S. 385, sarebbe stato fatto saltare dai tedeschi.

QUINTO QUADRO
 LA BATTAGLIA DEL SIMETO
                            
37. SCATTA L' OPERAZIONE "FUSTIAN"

John G. Appleyard
Per aprirsi la strada verso la piana di Catania Montgomery diede il via all'Operazione "Fustian" (Fustagno), un duplice attacco condotto da terra contro il Ponte dei Malati a Lentini, con il 3° commandos del tenente colonnello Durnford-Slater, e dall'aria contro il Ponte di Primosole, con i paracadutisti della 1st Airborne Division (Operazione "Marston Tonight").

Tra le operazioni "di contorno" ci fu "Chestnut" (Castagna), un fallimentare tentativo di infiltrazione oltre le linee nemiche che costò la vita ad uno dei migliori ufficiali di Montgomery, il 27enne maggiore John Geoffrey "Geoff" Appleyard, capo del Commando n. 62, chiamato anche Small Scale Raiding Force
Probabilmente tra le figure che ispirarono a Ian Fleming il suo Agente 007 (v. QUI), Appleyard aveva supervisionato il lancio di Pink, uno dei due piccoli gruppi di 10 commandos del SAS (l'altro era Brig) che si erano paracadutati dietro le linee nemiche a nord di Randazzo la notte del 12 luglio con la missione di interrompere le comunicazioni e sabotare i trasporti nemici.
Nel lancio però tutte le radio e gran parte delle munizioni, degli esplosivi e del cibo andarono perduti, costringendo quegli uomini a nascondersi, ma soprattutto l'Albemarle di Appleyard non fece più ritorno, non si seppe mai perché.
38. LO SCONTRO SUL PONTE DEI MALATI DI LENTINI 
(13-14 LUGLIO)

La 50° Northumbrian di Kirkman era stata bloccata a nord di Sortino dal Kampfgruppe Korner, inviato in soccorso da Rodt e salito sul Monte Pàncali, un ex vulcano spento di 487 metri che domina Carlentini, Lentini e Francofonte.
Poiché era arrivato il 3° paracadutisti di Heilmann, con il 2° battaglione del maggiore Rau a Francofonte, il 1° del maggiore Boehmler a Lentini ed il 3° del maggiore Kratzert a Carlentini, diventava a questo punto vitale prendere il Ponte dei Malati, un viadotto di soli 60 metri che consentiva alla S.S. 114 di scavalcare il fiume San Leonardo.

Il Ponte dei Malati oggi: si può intravedere sulla spalla sinistra una delle targhe fatte apporre da Montgomery, mentre seminascosto dalla vegetazione, verso il centro, anche un bunker di calcestruzzo


L'incarico toccò al commando, il più antico e prestigioso, nato nel luglio 1940 in Norvegia dai volontari comandati dall'allora capitano d'artiglieria John Durnford-Slater, autore di mille imprese che gli avrebbero fruttato la promozione provvisoria a maggiore e poi a tenente colonnello, oltre che una DSO e vari encomi.
I 350 commandos dovevano sbarcare in due ondate la sera del 13 luglio dalla LSI inglese Prince Albert sulla spiaggia di Agnone (SR), marciare per 8 chilometri fino al ponte, prenderlo intatto e mantenerlo fino all'arrivo della 50° divisione.
I primi 250, sbarcati al comando di Durnford-Slater alle 22,00 del 13 luglio sotto il fuoco del CCXXX° gruppo Skoda da 100/22 del capitano Luigi Metelli del 22° Raggruppamento GaF, si diressero verso l'interno seguendo la linea ferroviaria, ma alla stazione di Agnone Bagni vennero sorpresi da una compagnia di paracadutisti del 1° reggimento di Schultz, appena arrivato a Sigonella, che li costrinsero a deviare la direzione ridotti a 160 uomini validi, con almeno 30 tra morti e feriti.
Arrivati alle 03,00 di notte sull'obiettivo insieme con gli altri 100 uomini del maggiore John Bertram Vaugham Pooley giunti in ritardo a causa dell'azione disturbatrice di due MAS italiani partiti in missione di pattugliamento da Ionia (Giarre-Riposto), che avevano lanciato senza esito alcuni siluri, i commandos lo trovarono presidiato dalla 554° mitraglieri del capitano Clemente del CLIII° GaF comandato dal maggiore Gioacchino Ginnasi, ma dopo averli aggirati attaccarono di sorpresa riuscendo in breve tempo a conquistare il ponte ed a togliere la cariche esplosive già predisposte, buttandole nel fiume, mettendosi ad aspettare l'arrivo della 50° impegnata a Sortino.
Ad arrivare, al primo chiarore dell'alba, fu invece del tutto a sorpresa il Gruppo tattico di Contrada Carmito del tenente colonnello carrista Antonino Tropea, alla testa del suo IV° semoventi da 47/32 Livorno, di tre panzer del Gruppo Schmalz più la 553° motomitraglieri!


Durnford-Slater e Pooley
Nell'impari scontro gli inglesi, muniti di sole armi leggere, vennero annientati, e dovettero ritirarsi con molte perdite verso Augusta divisi in piccoli gruppi, ma ben 60 furono poi catturati dai paracadutisti e altri 30 furono intercettati ad Agnone dalla 1° compagnia del capitano Luigi Attanasio del CCCLXXII° costiero.
Solo Durnford-Slater e Pooley (poi caduto in Normandia) riuscirono ad arrivare incolumi alle linee inglesi dopo una marcia di 24 ore di fila verso sud in territorio ostile, meritandosi la Victoria Cross.
John Durnford-Slater si sarebbe guadagnato un'altra DSO dopo l'Operazione Devon, lo sbarco a Termoli il 3 ottobre 1943 di un migliaio di uomini della Special Service Brigade, e con lui l'avrebbe ottenuta anche Pop Manners, il comandante del 40° Commando, poi caduto il 3 giugno 1944 durante un'operazione sull'isola di Braç, in Jugoslavia.
Dopo aver combattuto anche in Normandia, Durnford-Slater, ritornato nel 1946 capitano e subito promosso maggiore, andò subito in congedo, per poi morire appena 57enne il 5 febbraio 1972 col grado di Brigadiere Generale.
Quella sul Ponte dei Malati per il 3° Commando sarebbe stata l'ultima missione in Sicilia.
Erano andati perduti ben 153 uomini, con 28 morti, 66 feriti e 59 dispersi, in gran parte fatti prigionieri: sono visibili ancora oggi le targhe che Montgomery fece cementare sul ponte in loro memoria (ringrazio Historiamilitaria.it Lorenzo Bovi).

Il destino del Ponte dei Malati era comunque segnato: alle prime luci del 13 luglio i 14 Sherman dello squadrone C degli Sharpshooters, il 3° County of London Yeomanry del maggiore Matthews, si erano infatti avviati in direzione di Carlentini contro l'intero Kampfgruppe Korner transitando con una manovra aggirante sulla S.P. 95 verso Villasmundo ormai abbandonata dai tedeschi, con il solo appoggio da lontano dei Priest del 24° campale, ma numerosi 88 nascosti li avevano presi d'infilata: un carro era stato colpito in pieno, un altro al cingolo, un terzo al cannone ed un quarto era esploso sotto una mina nel corso di un mortale duello con due 88, entrambi comunque distrutti.
Costretti a fermarsi, a corto di carburante ed in difficoltà a muoversi su quella stretta stradina piena di crateri e mine nascoste, alle 13,30 i carri del 3° erano stati rilevati da quelli del 44°, mandato all'attacco sulla S.P. 9 da Sortino insieme al 7° Green Howards del tenente colonnello Smith della 69° brigata: il 7° procedeva davanti, con i plotoni esploranti e le squadre mortai seguite da presso dalle compagnie A, B, C e D dei capitani Honeyman, Fairclough, Hull e Lofthouse, mentre i carri del 44° chiudevano la colonna.
Con i mortai fu fatto saltare in aria uno StuG III ed un'autoblindo che avevano fermato le cingolette e successivamente vennero neutralizzate anche due mitragliatrici tenute dai paracadutisti del 3° battaglione di Kratzert che al riparo di una caverna avevano infierito sugli uomini accorsi a spostare il semovente in fiamme.
Tre paracadutisti fatti prigionieri rivelarono che Korner aveva ordinato di ripiegare, lasciando solo uno schermo controcarro di paracadutisti, eppure verso le 17,00 altre mitragliatrici nemiche aprirono il fuoco da una cresta di fronte, al limitare di una piccola valle tutta allo scoperto sulla linea d'avanzamento: Smith decise di attaccare all'imbrunire, con la compagnia C a sinistra, con obiettivo una fattoria sulla cresta, la D a destra, la B in retroguardia e la A in riserva, con la copertura del 7° mitraglieri Cheshire Regiment.
Alle 21,30 un poderoso bombardamento del 124° campale annunciò l'attacco finale: dopo la lenta avanzata nella notte finalmente all'alba furono debellate le ultime resistenze, con la cattura persino di un 88 ed un 50 intatti.
Nel primo pomeriggio del 14 luglio, più o meno nello stesso momento in cui sul fianco destro della 69° il 1° Green Howards della 15° brigata da Melilli occupava definitivamente Villasmundo catturando pure 40 tedeschi, il gemello 7° entrava così a Carlentini, al comando del maggiore Brunton, vice di Smith, rimasto ferito insieme ad altri tre uomini, e poi a Lentini, sfigurata dai numerosi bombardamenti, transitando finalmente insieme con gli Sherman del 44° carri sul Ponte dei Malati.
Quegli stessi Sherman avrebbero intercettato poche ore dopo tra il Ponte di Primosole e la Masseria Coda Volpe i piccoli semoventi di Tropea: nel terribile scontro gli L 40 sarebbero stati tutti distrutti e lo stesso Tropea avrebbe perso la vita.

39. LA 152° BRIGATA PRENDE FRANCOFONTE 

Con la 153° e la 154° impegnate a Vizzini, la 152° brigata di Sir Gordon Alexander Holmes MacMillan proveniente da Buccheri, con in testa il Seaforth Highlanders del tenente colonnello Walford, attaccava Francofonte, difesa dai paracadutisti del 2° battaglione del maggiore Rau al riparo dei terrazzamenti coltivati ad olivo ed agrumi.
All'ingresso del centro abitato una stretta curva a gomito aveva la visuale occultata da un cimitero, e quando il carrier di testa l'ebbe imboccata un 88  nascosto proprio all'interno del cimitero lo colpì in pieno praticamente a bruciapelo, per essere subito dopo prontamente ritirato.
Con la cingoletta in fiamme si mossero gli uomini dell'1/7° Middlesex mitraglieri, presto seguiti dagli Sherman dello squadrone C del 50° reggimento della 23° corazzata, che finirono però subito dopo un'altra stretta curva sotto un intenso fuoco di cannoni anticarro, mortai e mitragliatrici proveniente dall'interno del cimitero: un paracadutista saltò sullo Sherman  di testa e lanciò dentro una bomba a mano, prima di essere abbattuto dalle mitragliere del carro seguente, poi un altro carro saltò su una mina e poco più tardi un terzo venne centrato al cingolo da un PaK 40 da 75, bloccando la strada e costringendo gli altri a ritirarsi nella confusione.
Su ordine di Walford la squadra del sergente Alexander Smith della 275° compagnia del genio campale si spinse in avanti per sminare la strada e liberarla dalle carcasse dei carri, protetta dal fuoco della compagnia D del capitano Victor Thomas del Middlesex spostatasi poco più a nord per contrastare i rifornimenti nemicii mitraglieri Percy Crowhurst e Dickson del 13° plotone del tenente Henry Dawson, nascostisi ai bordi della strada che proviene da Lentini e Scordia, riuscirono da soli a distruggere un trasporto truppe cingolato con una squadra mitraglieri a bordo, dando il via ad un accesissimo scontro che si prolungò fino al tramonto, col 5° battaglione sempre inchiodato a soli 100 metri dal nemico, ma si chetò nella notte, consentendo a quegli uomini, ormai stremati ed a corto di acqua e munizioni, di ritirarsi finalmente dietro la linea della strada ed essere riforniti dal  Seaforth Highlanders del tenente colonnello Horne.
La mattina seguente i due battaglioni tornarono all'attacco, preceduti dal fuoco del 128° pesante campale, e la compagnia A di testa dei Seaforths ingaggiò un furioso scontro casa per casa all'interno della cittadina, presidiata dagli uomini del capitano Gunther.
Si combatté duramente a Carpitello, al Quadrivio di Lingemi, in Contrada Ingegna ed al Bivio Marischelchi-Scordia,  dove il mitragliere Alfred Thompson riuscì con la sua Lewis a sgominare una postazione nemica ed il solito Crowhurst interruppe un pericolosissimo contrattacco sul fianco sinistro, fino a quando fu l'ultimo battaglione rimasto, il fresco 5° Queen's Own Cameron Highlanders del tenente colonnello Sorel-Cameron, a lanciarsi urlando sulla S.P. 69 Francofonte-Scordia: pur perdendo sin da subito il ferito Sorel-Cameron, sostituito dal maggiore Noble, riuscì a prendere il cimitero con un sanguinosissimo assalto alla baionetta guidato dal sergente McLean, e l'ultima parola fu detta dal 15° mitraglieri del tenente Scannell, che a mezzanotte fece crollare la resistenza della Casa Rossa, la casa cantoniera.
Scannel non poté gioirne: ritrovato dal capitano Cavendish avvinghiato moribondo al cadavere di un paracadutista col quale si era sfidato a colpi di baionetta, sarebbe morto subito dopo.
L'indomani mattina i Camerons, avanzati col 50° carri verso Militello Val di Catania e Scordia, avrebbero intercettato e catturato per intero in pieno ripiegamento il II°/54° artiglieria della Napoli ippotrainato da 75/27 del colonnello Ignazio Re.


40. L'ATTACCO AL PONTE DI PRIMOSOLE (13-17 LUGLIO)

Gerald William "Legs" Lathbury
Ancor più difficile e sanguinosa sarebbe stata la conquista del Ponte di Primosole, un viadotto d'acciaio di 120 metri che consentiva alla S.S. 114 l'attraversamento del fiume Simeto. 
A bordo di 126 Dakota del 52° stormo partirono nel tardo pomeriggio del giorno 13 sempre da Qairouan per l'Operazione Marston Tonight 1.933 uomini, cioè i tre battaglioni della 1st Parachute Brigade del giovanissimo Brigadier Generale Gerald William "Legs" Lathbury (alla vigilia del suo 37° compleanno!), più lo squadrone genio paracadutisti, la 16° unità di sanità aviotrasportata, la 21° compagnia indipendente paracadutisti esploratori, due reparti di osservatori navali e la 1° batteria anticarro aviotrasportata, con 77 uomini, mentre i 10 cannoni controcarro e 18 jeep vennero caricati su 19 alianti trainati da 7 Halifax e 12 Albemarle del 38° stormo della RAF.

DRAMMA NEI CIELI
Ancora una volta, però, i velivoli non vennero riconosciuti sui cieli di Malta dalla contraerea britannica, che ne abbatté 2 e ne danneggiò gravemente 9 costringendoli a rientrare, poi sulla Sicilia la FlaK tedesca e la 9° MACA italiana ne buttarono giù altri 36, costringendone altri 10 ad abbandonare la missione per i troppi danni: non solo, ma le manovre diversive per evitare i traccianti portarono gli aerei a sfiorare pericolosissime collisioni in volo ed a perdere di vista i riferimenti a terra, causando una forte dispersione dei lanci che, unita al forte vento in quota di traverso, portò molti diavoli rossi a scendere fino alle pendici dell'Etna o in mare!
I velivoli dovevano transitare nel corridoio aereo a 8 chilometri dalla costa, mantenendosi paralleli alla foce del Simeto, e lanciare i paracadutisti a 150 metri di altezza, ma nella realtà solo 39 Dakota su 126 riuscirono ad effettuare i lanci entro un miglio dalle Drop Zones (30 sull'obiettivo, 9 nei pressi) e solo 4 dei 19 alianti atterrarono vicino al ponte, con altri 13 sparsi in giro per la piana, spesso in zone in cui infuriavano i roghi per i proiettili incendiari, mentre altri 26 Dakota tornarono in Nord Africa senza aver effettuato alcun lancio ed alcuni sparirono letteralmente nel nulla.





L'ARRIVO INASPETTATO DEI  DIAVOLI VERDI
Alastair Stevenson Pearson
Il Ponte di Primosole, in codice Johnny 2, era presidiato dalla 553° compagnia del capitano Giovanni Sartor del CLIII° mitraglieri della GaF di Ginnasi e dalla 6° compagnia guidata dal capitano Piccolo del CCCLXXII° battaglione costiero del maggiore Nino Bolla: lì, diviso in due gruppi, a nord e a sud del viadotto, doveva atterrare il 1° battaglione del 28enne tenente colonnello Alastair Stevenson Pearson per catturare intatto l'obiettivo e tenerlo fino all'arrivo della 50° divisione di Kirkman.

John Dutton Frost
In quel ristretto terreno erano concentrate diverse batterie del 22° Raggruppamento della GaF.
Più a sud, sulla collina di San Demetrio, Johnny 3, obiettivo del 2° battaglione del 31enne tenente colonnello John "Johnny" Dutton Frost (interpretato da Anthony Hopkins nel film Quell'ultimo ponte), c'erano la 162° e la 163° batteria del XXX° gruppo da 149/35 al comando del maggiore Luigi Russo, con dei trinceramenti di fanteria nel vicino Bivio Jazzotto (dove la S.S. 114 proveniente da Lentini incrocia la S.S. 385 da Caltagirone), mentre in quella di Coda Volpe, poco più a nord-est, Johnny 1, obiettivo del 3° battaglione agli ordini dello stesso Generale Gerald W. Lathbury, c'era la 226° del capitano Felice Nastasi con gli obici da 105/14.
Due ultime batterie, la 275° del capitano Bruno Franceschini  e la 276° del pari grado Vittorio Pincella del CXXII° gruppo (4° reggimento d'artiglieria d'armata), munite di potentissimi obici da 305/17  pesanti quasi 34.000 chili, capaci di sparare fino a 17.600 metri proietti d'acciaio di 442 chili, erano posizionate più lontano sul torrente Buttaceto, circa 4 chilometri a nord-est del Simeto.

I britannici sapevano che il viadotto era difeso da una compagnia italiana mitraglieri, sparsa in quattro fortini di calcestruzzo, due per lato, ognuno con un pezzo da 47/32, tuttavia a loro insaputa sin dal giorno prima a soli due chilometri più a sud presso Lentini si era posizionato il grosso del 4° paracadutisti di Walther, arrivato appena due giorni prima col 3° di Heilmann e raggiunto poi dal battaglione pionieri paracadutisti del capitano Paul Adolff e da quello mitraglieri del maggiore Schmidt.
Al momento dell'attacco proprio una compagnia di Schmidt al comando del capitano Laum si trovava, con gli 88 in avanguardia, a soli 300 metri dal ponte, esattamente nel corridoio di volo di due delle quattro zone di lancio ed atterraggio degli alianti, tanto che un suo plotone poté abbattere 3 alianti ed un altro 3 Dakota, con 82 paracadutisti presi prigionieri: non solo, ma uno dei tre alianti si andò a schiantare sul ponte e un altro si spezzò in due sulla riva del fiume, con tutti i serventi di un cannone rimasti feriti gravemente ed i due piloti scaraventati fuori dalla carlinga entrambi mutilati!

L'ATTACCO DEI DIAVOLI ROSSI
Anche sfruttando il caos generato dall'esplosione di quell'aliante intorno alle 02,15 di notte del 14 i 50 diavoli rossi del capitano Rann del 1° battaglione si impadronirono dell'accesso nord del viadotto dopo aver neutralizzato le sentinelle italiane del posto di blocco e della Masseria Di Stefano, posizionandosi su Johnny 1, nei pressi della Masseria San Paolo, sulla collina Coda Volpe, mentre poco più tardi una trentina di uomini del 3° battaglione e del quartier generale di brigata atterrati a circa un chilometro di distanza dopo essersi lanciati addirittura da meno di 100 piedi al comando di Lathbury riuscirono a prendere anche la parte sud.
Per farlo approfittarono del fatto che la S.S. 114 era assai trafficata in entrambi i sensi di marcia da molti convogli di autocarri che nel buio della notte la percorrevano a fari accesi, costringendo i difensori a rimuovere frequentemente i blocchi: così, quando videro passare due camion tedeschi, uno dei quali con al traino un PaK 40 da 75 mm, gli uomini di Lathbury, nascosti ai bordi della strada, non appena la sbarra si alzò attaccarono di sorpresa con gli Sten e le bombe a mano, conquistando il ponte alle 03,15 e catturando integri sia gli autocarri che il PaK 40, anche se proprio Lathbury rimase ferito dallo scoppio di una granata lanciatagli contro da uno dei due autisti.
Sin dalle 04,00 il ponte era così presidiato a nord da circa 120 uomini del 1° e del 3° battaglione e a sud da 50 paracadutisti del genio e della sanità, mentre altri 140 del 2° battaglione andavano ad occupare proprio in quei minuti Johnny 3, la collina di San Demetrio nei pressi del Bivio Jazzotto, trovata però già abbandonata dagli artiglieri (Frost avrebbe detto: "Piccoli drappelli di italiani vagavano nel buio cercando qualcuno a cui arrendersi, e la difficoltà stava nel capire chi effettivamente volesse farlo e chi invece combattere").
Alle 04,30 le cariche esplosive già predisposte dai genieri italiani erano disinnescate ed un'ora dopo i 295 diavoli rossi, tra cui 12 ufficiali, armati di soli 3 pezzi controcarro, 2 mortai da 3 pollici ed una mitragliatrice Vickers oltre alle armi individuali, erano in posizione, con Latbury ed i suoi uomini del quartier generale su Johnny 2, i 120 uomini del 1° e del 3° agli ordini di Pearson su Johnny 1, sul lato nord, ed i 140 del 2° di Frost sulla spalla sud, a Johnny 3.

I PARACADUTISTI TEDESCHI ALL'ATTACCO

Ma era solo l'inizio, perché alle 06,00 di mattina improvvisamente si presentò davanti al ponte da ovest il neoarrivato battaglione mitraglieri di Schmidt, che dopo un attimo di sconcerto passò immediatamente all'attacco coi mortai e le MG: i diavoli rossi inglesi si salvarono solo grazie ai 152 dell'incrociatore Mauritius al largo, perdendo comunque Johnny 3  e l'accesso alla S.S. 114, con ben 42 caduti ed altrettanti feriti.
I tedeschi stavano progressivamente accerchiando sui tre lati gli inglesi ripiegati a Johnny 1 grazie all'aiuto di tre autoblindo del reparto esplorante di Schmalz, sfruttando il fumo dei numerosi incendi provocati dagli scoppi, che nascondeva gli attaccanti ma accecava e soffocava i sempre più disperati inglesi, ormai con poche munizioni ed attaccati dall'aria da alcuni FW 190...
A salvare per un po' gli esausti diavoli rossi fu alle 09,00 di mattina il fuoco dell'incrociatore Newfoundland, ma i tedeschi, guidati dal capitano Franz Stangerberg, ritornarono all'attacco della spalla nord, dove Pearson con la S.S. 114 ormai in mano inglese aveva sparpagliato i suoi uomini.
Stavolta a fermarli furono i mortai: i diavoli verdi di Stangerberg, in piedi ed allo scoperto, costituivano un facile bersaglio.
Fu a quel punto che l'ufficiale decise di recarsi a Catania, lasciando sul posto i soli 150 uomini della 1° compagnia radiotelegrafisti del capitano Fassl.

Schmalz poté assicurare a Stangerberg solo l'appoggio di una batteria antiaerea della FlaK di Fontanarossa con un pezzo da 88 e uno da 50, 
non di più perché Catania era bombardata dal mare e dall'aria, per cui al suo ritorno il capitano mise in piedi una compagnia con circa 200 uomini tratti dalle cucine, dagli uffici, dagli autisti, dai meccanici, con l'ordine di avanzare su entrambi i lati della rotabile, ordinando a Fassl di schierarsi ad est e guadare il fiume per attaccare gli inglesi sul loro lato destro.
Nonostante il Newfoundland distruggesse uno dei due pezzi tedeschi di Fontanarossa, gli uomini di Pearson, abbandonato il lato nord alle 17,30, vennero progressivamente isolati sul lato sud da Fassl, protetto anche da uno StuG III e da vari cannoni controcarro, che riuscì anche a mettere in batteria proprio sulla riva nord un 88: sparando ad alzo zero questo distrusse due casematte dov'erano andati a rifugiarsi gli inglesi, costringendo Pearson ad ordinare alle 18,30 la ritirata.
Alle 19,30 gli inglesi erano tutti ripiegati sulle due colline Johnny, con solo una cinquantina di superstiti su 170 e diversi uomini feriti e catturati dal nemico, ma da lì potevano impedire al nemico di ricollocare le cariche, mentre nel frattempo Lathbury teneva ancora il ponte, sperando nel prossimo arrivo della 50° divisione, rincuorato dai continui arrivi di nuovi alianti, anche se 4 di essi vennero abbattuti, compreso l'Horsa con tutti gli ufficiali dell'artiglieria pilotato dal maggiore A.J. Cooper e dal sergente C.P. Morgan (morti entrambi insieme col tenente colonnello C.H.P. Crawfurd, con altri 3 uomini rimasti feriti), caduto a nord di Lentini in Contrada Feudo Sabuci, mentre altri 4 finirono proprio nelle mani del nemico.
Quando tutto sembrava ormai perduto, l'improvvisa apparizione alle 19,30 da Lentini in un uliveto a sud della collina Johnny 1 dei primi Sherman del 44° carri, coperti sul lato sinistro dagli Sharposhooters, e mezz'ora dopo prima del 6° e poi del 9° Durham della 151° brigata costrinse i tedeschi a ripiegare al riparo di un aranceto a nord del fiume.
I diavoli rossi avevano conquistato e tenuto il ponte, ma al salatissimo prezzo di ben 454 morti, 240 feriti e 102 dispersi.

ARRIVA IL 10° ARDITI 
Nato nel maggio del 1942 e svezzatosi con oltre 20 missioni in Africa, il 10° reggimento arditi era formato su quattro battaglioni, il I° a Cagliari, il II° dal maggio del '43 in Sicilia ad Acireale al comando del maggiore Vito Marcianò, ed il III° ed il IV° (costituito solo il 10 luglio 1943) a Santa Severa, vicino a Roma, sede del comando generale.
Come gli omologhi ADRA (Arditi Distruttori della Regia Aeronautica) ogni battaglione di arditi era su tre compagnie di 10 squadre o pattuglie, una di camionettisti (poi chiamata terrestre), una di paracadutisti ed una di nuotatori (poi da sbarco), che avrebbero dovuto operare fulminee azioni di sabotaggio dietro le retrovie nemiche, ma fino a quel momento erano state utilizzate solo in missioni antiparacadutisti: proprio il giorno prima la squadra del tenente sardo Danilo Bachiddu aveva catturato un plotone di paracadutisti inglesi atterrati per sbaglio in un vigneto a ovest di Acireale, tra Aci S.Antonio e Piano d'Api.
Fu così che il sottotenente Donìa della 113° compagnia terrestre agli ordini del capitano Ciro Zuppetta, impegnato con la sua squadra in una perlustrazione del Simeto a bordo di un paio di sahariane, alle 21,00 del 14 luglio si vide chiedere apertamente aiuto dai tedeschi!
Marcianò, avvisato via radio, li raggiunse con tre squadre della 113°, con 56 uomini e due camionette ognuna, per un totale di 168 uomini e 6 sahariane

Al comando del suo vice, il capitano Romolo Paradisi, alle 21,30 gli arditi si accostarono al ponte con le sahariane coi motori al minimo, poi, avvicinatisi a piedi nascosti dalla vegetazione, irruppero all'improvviso sul ponte sparando con i loro MAB, protetti anche dalle mitragliere e dai fuciloni delle camionette, per poi attaccare con le bombe a mano ed infine alla baionetta.
Colti di sorpresa, gli uomini del 6° e 9° Durham, subentrati ai diavoli rossi ma stanchissimi dopo aver marciato per 32 chilometri sotto un caldo asfissiante, in mezz'ora vennero scacciati  e costretti a ritirarsi oltre la sponda sud, al Bivio Jazzotto, ma subito dopo coi mortai e gli anticarro distrussero 4 camionette, 2 per opera di un solo uomo, il Lance Cpl. Stanley Seymour Rose del 9° Durham, che col suo pezzo anticarro da 57 mm (6 pdr) distrusse al primo colpo la prima quando era a meno di 30 iarde di distanza e poi, pur ferito, una seconda poco dopo, inducendo le altre a ritornare indietro e meritandosi la MM.
Quasi accerchiati, gli arditi riuscirono tuttavia a ripiegare, in parte sulle uniche due camionette rimaste, in parte addirittura a piedi e poi a nuoto sotto il ponte, favorendo il ritorno dei tedeschi: gli inglesi dovettero ritirarsi con molte perdite a Quota 114.
Gli arditi in quest'azione di un'ora e 40 minuti ebbero 5 morti, tra cui due ufficiali (uno proprio il tenente Bachiddu), 4 feriti e ben 16 dispersi, quasi tutti per lo scontro al Bivio Jazzotto.
Vennero decorati alla memoria il tenente Edgardo Duse e l'ardito Salvatore Maccarrone con la medaglia d'oro, il caporalmaggiore Antonio D'Amico e l'ardito Guido Basso con  quella di bronzo mentre tra i sopravvissuti ebbero la medaglia d'argento il maggiore Vito Marcianò, il capitano Romolo Paradisi, i tenenti Pietro Taini e Riccardo Friozzi e l'ardito Vittorio Gironi, alla sua seconda dopo un'altra ottenuta giorni prima ad Ispica, quella di bronzo il sergente maggiore Pietro Badalamenti, i sergenti Vittorio Olivati e Adriano Castoldi e gli arditi Achille Furlan e Tommaso Napolitano, e la croce di guerra il sottotenente Dante Bartolazzi e l'ardito  Luigi Aquini.
(Si veda QUI).

ORA TOCCA AL DURHAM
Alle prime luci dell'alba del 15 luglio Kirkman ordinò al Brigadier Generale Ronald Henry Senior, comandante della 151° brigata, di far avanzare senza indugio il 9° Durham, nonostante le perplessità di Senior, che ben sapeva quanto i suoi uomini fossero stanchi.
Il 9°, appoggiato da uno squadrone di Sherman del 44°, attaccò alle 07,30 al comando del tenente colonnello Clarke, preceduto da un intensissimo bombardamento dei semoventi Priest di due reggimenti campali di artiglieria, il 124° ed il 98° Surrey & Sussex Yeomanry, Queen Mary's.
Nel frattempo, però, a difesa del ponte erano giunti gli interi 3° e 4° reggimento tedeschi: il battaglione pionieri di Adolff aveva sostituito in prima linea le stanche truppe di Stangerberg, nascondendosi insieme agli arditi nella vegetazione a cavallo della S.S. 114 a sud del ponte con la 1° e la 3° compagnia, con la 2° e quella di Fassl di riserva e la 513° mitraglieri di Sartor e la 6° di Piccolo sulla sua sinistra, mentre il battaglione mitraglieri di Schmidt era arretrato tra il Gornalunga ed il Simeto in appoggio alla retroguardia di Schmalz, il cui grosso era invece sulla sponda settentrionale del Simeto, disteso fin quasi alla confluenza col Dittaino.

Dopo aver superato un bunker semidistrutto e aggirati i resti di una colonna italiana della sussistenza bombardata dal fuoco navale, tra cui una motocicletta ormai inutilizzabile e le carcasse di sette o otto tra muli e cavalli (tanto da soprannominare quell'incrocio il "Dead horse corner"), improvvisamente all'altezza dell'ultima curva a ridosso del ponte gli inglesi vennero accolti da un intensissimo fuoco di mitragliatrici e mortai, proveniente per lo più dai bordi della strada infossata ("sunken road"che stavano percorrendo, a pochi metri dall'argine nord, da dove, nascosti  tra gli estesi canneti, numerosi nidi di MG praticamente invisibili dal piano stradale sottostante miravano soprattutto le torrette degli Sherman, per impedire ai capicarro di identificare gli obiettivi!
Un paio di plotoni riuscì a guadare il fiume coperti dal fumo della granate nebbiogene dei carri e ad attaccare alla baionetta dopo cinquanta metri di corsa la 1° compagnia del tenente Cords, spostatasi lì per errore e rimasta isolata, ma a quel punto tutto il fuoco nemico si scatenò su di loro.
Alle 09,30 gli inglesi preferirono così ritirarsi sulla sponda sud, lasciando su quella maledetta strada, che avrebbero lugubramente chiamato d'ora in poi "Spandau Road", ben 34 morti (9 ufficiali), ed oltre 60 tra dispersi e feriti, oltre a tre Sherman, distrutti dal pezzo da 88.

Si capì che l'errore grave era stato quello di muoversi di mattina in campo aperto sotto il sole cocente, per cui Pearson suggerì di attaccare di sorpresa quella stessa notte attraverso un guado del fiume che lui stesso aveva individuato nei giorni precedenti.
All'una di notte un breve bombardamento di soli 8 minuti da parte di 70 cannoni più i pezzi da 152 del Newfoundland colpì in pieno l'88 sulla sponda nord con tutti i suoi serventi, dando il via all'attacco. 
All'improvviso dopo una avanzata silenziosa in quelle acque semipaludose iniziata a sera inoltrata con Pearson davanti da solo a tracciare la via, il 9° Durham, più metà del  6° e l'intero 8°, guidati dal tenente colonnello R.D. Lidwell comandante dell'8°, si materializzarono urlando davanti agli stupefatti difensori!
L'urto fu terribile e lo scontro incerto fino all'ultimo, ma una volta ancora l'attacco venne respinto, con la perdita di 2 Sherman ed un centinaio di uomini per parte.

L'ATTACCO DECISIVO DEL 10° ROYAL BERKSHIRE REGIMENT 
Il Durham aveva perso almeno 500 uomini, quindi il giorno dopo toccò al 10° battaglione Royal Berkshire Regiment della 168° brigata del Brigadier Generale Kenneth C. Davidson.
Quando il Berkshire attaccò, preceduto dall'ennesimo bombardamento, di ben quattro ore, sia dal mare che da terra, con tutti i 179 cannoni disponibili, compresi i cannoni del 3° e del 44° carri, si trovò contro però anche i 3 panzer superstiti dell'ex Gruppo Carmito, che neutralizzando due Sherman del 44° ed uno del 3° costrinsero gli inglesi a ritirarsi ancora.
Berkshires ebbero 26 caduti e 83 tra feriti e dispersi, gli Sharpshooters persero il tenente W.H. Palmer dello squadrone C, il sergente J.L. Ward e soprattutto il loro comandante, il tenente colonnello G.G.L. Willis (decorato con la DSO alla memoria), sostituito al volo dal maggiore A.W. Grant, ed ebbero feriti due comandanti di squadrone, i maggiori C.B. Wray dello A e H.M. Matthews dello C, ed il caporale Thompson.
Ormai la situazione era comunque insostenibile per l'Asse: quella stessa notte Heilmann si ritirò in silenzio sul Fosso Buttaceto, un torrente di soli 8 chilometri che andava dalla foce del Simeto alla Masseria Strazzeri, ultimo sbarramento prima di Catania, mentre Walther e Adolff preferirono avviarsi verso la città.
Dopo oltre 72 ore e 4 tentativi il ponte era inglese, con però oltre 1.000 caduti e l'annientamento di tre intere unità.
Almeno altrettante furono le perdite dell'Asse.


Primosole dopo la battaglia


Lathbury e Pearson avrebbero ottenuto per quest'azione la DSO, per Pearson già la terza (una quarta gli sarebbe stata data in Normandia).

Ammalatosi di malaria e costretto a lungo in ospedale a Sousse, in Tunisia, Pearson dopo la guerra venne nominato Lord e divenne Aide de camp della Regina: andato in pensione da Brigadiere Generale negli anni '80 sarebbe morto, 81enne, nel 1996.
Frost invece avrebbe ottenuto la sua DSO nel settembre 1944, partecipando all'Operazione "Market Garden", quando fu ferito e catturato ad Arnhem insieme con Lathbury, anche lui ferito alla gamba sinistra e temporaneamente paralizzato, ma capace di rimettersi e addirittura di fuggire dalla prigionia con 137 uomini della 101st Airborne Division, ottenendo anche una DSC americana.
Lathbury sarebbe morto 71enne nel 1978, Frost 81enne nel 1993, non prima di vedere dedicato al suo nome dalla riconoscente comunità di Arnhem "quell'ultimo ponte".

41. LA DISPERATA BATTAGLIA DELLA REGIA AERONAUTICA

Non è possibile rendere esattamente l'idea dello sforzo compiuto dai nostri piloti quell'estate siciliana, quindi quello che segue prendetelo per quello che è: il tentativo appassionato ed a volte forse impreciso di perpetuarne la memoria al fine di rendere onore al loro operato.

I PRIMI SETTE GIORNI DI LOTTA
Sin dalle 12,15 del 10 luglio, 8 Re. 2002 del 102° gruppo (5° stormo d'assalto) di Crotone del tenente colonnello Guido Nobili (reduci da un duplice trasferimento Tarquinia-Capua e Capua-Crotone), insieme con gli 8 G 50 bis Freccia della 390° squadriglia del capitano Filippo Greco del 159° gruppo (50° stormo d'assalto), attaccarono il settore britannico.
Nonostante il forte sbarramento antiaereo gli Ariete, individuata davanti a Gela la grossa LST-313 americana intenta a sbarcare carri armati del 26° RCT, riuscirono ad affondarla alle 18,24 al largo di Contrada Bulala: il comandante della nave, tenente di vascello Samuel Hugh Alexander, sarebbe stato decorato con la Navy Cross per aver salvato molti suoi uomini.
Abbattuto anche l'idroricognitore Seagull del tenente Osborn lanciato dal Savannah, gli Ariete (scambiati per Saetta) vennero però attaccati subito dopo su Pachino da 12 Spitfire V inglesi del 229° FS dello Squadron Leader (maggiore) Graham J. Cox: colpito, il sergente maggiore Luigi Banfi, seriamente ferito, riuscì a rientrare a Reggio Calabria, mentre caddero al suolo il maresciallo Zaccaria Perozzi, il tenente Renato Beverina di Gorla Maggiore (VA) e lo stesso comandante Guido Nobili di Torino, un asso con 9 vittorie accreditate, una probabile e 2 condivise ottenute in Spagna, inabissatosi in mare dopo aver urtato il cavo di un pallone frenato.
Gli ultimi due sarebbero stati decorati con la medaglia d'argento alla memoria.
Quel giorno cadevano sul settore orientale almeno 8 aerei tedeschi, 4 Spitfire inglesi ed un altro Seagull americano, del Boise, abbattuto da un FW 190 a sud-est di Scoglitti, e come a Licata una LST colpiva per errore un altro Spitfire!

Mentre 48 Ju 88 tedeschi del KG 77 la notte dell'11 luglio affondavano al largo di Avola la nave ospedale Talamba (con 5 vittime a bordo), danneggiando anche il monitore Erebus, con 2 aerei abbattuti dai caccia notturni di Malta, la mattina si apriva coi ripetuti attacchi dei bombardieri a tuffo italiani: prima 15 Ariete, tra cui 5 del 101° gruppo di Lonate Pozzolo appena arrivati a Crotone, poi 28 Freccia del 159° attaccavano a ondate Augusta, abbattendo alcuni palloni dello sbarramento antiaereo, danneggiando alcune LVCP e sfiorando pericolosamente i trasporti classe Liberty George H. Dern, Jonathan Grant, George Rogers Clark e Pocahontas, con l'Ariete del tenente Renato Moglia del 102° costretto però ad un atterraggio di fortuna col carrello retratto.
A metà mattinata i 10 Freccia di Greco attaccavano un mezzo da sbarco senza la prevista scorta, attardata da un bombardamento aereo sulla sua base, ma venivano intercettati dagli Spitfire del 72° FS Batusoland dello Sqdn. Ldr. Stephen W. Daniel, che ne abbattevano tre prima dell'intervento tardivo dei Me 109 tedeschi, che a loro volta ne buttavano giù tre, mentre poco dopo nel corso di un'altra incursione uno dei Freccia del maggiore Silvio De Francesco esplodeva, centrato dalla contraerea.
Al loro ritorno a Reggio Calabria, altri 5 G 50 bis venivano distrutti al suolo da 35 Liberator della 12° AF, così come alle 16,13 capitava a 39 dei 55 aerei schierati a Sciacca, con gli altri quasi tutti danneggiati (per lo più Me 109 del 150° gruppo), colpiti da 9.150 piedi da 288 bombe da 300 libbre (136 chili) sganciate da 36 B-25 Mitchell del 381° BS (310° BG) scortati da 16 P-38 Lightning del 94° FS (1° FG), con ben 344 vittime: l'intenso fuoco antiaereo abbatteva il Lightning 43-2404 del Lt. Dee A. Johnson, che cadeva in mare, e danneggiava 21 bombardieri, costringendone 5 ad atterraggi forzati, uno dei quali conclusosi tragicamente a Sousse, in Tunisia.
Il 12 luglio i soli 3 Me 109 italiani rimasti integri di Vizzotto sarebbero stati costretti a trasferirsi a Ciampino.


Dopo che quella stessa mattina il primo Re. 2005 Sagittario della 362° squadriglia (22° gruppo) di Capodichino, quello del sottotenente Dilissano di Reggio Emilia, era andato perduto, forse mitragliato per errore da 2 Me 109 tedeschi al momento di atterrare a Catania (v. QUI),  nel primo pomeriggio sui cieli di Siracusa altri 5 Sagittario si staccavano dalla scorta di 9 G 50 bis della 391° squadriglia (159° gruppo) del capitano Guido Bonino in missione su Solarino per lanciarsi divisi in due sezioni contro 10 Spitfire del 126° FS Persian Gulf impegnati contro 5 Macchi 205 Veltro della 97° squadriglia (9° gruppo) guidati dal capitano Emanuele Annoni.
Il Veltro del tenente Fabio Clauser ed i Sagittario del capitano Germano La Ferla, del tenente Edoardo Vaghi e del maresciallo Tullio Arduini abbattevano un caccia a testa, mentre cadevano il tenente Otello Gensini della 97° ed il giovanissimo tenente Luigi Nitolia della 362°, alla sua prima missione, veniva lievemente danneggiato l'aereo del tenente Enrico Salvi. 

Ma la battaglia continuava e i Re. 2002 del 102°, al comando ora del 28enne neo maggiore Giuseppe Cenni di Casola Valsenio (RA), attaccavano tra Capo Murro e Marina di Avola prima alle 12,15 con 8 velivoli, tornando indietro senza perdite dopo aver colpito alla stiva n. 5 il grosso piroscafo americano Joseph G. Cannon costretto  a rientrare a Malta, poi alle 19,00 in 12, protetti dall'alto dai 6 Re. 2005 rimasti: stavolta affondarono la nave portamunizioni olandese Baarn da 5.500 tonnellate, ma nella risalita venivano intercettati da 30 Spitfire V e IX del No. 324 Wing della RAF, il 72° FS di Stephen W. Daniel, il 243° dell'asso neozelandese Evan "Rosie" Mackie ed il sopravvenuto 111° dello Sqdn. Ldr. canadese George Urqhart Hill.
Mentre 4 Spitfire del 111° attaccavano i Sagittario, gli altri inseguivano gli Ariete, scambiati per Macchi 200 e 202: gli inglesi avrebbero dichiarato l'abbattimento di 3 Macchi 200, per mano di Urquhart Hill (111°), di Daniel (72°) e del Fliyng Officer George N. Keith (72°), ed il danneggiamento di un 202 e di un altro 200, da parte di Mackie (243°) e di Roy J. H. Hussey (72°), mentre tre piloti del 111° quello di due Re. 2001 (Sergeant Hughie Eccleston), l'abbattimento di un 202 (Fl. Off. Fred Mellors) e il danneggiamento di un altro Reggiane (Sergeant K.R. Allen), con la perdita di un solo Spitfire del 111°.
Gli italiani, pur ammettendo le perdite di tre piloti della 239° squadriglia del 102°, il maresciallo Gino Buffarini di Ancona, il sottotenente Salvatore D'Arrigo di Catania ed il tenente Lorenzo Lorenzi di Novara, medaglie d'argento alla memoria, comunicarono l'abbattimento di due Spitfire, uno dall'Ariete del sergente Melotti ed un altro dal Sagittario del 27enne tenente Giulio Torresi, il caposquadriglia, che riferiva anche di averne danneggiato un altro.
In effetti due Spitfire danneggiati del 111° sarebbero atterrati a Pachino ormai occupata, dove però sarebbero stati ulteriormente danneggiati da 6 Gustav tedeschi.

Il giorno dopo, il 12 luglio, alle 05,00 di mattina 51 Ju 88 del KG 54 affondavano al largo di Avola due unità britanniche di 8.000 tonnellate,  il grosso cargo Ocean Pace e la nave ospedale Dorsetshire, poi alle 06,45 9 Ariete del 101° gruppo al comando del maggiore Carlo Alberto Rizzi attaccavano senza scorta sulle acque di Siracusa navi e mezzi da sbarco, rientrando incolumi a Crotone, mentre poco dopo i soliti 9 Freccia del capitano Bonino, alzatisi in volo alle 07,10 da Catania, facevano lo stesso contro le colonne motorizzate nemiche a Solarino.
Al loro rientro però, aggregatisi a  30 Me 109 Gustav del IV°/JG 53 ed a 6 Folgore e 4 Veltro del 4° stormo di scorta ad un trimotore Junker Ju 52 del I°/TG 1, venivano intercettati sopra Siracusa da 12 Spitfire Mk. IX del 111° FS di Urquhart Hill.


Silvio Ferrigolo
Nello scontro caddero 6 Spitfire, 4 per opera dei Me 109, uno abbattuto dal capitano Francesco Leoncini, capo formazione dei Macchi, l'altro dal sergente maggiore Carlo D'Alanno del 159°, ma venivano abbattuti il Ju 52, un Gustav e 3 Freccia, con 2 Me 109 danneggiati.
Tra i caduti vi fu il 28enne maresciallo Silvio Ferrigolo di Legnago (VR), che pur seriamente ferito alla schiena tentò un atterraggio di fortuna in una salina in Contrada Magnisi, a Melilli: qui il suo Freccia M.M. 6061 sarebbe stato ritrovato nel maggio 1950, con il corpo del pilota inchiodato al suo posto, pressoché integro, preservato dal sale, con brandelli della sua tuta di volo addosso ed il tesserino personale di riconoscimento intatto.
Lui riposa ora nel cimitero della sua città natale, mentre i resti del suo aereo sono stati recentemente ritrovati sepolti nel terreno appartenuto all'azienda di un contadino (v. QUI).

Ma era solo l'inizio.
Sette Stuka D 3 Dora della 237° squadriglia del neonato 121° gruppo, arrivati a Crotone solo il giorno prima da Siena-Ampugnano con due scali intermedi a Capua e Gioia del Colle al termine di un breve addestramento, erano stati mandati subito in missione su Augusta al comando del 36enne maggiore ferrarese Luciano Orlandini: si conoscono i nomi del tenente Marcoccia, del maresciallo Galletti, del sottotenente Nello Poggioli di Modena e del sergente maggiore Oberdan Naccari, il meno esperto di tutti.
Furono proprio loro a colpire l'Eskimo, nave insegna della Force A di Troutbridge, alle 05,00 di mattina, ma al ritorno furono affrontati dagli Spitfire del 601° FS The Millionaires: cadde il sottotenente Poggioli, uno Stuka ebbe danneggiata una semiala ed altri due sarebbero stati dichiarati fuori uso al loro atterraggio a Fontanarossa, ma proprio Naccari prima di ammarare a 30 miglia dalla costa col motore distrutto riuscì ad abbattere il 23enne Sqdn. Ldr. del 601° John S. Taylor, un asso con 15 vittorie già decorato con la Distinguished Flying Cross (DFC), precipitato in fiamme a sud di Siracusa sotto i colpi del mitragliere di coda Vittorio Rimoldi.
Soccorsi da una motozattera tedesca, Naccari e Rimoldi si sarebbero ripresentati tre giorni dopo al reparto, ed il primo avrebbe avuto la medaglia d'argento (si veda QUI).
In serata i 3 Sagittario di Torresi, Vaghi e Salvi intercettavano tra Lentini e Pozzallo 2 Spitfire del 40° FS della SAAF in ricognizione, e ancora Torresi abbatteva lo Spitfire del 23enne Lt. K. Robinson danneggiando quello  del Lt. B. V. Clarence, ritornato però incolume a Malta.
In due giorni erano andati persi 19 nostri aerei, mentre la Luftwaffe dichiarava la perdita di 33 Ju 88, 3 FW 190, 4 Me 110 e 14 Me 109.


La mattina del 13 luglio due Stuka del 121° centravano ad Avola con due bombe da 250 chili esattamente al centro la nave Liberty Timothy Pickering di 7.000 tonnellate carica di truppe, benzina e munizioni, che esplodeva in un'immane nuvola di fiamme e fumo nero alta 1.000 piedi coinvolgendo nel disastro una nave cisterna, che saltava in aria anch'essa, e le gemelle Will Rogers e O'Henry ancorate vicino, causando alcuni morti e 7 feriti a bordo di quest'ultima. 
Spezzata in due, la Pickering trascinava sul fondo con sé 165 uomini su 194 (127 soldati inglesi su 128, 16 artiglieri su 23 e 22 marinai americani dell'equipaggio su 43).
Sui cieli di Solarino però 12 Spitfire del 243° di Mackie abbatterono ben 8 Picchiatelli: quello del sottotenente Arrigo Calzoni di Bologna della 237° e ben 7 su 8 della 216° del capitano Mario Pergoliaggregatasi dal 103° gruppo di Lonate Pozzolo e composta da velivoli della vecchia versione B, più lenti e meno armati.
Gli inglesi comunicarono sei Stuka abbattuti, due dei quali personalmente da Mackie, ed uno danneggiato, sicuramente quello di Pergoli e del suo aviere mitragliere Chiarello, atterrato in fiamme e poi esploso in località San Filippo Neri, a circa 5 Km da Siracusa: i due sarebbero stati catturati il giorno seguente in una masseria e internati in un campo algerino insieme con l'aviere mitragliere Enrico Donda, lanciatosi col paracadute spinto dal suo pilota morente ("Buttati Rico, hai tutta una vita davanti a te..."), mentre il sottotenente pilota Ugo Reale di Bari, sopravvissuto pure lui, avrebbe evitato la prigionia.
Non ebbero eguale fortuna l'aviere mitragliere Guido Carlini, il sergente pilota Onofrio Borrelli, l'aviere mitragliere Renato Storti e l'aviere mitragliere Vinicio Tani, tutti sicuramente morti nello scontro, mentre nulla sappiamo di tutti gli altri, di cui a distanza di tempo il capitano Pergoli avrebbe ricordato solo alcuni nomi: Tarantini, Calvi, Cori, Cosoconati, Menchi...
Tra essi purtroppo vanno annoverati anche i due membri dell'equipaggio dell'unico Stuka della 216° scampato, che a corto di carburante tentò un atterraggio a Comiso, senza sapere che era ormai in mano americana, e nel tentativo disperato di rialzarsi purtroppo si capottò, spezzandosi in due.
(Ringrazio Luca Ocretti, nipote di Donda, Antonio Inguscio, Carlo Ferri, Nuccio Grassi, Gregory Alegi ed il gruppo Regia Aeronautica su fb).

Quella stessa mattina a partire dalle 07,40 due ondate di 15 A-20 Boston ciascuna, scortati da 10 Spitfire V del 93° FS del capitano Gillroy, distruggevano al suolo a Sigonella 6 Freccia, più un He 111 ed un Ju 88 tedeschi in atterraggio: quattro Sagittario affrontavano gli Spitfire ed ancora Torresi, nel tentativo di soccorrere il tenente Vaghi, abbattuto in fiamme dal sergente Andrew, abbatteva lo Spitfire ES 282 del sergente Frank W. Bridger e danneggiava quello del Flight Lieutenant Jim Gray, mentre la contraerea abbatteva due bombardieri: Bridger, catturato dai tedeschi, sarebbe riuscito a fuggire ritornando il 24 luglio al reparto, guadagnandosi così la DFC.
Quella del 13 luglio sarebbe stata l'ultima missione dei Sagittario, rimasti solo in cinque e costretti a rientrare in continente.

Ma la guerra non si fermava: 11 Ariete (6 del 101° e 5 del 102°), con 6 Macchi del 4° stormo di scorta, danneggiavano alle 11,00 con una bomba da 250 chili la corazzata Nelson da 35.000 tonnellate, colpendola a prora davanti alla prima torre dei suoi cannoni da 406 e costringendola ad una breve sosta a Malta: nel successivo scontro con 15 Spitfire V del 243° di Mackie caddero uno Spitfire e i due Ariete del 101° dei sottotenenti Arduino Vidulis, 28enne istriano, e Dante Bartolucci, 24enne di Pesaro, medaglie d'argento alla memoria.
Il peggio tuttavia doveva ancora venire: alle 13,30 due incursioni a bassa quota di 25 B-24 Liberator armati con bombe dirompenti rasero al suolo la base di Crotone,  distruggendo molti Re. 2002 del 50° stormo, quasi tutti i nuovissimi caccia tuffatori Ro. 57 bis del 97° gruppo, tutti i G 50 bis del 159° e diversi Folgore del 150°!
Morirono 22 uomini, 6 tra i piloti, e 80 furono i feriti, ma soprattutto Crotone fu totalmente compromessa, così come Reggio Calabria e Vibo Valenza, ripetutamente colpite nell'ultima settimana: il 159°, che aveva solo 4 giorni prima 45 macchine disponibili, era ora senza aerei!

Secondo il bollettino n. 1145 il 13 luglio ben 14 nostri aerei non rientrarono: tra essi un Alcione abbattuto da un Mosquito II NF del 256° FS di Malta a Siracusa.
Anche se il 14 luglio due S.M. 82 Marsupiale del SAS (Servizi Aerei Speciali) lanciavano sull'aeroporto di Gela 18 contenitori da 120 kg con spezzoni incendiari, allontanandosi senza danni, gli attacchi dei bombardieri ormai si concentravano su Augusta e Siracusa e contro le navi davanti Catania, mentre i caccia cercavano di contrastare le incursioni aeree alleate contro le truppe dell'Asse, compito in cui si distingueva il pluridecorato Oberleutnant Wolf Ettel, Staffelkapitan della 8./JG 27 Afrika, capace col suo Gustav di abbattere tra il 14 ed il 16 luglio 2 Spitfire e addirittura 2 B-24 Liberator!
Nella notte del 15 luglio cadevano 3 Ju 88, un He 111, un Dornier Do 217 tedeschi ed un Alcione, sempre per opera dei caccia notturni di Malta, i Mosquito del 256° ed i Bristol Beaufighter del 600°, i cui comandanti, Allan e Green, venivano accreditati rispettivamente di 5 e 4 abbattimenti.
Di contro, nel corso di una incursione di 6 Halifax australiani del 462° squadrone RAAF sulla stazione di Messina sarebbe andato perduto quello del 24enne Wing Commander (tenente colonnello) Peter George Batty Warner, abbattuto a 10.000 piedi alle 23,15 a circa 10 miglia da Capo Spartivento da un caccia notturno non identificato, con 4 uomini d'equipaggio deceduti e 2 tratti in salvo dalla RN (v. QUI), mentre un altro colpito a un motore sarebbe stato costretto a un atterraggio di emergenza a Malta.
Warner sarebbe stato decorato con la DSO.

COLPITA LA PORTAEREI INDOMITABLE (16 LUGLIO)
Col progressivo ritiro degli S.M. 84 e dei Picchiatelli, ci si sarebbe affidati principalmente agli Sparviero: proprio ad uno di essi si deve il maggior successo della RA quando, passata da poco la mezzanotte del 16 luglio, silurò la portaerei britannica Indomitable, di 26.812 tonnellate, nonostante la protezione di 8 cacciatorpediniere alla sua poppa e ai lati delle due corazzate Rodney e Nelson più gli incrociatori Aurora e Penelope in linea di fila.
A colpirla, a 50 miglia a sud di Capo Passero, fu un solitario S.M. 79 della 204° squadriglia del 41° stormo AS di Gioia del Colle, nel corso di un temerario attacco notturno a pelo d'acqua e coi motori al minimo condotto dal capitano Carlo Capelli e dal sottotenente Ennio Caselli.
Pur individuato già a otto chilometri, l'aereo era stato scambiato per uno dei 6 Albacore dell'826° squadrone FAA decollati poco prima dalla portaerei in missione notturna antisom, per cui la contraerea entrò in azione troppo tardi: il siluro colpì la nave sul fianco sinistro, così il locale caldaie e tutti i compartimenti immediatamente adiacenti saltarono in aria, con la morte immediata di 7 marinai e la compromissione delle capacità di manovra e della velocità, discesa subito a soli 14 nodi.
Solo una prontissima manovra di controllagamento ordinata dal comandante, il capitano di vascello Guy Grantham, consentì di ribilanciare in soli 20 minuti uno sbandamento a sinistra di ben 12° e di tornare a manovrare, sia pur con le sole caldaie centrale e di destra, evitando l'affondamento.
Ritornata a 11 nodi a Malta alle 07,30 del 17 luglio, l'Indomitable sarebbe ripartita per Gibilterra e da qui verso Norfolk in Virginia (USA), dove sarebbe rimasta fino al dicembre successivo, ritornando operativa solo a maggio del 1944 contro i giapponesi.

NEL GIORNO DEL MASSIMO SUCCESSO, L'INIZIO DELLA FINE
La RA proprio quel 16 luglio era però costretta ad ammettere la sua sconfitta: 161 aerei persi in una settimana, quasi tutti distrutti al suolo, rendevano inevitabile la decisione di ritirare dalla Sicilia gli ultimi aerei rimasti, pochi CR 42 del 15° stormo ed alcuni Folgore del 153° gruppo Asso di bastoni di Boccadifalco.
Ma si continuava a combattere: il 17 luglio alle 02,15 di notte un'incursione a ondate di 85 bombardieri tedeschi e 22 italiani danneggiò gravemente ad Augusta il trasporto inglese Queen Emma, con 18 morti (tra cui il comandante, capitano di vascello Stiebel, ed il capo chirurgo, capitano di corvetta Pryde) e 70 feriti a bordo, quasi tutti del 40° commando di Lumsden (13 morti e 58 feriti), travolto dall'esplosione di una cassa di granate nei pressi del ponte della loro mensa, presa in pieno da uno shrapnel, anche se con la perdita di 5 Ju 88, 2 He 111, 4 S.M. 84 e l'Alcione del tenente Bonaccorso. 
Giuseppe Zucca 
(foto gentilmente concessa da Alberindo Grimani)
La notte successiva fu la volta di Siracusa, attaccata da 26 bombardieri tedeschi e 15 tra bombardieri e siluranti italiani (6 S.M. 84, 3 Alcione e 6 S.M. 79), con la perdita di 3 aerei tedeschi, dell'S.M. 84 del sergente pilota Pietro P. Gorgone e dello Sparviero del capitano Francesco Di Bella, salvato comunque con tutto l'equipaggio da una motozattera tedesca nei pressi di Capo Vaticano e citato nel bollettino n. 1150 del giorno dopo perché autore del siluramento di un piroscafo di 12.000 tonnellate carico di munizioni.
Nonostante il bollettino ufficiale n. 1147 del 16 luglio citasse il 130° gruppo AS, il 43° stormo BT ed il 121° gruppo tuffatori, gli ultimi 5 S.M. 84 del 43° venivano definitivamente ritirati dopo l'ultima azione nella notte del 20 luglio su Augusta insieme con 5 Sparviero, mentre i Picchiatelli si trasferirono a Manduria (TA) insieme con gli Ariete del 5° stormo: avrebbero continuato a combattere prima da Botricello, presso Crotone, e poi da Capua e Gioia del Colle.
L'ultimo a cadere sarebbe stato il capitano Giuseppe Zucca comandante della 206° squadriglia di Gioia del Colle, compagno di Pergoli nel corso REX all'Accademia di Caserta, abbattuto e disperso sui cieli tra Augusta e Siracusa il 18 agosto.
Dopo l'8 settembre i pochi Stuka rimasti, basati in Sardegna, si sarebbero limitati a missioni addestrative e di traino bersagli: le ultime due missioni di guerra sarebbero state sui Balcani, al comando del capitano Vecellio, il successore di Zucca alla testa della 206°.

La guerra aerea continuava: il 17 luglio venne abbattuto da un cannone contraereo Bofors da 40 mm nei pressi di Lentini anche l'asso Wolf Ettel, autore di 124 abbattimenti complessivi, decorato alla memoria con la croce di ferro di cavaliere con fronde di quercia, ma la mattina del 19 luglio fu il momento del ritorno in azione degli Ariete, 15 del 101° di Rizzi, scortati da 6 Folgore del 21° gruppo Centauro e da 14 Gustav del JG 53 ora a Spezzano Albanese (CS), che affondavano al largo di Capo Santa Croce il mercantile Fort Pelly di 7.100 tonnellate.
Attaccati dagli Spitfire V del 152° FS Hyderabad di Ta'Qali (Malta), il capitano Gino Alberto Priolo di Bari (privo di un occhio!) ed il sergente Walter Banfi riuscirono ad abbatterne due, ed un altro, lo Spitfire JK 394/X-Z del 229° FS, cadde per mano del Me 109 dell'Oblt. Fritz Dinger della 4./JG 53, ma 6 Ariete precipitarono e due furono danneggiati: risultarono dispersi proprio Priolo, medaglia d'oro alla memoria, il capitano Mario Sodi, il tenente Vittorio Tarini, il maresciallo Antonino Lucifora di Modica (medaglia d'argento alla memoria) ed il sergente M. De Rosa, mentre il tenente Mario Parodi riuscì invece a paracadutarsi ed a rientrare alla base il 30 luglio dopo due giorni trascorsi in mare alla deriva sul suo battellino.
Quella stessa notte 61 tra Ju 88 e Do 17 colpivano ad Augusta la nave Liberty Samuel Parker, con due morti a bordo, mentre ancora due S.M. 82 di Viterbo colpivano con bombe ad aria liquida la base di Gela: uno dei due non tornava a casa, abbattuto dalla caccia notturna nemica.
Nella notte seguente altri 56 velivoli tedeschi, tra cui Dornier armati di bombe razzo Fritz X, affondavano il piroscafo britannico Empire Florizel di 7.000 tonnellate, con la perdita di due apparecchi.
Nelle prime ore del 21 luglio erano però ancora gli Ariete del 101°, intervenuti subito dopo 4 Alcione e 2 S.M. 82, ad affondare la nave cargo Ocean Virtue di 7.200 tonnellate, con la perdita di 3 Re. 2002 e 2 apparecchi nemici, tanto che il 5° stormo veniva citato dal bollettino n. 1152 dello stesso giorno.
Proprio quella sera però anche la Luftflotte 2 tedesca si ritirava dalla Sicilia.

Nonostante tutto, alle 03,10 di notte del 22 luglio ad Augusta intervenivano prima 46 Ju 88 tedeschi, poi 6 Alcione di Viterbo e 2 quadrimotori Piaggio P 108 B di Guidonia, alla loro ultima missione, che affondavano la MTB-288, colpita proprio dai nostri 1007 bis, causando lievi danni di nuovo al trasporto Samuel Parker3 Ju 88 da una parte ed un Mosquito dall'altra non tornavano indietro.
Alle 04,30 del 23 luglio per la prima volta i Ju 88 attaccavano Palermo, appena conquistata da Patton, danneggiando il cacciatorpediniere antiaereo Trapp, che però ne abbatteva uno.

SESTO QUADRO
LA BATTAGLIA IN SICILIA 
OCCIDENTALE

42. IL FALLITO CONTRATTACCO SU LICATA (11 LUGLIO)

Nel settore della JOSS Force la situazione per gli italiani la sera del 10 luglio era sul filo di un precarissimo equilibrio tra il disastro e la speranza, affidata al contrattacco dell'indomani.
All'alba dell'11 luglio gli italiani avanzarono su due direttrici: a cura diretta di Arisio verso la costa in direzione di Palma di Montichiaro su due colonne, una sulla S.S. 410 dal Naro e l'altra da Favara; con una terza colonna sulla S.S. 123 verso Favarotta, affidata solo alle 07,05 di quella mattina al comando del 51enne Luogotenente Generale della Milizia (generale di divisione) Enrico Francisci, un affascinante ufficiale, toscano di Montemurlo, reduce pluridecorato dalla Russia, dove era stato ferito comandando la divisione CC.NN. 23 marzo, cui Guzzoni aveva affidato personalmente l'incarico perché "gli garantiva capacità di comando e affidamento di azione energica ed avveduta" (Emilio Faldella, "Lo sbarco e la difesa della Sicilia", pag. 137).

Enrico Francisci
L'AZIONE SU FAVAROTTA
L'azione su Favarotta, condotta dal reparto comando del 177°, dal DXXVI° bersaglieri del maggiore Giuseppe Maritati, da un plotone della 1° motomitraglieri CC.NN. e dagli 8 semoventi da 90/53 del CLXI° gruppo del maggiore Carlo Bosco, venne però frustrata al termine di un sanguinosissimo scontro dal ranger di Dammer e dal 3°/15° RCT di Manhart avanzati sin dalle 04,45 di notte sulla S.S. 123 verso Campobello di Licata preceduti dai carri del 66° corazzato di Collier, che sorpresero gli italiani all'altezza di Casa Mustà.
Il povero Francisci, spostatosi in prima linea a piedi a fianco di un M 41 per infondere coraggio ai suoi, venne centrato in pieno da brevissima distanza da uno Shermansecondo alcuni proprio nell'intento di trovare una morte onorevole: scopo raggiunto, se un commentatore americano giunse a scrivere che il suo ardimento era la prova che "non tutte le forze italiane avevano perso la voglia di lottare" (Samuel W. Mitcham Jr. e Friedrich von Stauffenberg, in The Battle of Sicily, Stackpole Books, pag. 194, cit. QUI).
Il suo corpo decapitato sarebbe stato rinvenuto l'indomani.
Grazie a Guzzoni, Francisci avrebbe avuto nel dopoguerra una politicamente scorrettissima medaglia d'oro alla memoria.

Con Venturi rimasto lievemente ferito, gli italiani dopo oltre quattro ore di battaglia, in cui Favarotta era stata più volte persa e ripresa, erano stati costretti a ripiegare alle 12,00 protetti dai motomitraglieri fino a Casa San Silvestro, a 4 chilometri da Canicattì, sopraffatti da tre half-track  armati di obice da 75 del CCA, ma i semoventi di Bedogni avevano evitato nuovamente il disastro, colpendo parecchie autoblindo e Sherman: ne erano però andati persi tre, con la morte tra i tanti del 25enne sottotenente Vincenzo Spasiano di Napoli, e dei carristi Vittorio Clerici, di 23 anni, e Battista Giacchin, di 26, tutti decorati con la medaglia d'argento alla memoria.
Era stato il DXXVI° bersaglieri ad avere però più perdite in assoluto, pari al 70% degli effettivi: tra essi i tenenti Gildo Boldrini ed Arrigo Tuci, 26enne di Follonica (GR) il primo, 23enne di San Miniato (PI) il secondo, proposti invano per una medaglia alla memoria, così come i tenenti Giovanni Vincitorio, Mario Burchi, Rodolfo Laurenti, Aldo Malizia, i sottotenenti Giovanni Donato, Gabriele Politano e Andrea Mele e tanti altri (v. QUI).

Subentrato a Francisci, Schreiber, sostituito alla guida della 207° dal colonnello Augusto De Laurentiis dell'Assietta, inviò al contrattacco il Kampfgruppe Neapel del tenente colonnello Geisler, inviato in giornata da Rodt, composto dal 115° reparto corazzato esplorante, da un battaglione di fanteria di Fullriede e dalla compagnia mortai del capitano Huettig, insieme con gli altri 8 M 41 del CLXIII° gruppo del maggiore Vittorio Cingolani ed a seguire le fanterie superstiti di Venturi: arrivato alle 13,30 fino a 2 chilometri da Campobello, però, Geisler fu costretto a ripiegare dagli Sherman e dagli obici da 155 del 39° campale e di una batteria del 9°.
Manhart alle 15,00 tornò ad avanzare, protetto da Pritchard sul fianco: fu allora che il primo tenente Robert Craig della compagnia L del 15° RCT neutralizzò da solo due mitragliatrici, uccidendo 8 tedeschi e ferendone altri 3 prima di cadere ucciso, meritandosi la Medal of Honor alla memoria (Garland e McGaw Smyth, cit., in nota 18 a pag. 196).
I semoventi schieratisi a sud di Canicattì fermarono di nuovo i corazzati nemici, ma alle 16,00 Manhart entrava a Campobello, mentre più a ovest il 3°/30° di Doleman occupava Riesi (CL), prima unità di Truscott ad entrare in contatto con le truppe di Allen e a raggiungere la "Linea gialla".

L'AZIONE SU PALMA DI MONTECHIARO
L'azione su Palma di Montechiaro vide impegnato gran parte del Raggruppamento mobile Ovest del colonnello Goffredo Ricci, mossosi con il DXXVII° bersaglieri del maggiore Mario Sabatini (pronipote di Giuseppe e Anita Garibaldi) proveniente da Masseria Giudice ed il Gruppo tattico di Chiusa Sclafani del tenente colonnello Tito Verratti, con il suo XXII° gruppo da 105/28 proveniente da Favara, e  da Castrofilippo la 12° batteria del CIII° GaF da 75/27 del capitano Massimo Olivieri, il XXXV° ed il LXXIII° battaglione del 10° bersaglieri ciclisti del colonnello Pio Storti più le 13 autoblindo AB 41 del 10° squadrone Cavalleggeri di Lodi del capitano Carlo Alberto Orsi.
Il DXXVII°, partito dal Cozzo Mosè con un altro plotone della 1° motomitraglieri, era riuscito clamorosamente a sorprendere e scacciare da Palma con una compagnia il 2°/7° RCT del maggiore Duvall (Sabatini ebbe un encomio scritto da Venturi), ma dopo qualche ora, ridotto a mal partito dalla reazione americana ed ormai con soli 100 uomini validi anche a seguito di un attacco dei Lightning, era stato infine circondato e costretto alla resa, dopo aver perso anche la batteria da 105/28 del XXII°.
Sabatini, scampato alla cattura, sarebbe stato fatto prigioniero ad Agrigento il 18 luglio.

Il LXXIII° bersaglieri, invece, pur rimasto con un solo pezzo del XXII°, era riuscito a raggiungere il Naro insieme con l'intera 2° batteria da 100/22 del CCXXIII° gruppo: qui però non trovò il XXXV° bersaglieri e la 12° batteria di Olivieri, in ritardo da Castrofilippo per le continue incursioni aeree così come le autoblindo di Orsi, letteralmente evaporate nel nulla (v. QUI).
Fu invece il 41° fanteria del colonnello Sidney R. Hinds, sulla parte opposta della strada, ad arrivare per primo a Naro: col via libera della compagnia esplorante il 3°/41° del tenente colonnello Marshall L. Crawley Jr ed una compagnia di Sherman del 2°/66°  del parigrado Lindsay C. Herkness entrarono in paese alle 12,00, protetti dai Priest del 14° campale di Carl I. Hutton e del 62° campale di Donald V. Bennett.
Pur riuscendo ad occupare alle 13,30 le alture a nord, il XXXV°, dopo aver resistito per ore sotto il fuoco nemico, fu costretto a ripiegare nella notte, lasciando il LXXIII° da solo.

Mentre su Canicattì molti aerei bombardavano la stazione ferroviaria e l'artiglieria di terra si accaniva invece sul centro abitato, tra la notte e la mattina del 12 luglio a Serradifalco, 10 chilometri a nord, continuarono ad affluire rinforzi, tutti in condizioni pessime a causa delle incursioni aeree sulla rotabile da Montedoro: il III°/30° Pisa autocarrato del tenente colonnello Giuseppe Spinelli dell'Assietta, con molti soldati siciliani in meno (il 20% del totale), 10 feriti leggeri, 30 autocarri SPA CL 39 persi e solo parte delle armi e delle munizioni; la 1° e la 3° centuria dei capimanipolo Francesco Astori e Alessandro Guammusso del XVIII° CC.NN. d'assalto Constantissima del seniore Guglielmo Marelli; due compagnie bersaglieri del LI° battaglione d'istruzione del Gruppo tattico Inchiapparo-Casale; il II°/6° Aosta, con soli 107 uomini, di cui 7 ufficiali, con 3 MAB ed una mitragliatrice; due gruppi d'artiglieria autocarrati Centauro ex 208° costiera, il CCXXXIII° del maggiore De Mase del 43° Raggruppamento con solo 6 pezzi da 75/27 su tre batterie (26°, 198° e 331°) ed il XIX° da 105/28 del maggiore Antonio Marini del 28°con soli 4 pezzi e trattori; la 28° autotrasportata controcarro Aosta con soli 3 pezzi da 47/32 e 57 uomini (3 ufficiali); la 171° CC.NN. motomitraglieri ex 208° del centurione Michelangelo Falzone.

43. LA CADUTA DI CANICATTÌ (12 LUGLIO)

Guzzoni pensava ad una nuova controffensiva per l'indomani, ma Fullriede disse a Schreiber che in base ai suoi ordini doveva assumere un atteggiamento difensivo a causa dell'afflusso di consistenti forze nemiche ad ovest di Canicattì, per cui preferì spostare più ad est le sue truppe, lasciando solo due distaccamenti a DeliaSommatino.
Dopo varie consultazioni, si decise concordemente di far arretrare a Fiumenaro le truppe sulla costa, a protezione di Agrigento, ed Serradifalco le altre, a protezione di Caltanissetta: l'Assietta iniziò quindi a spostarsi dalla valle del Belice verso l'Agrigentino, mentre l'Aosta più a nord verso il centro dell'isola.
Tuttavia, proprio mentre una compagnia del III°/30° fanteria veniva inviata con due pezzi da 75/27 del CCXXXIII° al bivio per Sommatino, dove uno veniva distrutto da un attacco aereo, un'altra batteria da 105/28 veniva catturata dal 30° RCT a Serralunga, sulla strada per Naro, ma soprattutto nella notte il 15° RCT si impadroniva proprio di Sommatino e Delia dopo aver aggirato sulla destra Ravanusa!

Nella prima mattina del 12 luglio 24 B-26 Marauder del 320° BG guidati dal Major Peddie e scortati da 20 Lightning del 14° e dell'82° FG guidati dal 1st Lt. Rollis W. Roofner bombardarono Canicattì, ma i primi 18 per errore lanciarono 133 bombe da demolizione da 300 libbre (136 chili) su Naro, circa 5 chilometri più a sud-ovest, e solo i secondi 6 colpirono Canicattì con 48 bombe sulla stazione di smistamento ferroviaria.
Subito dopo intervennero anche gli A-36 Apache del 310° FBS dell'86° FBG di Korba (Tunisia), che però al ritorno non riconobbero i fumogeni gialli di segnalazione ed attaccarono sulla 410 anche il 41° di Hind ed il 30° RCT di Rogers in avanzamento da Naro, causando la perdita di 14 mezzi e 75 uomini: il primo tenente Robert F. Hood venne abbattuto dalla sua stessa contraerea, salvandosi col paracadute!
Proprio per questo, dopo un nuovo bombardamento di mezz'ora dei Priest contro le artiglierie tedesche sulle alture a nord, ad entrare per prima alle 15,00 in paese fu da quelle più ad est di Carlino, Cuccavecchia e Rinazzi la compagnia G del capitano Warren del 3°/41° di Crawley coperta dai 17 Sherman della H del capitano Norris H. Perkins del 2°/66°, avanguardia del 15° proveniente da Delia.
Proprio Perkins racconta nel suo autobiografico "North African Odissey" del 1995 che un M 41 del CLXIII° gruppo con un colpo diretto alla volata asportò di netto il cannone del suo carro  "Hannibal" (individuato dopo aver sparato per errore dei traccianti con la Browning attraverso la cortina di fumo nel tentativo dei serventi di sbloccare una granata nebbiogena incastrata nella culatta del cannone), facendo ruotare a sinistra l'intera torretta e spezzando la gamba al caricatore ed un braccio a lui, e con un secondo tiro lo centrò sulla corazza frontale mandandola in fusione!
Ancora Perkins nel suo saggio avrebbe anche accennato ad un mitragliamento da parte dei tedeschi di 6 civili usciti da un rifugio antiaereo, tra cui due giovani di 18 e 19 anni, colpevoli di aver esultato alla vista dei militari in fuga!

44. L'ATTACCO AERO-NAVALE A PORTO EMPEDOCLE ED AGRIGENTO (12 LUGLIO)

Proprio quella mattina, mentre Trapani e le isole di Favignana, Marettimo e Levanzo venivano bombardate dalle navi da battaglia inglesi King George V e Howe per far credere a uno sbarco anche lì, Porto Empedocle e Agrigento vennero colpite dall'aria e dal mare.*
Al largo di Siculiana Marina BirminghamPhiladelphiaEdison e Ludlow alle prime luci dell'alba fecero fuoco su Porto Empedocle, nonostante la forte opposizione delle solite due batterie sull'Altopiano Lanterna, la A. Glena da 120/50 del centurione Giuseppe Morello del III° MILMART e quella da 88 tedesca, mentre provenienti dalla Tunisia alle 07,48 ben 34 Marauder del 319° BG, seguiti alle 09,55 da 12 Lightning del 95° e 96° FS del 14° FG guidati dal Lt. Yahne, bombardarono l'ancora addormentata Agrigento, reduce dai festeggiamenti dell'amatissimo San Calogero: obiettivi erano la caserma Crispi e la stazione centrale, ma vennero invece colpiti Viale della Vittoria, Via Porcello, Piazza Ravanusella, il Monastero di Santo Spirito, l'attuale Via Pirandello ed i rifugi antiaerei della prospiciente Chiesa di San Francesco, causando 340 vittime perché il crollo degli edifici aveva ostruito le entrate dei rifugi coperte da sacchetti di sabbia anti schegge, impedendo l'ingresso dell'aria.
Dalle 10,24 la città fu bombardata anche dal mare, con le indicazioni di osservatori a terra, dal Birmingham, che esplose in soli tre minuti 66 colpi ad alta capacità da 152 contro la Rupe Atenea, poi 75 tra le 11,25 e le 11,27 addirittura per errore sulla Valle dei Templi, più a sud, senza danni per fortuna, con obiettivo quasi sicuramente il XXXV° gruppo da 100/17 della GaF del tenente colonnello Pasquale Oddo, tra Cozzo Mosè e Poggio Muscello, ed infine 89 da 127 contro la batteria antiaerea di Punta Grande, mettendola a tacere, poco prima che venisse colpita in pieno anche la batteria tedesca.
Prese dal panico, defezionarono la batteria antinave di 4 pezzi da 76/40 del III° MILMART, le quattro da 90/53 del LXXVII° MACA con 12 pezzi e le mitragliere a/a da 20/65 del 505° Raggruppamento: l'unico uomo capace d'impedirlo, il seniore Gaspare Pandolfo, comandante del LXXVII° e responsabile dell'antiaerea, solo due giorni prima era purtroppo morto in un'incursione aerea.
Sin dal giorno dopo si sarebbero uniti al bombardamento Brooklyn, Boise e Savannah, il monitore inglese Abercrombie e altri caccia, per un totale complessivo di ben 24 unità!
Le frenavano ormai solo i campi minati stesi davanti al porto.
* Sull'azione del Birmingham e del Brooklyn su Agrigento e Porto Empedocle si rinvia a http://salvofuca.blogspot.it/2015/05/lazione-del-birmingham-e-del-brooklyn.html

45. LA 15° DIVISIONE DI RODT SI RITIRA A LEONFORTE (12 LUGLIO)

Mentre autoblindo tedesche in ricognizione verificavano che a Racalmuto c'erano solo 4 carabinieri e non era affatto presidiata da forti truppe italiane con autoblindo, come affermato dal Comando del XII° CA (!), per tutto il giorno 12 la pressione del 66° corazzato, dei battaglioni campali 14°, 62° e 78° e delle fanterie del 41° e del 15° e 30° RCT sulla Portella del Toro, un passo a 682 metri nei pressi di Serradifalco, veniva contenuta dal 1° e 2° battaglione tedeschi e dai resti del DXXVI° bersaglieri, ma alle 19,00 il 30° RCT di Sherman ed il 2°/41° del tenente colonnello Wilson D. Coleman riuscivano a sfondare il settore del 2° tedesco: furono ancora i semoventi di Bedogni, rafforzati ora anche dagli ultimi 8 del CLXII° gruppo del tenente colonnello Costantino Rossi proveniente dal settore di Gibellina (TP), a fermare le colonne nemiche, a caro prezzo, favorendo così il ripiegamento generale nella notte più a est verso San Cataldo, sotto i continui attacchi aerei.
Grazie soprattutto all'efficace fuoco d'interdizione e controbatteria delle nostre artiglierie ed all'aiuto di altri tre battaglioni tedeschi giunti nella notte del 14, tra cui i nuovi 904° e 923° da fortezza, più 15 carri, due pezzi da 150 e tre batterie di Nebelwerfer su 4 pezzi da 210, il fronte rimaneva precariamente stabile, ma la sera del 17 luglio arrivò a Fullriede l'ordine di ripiegamento sulla S.S. 121 verso Leonforte a seguito del cedimento del Kampfgruppe Ens, in fuga da Pietraperzia e Barrafranca sotto la spinta di Allen.
Questo costringeva anche gli italiani, che avevano perso in pochi giorni 10 M 41, pur avendo distrutto 9 Sherman, a ripiegare su Alimena a sbarramento delle strade provenienti da Santa Caterina Villarmosa e Villapriolo: Schreiber, dopo aver ordinato prima di partire ai carabinieri di San Cataldo di distribuire alla popolazione viveri e vestiario rinvenuti nei magazzini d'armata, inviava ad Alimena anche il comando della 17° legione col XVII° battaglione CC.NN. ed il I° gruppo squadroni cavalleggeri Palermo rinvenuti inattivi a Caltanissetta!

46. GLI ITALIANI RESISTONO SUL NARO (12-15 LUGLIO)

Guido Moccia
Mentre il 13 luglio aerei italiani distruggevano con 15 bombe da 50 chili sulla rotabile Palma-Naro parecchi mezzi americani, il XXXV° bersaglieri proseguiva indomito a combattere a Castrofilippo contro l'intero 30° RCT, sotto il comando dell'anziano maggiore di complemento bresciano Guido Moccia: fino al 14 luglio sarebbe rimasto al comando, pur colpito ben sei volte, con un braccio mozzato e gravissime ferite al viso, per poi infine lasciare le consegne al comandante della 12° batteria da 75/27, il capitano Massimo Olivieri, ferito anche lui.
Il XXXV° ebbe 200 tra morti e feriti, ma abbatté due aerei e distrusse molti pezzi di artiglieria e mezzi nemici prima di arretrare il 15 luglio su Spinasanta, sotto la spinta dei rangers di Dammer e del 2°/7° RCT di Duvall.
Moccia fu decorato con la medaglia d'oro (v. QUIe promosso al grado di tenente colonnello del ruolo d'onore una volta tornato alla vita civile a Fabriano, ove si sarebbe spento il 28 dicembre 1960, mentre lo stendardo del 10° bersaglieri ebbe la medaglia di bronzo.

La strada per Agrigento e l'importante quadrivio per Spinasanta era ormai spianata.
A difenderli erano rimasti soprattutto i bersaglieri: in città il LXXV° del capitano Vittorio Fiorentino del 177°; a ovest il LXXIV° del 10°, col XXXV° a Spinasanta; più a sud una compagnia del DXXV° del 177° semidistrutto a Palma ai comandi del capitano Ludovico Ricciardelli di Giarre; a Raffadali  il Gruppo mobile B del colonnello Vito Gaetano Mascio; ad Aragona truppe dell'Aosta e dell'Assietta; a sud-est su Fiumenaro il LXXIII° e una compagnia del LXXIV° entrambi del 10°, muniti di mitragliere a/a da 20/65 e pezzi c/c da 47/32, rimasti isolati dopo la distruzione da parte delle navi americane del ponte nei pressi di Masseria Giudice.
A 15 chilometri più a nord-ovest sull'altura di Montaperto le batterie da 149/55 del CLX° gruppo GaF del tenente colonnello Guido Timo e, più vicine, quelle da 100/17 del XXXV° gruppo GaF di Cozzo Mosè del tenente colonnello Oddo, pur finite sotto il tiro navale, cercavano di controbattere le infiltrazioni dal Monte Narbone.

47. LA CADUTA DI AGRIGENTO (16 LUGLIO) *

Dopo che nel pomeriggio del 15 luglio le artiglierie del XXXV° gruppo di Cozzo Mosè e le fanterie del CCCLXXX° battaglione del 138° costiero del tenente colonnello Aurelio Struffi ebbero sventato un tentativo di sbarco tra la foce del Naro e San Leone, a mezzanotte il rangers di Dammer occupava il Quadrivio di Spinasanta, interrompendo i collegamenti con Raffadali e catturando ben 164 bersaglieri, mentre il 2°/7° RCT di Duvall s'impadroniva della Collina 333 a nord, prendendo il controllo della S.S. 189 che da Agrigento portava ad Aragona: da lì dilagavano i rangers ed i fanti del 1°/7° di Moore e del 3°/7° di Heintges finora tenuto di riserva, che neutralizzavano molte artiglierie facendo centinaia di prigionieri, con la distruzione anche di due camion e 10 motociclette italiani provenienti da Aragona.
All'alba del 16, dopo che nella notte un intero plotone era stato travolto a valle della Serra Sale dal 1°/7°, falliva anche l'ultimo contrattacco di ciò che restava del DXXV° e degli altri reparti bersaglieri verso Spinasanta: cadde tra i tanti anche il capitano Ricciardelli, andato davanti a tutti all'assalto al grido "AVANTI SAVOIA!" e trafitto mortalmente alla gola dalla scheggia di una bomba a mano.
Lo si sarebbe saputo solo il 2 dicembre 1957, quando l'allora sottotenente Corrado Di Maio ne parlò ai carabinieri, con l'ufficiale ancora ufficialmente disperso!
Nelle stesse ore cadevano definitivamente sotto i colpi dei mortai da 60 mm dei rangers le posizioni del CLX° artiglieria a Montaperto e venivano demolite dal Brooklyn e dal Birmingham quelle del XXXV° di Cozzo Mosè: la 331° batteria del capitano Nicola Sapio del CCXXXIII°, l'unica superstite, avrebbe però continuato a sparare dal Poggio Muscello fino all'esaurimento dei colpi.
In un disperato contrattacco alle 15,30 su Montaperto il Gruppo mobile B del tenente colonnello Mascio, con 15 semoventi da 47/32 e 16 R 35, il LI° bersaglieri, una sezione a/a da 20/65 ed una batteria tedesca da 88 di Fullriede, riusciva a liberare 30 artiglieri, ma il successivo sfondamento da parte del 66° corazzato di Collier e del 3°/41° di Crawley delle linee dei bersaglieri sul Naro sanciva la fine.
Dal comando della 207° venne inviato al XII° CA un ultimo messaggio:
"Dopo 7 giorni di strenui combattimenti, sotto l'incessante martellamento navale e terrestre, circondata da ogni parte, Agrigento cede alla preponderanza nemica al grido di Viva l'Italia".
Il Generale Francesco Zingales, succeduto ad Arisio destinato al comando della VII° Armata a Salerno, rispose di suo pugno:  
"Il XII Corpo d'Armata saluta gli eroi di Agrigento".
Alle 20,11 del 16 luglio Agrigento, afflitta anche da una grave epidemia di scabbia, si arrendeva al termine di una resistenza che Radio Londra avrebbe definito "fiera" ed il Morrison "virile".

48. LA CADUTA DI PORTO EMPEDOCLE (16 LUGLIO)*

Nel primo pomeriggio del 14 luglio 146 colpi da 152 del Brooklyn avevano neutralizzato la fastidiosissima batteria antiaerea da 90/53 del 505° Raggruppamento di Contrada Piano Gatta, invisibile alle navi nemiche perché coperta dal costone di Monserrato, mentre a partire dalle 17,38 ben 225 colpi del Birmingham avevano martirizzato Montaperto, ov'era l'osservatorio d'artiglieria del tenente colonnello Michele Chironi, catturato il giorno seguente coi suoi ufficiali da Dammer nel vicino presidio di Masseria Gramaglia.
Alle prime luci dell'alba del 16 luglio le artiglierie costiere di Porto Empedocle erano ormai silenti, tranne il treno armato antinave da 120/45 della Regia Marina, che sparava al riparo della galleria ferroviaria di Contrada Caos, e soprattutto la batteria MILMART del centurione Morello, l'ultima ad arrendersi, sopraffatta solo dai rangers di Dammer al termine di un duro scontro a fuoco: i dragamine poterono così aprire dei varchi nei campi minati, anche se l'AM-114 Staff rimase fortemente danneggiato, con numerose vittime, nell'esplosione di una delle mine.
Il CCCLXXXVIII° battaglione del maggiore Giuseppe Messina del 138° costiero fu l'ultimo ad opporsi ai rangers di Dammer: l'ultimo caduto fu probabilmente il tenente Raymond Campbell, comandante della compagnia F, falciato dalle mitragliatrici di una casamatta nei pressi di un cimitero comandata dal sottotenente Salvatore Celauro. 
Alle 16,00 del 16 luglio la piccola cittadina, ormai circondata, capitolava, dopo la richiesta di resa portata insolitamente da un idrovolante ammarato in rada a causa dell'avaria alla radio principale dei rangers.
Il 14 maggio 2010 il Presidente Giorgio Napolitano avrebbe conferito alla città la medaglia d'argento al merito civile.
*Ringrazio http://ilcovo.mastertopforum.net/la-battaglia-di-agrigento-10-16-luglio-1943-vt2808.html?sid=2ab054bea2f9d8f7ecc7e7ddcc164941nonché http://www.militarystory.org/wp-content/uploads/2015/12/Sicilia-1943.-Da-Licata-ad-Agrigento-10-16-luglio.pdf

IL REALISMO DEL RE
Appena il giorno prima, il 15, Churchill e Roosevelt si erano rivolti pubblicamente agli italiani affinché decidessero "se morire per Mussolini e Hitler oppure vivere per l'Italia e la civiltà" e non a caso in quei fatidici momenti proprio Vittorio Emanuele III° incontrava segretamente il Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, per sondarne la disponibilità a guidare un eventuale nuovo governo.
Nessuno può essere più realista del Re...
Eppure, nel bollettino di guerra n. 1146 di quello stesso 15 luglio si può leggere:
"In Sicilia la pressione avversaria viene contenuta dalle truppe dell'Asse che hanno respinto ostinati attacchi sferrati con largo appoggio di mezzi corazzati. Nella piana di Catania nuclei di paracadutisti nemici sono stati prontamente annientati. Nei combattimenti di questi giorni si sono distinti il 10° reggimento bersaglieri, la 207° divisione costiera e la divisione germanica Hermann Goering". 

49. HUBE SOSTITUISCE VON SENGER

Hans Valentin Hube
La situazione cominciava però a essere insostenibile, quindi Kesserling il 16 luglio nominò Hans Valentin Hube, "Der Mensch" (L'Uomo), reduce dalla Russia e capo del XIV° CA corazzato tedesco, quale nuovo comandante delle truppe tedesche in Sicilia, ridesignate appunto 14. PanzerArmee
Si creò sin da subito un serio problema di rapporti con Guzzoni, che negò a Hube il richiesto comando delle operazioni, sia per questioni di prestigio del Regio Esercito, sia perché aveva capito che le sue idee strategiche erano ben diverse dalle sue: Hube gli ribadì però che avrebbe comunque fatto sempre riferimento ai soli superiori tedeschi.

IL MARTIRIO DI RANDAZZO (16 LUGLIO-11 AGOSTO)
La sera del 16 luglio gli italo-tedeschi, con il quartier generale fissato in una fattoria appena a nord di Nicosia, erano ormai trincerati lungo la nuova linea Enna-Valguarnera-Piazza Armerina-Raddusa-Dittaino-foce Simeto: Guzzoni decise di trasferirsi a Passopisciaro, a est di Randazzo, nella Valle dell'Alcantara, tra l'Etna a sud ed i Monti Peloritani a nord, seguito a breve da Hube, spostatosi a Rovittello,  un po' più ad est.
Tutto questo avrebbe trasformato Randazzo in un appagante obiettivo militare: dal 16 luglio all'11 agosto ogni giorno un totale di 425 tra B-25 Mitchell e B-26 Marauder, 249 A-20 Havoc e 72 P-38 Lightning avrebbero raso al suolo ponti, strade, ferrovie e l'intero centro abitato, con numerosissime vittime civili, tanto da ricevere nel 2005 dal Presidente Carlo Azeglio Ciampi la medaglia d'argento al valore civile.

LA LINEA DELL'ETNA
Il 18 luglio arrivò in Sicilia transitando per ferrovia attraverso la Puglia e la Calabria la 29° Panzergrenadieren Falke, una divisione pesante con 160 tra Panzer III e IV, che subito Hube mandò a Cefalù, perno di una nuova linea incentrata sull'Etna e le Madonie come fortezze naturali e Catania e appunto Cefalù come basi di un triangolo difensivo con Messina al vertice.
Era nata la Linea dell'Etna, con capisaldi da ovest a est San Fratello-Troina-Centuripe-Adrano-Gerbini-Acireale.

50. MIDDLETON E ALLEN SFONDANO ALL'INTERNO

CADE CALTANISSETTA (18 LUGLIO)
Il 157° RCT di Anckorn della 45° divisione era stato costretto nel pieno dell'attacco a Vizzini, alle 14,00 del 14 luglio, a lasciare campo libero ai canadesi ed a ridiscendere verso sud fino alla ben lontana Mazzarino, dov'era acquartierato il 26° RCT di Bowen della 1° divisione.
Proprio da qui nella notte del 16 il 26° riprese l'avanzata a nord sulla S.S. 191 verso Barrafranca, seguito da presso dal 16° e dal 157°.
Reduce dal feroce attacco di sei giorni prima di due Lightning, che avevano colpito la Chiesa Madre, Via Vittorio Emanuele e la centrale elettrica di Via Trieste e causato 12 morti e 10 feriti, tutti ricoverati nell'Ospedale da campo n. 22 presso l'ex convento, Barrafranca fu investita dal 2°/26° di Darrel Daniels a partire dalla Collina 432 sulla sinistra della rotabile e dal 3°/26° di John T. Corley dalla Collina 504 sulla destra: dopo essersi ricongiunti alle 05,30 essi attaccarono alle 09,15 appoggiati dal 33° campale e dagli Stuart della compagnia C del 70° corazzato, ma vennero fermati in Contrada 'Mbroscia dal fuoco dei Nebelwerfer da 210 mm e dei panzer del Kampfgruppe Ens, nascosti sulle alture tra le Contrade Montagna e Albana, e costretti a retrocedere su Quota 432, con molti carri distrutti.
A quel punto si scatenarono tutti e tre i battaglioni campali d'artiglieria: dopo aver perso 8 carri, con Ens rimasto leggermente ferito sotto un attacco aereo a Enna, i tedeschi si spostarono a nord verso Pietraperzia, così i due battaglioni poterono entrare alle 17,00 del 16 luglio nel centro abitato, ben presto oltrepassati dal 16° RCT di Taylor lanciato all'inseguimento dei tedeschi, costretti a ripiegare verso Valguarnera: occupata Pietraperzia, Taylor la sera del 17 superato il Salso svoltò a destra sulla S.S. 122 verso Enna, nello stesso momento in cui il sopravvenuto 179° di Hutchins della 45° svoltò a sinistra per Caltanissetta.
Alle 22,30 gli Sherman della compagnia esplorante del capitano George J. Sheets del 66° corazzato, avanguardia del 179°, entravano in città, sfigurata da 7 bombardamenti in 7 giorni.

MANTOVANI E BRUNI ANNIENTATI (18-19 LUGLIO)
Più o meno in quello stesso momento, la 231° brigata di Urquhart travolgeva in due ore il Gruppo Mantovani tra Raddusa e la stazione di Pirato, costringendo anche il Gruppo Coco a spostarsi alla periferia di Leonforte.
Quando il 19 luglio alle 08,00 fu il 157° RCT americano sulla sinistra a scagliarsi su Portella Grado, a nord-est di Caltanissetta, ad essere annientato fu stavolta il Gruppo Bruni, rimasto completamente isolato, che perse circa 500 uomini del III°/33° e quasi per intero il IV°/28° artiglieria, con la morte tra gli altri del capitano Giuseppe Martino di Cerano (NO), medaglia di bronzo alla memoria, e dei tenenti Filippi e Guerzati.
Con la 1° e la 45° divisione ormai al di là del fiume Salso, gli americani avevano spianata la via verso nord in direzione di Santa Caterina Villarmosa.
Il bollettino di guerra n. 1150 del 19 luglio avrebbe finalmente riconosciuto:
"In Sicilia ripetuti attacchi nemici sono stati respinti. Nei combattimenti dei giorni scorsi si è distinta per il suo valoroso comportamento la divisione Livorno".
51. LE TRUPPE DELL'ASSE BLOCCANO IL FRONTE

Il Generale Eberhardt Rodt avrebbe annotato:
"A quanto pareva, il nemico non si rendeva conto che le forze ritardatrici erano di così scarsa entità e si muoveva con molta esitazione, fatto tanto più notevole in quanto le unità impegnate nei diversi blocchi stradali erano sovente composte soltanto di una sezione o di un plotone (...) L'impressione generale era che il nemico stesse riordinando le proprie unità e non intendesse muoversi finché non avesse ricevuto rinforzi, specialmente di artiglieria. Questo sembrava confermato dalla diminuzione dell'attività aerea, nei giorni 14 e 15 luglio, che ci consentì una temporanea riattivazione delle comunicazioni telefoniche".
SETTIMO QUADRO 
PATTON PRENDE PALERMO

L'Assietta (col 29° e 30° fanteria, il 25° artiglieria, il CXXVI° battaglione mortai da 81 ed il XVII° CC.NN. della 17° legione d'assalto) e l'Aosta (col  5° e 6° fanteria,  il 22° artiglieria Vespri ed il XXVII° mortai da 81) erano ripiegate più a nord-ovest a Roccapalumba, Bisacquino, Lercara Friddi e Prizzi, sedi di depositi militari, e qui avevano sostenuto duri scontri.
Nonostante l'ultimo attacco il 18 luglio dei CR 42 del 15° e di 4 Folgore del 153° gruppo contro gli americani, il comando del XII° CA era però costretto già il 19 luglio a ritirarsi prima a Mistretta e poi a Mirto, mentre il 20 l'Assietta veniva spezzata in due dall'avanzata americana sulla costa, costringendo Guzzoni a ordinare la smobilitazione delle Madonìe, con l'Aosta inviata per ferrovia fino a Santo Stefano di Camastra la Assietta a Cefalù.


52. TRUSCOTT, RIDGWAY, GAVIN E GAFFEY  DILAGANO 
(21-24 LUGLIO)

PATTON BEFFA ALEXANDER
Alexander comunicò a Patton la sera del 19 che, pur d'accordo con l'idea di prendere Palermo, il II° CA di Bradley doveva comunque assicurare il fianco sinistro di Montgomery con un cordone di sicurezza da Agrigento a Campofelice, e solo dopo poteva attaccare la città!
Con la complicità del suo capo di Stato Maggiore, il Brigadier Generale Hobart Raymond "Hap" Gay, Patton accusò ricevuta solo dopo quattro ore e solo della prima parte del messaggio, con la scusa che la seconda con i dettagli era giunta solo dopo, e s'inventò al volo con le truppe di Truscott, Ridgway, Gavin, Darby e Gaffey un Corpo d'Armata Provvisorio, affidandolo al fedele Brigadier Generale Geoffrey Keyes, e mettendo a disposizione tutte le sue riserve: il 39° reggimento genio, i quattro campali 17°, 36°, 77° e 178°, il 5° gruppo semoventi.
                            
IN POCHI GIORNI GLI AMERICANI ARRIVANO A TRAPANI (21-24 LUGLIO) 
Superato il fiume Belice, tra il 21 ed il 24 luglio Sciacca, Menfi, Castellamare del Golfo, Castelvetrano, Mazara del Vallo, Marsala e Trapani con i vicini aeroporti ed idroscali venivano tutte conquistate una ad una dall'82° squadrone esplorante, passato tutto al CCA insieme col 78° campale, dal 1° e 4° rangers e dai paracadutisti appoggiati dagli howitzer del 7° campale e dai mortai da 107 delle compagnie B e C dell'83° chimico, cui si unirono a partire dal 17 luglio il 39° RCT col 26° e 34° campali, distaccati dalla 9° divisione di Manton Eddy in corso di sbarco.

Non mancavano certo gli eroismi da parte italiana.
L'americano Phil Nordyke (in "All American, All the way: A Combat History of the 82nd Airborne Division in War World II: From Sicily to Normandy", pag. 92, Zenith Press, 2009) riferisce che il 504° PIR di Tucker perse 14 uomini il 21 luglio a Passo Tumminello (identificabile piuttosto come Case Tumminello), presso Portella Misilbesi, non lontano dal Bivio Santa Margherita Belice-Sambuca di Sicilia, nello scontro con fanterie appoggiate da una batteria da 75 e due da 90,  probabilmente appartenenti al Gruppo mobile C di Chiusa Sclafani del tenente colonnello Osvaldo Mazzei (v. QUI).
Un altro episodio di valore accadde il 24 Marsala, attaccata dai rangers e dal 39° RCT col 26° campale, quando il 50enne tenente colonnello di complemento di artiglieria Erminio Sommaruga, di Pavia, trovatosi al comando di un caposaldo costiero in Via Salemi, dopo aver rifiutato la resa continuò a sparare da solo con la mitragliatrice fino a farsi uccidere dopo aver scoperto il petto al grido "Eccovi un bel bersaglio!" (v. QUI): per tale comportamento sarebbe stato decorato con una medaglia d'oro alla memoria.
Dalla parte americana accadde invece un fatto curioso: il colonnello William Ritter, comandante del 39° RCT, si ruppe una gamba gettandosi dall'auto di servizio presa di mira da un aereo nemico a Castelvetrano, travolto in pieno da un altro ufficiale buttatosi subito dietro di lui!

Una volta superata l'ultima resistenza del CXXXIV° gruppo da 75/27 e della 3° batteria del CCXV° gruppo da 100/22 Skodal'intero Stato Maggiore della 208° costiera veniva catturato il 21 luglio ad Alcamo dall'82° esplorante, con la resa al 504° PIR di Tucker del colonnello Luigi Dal Monte, comandante del 28° Raggruppamento e responsabile interinale della divisione in mancanza del Generale Marciani, in quel momento a Palermo, e lo stesso capitava anche alla 202° di Ficalbi e alla 230° di Conti, accerchiate tra il 23 ed il 24 luglio dai carri del 67° corazzato e dell'82° esplorante giunti il 21 da sud-ovest: faceva quello che poteva il 43° Raggruppamento del colonnello Luigi Aiello, munito di vecchie artiglierie di posizione italiane da 149/35 e di poco più nuove francesi da 155/36 di preda bellica senza il munizionamento adatto, ma quell'avanzata era impossibile da contenere per le forze costiere ed i poveri battaglioni della GaF messi su in qualche modo coi complementi e le reclute...
Cadute sulla strada anche Santa Ninfa e Salemi, la Piazza Militare Marittima di Trapani dell'Ammiraglio Giuseppe Manfredi si arrendeva per ultima il 24 luglio al capitano "Irish" Ireland del 505° PIR di Gavin, il primo ad entrare in città, seguito dalle fanterie del 39° RCT, dopo che i mortai da 107 della compagnia B dell'83° chimico e gli obici da 75 del 376° campale aerotrasportato e da 155 del 26° campale ebbero annientato l'ultima batteria d'artiglieria.

53. IL SACRIFICIO DEI GRUPPI MOBILI DEL XII° C.A.

L'ULTIMA BATTAGLIA DEL 10° (18-21 LUGLIO)
Più a sud, tutti i reparti scampati ad Agrigento, compresi i soli 14 M 41 superstiti, stavano ripiegando verso Leonforte (EN), sotto i continui attacchi aerei degli A-36 Apache del 310° FBS di Biskra (Tunisia), ma il 18 luglio il 180° RCT di Cookson proveniente da Caltanissetta arrivò sulla S.S. 121 a Santa Caterina Villarmosa, a poco più di 600 metri d'altezza, a ovest del Salso.
Col Gruppo mobile A del tenente colonnello Renato Perrone attestatosi in un bosco presso la stazione di Villalba per sbarrare la strada per Villadolmo all'incombente 157° RCT di Anckorn, il Raggruppamento Schreiber doveva invece chiudere al 180° quella per Vallelunga: schierò quindi il XIX° gruppo da 105/28 del maggiore Marini e il I° gruppo squadroni a Resuttano; due semoventi, il XVII° CC.NN. col comando legione del console Negroni, la 28° cannoni da 47/32 Aosta e i due pezzi da 75/27 del CCXXXIII° del maggiore De Mase ad Alimena, a 740 metri di altezza, poco più a nord-est; alla Portella del Morto, appena più a sud, la 1° motomitraglieri; e davanti a tutti, alla Portella di Recattivo, proprio davanti a Santa Caterina, il III°/30° di Spinelli e gli altri semoventi. 
Schreiber sullo scontro alla Portella di Recattivo avrebbe scritto:
"Nostre artiglierie intervengono. I mezzi diretti alla Portella retrocedono. Alle ore 7 l'artiglieria nemica apre un intenso fuoco sulle posizioni del III°/30° e nelle zone di schieramento dei 90/53. Vengono battuti anche i rovesci della posizione. Il tiro si protrae per tutto il giorno. Particolarmente sensibili le perdite fra il personale 90/53. Autoblindo, carri armati nemici e fanterie si spingono sino a 1 Km a sud della Portella. Presi sotto il tiro da 90/53, retrocedono su Santa Caterina. Il giorno 19 il tiro delle artiglierie nemiche riprende con maggiore intensità all'alba. La nostra artiglieria controbatte efficacemente. Aerei avversari bombardano a più riprese le posizioni del III°/30° e le zone di schieramento dell'artiglieria. I quattro 90/53 colpiti sono resi inutilizzabili".
Mentre forti nuclei di fanteria avversari muniti di armi automatiche venivano respinti frontalmente dai reparti avanzati, tanto da provare l'aggiramento sui fianchi dello schieramento tra la Portella e Resuttano tenuto dalla 1° motomitraglieri e dal III°/30°, sin dal giorno 20 le pattuglie inviate sulla rotabile Villarosa-Villapriolo avvistarono però forti avanguardie blindo-corazzate di Allen provenienti da Enna dirette proprio su Alimena.
Pur costrette a retrocedere dal fuoco dei pezzi del CCXXXIII° gruppo, rinforzato nel frattempo da tre controcarro Vickers da 75/45 ceduti da Fullriede, intervennero in loro soccorso le artiglierie con un intenso fuoco di controbatteria sulle posizioni di De Mase e soprattutto su Quota 1.007, dov'era il XVII° CC.NN. di Negroni, che ebbe ben 24 morti e 30 feriti.
Schreiber, poco fiducioso nelle capacità di resistenza delle demoralizzate e poco efficienti truppe di Negroni, decise a quel punto di rinserrarsi con tutte le forze disponibili proprio ad Alimena, anche per l'avvenuto cedimento a Villalba del gruppo di Perrone e l'attacco del 180° in corso sin dall'imbrunire del 19 sulla Portella del Morto a tergo della 1° motomitraglieri e del III°/30°.

Alle 02,00 di notte del 21 luglio nuclei di fanteria attaccarono di sorpresa Quota 1.007 facendo sbandare in disordine il XVII° CC.NN. e costringendo il CCXXXIII° a difendersi da solo, ma il peggio doveva ancora arrivare: tre ore più tardi l'intero 2°/26° RCT di Darrell Daniels, preceduto dagli Stuart della compagnia B del 70° corazzato e supportato dai lontani Long Tom del 36° artiglieria e dai caccia dell'USAAF sfondava nel centro abitato!
Un disperato contrattacco alle 07,00 di mattina su Quota 1.007 di una compagnia del III°/30°, un plotone dei decimati motomitraglieri ed elementi raccogliticci delle CC.NN. protetti dalle artiglierie e dagli M 41 consentì di riprendere per poco Alimena, con 5 Stuart distrutti dai nostri semoventi con 7 morti e 5 feriti gravi tra i loro equipaggi, ma l'improvviso irrompere da nord-est alle 10,30 di una ventina di Sherman della compagnia A del 753° corazzato alle spalle dei due pezzi residui del XIX° sancì la fine: quando il XIX°, ormai circondato, si arrese, alle 14,00 le forze italiane superstiti furono costrette a ripiegare a Bompietro, protette dal fuoco delle batterie tedesche che riuscirono a far arretrare i carri nemici.
Schreiber, al contrario di Marini e Spinelli presi prigionieri, riuscì a sfuggire alla cattura attraverso le campagne insieme coi maggiori Bertino e Cingolani e pochi uomini di truppa.
Ciò che restava del suo raggruppamento sarebbe passato alle dipendenze dell'Aosta, mentre lui avrebbe assunto il comando dell'Assietta.
Sarebbe morto 88enne il 2 novembre 1978 a Torino*.
* Sulla descrizione dei fatti v. Charles C. Roberts, Jr., in Armored Strike Force-The Photo History of the American 70th Battalion in World War IIStackpole Books, pag. 82, in lingua inglese,  nonché la relazione di Ottorino Schreiber. 

Ridotto a soli 4 semoventi del CLXIII° gruppo di Cingolani, il 10° morì di fatto ad Alimena.
Il capitano Riccardo Ricci di Frosinone, di 34 anni, comandante di batteria, il caporalmaggiore 23enne Giacomo Rupil di Zuglio (UD) e i carristi 22enni Pietro Ambrosi di Tresana (MC) e Giuseppe Zaniboni di Carpenedolo (BS) furono decorati con la medaglia d'argento alla memoria.
L'ultimo colpo sarebbe stato sparato il 6 agosto, a Troina.
L'11 agosto restavano tre M 41, non più utilizzabili: due sarebbero riusciti a raggiungere Messina al comando di un tenente, ma poiché uno si muoveva a stento e l'altro doveva essere trainato si preferì lasciarli lì.
Il 10° avrebbe avuto 3 su 6 comandanti di batteria uccisi, altri 4 ufficiali morti (l'ultimo fu il capitano Giuseppe Faconti, caduto a Giarre il 3 agosto, medaglia di bronzo alla memoria), e ancora 2 su 3 comandanti di gruppo feriti, 13 ufficiali feriti, 50 soldati morti e 125 feriti. 
Tra morti e vivi vi furono 20 decorati ed anche lo stendardo ebbe la medaglia d'argento.
Il 10° Raggruppamento mobile venne citato dall'ultimo bollettino di guerra prima dell'Ordine del giorno Grandi, il n. 1155 del 24 luglio:

"Il CLXI° ed il CLXIII° gruppo artiglieria semovente hanno combattuto negli scorsi giorni con strenuo valore meritando l'onore di speciale menzione".
LA FINE DEL RAGGRUPPAMENTO MOBILE OVEST
Anche il Raggruppamento mobile Ovest, coi suoi tre gruppi corazzati ed il CDXLVIII° bersaglieri del capitano Michele Autore, venne completamente annientato.

Il Gruppo mobile A di Paceco (TP) del tenente colonnello Renato Perrone, comandante del XII° battaglione carri L di Palermo, con i bersaglieri della 3° compagnia del CDXLVIII°,4 carri veloci L/35 della compagnia comando del XII°, i 16 carri leggeri Renault R 35 della 4° del CII° carri ed i 15 semoventi da 47/32 della 1° del CXXXIII°, venne schierato il 18 luglio con l'appoggio della 2° batteria da 75/27 t.m. del CX° gruppo sulla Stazione di Villalba a sbarramento della rotabile Santa Caterina Villarmosa-Stazione di Villadolmo.
Dopo due giorni di lotta contro gli Stuart della compagnia C del 70° aggregati al 157° RCT, in cui andarono perduti 6 corazzati italiani e 7 Stuart più un half-track americani (con un ufficiale americano morto e dieci feriti nel complesso), Perrone venne costretto il 20 luglio a ripiegare a Villadolmo, dove il giorno dopo fu travolto per il decisivo intervento degli Sherman del 753° corazzato (v. Charles C. Roberts Jr., cit., pag. 81).
Il comandante venne catturato al Bivio di Vallelunga, mentre il maggiore Gabriele Villari suo vice riuscì a ripiegare su Leonforte: fu proprio in questi frangenti che i 4 piccoli carri comando L 3/35 vennero travolti a Casalgiordano con la compagnia arditi del 5° Aosta (v. Patrick Cloutier, in Regio Esercito: The Italian Royal Army in Mussolini's Wars 1935-1943pag. 197).

Il Gruppo mobile B di Santa Ninfa (TP) del tenente colonnello Mascio, con la 1° e 2° compagnia del CDXLVIII° bersaglieri, la 6° del CII° carri (16 R 35) e la 3° del CXXXIII° semoventi da 47/32 (15 mezzi), schierato tra Santo Stefano Quisquina ed Alessandria della Rocca con la 1° del capitano Oscar Tommasucci del I° bersaglieri controcarro da 47/32 ex 208°, intervenne al diretto comando di Ricci in difesa del Passo Fonduto presso Casteltermini a sostegno del Gruppo tattico Alcamo-Partinico (composto dai battaglioni CC.NN. CLXVIII° Hyblae e CLXXI° Palermo della 171° legione deposito Vespri distaccati dall'Aosta), armato solo di qualche mitragliatrice pesante FIAT-Revelli.
Grazie all'appoggio di due batterie del CXXII° obici da 149/13 del capitano Antonio Mannino (v. QUI e poi QUI), tutti quegli uomini erano riusciti a far saltare il ponte sul fiume Platani e la galleria ferroviaria, ma all'imbrunire erano stati costretti a ripiegare a Bivona.
Alle 15,00 del 20 luglio, però, ritrovatisi circondati a Santo Stefano Quisquina (AG) dall'intero 30° RCT, dopo oltre due ore di battaglia cedettero e lo stesso Mascio venne preso prigioniero: sarebbe stato decorato con la croce di guerra.

Il Gruppo mobile C di Portella Misilbesi (AG) del tenente colonnello Osvaldo Mazzei, comandante del CII° carri, con la 4° compagnia del CDXLVIII° bersaglieri, la 5° del CII° (anche qui su 16 R 35) e la 6° batteria da 75/27 t.m. del CCXXXIII° gruppo Centauro, venne inviato il 19 luglio contro una colonna del 7° RCT partita da Aragonascesi attraverso la S.S. 189 in direzione del ponte, gli italiani a circa 6 chilometri a sud di Casteltermini erano stati però costretti a ripiegare dai paracadutisti fino all'incrocio della Stazione di Cammarata.
Ormai ridotto alla difensiva, Mazzei, aiutato anche dalla 2° compagnia del CIV° controcarro da 47/32,  alle 06,00 del 20 luglio respinse un primo attacco del 30° RCT  e del 4° tabor marocchino, ma nonostante il soccorso dall'aria di 4 Alcione Cant. Z 1007 bis provenienti da Viterbo nulla poté contro quello delle 09,00, preceduto da un'intensa preparazione di artiglieria, che a causa delle enormi perdite subite lo costrinse alla resa intorno alle 12,00: a Mazzei sarebbe stata conferita la medaglia d'argento.

Il Raggruppamento mobile Ovest venne citato nel bollettino n. 1162 del 31 luglio 1943:

"Contro il nostro schieramento in Sicilia il nemico sviluppa, con l'impiego di forze fresche e con il poderoso appoggio dell'arma aerea, la sua azione offensiva contenuta in aspra lotta dalle truppe italiane e germaniche. Nei violenti combattimenti dei  giorni precedenti si è segnalato, per valore e tenacia, il raggruppamento motocorazzato al comando del colonnello Goffredo Ricci da Cesena".
Aosta e Assietta avevano potuto guadagnare almeno tre giorni di tempo (Radio Londra alle 18,00 del 20 luglio 1943 affermò che l'avanzata verso Palermo "era ostacolata da due divisioni motorizzate italiane") ed il fronte si era così enormemente accorciato sulla linea Santo Stefano di Camastra-Nicosia-Leonforte-Catenanuova-Gerbini-Catania. 
All'alba del 22 luglio l'Aosta era a Santo Stefano, priva del 25% degli effettivi, con il CLXXI° battaglione CC.NN. Palermo sulla S.S. 117 a Mistretta, più a sud.
L'Assietta, col 30% degli effettivi in meno, era sul fianco destro, con due batterie da 149 sul fiume Tusa poco più ad ovest, il I° e II°/29° col quartier generale e due batterie da 75 proprio a Santo Stefano ed infine il quartier generale divisionale, il II°/30° con quello reggimentale, il II°/25° artiglieria ed una sezione del commissariato a Sant'Agata di Militello: le fanterie erano presso un ponte sul torrente Furiano a guardia degli accessi per San Fratello (v. Patrick Cloutier, cit., pagg. 197-198).

54. CON GLI AMERICANI RITORNA LA MAFIA


VERITÀ, CORAGGIO, MAFIA E BUGIE
Vi furono intimidazioni ai danni di militari e interi reparti costieri nelle fasi iniziali dello sbarco, costate la perdita di qualche caposaldo e batteria, ma a Gela si combatté, ad Agrigento pure, dal 18 al 24 luglio ben 272 furono le perdite americane in Sicilia Occidentale, contro le 2.900 italiane, e in Sicilia Orientale gli italiani lottarono duramente nei limiti delle loro possibilità fino alla fine: la mafia perciò fu realmente decisiva solo dopo il 25 luglio, quando l'Aosta e l'Assietta ed ancor più le divisioni costiere, composte per lo più da piccoli lavoratori del ceto agrario siciliani, assai esposti alle minacce mafiose, finirono praticamente con il volatilizzarsi, tanto da costituire la grandissima parte dei 53.000 prigionieri fatti da Patton.
La caduta di Mussolini fece certo crollare lo spirito combattivo ma di sicuro decisiva fu l'opera d'intossicazione svolta da almeno 3.000 "picciotti" inviati nell'isola presso le famiglie d'origine: si può dire allora che la mafia, legata ai grandi latifondisti messi in crisi dalla ridistribuzione delle terre voluta dal regime (gli stessi che nel dopoguerra avrebbero dato vita al Movimento Indipendentista Siciliano), e radicalmente ridimensionata dal "prefetto di ferro" di Trapani Cesare Mori, sia stata grazie ai "Liberatori" definitivamente rimessa in gioco?

L'ALLEANZA INCONFESSABILE
Non è un segreto la collaborazione tra i servizi americani della marina ed il mafioso Salvatore Lucania, alias Charlie "Lucky" Luciano, cittadino americano ma nato a Lercara Friddi nel 1897, per contrastare le opere di sabotaggio degli italiani nel porto di Manhattannon per niente lo stesso Luciano, allora in carcere con una condanna a 50 anni per sfruttamento della prostituzione, venne graziato il 3 gennaio 1946 dal governatore dello Stato di New York, Thomas E. Dewey, "per i servigi resi alla Marina", a condizione che si trasferisse in Italia...
Quanto meno discutibile fu la scelta dell'AMGOT di attribuire ruoli amministrativi delicati a tanti personaggi legati a doppio filo ad esponenti di "Cosa Nostra" americana, spesso reduci da lunghi periodi di carcerazione nelle prigioni statunitensi (si pensi anche a gente come ad esempio Adonis, Costello, Anastasia, Profaci): per dirne solo tre, come sindaco di Palermo venne nominato Lucio Tasca Bordonaro (v. QUI), esponente di spicco del MIS, il cui braccio armato, l'EVIS (l'Esercito Volontario per l'Indipendenza della Sicilia) era guidato da Salvatore Giuliano (v. QUI); come sindaco di Villalba (CL) venne imposto il famigerato Calogero Vizzini (Don Calò), il "capo dei capi" della mafia dell'epoca (v. QUI); mentre a Mussomeli (CL) venne scelto Giuseppe Genco Russo, suo successore designato al vertice di Cosa Nostra (v. QUI).
A capo degli affari civili dell'AMGOT c'era il chiacchieratissimo tenente colonnello Charles Poletti (v. QUI), figlio di italiani e fino a poco tempo prima governatore dello Stato di New York (primo italo-americano ad essere eletto governatore), preferito a Fiorello La Guardia (v. QUI): ebbene, Poletti, pur conoscendo benissimo l'italiano, aveva quale interprete il famoso Vito Genovese, di cui esiste una foto in divisa americana con Salvatore Giuliano (v. QUI e QUI), a sua volta fidato luogotenente proprio di "Lucky" Luciano (v. QUI). 

IL RAPPORTO SCOTTEN
Tanto ci sarebbe da dire, ma rimando al Rapporto Scotten del 29.10.1943 (cartella del Foreign Office 371/37327, numero di protocollo R11483), redatto dal capitano della Military Intelligence William Everett Scotten per il Brigadiere Generale Julius Cecil Holmes (v. QUI, QUI, QUI e QUI).
Nel suo "Memorandum sul problema della mafia in Sicilia" in sei pagine l'ufficiale enucleò al paragrafo 13 tre possibili soluzioni:
a) un'azione diretta, stringente ed immediata per controllare la mafia; 
b) una tregua negoziata coi capimafia; 
c) l'abbandono di ogni tentativo di controllare la mafia in tutta l'isola ed il ritiro in piccole enclaves strategiche, attorno alle quali costituire cordoni protettivi ed al cui interno esercitare un governo militare assoluto.

55. PALERMO SOTTO ATTACCO (22 LUGLIO)

KEYES PROSSIMO A PALERMO
Dopo la sconfitta dei coraggiosissimi gruppi mobili, circondati da tutte le parti, il XXI° gruppo da 105/28 del colonnello Gaetano Mulone (rimasto ferito), due gruppi dell'Aosta, il III°/22° da 105/28 del tenente colonnello Alfio Bugliarello e il IV°/22° someggiato da 75/13 del maggiore Ottavio Chelotti, il XXXIX° della GaF da 75/46 del maggiore Umberto Castellani e il II°/25° Assietta da 105/28 ippotrainato del tenente colonnello Eugenio Furitano non avevano potuto impedire l'ulteriore arretramento sulla linea Chiusa Sclafani-Cerda, con la cattura di molti mezzi e uomini, tra cui tutti i comandanti di gruppo.
Keyes potè così rapidamente avanzare fino a Prizzi e poi a Corleone, e da qui verso San Giuseppe Jato, a poco più di 20 chilometri da Palermo.

Palermo era difesa dal Comando Difesa Porto Nord (N) del Generale dei bersaglieri Giuseppe Molinero, con 4 battaglioni costieri, il XXX° gruppo squadroni di cavalleria appiedata (!) Palermo, due compagnie mitraglieri della GaF, una di mortai da 81, 4 batterie costiere del XLI° gruppo del tenente colonnello Luigi Scifoni, altre 14 contraeree della MACA, 3 a doppio compito della MILMART, più il I°/25° artiglieria Assietta con gli obici ippotrainati da 100/17 del tenente colonnello Ernesto Ipavec.
Tutte le varie portelle che portavano alla città erano presidiate ognuna con una compagnia di fanteria ed elementi sciolti di artiglieria in funzione controcarro, e dopo la caduta di Alcamo Molinero inviò un'altra compagnia di fanteria ed una batteria a Portella della Torretta, facendo brillare le interruzioni stradali sia lì che a Passo Renda.
Le richieste di lasciapassare aumentavano e nella notte del 20 prefetto e segretario federale scapparono, seguiti da metà personale delle batterie costiere, ed infine, all'alba del 22, dalla FlaK del colonnello Mayer, che se ne andò dopo aver reso inutilizzabili gli 88, mentre il personale della Capitaneria di Porto si imbarcava per Napoli pure il comandante dell'aeroporto, all'insaputa di Molinero, dava ordine di incendiare i depositi di carburante e delle bombe.

L'ATTACCO
Alla sera del 21 la 3° divisione di Truscott proveniente da sud e la 2° corazzata di Gaffey coi rangers ed i paracadutisti dell'82° da Alcamo erano in vista della città.
Il piano per conquistarla prevedeva con inizio alle 06,00 di mattina un attacco contemporaneo da tre direzioni, con obiettivo finale il ricongiungimento delle colonne alle 12,00 in città: la 3° divisione di Truscott  doveva attaccare Portella del Mare, a sud-est dell'abitato; il CCB di White da nord-ovest doveva investire Portella della Torretta; il CCA di Rose dalla strada montana la più centrale Portella della Paglia.

Truscott attaccò Portella del Mare alle 09,00 del mattino e vi rimase bloccato sino all'una: giunto alla periferia di Palermo alle 17,00 venne affrontato dalle riserve del maggiore Salvatore Mistretta, la 4° compagnia dell'DCCCXXV° costiero del capitano Vincenzo Carulli, la 519° mitraglieri GaF del capitano Mario Borgioli ed il XXX° gruppo squadroni del maggiore Arturo Rodanò, che ne ritardarono l'avanzata fino alle 18,00.
Nel frattempo l'avanguardia del CCA, attraversato senza resistenza San Giuseppe Jato, si affacciava alle 08,30 sulla vallata che introduceva alla salita da San Cipirello agli 850 metri della Portella della Paglia.
Già la salita su quello stretto sentiero di montagna, tra forre e dirupi scoscesi, massi pericolanti sulla strada e caverne nascoste, fu occasione per subitanee imboscate degli anticarro e delle mitragliatrici nascosti tra le rocce, ma sulla cima gli americani trovarono ad attenderli, nascosto dietro un rilievo roccioso, un obice ippotrainato da 100/17 del I°/25° artiglieria, comandato dal 23enne sottotenente di complemento Sergio Barbadoro, un giovane universitario di Sesto Fiorentino che aveva lasciato gli studi per servire in armi la sua Patria.

IL SACRIFICIO DIMENTICATO DI SERGIO BARBADORO
Costretto ad avanzare lentamente su quella strada, all'improvviso lo Sherman di testa saltò in aria, seguito in rapida successione dai due che lo seguivano in fila indiana.
I carri in fiamme costrinsero ad intervenire i genieri per sgombrare la strada, ed allora furono i fanti ad avanzare, secondo alcune testimonianze facendosi precedere da soldati italiani fatti prigionieri e tenuti legati.
Novelli emuli di Leonida e dei suoi 300 spartani alle Termopili, quel pugno di artiglieri, sotto una calura insopportabile, senza collegamenti con il comando e senza possibilità di soccorsi, riuscirono ad inchiodare su quel passo le soverchianti forze nemiche per oltre nove ore, fino a quando un grosso half-track armato con un pezzo da 155, su cui montavano il sergente Hartfield, il caporale Ruling, il caporale Edniger ed il soldato Shoemaker, spintosi a distanza ravvicinata favorito dalla mancanza di ostacoli anticarro, esplose in rapida successione dieci colpi, l'ultimo dei quali uccise proprio Barbadoro, ormai il solo a fare fuoco.
Erano le 18,30 del 22 luglio.
Ben cinque Sherman giacevano distrutti sul terreno (v. QUI).

Sergio Barbadoro il 4 novembre 1946 ebbe la medaglia d'argento alla memoria e nel 1961 gli venne concessa la laurea ad honorem in economia e commercio. Palermo gli ha dedicato una via.
Le sue spoglie, pietosamente ricomposte dal Parroco Don Antonino Cassata dopo che per un giorno ed una notte il corpo, rosso di sangue, lacero nella divisa e vigliaccamente privato degli stivali, era rimasto tenacemente aggrappato al congegno di puntamento del cannone, circondato dai resti dilaniati di altri artiglieri, vennero sepolte nel cimitero locale, per poi essere riconosciute dal padre due anni dopo e traslate al Verano di Roma.
Una stele marmorea a Portella della Paglia ne ricorda il sacrificio.

LA RESA SENZA CONDIZIONI DI MOLINERO
Alle 19,30 del 22 luglio fu catturato dal CCA l'intero comando di Molinero, compreso il Generale Giovanni Marciani, comandante della 208° costiera, preso dall'82° esplorante, ed ogni resistenza cessò, oltre sette ore dopo rispetto ai piani originari.
Drammatico fu il confronto svoltosi davanti ad un interprete, un frate cappuccino ed il noto reporter di guerra ungherese Endre Friedmann, alias Robert Capa, tra Molinero e Keyes, penetrato sin dentro al cortile interno di Palazzo dei Normanni con una jeep: il primo cercò di convincere il secondo a smobilitare le sue truppe o almeno i soldati siciliani, ma Keyes volle solo la resa senza condizioni.
Portella della Torretta risulta essere stata occupata solo il 23 luglio: la colonna del CCB di Isaac White, mossasi da nord-ovest di Camporeale, dopo aver incontrato resistenza a Partinico e Terrasini fu costretta a rallentare dai tratti di strada saltati in aria, dalle mine anticarro nascoste e dai blocchi stradali, arrivando sull'obiettivo solo intorno alle 11,00 di quel giorno.
Sin dal 24 luglio il 540° genio costiero ed il 20° genio combattente avrebbero cominciato a rimettere in funzione il porto.
Quello stesso giorno il bollettino n. 1155 avrebbe ammesso che:
"L'aumentata pressione di forti masse corazzate nemiche ha reso necessario in Sicilia un nuovo schieramento delle truppe dell'Asse e il conseguente sgombero della città di Palermo".

TERZO ATTO
L'INIZIO DELLA FINE 

PRIMO QUADRO
I "RAGAZZI DI MONTAGNA"*


I canadesi cominciano la salita verso Valguarnera
Il 15 luglio il Feldmaresciallo Montgomery aveva mandato questo messaggio a Oliver Leese:
"Sulla destra le operazioni si svolgono con una certa lentezza e tutti i rapporti indicano che il nemico si sta spostando verso est, dal settore Caltagirone-Enna e attraverso la piana di Catania, nel disperato tentativo di precluderci la strada verso gli aeroporti intorno a quest'ultima città. Poichè sulla destra siamo temporaneamente bloccati, è più che mai necessario avanzare sulla sinistra; procedete dunque alla massima velocità possibile verso Caltagirone, per puntare successivamente su Valguarnera-Enna-Leonforte. Porta avanti i canadesi a tutta forza!"
56. TOCCA AI "CANUCKS"


Robusti, infaticabili, orgogliosi, formidabili tiratori, spacconi, gran bevitori, i "Canucks" (un termine intraducibile, forse tratto dalla lingua Inuit) si sarebbero trovati perfettamente a loro agio su quell'aspro terreno di battaglia così affine alle loro montagne.
Alle 04,00 di mattina del 16 luglio, con la 1° brigata del Generale Howard Graham ormai tutta schierata a Grammichele, toccava ai fanti del 48° Highlanders of Canada del tenente colonnello Ian Johnston entrare tra la gioia della cittadinanza a Caltagirone e a San Michele di Garzeria, mentre il giorno dopo era il turno di Piazza Armerina, occupata dal Loyal Edmonton del tenente colonnello Jim Jefferson della 2° brigata del Generale Chris Vokes.
Si era finalmente arrivati alla "Linea blu".

LO SCONTRO ALLA PORTELLA DI GROTTACALDA (18 LUGLIO)
Con la 231° di Urquhart rimasta a Caltagirone, i canadesi avviarono la sera del 16 luglio dalle colline a nord-ovest una complessa azione a lungo raggio a nord per Mirabella Imbaccari e Aidone ed a est per Raddusa, dov'erano schierati tutti i gruppi tattici della Livorno, per arrivare da sud-est a Enna, seguendo la strada principale in direzione di Valguarnera Caropepe, e da sud alla più distante Leonforte, dove era la 15° Panzergrenadieren.
Con l'appoggio degli Sherman del 12° Three Rivers of Quebec del tenente colonnello Erich Leslie Boot, da Piazza Armerina furono mandati verso le 12,00 del 17 luglio con obiettivo Valguarnera a bordo di 33 autocarri due reggimenti della 3° brigata del Generale Howard Penhale, il Carleton and Yorks del tenente colonnello Dodd Tweedie ed il 22° Royal Regiment del parigrado Paul Bernatchez, ancora mai impiegato in battaglia.
Arrivati ai 745 metri della Portella di Grottacalda proprio il 22°, mentre attraversava una curva, con un burrone a sinistra ed una ripida pendenza a destra, veniva bersagliato da nidi nascosti di mitragliatrici del 104° PzrGr Regiment, cioè il Kampfgruppe Ens in ripiegamento da Pietraperzia, presenti con elementi del 33° fanteria Livorno al comando di Coco.
Col Royal Regiment appiedato a ovest della strada, sulla cresta della collina che sovrastava la vallata verso Enna, intervennero gli Sherman, neutralizzando tre 47/32 e tre carri leggeri italiani, ma subito dopo si sviluppò contro i fanti rimasti allo scoperto un pesantissimo attacco coi mortai dal Monte della Forma (866 m), immediatamente a sud-ovest dell'incrocio, che costrinse anche il Carleton and Yorks a ripiegare a circa un chilometro e mezzo dal bivio.
Per tutta la notte il Royal fu inchiodato lì, fino a quando il West Nova Scotia del tenente colonnello Pat Bogert mosse alle 10,30 della mattina successiva sul fianco sinistro di quell'altura, così da tagliare all'Asse la ritirata verso Enna: occupata alle 16,00 una collina che dominava la strada per Enna a ovest del nemico, preceduto dal fuoco di tutti gli 88 obici da 75 dell'artiglieria divisionale del Brigadiere Generale Albert Bruce Matthews, che spararono ognuno 68 colpi su 4 punti distinti sulla cima (5.984 proietti!), il reggimento si lanciò all'attacco, catturando anche un'intera cucina da campo tedesca, mentre il Carleton and Yorks, mossosi sul lato destro, irrompeva a nord-est della strada, catturando altri 45 tedeschi.
Alle 17,00 il Forma era conquistato, al prezzo di 9 caduti, tra cui un tenente comandante di plotone del Royal Regiment,  e 46 feriti, di cui 2 ufficiali. 
Il Royal Regiment, duramente provato, si ritirò nella notte ad un chilometro di distanza: cinque suoi uomini avrebbero ottenuto una DCM.

VALGUARNERA (19 LUGLIO)
Toccava ora alla 1° brigata di Graham avanzare da Piazza Armerina direttamente su Valguarnera: dopo una marcia indisturbata di 8 chilometri a bordo dei camion e dei corazzati leggeri per la fanteria il Royal Canadian Regiment, proveniente da ovest, e l'Hastings and Prince Edward, da sud, pur costretti a fermarsi dopo 6 chilometri e mezzo per un ponte fatto saltare dai tedeschi, riaperto dai genieri alle 16,30, dopo essere avanzati con l'appoggio dei Bishop del 142° campale si trovarono costretti a mezzanotte ad abbandonare i mortai e i veicoli (compreso il camion comando per l'osservazione dell'artiglieria, munito di contatto radio) per inerpicarsi a piedi.

Giunti all'altezza dell'incrocio con la provinciale Piazza Armerina-Enna trovarono ad attenderli l'intero 104° PzrGr, insieme al grosso del Gruppo Coco, con almeno una batteria controcarro, qualche R 35 ed alcuni semoventi L 40.
Dopo aver distrutto tutti i ponti e le principali vie di comunicazione, l'Asse diresse un precisissimo fuoco d'artiglieria, mortai e mitragliatrici sui canadesi, costretti ad avanzare allo scoperto frazionati nelle varie compagnie senza poter richiedere l'appoggio dell'artiglieria: le compagnie B e D dell'Hast. & P.E., quest'ultima al diretto comando del tenente colonnello Sutcliffe, arrivate in vista dell'abitato da sud-ovest caricarono alla baionetta un plotone nemico uccidendo 10 tedeschi e catturando due mitragliatrici, poi si piazzarono la prima in un posto d'osservazione nascosto sulla sinistra, la seconda sulla strada principale, dove sistemò un posto di blocco: subito dopo proprio la D si lanciò all'attacco, ma dopo aver fatto saltare con i PIAT 12 mezzi tedeschi, tra cui un trasporto truppe blindato pieno di uomini con un cannone da 88 al rimorchio, fu costretta a ritirarsi insieme con la B.
Sutcliffe sarebbe stato premiato con la DSO.
Le altre due compagnie A e C, informate dai locali sulle posizioni dei cannoni tedeschi, si nascosero a 500 metri di distanza, su una collina che dominava la città a nord e la strada a sud, ed alle 06,30 attaccarono coi Bren e i PIAT guidati dal capitano A.R. Campbell (poi caduto in continente), che avanzò sparando col Bren con un caricatore tra i denti, ma pur causando moltissime perdite tra i tedeschi (18 solo per mano di Campbell, i rapporti ufficiali parlano di 80/90 morti complessivi) dovettero ben presto ripiegare, facendo tuttavia 18 prigionieri!
Poco dopo l'alba tutto l'Hast. & P.E. era inchiodato a terra, quando venne raggiunto dalle avanguardie appiedate del Royal Canadian, anch'esse finite ben presto sotto tiro: Crowe dispose pertanto i suoi uomini su una alta collina sovrastante la strada, separata dalla città da varie alture e dislivelli, preparando un attacco congiunto di due compagnie protette dalle altre due.
Le perdite per il Royal Canadian erano ingenti, ma all'improvviso i tedeschi si ritirarono, consentendo ai canucks di occupare una collina che dominava la città, 800 metri più a nord, anche se tre panzer falciarono con le loro MG il vice di Crowe, il maggiore J.H.W.T. Pope, rimasto allo scoperto dopo aver tentato di colpirli tre volte invano a colpi di PIAT, rimasti inesplosi.
Verso le 12,00 le prime colonne motorizzate nemiche cominciarono a dirigersi a Leonforte, facendo saltare i bidoni di benzina che non potevano portare con loro.
Faceva un caldo atroce, scarseggiavano da tempo acqua e viveri, tanto che una squadra del Royal Canadian si incaricò di portare al tramonto le razioni allo stremato Hast. & P.E., poi nel pomeriggio arrivò anche il 48° Highlanders of Canada, sino a quel momento di riserva, per occupare una cresta tre chilometri più a sud di Valguarnera, ov'erano altre postazioni tedesche finite sotto tiro dell'artiglieria: la compagnia più avanzata degli Highlanders prese quell'altura al prezzo di 4 caduti e 6 feriti, con 35 morti e 20 feriti tra i tedeschi.
Quella stessa notte quegli uomini entrarono in città, trovandola pressoché vuota e completamente distrutta, posizionandosi un chilometro più avanti, dopo aver comunque neutralizzato tre mitragliatrici tedesche col caporale W.F. Kay, decorato con la DCM, che pur ferito condusse la sua squadra all'assalto, uccidendo personalmente otto uomini con due bombe a mano e col Thompson, mentre i restanti nove venivano finiti dai suoi.
Alle 04,30 del mattino del 19 luglio i Seaforths Highlanders of Canada del tenente colonnello Bert M. Hoffmaister della 2° brigata di Vokes occupavano finalmente la cittadina, cosparsa di mezzi tedeschi ed italiani abbandonati, spesso bruciati, e di tantissimi cadaveri in putrefazione.
Quella di Valguarnera fu la battaglia più dura affrontata dai canadesi fino a quel momento: il diario storico della brigata parla di 40 caduti e più di 100 feriti, con 240 morti ed una trentina tra feriti e prigionieri tra le forze dell'Asse, mentre un rapporto ufficiale ADMS (Assistant Director Medical Services) riferisce di 120 prigionieri e 140 tra morti e feriti.
Kesserling avrebbe così scritto a Berlino:
"Vicino Valguarnera delle truppe addestrate per combattere in montagna sono entrate in azione. Sono chiamati "i ragazzi di montagna" e probabilmente appartengono alla 1° divisione canadese".
CAMBIANO DI NUOVO I PIANI DEGLI ALLEATI
Alexander il 16 luglio aveva emanato nuovi ordini: i provatissimi canadesi dovevano puntare a est, tralasciando Enna; la 51° divisione di Wimberley doveva spostarsi verso Gerbini e Sferro; la 231° brigata di Urquhart doveva prenderne il posto sul fianco destro dei canadesi.
Informato in ritardo, Bradley inviò a Leese una secca nota scritta:
"Ho appena saputo che avete aggirato Enna, lasciandomi scoperto sul fianco. Di conseguenza, ci prepariamo ad attaccare immediatamente la città, anche se è nel vostro settore. Penso sia nostro diritto di servirci per questo attacco delle vostre strade".

57. L'INARRESTABILE AVANZATA AMERICANA DA SUD

ENNA (20 LUGLIO)
Enna, dopo aver subito durissimi bombardamenti, venne occupata il 20 luglio dal 16° RCT del colonnello George Taylor.
La città mancava di tutto, tanto che la popolazione aveva preso l'abitudine di saccheggiare magazzini e depositi del RE ormai incustoditi: a questo si deve purtroppo la fatale disattenzione che aveva portato all'alba del 14 luglio all'esplosione della polveriera della Misericordia, tra Enna e Calascibetta, con 60 morti e moltissimi feriti (v. QUI).
Ecco perché al loro arrivo gli americani vennero "salutati dalla popolazione come liberatori", dissero i bollettini alleati: Enna divenne "l'avamposto dell'Italia liberata".

ALLEN A GANGI (21-26 LUGLIO)
Con gli italiani in rotta sulle Madonie e il grosso di un battaglione tedesco di Fullriede inviato sulle alture ad est di Alimena per tappare il buco fino a Nicosia gli Stuart del 70° corazzato avanzarono sulla rotabile contro le artiglierie tedesche per coprire i genieri impegnati nel ripristino di un ponte distrutto a sud di Bompietro, mentre il 1°/26° di Grant e il 3°/26° di Corley attraversavano a piedi il torrente sottostante.
Agguerrite retroguardie tedesche li inchiodarono però sul posto, e solo quando alle 12,00 del 22 poterono avanzare i tre battaglioni d'artiglieriacol ponte ormai riparato, la situazione si sbloccò: ben 1.146 colpi si abbatterono su Bompietro, così alle 19,00 il 3°/26° poté entrare in paese.

Allen mandò subito il 18° RCT di George Smith contro Petralia, 5 chilometri più a nord, per aprire la strada al 16° di Taylor, fermo ancora a Enna: giunti a Bompietro a mezzanotte sugli autocarri, il 1°/18° di Henry Learnard ed il 2°/18° di John Williamson si avviarono a piedi verso il paese, e, superata una breve resistenza sulle creste davanti, vi fecero ingresso verso le 09,00 del 23 luglio, andando poi ad occupare l'incrocio con la S.S. 120, da dove il 16° avrebbe dovuto transitare per arrivare a Cefalù.
Quell'obiettivo era però passato al più vicino Middleton, così Taylor si avviò verso Gangi a est, dove nel frattempo il 26° RCT era finito nei guai.
Dopo che infatti erano stati occupati senza problemi Quota 825 (Monte Cannella) da Grant e Quota 937 (Monte Caolina) da Corley e Daniels, all'alba del 25 un furioso bombardamento delle artiglierie dell'Assietta aveva annunciato un contrattacco del Kampfgruppe Fullriede, che era riuscito a riprendere Quota 937! 
Fu in effetti solo grazie all'aiuto di un battaglione appena arrivato del 16° e ancora una volta delle artiglierie di Andrus che alla fine il 2°/26° di Daniels riuscì, passando alle spalle del Caolina attraverso Quota 962 (Monte Bernagiano), a scacciarne intorno a mezzanotte le fanterie nemiche, costrette a ripiegare a Sperlinga e Nicosia.

MIDDLETON A SANTO STEFANO DI CAMASTRA (22 - 30 LUGLIO)
Cookson da Santa Caterina Villarmosa percorse 19 miglia il solo 20 luglio, così alle prime luci dell'alba del 22 fu in vista di Villafrati, a soli 22 chilometri a sud-est di Palermo: qui però venne costretto a girare a destra, perché Patton preferì privilegiare Keyes nell'utilizzo della S.S 121.
Il 180° entrava così il 23 luglio a Termini Imerese, lo stesso giorno in cui il 157° di Anckorn ed il 179° di Hutchins, occupata il 20 luglio Caltavuturo dopo aver superato la resistenza di una batteria da 149, pur avanzando lentamente sulla S.S. 120 a causa dei tratti stradali distrutti dalla 19° minatori avevano occupato alle 09,00 la stazione di Cerda.
Il 157° imboccò la S.S. 113 costiera e, superata sul fiume Roccella, ad ovest di Campofelice, l'opposizione del 5° e 6° Aosta e del 15° PzrGr del tenente colonnello Max Ulich della 29° Falke rafforzato da 12 panzer, fece ingresso a Cefalù, mentre il 179° andò ad occupare il 24 luglio più a nord-est Castelbuono, dove catturò la 1° batteria da 105/28 del capitano di complemento Riccardo Foti del XXI° gruppo.
Riunitisi il 25 a Pollina, i tre RCT di Middleton poterono avanzare compatti sino al torrente Tusa, che venne raggiunto il 27, dove vennero però affrontati sulla Collina Motta dall'Aosta, dall'Assietta  e dal Kampfgruppe Ulich, rinforzato successivamente da un battaglione del 71° PzrGr e due gruppi pesanti d'artiglieria.
Quando dopo quattro giorni di lotta sotto i colpi degli obici di McLain fallì l'ultimo contrattacco italo-tedesco iniziato alle 04,30 di mattina del 30 luglio, intorno alle 13,00 il 157° RCT fece finalmente ingresso a Santo Stefano di Camastra.

58. SANGUE, GLORIA E SOSPETTI PER I CANADESI DI SIMONDS

LEONFORTE ED ASSORO (21-22 LUGLIO)
Dopo Valguarnera i canadesi puntavano le due roccaforti a nord-est di Enna, più a ovest Leonforte, a oltre 600 metri di altezza, obiettivo del Loyal Edmonton e del Princess Patricia's della 2° brigata di Vokes, e un po' più a sud-est Assoro, posta su un costone di 920 metri da cui si dominava il letto asciutto del Dittaino, affidato all'Hastings and Prince Edward della 1° brigata di Graham.
Lì si erano trincerati forti elementi corazzati del 3°/104° PzrGr del maggiore Bhulla e ciò che restava del 33° e 34° fanteria di Coco e Mastrangeli, più una compagnia mortai con soli 6 pezzi da 81, il III°/28° artiglieria del capitano Iannarone, privo di cinque pezzi ma con aggregata una batteria da 149/13 del CIX°, ed alcuni corazzati agli ordini del maggiore Gabriele Villari, l'ex vicecomandante del Gruppo mobile A, tra cui gli L 40 di Tomasone, arrivati ad Assoro alla guida del 23enne sottotenente di complemento Luigi Scapuzzi di Fiorenzuola (PC), un ex impiegato dell'ufficio imposte richiamato sin dal febbraio 1941 che per qualche ora aveva sostituito proprio Tomasone, catturato dal nemico per mezza giornata a metà mattina del 19 luglio: della 3° compagnia ora faceva parte anche Litterio Villari, che vi aveva ritrovato l'amico Pierino Varricchio.

Essendo impossibile attaccarla con le sole artiglierie, Graham pensò di prendere Assoro scalando di notte un ripidissimo costone di 300 metri posto a sud ritenuto inviolabile, ma proprio alla vigilia dell'assalto Bruce Sutcliffe ed il suo ufficiale alle informazioni, recatisi sul posto, vennero uccisi dalla granata di un 88!
Nella notte del 21 luglio fu così il suo successore, uno scozzese, il maggiore Lord John Buchan, secondo barone di Tweedsmuir, ritenuto fino ad allora un damerino o poco più dai suoi rustici soldati, a guidare il battaglione fino alla cima: l'impresa riuscì, e quando all'alba le artiglierie tedesche aprirono il fuoco, rivelando le loro posizioni, Buchan poté trasmettere via radio le loro coordinate a tutte le batterie canadesi.
Presi d'infilata da un diluvio di fuoco, i tedeschi si ritirarono lasciando gli italiani da soli in copertura a lottare contro tutti i battaglioni di Graham, prima di ripiegare anch'essi verso il bivio per Leonforte.
Qui però era già in corso l'attacco della 2° brigata di Vokes: dopo un primo violentissimo scontro alla periferia sud del paese durato fino all'imbrunire, il Loyal Edmonton ed il Princess Patricia's con l'appoggio degli Sherman del Three Rivers aggirarono nella notte il nemico, il primo dirigendosi sulla strada di Paglialunga che sfociava dietro al cimitero, il secondo muovendo su quella che attraversava la vallata del fiume Crisa e risaliva i dirupi di San Rocco, per poi irrompere entrambi alle spalle da sud e da ovest con una manovra a tenaglia.


Luigi Scapuzzi
Quando i tedeschi ripiegarono verso Nissoria, Bhulla ordinò di incendiare il deposito italiano di fusti di benzina in Contrada Pirito, inviando il maggiore Villari a presidiare il lato sud-est dell'abitato.
Nel durissimo scontro andarono perduti proprio il mezzo di Gabriele Villari, fatto prigioniero, ed il semovente del sottotenente Pierino Varricchio, tratto in salvo leggermente ferito, e un altro venne colpito da una bomba a mano gettata al suo interno, con i due uomini d'equipaggio rimasti entrambi feriti e ricoverati presso l'infermeria tedesca.
A rifulgere più di tutti fu ancora una volta la nobile figura del sottotenente Luigi Scapuzzi, che dopo aver lottato ininterrottamente dalle prime ore del pomeriggio fino a mezzanotte cadde di fronte a Casa Ricifari, mortalmente colpito al petto mentre col busto tutto fuori dalla torretta sparava ormai da solo col mitra dopo aver esaurito tutte le munizioni di bordo: sarebbe stato decorato con la medaglia d'oro alla memoria.
Venne in un primo momento sepolto non lontano da lì, in Contrada Sant'Elena, insieme con quattro soldati tedeschi, poi le sue spoglie mortali vennero traslate a Leonforte: dal 1948 riposa presso la cappella di famiglia di Fiorenzuola (v. QUI).

Alle prime luci dell'alba del 22 luglio anche Leonforte era conquistata.
I canadesi per prendere Assoro e Leonforte, ridotte in macerie, ebbero ben 56 caduti e 105 feriti!
I soli due semoventi sopravvissuti della 3° compagnia, preso contatto con l'Aosta a Nicosia, sarebbero stati mandati a Sant'Agata di Militello e da qui al comando del XVI° CA  a Castanea delle Furie (ME).

LA GRAVE DENUNCIA DI RODT
A Leonforte il vicebrigadiere dei carabinieri Nicola Panzarotto, i fratelli Giovanni ed Angelo Lombardo ed il loro nipote Gaetano Piemonte vennero costretti a scavarsi una fossa con le proprie mani e fucilati il 21 luglio nelle campagne di San Filippello non si sa da chi, forse per un tragico equivoco dovuto al fatto che i tre civili, contadini, parlavano tutti solo in dialetto strettissimo, mentre l'imprenditore edile Giovanni Mustica venne ucciso con una pallottola alla testa da un canadese ubriaco nel difendere una giovane che il soldato stava importunando, con il ferimento alla fronte anche di una donna, Fiorenza Marchese (v. QUI).
Non si tratta dell'unica ombra sui canadesi, perché nel suo diario Rodt avrebbe scritto:
"Il 21 luglio intorno a Leonforte si combattè con alterna fortuna. Alcune località, durante gli scontri tra carri armati, cambiarono parecchie volte di mano. Una unità di mortai del 104° reggimento di fanteria intervenne con successo ma alcune sezioni, aggirate dal nemico, dovettero arrendersi. I superstiti furono uccisi dai canadesi dopo la cattura (questo fu confermato da osservatori in posizioni avanzate). La notizia, subito conosciuta da tutta la divisione, rafforzò la sua decisione di resistere ad ogni costo".

Secondo alcune testimonianze proprio i quattro soldati tedeschi sepolti con Scapuzzi sarebbero stati uccisi dopo essersi arresi con la bandiera bianca.

NISSORIA (22 - 24 LUGLIO)
Prima di Agira, il prossimo obiettivo, bisognava necessariamente passare per Nissoria, un modesto villaggio di non più di 1.000 anime: in quel settore la compagnia appiedata di Calissoni in ripiegamento dalla stazione ferroviaria di Dittaino aveva occupato alle 08,15 del 19 luglio sotto il fuoco delle artiglierie nemiche la Masseria Scardilli, ricongiungendosi a Coco e ad elementi di fanteria dell'Aostama il cedimento del settore sinistro tedesco l'aveva costretta a ripiegare su posizioni più difendibili, con perdite sensibili, per cui dai canadesi non erano previsti problemi.
Simonds ordinò così alla 1° brigata di avanzare sulla strada principale verso Agira ed alla 231° scozzese di muoversi da sud, mentre uno squadrone del 4° reggimento esplorante (RECCE) Princess Louise Dragoon Guards doveva spingersi più a nord verso Nicosia.
Preceduto da una pesantissima incursione di 90 B-25 Mitchell americani e di 100 Kittyhawks anglo-australiani, il 48° Highlanders of Canada attaccò il 22 luglio alle 15,00, sotto un sole terribile, nascosto da uno schermo fumogeno effettuato 1.000 metri avanti a sé dal 1° campale, con l'appoggio di fuoco di 150 cannoni (i tre reggimenti canadesi più il 16° inglese con gli obici da 75; il 142° Royal Devon Yeomanry coi Bishop muniti di pezzo da 25 libbre, 87,6 mm; la 93° batteria media canadese ed il 7° ed il 64° medi inglesi, con pezzi da 5,5 pollici, 139,7 mm).
Ma nel frattempo Nissoria era stata raggiunta da elementi del 129° PzrGr, il Kampfgruppe Fullriede, che inchiodarono per ore gli Highlanders sotto il fuoco dei cannoni e di poche mitragliatrici all'incrocio tra la S.S. 117 e la S.S. 121, fino a quando i tedeschi improvvisamente si ritirarono, lasciando in copertura proprio Calissoni, con elementi del 33° fanteria provenienti da Leonforte: proprio mentre si accingevano ad occupare il Monte Leone (502 m), però, il fonogramma n. 14 firmato Chirieleison ordinava il ripiegamento verso Cesarò.

Nonostante sotto i colpi delle artiglierie dell'Asse anche il 2° campale avesse avuto 13 caduti, i canadesi avevano così potuto occupare Nissoria all'alba del 23 luglio col 1° battaglione Royal Canadian Regiment appoggiato dai carri del Three Rivers, ma ben presto i ripetuti attacchi alle compagnie A e B accorse in difesa delle altre due C e D, ferme sotto il fuoco nemico proveniente da due modeste colline a 1.500 metri a est del villaggio, le avevano isolate e disperse: i carri, costretti ad una lentissima avanzata in fila indiana da soli, pur distruggendo un Panzer III ed uno StuG III erano stati fatti a pezzi, con la perdita di 10 di essi e il grave danneggiamento di altri 4.
La situazione era gravissima, così Crowe in persona volle recarsi sul posto dove riteneva fosse la compagnia A con un gruppo di genieri e segnalatori per ripristinare i collegamenti, ma mal gliene incolse: finito sotto il preciso tiro nemico e già ferito da una mitragliatrice, venne centrato in pieno con quasi tutti i suoi uomini da una granata da 88!
Proprio quando tutto sembrava precipitare, però, la clamorosa defezione a Mistretta del battaglione CC.NN. Palermo e dell'aggregata 171° motomitraglieri costrinse i tedeschi a ritirarsi, anche perché nel frattempo la 231° aveva attaccato Agira. 
(V. Patrick Cloutier, cit., pag. 198)


AGIRA (22-28 LUGLIO)
Agira era stata già raggiunta sin dal 19 luglio da Urquhart, che aveva finalmente attraversato il Dittaino attestandosi circa 5 chilometri a sud solo dopo aver espugnato Raddusa in tarda mattinata al Gruppo Mantovani, costringendolo a ritirarsi  con parecchie perdite a Nicosia: a quel punto Urquhart, temendo trabocchetti, aveva preferito fermarsi e non attaccare la cittadina, pentendosene dopo solo poche ore alla vista dell'arrivo dei rinforzi alle truppe già presenti.
Sugli 820 metri dell'antica Agyrion si erano infatti andati a posizionare al comando del tenente colonnello Groel circa 3.000 uomini: il 2°/104° PzrGr, con alcuni sottogruppi di artiglieria con 88, panzer e diversi semoventi, il II°/34° del maggiore Coco, ridotto a 4 compagnie di formazione coi resti del plotone comando ed elementi appiedati delle tre compagnie del CCXXXIII° semoventi ripiegati nella notte del 19 dalla stazione ferroviaria di Raddusa, più il I°/28° artiglieria del maggiore Torroni ed il III°/28° del parigrado Baduel.
Gli italiani erano sparsi su un fronte di 6 chilometri a sud del Lago Pozzillo, circa 6 chilometri a est di Agira, con la 7° compagnia del capitano Manieri a Solfara Campana a Quota 453, a cavallo della mulattiera di Mercato Crudo, la 5° di Visioli nel bosco adiacente, il comando poche centinaia di metri dietro e la 6° mitraglieri ora del capitano Traverso tra Monte Tesauro (344 m) e Contrada Cucchiara, con tutte le artiglierie sulle pendici a sud.
Alle 23,00 del 22 luglio attaccarono insieme il Dorsetshire del tenente colonnello Ray con obiettivo Quota 482, ed il Devonshire di Valentine su Quota 533, occupandole entrambe dopo una breve lotta corpo a corpo contro la 4° compagnia tedesca, vicinissima agli italiani: proprio per questo Groel ancora una volta mandò avanti loro per proteggerne il ripiegamento, e nello scontro la 7° compagnia, più avanzata, ebbe ben 120 tra caduti e dispersi, riducendosi a soli tre ufficiali e 40 uomini di truppa superstiti!
Gli italiani, costretti a ripiegare a sud della S.S. 121 Agira-Regalbuto, si riposizionarono inframmezzati ai tedeschi su una linea di ben 12 chilometri: sulla destra, la 7° di Manieri, rimpolpata da qualche plotone di mitraglieri  della 5° e della 6° più una squadra mortai, si dispose in 7 capisaldi, a Quota 432, 376, sul Monte Branche, di seguito alle Quote 370, 416, 394 ed infine in Contrada Giunta; al centro, la 5° di Visioli si piazzò su 6 capisaldi, a Quota 440, in Contrada Nuglia, Contrada Pignolo ed alle Quote 452, 387 e 520 di Pizzo Stupari; infine a sinistra il comando battaglione di Coco si era posizionato su Monte Guarino e la 6° mitraglieri di Traverso sugli ultimi 3 capisaldi, a Quota 408, in Contrada Marletta e su Pizzo Tibrò (Pizzo Tibio).

Mentre i Dorsets occupavano il Monte Gianguzzo (Quota 583), lasciato libero dai tedeschi, appena a sud-est di Agira, più a destra sul Branche tenuto dagli italiani il giorno dopo attaccò il 1° Hampshire di Spencer, con obiettivo il Monte Campanelli: partito intorno a mezzanotte a piedi dalle sue posizioni a sud di Agira e giunto sull'obiettivo alle 8,00 del 24 luglio, dopo aver perso nella salita tutti gli affusti dei mortai quel battaglione fu costretto a subire inerme i mortai pesanti del nemico e dovette ripiegare con gravissime perditesenza poter chiedere aiuto all'artiglieria per le radio ancora non funzionanti!
La situazione rimase in bilico fino al 27 luglio, poi agli Hampshires subentrò il più riposato 1° Devonshire, che riuscì finalmente a conquistare il Monte Campanelli al termine di un'intera giornata di battaglia, quando venne sgominata un'ultima postazione di sei mitragliatrici nascoste sulla cima, anche perché il contemporaneo attacco canadese sull'altro versante dei Patricians di Lindsay portò al cedimento dei capisaldi sul Monte Branche e sulle Quote 370 e 416 tenuti dalla 7° di Manieri, totalmente sprovvista di pezzi anticarro e munita solo di pochi mortai da 45.
A quel punto  il 1° Dorsetshire ebbe l'ordine di avanzare verso ovest, in direzione di Regalbuto.

Anche sull'altro versante la lotta era stata durissima: a mezzanotte del 24 l'Hastings and Prince Edward, comandato ora dal neopromosso tenente colonnello John Buchan, Lord Tweedsmuir, aveva infatti mosso da sud, nel tentativo di aggirare la cresta dov'era il nemico e tagliare la statale ad un chilometro e mezzo circa da Agira, mentre il Royal Canadian, uscito a pezzi dopo lo scontro di Nissoria, era stato costretto a ritirarsi, con 46 uomini morti o feriti (tra cui 3 ufficiali).
Sorpresi in pieno avvicinamento, i canadesi erano stati subito attaccati dal nemico, rinforzato da elementi del 1° e del 3° battaglione del 104°, prima coi mortai e le mitragliatrici, poi coi carri armati ed infine con i cannoni, tra i quali quelli delle rimanenti quattro batterie da 105/28 del I°/28° posizionate sulle colline a nord di Agira.
Le compagnie A e C, rimaste tagliate fuori, furono costrette a trincerarsi fino alle prime luci dell'alba, cosicché l'Hast. & P.E. dovette ripiegare, con 80 tra caduti e feriti, compresi 5 ufficiali, tra cui proprio Lord Tweedsmuir, ferito ad una gamba da una granata e costretto a lasciare il comando al maggiore Albert A. "Bert" Kennedy, e identica sorte toccò al 48° Highlanders of Canada del tenente colonnello Johnson, subentrato nell'attacco alle 18,00 del 25 luglio ma anch'esso costretto a fuggire precipitosamente a Nissoria a mezzanotte, con 44 tra morti e feriti.
La stremata 1° brigata di Graham il 26 luglio venne avvicendata dalla 2° di Vokes, con l'ordine di prendere tre alture, in codice Lion, Tiger e Grizzly, che dominavano l'intero circondario di Agira e dove erano posizionate gran parte delle artiglierie italo-tedesche.

Il Princess Patricia's di Lindsay venne incaricato dell'assalto su Lion, un'altura a 2.300 metri ad est di Nissoria.
Alle 20,00 in punto le artiglierie anglo-canadesi, cui si erano aggiunti anche gli Sherman del Three Rivers, bombardarono per 17 minuti le posizioni tedesche, sparando ogni pezzo ben 139 colpi, concentrando il fuoco prima sulla linea di partenza, un miglio di fronte dall'altro lato della statale, poi continuando verso est lungo quella strada, in 28 stadi successivi, spostando il tiro in avanti di 100 metri ogni 3 minuti!
I pochi tedeschi rimasti vivi, quasi tutti feriti e completamente terrorizzati, furono così travolti dalle compagnie C e D dei Patricians, scattate rispettivamente sulla cresta destra e sinistra di Lion.

Era giunta la volta di Tiger, alta come Lion ma mille metri più vicino ad Agira.
Durante i venti minuti di pausa tra il primo bombardamento ed il secondo, le compagnie A e B dei Patricians attaccarono al buio con l'ordine di "prendere l'obiettivo ad ogni costo", ma si persero, giungendo su Tiger a bombardamento finito e con la vetta di nuovo piena di nemici.
Si scatenò quindi una furiosa e confusa battaglia notturna, in cui né sul terreno né al comando brigata capirono qualcosa, nonostante le radio stavolta funzionassero, per cui Vokes a mezzanotte mandò avanti le compagnie A e B dei Seaforth Highlanders del tenente colonnello Hoffmaister.
Poiché erano sull'altro lato della strada fuori di Nissoria, esse dovettero salire su Lion e superare uno sbarramento di mitragliatrici pesanti nascoste, mortai e carri armati tedeschi, distruggendone almeno due, insieme con la compagnia C del capitano Gordon Money appoggiata da alcuni Sherman e da un plotone controcarro: arrivate sull'obiettivo alle 04,25, presero contatto con le due dei Patricians impegnate da ore contro il nemico sulla parte alta della vetta ed insieme riuscirono finalmente a conquistarla alle 11,00 del 27 luglio, con l'appoggio dell'artiglieria e del Three Rivers, obbligando i difensori, tra cui era anche la 7° compagnia di Manieri,  a ripiegare.
A mezzo miglio di distanza da Tiger toccava ora a Grizzly, l'altura prima di Agira, formata da due cime ben definite, il Monte Crapuzza a nord della S.S. 121, il Monte Fronte a sud, piatto e col lato sud formato da un precipizio.

A mezzanotte un'incursione aerea pesantissima su più ondate proprio su Grizzly, ad ovest del paese, ancora di Kittyhawk del 239° Wing anglo-australiano, e direttamente su Agira di bombardieri medi A-20 Boston ed A-30 Martin Baltimore del 3° Wing sudafricano scortati da 6 Spitfire del 92° FS della RAF, aveva spianato letteralmente ogni cosa in vista dell'assalto finale, che scattò alle 14,00 del 27 luglio.
Vokes mandò avanti ancora una volta Hoffmeister, con le due compagnie A e D sostenute alle loro spalle da un poderoso sbarramento di artiglieria e da due batterie di Sherman dello squadrone C muniti di munizionamento controcarro, ognuna a protezione diretta di una compagnia, mentre con compiti di copertura la C del capitano Jim Blair avanzava da sud nel tentativo di aggirare Grizzly.
Sulla destra della rotabile la A del maggiore H.P. "Budge" Bell-Irving si lanciò sul Monte Fronte e venne respinta con gravi perdite da una compagnia nemica posta sulla cima, armata di mitragliatrici pesanti e mortai, quindi tentò allora sul fianco destro un secondo sfondamento apparentemente impossibile: sfruttando il riparo offerto dai terrazzamenti a vigneto e frutteti Bell-Irving fece arrivare i suoi uomini alla base del costone alto 300 metri sul suo lato posteriore per poi scalarlo a mani nude, mentre un plotone da ovest teneva impegnati  i difensori!
Giunti in cima, attaccarono all'arma bianca e con le bombe a mano e alle 06,00 incredibilmente conquistarono quell'obiettivo, ma contemporaneamente falliva l'azione sul fianco sinistro della compagnia D del capitano June Thomas, sul lato nord della statale, fermata dai semoventi e mortai tedeschi nascosti tra le tombe di un cimitero, mentre la C di Blair perdeva completamente ogni orientamento, senza poter usare la radio, tanto che il plotone del tenente John F. McLean, rimasto completamente isolato per ore, arrivato alle 17,00 sulla cima scopriva solo allora che non si trovava a Grizzly ma in un punto tre quarti di miglio più lontano a sud!
Scoraggiato, McLean avrebbe ordinato ai suoi di ritornare sul Fronte, mentre Blair comandò al resto della compagnia C di attendarsi per la notte: Hoffmeister ordinò allora alla D di ripiegare.
Bell-Irving e Hoffmeister avrebbero ottenuto una DSO e l'intero battaglione sarebbe stato premiato.

Ora toccava al Loyal Edmonton del tenente colonnello Jim Jefferson, che aveva due obiettivi: il Monte Crapuzza e Cemetery Hilluna collina irregolare sulla cui cima era posto il cimitero dov'erano posizionate fanterie ed artiglierie nemiche.
Alle 20,00 del 27 luglio scattò il solito bombardamento dell'artiglieria, ma a causa delle mappe inesatte i nuovi arrivati all'inizio si persero: quando poco prima delle 03,00 di notte si lanciarono all'attacco, con la compagnia A contro il Monte Crapuzza la B e la D contro l'altura del cimitero, i pezzi avevano ormai smesso di sparare, così, mentre la compagnia A non trovò alcuna opposizione sul Crapuzza, non altrettanto avvenne per la B e la D, che a sorpresa sulla collina del cimitero si trovarono di fronte il 1°/15° PzrGr della 29° Falke, appena arrivato lì a rilevare l'esausto 104° di Rodt, cui era stato ordinato di ripiegare sulla linea Regalbuto-Gagliano-Est di Nicosia per prendere contatto con la Goering!

I nuovi arrivati, stimati in un numero quattro volte superiore, cominciarono a bersagliarli coi mortai e con le bombe a mano da un ripidissimo costone: con la compagnia B inchiodata a terra, la D, più a sud, riuscì però ad infiltrare un plotone sulla destra del cimitero dietro le linee tedesche, per poi lanciarsi tutta in avanti allo scoperto agli ordini del vicecomandante, visto che il titolare era stato ucciso, usando i mortai da 2 pollici (50 mm), le bombe a mano ed i Bren, fino a conquistare l'intera posizione, anche perché la compagnia B, finalmente non più sotto tiro, e la A, ormai giunta sulla cima del Crapuzza, intervennero a loro volta, volgendo il nemico in una fuga incontrollata verso Troina.
Alle prime luci dell'alba anche Grizzly era conquistata, al prezzo di 3 caduti e 31 feriti: alle 08,55 del 28 luglio Vokes trasmise al comando divisione il seguente messaggio: 
"Grizzly è interamente nelle nostre mani. Quasi tutti i nemici uccisi. I superstiti sono in ritirata verso nord. Abbiamo perduto i contatti. Tutte le vie d'accesso sono sicure".
Doveva esserci alle 15,45 del 28  luglio un nuovo bombardamento terrestre con l'obiettivo di radere al suolo Agira, ma il capitano G.E. Baxter comandante della batteria C del 1° campale, spintosi in avanti per stabilire un punto da cui dirigere il tiro, venne fortunatamente avvisato da gente del posto che non c'erano più nemici.
Quando alle 14,45 la compagnia A del Princess Patricia's al comando del capitano W. "Bucko"  Watson e la B del parigrado R.F.S. Robertson vi fecero ingresso vennero accolti con fiori, baci ed offerte di vino dalla popolazione.
Quella di Agira fu la battaglia più dura per i canadesi: ne morirono infatti ben 438 e 300 furono i caduti di Urquhart.
Almeno 325 furono i caduti tedeschi (125 del 1°/15° PzrGr di Fries), mentre gli italiani ebbero almeno 7 ufficiali e 190 uomini di truppa tra caduti e dispersi: i britannici fecero anche 690 prigionieri, di cui 260 italiani.
Tra i fuggitivi era anche il sottotenente d'artiglieria Manlio Siddi: aveva sparato fino all'ultima granata da solo ad Agira con l'unico pezzo da 105/28 sopravvissuto, essendo morti o gravemente feriti tutti gli uomini della sua batteria, l'unica del I°/28° a salvarsi, ma sarebbe stato comunque catturato a Gagliano Castelferrato e portato in prigionia prima in Algeria e poi in Marocco.

IL PRIMO ATTACCO A CATENANUOVA (24 LUGLIO)

Nel frattempo  la 3° brigata canadese del Generale Penhale doveva avanzare lungo la valle del Dittaino per occupare anche Catenanuova.
Partito dalla piccola stazione del villaggio rurale di Libertinia  presso Ramacca nella notte del 24 luglio, il 22° Royal del tenente colonnello Bernatchez, dopo una breve preparazione di artiglieria, si scagliò la sera del 26 contro due alture poste a nord e a sud del fiume, fortemente minate dai tedeschi: la compagnia A attaccò Monte Santa Maria (252 m), a circa un miglio ad ovest del villaggio, mentre la B investì il ripido costone roccioso di Monte Scalpello (583 m) che dominava la strada sottostante.
Appollaiati su entrambe le alture, il Kampfgruppe von Carnap della Goering, munito di cannoni e carri armati, ed il 1°/3° paracadutisti di Heilmann reagirono coi mortai e gli 88 e dopo esserne stati prima sloggiati ne ripresero il controllo, pur patendo notevolissime perdite.
La conquista della cittadina era in bilico: solo prendendo quelle due alture il West Nova Scotia, avanzato in silenzio a sud di Scalpello attraverso il letto secco del Dittaino, poteva attaccarla, con l'appoggio delle artiglierie della vicina 51° Highland.
Tuttavia, quell'assalto aveva completamente distolto l'attenzione dei tedeschi dal fiume, consentendo al West Nova Scotia di avvicinarsi  senza essere visto, pur se il 22° Royal aveva avuto 18 caduti, tra i quali un ufficiale,  e 56 feriti. 
Qualcosa di clamorosamente nuovo nel frattempo era però successo.
*Su Valguarnera v. http://www.valguarnera.com/la%20battaglia%20di%20valguarnera.htmsu quella di Agira http://www.agyrion.it/battagliadiagira.pdf e soprattutto in madre lingua Mark Zuehlke, Operation Husky-The Canadian Invasion of Sicily, July 10-August 7, 1943, che in anteprima si legge, non per intero, QUI; su Catenanuova e Regalbuto v. QUI, la traduzione in italiano di G.W.L. Nicholson, Vol.II, The Canadians in Italy, 1943-45. Si veda anche http://www.seaforthhighlanders.ca/events/163).

59. LA PATRIA COMINCIA A MORIRE
        
Alle 17,00 del 24 luglio era in discussione a Roma presso il Gran Consiglio del Fascismo un Ordine del Giorno scritto da Dino Grandi, presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, che invitava "il Governo a pregare la Maestà del Re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché Egli voglia, per l'onore e la salvezza della Patria, assumere, con l'effettivo comando delle Forze Armate di terra, di mare e dell'aria, secondo l'articolo 5° dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre Istituzioni a Lui attribuiscono (...)".

IL BOMBARDAMENTO DI ROMA E L'INCONTRO DI FELTRE (19 LUGLIO)
Solo pochi giorni prima, il 19 luglio, Roma aveva subito il primo bombardamento aereo, in due ondate, una la mattina di 362 tra quadrimotori B-17 e B-24, l'altra nel pomeriggio di 300 bimotori, 154 B-25 e 146 B-26, scortati da 268 P-38 Lightning.
Le 4.000 bombe sganciate (pari a 1.060 tonnellate) provocarono 3.000 morti e 11.000 feriti, 1.500 morti e 4.000 feriti nel solo quartiere San Lorenzo, colpito insieme al Tiburtino, il Prenestino, il Casilino, il Labicano, il Tuscolano ed il Nomentano, inducendo Papa Pio XII° a recarsi di persona a visitare i luoghi colpiti ed a benedire le vittime sul Piazzale del Verano (v. QUI).

Proprio quello stesso giorno un insicuro ed impacciato Mussolini, con gli occhi coperti dagli occhiali da sole, appena avvertito del bombardamento, aveva incontrato Adolf Hitler alle 11,00 a Feltre (BL), più esattamente a Villa Pagani Gaggia, presso San Fermo di Belluno: all'inizio Mussolini voleva chiedergli il suo parere su un'eventuale fuoriuscita dell'Italia dal conflitto, ma non ne ebbe il coraggio, soggiogato dalla personalità allucinata e fuori controllo del suo interlocutore, che per la prima volta gli parlò delle armi segrete che a breve avrebbe utilizzato su Londra, le famose V1 e V2 ideate da Werner Von Braun (v. QUI).
Andandosene, sembra che Hitler lo salutasse però con queste testuali parole: "Duze, so gehet es nicht" ("Duce, così non va").
Secondo alcune voci un gruppo di alpini appena rientrati dalla Russia di guarnigione a Villa Gaggia avrebbero ordito un attentato ai due dittatori, saltato poi all'ultimo per volontà di Vittorio Emanuele III° e dello stesso Papa (v. QUI e QUI).

LA SEDUTA DEL GRAN CONSIGLIO (24 LUGLIO)
Ho sempre pensato che nessuno, lì dentro, tranne Dino Grandi (che disse di avere con sé due bombe a mano), Roberto Farinacci e lo stesso Benito Mussolini, si rendesse veramente conto del significato di quel documento, anche perché il Gran Consiglio non si riuniva dal 1939, quando era stata decisa la neutralità dell'Italia, ed era considerato una passerella senza poteri dei notabili del Fascismo, utile solo a ratificare le decisioni già prese dal Duce.
Mussolini era stanco, sfiduciato, da tempo sotto cure mediche per delle ulcere dolorosissime, e sotto sotto penso che lui per primo desiderasse di essere sollevato da quell'incarico così oneroso, anche se non l'avrebbe mai confessato nemmeno sotto tortura.
Non per niente quello stesso 20 luglio aveva detto al capo dello Stato Maggiore Generale, il Generale d'Armata Vittorio Ambrosio, della sua intenzione di scrivere a Hitler una lettera con l'ammissione che l'Italia non era più in grado di continuare, ricevendone in cambio una laconica risposta: "Troppo tardi, l'occasione giusta era quella di Villa Gaggia".
Lo prova anche il fatto che dopo una seduta di oltre sette ore, quando si dovevano votare i tre documenti presentati (si erano aggiunti uno dello stesso tenore del duro Farinacci, che però insisteva per continuare lealmente la lotta a fianco della Germania, ed uno molto più morbido del segretario del PNF Carlo Scorza, nel quale si chiedeva al Duce solo di restituire le deleghe sui Ministeri militari e per il resto di fare pulizia generale), il Duce stesso decise di far votare i singoli documenti, a partire da quello Grandi, senza scriverne lui stesso uno di compromesso!
I sì furono 19, i no 8 (i nomi qui non importano, in rete si trovano), con un solo astenuto, Giacomo Suardo, il presidente del Senato, che pure figurava tra i firmatari ma disse a Mussolini di essersene pentito.
Era circa l'una di notte del 25 luglio 1943.

Mussolini commentò laconicamente: "Signori, con questo documento voi avete aperto la crisi del Regime", ed al "Saluto al Duce!" del segretario Scorza, con un cenno della mano, disse: "Ve ne dispenso".
Vittorio Emanuele III°, avvisato dal Duca Pietro d'Acquarone, Ministro della Real Casa, chiamò immediatamente Pietro Badoglio, nonostante Grandi preferisse l'ottuagenario parigrado Enrico Caviglia, l'indomani pomeriggio liquidò in venti minuti l'ex Duce a Villa Savoia, comunicandogli l'avvenuta nomina di Badoglio a Presidente del Consiglio.
All'uscita, Mussolini venne arrestato da 50 carabinieri e trasportato in ambulanza "per la sua sicurezza" in una caserma di Roma, su ordine diretto di Badoglio (che gli avrebbe telefonato all'una di notte per rassicurarlo).
Da quel momento la Patria cominciava a morire. 

60. CAMBIANO DI NUOVO LE STRATEGIE

HITLER ORDINA IL RIPIEGAMENTO SU MESSINA (27 LUGLIO)
Il 25 luglio in Sicilia cominciò per l'Asse con una brutta botta: alle 11,00 2 Spitfire del 322° Wing del W/C neozelandese Colin Falkland Gray provenienti da Lentini East, nonostante uno di essi cadesse sotto i colpi delle mitragliere quadrinate da 20 mm delle due postazioni FlaK di Spadafora, tendevano grazie a ULTRA un'imboscata a 12 Ju 52 da trasporto del I°/TG 1 carichi di paracadutisti e materiale in atterraggio a Milazzo, abbattendoli tutti tranne uno, fortunosamente atterrato sulla spiaggia verso un bunker tenuto dai bersaglieri quasi davanti al torrente Boncoddo (v. QUI)!
A complicare le cose quella sera stessa andò in scena un tesissimo confronto ad Acireale tra von Senger ed il capo di Stato Maggiore di Guzzoni, il Generale Emilio Faldella, in cui, scrisse quest'ultimo, entrambe le parti temettero addirittura un colpo di mano del rispettivo interlocutore!

Così, nonostante nella notte del 27 gli Ariete del 101° e 89 Ju 88 (5 andati persi), armati con motobombe italiane FFF Lt 350, colpissero a Siracusa il mercantile Fishpool  di 4.950 tonnellate proprio mentre scaricava 1.000 tonnellate di benzina avio e 4.000 di munizioni, mandandolo a fondo con 28 vittime su 46 membri dell'equipaggio, tra cui 5 cannonieri, proprio quel mattino, quando in Italia già era cominciata la cancellazione di tutto ciò che era fascista, compresa la memoria di tanti beneficiati improvvisamente scopertisi contro, arrivò improvvisamente da Kesserling, su direttiva di un furibondo Hitler, l'ordine di predisporre il ripiegamento verso Messina!
Guzzoni e von Senger, completamente spiazzati, avevano ormai i giorni contati: il primo fu costretto a fare buon viso a cattivo gioco ed alla fine il 2 agosto avrebbe dovuto ufficialmente passare le consegne a Hube, mentre il secondo il 12 sarebbe stato destinato al comando delle truppe tedesche in Sardegna e Corsica!

PATTON ACCELERA E PRENDE NICOSIA (27 LUGLIO)
La nuova situazione regalava nuove opportunità ai due corpi d'armata americani:
- Keyes doveva ora inviare la 3° divisione da Santo Stefano di Camastra a Nicosia, per prendere alle spalle il Kampfgruppe Ulich (15° PzrGr) da giorni sotto assedio del 16° RCT.
- Bradley doveva accelerare sulla direttrice Gangi-Sperlinga-Nicosia-Troina contro le artiglierie dell'Assietta, le fanterie dell'Aosta ed il Kampfgruppe Fullriede (129° PzrGr), che stavano rallentando l'avanzata del 18° e del 26° RCT sui Nebrodi.
Proprio per questo i tre goums 66°, 67° e 68° del 4° tabor franco-marocchino del capitano Guido Verlet vennero aggregati al 18°.

A Sperlinga Robert Capa avrebbe scattato una delle sue foto più famose, questa


Ma proprio il 27 luglio, quando 15 uomini del 66° goum cadevano sotto i colpi del 5° Aosta tra il Colle del Contrasto (1.107 m) ed il Sambughetti (1.558 m), il 15° PzrGr di Ulich ripiegava a San Fratello ed il 129° di Fullriede a Troina!
Nicosia, dove la mattina del 22 sotto un bombardamento aereo erano cadute quasi in odore di Santità due crocerossineMaria Cirino e Costanza Bruno, entrambe medaglie di bronzo alla memoria, oltre che al merito della CRI e Florence Nightingale (v. QUI), abbandonata a malincuore anche dal I°/6° Aosta venne così occupata dal 16° RCT di Taylor, in prima linea ormai da 17 giorni.
Alexander decise a quel punto di spostare il suo comando dall'Africa in Sicilia.

Montgomery e Patton il 28 luglio a Boccadifalco: sulla sinistra un compiaciuto Keyes
Il 28 luglio Patton e Montgomery si incontravano a Boccadifalco.
Ognuno dei due compari, pur stringendosi la mano con aria apparentemente affabile, sognava in cuor suo di fregare l'altro, ma se l'irascibile, spaccone, irruento Patton sembrava avviato ad una travolgente vittoria a ovest, lo spocchioso, algido, rancoroso Monty era tuttora fermo a est sul Simeto.
In quei giorni Patton diceva ai suoi collaboratori:
"Monty tiene per la coda l'orso in fuga sulla penisola di Messina. Andiamo a salvarlo!"
SECONDO QUADRO 
LA RITIRATA VITTORIOSA DELL'ASSE 

61. LO SBARRAMENTO SUL FOSSATO BUTTACETO 


IL FALLITO AGGIRAMENTO DEL SIMETO (21 LUGLIO)
Sulla linea del Buttaceto (per i tedeschi "Der Panzergraben", il cimitero dei carri armati), l'ultimo accesso da sud verso Catania con la Playa, l'Asse era riuscita a sventare con le armi pesanti ed i corazzati del Kampfgruppe Schmalz tra la sera inoltrata del 20 e quella del 21 luglio un pericolosissimo tentativo di aggiramento ad ovest del Simeto su Misterbianco da parte della 13° e della 15° brigata della 5° divisione di Berney-Fincklin appoggiate da 7 Sherman dello squadrone C del 3° County of London Yeomanry, e da quel momento aveva inchiodato sul posto le truppe di Montgomery.

MISSIONE DIETRO LE LINEE PER GLI ADRA (21-26 LUGLIO)
Proprio nella notte del 21 luglio due pattuglie ADRA di 5 uomini vennero paracadutate da un S.M. 82 Marsupiale oltre le linee nemiche per una missione di cinque giorni di sabotaggi ai danni di aeroporti, velivoli e installazioni militari.
Sarebbero rientrati solo in cinque, tutti decorati con la medaglia d'argento (il sergente maggiore Sebastiano Urso di Catania, l'aviere Raimondo Carlini di Cagliari, l'aviere scelto Franco Costanzo di Cuneo, l'aviere scelto elettricista Guido Esposti di Roma, l'aviere Dionisio Scalco di Brescia).

L'IMPRESA DI CESARE ARTONI (30 LUGLIO-1 AGOSTO)
Ma non fu l'unica missione speciale chiesta agli italiani: i tedeschi chiesero infatti al 10° arditi di distruggere alcuni depositi inglesi di munizioni e di carburante.
Se ne incaricò la IV° pattuglia della 112° compagnia nuotatori di Santa Maria La Scala del 33enne tenente Cesare Artoni, nativo di Augusta.
Figlio di un ufficiale, Artoni da sottotenente al comando di un plotone mitraglieri in Spagna si era guadagnato una medaglia di bronzo: richiamato da tenente e destinato a Pachino al CCXLIII° costiero, aveva fatto domanda per entrare negli arditi.
La notte del 30 luglio 1943 i 10 uomini salparono dall'albergo Nazarò, a Giardini Naxos, su tre mezzi da sbarco scortati da tre MAS al comando del capitano di vascello Aldo Lenzi.
Superato Capo Campolato e giunti al largo di Brucoli, a circa 5 chilometri da Augusta, salirono a bordo di due gommoni, ma la forte corrente contraria li portò sugli scogli: uno dei due canotti andò a schiantarsi mentre l'altro, una volta svuotato del materiale, venne trascinato via dall'acqua, e per colmo di sventura andarono dispersi anche i 3 piccioni viaggiatori!
I dieci arditi, rifocillatisi in una grotta dove si erano rifugiati alcuni sfollati augustani, si diressero verso Contrada Celona, a 5 chilometri da lì, presso i familiari del tenente, passando letteralmente sotto il naso di una batteria contraerea e diversi attendamenti nemici: i familiari di Artoni li ospitarono per la notte nella legnaia e l'indomani il tenente, in abiti civili, andò in paese e riuscì ad ottenere la disponibilità di una vecchia barca per la fuga.
Intorno alle 22,00 del 31 luglio i dieci uomini si misero in marcia e dopo aver seguito vie sconosciute al nemico arrivarono sul posto, sistemarono le cariche, regolarono i timer ed infine si diressero alla barca, in realtà una bagnarola senza remi che li avrebbe costretti ad usare le assi delle panche per muoversi, non in favore di corrente ed anche a velocità assai ridotta.
Alle 01,30 di notte una serie di gigantesche esplosioni squarciò l'aria, segno che la missione era riuscita, ma alle 08,00 di mattina gli arditi scoprirono di essere ancora presso la foce del Simeto, vicinissimi ai britannici, così Artoni ordinò di togliersi le divise per fingersi pescatori: il trucchetto sembrò riuscire, perché un aereo inglese li sorvolò a bassa quota senza degnarli di attenzione, ma un improvviso aumento della corrente li riportò nuovamente di fronte al nemico che stavolta aprì il fuoco, prima con i fucili e le armi automatiche, poi con i mortai da 3 pollici, mentre un altro aereo cercò di mitragliarli a volo radente.
Artoni, visto che la corrente li sospingeva ora verso la riva italiana, ordinò ai suoi di buttarsi in acqua in ordine sparso e di nuotare in quella direzione, da dove nel frattempo gli uomini del CCCLXXII° costiero avevano cominciato a rispondere agli inglesi.
Lui si tuffò per ultimo e proprio in quel momento un colpo di mortaio lo tramortì, ma venne tratto in salvo e portato a Santa Maria La Scala, dove si riprese in breve tempo: avrebbe avuto la medaglia d'argento solo nel 1950 e la promozione a tenente colonnello a titolo onorifico nel 1992, prima di morire nel marzo del 1997.
Furono decorati anche il sergente Salvatore De Filippis,  con la medaglia d'argento, ed il caporale maggiore Tommaso Cortese, il caporale Guido Giardino e gli arditi Alfredo Stanzani, Dino Sacchetto, Giuseppe Pietrazzo, Mario Vanacore, Mario Chirico e Giovanni Dado, con quella di bronzo.
Il II° battaglione il 13 agosto sarebbe stato traghettato in Calabria.
(Ringrazio ancora una volta il sito Historiamilitaria.it Lorenzo Bovi).

LA BATTAGLIA PER SFERRO E GERBINI (18 LUGLIO-4 AGOSTO) 
La 51° divisione di Wimberley aveva avuto il compito di proseguire a nord fino alla linea Sferro-Gerbini, dov'erano rispettivamente una strategica stazione ferroviaria ed un fondamentale aeroporto militare, con obiettivo Paternò, porta d'ingresso sud per l'Etna.
Tra Sferro e Gerbini c'erano il Kampfgruppe Rebholz, con forze pari a due brigate di fanteria e carri armati più un gruppo d'artiglieria (rinforzato da due batterie italiane, una della difesa di Gerbini con pezzi da 88 ed una controcarro con 6 PaK 40 da 75), il 3° ed il 4° paracadutisti, il 10° arditi ed il 135° fanteria della 213° costiera, mentre tra Sferro e Muglia, quasi a contatto con Centuripe, erano attestati il I°/76° fanteria ed il III°/54° artiglieria da 75/18 del tenente colonnello Nicolò Cuccia: ciò che restava della Napoli.
L'attacco contro Gerbini cominciò il 18 luglio da parte dell'Arrow Force del Generale Richard, formata dall'11° King's Royal Rifle Corps (Queen's Westminsters) rafforzato dai carri della 23° corazzata, fronteggiato dai paracadutisti e dai corazzati tedeschi, e quando il giorno dopo gli inglesi conseguirono una testa di ponte a nord del Dittaino, superando la resistenza di Mastrangeli e di alcune batterie del 40° Raggruppamento, Wimberley inviò sulla stazione di Motta Sant'Anastasia, ad est dell'aeroporto, la 154° brigata, con il 1° Black Watch ed il 7° Argyll and Sutherland Highlanders (Princess Louise's) appoggiati dall'Arrow Force, e su quella di Sferro la 153°, con il 1° ed il 5°/7° Gordon Highlanders ed il 5° Black Watch.
Entrambi gli assalti fallirono, quindi si pensò ad un attacco frontale sull'aeroporto da parte dell'intera 154°: il 1° Black Watch, sulla sinistra, doveva sfondare l'incrocio stradale a sud per prendere le caserme e la stazione ferroviaria, il 7° Black Watch sulla destra doveva attraversare il campo e prendere intatto il ponte sul Simeto ed il 7° Argyll and Sutherlands Hihlanders al centro doveva attraversarlo e mettere in sicurezza la via per la piana di Catania.
Il piano però era stato concepito troppo in fretta e senza che fossero state visionate fotografie aeree aggiornate, così si scoprì solo in quel momento che i tedeschi avevano circondato l'intera base col filo spinato ed il cemento appartenenti al vecchio aerodromo precedente.
Il 1° Black Watch, conquistato l'incrocio, fu costretto a fermarsi poco oltre un fossato anticarro, il 7° a trincerarsi ai bordi dell'aeroporto: così, nella notte del 21 luglio quando, in contemporanea con l'attacco fallito verso Misterbianco della 5° divisione, il 7° Argyll attaccò frontalmente con i corazzati del 46° Liverpool Welsh l'aeroporto, seguendo la linea ferroviaria in direzione delle caserme e della stazione, anch'esso fu pesantemente respinto!
Dopo cinque giorni di scontri durissimi ed incerti alla fine venne presa solo Sferro.
Il conto totale delle perdite fu terribile, perché furono uccisi tutti gli ufficiali di comando del 7° Argyll, che perse tutta la compagnia A ed ebbe in totale 178 caduti (18 ufficiali), e anche tutti quelli del 46° corazzato, che perse 8 carri, con 5 caduti e 12 dispersi, mentre la Goering ebbe circa 100 caduti e la 213° costiera cessò praticamente di esistere.
Il comando della VI° armata fu costretto a spostarsi da Randazzo a Portella Mandrazzi, sui Peloritani, ma Montgomery, visto anche lo stallo sul Bottaceto, preferì ritirarsi al di qua del fiume Dittaino, in attesa dell'arrivo della 78° Battleaxe di Evelegh.
L'invitto Rebholz ottenne la croce di cavaliere e la promozione a maggiore: dimessosi da tenente colonnello nel 1946, sarebbe sopravvissuto a lungo alla guerra.

62. CROLLA LA LINEA DEL BUTTACETO

CADONO GERBINI, MISTERBIANCO E BELPASSO (4-6 AGOSTO)
Gerbini sarebbe stata conquistata solo il 4 agosto, al crollo della linea sul Buttaceto.
Proprio quella notte, alle 02,10, avvenne anche l'ultima incursione aerea italiana sulla Sicilia Orientale, su Augusta, da parte di 7 Cant. Z 1007 bis Alcione, alla loro ultima missione.
Partiti il 10 luglio in 36, finivano in 19, di cui solo 13 efficienti (v. QUI).
Alle 15,30 del 5 agosto il 6° Seaforth Highlanders della 17° brigata, appoggiato dagli Sherman dello squadrone B del 3° County of London Yeomanry, posizionati subito dietro l'avanguardia, si lanciarono sulle alture a sud di Misterbianco, protetti da una batteria di Priest del 24° campale rimasta a nord del Simeto: nel corso dell'avanzata, resa difficoltosa dai numerosi crateri e dagli estesi tratti minati sulla strada, il nemico dal centro abitato e dalle colline circostanti si oppose a lungo con mortai e armi leggere, col supporto dei 5 Tiger del tenente Haem, di R 35 italiani ed almeno 6 semoventi, ma ancora una volta, dopo che un trasporto truppe cingolato venne fatto saltare dai Priest, si ritirò a nord-est, consentendo ai britannici di prendere le colline.
Le loro avanguardie, superato un ponte saltato in aria, entrarono finalmente nel centro abitato alle 07,00 del 6 agosto, catturando 150 italiani e 3 tedeschi e rinvenendo distrutti tre semoventi tedeschi e due R 35 italiani.
Alle 18,00 anche Belpasso era nelle mani degli Sharpshootersdi tedesco non restava ormai che il gigantesco Tiger n. 223 abbandonato e fatto saltare in paese.

FINISCE IL CALVARIO DI PATERNÒ (6 AGOSTO)
I bombardamenti aerei avevano letteralmente sfigurato Paternò: il pomeriggio del 14 luglio due ondate di B-17 avevano scagliato sull'intero centro abitato 3.500 tonnellate di bombe, causando immani danni materiali e soprattutto 400 morti e 1.000 feriti, ricoverati in parte all'Ospedale S. Salvatore e per la maggioranza all'Ospedale da campo n. 864 della Napoli presso il Giardino Moncada, la villa comunale.
Meno di ventiquattr'ore dopo i B-25 Mitchell del 12° BG del colonnello Edward Backus e del 340° BG del tenente colonnello Adolph Tokaz (8 squadroni!) avevano preso in pieno proprio l'ospedale da campo, causando la morte di quasi tutti i feriti e di un eroico cappellano militare, il tenente e frate cappuccino 33enne di Castellarano (RE) Don Aurelio Ravazzini.
Altri cinque terrificanti bombardamenti per lo più dei B-25 si susseguirono il 17, il 22, il 26 ed il 31 luglio e pure l'1 agosto: quando cessarono, il centro abitato era distrutto per l'80% e si poterono contare oltre 4.000 morti e 2.320 feriti, anche se il giornalista paternese Ezio Costanzo, dopo  verifiche presso le anagrafi comunali, restringe il numero a "sole" 500 vittime.
Il calvario di Paternò sarebbe finito solo il 6 agosto, quando venne occupata dal Cameronians (Scottish Rifles) della 13° brigata e dall'11° reggimento corazzato canadese Ontario, provenienti da Misterbianco.

63. L'OPERAZIONE "HARDGATE"

Poiché si era reso conto che non era possibile attaccare la Linea dell'Etna con solo due divisioni e una brigata, Montgomery aveva ideato la complessa ed ambiziosa Operazione "Hardgate".
Con la copertura sulle alture a destra delle artiglierie della 51° Highlandordinò al XXX° CA di Leese di incunearsi sulla cuspide dell'isola tra la 29° di Fries e la 15° di Rodt già impegnate dagli americani, disponendo per la notte del 31 luglio l'avanzata dei canadesi e degli scozzesi sulla S.S. 121 verso Regalbuto, nella valle del Salso, e per il 2 agosto l'attacco della neoarrivata 78° Battleaxe di Vyvyen Evelegh, proveniente da Castel di Judica e Franchetto, a Centuripe: a quel punto, Simonds ed Urquhart da Regalbuto ed Evelegh da Centuripe avrebbero spinto a tenaglia su Adrano.
A sostegno della complessa azione, il XIII° CA di Dempsey sul fianco destro doveva attaccare Catania sulla costa con la 5° e la 50° Northumbrian, coperte dalla 1° corazzata canadese coi suoi due reggimenti 11° Ontario e 14° Calgary sbarcati solo dal 14 luglio schierati a sud del Gornalunga in Contrada Cucco, circa 4 miglia a nord-est di Scordia,  per respingere eventuali contrattacchi coi corazzati.

IL SECONDO ATTACCO A CATENANUOVA (30 LUGLIO)
La conquista di Catenanuova era premessa necessaria dell'operazione.
Ventiquattro minuti prima di mezzanotte del 29 luglio il terrificante fuoco dell'intera Royal Canadian Artillery (RCA) e del 127° campale della 51° divisione si scatenò su una linea di circa 1.000 metri lungo il fiume Dittaino, spostandosi ogni minuto di 100 metri in avanti fino a giungere a 800 metri a nord della cittadina, seguito subito dopo alle 03,00 da una concentrazione di pezzi medi diretta su soli 8 bersagli sul Santa Maria e intorno all'uscita nord del paese.
mezzanotte in punto il West Nova Scotia del tenente colonnello Pat Bogert e la compagnia C del Carleton and Yorks conquistarono facilmente la cittadina, praticamente rasa al suolo, perché, si scoprì dal diario di un prigioniero tedesco, il 923° battaglione da fortezza era fuggito a Centuripe (tanto che venne sciolto ed il comandante e gli ufficiali deferiti alla Corte Marziale).
Anche Monte Santa Maria fu preso quasi senza opposizione dalla compagnia C del 22° Royal del capitano Paul Triquet, scattata avanti all'ora del bombardamento, mentre assai più problemi incontrò la D nell'attacco alla Collina 204, difesa da tiratori nascosti e soprattutto mortai, mitragliatrici e obici da 88 e 105 mm della 13° batteria del 4° artiglieria della Goering, che comunque venne presa la mattina del 30, mentre qualche ora in più ci volle per i West Novas per sconfiggere i paracadutisti di Heilmann, aiutati dagli 88 della 5° batteria FlaK che dalle cime a sud-ovest impedivano i rifornimenti attraverso il Dittaino.
Sotto il continuo fuoco dei mortai il plotone del tenente G.E. Atkinson della compagnia D del 3° genio campale, ferito ad entrambe le braccia e poi decorato con la MC, riuscì a creare un passaggio, consentendo così di nuovo il trasporto di munizioni, viveri ed anche apparecchi radio efficienti: col suo superiore gravemente ferito, il sottotenente G.R. Guy, vicecomandante della compagnia A, poté così dettare via radio all'artiglieria le coordinate di tiro per neutralizzare le posizioni nemiche, meritandosi anch'egli la MC.
Nell'assalto finale il 22° Royal ebbe in totale 5 caduti e 8 feriti, tra cui almeno un ufficiale, il West Nova Scotia 8 feriti, il Carleton and Yorks 6 feriti, i genieri 8 feriti, tra cui un ufficiale, mentre i tedeschi ebbero ben 54 caduti.
Nel pomeriggio inoltrato anche Catenanuova era in mano canadese.

Così scriveva il New York Times il 2 agosto 1943:
"La linea del nemico, che corre per 25 miglia da sud-est del Mar Tirreno fino a Catania, è seriamente minacciata nella sua parte centrale dagli americani che si stanno dirigendo verso Troina e dai canadesi che stanno attaccando Regalbuto e Catenanuova".
REGALBUTO (2 AGOSTO)
Regalbuto, sottoposta da giorni a pesantissimi attacchi aerei (con ben 134 vittime civili ufficiali), era presidiata dal kampfgruppe del tenente colonnello von Carnap, dal 1°/3° paracadutisti di Heilmann e dal Gruppo Coco, ridotto ormai a 300 uomini, con la compagnia comando sulla strada per Adrano, la 7° a Masseria Sisto e la 5° con alcuni plotoni della 6° mitraglieri in copertura su Pizzo Stupari, Monte Savarino e Pizzo Tibrò.
Un ordine di servizio emesso da Conrath il 27 luglio era chiarissimo sulle intenzioni dei tedeschi:
"(...) deve essere assolutamente chiaro che la presente posizione deve essere mantenuta a qualsiasi costo. Le istruzioni per la ritirata sono solo preparatorie. Non ci deve essere nessun dubbio su questo punto. L'abbandono delle posizioni attuali e una ritirata combattiva alla nuova testa di ponte sarà fatta solo dall'espresso ordine della divisione".

Da ovest dovevano attaccare la 1° di Graham e la 231° di Urquhart da Agira attraverso la S.S. 121, mentre da sud doveva farlo la 3° di Penhale vittoriosa a Catenanuova, che doveva risalire la strada montuosa interna passando attraverso Monte Peloso (333 m) ed il successivo Monte Criscina (600 m).
Penhale si mise in marcia dopo che due battaglioni dell'11° brigata della Battleaxe ai comandi del Brigadier Generale Edward Earnshow Eden Cass, il 1° The East Surrey Regiment ed il 2° The Lancashire Fusiliers, vennero fatti spostare a destra su Centuripe attraverso le posizioni dei West Novas e contemporaneamente a sinistra si posizionò il 5° The Northamptonshire Regiment aggregato al Carleton and Yorks.
Occupato senza problemi dai West Novas il 31 luglio il Monte Peloso, a metà strada, tutt'altra storia fu invece prendere il Monte Criscina, contro le apparenze assai presidiato con semoventi ed armi pesanti da Heilmann, passato al comando anche della formazione di von Carnap, morto pochi giorni prima sotto i colpi dell'artiglieria.
In questa circostanza il West Nova Scotia avrebbe conosciuto le perdite più pesanti dell'intera campagna, con 19 caduti (un ufficiale) e 27 feriti (anche qui un ufficiale), senza conquistare la vetta: era previsto nella notte del 2 un nuovo attacco ma Penhale ordinò di soprassedere, perché ormai sia Regalbuto che Centuripe stavano per cedere.

Gli Hampshires della 231° brigata, lanciatisi insieme ai Dorsets la notte del 29 luglio lungo uno spartiacque accidentato e rocciosissimo che si allungava verso sud a circa un miglio da Regalbuto, in parallelo alla rotabile, furono ben presto costretti a fermarsi con parecchie perdite sotto un efficacissimo tiro incrociato di mitragliatrici nascoste, dopo che sin dall'inizio un intero plotone era stato annientato dai Nebelferwer
La 5° e la 6° mitraglieri in quelle tre ore si dissanguarono per consentire alla 7° di Manieri di ripiegare: fu in questi momenti che cadde il 27enne sergente Giovanni Cattaneo della 6°, lombardo di Magenta (MI), che, pur ferito due volte ed unico sopravvissuto della sua squadra, venne infine colpito in pieno da una granata mentre sparava da solo con la Breda, meritandosi la medaglia d'oro alla memoria.
Magenta ha una via a lui dedicata, dove campeggia un suo busto commemorativo.

Gli italo-tedeschi avevano ammassato il grosso delle loro forze (compresi 8 carri armati) sulla cima a 700 metri del Monte Santa Lucia, da dove potevano dominare sia l'entrata a sud che quella a est verso il paese, posto a più di 800 metri sul livello del mare alla convergenza di tre imponenti promontori: il ripido schienale di sud-ovest di Regalbuto, lungo quasi due chilometri, il vicino e meno aspro Monte Serione che dava sulla valle del Salso (la cui conquista avrebbe consentito di rendere sicura la S.S. 121) e ad est, separata dal Monte Santa Lucia da un profondo burrone sotto il quale scorreva la strada da Catenanuova, la Tower Hill, un ripidissimo costone all'estremità delle creste rocciose che portano a Centuripe, chiamato così per un osservatorio sulla sua sommità.
La notte del 30 luglio il 2° Devonshire attaccando sul fianco era riuscito a prendere il crinale di sud-ovest, appoggiato dal fuoco di ben 144 pezzi di 7 reggimenti di artiglieria, quattro campali (il 1°, 2°, 3° canadesi ed il 165° britannico) e tre medi (7°, 64° e 70° britannici), ma aveva dovuto respingere a fatica un furioso contrattacco di Heilmann, al prezzo salatissimo di 109 caduti, tra cui 8 ufficiali.
Subito dopo due compagnie dei Dorsets si lanciarono sul Monte Serione, che conquistarono nel tardo pomeriggio del 31 dopo aver scacciato i tedeschi prima dalla stazione ferroviaria nella valle del Salso e poi da un cimitero che si ergeva al di sopra.
Ormai giunti alla periferia di Regalbuto e padroni delle due strade che da qui andavano a nord e nord-ovest, i Dorsets ebbero il cambio dagli Highlanders canadesi.

Alle 16,30 i Devons attaccarono Tower Hill, ma vennero respinti dal fuoco incrociato dei carri armati posizionati a sud, nella vallata: per Simonds era necessario a questo punto che Urquhart facesse affluire quanti più pezzi anticarro possibili, mentre nel frattempo il Royal Canadian doveva avanzare nella notte alle sue spalle, pronto a lanciarsi all'attacco anche se del caso con l'appoggio dell'artiglieria, con la 2° brigata contemporaneamente impegnata in una ricognizione avanzata di pattuglie a nord-est, tra il fiume Salso ed il suo tributario Troina.
Partito la sera del 31, il Royal Canadian seguì uno stretto viottolo che lo condusse, dopo una marcia notturna di 18 chilometri, esattamente a sud del crinale montuoso di Regalbuto, nella prima periferia dell'abitato, dov'era un alto ferro di cavallo montuoso circondato da precipizi: immediatamente di fronte, al di là del burrone, c'era Tower Hill.
Non essendo stato individuato il nemico, il neo tenente colonnello Tom Powers, promosso solo il giorno prima al posto già del defunto Crowe, prima di attaccare ordinò di aprire il fuoco per provocarne la reazione: quando il fuoco cessò, alle 02,00 di notte, tre compagnie, coperte dalla quarta più dietro, cominciarono a discendere il burrone, ma solo quella centrale riuscì alle prime luci dell'alba ad arrivare in fondo ed a cominciare la ripida salita verso la vetta loro obiettivo, sotto una vigorosa reazione di carri armati, mortai e mitragliatrici.
Ben presto per l'asperità della salita ed il micidiale fuoco nemico i suoi plotoni, armati solo di pochi PIAT a causa del ritardo del plotone controcarro, finirono con lo slegarsi tra loro: solo uno riuscì ad entrare in paese, cercando però di trovare il modo per congiungersi agli Highlanders sul Serione, mentre altri si persero e la maggior parte furono inchiodati al suolo dai colpi nemici.
La mattina dell'1 agosto i canadesi erano costretti a subire passivamente la reazione nemica, e quando finalmente il plotone anticarro riuscì a mettere in batteria un 57 alla periferia sud-ovest del paese sull'altro lato del burrone un carro tedesco sbucato da dietro un palazzo lo fece saltare sparando tre colpi in rapida successione, uccidendo un servente e ferendo gli altri!
Nella notte Simonds ordinò al battaglione di ritirarsi: era ormai inevitabile un attacco a tenaglia.

L'Hastings and Prince Edward della 1° brigata canadese sul fianco destro doveva attaccare da dietro sul lato est la Tower Hill; la 2° brigata occupare l'altopiano sulla sinistra tra il Salso ed il Troina; infine la 231° brigata di Urquhart, appoggiata anche dal 48° Highlanders, doveva prendere il paese.
Mentre alle 22,00 dell'1 agosto gli Hast. & P.E. si avviavano verso le due alture poste a circa un miglio da Regalbuto su entrambi i lati della piccola piana di fronte, quello che i canadesi chiamavano il Monte Tiglio (538 m) ad ovest, che altro non era presumibilmente che Pizzo Tibrò, ed il più massiccio S.Giorgio (641 m) a est, immediatamente a ridosso della Tower Hilltutti i pezzi di medio calibro cominciavano a sparare sulla S.S. 121 a est della cittadina, finendo all'alba col creare ad opera del 1° campale una cortina fumogena con la quale indicare a 25 Kittyhawk l'esatto bersaglio, per distruggere l'intenso traffico nemico in corso tra Regalbuto e Adrano.
Il Monte Tiglio venne raggiunto all'alba del 2 agosto dagli Hast. & P.E., che lo trovarono del tutto vuoto da truppe e ripartirono verso le 16,00 in direzione del S.Giorgio, dopo aver ricevuto coi muli viveri, acqua, munizioni e materiali vari.
Una pattuglia del 48° Highlanders entrata a Regalbuto riferì che non c'erano più truppe dell'Asse, e la stessa cosa era sul S.Giorgio, così non fu effettuato il previsto bombardamento e l'Hast. & P.E. ed i sopravvenuti Highlanders girarono verso nord per attraversare il pianoro che li divideva dall'obiettivo finale, ma qui furono sorpresi da un formidabile fuoco di armi automatiche e mortai di due compagnie di paracadutisti: stavolta però contro di loro entrarono in azione i mortai da 3 pollici degli Highlanders, che solo quella mattina erano stati finalmente riforniti di armi controcarro grazie alla 1° compagnia del 3° genio campale, da due giorni impegnata sotto il fuoco nemico a costruire un viottolo d'emergenza tra la S.S. 121 ed il Monte Serione, e tre compagnie dell'Hast. & P.E., ora informate via radio sulle loro posizioni dall'osservatorio del 2° campale, scattarono all'assalto al comando del maggiore Kennedy, con la copertura di una quarta risalita sul S.Giorgio.
Alle 20,00 di sera del 2 agosto anche Tower Hill era canadese.
Il primo ad entrare a Regalbuto, quasi disabitata e totalmente distrutta, fu il 1° Dorsetshireseguito il giorno dopo dagli Highlanders of Canada e dagli Sherman del  Three Rivers.

64. LA BATTAGLIA DI TROINA (30 LUGLIO-6 AGOSTO)*
USA-MTO-Sicily-5
Solo un giorno dopo l'incontro di Boccadifalco tra i due grandi capi, il 29 luglio, la pioggia battente che rendeva impraticabili strade e pendii e la testarda resistenza delle retroguardie di Rodt avevano bloccato il 16° RCT di Taylor su tre alture a circa 4 miglia ad est di Nicosia, in Contrada Pancallo.
Poco più a nord, a 1.139 metri di altezza, sorgeva Capizzi, dove erano appena andati a posizionarsi i goumiers marocchini di Verlet ed il 18° RCT di Smith.
Il 26° di Bowen seguendo la S.S. 117 da Nicosia si trovava nella terra di mezzo tra il 16° ed il 18°, mentre più a sud il 91° squadrone esplorante di cavalleria del maggiore Charles A. Ellis aveva sguinzagliato in avanti le sue due compagnie di autoblindo: la A più a sinistra verso Portella Femmina Morta (1.524 m), a meno di 1.500 metri a ovest delle Quote 1.006 e 1.034 tenute dal 104° PzrGr, dove aveva raggiunto le pattuglie avanzate del 16°; la B più a destra, a contatto coi canadesi di Agira, sulla rovinatissima, ma unica, rotabile che portava a Gagliano Castelferrato.
Il comando di Allen era vicino ad una batteria di Long Tomin una vecchia scuola di Cerami, un paesino a 970 metri d'altezza, distante tre miglia da Contrada Pancallo.
A soli 8 chilometri a nord-est da lì c'era Troina, una cittadina di 12.000 abitanti a 1.121 metri di altezza.
Il prossimo obiettivo.

LA FORTEZZA NATURALE DI TROINA
Sui suoi ripidi contrafforti si erano infatti abbarbicati da Leonforte la 15° Panzergrenadieren di Rodt, da Nicosia quattro battaglioni di fanteria del 5° e 6° Aosta, cinque batterie d'artiglieria del 25° Assiettauna di 4 semoventi da 90/53 del CLXIII° gruppo, da Santo Stefano di Camastra una del 22° Aosta (con pezzi da 75, 105 e 149) e da Agira alcune del II°/28° Livorno, col comando divisionale, qualche plotone appiedato del II°/34°, la sanità e la sussistenza schieratisi in paese.
La linea difensiva scendeva dal Monte Pelato (1.566 m), proiettato verso San Fratello e punto di congiunzione tra la 29° e la 15° tedesche, a destra della città: qui erano schierati il 129° PzrGr  (Kampfgruppe Fullriede) ed il 115° Pzr (Kampfgruppe Korner).
Da lì la linea attraversava il centro abitato, protetto a nord da una corona di nervose alture collegate tra loro da strade sconosciute agli americani e sulle quali erano presenti numerose batterie, in particolare quelle del Monte Acuto (1.342 m), alle cui falde scorreva il fiume Troina, con a sud il Monte Castagno e poco più a sud-est il Monte Basilio (1.035 m).
Infine, la linea terminava più a sud della S.S. 120, in un settore presidiato dal 104° PzrGr (Kampfgruppe Ens), scendendo fino al Monte Pellegrino ed al Monte Salici, dov'erano i due reggimenti dell'Aosta, al confine col settore di Agira sotto attacco dei canadesi.
Il punto chiave dell'intera strutturazione difensiva erano le batterie d'artiglieria nascoste nelle gole a nord-est della cittadina, tra cui almeno quattro italiane (i semoventi superstiti da 90/53 erano sicuramente tra queste): le vedette infatti, sfruttando le guglie gemelle della cattedrale cittadina, erano in grado di controllare dall'alto l'intera S.S. 120.
E se questa era perfetta per un eventuale ripiegamento dell'Asse a est verso Cesarò, è anche vero che da ovest gli americani dovevano attraversarne ben 5 chilometri totalmente allo scoperto!

Patton aveva messo a disposizione di Allen il 39° RCT del 56enne colonnello Harry Albert "Paddy" Flint, che solo da 4 giorni aveva sostituito l'infortunato colonnello Ritter, ed il 60° del parigrado Frederick J. DeRohan, più quasi tutte le artiglierie della 9° divisione ai comandi del Brigadier Generale Stafford LeRoy Irwin e quelle del II° CA di Bradley: con quelle di Andrus facevano un totale di ben 165 cannoni!
Allen era tuttavia convinto che Rodt stesse organizzando una linea difensiva più solida e forte a Cesarò e quella di Troina avesse invece un carattere meramente interlocutorio, ed in quest'idea era confortato dalle parole del suo G-2 (il capo del servizio informazioni), il tenente colonnello Ray W. Porter Jr., secondo cui prigionieri e sfollati gli avevano descritto i tedeschi come "molto stanchi, con poche munizioni, molte perdite e col morale basso" (v. Garland e McGaw Smyth, cit., pag. 325).
Ecco perché scartò l'idea di usare tutte le sue forze, optando invece per il fresco 39°, col neosbarcato 60° tenuto di riserva, tanto più che aveva promesso a Manton Eddy di non buttare allo sbaraglio le sue truppe: una "facile" vittoria a Troina sarebbe stata perfetta...

IMBOSCATE
All'alba del 30 luglio, sotto la guida del tenente colonnello John Jack Toffey III°, 35enne ultimo rampollo di una dinastia di militari risalente alla guerra di secessione, che aveva sostituito egregiamente fin lì Ritter di cui era il vice, i 3.000 Fighting Falcons, appoggiati dagli obici da 155 del solo 34° campale del tenente colonnello William C. Westmoreland (destinato a diventare famoso in Vietnam), si avviarono direttamente su Troina seguendo una strada interna lungo un acquedotto, ma subito un'imprevista reazione del 129° PzrGr di Fullriede li costrinse a deviare il percorso, proprio quando più a sud, nel settore del 104° di Ens, sulla strada per Gagliano il 91° squadrone, bloccato da un enorme cratere e finito in un'imboscata, veniva salvato da 9 uomini guidati da un ufficiale: quest'ultimo ed il sergente Gerry H. Kisters, sotto un intenso fuoco di armi leggere, riuscirono a neutralizzare un nido di mitragliatrice catturandone i 4 serventi, poi Kisters proseguì da solo contro una seconda postazione nascosta che li aveva messi sotto tiro, e pur ferito cinque volte alle gambe ed al braccio destro la silenziò uccidendo 3 tedeschi e mettendo in fuga il quarto!
Promosso subito secondo tenente, Kisters sarebbe stato decorato il 18 febbraio 1944 anche con la Medal of Honor e la DSC (la sua seconda, dopo quella guadagnata in Africa catturando un 88 dopo averne ucciso i serventi), primo soldato americano ad averle entrambe (v. QUI).

"C'È UN MUCCHIO DI ROBA DA FAR PAURA LASSÙ!"
Il 39° era stato costretto ad una manovra aggirante diviso in due colonne: a sinistra della rotabile il 3° battaglione del tenente colonnello Van H. Bond si era diretto a Quota 1.061, a nord della S.S. 120; a destra gli altri due battaglioni, col 1° del maggiore Philip C. Tinley in testa, verso le Quote 1.006 e 1.034 a sud e a sud-est della strada.
All'alba dell'1 agosto, però, mentre a sud della rotabile il 91° era entrato finalmente a Gagliano ed il 1°/39° aveva occupato Quota 1.034, a quasi un chilometro e mezzo dalla città, a nord invece il 3°/39° contrattaccato coi mortai e le mitragliatrici pesanti dal 129°, si era dovuto fermare sul Monte Timponivoli (1.209 m), a metà strada tra Cerami e Troina, sotto gli attacchi della Luftwaffe.
Dopo aver anche respinto intorno a mezzogiorno un timido contrattacco nemico proveniente dal settore dell'acquedotto il battaglione era finito sotto tiro delle artiglierie di Monte Acuto, quelle di Quota 1.234, poco più a nord di Troina, e delle Quote 1.140 e 1.060 più a est, nascoste da una insaccatura a destra della strada ad un miglio e mezzo da Cerami che impediva il giusto angolo di tiro al 34° campale, rimasto indietro per le pessime condizioni della strada e dell'intenso traffico!
"C'è un mucchio di roba da far paura lassù, anche a sud!", disse John Bowen, il comandante del 26°, anche se Porter era irremovibile: "L'opposizione è leggera, il grosso del nemico sta ripiegando verso Cesarò e di fronte ci sono solo piccole formazioni di fanteria con mortai e mitragliatrici appoggiate dall'artiglieria".

"SPAREREMO A VELOCITÀ DOPPIA!" 

Paddy Flint voleva Troina a tutti i costi.
Il piccolo irlandese, un uomo scolpito nella roccia, primo del suo corso a West Point nel 1912, sopravvissuto a mille battaglie e persino a un ictus nel '40, per Patton era semplicemente "un pazzo totale, ma un gran combattente, il maledetto ufficiale più coraggioso della maledetta VII° armata!" e proprio per questo aveva pensato a lui, vecchio ufficiale di cavalleria, per il comando del 39° fanteria, reggimento notoriamente modesto.
Flint lo sapeva bene, quindi aveva fatto stampigliare su ogni elmetto e su ogni automezzo la visibile sigla "AAA-0", che significava "Anything, anywhere, anytime, bar none!" (Nessuna cosa, da nessuna parte, in nessun momento, tranne nessuno): era il suo motto, disse, quindi lo sarebbe diventato anche dei suoi uomini!
Allen, che aveva appena saputo che goumiers a Capizzi si erano abbandonati a furti, saccheggi e stupri, venendone ripagati con 14 di loro trucidati dai civili per vendetta, impiccati, bruciati vivi o ammazzati a colpi di accetta, decise quindi di rimandare avanti il 39°, aggregando però al 3° battaglione, che doveva attaccare col 1° il Monte Castagno, anche il 4° tabor a protezione del suo fianco sinistro, in direzione del fiume Troina, alle falde di Monte Acuto.
Flint, con Toffey rimasto ferito ad un ginocchio ed evacuato (sarebbe poi caduto a Nettuno nel giugno '44), si spostò in prima linea: quando Westmoreland gli disse che il sistema di rinculo di metà dei suoi obici era fuori uso e quindi la loro potenza di fuoco era dimezzata gli rispose: "Vuol dire che spareremo a velocità doppia!"
Bond, avanzato di un chilometro, venne però clamorosamente ricacciato di nuovo indietro a Quota 1.209, mentre Tinley perse addirittura Quota 1.034 e dovette ritirarsi a Femmina Morta, col 1° battaglione ridotto a 300 uomini e le due compagnie A e C la prima con due plotoni la seconda qualcosa meno!

SOTTO TIRO DELLE ARTIGLIERIE 
Era inevitabile a questo punto un attacco di tutta la divisione.
Allen decise di seguire uno schema di manovra a lui caro: un attacco coordinato frontale con un contestuale aggiramento su entrambi i lati dell'obiettivo.
Appoggiati ora da un battaglione di obici da 155, quattro da 105 più quattro batterie di Long Tom alle 05,00 del 2 agosto l'intero 26° RCT in colonna attaccò da nord con un movimento circolare il Monte Castagno, con l'intento di prendere poi il Monte Basilio, dov'erano Fullriede e Korner, e spostarsi a sud-est per tagliare la rotabile dietro il paese; il 16° da Femmina Morta doveva prendere il centro abitato e tagliare la strada per Adrano, affiancando al contempo il 39° nell'assalto al Monte San Silvestro a 2 miglia a nord-ovest da Troina; il 18° da sud lanciò due colonne sulle posizioni di Ens: con un battaglione  doveva aggirare il Monte Bianco (Quota 851) a partire da Gagliano, con gli altri due più esterni a destra doveva muovere contro il Monte Pellegrino ed il Monte Salici, dov'era andata a piazzarsi l'Aosta.
Bowen continuava ad essere molto inquieto: "Dalle informazioni che ho la difesa è molto forte, non so se siamo in grado di fare questo lavoro". E poi, mentre il suo 2° battaglione si accingeva ad avanzare:"Altro che aggirarli, qui gli stiamo andando tra i denti!" (v. Garland e McGaw Smyth, cit., pag. 337).
Non aveva torto, perché i continui bombardamenti dall'aria e da terra non schiodavano il nemico, ma il vice di Allen, il Brigadier Generale Theodore "Ted" Roosevelt, storico comandante del 26° ma politico di professione, ex governatore delle Filippine, figlio omonimo del 26° presidente, non era affatto preoccupato: quando un sottoposto gli disse che la divisione aveva speso almeno un milione in munizioni rispose "E allora spendete un altro milione!"

Il 26° RCT avanzò però solo mezzo miglio il primo giorno con un battaglione in direzione di Rocca di Mania, davanti a Monte Castagno, mentre il giorno dopo un altro prima si perse e poi dopo aver vagato tra quelle alture si fermò sul Monte Stagliata, di fronte a Monte Acuto, mentre un terzo, giunto a sorpresa con facilità in cima al Basilio, fu qui bloccato da ben 14 concentrazioni di fuoco d'artiglieria perfettamente mimetizzate sulle varie cime di Monte Acuto, e poi vigorosamente contrattaccato dai panzer del 115°, tenendo a fatica solo grazie ai Priest.
Sei Spitfire vennero mandati su richiesta di Bowen contro le invisibili artiglierie nemiche per l'impossibilità di raggiungerle con il fuoco da terra, ma essi non solo sfiorarono con le loro bombe i goumiers inchiodati dal nemico sul Troina, ma evidentemente non furono nemmeno molto efficaci, visto che i pezzi dell'Asse aprirono il fuoco anche sul 39° arrivato altrettanto facilmente sul San Silvestro: stavolta fu Flint a richiedere l'intervento aereo a favore dei suoi, ma Allen lo negò, visto il rischio corso dai marocchini!

Con gli uomini sul Basilio tagliati fuori e malamente riforniti solo dall'aria, in una zona piena di campi minati, costretti a lottare a cortissima distanza con le bombe a mano, le pistole ed all'arma bianca, e pure presi d'infilata dal fuoco proveniente dal Monte Acuto e da Troina, un nuovo assalto da sud del 16° RCT partito a mezzanotte del 3 agosto venne ancora una volta respinto da 6 concentrazioni di artiglieria, quasi invisibili per l'utilizzo di munizioni a bassa emissione di fumo, solo l'intervento di 6 battaglioni d'artiglieria di Clift Andrus consentì di fermare un nuovo contrattacco dei panzer di Korner e delle fanterie di Ens, con le due compagnie E e F del 2°/16° ridotte entrambe a poco più di un plotone, le altre disperse ed il 3°/16° praticamente impossibilitato a muoversi.
Non solo, durante un'incursione dei Me 109 tedeschi iI°/5° Aosta del tenente colonnello Giuseppe Giaquinto costrinse nella tarda mattinata il 67° e 68° goum ad una rovinosa fuga fino a Cerami, con la cattura persino di 40 soldati del 18° RCT!
Allen allora ordinò alle 15,10 al maggiore Quarles di muovere gli obici da 105 del suo 1°/77° campale sulla Agira-Troina verso Gagliano per coprire il 18°: arrivate in posizione alle 05,45 del 4 agosto, dopo aver percorso con estrema difficoltà quella rotabile piena di crateri, mine e mezzi distrutti, la batteria A del capitano Paul J. Bidle e la C del parigrado Dale E. Hodgell solo dalle 18,00 poterono però aprire il fuoco, per quanto subito individuate daNebelwefer e dai cannoni tedeschi più a nord a Quota 1.040, senza però subire danni: sarebbero state loro invece a colpire due lanciarazzi ed a inquadrare un paio di batterie e concentrazioni di fanteria.
L'1, il 2, il 3 ed il 4 agosto il 1°/77° avrebbe sparato rispettivamente 163, 442, 264 e 591 colpi (dal Diario storico del tenente colonnello George R. Quarles)!

Roosevelt, spostatosi anche lui in prima linea, dissuase Allen dall'idea di far aggirare al 26° con una curva più ampia ad est il paese, a causa della rocciosità del terreno e dell'estrema dispersione delle truppe sul terreno: cominciavano infatti a scarseggiare munizioni, medicine, viveri ed acqua, che potevano arrivare solo a dorso di mulo o a cavallo grazie al maggiore di cavalleria Robert W. Crandall, inventore del Provvisional Pack Train e del Provvisional Mounted Troop, i due servizi di trasporto rispettivamente sui muli (circa 400) e coi cavalli (circa 100).
Si faceva sempre più fatica a dare assistenza ai feriti e gli scontri erano così ravvicinati e le linee così fluide che gli americani per non colpirsi a vicenda urlavano "Chocolate" sperando di sentirsi rispondere "Bonbon"e le stesse artiglierie pregavano ogni volta Dio di colpire il bersaglio giusto...

Mercoledì 4 agosto 72 A-36 Apache in due ondate tra le 12,00 e le 17,00 lanciarono centinaia di bombe da 227 chili su tutte le cime attorno a Monte Acuto, fallendo però proprio quest'ultimo, non identificato dai piloti.
Fu il bombardamento aereo più pesante dell'intera battaglia e galvanizzò non poco gli attaccanti, tanto che un battaglione del 18° arrivò al Monte Pellegrino, uno del 39° giunse su Monte San Mercurio a circa 1.500 metri a ovest di Troina ed uno del 26° conquistò definitivamente Rocca di Mania, ma al tramonto tutte le compagnie fucilieri disponevano in media di un terzo degli effettivi (una del 26° ne aveva solo 17, e la compagnia F chiedeva disperatamente di sparare contro il nemico che la teneva inchiodata a terra sotto il fuoco pesante a 50 metri dalle loro buche)!
Si era entrati però nella fase finale: nella notte del 5 il 39°, occupato anche il Monte di Celso, poté avanzare rapidamente a nord-est, ed il nemico fu costretto verso mezzogiorno ad usare anche due panzer per non vedersi tagliata la via di fuga verso Cesarò, mentre all'alba sul Basilio fu respinto un nuovo contrattacco di due plotoni tedeschi con gli ultimi carri disponibili: intervenuto con la sua squadra mortai in difesa di 17 uomini della compagnia I rimasti isolati, il soldato James W. Reese con le uniche tre granate in suo possesso riuscì comunque da solo e allo scoperto a distruggere un semovente tedesco prima di cadere colpito a morte.
Avrebbe ottenuto la Medal of Honor alla memoria.

IL RIPIEGAMENTO DELL'ASSE
Nella notte del 6 agosto venne respinto a Serra Castagna anche l'ultimo contrattacco del I°/5° Aosta, ma per quella mattina Allen aveva deciso di scatenare l'offensiva finale, anche col 60°.
Non fu però necessario: grande fu la sua sorpresa quando le pattuglie mandate in avanscoperta scoprirono che il nemico era ripiegato di soppiatto verso Cesarò!
L'Asse non solo era stata capace di resistere per sei giorni ai bombardamenti aerei ed alla pressione enorme di  4 reggimenti di fanteria, 2 di carri armati, 15 battaglioni di artiglieria (9 di obici da 105, 6 da 155), 5 di semoventi, più 4 batterie di Long Tom, ma aveva contrattaccato per ben 24 volte!
I tedeschi avevano però perso 1.600 uomini (il 10% del totale ma il 40% degli effettivi) e lo stesso eroico I°/5° Aosta alla fine contava solo 170 superstiti (Giaquinto sarebbe stato decorato dai tedeschi con la croce di ferro di seconda classe): con l'imminente crollo della linea Regalbuto-Centuripe-Adrano non aveva più senso per Rodt resistere ancora lì.
Tra i tanti caduti vi furono il comandante del 5° Aosta, il 52enne colonnello Gerolamo Del Giudice, di Roccadaspide (SA), e quello dei 4 semoventi da 90/53, il 29enne capitano Carlo Verona, di Santa Maria Capua a Vetere (CE), decorati entrambi con la medaglia d'argento alla memoria (il secondo proposto dai tedeschi anche per la croce di ferro di prima classe).
Per l'Aosta sarebbe stata l'ultima battaglia: dopo aver sofferto 157 caduti e oltre 700 feriti, ben 51 ufficiali e 2.635 tra sottufficiali e truppa disertarono (Ezio Costanzo, cit., pag. 174).
Solo 600 uomini del 5° e 700 del 6° reggimento avrebbero attraversato lo Stretto (V. Patrick Cloutier, cit., pag. 201).

Alle 22,00 una pattuglia americana del 16° RCT annunciava:
"Città sgombra dai nemici".              
Troina era ridotta ad un fumigante ed irrespirabile cumulo di rovine.
Nelle sue stradine e nella torre medievale si contavano circa 150 morti, nella navata di una chiesa c'era una bomba inesplosa, all'interno del municipio erano ricoverati centinaia di feriti e nella cripta della cattedrale tantissimi sfollati in condizioni penose, mentre tra le macerie un neonato piangente era ancora attaccato al seno della giovane madre morta, con le dita strettamente intrecciate ai suoi capelli corvini, tanto da costringere a tagliarne una ciocca per poterlo staccare dalla povera donna...
I 116 civili morti ed i moltissimi feriti avrebbero fatto meritare alla cittadina nel 2007 la medaglia d'oro al merito civile, consegnata personalmente dal Presidente Giorgio Napolitano.
Il fronte nemico era stato rotto, ma erano caduti circa 1.000 soldati americani, molti del 39°.
Il primo tenente Charles P. Hormer disse: "Non mi è mai successo di desiderare a tal punto la cattura di una città come in questa occasione" (v. QUI).


Roosevelt, Allen e Patton
Il metodico, leale ma severo Bradley, d'accordo con Eisenhower, odiava lo stile di comando aggressivo ed anarcoide di Terry Allen, definendolo quello di "un etilista ingovernabile" (per Patton invece Allen era semplicemente diventato "troppo individualista"): ecco perché la condotta un po' superficiale dell'attacco e le tantissime perdite lo indussero a sostituirlo con Clarence R. Huebner, un pluridecorato della Grande Guerra.
Quando ebbe letto la comunicazione, disse Clift Andrus, Allen "stette zitto per un po' e poi si mise a piangere come una studentessa dai nervi fragili".  
Nell'ottobre del 1944 ebbe il comando della 104° divisione, con la quale arrivò sino a Colonia.
Andato in congedo il 31 agosto 1946, sarebbe morto 81enne il 12 settembre 1969 a El Paso: ora riposa nel Cimitero Nazionale di Fort Bliss, con la moglie ed il figlio, caduto in Vietnam due anni prima.

Anche Ted Roosevelt venne avvicendato dal colonnello Willard G. Wyman: Patton lo riteneva "coraggiosissimo ma per il resto non un soldato", mentre Marshall disse, alla moglie venuta riservatamente a parlargli a Washington:"Ted si comporta come se fosse ancora un comandante di reggimento, non un brigadiere generale di fanteria".
Salutò quasi piangendo il suo 26°, ma nonostante soffrisse di cuore e di artrite (tanto da camminare con un bastone) andò in Normandia, dove avrebbe guidato la prima ondata di sbarco a Utah Beach come vice del Generale Raymond Barton comandante della 4° divisione: l'avrebbe pagata cara il 12 luglio 1944, morendo a 56 anni d'infarto a Mèautis.
È sepolto a Colleville sur Mer accanto al fratello Quentin, pilota caduto nella Grande Guerra.
Proposto in vita per la DSC da Barton, gli fu conferita invece la più importante Medal of Honor alla memoria: Henry Fonda l'avrebbe interpretato nel film Il giorno più lungo.


Harry A. "Paddy" Flint
Il pluridecorato Harry Albert "Paddy" Flint venne colpito il 23 luglio 1944 sulla strada Saint Lo-Périer in Normandia da un cecchino nascosto tra le siepi mentre conduceva una ricognizione avanzata con i suoi uomini del 39°.
Mentre era sulla barella un soldato gli disse:"Ricordati, Paddy, non puoi uccidere un irlandese, puoi soltanto farlo incazzare!". 
Lui sorrise.
Sarebbe morto in ospedale il giorno dopo.
Il 17 giugno precedente Patton così scriveva alla moglie Beatrice: "Paddy è entrato ed ha preso una città. Si aspetta di essere ucciso e probabilmente lo sarà".
Ora riposa ad Arlington.
Con lui il 39°, da brutto anatroccolo che era, divenne uno dei migliori reggimenti americani.
*Molte informazioni le ho tratte anche da Rick Atkinson, Il giorno della battaglia, Le Scie, Mondadori

65. CADONO CENTURIPE E ADRANO (3-7 AGOSTO )

Centuripe, presidiata dagli uomini di Heimann, era una formidabile rocca naturale a 750 metri, tra i fiumi Dittaino e Salso, detta "il balcone di Sicilia" per la spettacolare visione frontale che si ha di tutto l'Etna.
Sottoposta all'ennesimo, pesante bombardamento a tappeto preventivo terrestre ed aereo, venne espugnata all'alba del 3 agosto dalla 38th Irish Brigade del Brigadiere Generale Nelson Russell della 78° Battleaxe dopo due giorni e due notti di lotta: l'iniziale attacco a mezzogiorno del 1° agosto delle compagnie G ed F del 2° London Irish Rifles, coperte dal Royal West Kent Regiment della 36th Independent Brigade di Bernard Howlett posizionato dietro le colline di Centuripe, consentì di prendere le Colline 703 e 704, ma fu il 6° Royal Inniskilling Fusiliers a conquistare la terza ed ultima, Quota 611, presa prima delle 22,00 di sera con un aggiramento da sud dopo aver scalato una ripidissima parete rocciosa di 30 metri mentre contemporaneamente il London Irish attaccava frontalmente da nord, dietro Centuripe, contro la tenace resistenza di due Panzer IV posizionati in incroci chiave.
Dopo un inaspettato contrattacco notturno dei paracadutisti del capitano Liebscher, che costrinse ad uno scontro casa per casa e persino tra le tombe del cimitero locale, gli Innisks si trovarono obbligati a richiedere il soccorso dell'aeronautica solo nelle primissime luci del mattino, ritornati all'attacco dopo aver ricevuto i rinforzi, videro i tedeschi ritirarsi oltre il Salso.
La marcia attraverso Centuripe (completamente distrutta, con un centinaio di morti civili), era complicata dalle numerose trappole esplosive tedesche e da un grosso cratere di bomba, per colmare il quale i genieri avrebbero lavorato ben 12 ore, ma le compagnie E ed F del London Irish mossesi verso le alture sul lato opposto del Salso riuscirono ad arrivare ben presto in vista del Simeto, completando di fatto il ricongiungimento con la 50° di Kirkman, più o meno nello stesso momento in cui cedeva la linea sul Buttaceto.

All'alba del 4 la 1° canadese proveniente da Regalbuto si avviò verso Adrano, "ammorbidita" preventivamente da ben otto bombardamenti "leggeri" di artiglieria, percorrendo la valle del Salso con obiettivi la Collina 730, il Monte Revisotto ed il Monte Seggio posti a nord.
Qui li aspettava ancora una volta Heilmann coi suoi uomini e i sopravvissuti della 6° mitraglieri, per tenere sotto scacco lo strategico incrocio tra la S.S. 121 e la S.S. 120.
Simonds, insieme con Montgomery su un osservatorio a Centuripe, predispose per la mattina del 5 agosto un attacco preceduto dal solito bombardamento aereo: il Loyal Edmonton ed i Seaforth Highlanders dovevano prendere rispettivamente la Collina 730 ed il Monte Revisotto, mentre la Booth Force del colonnello Erich Leslie Booth comandante del Three Rivers, composta dai suoi Sherman, da cingolette e autoblindo del 4° RECCE Princess Louise Dragoon Guards e da una batteria controcarrodoveva conquistare Carcaci, sull'ultima collina nei pressi del Monte Seggio, che si affaccia sul fiume Simeto e domina a nord-ovest dall'alto l'obiettivo.
Dopo 12 ore di ferocissima battaglia e la perdita di ben 48 uomini, la mattina del 7 agosto il 22nd Royal Regiment della 3° brigata entrava ad Adrano, spettralmente vuota di abitanti e rasa completamente al suolo (tra l'1 ed il 6 agosto era stata colpita da ben 129 B-25, 223 A-36 Havoc e 24 P-38 Lightning, con un centinaio di vittime).
Quella di Adrano sarebbe stata l'ultima battaglia dei canadesi in Sicilia: nel cimitero di guerra di Agira ne riposano 490 (13 piloti della RCAF, 58 annegati negli sbarchi, 6 senza nome).

Lo stesso 7 agosto il 1° Black Watch ed il 7° Argyll and Sutherland Highlanders della 154° brigata occupavano definitivamente il fiume Simeto, mentre il 2° ed il 5° Seaforth Highlanders ed il 5° Queen's Own Cameron Highlanders della 152° prendevano anche Biancavilla.
La via per Catania era finalmente aperta.


66. LA PRESA DI CATANIA (6 AGOSTO)

L'ESTREMO SACRIFICIO DI GIACOMO LEOPARDI 
Tra il ponte del Simeto ed il mare c'era il CCCLXXII° battaglione costiero, l'ultimo davanti a Catania: nella notte tra il 3 ed il 4 agosto andò a sistemarsi a San Giuseppe La Rena, ai margini meridionali di Catania, all'inizio del bosco della Playa, ma incappò in un tratto minato dai tedeschi, perdendo diversi autocarri e camionette ed attirando l'attenzione delle artiglierie.
Tra le dune e il bosco cinque soldati neomaggiorenni, nessuno siciliano e tutti arruolatisi volontari solo il 22 luglio, vennero messi sotto tiro mentre portavano in salvo il tenente Armani, ferito da una scheggia di mortaio: quattro di essi rimasero feriti, ma il quinto, Giacomo Leopardi di Bergamo, nato a Tripoli il 25 febbraio 1925, proprio quello che stava portando in spalle l'ufficiale, ebbe il torace ed il ventre orrendamente aperti da una scheggia.
Gli sarebbe stata concessa la medaglia d'argento alla memoria (v. QUI).

LE TRUPPE DELL'ASSE ABBANDONANO CATANIA 
Quella stessa notte, durante l'ennesimo bombardamento dall'aria, da terra e dal mare, il Generale Passalacqua e tutti i suoi ufficiali abbandonavano Catania, seguiti la notte dopo dal Kampfgruppe Schmalz.
Protetti dal CCCLXXII° e dal CDXXXIV°, rimasti a sud della città nel boschetto della Playa, i tedeschi si ritirarono dopo aver requisito tutti gli automezzi della città (compresi addirittura i carri funebri!) ed aver fatto saltare alcuni palazzi di Via Etnea.
Proprio quella sera Guzzoni trasferiva il suo comando da Portella Mandrazzi a Villa Salvati, nei pressi di Divieto, sulla costa tirrenica.
A metà mattina del 6 agosto la 50° divisione di Kirkman entrava in città dalla Porta Uzeda, arrivando in Piazza Duomo, raggiunta poco più tardi dalla 5° di Berney-Fincklin proveniente dalla piana, dopo aver percorso il quartiere Zia Lisa e Via Garibaldi.
Il podestà, Marchese Antonino di San Giuliano, ed il prefetto, Salvatore Azzaro, nominato sotto Mussolini eppure qualificatosi "badogliano", mandarono avanti un vigile urbano con una lettera per il tenente Gardner del 9° Durham (v. Ezio Costanzo, cit., pagg. 146-148)
"Le autorità ed i funzionari della città di Catania sono nella caserma dei carabinieri in Piazza Giovanni Verga, aspettando ordini".

La città, in preda alla fame ed alla povertà, precipitò per giorni nell'anarchia e venne trattata col pugno duro, con la requisizione di interi palazzi d'epoca e abitazioni civili da adibire ad alloggi per gli ufficiali, usando anche l'Università come sede di spaccio di liquori, locali da ballo e persino di postriboli, e la Corte del Vaccarini per gli spettacoli per le truppe: per le proteste il Rettore Orazio Condorelli sarebbe stato addirittura arrestato e condotto al campo di Priolo Gargallo!

67. LE NUOVE DISPOSIZIONI DI MONTGOMERY

Montgomery rimischiò di nuovo le carte, spostando la 5° divisione sulla sinistra, per farle circuitare l'area dell'Etna da est sulla direttrice Zafferana Etnea-Milo e ricongiungerla alla 51° con obiettivo finale Linguaglossa, a ovest di Randazzo, mantenendo invece la sola 50° sulla strada ionica Catania-Acireale-Taormina.
carri del 3° County of London Yeomanry, guidato ora dal tenente colonnello A.A. Cameron, vennero mandati il 6 agosto ad occupare tutta l'area ad ovest di Acireale con alcune batterie del 24° e 92° campali, un paio di compagnie del 1° Green Howards ed alcuni plotoni mortai del 7° Cheshires mitraglieri.
Suddivisi in due colonne, la CAMCOL del tenente colonnello Cameron, sulla direttrice Nicolosi-Pedara-Trecastagni-Viagrande, e la BLOCKCOL del parigrado Blockely, su Camporotondo-Mascalucia-Tremestieri-San Giovanni La Punta, in un solo giorno conseguirono tutti gli obiettivi, anche se a San Giovanni Galermo uno Sherman della Blockcol saltò su una mina con la morte di un ufficiale e cinque soldati, sui Monti Rossi presso Nicolosi la Camcol si scontrò coi paracadutisti, mentre sulle colline di Fleri, verso Zafferana, l'artiglieria sparò sui tedeschi in ritirata e dei 4 Tiger superstiti (due comandati dal tenente Haem, rimasto ferito e sostituito dal parigrado Steuber, e due dal tenente Goldschmidt), 3 furono resi inservibili ed abbandonati (due in piena città, in Via Diaz).
Solo il Tiger n. 222 di Steuber sarebbe riuscito a passare in continente.

CADE ACIREALE (8 AGOSTO)
Ad Acireale il tenente colonnello Eric Walther del 4° paracadutisti aveva dato ordine di far saltare il ponte sulla ferrovia davanti alla stazione e di incendiare i depositi di carburante al Castello Scammacca, ex sede del comando tedesco, poi aveva disposto gli 88 del gruppo d'artiglieria del maggiore Schraum tra la vegetazione nelle campagne di Guardia, alla periferia della città e sistemato un PaK 40 da 75 davanti alla Villa Comunale in Piazza Indirizzo, sede fino a pochi giorni prima degli arditi, circondata da nidi di mitragliatrice e mortai protetti da sacchi di sabbia, e uno StuG III all'altezza della Villa del Barone Costarelli di Santa Lucia, dove Corso Savoia svolta a destra nella via per Santa Maria Ammalati e per Messina.
Infine, i tre battaglioni dei maggiori Egger, Vosshage e Grassmel erano andati a presidiare le estremità delle due arterie cittadine principalipronti anche ad abbattere se del caso una ad una tutte le case dell'abitato (segnalate da un apposito contrassegno fatto a vernice). 
Dopo un intenso scambio di colpi nella periferia ovest in Contrada Piano d'Api ed un altro a metà mattinata alle porte della città non successe però più nulla: solo dopo che i tedeschi si avviarono verso Giarre i carri del 44° occuparono Acireale, quasi deserta, entrando da Via Vittorio Emanuele alle 14,40 dell'8 agosto.
Patton, a 120 chilometri da Messina con Montgomery a meno di 84, scriveva a Middleton:
"In questa gara ne va del prestigio dell'esercito statunitense. Dobbiamo arrivare a Messina prima degli inglesi".
QUARTO ATTO 
LA CORSA VERSO MESSINA


A Randazzo si ritrovano, da sinistra a destra, i colonnelli americani Smith (18° RCT) e Flint (39° RCT) ed i  generali inglesi Evelegh (78° div.) e Cass (11° brig.)



68. LA CADUTA DI SAN FRATELLO (8 AGOSTO)

L'8 agosto si decideva anche il destino di San Fratello (ME), San Frareau nell'antica lingua gallo-italica, un paese a 675 metri d'altezza, all'estremità settentrionale della Linea dell'Etna, tra i torrenti Furiano ad ovest e Inganno a est, dove la 29° divisione di Fries, il I°/22° artiglieria Aosta del capitano Filippo Santilli, il LXXV° gruppo autocampale del capitano Alfonso Bartolomeo e il 179° costiero del colonnello Giuseppe Gennaro della XIX° brigata, con il CDXXXV° battaglione del maggiore Vito Pavoni ed il D° del tenente colonnello Giuseppe Sculli, si stavano difendendo da una settimana sulla Linea di Tortorici trincerati sul crinale della Tusa che dominava la S.S. 113 (per gli americani "the bloody ridge"la cresta insanguinata).
Al centro, tra il 71° PzrGr del tenente colonnello Walter Krueger a destra ed il 15° PzrGr del parigrado Max Ulich a sinistra, c'era anche ciò che restava dell'Assietta, arrivata a Tortorici con oltre 9.000 uomini in meno, tra cui 199 ufficiali e 562 sottufficiali sbandati o disertori (Ezio Costanzo, cit, pag. 173): 2.250 del 29° e 2.750 del 30° fanteria, 1.425 del 29° artiglieria e 1.337, praticamente tutti, della 17° legione CC.NN. Cremona!
Così, il 29° era con soli 950 uomini tra Pizzo Costanzo, Pizzo Renatura e San Fratello, il 30° ridotto a 600 a Pizzo degli Angeli, con 60 uomini appiedati del 30° cavalleggeri Palermo, mentre a Sprazzi, sulla riva est dell'Inganno, c'era il battaglione del maggiore dei bersaglieri Bruni, messo insieme coi resti della 50° motomitraglieri, una compagnia del 10° bersaglieri, una controcarro, una del CLXVIII° CC.NN. Hyblae e 136 sopravvissuti del Raggruppamento mobile Ovest (V. Patrick Cloutier, cit., pag. 200).

San Fratello era stremata ed alla fame, anche perché ogni giorno più ondate di 12 aerei alla volta la colpivano soprattutto sulla parte alta: a farne le spese erano state, tra i tanti edifici distrutti, la chiesa di San Benedetto il moro, completamente rasa al suolo, anche se miracolosamente la statua del santo era stata ritrovata intatta, e la casa privata di Agostino Collura, fatta saltare proprio dai tedeschi perché sorgeva a Passo dei Tre, cadendo esattamente in uno dei tre punti trigonometrici che univano le mappe militari, favorendo i bombardieri!
Fries aveva disseminato in giro campi di mine, trappole esplosive e nidi di mitragliatrici, e predisposto anche un telegrafo in Contrada Sant'Antonio: l'arrivo il 3 agosto della Nembo era stato anch'esso utile, come attesta anche il marconigramma n. 2/2661 di Chirileleison, sull'abbattimento con una Breda 37 alle 13,30 del 5 agosto dal 185° paracadutisti di un caccia, precipitato in mare zona Acquaficara, anche se in un durissimo scontro in Contrada Castellaro, ad Acquedolci, erano caduti ben 16 fanti del 29° Assietta.
La stanchissima 45° divisione di Middleton, ricoperta di elogi da Patton per spirito combattivo e disciplina, era stata sostituita il 31 luglio dalla 3° di Truscott, così alle 22,00 del 5 agosto il 1° e il 3° battaglione del 30° RCT di Fred W. Sladen Jr. e Edgar C. Doleman ed  il 3°/15° di Manhart avevano finalmente varcato il fiume Nicoletta, con l'aiuto dei mortai pesanti del 2° chimico di Breaks, gli unici nonostante la poca dimestichezza ad operare con Truscott a poter fornire il fuoco pesante, non essendo ancora in linea le artiglierie.
Dopo un' ennesima incursione notturna su Palermo, però, di 11 Cant. Z 1007 bis Alcione di Viterbo e 18 Dornier Do 17 di Foggia (armati di bombe teleguidate Fritz X), costata l'affondamento di varie navi ed il grave danneggiamento dei due caccia Mayrant e Shubrick (che ebbe 9 morti e 20 feriti) al prezzo di 4 aerei, Bradley decise il 6 agosto uno sbarco alle spalle del nemico ("End run", fine corsa, secondo il linguaggio sportivo del baseball), anche se Manhart e Doleman erano ormai ad un passo da Quota 673.
Patton da tempo aveva predisposto a tal fine la Task Force 88 ("la flotta di Patton") agli ordini del Contrammiraglio Lyal A. Davidson, con 2 incrociatori, 14 caccia, 14 MTB e 19 navi anfibie (2 LST, 10 LCI e 7 LCT), tanto che subito  Monty aveva chiesto al parigrado Sir Roderick R. McGrigor di organizzarne una per lui sulla costa orientale!

Dopo che alle 12,45 del 5 agosto la LCI-213 scortata dai caccia Plunkett e Gleaves aveva sbarcato delle truppe a Ustica (v. QUI) ed il Savannah ed altri due caccia avevano bombardato le contrade Terranova il 5 e Furiano il 6, seguiti dal Philadelphia e due caccia contro Capo d'Orlando il 7, alle 03,15 di notte di domenica 8 agosto la Task Force Bernard, a bordo di due LST ed una LCI partite da Santo Stefano di Camastra con gli incrociatori Savannah e Philadelphia ed i caccia Bristol, Ludlow, Tripple, Plunkett, Rowan e Robind, sbarcò senza opposizione alla foce del Rosmarino a Sant'Agata di Militello, in Contrada Terranova, a sud-est di Capo d'Orlando.
Aveva il compito di prendere il Monte Barbuzzo, un miglio a sud-ovest, tagliare la rotabile costiera ed aggirare da est le posizioni nemiche distanti 9 miglia, da due giorni sotto attacco del 1°/15° di Pritchard e del 2°/15° del maggiore Frank J. Kobes Jr. sulla rotabile San Fratello-Cesarò e del 3°/15° di Manhart sulle pendici del costone roccioso insieme col 1°/30° di Sladen ed il 3°/30° di Doleman.
Affidati al tenente colonnello Lyle Bernard erano il 2°/30° RCT, con le quattro compagnie E, F, G fucilieri e H mortai, le batterie A e B del 58° semoventi sui Priest, il 3° plotone carri medi della compagnia C del 753° con gli Sherman, ed un plotone della compagnia C del 10° battaglione genio.
Gli  italo-tedeschi vennero così a trovarsi tra due fuochi, a ovest il 15° RCT di Johnson e l'appena sopraggiunto 7° di Sherman, a est Bernard sulla S.S. 113: proprio quella notte però avevano iniziato lo sganciamento verso San Marco d'Alunzio, così gran parte del 2°/71° PzrGr e la maggior parte del 29° Assietta sin dalle 03,00 avevano attraversato il Furiano.
Pur sorpreso dalla mossa, quindi, Fries fece avanzare nella prima mattina una compagnia del 2°/71° protetta da  due Panzer IV e dagli ultimi due R 35 del Gruppo mobile E, ma nello scontro a metà strada tra Sant'Agata ed il Rosmarino con la compagnia G ed i 4 Sherman e i 4 Priest uno dei panzer e i due R 35 ebbero la peggio, lasciando via libera a Bernard.
Furono gli stessi cittadini di San Fratello a segnalare le posizioni tedesche sulla parte alta del paese, ma nonostante i tanti lenzuoli bianchi esposti fuori vi furono durissimi scontri in Contrada Maulazzo, nel quartiere Convento, sul Furiano e in Contrada S. Lena, fino a quando intervennero i mortai da 107: mentre la compagnia B aggregata al 15° RCT proteggeva l'avanzata delle fanterie con una spessa cortina fumogena al fosforo bianco, la A del capitano Kuiper e la D del parigrado Lowell Thompson, anch'esse col 15°, e la C di Mc Conohie col 30° inondarono di alto esplosivo le posizioni d'artiglieria nemiche, sia pure a caro prezzo, dovendo sparare da posizioni molto esposte.
Alle 12,30 pattuglie del 7° RCT presero contatto con la compagnia G di Bernard a est di Sant'Agata di Militello, con il podestà ed altri notabili venuti avanti con le bandiere bianche e l'intera cittadinanza plaudente sulle strade, ricambiata con caramelle e biscotti ai bambini (v. QUI).
Nelle mani degli americani restarono circa 1.000 prigionieri per lo più italiani.
Con gli ultimi due carri R 35 andati distrutti quel giorno la tragica epopea del Gruppo mobile E e dell'intero 131° carri giungeva a compimento.

I QUATTRO GATTI COMBATTONO FINO ALLA FINE
Anche se il 10 ed il 12 agosto attaccarono Santo Stefano di Camastra persino alcuni superati bimotori FIAT B.R. 20 Cicogna del 43°i primi bombardieri italiani interamente metallici, i veri protagonisti finali per la RA sarebbero stati gli S.M. 79 del Raggruppamento Aerosiluranti di Pisa-San Giusto e Siena-Ampugnano: ne sarebbero andati perduti 15 su 80, un paio per incidenti, gli altri in combattimento o distrutti al suolo, e gli ultimi a cedere sarebbero stati i famosi Quattro gatti del 132° gruppo autonomo AS di Littoria.
I12 agosto 1943 fra Trapani e Palermo ne caddero ben tre, tra cui quello del pluridecorato tenente colonnello 37enne di Napoli Vittorio Cannaviello, medaglia d'oro alla memoria perché pur addetto militare in un'ambasciata si era offerto volontario durante una licenza vista la grave mancanza di piloti esperti. 
Dopo pochi giorni 5 Sparviero vennero ridislocati a Decimomannu per attaccare con il ciclo favorevole della luna il naviglio nemico in transito.
La sera del 15 agosto, poche ore dopo un'incursione degli Ariete del 101° su Milazzo, in cui nostri caccia di scorta del 4° stormo e del 21° gruppo, citati nel bollettino n. 1178, avevano abbattuto 5 Spitfire e 3 Kittyhawk inglesi, il capitano Carlo Faggioni della 279° silurò presso l'isola di Cani davanti a Biserta la LST-414 britannica di 2.750 tonnellate, mentre nella notte il capitano Giuseppe Cimicchi della 281° mandò a picco a dieci miglia da Capo Bougaroni il piroscafo inglese Empire Kestrel di 2.700 tonnellate ed il il tenente Vezio Terzi della stessa 281° danneggiò gravemente, a 16 miglia da Cape De Garde (innanzi a Bona), il piroscafo americano Benjamin Contee di 7.200 tonnellate, diretto a Orano purtroppo con 1.800 prigionieri italiani: 320 perirono, tra cui un finanziere sopravvissuto a Porto Ulisse, l'appuntato Bartolomeo Carbone.

69. SI CHIUDE LA MORSA

La 9° Old Reliables di Manton Eddy conquistò l'8 agosto Cesarò col 47° RCT del colonnello George W. Smythe, raggiunto alla fine sulla S.S. 120 dal 60° di DeRohan, al termine di uno scontro in cui contro gli obici da 105 del 60° e dell'84° campali andarono a sacrificarsi anche gli ultimi due semoventi da 47/32 rimasti di Tomasone.
Nello stesso giorno anche la 78° Battleaxe di Vivyen Evelegh entrava a Bronte, ad ovest dell'Etna, coi tre battaglioni dell'11° brigata di Cass provenienti da Adrano, il 1° East Surrey Regiment, il 2° Lancashire Fusiliers ed il 5° (Huntingdonshire) Northamptonshire Regiment.


LO SBARCO DI BROLO (11 AGOSTO)*
Il 7° RCT di Sherman aveva rilevato Bernard sul Rosmarino, proseguendo da qui l'inseguimento al 71° PzrGr di Krueger sulla S.S. 113: superato il fiume Zappulla l'aveva praticamente costretto a trincerarsi sin da subito sul ripido costone di Naso, a ridosso di Capo d'Orlando, poco più a sud dell'incrocio tra la strada costiera e quella interna che univa Tortorici a Torre Archirafi nel Catanese.
Patton pensò quindi ad un nuovo sbarco, anche se l'affondamento al largo di Caronia della LST-318 il 9 agosto da parte degli FW 190 dello SKG 10 (4 dei quali poi abbattuti dagli Spitfire sudafricani del capitano Soccombe) ritardò tutto di 24 ore.
All'alba dell'11, protetta dal Philadelphia e da 6 caccia, di nuovo la Task Force Bernard sbarcò con una LST, due LCI e 6 LSI in Contrada Malpertuso, a Brolo, 25 miglia più ad est dell'altra volta, circa 10 dietro Krueger: il sito scelto, però, situato nei pressi della massicciata ferroviaria, a causa del rilevato alto 4 metri, delle vie strettissime e degli estesi limoneti si rivelò inaccessibile per i corazzati e i 16 DUKW, costringendo quei 650 uomini a muoversi verso il vicino Monte Cipolla a piedi e allo scoperto, con l'uso solo dei muli per il trasporto di mortai e munizioni!

Schierato poco a est di Brolo era però il 29° Artillerie Regiment del colonnello Fritz Polack, col quartier generale del reggimento, quello del battaglione antiaereo con due pezzi quadrinati FlaK da 20 mm, l'intero 1°/71° PzrGr e cinque panzer: gli 88 aprirono subito il fuoco, colpendo per primi  all'altezza del bivio per Ficarra i 13 uomini ed i 15 muli da soma del Battalion's ammunition train.
Bernard, inchiodato su quella collina di 220 metri, richiese soccorso via radio: tra mezzogiorno ed il primo pomeriggio due ondate ognuna di 12 A-36 Apache provenienti da Ponte Olivo martellarono i tedeschi, insieme coi 152 del Philadelphia e i 155 di una batteria di Long Tom distaccata con le forze di Truscott, peraltro al massimo della gittata, provocando però alle 16,57 anche l'intervento di 24 FW 190 del SKG 10, cinque dei quali furono abbattuti dal Philadelphia.
Attaccato per errore anche da 7 A-36, che colpirono il comando e distrussero tutti i pezzi campali, il 2°/30° dalle 22,00 dovette difendersi disperatamente dall'assalto in forze del nemico, salvandosi solo grazie all'arrivo da ovest alle 06,00 di mattina del 1°/30° di Sladen: quando alle 08,30 i due battaglioni si unirono si contarono 99 caduti e 78 feriti, molti per fuoco amico!
I tedeschi, dopo aver fatto esplodere 50 metri di strada, riuscirono a ripiegare a Gioiosa Marea, verso Capo Calavà. 
*V. Samuel E. Morrison, cit., pag. 205; Basilio Maniaci, Operazione Brolo Beach, 2004, Ed. EDAS.

70. SI AVVIA L'OPERAZIONE "LEHRGANG"

Il trasbordo del Tiger n. 222 a Messina: sullo sfondo un Panzer IV a sinistra, un Panzer III a destra
















L'Operazione "Lehrgang" (Viaggio d'addestramento), progettata sin dal 3 agosto, prevedeva tre linee di arretramento ed evacuazione, dove bisognava resistere almeno un giorno.
La prima partiva da Falcone (ME), a est di Patti, tagliava su Novara di Sicilia (ME), attraversava Castiglione di Sicilia (CT) e si chiudeva a Fiumefreddo (CT).

IL CROLLO DELLA LINEA DI TORTORICI (13 AGOSTO)
La 78° divisione di Evelegh proveniente da Bronte, rallentata a Maletto dagli estesi campi minati tedeschi, solo il 12 agosto si ricongiungeva a Randazzo alla 9° di Manton Eddy, proveniente più a sinistra da due direzioni, attraverso la S.S. 120 col 47° RCT di Smythe e il 39° di Flint, ricostituito dopo le perdite subite a Troina, e da nord  col 60° di DeRohan infiltratosi in silenzio da Cesarò attraverso i Nebrodi, superando, in quella che sarebbe stata chiamata la "Ghost March" (la marcia fantasma), pure  Tortorici, Ucria, Floresta e Santa Domenica Vittoria.
Alle 09,30 del 13 agosto Randazzo veniva occupata proprio dal 39° RCT di Flint, nelle stesse ore in cui la 50° di Kirkman, giunta il giorno prima a Carrubba Giarre (bombardata ben tre volte tra l'8 e l'11 dagli incrociatori Mauritius e Uganda, da due caccia e dalla cannoniera olandese Flores)arrivava proprio a Fiumefreddo.

LA RAPPRESAGLIA DI CASTIGLIONE DI SICILIA (12-14 AGOSTO)
Ormai tra soldati tedeschi e italiani c'era palese diffidenza: i mutati rapporti di forza e la necessità di trasferirsi il prima possibile sul continente causarono numerosi incidenti, anche mortali, dato che i primi non esitavano a requisire automezzi di ogni tipo ed a sequestrare armi, animali, vettovaglie, carburanti anche del Regio Esercito su ordine diretto del colonnello Bogislaw von Bonin, capo di Stato Maggiore di Hube, anche se lo stesso Faldella ammette che Kesserling per primo cercasse di reprimere gli abusi (cit., v. QUI).
Ma erano soprattutto i civili a soffrire: a Mascalucia, Pedara, Tremestieri, Adrano, Biancavilla, Belpasso, S.Maria di Licodia e Calatabiano, sulla direttrice di ritirata tedesca, avvennero tra il 3 ed il 12 agosto secondo l'ANPI di Palermo molti tragici episodi (v. QUI), e anche se non tutti per me sono vere e proprie stragi o anche "solo" tragiche ma legittime rappresaglie, la stessa cosa non mi sento di dirla per Castiglione di Sicilia.
Come rappresaglia per l'uccisione di 5 loro commilitoni ed il furto di un camion carico di viveri, accaduti il 10 agosto in Contrada Sciambro, 40 soldati della Goering in ritirata da Randazzo, entrati in paese all'alba del 12 a bordo di un autocarro con l'appoggio di un'autoblindo, dopo aver messo a ferro e fuoco l'abitato e fucilato 16 civili ferendone una ventina, ne rastrellarono circa altri 200, compresi vecchi, donne e bambini, tenendoli in ostaggio due giorni senza mangiare e bere fuori paese, in un torrione chiamato "Cannizzu", salvo poi lasciarli andare via il 14 per la mediazione di alcune suore del vicino Istituto Regina Margherita (v. QUI e QUI).
Per tale grave episodio nel 2002 Castiglione avrebbe ricevuto la medaglia di bronzo al valor civile.

LE TRUPPE DELL'ASSE COMINCIANO IL RITIRO
Alle 18,00 dell'11 agosto l'operazione Lehrgang ebbe il via, poche ore prima di un'ultima incursione della Luftwaffe avvenuta tra le 22,00 e le 23,10 da parte di 45 Ju 88 del KG 54 su Agnone e Lentini (East e West), dove ognuno di essi lanciò più di 1.000 chili di bombe incendiarie, dirompenti ed antiuomo, con la perdita di 18 Spitfire inglesi ed il danneggiamento di 7 Kittyhawk australiani ad Agnone; la distruzione di 18 bombardieri Baltimore e caccia Spitfire inglesi, con altri 5 canadesi danneggiati a Lentini West; quella di 5 Spitfire, con oltre 50 danneggiati, 80 uomini morti o feriti tra il personale di terra e 31 caduti tra gli addetti alla contraerea a Lentini East.

Ogni notte partivano 8-10.000 tedeschi, dal 13 agosto anche di giorno.
Per prima la 15° di Rodt, poi la Goering di Conrath, la 29° di Fries ed infine i paracadutisti di Heidrich furono trasferiti con quasi tutte le loro dotazioni grazie all'efficientissimo servizio organizzato dal capitano di vascello Gustav von Liebenstein su 6 nuove rotte per i traghetti e circa 12 approdi diversi su ogni lato dello stretto, utilizzando 7 Marine-Fahrprahme (chiatte di 80 tonnellate con 3 rampe di accesso per 3 carri armati o 5 camion), 10 L-Boote (pontoni che potevano trasportare 2 camion), 11 Siebel-Ferries (traghetti a doppia entrata, che potevano trasportare 10 camion, 60 tonnellate di rifornimenti o 250 uomini), e 76 altre piccole imbarcazioni, sotto la copertura aerea della Luftwaffe e da terra delle tante batterie antiaeree del colonnello Ernst Gunther Baade.
Le perdite complessive ammontarono a 15 vascelli affondati e 5 danneggiati, con un solo caduto, con 31 aerei alleati abbattuti.

Anche Guzzoni fu ovviamente costretto ad organizzare un servizio di reimbarco delle nostre unità, tutte tranne la Livorno ridotte praticamente ai soli comandi, con l'aiuto degli Ammiragli di squadra Barone, capo della Regia Marina in Sicilia, e Parente, capo della Piazzaforte navale di Messina.
Le forze superstiti, organizzate dal Nucleo avviamento reparti residui dell'Armata del colonnello Franco Salamo, precedute dal comando del XII° CA vennero imbarcate dal 9 al 16 agosto su tre battelli a vapore, un traghetto per treni, 10 gommoni a motore, 10 rimorchiatori e 20 motozattere a vapore della RM  (unità dal profilo ridotto e dotate di 34 compartimenti stagni), che non fecero che andare avanti e indietro tra le stazioni messinesi di Mortelle e S. Francesco e quelle reggine di Bagna Calabra e Catona.
I 4.000 superstiti della Livorno vennero trasferiti tra l'11 ed il 13 agosto dal traghetto Villa San Giovanni e da alcune motozattere, destinati ai depositi militari di Cuneo e Fossano, in Piemonte, dove l'8 settembre li colse tutti in licenza: quel giorno la Livorno avrebbe terminato la sua esistenza, con le bandiere dei suoi tre reggimenti onorate dalla sola medaglia d'argento e ben 180 medaglie individuali (tre alla memoria), oltre a encomi solenni e promozioni per meriti di guerra.
Proprio il traghetto Villa San Giovanni, 13 motozattere, 6 rimorchiatori e unità minori andarono perduti nel corso delle operazioni.

LE TRUPPE DELL'ASSE SE NE VANNO VIA TUTTE (14-16 AGOSTO)
Le forze dell'Asse erano retrocesse ancora sulla seconda linea Barcellona Pozzo di Gotto-Santa Teresa di Riva, poi sulla terza, Spadafora-Scaletta Zanclea.
Il 14 agosto, mentre la 1° divisione di Huebner arrivava a Francavilla di Sicilia, la 29° Falke di Fries interrompeva ogni contatto col nemico a Patti, sulla costa tirrenica, ormai nel mirino della 9° di Eddy e della 3° di Truscott, mentre sulla costa ionica altrettanto faceva la Goering: quello stesso giorno, dopo che i paracadutisti avevano fatto saltare un ponte sul fiume Alcantara, alcune LCT partite dalla spiaggia di San Marco sbarcavano truppe inglesi oltre la foce in Contrada Schisò, a Giardini, mentre verso mezzogiorno, con i panzer in ripiegamento sulla S.S. 114 verso Capo Sant'Alessio, la 50° di Kirkman entrava pure a Taormina, dopo che di prima mattina quattro unità inglesi al largo di Isola Bella e Mazzarò, replicando l'azione di una settimana prima di tre cacciatorpediniere contro la città bassa, avevano colpito la fiumara di Letojanni sul lato strada per Gallodoro, dove quella notte avevano sostato i tedeschi in fuga nascosti nella galleria ferroviaria.

Il 15 agosto la 9° di Eddy, la 3° di Truscott e la 1° di Huebner convergevano a Barcellona Pozzo di Gotto (ferocemente bombardata a tappeto il 12 agosto dagli Halifax britannici scortati dai Lightning e dai Warhawk americani nonostante fosse ormai vuota di truppe, con 74 civili morti, molti bambini, 154 case distrutte, 287 danneggiate, oltre 2.000 sfollati), proprio mentre la 51° di Wimberley e la 78° di Evelegh precedute dalla Arrow Force del Brigadier Generale Robert H.E. Arkwright (sostituto di Richards al comando della 23° corazzata) completavano il circuito dell'Etna entrando a Linguaglossa.
Uscita distrutta dai bombardamenti e da giorni di vano assedio della 5° di Berney-Fincklin, questa cittadina la mattina del 16 luglio era stata anche testimone della fucilazione nel Piano Giarammidaro da parte di un plotone d'esecuzione italiano di due marinai di Catania sbandati, ritenuti colpevoli di diserzione, Angelo Pappalardo di 23 anni e Santo Ursino di 24!
(Vhttp://gandalf54.blogspot.it/2011/01/una-foto-una-storia-32.html).

Montgomery, ben indietro a Patton, tentò il tutto per tutto, incaricando la Currie Force del Brigadiere Generale John Currie, formata dal  Commando di John Churchill con plotoni di genieri ed alcuni carri della 4° corazzata, di sbarcare la mattina del 16 agosto a Scaletta Zanclea, ma il grosso del nemico era ormai via.
Analogo insuccesso ebbe lo stesso giorno lo sbarco del 157° RCT di Anckorn a Capo Salica, a est di Capo Milazzo, deciso dopo il ripiegamento della Falke: gli americani poterono però occupare le Isole Eolie e anche la povera Milazzo, sventrata dai cannoni navali del Boise e dei caccia Benson e Rowan il 14 luglio e soprattutto dalle 89 incursioni aeree degli ultimi due mesi, con 377 tra morti e feriti e la distruzione totale dello scalo ferroviario e del 72% degli edifici!
La verità era che gli Alleati erano giunti ormai all'Ultimo fronte, la linea Divieto-Monte Antennamare-Moleti e...
Il nemico non c'era più!

71. PATTON ARRIVA PER PRIMO A MESSINA (17 AGOSTO)

Il Generale Hube fu l'ultimo tedesco ad attraversare lo stretto: alle 06,35 del 17 agosto, ormai in Calabria, avrebbe comunicato "Operazione Lehrgang completata"  (v. Garland e McGaw Smyth, cit., pag. 416).
Sarebbe morto il 26 aprile 1944 in un incidente aereo in Austria, a Salisburgo, appena dopo aver ricevuto a Berchtesgaden dal Fuhrer in persona la promozione a General-Oberst ed i diamanti per la Croce di cavaliere (uno dei soli 14 ufficiali dell'esercito, 27 in totale) per aver salvato l'intera 1. Panzerarmee dall'accerchiamento dei sovietici.
Il Generale di brigata Ettore Monacci, comandante delle forze di terra italiane, col suo Stato Maggiore ed otto soldati di scorta, furono invece gli ultimi italiani a lasciare Messina, subito dopo di lui, a bordo di una Schnellboote della Kriegsmarine.

Nella tarda serata del 16 agosto un plotone rinforzato della compagnia L del primo tenente Ralph Yates del 1°/7° RCT della 3° divisione di Truscott, superata Spadafora e il Bivio Salica, entrò nella periferia ovest di Messina dirigendosi verso il centro città, ma fu alle 10,00 del 17 che l'intero 1°/157° RCT della 45° al comando di Anckorn entrò in città, con Patton alla testa, dopo che Truscott ebbe ricevuto sin dalle 07,00 la resa delle autorità civili ed un'ora dopo quella del console Michele Tomasello, comandante della 6° MILMART.
Tomasello accompagnò in città per organizzare l'entrata delle truppe il vice di Truscott, il Generale  William Willis Eagles. 
Questi da Patton ebbe una sola perentoria indicazione:
"I britannici non devono catturare la città dopo che l'abbiamo presa noi".

Ma non ci fu mai questo rischio: solo più tardi, infatti, superata alle prime luci dell'alba Tremestieri, a due miglia a sud di Messina, arrivarono in città i commandos  di John Churchill, attardati anche dall'aver dovuto superare un ponte fatto saltare su un profondo burrone (Garland e McGaw Smyth, cit., pag. 416).
Patton aveva battuto Montgomery.

Alexander inviò a Churchill questo telegramma:
"Alle ore 10 di stamane, 17 agosto 1943, l'ultimo soldato tedesco è stato scacciato dalla Sicilia e l'intera isola è ora in nostre mani".
Il bollettino di guerra italiano n. 1180 del 18 agosto 1943 così scriveva:

"La dura battaglia della Sicilia, che le truppe italo-tedesche hanno strenuamente combattuto per 40 giorni contro la soverchiante potenza delle forze anglo-americane di terra, del mare e del cielo, è finita ieri. Gli ultimi reparti di retroguardia hanno abbandonato l'estrema punta nord-orientale dell'isola e raggiunto la costa calabra, dove erano stati in precedenza traghettati i feriti, le altre unità e buona parte dei materiali".

MONTGOMERY SOPRAVVALUTATO?
Patton non avrebbe ottenuto il comando in Normandia, affidato ancora ad Eisenhower, mentre al contrario Montgomery sarebbe stato nominato comandante del XXI° gruppo d'armate e promosso nell'agosto 1944 a Field Marshal: sarebbe diventato nel dopoguerra capo di stato maggiore dell'esercito imperiale nel 1946 e vicecomandante supremo della NATO dal 1951 al 1958, prima di morire, 89enne, il 24 marzo 1976 ad Alton ed essere sepolto presso l'Holy Cross Churchyard, a Binsted, nell'East Hampshire.
Nonostante i suoi indubbi successi tuttavia la sua figura di stratega è stata pesantemente messa in discussione dall'americano Stephen Ambrose e dall'inglese Max Hastings, per i quali le sue vittorie sono state sempre ottenute in condizioni di enorme superiorità numerica e di mezzi contro nemici infiacchiti e demoralizzati dalla mancanza di rifornimenti, il che dimostra scarsa predisposizione al rischio.
Patton forse non esagerava quando diceva che "Montgomery si preoccupa più di non perdere una battaglia che di vincerla" e secondo l'irlandese Cornelius Ryan, autore de "Il giorno più lungo" (1959), e "Quell'ultimo ponte" (1974), dedicati rispettivamente allo sbarco in Normandia ed all'operazione "Market Garden", la prova lampante è proprio il fallimento di quest'ultimo, il più grande attacco aviolanciato della storia.
(V. http://www.panorama.it/cultura/loperazione-market-garden-fallimento-d-day/).

D'altronde, nonostante il tono vanaglorioso (ed ingeneroso per gli italiani, nemmeno citati) del telegramma di Alexander, in Sicilia lo sganciamento dell'Asse fu un successo, tanto che Sir Basil Henry Liddle Hart parlò di "mezza vittoria alleata".
L'Italia però era ormai pronta a capitolare e fu innegabilmente questo il vero successo di Husky.

I NUMERI FINALI
Gli italiani ebbero 4.678 morti, 36.072 dispersi, 32.500 feriti e 116.861 prigionieri, più 120 caduti tra i piloti e 153 tra i sommergibilisti, il che porta i caduti complessivi ad un totale di 4.951; tra i tedeschi vi furono 4.325 morti, 4.583 dispersi, 13.500 feriti e 5.523 prigionieri; gli americani ebbero 2.811 morti (più 9.892 per malaria), 791 dispersi, 6.467 feriti e 598 prigionieri; gli inglesi subirono 2.721 morti (più 11.590 morti di malaria) e 2.644 dispersi, 7.939 feriti e 461 prigionieri; i canadesi 562 morti, 1.664 feriti e 84 prigionieri.
La marina americana ebbe 546 caduti e 484 feriti, quella britannica 314 morti e 411 feriti.
L'USAAF ebbe 28 morti, 40 feriti e 88 dispersi.
Poterono però raggiungere l'Italia continentale 39.569 tedeschi (di cui 4.444 feriti), con 51 carri armati, 9.789 veicoli, 163 cannoni, 1.100 tonnellate di munizioni, 970 di carburante e 15.700 tonnellate di altro materiale, e ben 62.000 italiani (3.000 marinai), con 227 veicoli, 42 cannoni (38 anticarro), 12 carrelli e persino 12 muli!
Il risultato fu straordinario, non inferiore in proporzione a Dunkerque (che però non salvò nemmeno un cannone).

MORTI FUORI TEMPO MASSIMO PER LA RAGION DI STATO
Gli Ariete del 102°, scortati da 7 Folgore del 21° del capitano Trento Carotti e una quindicina tra Folgore e Veltro del 4° stormo di Reiner ritornarono all'attacco il 3 settembre tra Archi e Reggio Calabria e di nuovo il giorno dopo.
Giuseppe Cenni
Proprio quel 4 settembre, nell'ultima azione aerea contro gli Alleati, cadde il maggiore Giuseppe Cenni, comandante interinale del 5° stormo, uno dei nostri migliori assi (8 abbattimenti, due navi affondate, una fuori combattimento, due promozioni di guerra, 6 medaglie d'argento, la croce di guerra e quella di ferro di seconda classe tedesca).
I 12 Re. 2002  (il maggiore Cenni, il tenente Renato Moglia, il maresciallo Aldo D'Agnino ed il sergente Faliva del 102°, ed il capitano Dino D'Ottaviano, i tenenti Carlo Graziani, Ugo Bassi, Eolo Morichelli d'Altemps, Felice Fox, i sottotenenti Paolo Ruggero e Stelio Zaganelli ed il sergente Walter Banfi del 101°), decollati alle 11,25, lanciarono 30 torpedini da 100 chili tra Villa San Giovanni e Reggio Calabria, affondando 4 mezzi da sbarco, e mitragliarono concentramenti di truppe a Gattico, ma vennero intercettati a bassa quota dagli Spitfire IX del 111° FS di Urquhart Hill di scorta a dei Kittyhawk sudafricani, mentre altri Spitfire V del 243° di Mackie si lanciavano più in alto contro i Macchi di scorta, incapaci come sempre di seguire gli Ariete in picchiata.

Cenni (M.M. 7340) precipitò in fiamme sulla Sila nel vano tentativo di sfuggire ai 4 Spitfire IX del Fl. Off. I.F. Kennedy e dei sergenti R. Trowbridge, R. Gray ed A. Eccleson, e con lui morirono il tenente Renato Moglia, di Ronco Biellese (VC), e sotto i colpi degli Spitfire V il sottotenente milanese Aldo Vitale, pilota di un Veltro, mentre il sergente Walter Banfi dopo aver abbattuto due Spitfire venne colpito anch'esso, salvandosi col paracadute. 
Gli italiani abbatterono 6 Spitfire, ma gli inglesi confermarono solo il Mk. IX del sergente M.S. Murray, reclamato dal capitano Luigi Mariotti, comandante del 9°.
Proprio il giorno prima, però, il 3 settembre 1943, con il Settentrione italiano industriale messo in ginocchio dai continui bombardamenti di Avro Lancaster e Halifax, lo sconosciuto Generale di brigata Giuseppe Castellano aveva firmato Santa Teresa Longarini, presso Cassibile, il cosiddetto "Armistizio corto", controfirmato dal Brigadiere Generale americano Walter Bedell Smith, capo di Stato Maggiore di Eisenhower.
I nostri ignari piloti erano stati mandati a morire per la "Ragion di Stato", per coprire di fronte ai tedeschi il nostro imminente voltafaccia!!!
(Si veda http://surfcity.kund.dalnet.se/italy_cenni.htm).


Bedell Smith firma l'armistizio: in borghese, vestito di nero, Castellano
Cenni e Moglia ebbero la medaglia d'oro alla memoria, Vitale quella d'argento: i loro corpi, seppelliti a San Luca, nel 1948 furono traslati nei rispettivi paesi di origine.
Proprio a Cenni sarebbero stati intitolati il non più esistente 5° stormo ed il 102° gruppo, ora nel 6° stormo di Ghedi (BS), sulle cui derive dal 1993 è presente il suo caratteristico segnale radio d'attacco, "Valzer ragazzi!"

Dei 56 Ariete II iniziali del 5° stormo all'8 settembre ne restavano 24, di cui solo 12 operativi.


72. NUOVE VITE IN UN'ITALIA NUOVA
                                         
Il Generale di Divisione Domenico Chirieleison, comandante della Livornodecorato con la medaglia d'argento, aderì alla RSI e fu nominato l'1 gennaio 1944 responsabile militare di Roma Città Aperta, ma iniziò a collaborare segretamente con gli americani e il CLN, meritandosi nel 1953 la croce di Ufficiale dell'Ordine Militare d'Italia.
Sopravvisse fino agli anni '70.
L'artigliere Bruno Causin, caporale puntatore della 9° batteria del III°/54° Napoli, aggredito da febbri malariche e ricoverato all'ospedale militare di Castroreale Terme (ME), venne fatto prigioniero dagli americani il 15 agosto e trasferito al campo di prigionia n. 211 in Algeria fino al 30 giugno 1945, quando tornò in Italia: è tuttora vivente, insignito della croce di guerra al merito, caporalmaggiore a titolo onorifico.
Il tenente colonnello Dante Ugo Leonardi, di Marsala (TP), promosso colonnello, autore di "Luglio 1943 in Sicilia" (Soc. Tip. Modenese, 1947), chiuse la carriera da Generale di Corpo d'Armata cercando sempre fino alla morte, avvenuta a Bari il 17 dicembre 1974, di mantenere i contatti coi suoi ragazzi, soprattutto col tenente di complemento Aldo Sampietro, capo plotone della 12° mortai, valtellinese di Santa Margherita Valfurva (SO): per anni  creduto morto sulla piana ed invece rimasto solo ferito ed incosciente, avrebbe fatto l'albergatore e poi il consulente del lavoro a Rapallo, morendo centenario il 30 novembre 2011.
Il sottotenente di complemento Aldo Busatti, capo plotone dell'11° mitraglieri, senese di Radicondoli, l'avrebbe preceduto, 87enne, nel 2008: tornato nel 1946 dall'Egitto avrebbe insegnato italiano e storia alle superiori, ottenendo al momento della pensione, nel 1985, la medaglia d'oro da benemerito della scuola, della cultura e dell'arte.
I due capitani in s.p.e. d'artiglieria, gli amici Ettore Ippolito, di Barrafranca (EN), l'eroe del Bivio Gigliotto, e Luigi Scimè, di Racalmuto (AG), noto per aver salvato i 6 pezzi della sua batteria, gli unici del 28° sopravvissuti, sarebbero entrati nelle formazioni autonome R della Resistenza in Val Pesio: il primo da comandante della brigata Odino-San Giorgio avrebbe partecipato alla liberazione di Genova: tornato nell'esercito e divenuto colonnello, si sarebbe spento 57enne a Bologna nel 1964; il secondo da comandante della 5° divisione Alpi avrebbe liberato Mondovì: decorato con la medaglia d'argento, sarebbe vissuto fino agli anni '90.
Il sottotenente d'artiglieria in s.p.e. Manlio Siddi, invece, decorato con la seconda medaglia di bronzo per i fatti di Agira, continuò fino al grado di Maggior Generale Ispettore alle soglie degli anni '90.
Tre giorni prima di morire, 92enne, il 29 aprile 2012 a Roma, sentì al telefono per la prima volta dopo 69 anni il suo ex caporale puntatore, il 90enne Angiolino Guagnini, di Alzano Scrivia (AL), che aveva salvato inviandolo a Regalbuto poco prima dello scontro di Agira su richiesta dei tedeschi: gli aveva così consentito di sposarsi, avere un figlio, dei nipoti, e di pubblicare "La guerra nei miei occhi", edito nel 2012 da Tipografia FADIA Soc. Coop. (v. QUI).

Il Generale di Divisione Achille d'Havet, comandante della 206° costiera, ritornato in Italia il 26 dicembre 1943, venne messo a riposo il 1° marzo 1945 e decorato col titolo di Cavaliere dell'Ordine Militare d'Italia il 24 novembre 1947. Autore nel 1954 del saggio "L'artiglieria da montagna- I genieri alpini", sarebbe morto a Roma il 21 aprile 1966.
Il capitano d'artiglieria Guglielmo Tarro, della 491° batteria di Santa Croce Camerina, solo nel 1945 sarebbe tornato in Italia dalla prigionia in New Jersey: diventato tenente colonnello a titolo onorifico e premiato con la croce di guerra e poi col titolo di Cavaliere della Repubblica, è morto a 102 anni nel 2015 (ringrazio il figlio Antonio per le informazioni).
Il capitano pilota Giulio Reiner, comandante della 73° squadriglia, un asso con 10 vittorie individuali, 8 probabili, 57 condivise e 3 aerei distrutti al suolo, medaglia d'argento e di bronzo al valor militare e croce di ferro tedesca di seconda classe, dopo aver combattuto nei Balcani con l'aeronautica cobelligerante si congedò da maggiore nel 1949: ingegnere a Como, pur volando ancora col locale Aero club, lì sarebbe morto 87enne il 6 settembre 2002.
Il colonnello Felice Bartimmo Cancellara, comandante del 146° reggimento costiero, sarebbe ritornato agli amati studi classici prima di spegnersi 76enne il 24 gennaio 1956.
Il sottotenente di complemento Ettore Cosenza, capo plotone della 1° compagnia del CCXXXIII° semoventi, di Calvera (PT), entrò nella Resistenza e diventò comandante della divisione garibaldina Val di Ceno, e dopo una vita trascorsa insegnando lettere al liceo morì neo 71enne il 25 novembre 1990.
Il suo comandante di compagnia, il tenente in s.p.e. Mario Pittigliani, entrato nell'esercito cobelligerante continuò la carriera militare fino al 1979: divenuto nei suoi ultimi anni antiquario, sarebbe morto il 12 novembre 2010, a 90 anni compiuti.
Il sottotenente in s.p.e. Ugo De Cesare, per mesi creduto morto ed invece catturato e curato dal nemico, pur mutilato di un braccio sarebbe diventato valentissimo notaio, avvocato rotale e professore universitario, per poi spegnersi 81enne nel 2001.
Il capitano Franco Calissoni della 2° compagnia, sostituito a fine agosto al comando del battaglione dal maggiore Venceslao Rossi (poi deportato in Germania dopo aver combattuto contro i tedeschi il 9 settembre al comando di 10 carri M 13 e 2 semoventi da 75/18, meritandosi una medaglia di bronzo), si fermò a Roma all'Autocentro e con l'arrivo degli americani passò a dirigere un reparto della PAI: nel dopoguerra, laureatosi in agronomia, si sarebbe affermato come imprenditore vinicolo e per un anno fu negli anni '60 sindaco di Aprilia.
Sarebbe morto 87enne l'1 aprile 2001, col grado di Maggior Generale in congedo, non prima di aver subito la dolorosa esperienza del rapimento in Sardegna, il 19 novembre 1983, della moglie 57enne Anna Bulgari e del figlio 17enne Giorgio, entrambi rilasciati alla vigilia di Natale, ma con Giorgio mozzato di un orecchio.
Il sottotenente di complemento Mario Pochetti, capo plotone della 3° compagnia, di Palombara Sabina (RM), sarebbe diventato sindacalista prima e politico poi, più volte eletto deputato del PCI, divenendo anche segretario d'aula alla Camera: ritiratosi dalla politica tre anni prima, sarebbe morto 69enne il 20 settembre 1990.
Il sottotenente in s.p.e. Litterio Villari, anche lui capo plotone della 3°, si mise a disposizione dell'esercito cobelligerante e nel dopoguerra, laureatosi in agraria a Bologna, affiancò ad una brillantissima carriera nel Servizio Tecnico dell'esercito una notevole attività di divulgatore storico sulla sua Piazza Armerina: sarebbe morto a Roma da Generale Ispettore il 9 maggio 2004, un mese dopo il suo 83esimo compleanno.
A suo figlio Pierluigi ed al suo "L'Onore dimenticato - I ragazzi della Divisione Livorno" devo molto per la stesura di questo pezzo.

L'ARRESTO E LA SCARCERAZIONE DI GUZZONI
Alfredo Guzzoni venne addirittura accusato di tradimento l'1 ottobre 1943 dal giornale "Il Regime Fascista" diretto dal gerarca Roberto Farinacci nell'articolo "Badoglio ed i suoi generali", seguito da un altro dello stesso tenore il 23.
Tre giorni dopo, il 26 ottobre, il 66enne generale venne arrestato, ma Kesserling lo fece rimettere in libertà, ottenendo anche che l'Agenzia Stefani il 21 novembre scrivesse:
"Elementi non autorizzati hanno tratto in arresto il gen. Guzzoni. Il comando germanico ha dichiarato (...) [che] il generale Guzzoni fino all'ultimo ha fatto il suo dovere come soldato ed alleato nel modo più insigne".

Purtroppo però la fabbrica della propaganda era ormai avviata: si saldavano gli interessi della neonata RSI, per gettare fango sul "traditore" Badoglio e su un Regio Esercito rimasto fedele al Re e non al Duce sviando l'attenzione dalle responsabilità del Fascismo, quelli del Governo del Sud per tenersi buoni gli Alleati, quelli del CLN per sganciarsi da una guerra sentita come solo fascista fino al 7 settembre 1943 ed ovviamente quelli degli Alleati, cui conveniva mantenere una riconoscente Italia ridotta a zerbino in vista dell'incombente "guerra fredda".
Purtroppo le conseguenze di tutto questo, gli stereotipi, la poca credibilità internazionale, l'ignoranza dei fatti da parte delle giovani generazioni, l'Italia le paga ancora oggi.
Alfredo Guzzoni sarebbe morto a Roma il 15 aprile 1965, poco più di due anni dopo Frido von Senger, morto a Friburgo, in Brisgovia, il 9 gennaio 1963: un uomo specchiato, amico degli italiani, dell'arte e di Cristo, come avrebbe dimostrato quando, al comando del 14. Panzerkorps impegnato a Cassino, avrebbe salvato le opere d'arte dell'abbazia benedettina (v. QUI).

QUINTO ATTO 
LE STRAGI DIMENTICATE DEGLI ALLEATI

73. LE "MAROCCHINATE"

Con l'espressione "stragi dimenticate" mi riferisco soprattutto a quelle delle truppe americane, ma non posso non comprendervi anche le cosiddette "marocchinate" dei goumiers, i fanti coloniali irregolari africani del 4° tabor (battaglione) inquadrato nel CEF (Corps Expéditionnaire Français) del Generale Alphonse Juin, per lo più marocchini ma anche senegalesi, algerini, tunisini, aggregati alla 3° divisione di Truscott, resisi autori di saccheggi, furti e stupri tra Capizzi e Cerami (v. QUI e QUI), che scatenarono atroci rappresaglie della stessa popolazione.
Il Museo internazionale delle guerre mondiali di Rocchetta al Volturno (IS), un museo privato curato dai sigg.ri Johnny Capone e Filippo Sparacino, conserva la copia di un dispaccio del maggio 1944 a firma dello stesso Juin in cui è scritto tra l'altro (v. Il Giornale, lunedì 12 settembre 2016, pagg. 16-17):
"Sarete i padroni di ciò che troverete. Nessuno vi punirà per ciò che farete e ciò che prenderete..."
Gli abusi si sarebbero infatti ripetuti assai in peggio, arrivando fino agli omicidi, anche in continente, soprattutto nelle province di Frosinone e Latina (v. QUI), a danno pure di preti e suore (si veda QUI), tanto da ispirare ad Alberto Moravia il romanzo "La ciociara", poi trasposto nel film omonimo di Vittorio De Sica, con Sofia Loren  protagonista principale.

74. LE STRAGI DI CIVILI 

Nei giorni tra il 13 ed il 14 luglio si verificarono almeno tre stragi americane di civili inermi:

1) PIANO STELLA DI CALTAGIRONE - Qui un carro Sherman il 13 luglio in seguito a degli spari contro due soldati americani mitragliò Casa Smerlo (Podere n. 24), uccidendo Filippo Noto e Francesco Marcinò, entrambi 33enni, e ferendo gravemente un terzo, il padre di quest'ultimo, Nicolò. 
Sempre a Piano Stella nel pomeriggio paracadutisti dell'82° impegnati nella ricerca di un agronomo romano, un ex squadrista, tale Fiore, detto "l'Ingegnere", consulente e dirigente tecnico del Borgo, accusato per lo storico gelese Nunzio Vicino di aver ucciso con un colpo di pistola alla testa un loro compagno disceso nel vicino Bosco Terrana davanti a casa sua e rimasto ferito (la stessa zona e le stesse ore in cui ci fu lo scontro col Gruppo mobile H di Cixi), fucilarono per rappresaglia in una radura poco distante, accanto a una casa rurale di un certo Puzzo adiacente ad un vigneto (Podere n. 26), 6 contadini del luogo: Giuseppe Ciriacono, dalla cui casa era appena andato via il ricercato, il figlio 12enne Nicolò, Giovanni Curciullo col figlio 16enne Sebastiano, Giuseppe Alba e Salvatore Sentina. 
Un altro figlio giovanissimo di Giuseppe Ciriacono si sarebbe salvato solo perché all'ultimo uno dei soldati lo allontanò: suo figlio Gianfranco avrebbe parlato di questo e di tutti gli altri episodi tanti anni dopo in un documentatissimo libro scritto a sue spese: "Le stragi dimenticate" (Ragusa, Tipografia Cooperativa Cdb).

2) VITTORIA - In Contrada Terra dei Pupi vennero uccisi addirittura ben 12 civili, probabilmente ad opera di paracadutisti del 2°/505° PIR del maggiore Alexander.
Tra i caduti si annoverano il podestà di Acate, Giuseppe Mangano, capomanipolo nella vita militare e maestro elementare in quella civile, il fratello Ernesto, capitano  medico in licenza dall'Ucraina, ed il figlio diciassettenne Salvatore Valerio detto Alberto.
Tutti costoro stavano fuggendo a bordo della nuovissima Lancia Augusta di Mangano, vinta da poco alla Lotteria Nazionale, da Acate verso Modica, dal fratello Gaetano, vicesegretario comunale della cittadina, insieme con la moglie di Mangano, Carmela Albani, una sua amica maestra elementare sfollata da Messina e la donna di servizio.
Subito dopo il casello ferroviario, alla periferia della cittadina, la loro macchina venne fermata da soldati nemici: mentre il podestà reclamava a voce alta il rispetto della Convenzione di Ginevra sui civili in zona di guerra, i militari, piuttosto insolenti verso le donne e, sembra, abbastanza brilli e assai bruschi verso gli uomini, notarono la sua camicia nera e la "cimice" del PNF al bavero e probabilmente si insospettirono, anche perché il fratello Ernesto aveva indosso la giacca del pigiama, come se volesse nascondere la sua identità.
Allontanate le donne verso una casa vicina, fecero alzare le mani agli uomini e, dopo averne presi altri prigionieri, tutti civili, li fecero sfilare fino al caseggiato rurale Iacona: quivi giunti, alle 19,00 di quella sera, dopo averli fatti allineare al muro, li  uccisero tutti con una scarica di mitra nonostante il figlio di Mangano cercasse di impedirlo, lanciando un sasso contro i fucilatori dopo essersi divincolato, con l'unico risultato di essere ucciso anche lui con un violentissimo colpo di baionetta sotto la guancia sinistra (Fabrizio Carloni, in "Le atrocità alleate in Sicilia", articolo su Storia e battaglie, aprile 2009, e nel saggio "Gela 1943: Le verità nascoste sullo Sbarco americano in Sicilia", 2013).
Tutti i corpi, tranne quello di Ernesto Mangano, mai più ritrovato come la macchina con le pietre preziose all'interno, furono recuperati da un parente del podestà, Rosario Migliorisi, insieme a quelli di 18 militari italiani.

3) CANICATTÌ - Non posso poi non citare qui la strage di Canicattì  (v. QUI), in cui 6 civili inermi, tra cui una bambina di 11 anni, vennero uccisi dalla polizia militare alle 18,00 circa del 14 luglio all'interno della saponeria Narbone-Garilli mentre cercavano di impadronirsi dei prodotti, su ordine del tenente colonnello George Herbert McCaffrey del 15° RCT della 3° divisione di Truscott,  neo nominato governatore militare di Canicattì: nel registro dei morti figurano Diana Antonio, 50 anni, bracciante; Messina Vincenzo, 40 anni, contadino; Salerno Giuseppe, 31, nato a Villalba, bracciante; Corbo Vincenzo, 22, contadino; La Morella Alfonso, 43, contadino; Todaro Vincenza, 11, "scolara".
Sul posto era presente, come interprete del servizio di spionaggio, un siculo-americano, Salvatore J. Salemi, padre di Joseph S. Salemi, professore alla New York University ed al Brooklyn College: sulla scia dei ricordi del padre quest'ultimo avrebbe rivelato che a sparare sarebbe stato proprio McCaffrey, intervenuto sul posto con i militari su denuncia di un civile italiano, e che l'uomo, pur dicendo di voler solo arrestare i saccheggiatori, era in realtà andato lì già con la volontà di uccidere, tradita dallo sguardo e dalla postura.
Così, quando già erano stati fatti molti arresti, ordinò improvvisamente all'inorridito sottotenente ed ai G.I. della polizia militare di sparare sulla folla, senza alcun risultato, ed al loro rifiuto fu proprio lui ad estrarre la Colt 45 dalla fondina ed a scaricare a bruciapelo su di essa da non più di tre metri ben tre caricatori da 7, ammazzando sul colpo i sei poveracci!
I morti furono comunque di più: almeno un altro ragazzino venne colpito allo stomaco e morì poco dopo, tra atroci sofferenze.
McCaffrey non pagò mai nulla per il suo operato criminale, tanto da chiudere la carriera con un alto incarico governativo durante la Guerra di Corea, tenuto fino alla morte, nel 1954.

75. PASSO DI PIAZZA

Qualche giorno prima, la mattina del 10 luglio, a Passo di Piazza, sulla S.S. 115 per Ragusa, a soli 8 chilometri da Gela, 15 carabinieri al comando dell'anziano vicebrigadiere Carmelo Pancucci di Agrigento avevano istituito in un casale un presidio per la vigilanza della strada ferrata che correva verso il mare: avvistati i paracadutisti avevano subito aperto il fuoco, ma dopo averne ucciso uno, ormai inquadrati dal preciso tiro navale, proprio Pancucci aveva ordinato di esporre alle finestre una tovaglia ed un lenzuolo bianchi.
Gli 8 superstiti, già disarmati e perquisiti, sarebbero stati però poco dopo allineati al muro vicino al pozzo con le mani sulla testa e mitragliati a bruciapelo alla schiena da altri paracadutisti sopravvenuti, insospettiti dopo aver scovato nelle altre stanze dei contadini che vi si erano nascosti!
Morirono sicuramente tre carabinieri, tra cui Michele Ambrosiano, un anziano richiamato di Sommatino, 42enne padre di cinque figli (fino agli anni recenti la sua figlia maggiore Annamaria avrebbe serbato rancore verso Pancucci, per aver dato l'ordine di sparare, e verso lo Stato italiano, per aver lasciato cadere in miseria la sua numerosa famiglia senza assistenza e con una pensione di 500 lire al mese) e con ogni probabilità Donato Vecce e Antonio Di Vetta.
A salvarsi furono Pancucci ed i giovani Nicola Villano di Avellino, ferito gravemente, Francesco Caniglia di Oria (BR) e Antonio Cianci di Stornara (FG), l'uomo cui si deve la rivelazione pubblica dei fatti nel 2009, sempre grazie allo storico locale Fabrizio Carloni (cit.)
Il Diario storico della legione dei carabinieri di Palermo, in un documento del 29 febbraio 1944 a firma del colonnello comandante Lauro Andreoli, cita come "deceduti per eventi bellici" i nomi di Ambrosiano, Vecce e Di Vetta, e come "caduti in mani nemiche", oltre a Pancucci, Villano, Caniglia e Cianci, anche Giuseppe Di Giovanni, Nicolò Gambino, Aldo Gianni, Alessandro Giannini, Mario Imbratta, Raffaele Matera, Annibale Musilli, Giuseppe Rodio, Gaetano Vitellaro: costretti a marciare in colonna fino alla spiaggia, compresi i feriti, vi avrebbero sostato all'addiaccio per tre giorni prima di essere imbarcati per l'Algeria.

76.  BISCARI

LA PRIMA STRAGE
Al termine della sanguinosa battaglia per l'aeroporto di Santo Pietro, il capitano John C. Travers Compton della compagnia C del 1°/180° RCT della 45° divisione di Middleton,  presi prigionieri 34 italiani, avieri e mitraglieri del CLIII° battaglione, quasi tutti veneti e bresciani, alcuni in borghese, tutti laceri e diversi feriti, li fece sfilare in una doppia colonna insieme a 2 tedeschi, gli fece togliere scarpe, vestiti e oggetti di valore e, dopo un breve consulto col sergente Hair in cui risuonò la parola "snipers" (cecchini), li costrinse a scavarsi le buche, disposti in fila per due, per poi farli fucilare sul posto da un plotone di 11 uomini, scelti tra ben 24 volontari, che comandò personalmente.
Caddero in tanti: si conoscono i nomi del 25enne Battista Piardi, bresciano di Pezzaze, sposato da un anno; di Mario Zani, contadino d'Iseo; del 23enne Leone Pontara di Concesio; e poi Attilio Bonariva di Lozio (BS); i bresciani Gottardo Toninelli e Pietro Vaccari; il veneto Aldo Capitanio; il caporale Luigi Giraldi di Brescia; Angelo Fasolo di Camin (PD); il siciliano Salvatore Campailla, postino a Nervi; Sante  Zogno di Lodi; Luigi Ghiroldi di Darfo (BS).
Si salvarono solo due militari italiani, buttandosi un attimo prima tra i rovi e i canneti del vicinissimo torrente Ficuzza, il caporale veneto Virgilio De Roit, compaesano di Capitanio, ed il soldato semplice bresciano Silvio Quaiotto, che sarebbero infine riusciti a fuggire nascondendosi presso delle famiglie del posto per poi ritornare alla fine della guerra a casa. 
Un terzo fuggitivo, Elio Bergamo, anconetano, dopo aver sollevato la testa dall'acqua per respirare venne visto ed ucciso con un colpo di fucile in piena fronte.

LA SECONDA STRAGE
Poco più tardi, al termine dell'azione contro i trinceramenti ed i bunker di Santo Pietro la compagnia A del tenente Duncan rastrellò 37 soldati italiani e 4 tedeschi, trovati in una caverna nei pressi dell'aeroporto.
Ricevutili in consegna, il maggiore Roger Denman li affidò al sergente Horace T. West affinché li portasse nelle retrovie innanzi al G-2 del reggimento, il capitano Albert Fricke: il graduato obbedì, chiamando a sé il sergente Haskell Y. Brown, il caporale Michael Silecchia ed i soldati Amerigo BossoWilliam PastoreHerman ReddaJerry Browne ed Ewald Wilhelm.
West, sposato, con due figli, si era arruolato nella Guardia Nazionale dell'Alabama dopo essere stato licenziato dal suo lavoro di cuoco a seguito della crisi del '29: era ritenuto duro, esperto, capace ed inflessibile, tuttavia le carte del processo presso la Corte Marziale dimostrano che al momento del fatto non dormiva da tre giorni e per molti testimoni  era "fuori di testa".
Fu così che, giunto nei pressi di un uliveto vicino a Piano Stella dopo un chilometro e mezzo di marcia a piedi, si fece consegnare da Browne un Thompson ed intorno alle 12,00 del 14 luglio si mise a sparare personalmente contro tutti quei "sons of bitch".
Si salvò solo l'aviere 26enne Giuseppe Giannola, di Palermo.



Giuseppe Giannola
Incredibilmente ferito solo ad un polso, il giovane si finse morto per oltre due ore, poi, dopo aver visto da lontano due soldati americani con la fascia al braccio con la croce rossa li chiamò in aiuto, ricevendo sul posto le prime cure: gli fu detto di aspettare un'ambulanza, ma ad arrivare fu invece una jeep con due G.I. che, insospettiti, gli chiesero se fosse italiano e, alla risposta positiva, gli spararono ancora da distanza ravvicinata con il Garand, lasciandolo per morto a terra, col polmone trapassato da parte a parte. 
Ma Giannola incredibilmente era ancora vivo: l'ambulanza arrivò veramente di lì a poco, lo raccolse e lo portò all'ospedale da campo di Scoglitti, da dove venne trasportato in aereo due giorni all'ospedale inglese di Biserta e poi in altri ospedali in Nord Africa, fino a rientrare in Italia il 18 marzo 1944 all'ospedale militare di Giovinazzo (BA).
Alla fine della guerra Giannola denunciò tutti i fatti al Comando Aeronautica della Sicilia, che lo credeva addirittura un disertore, ma non vi fu alcun seguito per ovvie ragioni di opportunità politica: solo nel 2004, dopo quasi sessant'anni, il Procuratore militare di Padova, impegnato in un'indagine sul capitano Compton, incontrò l'ormai 87enne Giannola insieme col figlio Riccardo.
Nel 2009 l'uomo sarebbe stato ricevuto al Quirinale dal Generale Rolando Mosca Moschini, consigliere militare del Presidente Napolitano, e nel giugno 2012 avrebbe finalmente ricevuto l'onorificenza di Ufficiale della Repubblica Italiana.
È morto serenamente nel suo letto a 99 anni, il 5 dicembre 2016 (v. QUI).

LA TERZA STRAGE
Stefano Pepi e Domenico Anfora, autori del saggio "Obiettivo Biscari" edito da Mursia (col sottotitolo "9-14 luglio 1943: dal ponte Dirillo all'aeroporto 504"), ed il tenente colonnello Giovanni Iacono, che ne ha scritto la prefazione, si sono imbattuti nella testimonianza di un contadino allora 15enne, Luigi Lo Bianco, che vide dei fanti americani far allineare e poi fucilare 7 soldati italiani, tra cui 3 camicie nere, in Contrada Saracena, tra Biscari e Caltagirone, lungo il muro di cinta di Villa Cona.
Grazie allo storico di Acate Antonio Cammarana e ad Andrea Augello, che ha consultato in prima persona l'Albo d'Oro dei Caduti in guerra, si è riusciti a identificare almeno le tre camicie nere, tutte appartenenti alla 19° batteria da 76/40 del XXXI° gruppo MACA: si tratta del vice capo squadra Colombo Tabarrini, un reduce della grande guerra invalido ai piedi per congelamento (!!!) nato nel 1895 a Foligno (48 anni!), di Angelo Maisano, nato a Messina nel 1891 (52 anni!!), e di Luigi Poggio, nato a Genova nel 1905 (il più giovane, solo 38 anni!!!)
La testimonianza di Lo Bianco è sostanzialmente corroborata da quella di un cappellano militare americano, il tenente colonnello William E. King, il quale nella denuncia scritta fatta al Comando americano per chiedere l'apertura di un'inchiesta scrisse testualmente:
"Alle 13,00 del 15 luglio 1943, mentre mi stavo recando al posto di Comando del 180° Reggimento di fanteria, a circa 2 Km a sud di Caltagirone, sul punto di coordinate 457454, ho osservato una fila di corpi stesi vicino al ciglio della strada principale in un piccolo vicolo, che confluisce sulla strada principale da est (...) Quando tornai dalla linea del fronte, mi fermai nel posto già citato e osservai con attenzione i corpi che avevo visto andando al fronte. C'erano 8 corpi di italiani che erano stesi in fila, 6 a faccia in giù e 2 a faccia in su. Erano stati fucilati esattamente nello stesso modo  di quelli osservati a sud dell'aeroporto di Biscari, tranne che questi non erano stati fucilati alla testa e che parecchi corpi avevano più di una ferita alla schiena ed al petto".
Il posto indicato del ritrovamento di quei poveri cadaveri dovrebbe coincidere con Via Giombattista Fanales, angolo strada Aeroporto di Biscari-Caltagirone.
Le differenze tra le due versioni sono minime e la zona indicata è più o meno la stessa: si tratta con ogni probabilità del medesimo episodio, visto sotto due prospettive diverse.
Il riferimento alla Contrada Saracena fatto dall'allora 15enne Lo Bianco, però, ci rimanda all'episodio raccontato da un sottotenente senza nome al maggiore Stefano Argenziano del Gruppo mobile F di Rosolini: la fucilazione proprio in quella località di alcune persone, tra cui una donna, colpevoli solo di portare i vestiti neri del lutto a causa di un funerale e scambiati quindi incredibilmente per fascisti in divisa!!!
Secondo l'ex direttore amministrativo dell'Ospedale Cannizzaro di Catania, il Dott. Michele Sinatra, nativo di Caltagirone e vissuto presso l'aeroporto di Biscari sin da bambino, un giorno l'ormai defunto Gesualdo Mineo gli rivelò che in Contrada Saracena i tre uomini della Milizia vennero fucilati insieme a cinque civili, vestiti di nero per un lutto familiare.
Manca poco forse per risolvere il misterosembra che già ci siano delle ipotesi sui nomi e persino sul luogo della sepoltura, tutto ciò che è stato raccolto è stato consegnato ai carabinieri e consegnato all'autorità giudiziaria (QUI).
I crimini di guerra non sono prescrivibili ma hanno due nemici: l'oblio e la volontà di perseguirli. 

77. COMISO

Un testimone oculare, il giornalista inglese Alexander Clifford, in vari colloqui ed in alcune lettere di recente rese pubbliche affermò che a Comiso dopo lo scontro per l'aeroporto ben 60 prigionieri italiani disarmati vennero fatti scendere da un camion e massacrati con una mitragliatrice e dopo pochi minuti la stessa sorte toccò ad un gruppo di 50 tedeschi.
Inorridito da questa scena, il reporter cercò di bloccare la mattanza avvertendo un colonnello, ma ormai tutto era finito e solo tre soldati respiravano ancora...
Clifford (v. QUI) avrebbe denunciato tutto a Patton, ma quest'ultimo nonostante le promesse in realtà non mosse un dito e ancora una volta tutto cadde nel dimenticatoio, anche perché fino alla morte il giornalista si rifiutò di deporre contro di lui.
Eppure Warren P. Mansell, nel libro "The Story of a Regiment-A History of the 179th Regimental Combat Team", edito a New York nel 1946, scrive (pag. 14) che quando un MP della 45° divisione incaricato di far caricare sui camion i prigionieri di Comiso si accorse che essi erano 235, cioè 35 in più di quelli effettivamente trasportabili, fece allineare sulla strada quelli in più e li falciò tutti personalmente col mitra.
Questo soldato sarebbe stato successivamente arrestato, sommariamente processato e punito con l'ergastolo a Fort Leavenworth, ma in mancanza del nome dell'imputato e di altri dati certi è impossibile risalire alla relativa sentenza di condanna.
I numeri ufficiali sui caduti, in effetti, sia da parte tedesca (l'agenzia Deutsche Dienstelle di Berlino parla per la zona di Comiso di 16 tra caduti e dispersi, dandone pure i nomi) che per gli italiani (nelle liste risulterebbero 4 caduti tra carristi, avieri e camicie nere), non sembrano corrispondere, anche se sono tutti probabilmente viziati da imprecisioni e non esaustivi, però la 46° compagnia Graves Registration di Gela in un rapporto del 28 marzo 1944 parla di 60 caduti seppelliti prima al cimitero dell'aeroporto di Comiso e poi traslati a Gela-Ponte Olivo (23 italiani, di cui 9 ignoti, e 33 tedeschi, di cui 10 ignoti, oltre a 4 di nazionalità sconosciuta): degli italiani, 11 sarebbero fanti costieri, probabilmente appartenenti al 178° reggimento, poi ci sarebbero una camicia nera del CLXIX° battaglione, un aviere della base, ed il resto di unità non identificate; dei tedeschi, in parte sovrapponibili a quelli indicati da Berlino, 6 sarebbero della Goering, altri avieri, ma la maggioranza apparterrebbe ad unità non identificate.
Questo porterebbe nel complesso a circa una quarantina di caduti non identificati, per la maggior parte addetti ai servizi o tecnici della linea volo, lontani certo dai 110 indicati da Clifford ma non distanti dai 35 di cui parla Mansell da mettere forse in relazione con le parole del diario del generale americano McLain, il quale scrisse di un gruppo di prigionieri tedeschi che cercò di fuggire a bordo di un camion, con uno di essi che sparò con una pistola contro il capitano Hatter del 3°/179° dando il via ad un fitto scambio di colpi: al termine della sparatoria, gli americani "presero prigionieri quelli rimasti" (v. Domenico Anfora, in "La battaglia degli Iblei", cit., pagg. 139- 141).

78. IL VERO RESPONSABILE

Anche se Compton e West sono stati i responsabili materiali delle due prime stragi, la responsabilità morale non può non farsi risalire proprio a George Patton in persona (che d'altronde cercò di far passare i soldati uccisi come cecchini o caduti in combattimento, "tanto ormai sono morti e non ci si può fare più nulla", pare disse a Bradley, v. http://www.nonsolobush.it/page9.php).
Non alla luce di quanto accaduto sulla spiaggia di Mostagem in Algeria il 27 giugno, quando proprio Patton, parlando a uomini della 45° divisione, urlò loro, riferendosi ai soldati italiani, le seguenti testuali parole:
"Se si arrendono quando tu sei a duecento iarde da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! E' finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!"
Proprio a queste testuali parole si riferirono sia West che Compton, che le avevano udite continuamente ad alto volume dagli altoparlanti sulle navi per tutta la traversata fino alla Sicilia, per giustificare il loro operato quando, nel corso di un processo di fronte alla Corte Marziale tenuto segretato per anni, deposero su quei fatti dopo la denuncia di King a Bradley tramite l'ispettore dell'armata, facendo anche notare che proprio "Kill the Italians " (Uccidi gli italiani)era la parola d'ordine dell'operazione.
Il processo contro West e contro Compton si aprì a settembre.
Ebbene, dalle deposizioni rilasciate nei verbali dai due imputati e dai loro commilitoni emerge che c'era in quelle truppe la convinzione assoluta che Patton veramente non volesse prendere vivi gli italiani, anche se si legge che alcuni soldati chiamarono disperatamente il Reverendo King, indicandogli la catasta dei corpi crivellati dal sergente West: "E' una follia, stanno ammazzando tutti i prigionieri! Siamo venuti in guerra per combattere queste brutalità, non per fare certe porcherie. Ci vergogniamo di tutto quello che sta accadendo".
King andò immediatamente al comando del reggimento, ma lungo il tragitto vide un recinto di pietra, probabilmente un ovile, pieno di italiani prigionieri. La sua deposizione a verbale recita così: "Quando mi sono avvicinato, il caporale di guardia mi ha salutato così: "Padre, sei venuto per seppellirli?" "Cosa stai dicendo?", replicai io. Il caporale rispose: "Loro sono lì, io sono qui col mio mitra Thompson, tu sei lì. E ci hanno detto di non fare prigionieri" ".
A quel punto, King saltò su un masso e urlò a tutti: "Non potete ucciderli, i prigionieri sono una fonte preziosa di notizie sul nemico. E poi i loro camerati potrebbero vendicarsi sui nostri che hanno preso. Non fatelo!"
Un'altra terribile testimonianza è quella del capitano Robert Dean: "Venni fermato da due barellieri disarmati. Mi dissero: "Abbiamo due italiani feriti, mandate qualcuno ad ammazzarli!" Io gli urlai di curare quei soldati, altrimenti gliel'avrei fatta pagare!" "

A differenza di West, che disse che "avevamo l'ordine di prendere prigionieri solo in casi estremi", cercando di giustificare il suo operato, confermato da ben 9 testimonianze d'accusa, anche con lo stress da combattimento e l'odio maturato verso il nemico, Compton il 23 ottobre 1943 non recedette di un passo e ammise i fatti, dicendo che aveva solo eseguito gli ordini.
Patton, chiamato a deporre il 5 aprile 1944, non poté che confermare quel maledetto discorso del 27 giugno precedente, ammettendo che effettivamente era stato "pretty bloody" (abbastanza sanguinario), ma derubricandolo a mero discorso motivazionale rivolto ad una platea di militari appartenenti ad una divisione mai sperimentata fino a quel momento in battaglia.
Il sergente Horace T. West venne giudicato colpevole e condannato all'ergastolo, ma scontò la pena in una base del Nord Africa e solo fino a fine novembre 1944, per poi essere rimesso in servizio sul fronte italiano da soldato semplice e congedarsi alla fine della guerra, anche se altre fonti dicono sia morto in Normandia: una decisione discutibilissima, piena di inconfessabili significati politici, cui non furono estranee certo le invasioni di campo del deputato della contea dello stesso West, sollecitato dalla sorella, e soprattutto del capo ufficio delle pubbliche relazioni del Ministero della guerra, che giunse ad invocare espressamente con una lettera ufficiale al Comando alleato di Caserta (pubblicata nel 2002 da Stanley Hirshson, autore della biografia "General Patton, a soldier's life") "un atto di clemenza", perché "non possiamo permettere che questa storia venga pubblicizzata: fornirebbe aiuto e sostegno al nemico. Non verrebbe capita dai cittadini che sono così lontani dalla violenza degli scontri"!
Il capitano Compton, che aveva semplicemente comandato il plotone d'esecuzione ed espressamente aveva detto di aver sempre ritenuto le parole di Patton come un vero e proprio ordine diretto, in quanto pronunciate da un Generale a tre stelle con vasta e prestigiosa esperienza di combattimento, venne invece assolto e ritornò alla sua unità: cadde pochi mesi dopo a Montecassino l'8 novembre 1943.

Patton uscì formalmente indenne da quell'inchiesta, ma non ebbe il comando generale in Normandia, ottenendo solo quello della III° armata: una decisione su cui influirono anche il fallimentare sbarco di Brolo, il carattere autoritario (in Sicilia schiaffeggiò due soldati ricoverati per crisi di nervi accusandoli di vigliaccheria, cosa per la quale dovette pubblicamente scusarsi), la voglia di protagonismo (la Colt col calcio d'avorio sempre alla fondina, il turpiloquio, la convinzione di essere la reincarnazione di gloriosi generali dell'Antichità), e alcune uscite pubbliche scomode contro i russi e la "denazificazione" della Germania post-bellica.
Non solo, si vide addirittura superare da Bradley, promosso comandante dell'intero XII° gruppo d'armate, e non ebbe nemmeno alcun ruolo contro i giapponesi nel Pacifico, perché gli fu dato solo un noioso incarico di amministratore militare nella Baviera occupata.
Proprio mentre esercitava questo compito il generale sarebbe morto a sessant'anni in circostanze poco chiare per i postumi di uno strano incidente automobilistico avvenuto l'8 dicembre 1945 ad Heidelberg: nello scontro a bassa velocità ad un incrocio tra la sua auto ed un autocarro militare Patton, seduto dietro, l'unico rimasto ferito, si era provocato addirittura la rottura dell'osso del collo.
Nonostante sofferenze e dolori indicibili sembrava clamorosamente sulla via del recupero, ma improvvisamente alle 17,45 del 21 dicembre 1945 sarebbe morto per un edema polmonare con una conseguente congestione cardiaca.
È sepolto nel Cimitero Memoriale Americano di Lussemburgo.

79. UNA IMPENETRABILE COLTRE DI NEBBIA  

Il p.m. dell'inchiesta, William R. Cook, voleva fare appello, perché, fu lui stesso a scriverlo, "quell'assoluzione era così lontana dal senso americano della giustizia che un ordine del genere doveva apparire illegale in modo lampante", ma cadde poco tempo dopo al fronte, per un tragico sberleffo del destino proprio mentre avanzava verso i tedeschi con la bandiera bianca per chieder loro la resa: anche se tra gli alti comandi se ne continuò a parlare, la cosa finì ufficialmente lì, per evitare di influenzare il Processo di Norimberga.
Solo nel 1973 uscirono le prime timide tracce dell'accaduto, con la pubblicazione dei diari di Patton da parte di Martin Blumenson ("Sicily Whose Victory?"), poi nel 1983 vi fu la descrizione completa dei fatti nell'autobiografia di Omar Bradley e da lì in poi negli USA sarebbero usciti tanti altri saggi sull'argomento, il primo nel 1988 con James J. Weingardner e l'ultimo nel 2002 con Hirshson, tanto che molti storici USA, non certo sospettabili di revisionismo, sostengono che a quel punto dovessero andare assolte anche le S.S. fucilate per aver ucciso dei prigionieri americani.
Di queste sfortunate vicende in Italia non si è tuttavia parlato mai: gli anglo-americani, i veri Invasori, pur considerandosi essi stessi Occupanti, si sarebbero trasformati di lì a poco in Liberatori prima, poi in Alleati, mentre i nostri vecchi Alleati sarebbero diventati Occupanti prima e addirittura Invasori poi!
Ecco perché abbiamo accettato a scatola chiusa la tesi americana di una campagna fatta solo di rose e fiori, di soldati italiani sempre pavidi o incapaci, di folle sempre plaudenti tra le strade, di tedeschi cattivi e insopportabili e di alleati tutti cioccolata e sigarette: un'enorme falsità storica, quella stessa che indusse infine il Generale Emilio Faldella a scrivere "Lo sbarco e la difesa della Sicilia" quando un'alta personalità militare, visitando la Sicilia negli anni '50, meravigliandosi dell'esistenza di cimiteri militari italiani gli chiese stupito: "Ma sono morti dei soldati italiani in Sicilia?"
Nel nostro paese solo nel 1994 un libro dell'italo-americano Carlo D'Este liquidò in un breve paragrafo la questione, e oltre al libro di Andrea Augello sopra citato ne hanno parlato diffusamente solo degli autori esperti di storia locale, alcuni li ho citati anche qui, tra cui mi piace ricordare il Prof. Nunzio Vicino, di Gela, il primo in Italia a dedicare tutta la sua vita all'eccidio di Biscari, parlandone nel suo lavoro del 1996, edito a Ragusa, che ahimè non ho potuto ritrovare, "La battaglia di Gela", cui però si rifà in ampia parte il sito Gela Città di mare, che mi è stato di notevole aiuto nella stesura di questo lavoro.

EPILOGO

Il monumento eretto con tanto di bandiera tricolore dal Comune di Gela il 10 luglio 2013 sul bivio della vecchia strada per Butera, poco dopo il Castelluccio, ricorda ad imperitura memoria tutti gli eroici uomini della Livorno, battutisi "contro preponderanti forze nemiche".
Neanche a settant'anni dai fatti ne viene detta la provenienza: i vecchi tabù evidentemente resistono ancora.
Ho deciso di scrivere questo lavoro dopo aver scoperto solo per caso la storia di Angiolino Navari e di Cesare Pellegrini: tutti e due hanno dato la vita per noi tutti, ma nessuno lo saprebbe se non fosse per quelle due lapidi mal conservate e per una ballata ormai dimenticata di un cantastorie, Francesco Paparo di Paternò, in arte Cicciu Renzinu, trasmessa dalla RAI nel corso del programma "Tragico e glorioso. Lo sbarco in Sicilia" (1963).
Ecco perché voglio idealmente abbracciarli, ed accomunare in un unico, enorme abbraccio il loro ricordo a quello di tutti coloro, i vivi ed i morti, che hanno onorato il nome dell'Italia, ed il loro, in questa battaglia impossibile.
Gli Alleati ci hanno portato la Prosperità e soprattutto la Libertà, ma quanto c'è costato tutto questo: per esempio, la vita di tanti uomini che non hanno avuto quasi nemmeno la consolazione di un piccolo ricordo.
Come Cesare ed Angiolino.
Ecco perché, se passate dalle parti di Gela vi chiedo di fermarvi davanti alle loro lapidi e di prendervi un minuto di raccoglimento.
Ciao Angiolino.



Ciao Cesare.


Ve l'avevo promesso, quel giorno, a Gela.

AVVERTENZA E RINGRAZIAMENTI
In questo lavoro ho rielaborato secondo la mia personale interpretazione dei fatti veri, cercando per quanto possibile di dare sempre un nome ed un reparto certo a chi combatté e sforzandomi di evitare gli errori, che vi prego se nel caso di segnalarmi.
A parte le fonti che cito direttamente nel corso della narrazione, non posso non ricordare qui il saggio-romanzo di Pier Luigi Villari, autore de L'onore dimenticato-I ragazzi della Divisione Livorno, IBN Editore; Andrea Augello, Uccidi gli italiani, Mursia Ed.; i tre lavori di Domenico Anfora, cioè La Cresta a coltello, La battaglia degli Iblei e, scritto a due mani con Stefano Pepi, Obiettivo Biscari, editi tutti da Mursia; il classico di Alberto Santoni, Le operazioni in Sicilia e in Calabria luglio-settembre 1943, edito da S.M.E.-Ufficio storico, 1989; Alfio CarusoArrivano i nostri, Longanesi; sulle operazioni aeree Alessandro Bellomo, Il martirio di un'isolaSoldiershop.
Ringrazio anche il sito Gela Città di mare e l'associazione Lambadoria, con gli amici Lorenzo Bovi e Salvo Reale, e poi  Antonio Tarro, Santino Barone, Gian Maria Cenni, Luca Ocretti, Nuccio Grassi, Antonio Inguscio, Carlo Ferri, Gregory Alegi, Andrea e Fabrizio Sabatini, Alberindo Grimani (autore di Le rondini non tornano più-L'eroe Giuseppe Zucca, Youcanprint-Self Publishing).

FONTI:
VIDEO:
SUI TIGER IN SICILIA: 
http://tiger1.info/IT/unit-page/504-Sizilien
SULLE STRAGI AMERICANE:
SULL'INTERVENTO DELLA MAFIA NELLA REALIZZAZIONE DELLO SBARCO:
SULL'AZIONE CONTRO LA MAFIA DEL "PREFETTO DI FERRO" CESARE MORI:
SUL COMPORTAMENTO DELLA GdF
-THE GUNS OF SICILY - THE 1ST CANADIAN DIVISIONAL ARTILLERY IN OPERATION HUSKY, di David W. Grebstad:
-A HISTORY OF THE SECOND ARMORED DIVISION, 1940-46 del ten. col. E. A. Trahan 
-WAR DIARIES FOR 3RD COUNTY OF LONDON YEOMANRY: 
http://www.warlinks.com/armour/3_cly/
-SUI COMMANDOS DEI ROYAL MARINES:
http://www.commandoveterans.org/
https://www.combinedops.com/husky.htm 
- THE SPEARHEADERS: A PERSONAL HISTORY OF DARBY'S RANGERS, di James Altieri (anteprima QUI)